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Minisemantica - Tullio de Mauro, Appunti di Teoria Del Diritto E Dell'argomentazione

La minisemantica di Tullio de Mauro

Tipologia: Appunti

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Minisemantica
1. Dimensioni della comunicazione
Il segnale, il senso, il processo semiotico
Sempre più spesso, per noi esseri umani sta diventando abituale delegare alle macchine o agli apparecchi il
compito di produrre segnali per avvertire gli altri esseri umani di qualcosa. Le parole che noi scriviamo,
diciamo e ascoltiamo sono anche espressioni dei nostri affetti, anche segreti e non coscienti, e del nostro
pensiero. La proposta di considerare parole, frasi e testi come segnali può essere ambigua, poiché può
appiattire le differenze e ridurre in modo semplicistico ciò che semplice non è e può essere invece volta a
determinare dove e in che cosa le parole, le frasi, i testi si stacchino da altri segnali. Vogliamo quindi
considerare le parole umane come segnali col fine di rilevare meglio ciò che in esse vi sia di specifico e
peculiare. Scorrendo repertori e cataloghi si può vedere che non c’è cosa, immagine, configurazione
percepibile che non possa diventare segnale. Non c’è organo sensoriale degli esseri viventi che non possa
essere impegnato nel ricevere segnali. In generale ogni sorta di evento, stato fisico, entità può essere
segnale: ciò dipende dal compito che gli è assegnato, dalla funzione di segnale che è chiamato ad assolvere.
Il rapporto che un utente stabilisce tra un senso e un segnale è stato chiamato da Charles Morris rapporti di
“semiosi”. L’azione o la serie di azioni che un utente compie per stabilire un rapporto semiotico è chiamato
“atto semico” che può svolgersi in due direzioni. L’utente, a partire da un senso, produce un segnale: in tal
caso diremo che l’utente è l’emittente e il processo semico è detto produttivo. Quando all’utente è presente
un segnale, il processo semiotico si svolge nella direzione dell’attribuire un senso al segnale: in tal caso
l’utente è il ricevente del segnale e del senso e il processo semiotico è ricettivo. Si può affermare che
comunicare è il convergere di una fonte e di un destinatario verso il medesimo rapporto semiotico per
quanto sia possibile. In generale un tipo di comunicazione è un insieme di accorgimenti che vogliono
rendere più facile l’incontro della fonte e del destinatario. Esistono limiti entro cui gli utenti possono
scegliere e utilizzare i linguaggi stessi. Essi sono di due tipi: quelli materiali e quelli formali. I primi
dipendono dalla qualità fisica, biologica sia delle fonti sia dei destinatari che dei segnali stessi. I secondi
sono costruzioni entro cui allo stato attuale delle nostre conoscenze deve muoversi qualsiasi tipo di
destinatario o di fonte. Un simbolo se racchiuso in parentesi quadre sta ad indicare che funziona da segnale;
se racchiuso tra doppi apici (“”) e scritto in minuscolo sta ad indicare che funziona da senso. [x] “y”
L’arbitrarietà semiotica materiale
x può essere sia segnale che senso, e la stessa cosa vale per y. Es: Negli usa e anche in Italia quando
tocchiamo pollice ed indice e alziamo il resto delle dita, compiamo un gesto che agisce come segnale per
indicare che qualcosa sia OK, dunque buona, perfetta. La parola OK è il senso del gesto, ma chi non
conosce la parola inglese ma ne conosca il valore, la parola scritta OK ha come senso il gesto prima
descritto. Ciò mostra che un’entità può fungere tanto da segnale quanto da senso e quindi si afferma che ci si
imbatte in una forma di “arbitrarietà semiotica”, e consiste nella libertà di scelta dei materiali cui viene di
volta in volta assegnato il ruolo di segnale o senso. Tale arbitrio soggiace a condizioni e limiti che stanno nel
rapporto tra le entità e la natura e qualità degli utenti. Un limite può essere rappresentato dalle difficoltà di
produzione e ricezione di questo o quel tipo di entità. Ad esempio: ci sono esseri umani con limitazioni
dell’udito e della fonazione che non possono produrre o percepire segnali fonici così si sono sviluppati
alfabeti per sordomuti. L’arbitrarietà semiotica trova un limite nell’esistenza di tali condizioni.
L’arbitrarietà semiotica formale
Un problema di identità si pone per quanto riguarda l’identità del senso trasmesso da un emittente e
riconosciuto da un ricevente, cioè in che modo una “mente” può sperare di riconoscere il senso comunicato
da un’altra. Il problema dell’identità del senso e dello stesso segnale si pone alla sorgente dell’atto semico.
Chiamiamo caratteristica intrinseca di una entità ogni rapporto tra un’entità e un’altra. In un universo
popolato da un numero infinito di entità, l’identificazione di un’entità avviene attraverso un numero finito di
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Minisemantica

