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Monografico Letteratura Italiana II, Appunti di Letteratura Italiana

Sono i miei appunti del corso monografico di Letteratura italiana, la poesia delle rovine, relativi all'anno accademico 2023/2024 della professoressa Ferro presso l'università Cattolica di Milano

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 01/10/2024

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Letteratura Italiana II – Roberta Ferro – II Semestre
Lezione 1 – 26/02/24
Dal 4 marzo laboratorio alle 16 e 30 in aula SA116 x 9 incontri
Le lezioni di questo secondo semestre verteranno sulla poesia delle rovine nel 600, tema specialistico, è un
tema antico e studiatissimo, si tratta di costruire un contesto per arrivare a vedere cosa succede nel 600, è
un tema che costruiremo insieme, con vari materiali arriveremo all’esame conoscendo i discorsi affrontati a
lezione.
Il titolo “Fra queste rovine a terra sparse” è un verso che arriva da un sonetto di Preti, tra i lirici maggiori del
600, al di là della provenienza è un verso che Preti sceglie facendo attenzione alla scelta lessicale e anche al
suono, in particolare questa parola che chiude, il termine sparte vuol dire sparse ma questo aggettivo è una
condizione che se pensiamo alla storia della lirica italiana acquisisce forza notevole, vuol dire che è stato
distrutto da qualcuno e le sue membra sono state sparse, è cioè un aggettivo petrarchesco, rinvia cioè a
quelle lacerazioni, a quel corpo distrutto, a quell’animo frammentato, a quei frammenti di cose volgari che
costituisce la matrice dell’ispirazione lirica, è in fondo questo l’orientamento di un discorso intorno ad arte e
rovine, il significato che le rovine assumono nel pensiero di un uomo di cultura e anche quindi nella
rappresentazione dell’immagine poetica e artistica che questo stato d’animo deve trovare. La poesia delle
rovine è si una poesia paesaggistica, si tratta di descrivere un paesaggio ma questo paesaggio non è
meramente referenziale, che esiste in quanto tale ma un luogo che costituisce dimensione di tempo, i
paesaggi dunque della storia nella letteratura del 600. Si tratta per tutti i poeti che si accostano a questo
argomento di guardare all’indietro, pensare agli antichi e decidere cosa e come rappresentare e figurare a
parole, quindi possiamo dire che anche il tema delle rovine è uno dei macro-temi che coinvolgono il
discorso più ampio intorno al tema della imitazione. Dovendo fare il punto sul 600 salta subito in superficie
uno dei passi più significativi della poetica seicentesca, uno dei manifesti della poesia del 600, cioè la lettera
che Giovan Battista Marino, gran poeta del 600, introduce ad aprire la sampogna, una raccolta di idilli
pubblicata a Parigi nel 1620, sono 12 idilli, alcuni di argomento mitologico, altri di argomento pastorale,
come tutta la poesia di Marino è una poesia che si costruisce attraverso un dialogo serrato con i modelli
antichi ma anche moderni, come Sannazzaro. Qui riferendosi a un amico Marino si mette sulla difensiva,
come spesso fa, e attacca secondo il suo modo, questo perché Marino che si circonda presto di nemici e
detrattori deve difendersi da quanti lo accusavano di aver costruito questa poesia idillica accumulando
tessere già esistenti, cioè copiando da altri e mancando di originalità, tema interessante perché Marino si
vantava di possedere tanti primati e aver fatto cose nuove, ma il gusto dell’arte di Marino è trovare nuove
vie ma tutte vie interne alla letteratura, che si muovono dentro spazi di poesia, mattoncini che vengono dai
libri. In quella lettera prefatoria, Marino deve difendersi spiegando la distinzione fra tre pratiche di
relazionarsi con gli altri autori: la traduzione, l’imitazione e il furto, quindi guardando gli antichi si può
tradurre o imitare o rubare, già la qualità di queste tre parole è notevole, il terzo termine non può essere
messo sulla stessa linea etico-morale degli altri due, scopriremo che il furto è la variante caratteriale
dell’imitazione che è davvero importante. Sulla traduzione Marino procede rapidamente, poi arriva
all’imitazione e qui Marino è preciso a fornirci la via giusta per comprendere ciò che sta dicendo, non parla
dell’imitazione che riguarda la mimesi aristotelica, come dicevamo per Tasso, lui parla di imitare altra
poesia, non la natura, tutti gli uomini sono attirati alla propria inclinazione a imitare, chi abbia un intelletto
inventivo riceve come segni i fantasmi di una lettura gioconda, creano dei fantasmi, realtà di cui l’autore
nemmeno si rende conto, e questi fantasmi come semi si radicano nella feconda immaginativa dei poeti e
quindi in virtù di questo meccanismo naturale come è nel pensiero di Marino, questi uomini hanno il
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Letteratura Italiana II – Roberta Ferro – II Semestre Lezione 1 – 26/02/ Dal 4 marzo laboratorio alle 16 e 30 in aula SA116 x 9 incontri Le lezioni di questo secondo semestre verteranno sulla poesia delle rovine nel 600, tema specialistico, è un tema antico e studiatissimo, si tratta di costruire un contesto per arrivare a vedere cosa succede nel 600, è un tema che costruiremo insieme, con vari materiali arriveremo all’esame conoscendo i discorsi affrontati a lezione. Il titolo “Fra queste rovine a terra sparse” è un verso che arriva da un sonetto di Preti, tra i lirici maggiori del 600, al di là della provenienza è un verso che Preti sceglie facendo attenzione alla scelta lessicale e anche al suono, in particolare questa parola che chiude, il termine sparte vuol dire sparse ma questo aggettivo è una condizione che se pensiamo alla storia della lirica italiana acquisisce forza notevole, vuol dire che è stato distrutto da qualcuno e le sue membra sono state sparse, è cioè un aggettivo petrarchesco, rinvia cioè a quelle lacerazioni, a quel corpo distrutto, a quell’animo frammentato, a quei frammenti di cose volgari che costituisce la matrice dell’ispirazione lirica, è in fondo questo l’orientamento di un discorso intorno ad arte e rovine, il significato che le rovine assumono nel pensiero di un uomo di cultura e anche quindi nella rappresentazione dell’immagine poetica e artistica che questo stato d’animo deve trovare. La poesia delle rovine è si una poesia paesaggistica, si tratta di descrivere un paesaggio ma questo paesaggio non è meramente referenziale, che esiste in quanto tale ma un luogo che costituisce dimensione di tempo, i paesaggi dunque della storia nella letteratura del 600. Si tratta per tutti i poeti che si accostano a questo argomento di guardare all’indietro, pensare agli antichi e decidere cosa e come rappresentare e figurare a parole, quindi possiamo dire che anche il tema delle rovine è uno dei macro-temi che coinvolgono il discorso più ampio intorno al tema della imitazione. Dovendo fare il punto sul 600 salta subito in superficie uno dei passi più significativi della poetica seicentesca, uno dei manifesti della poesia del 600, cioè la lettera che Giovan Battista Marino, gran poeta del 600, introduce ad aprire la sampogna, una raccolta di idilli pubblicata a Parigi nel 1620, sono 12 idilli, alcuni di argomento mitologico, altri di argomento pastorale, come tutta la poesia di Marino è una poesia che si costruisce attraverso un dialogo serrato con i modelli antichi ma anche moderni, come Sannazzaro. Qui riferendosi a un amico Marino si mette sulla difensiva, come spesso fa, e attacca secondo il suo modo, questo perché Marino che si circonda presto di nemici e detrattori deve difendersi da quanti lo accusavano di aver costruito questa poesia idillica accumulando tessere già esistenti, cioè copiando da altri e mancando di originalità, tema interessante perché Marino si vantava di possedere tanti primati e aver fatto cose nuove, ma il gusto dell’arte di Marino è trovare nuove vie ma tutte vie interne alla letteratura, che si muovono dentro spazi di poesia, mattoncini che vengono dai libri. In quella lettera prefatoria, Marino deve difendersi spiegando la distinzione fra tre pratiche di relazionarsi con gli altri autori: la traduzione, l’imitazione e il furto, quindi guardando gli antichi si può tradurre o imitare o rubare, già la qualità di queste tre parole è notevole, il terzo termine non può essere messo sulla stessa linea etico-morale degli altri due, scopriremo che il furto è la variante caratteriale dell’imitazione che è davvero importante. Sulla traduzione Marino procede rapidamente, poi arriva all’imitazione e qui Marino è preciso a fornirci la via giusta per comprendere ciò che sta dicendo, non parla dell’imitazione che riguarda la mimesi aristotelica, come dicevamo per Tasso, lui parla di imitare altra poesia, non la natura, tutti gli uomini sono attirati alla propria inclinazione a imitare, chi abbia un intelletto inventivo riceve come segni i fantasmi di una lettura gioconda, creano dei fantasmi, realtà di cui l’autore nemmeno si rende conto, e questi fantasmi come semi si radicano nella feconda immaginativa dei poeti e quindi in virtù di questo meccanismo naturale come è nel pensiero di Marino, questi uomini hanno il

