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Nagarjuna e la vacuità, Prove d'esame di Filosofie Orientali

Nagarjuna e la dottrina della vacuità

Tipologia: Prove d'esame

2023/2024

Caricato il 06/12/2025

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Edoardo Disisto
LA DOTTRINA DELLA VACUITÀ IN NĀGĀRJUNA
Nel II sec. d. C. Nāgārjuna, fondatore della scuola buddhista mādhyamika, elabora una
dottrina della vacuità che avrà un’influenza determinante per gli sviluppi del
Buddhismo successivo, in particolare sul Buddhismo Mahāyāna.
Nāgārjuna, a partire dall’insegnamento di alcuni testi della Prajñā-Pāramitā, in
particolare il Sutra del cuore della Perfezione di Sapienza, estende il concetto di
vacuità, che nel Buddhismo delle opere più antiche era associato alla non-sostanzialità
di un sé anegoico, agli elementi ultimi della scomposizione del reale, i dharma. Per il
pensatore mādhyamika, infatti, i cinque aggregati, i dharma e tutte le cose sono privi di
natura propria e, non avendo un’essenza definibile, non sono indipendenti, ma
relazionati. Da qui la tesi della interdipendenza dei fenomeni, erede dell’antica dottrina
della “coproduzione condizionata” che afferma, in definitiva, che tutto ciò che è
prodotto è, in realtà, co-prodotto, condizionato: «quello che è la co-produzione
condizionata, questo appunto è per noi la vacuità».1 Rispetto a questa tesi la vacuità si
presenta innanzitutto come una radicalizzazione della concezione dell’inessenzialità
delle cose.
La principale opera di Nāgārjuna è la Mādhyamika-kārikā: già nel titoloLe stanze del
cammino di mezzo è evidente il richiamo alla nozione di mezzo, medietà, “via
mediana”. Muovendo da una reinterpretazione dell’insegnamento del Buddha, il quale
aveva praticato una “via intermedia” tra la mortificazione del corpo e gli eccessi
mondani, Nāgārjuna conclude che medietà è vacuità, intesa come oltrepassamento delle
coppie degli opposti: nella vacuità, cioè, c’è un superamento della coppia esiste-non
esiste e si nega anche la differenza tra samsara e nirvana. Nel sopraccitato Sutra del
cuore il bodhisattva, che vede vuoti i cinque aggregati e i dharma, non avendo
costruzioni mentali, ottiene stabilmente il nirvana pur essendo nel samsara, grazie al
suo non ottenere. In questo senso per Nāgārjuna samsara e nirvana arrivano a
coincidere, in quanto la coppia di opposti è ormai superata.
Sembrerebbe, a questo punto, che perfino le “quattro Nobili Verità” siano vuote:
Nāgārjuna, infatti, distinguendo due piani di verità, ritiene che l’insegnamento del
Buddha sia utile, ma provvisorio, e, in quanto tale, corrisponderebbe a un livello di
verità relativa, attraverso il quale passare per raggiungere la realtà assoluta. Presentando
l’insegnamento del dharma buddhista come vuoto da un punto di vista assoluto, la
vacuità, che esprime la libertà dal condizionamento, è, inoltre, assolutezza.
Infine, la vacuità è estesa ai mezzi di conoscenza: nel Vigraha-vyāvartanī il filosofo
nega la validità dei mezzi di conoscenza, dei quali non si può dire che siano esistenti e,
quindi, non permettono di stabilire la verità assoluta delle cose.
1 GNOLI, Raniero: Nāgārjuna, Le stanze del cammino di mezzo (Mādhyamika-kārikā XXIV.18),
Torino, 1961.
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Edoardo Disisto

LA DOTTRINA DELLA VACUITÀ IN NĀGĀRJUNA

Nel II sec. d. C. Nāgārjuna, fondatore della scuola buddhista mādhyamika, elabora una dottrina della vacuità che avrà un’influenza determinante per gli sviluppi del Buddhismo successivo, in particolare sul Buddhismo Mahāyāna. Nāgārjuna, a partire dall’insegnamento di alcuni testi della Prajñā-Pāramitā , in particolare il Sutra del cuore della Perfezione di Sapienza , estende il concetto di vacuità, che nel Buddhismo delle opere più antiche era associato alla non-sostanzialità di un sé anegoico, agli elementi ultimi della scomposizione del reale, i dharma. Per il pensatore mādhyamika, infatti, i cinque aggregati, i dharma e tutte le cose sono privi di natura propria e, non avendo un’essenza definibile, non sono indipendenti, ma relazionati. Da qui la tesi della interdipendenza dei fenomeni, erede dell’antica dottrina della “coproduzione condizionata” che afferma, in definitiva, che tutto ciò che è prodotto è, in realtà, co-prodotto, condizionato: «quello che è la co-produzione condizionata, questo appunto è per noi la vacuità ».^1 Rispetto a questa tesi la vacuità si presenta innanzitutto come una radicalizzazione della concezione dell’inessenzialità delle cose. La principale opera di Nāgārjuna è la Mādhyamika-kārikā : già nel titolo – Le stanze del cammino di mezzo – è evidente il richiamo alla nozione di mezzo, medietà, “via mediana”. Muovendo da una reinterpretazione dell’insegnamento del Buddha, il quale aveva praticato una “via intermedia” tra la mortificazione del corpo e gli eccessi mondani, Nāgārjuna conclude che medietà è vacuità, intesa come oltrepassamento delle coppie degli opposti: nella vacuità, cioè, c’è un superamento della coppia esiste-non esiste e si nega anche la differenza tra samsara e nirvana. Nel sopraccitato Sutra del cuore il bodhisattva, che vede vuoti i cinque aggregati e i dharma, non avendo costruzioni mentali, ottiene stabilmente il nirvana pur essendo nel samsara, grazie al suo non ottenere. In questo senso per Nāgārjuna samsara e nirvana arrivano a coincidere, in quanto la coppia di opposti è ormai superata. Sembrerebbe, a questo punto, che perfino le “quattro Nobili Verità” siano vuote: Nāgārjuna, infatti, distinguendo due piani di verità, ritiene che l’insegnamento del Buddha sia utile, ma provvisorio, e, in quanto tale, corrisponderebbe a un livello di verità relativa, attraverso il quale passare per raggiungere la realtà assoluta. Presentando l’insegnamento del dharma buddhista come vuoto da un punto di vista assoluto, la vacuità, che esprime la libertà dal condizionamento, è, inoltre, assolutezza. Infine, la vacuità è estesa ai mezzi di conoscenza: nel Vigraha-vyāvartanī il filosofo nega la validità dei mezzi di conoscenza, dei quali non si può dire che siano esistenti e, quindi, non permettono di stabilire la verità assoluta delle cose. (^1) GNOLI, Raniero: Nāgārjuna, Le stanze del cammino di mezzo (Mādhyamika-kārikā XXIV.18 ) , Torino, 1961.

E, in virtù del suo atteggiamento di rifiuto rispetto alla validità di ogni tesi positiva, Nāgārjuna, anche per difendersi da eventuali accuse e obiezioni, sottolinea che la stessa dottrina della vacuità è da intendere come antidottrinaria per evitare che essa diventi una tesi pericolosa poiché «la vacuità, male intesa, manda in rovina l’uomo di corto vedere […] ». 2 La via mediana da lui proposta, infatti, si inserisce a eguale distanza sia dall’eternalismo sia dal nichilismo più estremo, superandoli entrambi. (^2) Ivi , 11.