1. Dimensioni della comunicazione

Il segnale, il senso, il processo semiotico

Sempre più spesso, per noi esseri umani sta diventando abituale delegare alle macchine o agli apparecchi il

compito di produrre segnali per avvertire gli altri esseri umani di qualcosa. Le parole che noi scriviamo,

diciamo e ascoltiamo sono anche espressioni dei nostri affetti, anche segreti e non coscienti, e del nostro

pensiero. La proposta di considerare parole, frasi e testi come segnali può essere ambigua, poiché può

appiattire le differenze e ridurre in modo semplicistico ciò che semplice non è e può essere invece volta a

determinare dove e in che cosa le parole, le frasi, i testi si stacchino da altri segnali. Vogliamo quindi

considerare le parole umane come segnali col fine di rilevare meglio ciò che in esse vi sia di specifico e

peculiare. Scorrendo repertori e cataloghi si può vedere che non c’è cosa, immagine, configurazione

percepibile che non possa diventare segnale. Non c’è organo sensoriale degli esseri viventi che non possa

essere impegnato nel ricevere segnali. In generale ogni sorta di evento, stato fisico, entità può essere

segnale: ciò dipende dal compito che gli è assegnato, dalla funzione di segnale che è chiamato ad assolvere.

Il rapporto che un utente stabilisce tra un senso e un segnale è stato chiamato da Charles Morris rapporti di

“semiosi”. L’azione o la serie di azioni che un utente compie per stabilire un rapporto semiotico è chiamato

“atto semico” che può svolgersi in due direzioni. L’utente, a partire da un senso, produce un segnale: in tal

caso diremo che l’utente è l’emittente e il processo semico è detto produttivo. Quando all’utente è presente

un segnale, il processo semiotico si svolge nella direzione dell’attribuire un senso al segnale: in tal caso

l’utente è il ricevente del segnale e del senso e il processo semiotico è ricettivo. Si può affermare che

comunicare è il convergere di una fonte e di un destinatario verso il medesimo rapporto semiotico per

quanto sia possibile. In generale un tipo di comunicazione è un insieme di accorgimenti che vogliono

rendere più facile l’incontro della fonte e del destinatario. Esistono limiti entro cui gli utenti possono

scegliere e utilizzare i linguaggi stessi. Essi sono di due tipi: quelli materiali e quelli formali. I primi

dipendono dalla qualità fisica, biologica sia delle fonti sia dei destinatari che dei segnali stessi. I secondi

sono costruzioni entro cui allo stato attuale delle nostre conoscenze deve muoversi qualsiasi tipo di

destinatario o di fonte. Un simbolo se racchiuso in parentesi quadre sta ad indicare che funziona da segnale;

se racchiuso tra doppi apici (“”) e scritto in minuscolo sta ad indicare che funziona da senso. [x] “y”

L’arbitrarietà semiotica materiale

x può essere sia segnale che senso, e la stessa cosa vale per y. Es: Negli usa e anche in Italia quando

tocchiamo pollice ed indice e alziamo il resto delle dita, compiamo un gesto che agisce come segnale per

indicare che qualcosa sia OK, dunque buona, perfetta. La parola OK è il senso del gesto, ma chi non

conosce la parola inglese ma ne conosca il valore, la parola scritta OK ha come senso il gesto prima

descritto. Ciò mostra che un’entità può fungere tanto da segnale quanto da senso e quindi si afferma che ci si

imbatte in una forma di “arbitrarietà semiotica”, e consiste nella libertà di scelta dei materiali cui viene di

volta in volta assegnato il ruolo di segnale o senso. Tale arbitrio soggiace a condizioni e limiti che stanno nel

rapporto tra le entità e la natura e qualità degli utenti. Un limite può essere rappresentato dalle difficoltà di

produzione e ricezione di questo o quel tipo di entità. Ad esempio: ci sono esseri umani con limitazioni

dell’udito e della fonazione che non possono produrre o percepire segnali fonici così si sono sviluppati

alfabeti per sordomuti. L’arbitrarietà semiotica trova un limite nell’esistenza di tali condizioni.