desiderio di partorire nuove idee, c’è una specie di progressione, Marino in qualche modo dà autonomia della vita alla poesia, si stacca dalla responsabilità del poeta, quindi spontaneamente germogliano fiori di poesia nei secoli. Detto ciò, non nega di aver imitato alle volte, mentre spiega un concetto antico lo volge a suo favore, qui Marino riprende antiche immagini che riguardano il processo di imitazione che arrivano da Plinio il giovane e poi da Seneca, il poeta fa come l’ape e va a succhiare il nettare dai fiori migliori e poi il nettare è lavorato dall’arte del poeta e trasformato in sostanza nuova. Altro campo metaforico spesso ripetuto è quello del vestito che copre con nuovi colori contenuti già visti, poi Marino ribalta sui suoi accusatori di vedere illecito dove illecito non c’è, detto questo capiamo il verso positivo di questo tessuto di prosa, qui sta il senso dell’etica di Marino, il rubare è la stessa versione dell’imitazione con un una maggiore sfida nei confronti dei detrattori e allora ecco che parla di questo terzo capo facendo riferimento alle rovine, anche il furto è una delle metafore che da sempre provano a spiegare il rapporto tra l’imitato e l’imitatore, dice che tutti i poeti rubano e quindi perché accusare lui di furto? Qui Marino spiega a chiare lettere il proprio meccanismo di lettura e scrittura, spiega cioè una pratica di scrittura che non è eccezionale, anzi, è sempre esistita ma è particolarmente diffusa in quest’epoca, nel tardo rinascimento e primo barocco, questa pratica consiste nel leggere un libro, raccogliere le note e appunti, questi estratti si trascrivono in zibaldoni, quaderni che si chiamano per esempio selve, queste selve poi si presentano come una congerie di frammenti tra loro disordinati e dunque ecco che interviene una particolarissima pratica dell’organizzazione della memoria e dello studio particolarmente diffusa e approfondita nel tardo 500 e quindi con meccanismi si indicizzano queste selve, il poeta deve sapere dove ritrovare tutti i passi che riguardano un certo tema di cui potrebbe voler un giorno iniziare a scrivere, che siano passi contenutistici o utili dal punto di vista stilistico (parole, registri ecc.), tutti questi indici si possono poi organizzare in modo da organizzare degli schemi da combinare anche tra loro in modo da ottenere testi nuovi a partire da questi frammenti. È quindi una pratica sempre esistita ma queste arti della memoria si approfondiscono in questo periodo, il tardo 5 e primo 6 è l’epoca in cui l’uomo perde i riferimenti, tutto sembra crollare e dunque è necessario aggrapparsi e riempire il vuoto che si crea, la stagione dei musei e del collezionismo, anche queste selve infondo sono delle gallerie e musei dove si espongono e si ammirano e riguardano pezzi pregiati, quindi tutto torna, è una pratica che coincide con l’epoca. Quindi qui Marino non dice nulla di scandaloso, sta chiamando furto una pratica comunissima per farsi beffa dei suoi nemici, allora poche righe sotto Marino parla di statue antiche e marmi distrutti, con una metafora perché parla di poesia da valore a una prassi valida di uso e riuso delle rovine, abbiamo diversi livelli di lettura, ci sta dicendo così come a noi piace abbellire i nostri giardini con vasi e urne funerarie e altre reliquie e statue antiche per abbellire una fabbrica nuova, il frammento è lì perché ha un portato culturale che va oltre la forma concreta, le rovine nel tempo hanno ricevuto diversi apprezzamenti nei secoli, qui Marino sta usando una metafora quindi, come per le fabbriche nuove altrettanto deve valere per la poesia. Nel brano della prefatoria è sottolineato un passaggio, i frammenti valgono ad abbellire ma quale aspetto del valore poetico viene fornito dalle rovine? Ornamento e maestà, Marino va nella direzione del grande, del maestoso, del magnifico, poi fa ironia perché prende in giro quanti ben più poveri di lui non sanno rubare all’arte. È un passaggio apparentemente accessorio alla polemica, in realtà nasconde sotto un aspetto della poetica seicentesca che meriterebbe un approfondimento perché Marino è uno di quelli che non svela la fonte o l’origine o lo fa sviando, ingaggia una gara dilettevole col proprio lettore, altri suoi contemporanei sulla stessa linea, che altrettanto usano le rovine antiche dichiarano la fonte, sono piccole variazioni di una maniera, cioè istituiscono questo rapporto più amichevole e partecipativo dichiarando la fonte e invitandolo a controllarla e metterla a confronto. In realtà andando alla ricerca di antichi nella poesia di Marino se ne trovano, ma per restare in un luogo simile anche nella lettera prefatoria firmata da Claretti ma di mano di Marino che apre la lira del 14 scrive che confessa di aver usato colonne e statue antiche nella pratica poetica, si è ingegnato però di collocarla in modo da accrescere l’ornamento della fabbrica, quindi ancora una volta va verso la grandezza, va sottolineato questo aspetto

passato per fare un punto sul presente e guardare avanti come l’umanesimo, si è detto che le rovine snodano, ripetono nella storia il paradigma storiografico umanistico, cioè l’uomo e le sue opere a confronto col tempo, in questo senso sono state considerate dai filosofi come una delle metafore più potenti della cultura occidentale, significa che se ci spostiamo in altre culture forse non troviamo un analogo trattamento delle rovine, la cultura occidentale se la intendiamo come formata prevalentemente in chiave umanistica così come pare debba essere, allora le rovine all’interno di questa identità umanistica sono tra le metafore più potenti ed efficaci, e allora non si fatica a trovare marmi e statue nella poesia occidentale, quasi tutti hanno messo una rovina nei loro versi, proveremo a vedere cosa succede nel 600 scoprendo che forse si sono usati stereotipi che non sempre tengono se guardiamo i testi. Il sonetto di Preti è una sintesi piena di tutti gli elementi di lettura e interpretazione intorno alle rovine degli autori precedenti e che troveremo in quelli successivi. Lezione 2 – 27/02/

  • Mancante - Lezione 3 – 04/03/ Parlando di rovine accenneremo il rapporto tra Petrarca e l’antico e quindi anche per chiarezza abbiamo un testo nei materiali di lessico critico, si estraggono le parole chiave del suo universo e vengono affidate a studiosi che riassumono cose inerenti a quelle parole, a noi interessa la parola antichità e questa sintesi può tornare utile. Settimana scorsa ci siamo salutati ricordando come dopo il medioevo e all’inizio dell’età moderna, in quel 300 fervido di letteratura quando Petrarca con Boccaccio va alla ricerca di autori interni, riscopre, rilegge e inaugura una nuova stagione, non è solo questione di antiquaria e gusto filologico acceso, le cose hanno sempre un motivo, questo nuovo gusto nei confronti della verità accertata degli antichi nasce in questi uomini nella prima metà del 300 per effetto di una nuova disposizione culturale storica che guarda all’antico in modo diverso, Petrarca e questi uomini sono gli apici più eccellenti di questa generazione che è però ampia che coinvolge anche altre figure, coinvolge la cultura e la politica, infatti si potrà ricordare per arrivare a dire di come Petrarca intenda per primo le rovine come occasione di rinnovamento, non più come segno di una crisi e distruzione ma più di altri intenda le rovine come portatrici di significato di rinnovamento e nuova vita, per contestualizzare si può ad esempio ricordare anche la vicenda di Cola di Rienzo, verso la prima metà del 300 provò a stabilire una sorta di nuovo governo a Roma noto come il Tribuno per antonomasia perché partendo da una disposizione più democratica intendeva liberare Roma dalle ingiustizie e lacerazioni nelle quali era caduta per via delle lotte intestine tra famiglie che Cola chiamava i baroni che si contendevano il potere della città a danno del popolo. Questa situazione romana poi è degenerata anche per effetto della fuga del papato ad Avignone, il papa aveva lasciato Roma preda delle lotte intestine, è uno stereotipo questo tema dovuto alla cupidigia delle famiglie, prosegue come topos, questa grande idea democratica trova una delle figure storicamente più eccellenti in Cola da Rienzo, la sua è una parabola effimera ma sorprendente, apparve come salvatore della patria ma poi rapidamente la sua parabola scende e la sua luce si spegne circondato da polemiche e accuse perché preso il potere ecco che anche Cola diviene vittima e colpevole di desiderio di potere e ricchezza, Petrarca nei confronti di Cola da Rienzo ebbe un sentimento che segue questa parabola, dall’entusiasmo iniziale alla delusione e la polemica, questo anche perché tra le famiglie passate dalle milizie di Cola ci fu quella dei Colonna, famiglia protettrice di Petrarca. A noi importa ricordare Cola da Rienzo perché riuscì a farsi spazio nell’agone politico romano grazie alla sua capacità retorica che si nutriva soprattutto di antichità, di questo desiderio di ritorno all’antico, i suoi discorsi facevano leva sulla grandezza passata di Roma che doveva essere rinnovata e scendendo nel particolare questo rinvio alla grandezza romana era un rinvio che certo faceva riferimento

agli autori della latinità ma anche ai monumenti, le cronache, biografie ecc. che riportano della vita di Cola e dei suoi discorsi sono zeppe di rinvii alle reliquie e rovine romane, Cola di Rienzo aveva una grande capacità antiquaria, sapeva leggere le epigrafi come pochi al suo tempo, le traduceva e le usava come manifesti politici, come esempio infatti si ricorda il ritrovamento di una lastra di bronzo riportante la lex de imperio di Vespasiano, era stata reimpiegata come tavola di un altare in San Giovanni in Luterano, Cola la espone come manifesto per restituire la grandezza romana. Quindi questo esempio è quello di un passato che diventa efficace e vivo nel presente, le testimonianze antiche servono nei suoi discorsi per far risaltare la grandezza antica e la crisi contemporanea, quindi uso strumentale delle rovine che è particolare nei suoi scritti e che è vicino dovendo arrivare a Petrarca. Dunque, questo modo di guardare alle antichità fa sistema con questa visione petrarchesca, la valorizzazione dell’antico che non suscitano più paura o diffidenza come nei secoli precedenti ma nemmeno quella reverenza timorosa o distacco che alcuni precedenti autori di epoca medievale e tardoantica avevano nutrito, la novità di Petrarca e la sua generazione è la capacità di ristabilire un rapporto cordiale con le rovine, un rapporto familiare e amicale che permette il dialogo umanistico. Così come succede con i libri quindi diventa un dialogo come fossero persone vive, i dialoghi ad esempio sono disquisizioni con antichi personaggi, questo dialogo alla pari con i libri avviene allo stesso modo con il rapporto cordiale con le rovine, sono sempre tracce che arrivano dall’antico, noi infatti conosciamo bene che questo rapporto tra Petrarca e l’antico è tutto nuovo per la sua grandezza, tra i passaggi più celebri Petrarca confessa che tra le tante attività cerca di conoscere l’antico, c’è forte delusione per il presente ma più importante la singolarità a questo rapporto privilegiato che Petrarca confessa nei confronti dell’antico inserendosi spiritualmente, non è conoscenza distaccata, non si sente diverso dagli antichi, quindi questa simpatia e presenza viva degli antichi nel presente. Dunque in Petrarca ecco allora che rispetto alle epoche precedenti, troviamo tante descrizioni delle rovine dai suoi scritti, a noi importa sottolineare che queste descrizioni si contraddistinguono per questo nuovo legame che si stabilisce con le rovine, le quali diventano importanti per l’impegno politico e morale di Petrarca, non sono solo il gusto soggettivo del poeta ma sono dotate di senso profondo in funzione del suo impegno poetico e morale, fa delle rovine non un oggetto da museo ma un oggetto dotato di senso profondo in funzione del ritrovamento del mondo nel tempo presente, non hanno quindi solo valore storico ma sono gli elementi di un mondo che si può osservare, spiegare, visitare con la forza della storia ma anche con lo strumento dell’immaginazione e della poesia, qui gli studiosi insistono su questo aspetto importante, Petrarca fa questo recupero in chiave presente dell’antico in quanto poeta, la poesia infatti è ciò che permette di ingaggiare una dialettica con il tempo, così come cancella tutto alla forza del tempo forse può opporsi non la storia ma la poesia, ci piace ricordare questo aspetto perché è fattore determinante nel rapporto con le rovine, se ci tiriamo fuori dal discorso meta critico acquista significato a partire da Petrarca la poesia sulle rovine, esse sopravvivono ma la poesia vince ancora di più, qui si trovano i primi segni di un senso della poesia sulle rovine che permane nei secoli. Quindi per Petrarca come per Cola da Rienzo, le rovine sono elementi che il poeta e l’uomo politico hanno il dovere di riutilizzare vedendo l’antichità come mezzo della propria libertà, in tutto ciò c’è una nuova concezione del tempo, nelle grandi trasformazioni epocali cambia la concezione del tempo, nella mentalità cristiana è un tempo direzionato infinito ma che terminerà in una posizione superiore, per l’uomo moderno il tempo è faccenda problematica, è un tempo che l’uomo deve gestire da solo senza l’aiuto della fede, si arriverà poi al concetto moderno del tempo come durata. Tra le varie testimonianze c’è un passaggio da una lettera di Petrarca proprio per Cola da Rienzo in cui parla proprio delle rovine, sono chiamate a testimonianze e Petrarca affida alle rovine questo compito di insegnare una lezione, in queste poche righe per Petrarca non c’è grossa distinzione tra antichità classiche e quelle cristiane, c’è continuità tra uso antico delle rovine e la dignità delle rovine che hanno trovato nuovo significato nei templi cristiani, il desiderio di Petrarca è questo rinnovamento di significato continuo delle rovine e dunque non c’è soluzione di continuità tra le catacombe e i luoghi dove sono seppelliti i martiri cristiani, dicevamo già come il grande campo

necessaria alla poesia e al pensiero, su questo passeggiavamo Petrarca inizia subito il dialogo con l’amico. Petrarca qui introduce come la sua posizione filosofica sia una posizione che accoglie in maniera eclettica il meglio dalle varie filosofie antiche, questo perché era già stato recuperato dai pensatori della cristianità ed era stato nutrito della verità della fede, quindi Petrarca dice che l’importante per queste posizioni filosofiche sia rispettato il vero della fede, sembra sviare dalle rovine ma teniamo a mente che questo pensiero della verità che deve rimanere nella molteplicità si ritrova nella visione delle rovine che si trovano in epoche differenti, l’importante è che rispettano la libertà dell’individuo che deve distinguere il vero dal falso. Petrarca fa un lungo elenco analitico, un accumulo di rovine, il tutto aperto da questo preambolo con un riferimento alla capacità dell’uomo di cultura libero di scegliere e far propri liberamente gli autori antichi e le tracce del passato, poi arriva subito alla grandezza e alla vastità di Roma, è un rapporto con gli antichi che mette insieme mente e cuore, qualcosa suscita il discorso ma anche la commozione, la cosa che ha fatto discutere è che ciascuna di queste indicazioni non si limita a una indicazione topografica ma viene espressa sintomaticamente con le parole degli antichi, sembrano citazioni, come il fico ruminale ci viene da Livio, sono fonti libresche, è come fosse Livio che sta di fianco a Petrarca e Giovanni Colonna che addita le rovine, non importante se sono viaggi di libri e non cose viste con gli occhi, gli studiosi hanno ricordato che questo modo di Petrarca di elencare (ecco, ecco qui ecc.) riprende il genere delle guide turistiche che elencavano i mirabilia Romae dove realtà e immaginazione si mescolavano e dove l’itinerario non era così efficace e che dovevano accompagnare nella città santa e quindi non elencavano tanto le rovine romane ma le basiliche e i luoghi santi, quindi Petrarca tiene in mente il modello di queste guide medievali. Alle rovine e ai luoghi si sovrappongono poi con continuità naturale i luoghi della cristianità, il paragrafo 14, per esempio, dopo aver descritto la smoderatezza di Nerone ecco che arrivano le rovine e reliquie della cristianità, la storia antica quindi passa alla geografia, alle morti esemplari degli eroi della cristianità, i martiri, dunque all’amico Petrarca confessa la verità, all’intenzione di documentare la grandezza di Roma non si può dare il seguito a un testo scritto, la grandezza di Roma renderà difficile da descrizione su un foglio così piccolo, supera le carte, ricordiamo questa parola perché carte fa rima con arte, parte ecc. quindi la gara tra poesia e tempo, qui troviamo uno dei primi esempi che continuerà nei decenni, Roma è luogo costruito attraverso la storia, poi aggiunge un tema ulteriore, l’invettiva contro l’ignoranza dei contemporanei, gli stessi romani non conoscono la grandezza di Roma, quindi quasi meglio non nascere romano, Petrarca continua a giocare con la retorica del “dov’è Roma”, non è un concetto di memoria solo legata alla conoscenza storica, è questione di virtù etica e morale. La lettera è una delle prime testimonianze della contemplazione di un letterato delle rovine, per questo è così importante, gli studiosi dicono che precedentemente è impossibile trovare questa disposizione, in chiusura della lettera torna su questioni filosofiche con l’amico, intorno al paragrafo 20 insiste sull’importanza dell’argomento di questa lettera, aveva in mente di destinare un’opera specifica a questo argomento, termina in tono minore che riporta la lettera al genere famigliare al quale appartiene, ma sappiamo che Petrarca aveva destinato a questa raccolta tra i suoi testi più importanti. Lezione 4 – 05/03/ Ieri abbiamo ripreso i passi più importanti della lettera famigliare della produzione di Petrarca per dimostrare questa nuova attitudine nei confronti delle rovine, testo paradigmatico esemplare di questa disposizione contemplativa nei confronti delle rovine che sono un paesaggio che si apre nello spirito, memoria, cultura di un umanista e letterato che ricorda e rappresenta come immagine nella sua mente mescolando realtà e libri riprendendo il valore dell’antico che non è solo da ricordare ma che deve servire per presente e futuro, da qui la concezione di tempo di Petrarca, la sua consapevolezza di essere in una prospettiva originale. Oltre a quella lettera che abbiamo letto, certamente tra le varie poesie e testi esemplari, non possiamo non ricordare una delle grandi canzoni petrarchesche, la canzone 53 del