L’arbitrarietà semiotica formale

Un problema di identità si pone per quanto riguarda l’identità del senso trasmesso da un emittente e

riconosciuto da un ricevente, cioè in che modo una “mente” può sperare di riconoscere il senso comunicato

da un’altra. Il problema dell’identità del senso e dello stesso segnale si pone alla sorgente dell’atto semico.

Chiamiamo caratteristica intrinseca di una entità ogni rapporto tra un’entità e un’altra. In un universo

popolato da un numero infinito di entità, l’identificazione di un’entità avviene attraverso un numero finito di

atti, ma in un universo che sia invece popolato da un numero infinito di entità, ogni entità di conseguenza

avrà un numero infinito di caratteristiche intrinseche. Si può ipotizzare che si identifichi un’entità

determinandone solo le caratteristiche sufficienti a distinguerla da quelle rispetto a cui si ritiene utile per

alcune ragioni distinguerla. L’identificazione è sempre l’arte dell’approssimazione a una buona

identificazione. Esempio: due ritratti che riproducono lo stesso soggetto, ma fatto da due artisti diversi con

tecniche diverse. Noi riconosceremo lo stesso soggetto in base a delle caratteristiche o tratti che lo

identificano. Le caratteristiche che permettono di distinguere un’entità vengono definite pertinenti e

chiameremo pertinentizzazione la scelta di una o più caratteristiche pertinenti. La pertinentizzazione è

condizionata dalle capacità di chi identifica, e dai fini che si intendono raggiungere dato l’insieme di entità

entro le quali si identifica delle entità. Entro questo doppio limite, la pertinentizzazione di una o più

caratteristiche è arbitraria, in quanto non è imposta dalla qualità delle caratteristiche intrinseche dell’entità

da identificare. A tale arbitrarietà si dà il nome di arbitrarietà semiotica formale. Ogni operazione di

pertinentizzazione divide l’universo in due classi: la classe delle entità che hanno o possono avere tra loro

caratteristiche intrinseche pertinenti, e quella delle entità che non hanno tale caratteristiche. Le

caratteristiche pertinenti devono rispettare tre condizioni: devono raggrupparsi in un numero finito per

ciascuna entità da identificare; costruire per ogni sistema un numero complessivamente finito; infine le

caratteristiche pertinenti devono essere ognuna identificabile con un numero finito di operazioni, ossia

ciascuna deve essere assunta: a) come elemento che si definisce come non ulteriormente analizzabile; b)

come elemento che si analizza e si pone come articolato in un subsistema di tratti pertinenti di secondo

ordine, a loro volta non analizzabili. Secondo l’uso di Saussure e Hjelmslev chiamiamo forma l’insieme

delle caratteristiche pertinenti che con la loro presenza o assenza definiscono la classe di un sistema. La

descrizione dei rapporti tra una forma e l’insieme delle caratteristiche pertinenti di un sistema è detta

strutturale della forma. Diciamo “codice” ogni accoppiamento di due sistemi che serva a mettere in

rapporto almeno due entità identificate all’interno di essi. Tale codice viene definito semiologico se tale

messa in rapporto è un rapporto semiotico. Ogni rapporto semiotico per quanto semplice, non è mai

immediato, ma implica la mediazione della connessione di due forme. Il significante è la classe a cui

appartiene un segnale, e significato quella a cui appartiene un senso, ed essi creano il rapporto semiotico.