Canzoniere, la canzone Spirito gentil, sono 7 strofe ed è considerata una delle grandi canzoni politiche di Petrarca insieme alla canzone Italia mia, questa altrettanto ha valore politico perché è indirizzata ad una figura politica, è un uomo intorno al quale il poeta costruisce grandi speranze, questa canzone chiede di guardare le rovine e prendere in mano tenendo con sicurezza il governo che gli viene affidato per poter rinnovare gli antichi e rinnovare la grande virtù romana. Il destinatario è quindi un senatore di Roma degno di grandi speranze, è anche un testo che non tratta nel Canzoniere la tematica amorosa, in questi testi rovinistici non è ancora comparsa la donna e l’amore che però arriverà, ancora in questa canzone il tema amoroso che si deve infilare in un discorso lirico intorno alle rovine ancora non c’è. È una canzone sempre stata apprezzata dagli autori antichi, è stato Muratori a commentare e far emergere questa figura che troviamo nella prima strofa, la personificazione dell’Italia che Muratori chiamò figura spiritosa, cioè con spirito, un’Italia gravata da stanchezza che non riesce a sollevare il capo, allora questa Italia vedova aspetta il suo salvatore che viene individuato intorno a questa figura, è un testo dunque che tiene insieme tracce delle fonti che Petrarca poteva adoperare, si ricorda come adoperato il codice delle lamentazioni che costituiscono un micro codice all’interno della poesia, ma anche i testi danteschi, i sesti cantaci politici in particolare quello del purgatorio ma anche le epistole di Dante dove invoca l’aiuto dei cardinali italiani per rinnovare l’Italia. Al centro di questa grande canzone con forte sostanza politica domina la visione delle rovine antiche, le mura che indicano la grandezza antica e che ora invece sono stravolte e ridotte a cenere e polvere, ma anche i fantasmi e la presenza degli antichi eroi romani, spiriti grandi evocati alludendo ai sepolcri della città i quali desiderano la rinascita di Roma, si ricordano gli eroi antichi romani e i sepolcri dei martiri cristiani profanati, c’è un passaggio naturale tra queste due realtà (antichi eroi e martiri cristiani). Nella seconda parte della canzone la vena polemica prende il posto della lamentazione, quindi dal pianto all’invettiva e qui Petrarca bersaglierà facendo i nomi le famiglie romane colpevoli di aver portato alla degenerazione della città e della politica, i commentatori ricordano che questo modo di mescolare pianto e invettiva era già nelle canzoni provenzali, siamo nella prima metà del 300 quindi è ancora fresca la tradizione provenzale che passa attraverso Dante. Chi sia questo spirito gentile in realtà non è poi così chiaro, si è scritto a proposito molte cose, nel 500 si propendeva per la candidatura di Cola da Rienzo, il tribuno del popolo romano che nel 300 tentò la repubblica romana, il problema è che questa ipotesi è irragionevole perché dentro la canzone troveremmo una contraddizione, si biasimano le famiglie dei generi e si ricorda anche che invece Petrarca era favorevole ai Colonna, difficile esaltare Cola da Rienzo e contemporaneamente preservare i Colonna da questa invettiva, furono tra le prime vittime del governo di Cola da Rienzo, aveva fatto massacrare i Colonna presso la porta di San Lorenzo nel novembre del 47, quindi subito scartata questa ipotesi secondo alcuni si potrebbe avallare l’identificazione di tal Bosone da Gubbio che fu nominato senatore su delega da papa Benedetto XII per governare la città, però il personaggio è un personaggio forse troppo piccolo per attribuirgli questo spirito gentile, allora forse l’enigma sta nel congedo della canzone in cui ci sono frasi che hanno fatto discutere intorno a un’altra identificazione, un membro della famiglia Colonna, il padre dei due protettori di Francesco, Stefano il vecchio che era stato senatore nel 1339 , dunque questo vecchio saggio e pensoso, attorno a lui e alle speranze con cui Petrarca aveva circondato la famiglia dei suoi mecenati, poteva funzionare ma ci sono versi ambigui e oscuri, Petrarca dice in pratica di averlo visto fisicamente e questo riferimento alla conoscenza dei due ha sempre ostacolato questa identificazione, però questa individuazione intorno a Stefano Colonna è stata riproposta recentemente. La canzone è un testo che si compone di 7 strofe più congedo, sono tutti endecasillabi tranne un settenario, questa misura dice dell’impegno e importanza del testo, più alto è il numero degli endecasillabi maggiore è la propensione verso l’alto, i versi brevi abbassano il registro. La canzone si riferisce a questo spirito gentile (cioè di sangue e cuore nobile) che muove la persona secondo la tripartizione degli antichi tra spirito, anima e corpo, lo spirito è ciò che regge le azioni della persona, la vita sulla terra era poi considerata un pellegrinaggio, la verga è lo scettro d’avorio che era simbolo dei senatori, i cittadini romani

tanta noi a una marmorea colonna, approfitta del tema delle rovine per citare la sua famiglia protettrice, queste famiglie danneggiano i Colonna e nel farlo danneggiano sé stessi. La parola “sterpi” è un verbo che in rima con serpi richiama inferno XIII, poi questi mille anni riportano più o meno all’età di Costantino, imperatore che aveva congiunto la Roma pagana con quella cristiana, è una visione positiva di Costantino mentre altri lo avevano biasimato per aver mescolato potere temporale con la chiesa, ecco poi l’invettiva di Petrarca, fa riferimento al papa che non si occupa ora di Roma e dunque affida a te questa opera altrettanto importante, ecco che ci avviamo verso la conclusione, Petrarca fa una considerazione più ampia, spesso la fortuna che offende gli uomini si accorda male con i fatti animosi e questo animoso porta con sé il coraggioso, vigoroso e forte come invece è lo spirito di questo nuovo senatore, la sua impresa è chiamata animosa, occorre avere coraggio e forza, ora invece non è così, siccome la fortuna ti ha spalancato la porta si fa perdonare molte altre offese, il poeta preme sulla crisi e al vecchiaia di Roma per mettere enfasi all’impresa affidata a questo salvatore. Le canzoni sono chiuse da un congedo che normalmente riprende la prima parte stilisticamente, qui il poeta si rivolge alla sua stessa poesia, come spesso accade, la saluta e la incarica, uno dei luoghi più curiosi della poesia antica, la incarica di trovare sopra il monte Tarpeio, cioè il campidoglio, questa posizione del cavaliere che sta seduto sopra la rocca pensoso, noi lo immaginiamo contemplare le rovine dei fori e ha a cuore più gli altri che sé stesso e digli che Roma piange sempre chiedendo soccorso da tutti e sette i colli, quindi si chiude riprendendo le rovine, questo pianto e questa invettiva di origine politica si nutre dal punto di vista del significato continuamente dalle rovine. Qui Petrarca secondo quanti non propendono per l’identificazione verso il Colonna starebbe dicendo che lo ha conosciuto e siccome pare non si fossero conosciuti di persona questo farebbe credere che non si riferisca a lui, ma parrebbe che qui stia dicendo con un gioco di parole uno che non lo ha conosciuto, quindi confermerebbe l’identificazione di Stefano il Vecchio perché secondo un topos antico per fama ci si può innamorare, quindi uno che ti ha stimato in virtù della tua fama come deve essere per chi stima, ecco che vengo a chiederti aiuto, secondo questo topos un po’ strano per stimare veramente una persona, la vicinanza non va bene, bisogna tenerla lontana, quindi per questa considerazione così alta meglio non conoscersi di persona, quindi può chiamarlo in causa proprio perché non avendolo conosciuto ha una grande considerazione di lui. Lezione 5 – 11/03/ Non potevamo non fermarci su Petrarca, la sua poesia delle rovine e l’apprezzamento del modo nuovo con cui si accosta ad esse che funziona come apertura della prospettiva dell’umanesimo, quindi pre-umanistica di Petrarca e Boccaccio, quell’attitudine progressista, cioè che guarda in avanti, si appropria delle rovine, vi si immerge con l’animo e le adopera in chiave militante, rovine non piante e osservate solamente ma evocate e riportate in vita dagli spiriti che escono dai sepolcri per impostare e avviare un ritorno alla grandezza antica, questo modello petrarchesco vista la sua importanza che da subito si propone come archetipo della poesia, è un’eredità che ovviamente ritroviamo nel secolo successivo, alla prima metà del 400 nell’ambito di quello che propriamente si chiama umanesimo. In questa stagione gli studiosi dicono le rovine vengono dominate, certamente gli umanisti, uomini con cultura soprattutto a Firenze, Roma e allora questi grandi studiosi acquisiscono anzitutto una conoscenza più esatta dell’antico, quindi dominate perché anzitutto si riescono a recuperare in maniera filologicamente più esatta delle conoscenze e quindi verità che erano mancate in epoca precedente, qui davvero si fa paragone tra queste descrizioni di rovine romane e dall’altro lato le vecchie descrizioni che appaiono superate, quelle che si trovavano all’interno di questi libri, queste guide turistiche per pellegrini che erano nate intorno al XII-XIII secolo per accompagnarli a Roma. Questi testi, i mirabilia, descrivono e indicano le meraviglie di Roma, quindi che suscitano stupore e incanto, ciò che deve accompagnare la conversione dell’anima che si reca in pellegrinaggio attraverso l’osservazione

soprattutto dei luoghi santi del martirio. Erano testi che certamente rispetto alle opere tardoantiche avevano riconciliato Roma con la cristianità, spesso questi libri erano però scorretti nelle indicazioni cronologiche, usi e funzioni degli edifici e così via, spesso erano libri che indugiavano intorno agli aneddoti, quindi non tanto la descrizione della rovina ma la storia di martirio. Questi umanisti che quindi potevano guardare con nuova luce contro il buio dell’ignoranza si prefiggono il compito di sgombrare dall’ignoranza la conoscenza di Roma, attraverso questi testi si irrobustisce quella meditazione intorno all’ignoranza dei romani e alla trascuratezza delle rovine. Tra i nomi che si possono fare Poggio Bracciolini che ci ha lasciato una descrizione di Roma all’interno di uno dei suoi libri più importanti, un trattato in 4 libri di argomento morale, una meditazione intorno alla fortuna, come lei potente, forte e malvagia, incide nel destino dell’uomo, il primo di questi quattro libri è dedicato proprio alla descrizione delle rovine, infatti si immagina che e l’amico Antonio Loschi si trovino all’inizio del 1431 sulla spianata del campidoglio a contemplare le rovine dopo una passeggiata a cavallo e riflettono sulla potenza della fortuna, il tema delle rovine si instilla in questo grande ambito sulla fortuna, la situazione è la stessa di Petrarca con il Colonna e di tanti altri che contempleranno lo spettacolo delle rovine da posizioni elevate, specialmente il campidoglio che ha funzione simbolica. A noi importa l’attacco di questa narrazione, ci importa l’immagine di questi due uomini di cultura che conoscevano la grandezza di Roma avendola letta nei libri e osservano l’ampia vista della città e meditano su ciò che Roma è adesso e ciò che era un tempo. Questo testo di Bracciolini come gli altri che elencheremo fa emergere questo miglioramento dei mezzi di conoscenza dell’antico, effettivamente anche rispetto alle indicazioni di Petrarca, quelle di Bracciolini sono più corrette, questa migliore conoscenza deriva dalla possibilità di poter aver avuto accesso a fonti prima sconosciute, per esempio lo stesso Bracciolini aveva scoperto le opere di Ammiano Marcellino e Frontino, fonti preziose che riportano dettagli ad esempio intorno agli acquedotti romani. Gli studi quindi sottolineano la collaborazione tra filologia e l’archeologia, spesso questi autori infatti sottolineano l’analogia della filologia che riporta in vita i testi antichi che possono essere paragonati a reliquie e rovine, è una sorta di forma mentale quella dei filologi, insistono molto sul valore della piccola traccia, il fatto che siano sopravvissuti dei testi antichi che possono dare informazioni sugli edifici del tutto perduti fa riflettere sul rapporto tra rovine e testi, questi ultimi possono essere copiati e stampati, la filologia dà linfa a quel gareggiamento tra le carte e i marmi, quale dei due è più forte a resistere contro il tempo? A differenza delle rovine, i testi possono essere copiati e salvati, non a caso in questa stagione nascono quelle competenze nella rappresentazione delle rovine, con una enfasi intorno al desiderio di conservare le rovine che non si riflette solo nelle opere ma anche nei disegni e descrizioni. In tutto ciò il tema della memoria è fondamentale, da un lato l’ottimismo del recupero di rovine e testi, dall’altra la polemica nei confronti di chi riduce in polvere queste costruzioni sopravvissute ai secoli, dunque in questo trattato di Bracciolini “Sulla fortuna” riflette sull’ignoranza delle persone che hanno favorito la malignità della fortuna alla quale gli umanisti cercano di porre rimedio portando la verità, nell’umanesimo fiorentino c’è anche uno stampo politico con l’intenzione di convincere i governanti, di renderli più dotti intorno alle rovine affinché possano prendersi in carico col mecenatismo il recupero e conservazione delle rovine, ecco allora che abbiamo lettere e testi scritti per principi, papi, abbiamo pure papa Pio II che scrive un testo in cui promuove la conservazione delle rovine. Quindi nascono in quest’epoca concetti legati alla descrizione tipologica delle rovine, alla distinzione cronologica dei vari tipi, nasce il lessico e la scienza che si occupa della conservazione, per esempio si fissano sequenze tipologiche, un elenco riprodotto con certa regolarità, sequenze tipologiche che si conservano nella letteratura della conservazione delle rovine, quelle dei mirabilia erano diverse, la sequenza indugiava sui luoghi di martirio, le basiliche molto più rispetto a quest’epoca. Altro aspetto che non c’era era l’interesse verso la funzione degli edifici, questi uomini possono anche lavorare sull’uso riservato a questi edifici, Poggio Bracciolini è anche poi quasi il padre dell’epigrafia moderna, usa le epigrafi per datare, identificare i documenti tanto che già ai suoi tempi ricorda con certa ironia l’uso della tavola di Cola da Rienzo. Quel primo libro del trattato di