Il segno e la sua desenzione

Il segno è una congiunzione fra la forma del significante e quella del significato. Un rapporto semiotico crea

un segno, ma in casi di codici semplici, il segno preesiste al rapporto semiotico. Es: il rosso del semaforo. In

caso di codici semiologici più complessi, la preesistenza è solo potenziale, nella nostra consapevolezza

preesistono i monemi e le norme che ne regolano la combinazione. Infine vi sono codici in cui una parte dei

segni preesiste potenzialmente si tratta di codici in cui talvolta lo stabilirsi di un rapporto semiotico può dar

luogo alla costituzione di una nuova forma. Un codice è un insieme di segni, nati o no, in cui si distingue il

piano dei significanti (dell’espressione) e quello dei significati (del contenuto); e due ordini di rapporti

quelli interni ed esterni. Lo studio semiologico di un codice va condotto tenendo conto di quattro

dimensioni: a) in relazione agli emittenti e riceventi che stabiliscono rapporti semiotici (dimensione

pragmatica); b) in relazione ai tipi di segnali che vengono utilizzati, tale dimensione non ha un nome

unitario può essere grafica, mimica, fonetica; c) in base ai tratti che costituiscono e formano il codice

(dimensione sintattica); d) in relazione al senso che realizza il significato di segni (dimensione semantica).

2. La classificazione semantica dei codici semiologici

Criteri di classificazione Nella semiotica animale i segni e codici sono classificati badando soprattutto al materiale adoperato per realizzare i significanti dei segni. Codici e segni sono classificati come organici, materici, chimici, ecc. L’usare come criterio di classificazione dei codici semiologici la qualità del materiale usato comporta da un lato l’essere costretti a comprimere in una stessa categoria codici di evidente diversità; dall’altro molti linguaggi ammettono che i loro significati siano saturati e realizzati con segnali di sostanza diversa. Una classificazione deve obbedire a due requisiti: a) deve essere univoca, b) ed esaustiva tutte le entità riconducibili a un campo devono potervi trovare una sola collocazione. Le

riconoscere un numero infinito di frasi, mai formulate. Tale creatività viene da lui definita regolare. Il concetto di creazione da lui osservato richiama al meccanismo della langue. c) La creatività humboltiana o di langage. Humboldth colloca al centro della sua teoria la creazione linguistica , che tratta qui il legame creativo che esiste per ogni lingua con la nozione e la particolare epoca in cui si distingue e articola la storia umana. La mente umana è in grado di dominare tutte le lingue, e tale capacità di dominare e costruire delle lingue è la creatività nel senso di Humboldth. Tale creatività che cambia le regole è ciò a cui accennava Chomsky, poiché non è altro che la capacità di muoversi all’interno di una lingua, e all’occorrenza modificarla. d) La creatività degli psicopedagogisti. Il termine fu usato da Vygotskij per qualificare gli aspetti non ripetitivi, non imitativi dell’intelligenza e del sapere. La creazione come capacità di divergenza, come capacità di risolvere un problema modificandone le abituali regole usate per risolvere analighi problemi è al centro dell’attenzione degli psicopedagogisti a partire dagli anni ’50. e) La creatività dei logici. Patrick Suppes introduce il criterio di non creatività per il quale nelle proposizioni derivate in un sistema assiomatico, tutti i termini devono essere derivabili dagli assiomi. Secondo lui un codice è un calcolo rigoroso, solo se non è creativo, ciò perché, affinché tutte le proposizioni previste potenzialmente da un calcolo siano definibili, in esse non devono figurare termini nuovi. *Curiosità: L’albero di Porfirio è uno schema o modello di definizione dei rapporti tra classi di vario ordine fatta per dicotomie.