vista cronologico si può assegnare ai primissimi esercizi lirici di Castiglione, probabilmente risale al 1503 quando Castiglione si trova a Roma e lì viene a contatto per la prima volta con le rovine romane e ne ricava questa dimensione di sorpresa e meraviglia che poi ritroverà dieci anni dopo quando alla morte di Giulio II è mandato come ambasciatore del duca di Urbino e lì potrà trattenersi a Roma per più tempo entrando a contatto con Bembo e artisti come Raffaello, Michelangelo, infatti viene ricordata una lettere scritta a Leone X insieme a Raffaello datata prima del 19 in cui i due collaborano per esortare il papa a conservare e restaurare le rovine, i due stigmatizzano le distruzioni e l’ignoranza portata dai romani, riprendono il tema che arrivava dai secoli precedenti, la vicenda della lettera è anche entusiasmante, nei secoli è stata attribuita solo a uno o all’altro, l’importante è ricordare la sintonia tra Castiglione e Raffaello. Il sonetto è uno dei più antichi, infatti la traduzione manoscritta ne riconosce la paternità, questa datazione al 1503 viene confermata anche alla luce delle precocissime imitazioni, questo sonetto viene presto imitato dai contemporanei come Pietro Aretino il cui testo è stampato già nel 12, addirittura nella tradizione è stato inserito anche nello Zibaldone di Sannazzaro. Il testo è stato commentato ripetutamente dai principali autori, dal punto di vista sintattico, della disposizione dei contenuti lungo la sintassi del testo, denuncia una disposizione ordinata dei contenuti rispetto alle strofe, cioè abbiamo 4 periodi che corrispondono alle quattro strofe, abbiamo una apertura chiaramente evocativa con questi forti vocativi iniziali che apostrofano direttamente le rovine antiche, ben due vocative all’inizio che poi vengono allargati al secondo verso e poi vengono ripresi all’inizio della seconda strofa, questa simmetria viene poi ripresa ma per opposizione sempre restando alle quartine nei versi finali di ciascuna quartina, questo riferimento alle anime eccelse e pellegrine in chiave positiva viene ripreso in modo negativo all’ultimo verso della seconda quartina, quindi queste rovine sono ridotte a favola per colpa del volgo vile, c’è simmetria che lega la struttura delle due quartine grazie ai vocativi positivi e al riferimento stabilizzante rispetto al volgo che le trascura e non le conserva, la prima terzina poi presenta un corollario, cioè il tema del tempo, della guerra che il tempo porta alle opere, l’ultima terzina è quella sorprendente, che spiazza, ha sempre colpito i lettori perché è una terzina che produce sconcerto, un evidente ribaltamento perché quella potenza del tempo che corrompe tutto e che dunque manda a morte tutto, qui invece in maniera euforica viene evocato come auspicato e desiderato come colui che può porre fine al tormento, quindi qualcosa di positivo anche se nel segno di una fine. C’è sproporzione nei commentatori tra le due parti del componimento, c’è sproporzione di 3 a 1, è una sproporzione che rievoca i moduli sproporzionati degli epigrammi antichi che si chiudeva con il concetto ingegnoso, è questo tipo di forma che verrà mantenuta nella lirica barocca. Questa soluzione formale in realtà è stata contestualizzata come quella frattura e dramma proprio di Castiglione tra la storia e il destino dell’uomo, tra l’esperienza politica e sociale da un lato e dall’altro l’esperienza individuale e personale, il tema dell’amore in Castiglione che è tema trattato dalla personalità in maniera sincera e particolare, c’è una frattura tra la dimensione esteriore e quella interiore che permette di vedere questo scatto finale come verità e non come letteratura. Il componimento ha un modulo incipitario di attacco nei vocativi molto ripetuto nella tradizione lirica, cioè, scrivono inizi del genere Sannazzaro, Lorenzo il Magnifico ecc. è quindi un modulo molto ripetuto, i superbi colli è un riferimento e che identifica in maniera sicura e certa le rovine. Il riferimento poi alle rovine sacre rinvia ad alcuni autori per esempio Boiardo, questo modo di ricordare le rovine come sacre e poi subito dopo ricordare anche la mentalità comune che invece non le coltiva si ripete, si codifica e si fissa nella lirica la coppia di sacralità fatta favola. Lezione 6 – 12/03/ Torniamo sul primo sonetto di Castiglione e farlo dialogare con altri sonetti visti in parallelo con esso, sonetto composto da Castiglione nel 1503 quando si reca a Roma per la prima volta, è componimento giudicato in vario modo durante gli anni, una certa stagione della critica ne aveva sottolineato in chiave

negativa l’eccessiva letterarietà, questo suo essere composto di rinvii e tessere che dialogano con altri autori, noi sappiamo che si tratta di imitazione e non di furto, altri studiosi di altre epoche come Muratori lo riteneva bellissimo e poi venuta la stagione degli studi filologici e storici più rigorosi ne sono stati restituiti la giusta inquadratura, è posto in prima posizione anche per l’altezza storica, primo spettacolo delle rovine che si presenta al poeta. È un componimento che dal punto di vista della struttura isola nelle quattro strofe quattro concetti, nella prima strofa il poeta si rivolge direttamente alle rovine che vengono evocate per ben due volte, con questo “e voi” fissa un modulo che nella lirica si ripete. La seconda metà della prima quartina introduce subito una sfumatura un po’ meno trionfante, di lamento, nelle rovine ci stanno le reliquie miserande, cioè degne di pietà, non è un aggettivo negativo ma questa ulteriore evocazione porta con sé una sfumatura negativa nel contrapporre quella che è comunque una rovina, noi lettori abbiamo appena letto che il grande nome di Roma è consegnato solo a quelle rovine, quindi portiamo con noi il senso e il rammarico per la grandezza antica e il compito importante che le rovine conservano, mantenere le reliquie che sono anche quelle dei martiri, quindi la prima quartina la possiamo contrassegnare in senso positivo perché le rovine sono degne di pietà, nella seconda strofa continua l’evocazione e quindi resta in collegamento con la prima tenendo il segno positivo, il termine trionfale rientra nel codice classicista delle rovine, il poeta conclude i due versi con l’aggettivo “liete” e ancora una volta nella seconda metà della quartina non può che riconoscere queste grandi rovine trasformate in cenere e poi questo ultimo verso che è forse il più curioso quando scrive “e fatte al volgo vil favola al fine”, significa che alla fine purtroppo siete ridotte come una favola al volgo vile, questo vile lo dobbiamo necessariamente legare all’attributo volgo, questo verso accentua riprendendo la nota amara che dicevamo prima e la concretizza, le rovine sono grandiose e trionfali ma sono ridotte in cenere e in più sono anche fatte favola. Questo verso 8 riprende opponendosi il tema della fama, dell’onore e della considerazione che gli uomini fanno delle rovine, per commentare questo verso si ricordano due altri passi, il primo viene dal Convivio di Dante dove riconosce una differenza tra quello che è il giusto onore e dignità delle pietre e delle mura che restano e però allo stesso tempo riconosce che gli uomini non sempre predicano e approvano tale onore, le biasimano e non le tengono in giusta considerazione, il punto di questo verso gira intorno al sostantivo “favola” che è pieno di significato nella lingua letteraria, sono le favole degli antichi e quindi ciò che non corrisponde al vero perché circondato di superstizione o ignoranza, uno degli aspetti più presenti nel verso di Castiglione, tra l’altro questa accezione viene confermata da una testimonianza d’autore, dalla lettera a Leone X che scrive con Raffaello in cui fa riferimento alla tanta ignoranza e favole che si leggono negli scritti che trattano degli edifici e chiede al pontefice di fare chiarezza per il restauro degli edifici, quindi favolose è un termine ricco di significato perché a tutti viene in mente l’inizio del Canzoniere di Petrarca in cui emerge la situazione psicologica del poeta, dal punto di vista del codice della lirica dove ci troviamo evoca in qualche modo anche la figura dell’amore. Nel seguito del componimento Castiglione procede aggiungendo un paio di corollari, nella terza strofa il nostro poeta aggiunge un elemento, dopo aver osservato il contenuto delle quartine il poeta afferma che il tempo atterra tutto, per tre volte è ripetuta la parola “tempo”, nel primo verso ce ne sono due, così sebbene per una piccola porzione di tempo le opere famose fanno guerra al tempo, tuttavia a passo lento il tempo atterra insieme le opere e i nomi, anche il termine “passo lento” è un termine petrarchesco per indicare il peso e la stanchezza che spinge verso il basso l’animo del poeta, lento è spesso in coppia con tardo a intendere lento perché pesante, quindi noi dobbiamo aggiungere questo significato del peso perché abbassa le altezze, le opere sono le costruzioni degli uomini e i nomi sono la loro fama, dunque la prima conclusione è che le rovine almeno per un po’ riescono a mantenere il nome e la gloria ma il tempo alla fine vince su tutto. Così arriviamo al punto di maggiore pessimismo, questa conclusione amara e negativa si rovescia improvvisamente nell’ultima terzina perché partendo da questa constatazione raggiunta in maniera così inequivocabile, ecco allora che forse potrà porre fine ai tormenti amorosi, è un paradosso, la scrittura paradossale che lavora con le figure retoriche della logica per spingersi