3. La semantica dei linguaggi non verbali

Spie, cifre, alfabeti: linguaggi a sensi globali I codici semiologici non articolati meritano interesse per la loro semplicità, di natura semantica. Due segni consentono a emittente e ricevente di comunicare a proposito della materia che fa da piano del contenuto del codice. Un caso tipico è quello delle spie luminose inserite in molti congegni e apparati meccanici. Le spie hanno due stati, due significanti e significati, luce spenta e luce accesa. Appartengono alla stessa famiglia molti altri codici che prevedono anche più di due segni: tre come i semafori stradali a tre luci. Una sezione particolare di questa famiglia è rappresentata dai codici seriali, che si susseguono in un ordine preciso. Ciò vale per l’alfabeto, le lettere tradizionalmente sono ordinate in una certa successione fissa convenzionale. Quando per uno stesso codice esiste più di un modo di assumere i segni, parleremo di accezione. Le accezioni rinviano al costituirsi di diverse habitudines di uso e lettura dei segni. Le habitudines possono incidere sulla formazione delle accezioni in misure e con modalità diverse. Kruszewski e Saussure hanno sostenuto che il valore semantico di un segno non dipende dall’insieme dei sensi che esse può assumere. Tale insieme si disegna in accezioni diverse, a seconda della collocazione del segno tra gli altri del codice. Anche in codici così semplici capiamo la dimensione semantica solo se osserviamo anche quella sintattica, cioè la dimensione del rapporto con altri segni del codice. A tali rapporti Saussure dà il nome di rapporti associativi. Una analisi di codici, logiche, calcoli non è possibile senza riferirsi pure alla dimensione pragmatica, al legame tra i segni e le habitudines degli utenti. Le caratteristiche di questo tipo di codici semplici sono: a) I segni sono inarticolati: l’apprendimento e la conoscenza del codice coincidono con l’apprendimento e la conoscenza dei suoi segni; b) I segni sono di numero finito: un codice semiologico di questo tipo potrebbe ammettere segni di numero infinito solo nel caso che venisse usato da utenti capaci di memoria infinita; c) Il rapporto tra sensi e significati è esclusivo: un senso, se rientra nel significato di un segno, non rientra nel significato di altri; d) I significati una volta dati per un certo codice, non mutano o lo fanno solo a causa di una convenzione esterna al codice. Una lingua è lontana da questo tipo di codici, le sue frasi sono articolate e molte frasi e vocaboli sono interscambiabili.

Cifrazioni e strutture alfabetiche: linguaggi e significati articolati Un codice semiologico in cui segni siano articolati in monemi prevede un numero infinito di raggruppamenti, cioè di segni purché l’iterazione di una stessa unità sia possibile e distintiva e che sia possibile un raggruppamento con un’unità in più. Anche se nessuno ha mai contato tutte le parole grafiche possibili, sappiamo che abbiamo a che fare con insiemi infiniti. Sia classificazioni che cifrazioni adoperano come propri monemi entità che sono segni del primo tipo, infatti i segni vengono costruiti adoperando come monemi le lettere. Quindi le 26 lettere dell’alfabeto italiano sono dei segni, che costruiscono la serie dei monemi in cui si articola la struttura italiana. Le operazioni che portano a capire il significato complessivo del segno si celano dietro la sua struttura in termini di monemi e sintagmi. Alla

sequenza di operazioni che portano dalla struttura del segno come sintagma composta da monemi fino alla assegnazioni di un significato complessivo diamo il nome di struttura profonda. La diversità di essa può portare a una diversa lettura della struttura superficiale. Nei codici a struttura profonda la collocazione di un monema nella struttura sintagmatica va completata mettendola in rapporto con l’operazione determinata dalla struttura profonda. Nel caso delle lingue, quando parliamo di sintassi ci si riferisce alle relazioni e valori che un monema o un intero segno stabilisce con operazioni di struttura profonda. Grazie alle regole di composizione sintagmatica dei segni combinati con le strutture profonde, i codici come le scritture danno luogo a infiniti segni. Abbiamo dunque significati diversi che nominano lo stesso significato.

I calcoli e i linguaggi formali: linguaggi a infiniti segni sinonimi calcolabili Sono tali i linguaggi che prevedono segni articolati di numero infinito, tra i cui significati non vige un rapporto di esclusione. In essi può accadere che un senso sia veicolato da più di un segno. Le lingue storico-naturali sono riducibili a calcoli. Un esempio tipico di linguaggio del genere è l’aritmetica. Il riferimento al numero 7 è inquadrato in segni di scrittura diversi, perché è rappresentabile dal segno 7, o da 6+1, 8-1. Se consideriamo questi sinonimi vediamo che: a) la sinonimia investe sia il significante che il significato. B) i segni sinonimi che troviamo nei calcoli rientrano nella normalità del codice. C) chiamiamo calcoli quei codici semiologici in cui il passaggio da un sinonimo all’altro non è regolato da convenzioni. Semantica e pragmatica hanno un ruolo interpretativo rispetto alla forma delle singole operazioni di un calcolo, che sono concepibili come pure operazioni sintattiche, individuabili come operazioni che collegano i segni tra loro. Data una forma sono automatici e tale automaticità sussiste grazie ad alcune condizioni: la prima è quella della non creatività, insieme di regole e di unità minime, la seconda è quella della connessità sintattica. Abbiamo bisogno di distinguere un linguaggio che non fa nessun ricorso a interpretazioni. Quando si risolve un’equazione non si deve interpretare nulla, si seguono delle regole, mentre le lingue hanno bisogno di interpretazione.