aggiungiamo una considerazione, il nostro poeta arriva a concludere in maniera quasi automatica, siccome Roma è la cosa più eterna che esista ed è finita allora tutto finisce e non si può sperare nell’amore della donna possa durare, noi possiamo apprezzare l’importanza della conclusione, cioè al poeta non importa delle rovine in questo sonetto, il suo obiettivo è restare all’interno del contenuto erotico e amoroso, questa sterzata finale è solo apparentemente brusca e immotivata non solo perché si tratta di un testo inserito in una struttura di argomento amoroso, il contesto dei singoli sonetti è importante per dare loro significato, in questo caso è Roma che si presta al tema amoroso che è più importante ed esclusivo per il poeta, quindi non è il tema rovinistico che prende l’alfabeto della lirica, in questo caso è il contrario, è lo svolgimento sillogistico che ci aiuta a capire questa cosa perché senza questo finale il componimento non funziona ma ha senso, al di là delle proporzioni il grande significato sta nel finale, il componimento adopera moduli poetici che Boiardo usa spesso per parlare dell’amore come quando racconta questi mutamenti della città usando elementi e immagini poetiche usatissime per indicare mutamenti avvenuti nell’amante o questo montaggio tra momenti positivi e momenti negativi, sono moduli nel codice amoroso della lirica che qui troviamo camuffati nel discorso sulla città di Roma, in qualche modo questa esatta comprensione del sonetto di Boiardo ci aiuta ad aggiungere quella sfumatura di significato che ci premeva nel sonetto di Castiglione, quel “favola” è un elemento che non centra con Roma ma è molto più adatta a un contesto lirico amoroso che non può che arrivare da Petrarca, quindi si insinua sempre più prepotente il tema amoroso, chiaramente non di un amore ridotto a romanzetto ma l’amore nell’accezione grandissima che porta anche a salvezza, è per questo che è sorprendente il sonetto di Sannazzaro perché è più convenzionale. Sannazzaro compone questo sonetto cronologicamente in parallelo a quello di Castiglione, a inizio 500, ci sono tessere di scambio tra i due componimenti che dimostrano un dialogo tra i due testi, l’uno ha letto l’altro, a chi spetti la precedenza resta un mistero, lo dimostrano gli incroci testuali e anche il fatto che non sono della stessa idea i due poeti e quindi o il giovane Castiglione manda al più vecchio Sannazzaro il componimento e questo gli risponde volendo istruirlo o il contrario. La prima quartina ricorda molto le quartine del sonetto di Castiglione e così anche la seconda in cui c’è un “ma” fortissimo, nonostante tutto viene distrutto dal tempo che corre, la fama immortale dura al trascorrere del tempo, c’è qualcosa che riesce ad opporsi, cosa che mancava in Castiglione, si percepisce la fisionomia umanistica di Sannazzaro, quella luce che esce dai sepolcri che è quella della fama che resiste per l’eternità, anzi, più passa il tempo e più brilla, si tocca con mano l’intenzione di esprimere qualcosa di diverso rispetto a ciò che abbiamo letto nel sonetto di Castiglione, siccome tutto è destinato a venire meno, dunque bene chi trascorre la sua vita a rincorrere la fama e la gloria perché non passeranno mai, quindi nel sonetto di Sannazzaro mancano le note di amarezza per la caduta di Roma o il biasimo per l’ignoranza della gente, è tutto un incoraggiamento nella strada della virtù, quindi le rovine conservano la memoria degli spiriti grandi e anche quando quelle rovine verranno meno, la memoria degli spiriti grandi potranno andare avanti, dunque è un sonetto di impostazione morale, le rovine sono ammaestramento alla virtù, Castiglione e prima Boiardo avevano infilato qualcosa di più inquieto attraverso il tema amoroso. Lezione 7 – 18/03/ Con settimana scorsa abbiamo concluso la panoramica sui testi relativi alle rovine in tema letterario per quanto riguarda pre-umanesimo, umanesimo e primo rinascimento vedendo testi fondamentali di Castiglione, la linea Petrarca-Castiglione con anche un po’ Sannazzaro è sempre ricordato tra i testi archetipo di questa poesia. Possiamo quindi spostarci in avanti di mezzo secolo e andare alla stagione che ci riguarda, del tardo rinascimento o primo barocco della letteratura tra 5 e 600, nel nostro caso si è soliti ricordare la data di morte di Tasso, nel 1595, si vede quella data come spartiacque, in realtà è una data molto comoda e funzionale, infatti per una serie di motivi i primi decenni del 600 fino alla stagione

barberiniana matura (anni 20-40), quindi i primi due decenni sono quelli che insieme agli ultimi anni tassiani è un’epoca che non funziona come epoca di pieno rinascimento ma nemmeno in una certa idea di barocco, natura baroccheggiante che invece si identifica con Tesauro nel mezzo del 600, è un’età di mezzo che nella classificazione si chiama autunno del rinascimento o manierismo, quest’ultima accezione arriva dal mondo artistico, questo per dire che andando a leggere i testi di questi primi decenni del 600 non possiamo prescindere da Tasso, è vero che muore nel 95 ma è un autore col quale fanno i conti tutti i poeti che scrivono nei primi 30-50 anni del 600, allora dobbiamo leggere una serie di testi tassiani. Il più semplice criterio nel nostro caso è il taglio tematico, si potrebbero cioè individuare quattro micro generi : il genere sepolcrale o cimiteriale, un genere antiquario, uno rovinistico di tipo meditativo/morale e uno meta poetico , il genere sepolcrale è quello che usa le rovine per ricordare, piangere o fare l’encomio di un defunto, tra i più diffusi perché non manca poesia funeraria che non ricordi la gloria del defunto che riecheggia il grande antico splendore degli eroi romani, tanto importante questa vena sepolcrale da far scrivere nei primi del 900 che questo genere si deve distinguere nettamente dal tema delle rovine perché nel genere sepolcrale prevale la lode dell’individuo su quella delle rovine, in realtà scopriremo che questa struttura forse funziona se intendiamo questo genere sepolcrale in un’accezione romantica. Il secondo è il genere antiquario, cioè che implica gli studi di antiquaria, poesia che ha per oggetto gli oggetti antichi, e questo sì che è tutto barocco, quindi legato al fenomeno museale del collezionismo. Il terzo è quello classico, la poesia rovinistica delle rovine, cioè quello che abbiamo visto finora, genere che nasce ed esprime la meditazione sulle rovine, sul tempo che passa, sulla virtù che è deperita, che invita all’eroismo ecc., è il genere più vicino a quello della lirica, che guarda l’introspezione del poeta in modo profondo. Il quarto è quello più anticonformista, chiamato meta poetico o meta letterario, è quel genere di poesie che trattano le rovine né per parlare del poeta né per omaggiare qualcun altro o per ricordare le rovine ma per omaggiare la poesia, ha per argomento la poesia stessa, avevamo ricordato che i poeti a un certo punto arrivano a dire che la parola è superiore alle cose, che la poesia e la scrittura riesce a sconfiggere il tempo, è il genere che incontreremo ad esempio in Marino, quello che infatti si muove, cerca e trova la natura e il valore della poesia dentro la letteratura. Partiamo dal genere sepolcrale, la prima ad essere morta e defunta è Roma, quindi molte delle poesie rovinistiche tra le più famose ed esemplari celebrano la morte di Roma, sono testi, cioè, che potrebbero figurare come scolpiti nella lastra tombale della città, qui si richiama un certo tipo di testo tra epitaffio, epigramma, consolatio, sono tutte etichette che si usano per commentare, leggere ma anche per scrivere la poesia dedicata ai morti, ritroveremo la forma epigrammatica nel sonetto di Preti e nei suoi modelli e imitatori, l’epitaffio è un’iscrizione sepolcrale spesso in forma di breve componimento in versi che per lo più contiene anche le lodi del defunto, a volte può anche essere esagerato e contenere espressioni scherzose, soprattutto negli antichi poteva mettere alla berlina e stigmatizzare un aspetto particolare del defunto, sia l’epitaffio che l’epigramma possono mantenere una punta scherzosa, l’epigramma è un breve componimento in versi che nasce originariamente come iscrizione di tipo funerario e poi si specializza nel fermare il ricordo di una vita, un’impresa, un’offerta, più dell’epitaffio ha mantenuto il carattere caricaturale, spesso una connotazione politica che fa satira del costume si traduce in un rapido ritratto o quadretto, quindi si ferma in un’immagine un momento della vita del defunto, in entrambi i casi si tratta di omaggiare in modo incisivo chi è morto, l’epigramma rispetto all’epitaffio mantiene più da vicino il modello dell’epigrafe tombale, in altre parole si intende come scolpito, deve avere queste doti di efficacia icastica che gli derivano dalla sua evidenza a volte anche fisica, abbiamo in mente la lastra tombale. Il componimento di Girolamo Preti è un sonetto che lo si può intendere come l’iscrizione tombale di Roma, è un componimento che verrà pubblicato nell’edizione definitiva a metà anni 20, come datazione si può indicare il 1618, è un componimento tra i suoi più celebri, lo stesso Muratori lo giudicava bello, ne