4. La semantica del linguaggio verbale

Calcolo e linguaggio verbale Con Hjelmslev è venuta in primo piano l’idea di una grammatica, di una descrizione linguistica come calcolo che consenta di predire tutti i possibili testi di una lingua. Perché una lingua storico-naturale sia un calcolo dobbiamo riscontrare in essa le condizioni necessarie al costituirsi di un calcolo. Tali requisiti sono: la non creatività dell’insieme del vocabolario e dell’insieme delle regole, la connessità sintattica e l’effettività dei procedimenti di formazione delle preposizioni. Ora vi sono parecchi aspetti di ogni lingua storico-naturale che impediscono di attribuire alle lingue i tre requisiti prima citati.

  1. oscillazione individuale e collettiva del vocabolario: il vocabolario è un insieme di lessemi, ognuno di noi possiede un vocabolario in base alla propria conoscenza, ecco perché spesso dobbiamo ricercare dei significati. Causa delle oscillazioni del vocabolario sono: l’obsolescenza e la progressiva uscita di termini dell’uso e dalla memoria.
  2. coesistenza di espressioni agglutinate e sintagmi omonimi: una parola può avere due significati o anche di più. La parola rifiutare può avere due significati, quello di non accettare e quello di riodorare.
  3. controddittorietà interna alla stessa proposizione e tra proposizioni diverse. La lingua permette di supportare la controddittorietà, cosa non permessa in logica tipo “ti amo e ti odio”. Oppure proposizioni che non hanno magari significati vengono comprese da parlanti di alcune lingue storico-naturali.
  4. elenco: ogni sequenza di parole è possibile come segno di una lingua. Ciò accade perché serie infinite di segni di una lingua sono date da segni che costituiscono parti degli infiniti segni di una lingua.
  5. correctio o editing. Nella progettazione del segno si hanno fenomeni di editing, nell’uso più comune tutti la usiamo.
  6. autonimia e riflessività. I segni linguistici possono sempre designare se stessi, nominarsi, descriversi, analizzarsi sotto l’aspetto del significante.
  7. omonimi. Nell’insieme vocabolare delle lingue esistono omonimi, significanti che hanno significato diverso non determinabile in base a criteri formali nella sua diversità. Ci sono lingue a ortografia superficiale in cui gli omofoni sono omografi (italiano) r quelle a ortografia profonda in cui esistono omofoni che non sono omografi (francese).

Una quinta famiglia di codici e un terzo principio Saussuriano La prima famiglia comprende i codici i cui segni hanno significati che non si sovrappongono e che non analizzano il senso in parti. La seconda famiglia comprende i codici i cui segni sono articolati in monemi ed i significati decompongono i sensi in parti e ciò crea la possibilità di associare i sensi in serie molteplici. La terza famiglia in cui sensi sono articolati e non ammettono l’inclusione di uno stesso senso in più significati. La quarta famiglia comprende

la possibilità stessa di creare quest’ultime condiziona la creatività e l’indeterminatezza. Tali processi sono interni alla lingua.

L’illimitatezza semantica La pluriplanarità che caratterizza le lingue è, sotto il profilo teorico, una constatazione formulata in ambiti diversi che permette a un medesimo fatto di avere varie denominazioni. Prieto confrontando la lingua con altri codici insiste sull’universalità del campo delle lingue, cioè l’insieme di senso includibili nei significati degli enunziati di una lingua. Chomsky dice che la caratteristica del discorso umano è l’illimitatezza non calcolabile meccanicamente, capace di appropriatezza a ogni situazione. Le caratteristiche del linguaggio verbale hanno a che fare con il patrimonio genetico della specie umana. Indeterminatezza, pluriplanarità e illimitatezza sono in rapporto con la adattività che marca la specie umana, definendola la specie degli animali culturali. Le lingue rispondono all’esigenza degli esseri umani di trasmettere e comprendere senso anche per sopravvivere, perciò non possono essere rigide. Grazie alle varie oscillazioni da cui sono caratterizzate esse risultano essere uno strumento per mettere in discussione se stesse.