porterà alla disputa Orsi-Bourres. Già possiamo quindi intuire la prospettiva con cui Du Bellay guarda alle rovine romane che aveva visto coi propri occhi, compie questo viaggio a Roma nel 1553 al seguito di uno zio cardinale e lascia una serie di sonetti romani, 33 sonetti dedicati a Roma, un piccolo libro che si fissa nella tradizione della poesia dedicata a Roma, molti evocano le rovine e altri invece hanno più un contenuto di taglio polemico lamentando la corruzione della corte romana ma le rovine ovviamente si disseminano in questi sonetti, il libro dei 33 sonetti è dedicato al re di Francia a cui augura che in futuro gli dei possano dare tanta fortuna da poter costruire in Francia la grandezza romana, la prospettiva ideologica lamenta e piange la distruzione di Roma e calca questo aspetto proprio per la traslazione di Roma a Parigi, la poesia rovinistica di Du Bellay si rivolge alla grandezza insuperata degli antichi ma contemporaneamente la traslazione di Roma altrove, a noi quindi interessa questa differenza ma leggendo un testo chiaramente modellato su Vitale, questo interpello al viaggiatore è un modulo che inserisce questi componimenti mentre rievoca gli appelli al lettore, modulo di riferimenti a un interlocutore esterno qui si incontra con quel genere dei mirabilia romae, le guide turistiche di Roma, qui infatti si rivolge a quel turista e pellegrino che secondo la letteratura medievale doveva leggere i testi che spiegavano le rovine romane. Tra gli attributi della città romana troviamo il Tevere, grande simbolo della città, è come dire impossibile cercare di fissare ciò che verrà distrutto, solo chi fugge al tempo sopravvive, è un verso che strizza l’occhio al desiderio di spostare la sede di Roma altrove o comunque dal desistere di cercarla dove non c’è, questo Du Bellay che era molto noto, Preti non nasconde la fonte, lo imita nel senso letterario del termine, non è l’unico Preti a copiare, guardare e usare Du Bellay, c’è addirittura un autore minore, Bernardino Baldi, figura interessante di letterato di fine 500, pubblica una serie di componimenti chiamati componimenti romani, circa una sessantina dedicati a Roma, per ricordare la moda della fortuna invece ricordiamo De Quevedo concettista spagnolo che lascia una serie di componimenti tra cui uno che guarda a Du Bellay, un componimento che cronologicamente è coetaneo del sonetto di Preti, il testo è pubblicato nel 1648, ma De Quevedo era in Italia dal 1613, entra nelle stesse frequentazioni di Preti e quindi possiamo definirlo barberiniano, è un letterato spagnolo ma che frequenta gli stessi ambienti di Preti, i commentatori non hanno ancora capito quale dei due sonetti viene prima, di sicuro si riecheggiano e guardano al modello di Vitale attraverso Du Bellay, è inoltre un componimento famoso quello del De Quevedo tradotto in Inglese entrando nella letteratura anglosassone. Questi insiemi componimento servono come esempio per inserire nel primo tema sepolcrale la morte di Roma, questo è uno spazio nella poesia sepolcrale, tornando al genere più tradizionale poi le rovine compaiono nei testi in morte di qualcuno, non manca testo funebre che non evochi almeno un arco, una colonna, un marmo, anche perché l’associazione è il marmo antico che rimanda a Roma, automatismi che si ritrovano in molte poesie dell’epoca, così veniamo a Tasso, leggeremo qualche componimento tassiano, gran parte della poesia tassiana manca di commento, di oltre 1700, centinaia sono le poesie che Tasso scrive di tipo encomiastico, quindi dedicate a qualcuno, molte delle quali sono dedicate alla morte di qualcuno, tra le più significative pensando alle rovine abbiamo questa canzone che Tasso scrive per piangere la morte di Ercole Gonzaga, è una canzone che intende lodare il defunto cardinale che muore nel 1563, cardinale della famiglia dei signori di Tasso, il componimento è da collocare in quella data, è un Tasso giovanissimo con meno di vent’anni, è quindi uno dei componimenti più antichi, è all’inizio delle poesie encomiastiche, quindi abbiamo un assaggio della lirica del Tasso giovane, è una canzone che avrebbe composto per partecipare a una silloge funeraria, si componevano queste antologie funebri, Tasso viene coinvolto ma in realtà la poesia non finisce in questa antologia ma siamo certi che il contesto è questo, la canzone viene poi inclusa nel libro che Tasso dedica alle rime d’encomio. Sono 11 strofe di endecasillabi settenari più il congedo, noi prendiamo solo le sezioni che nominano le rovine, è una canzone che prende spunto dalla lode per Ercole Gonzaga ma finisce per encomiare un’altra persona, Annibale nipote di Ercole che nel 63 aveva preso i voti chiamandosi Francesco, quindi all’inizio piange la morte di Ercole e poi evoca la figura del nipote che raccoglie il testimone dello zio e quindi a lui si dà l’obiettivo di rialzare le sorti della

città, si immagina che a un certo punto Ercole appaia in sogno al nipote, lo conforti e lo convinca a prendere la strada giusta, sconfiggere i nemici della chiesa, Ercole Gonzaga è infatti tra i cardinali che partecipano al concilio di Trento quindi tra le lodi da fare al defunto viene ricordata proprio la guerra agli eretici e allora Francesco riceve questo mandato di sconfiggere i nemici della chiesa che in questo contesto diventano i nemici di Roma che per l’infedeltà dell’uomo e la tentazione del demonio, a noi importa che il destino della chiesa è qui figurato attraverso le rovine di Roma, è un epicedio, cioè un canto in presenza della salma, l’epicedio ha origini popolari, nasce dalle veglie, dai canti, dalle veglie in presenza del defunto, la consolatio invece si distingue dall’epicedio perché il destinatario non è direttamente al defunto ma ai vivi per consolarli, è anche una distinzione formale, l’epicedio indica un genere poetico, un canto, la consolatio si riferisce al contenuto. Il nostro componimento è quindi una canzone destinata a esaltare la lode del defunto ma poi si rivolge al vivo e in questo modo realizza la sua evocazione encomiastica, neanche farlo apposta il defunto si chiama Ercole, quindi il poeta approfitta per giocare intorno al nome del grande eroe dell’antichità, subito la personificazione dell’Italia che è il paese della chiesa, i lupi ci ricordano le famiglie romane che venivano simboleggiate in questo vestiario, nelle memorie della canzone che qui viene costruita è presente il ricordo della canzone petrarchesca, tutta Roma mostra i segni del suo dolore, l’Italia piangendo tanto ha riempito i fiumi, addirittura viene interpellata l’eco che sente ripetere lamenti come mai aveva fatto, poi la geografia si stringe sulla città di Roma, il segno maggiore per la perdita di Ercole compare lì, il poeta fa un salto all’indietro e per rappresentare la distruzione di Roma evoca un fatto del passato, l’incendio romano provocato da Nerone, colpevole di aver sparso le fiamme voraci che ardono colonne, archi e templi e tutto ciò che prima avevano innalzato gli antichi augusti, la rabbia vorace di Nerone poté placarsi solo col sangue dei martiri cristiani, Nerone è ricordato quindi come la serpe, figurazione diabolica quasi dantesca, nemico dei cristiani e che ha distrutto la città di Roma. Lezione 8 – 19/03/ Ieri abbiamo lasciato il pieno rinascimento ricordando come in ogni caso la poesia classicista di Papa Leone X abbia fatto da ponte per traghettare quel modulo tombale relativo alla città di Roma con quell’epigramma ripreso da Du Bellay diffuso in Europa nella seconda metà del 500, ecco che da questa base di condivisione che fissa già gli aspetti e i caratteri di una comunità sovranazionale di letterati e umanisti che trova nel tema delle rovine uno degli strumenti più efficaci di comunicazione, stessa cosa per cui il latino permette il dialogo e la costruzione di quella comunità europea che si chiamerà la Repubblica delle Lettere e il tema delle rovine è stato ricordato essere uno degli strumenti di comunicazione e condivisione più efficace. Il culto dell’antico diventa un mezzo per parlare anche di altro, questi umanisti si specializzano eventualmente anche in altre discipline (politico, diplomatico, scientifico, storico, filologico, artistico ecc.) ma prendevano occasione di stabilire un contatto attraverso la circolazione e lo scambio di rovine e antichità, quindi il reperto, l’iscrizione, il disegno di un coccio o un vaso era il pretesto per chiedere un parere o stabilire un contatto, assolve quindi una funzione fatica, tanto strumentale l’uso dell’antiquaria tanto da allargarsi nel commercio dei falsi spesso noti come tali anche, tra le varie discipline anche la scienza, quindi sappiamo che uno dei capitoli più importanti del capitolo del 600 è la nuova disciplina scientifica galileiana che viene patrocinata dall’Accademia dei Lincei e molti degli esponenti di questa prima scienza sperimentale in realtà erano figure che commerciavano anche in reperti. Allora ieri abbiamo ricordato come questo genere sepolcrale funebre sia pervasivo perché il marmo sta al posto della tomba tanto che addirittura molti componimenti dedicati alle rovine romane sono gli epitaffi della città di Roma, Tasso dunque si esercita altrettanto nel genere rovinistico, si trovano in abbondanza adoperate le rovine per assolvere a quelle quattro categorie, il primo esempio che abbiamo iniziato a leggere ieri è la canzone In morte di Ercole Gonzaga, canzone che si pone come un epicedio, quindi un canto in presenza della salma perché scritto a