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Nagarjuna, La dottrina della vacuità, Esercizi di Filosofie Orientali

Elaborato su Nagarjuna Elaborato su Nagarjuna , elaborato per l'esame di Filosofie dell'India e dell'Asia orientale del professore Saverio Marchignoli.

Tipologia: Esercizi

2020/2021

Caricato il 24/01/2021

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Prof. Saverio Marchignoli
23 novembre 2020
Nāgārjuna
La dottrina della vacuità
Nāgārjuna ( circa 150-200 d.C) fu una personalità filosofica tra le più influenti
dell’India antica, nato nell’India meridionale su di lui esiste una nutrita
tradizione agiografica dalla quale poco si può trarre per ricostruire la sua
biografia. Gli sono attribuite moltissime opere, la più importante tre quelle che
si possono considerare autentiche è quella intitolata Madhyamaka-kārikā (Le
stanze del cammino di mezzo), che costituisce il testo cardine dei Madhyamika,
sostenitori della vacuità. Tra le opere di Nāgārjuna, è di notevole rilevanza la
Vigrahavyāvartanī (La sterminatrice degli errori).
La sua dottrina antidottrinaria della vacuità (śunyātā) non solo ebbe
un’influenza decisiva su gran parte delle correnti filosofiche buddhiste
successive, ma costituì in particolar modo una delle colonne portanti del
Buddhismo Mahāyāna.
1
Nāgārjuna riprende la nozione di vuoto (śūnya) da cui attinge dai testi della
Prajñāpāramitā%(Perfezione di Sapienza o Perfezione della Gnosi) incentrati sulla
figura del bodhisattva (lett. essenza di risveglio), essere che consapevole
dell’universale vacuità opera per soccorrere le altre creature, e ne fa il cardine
interpretativo della dottrina della coproduzione condizionata.
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In altre parole la vacuità designa in primo luogo l’interdipendenza e
l’impertinenza dei fenomeni. In particolare, Nāgārjuna attacca la dottrina
secondo cui i dharma, ovvero gli elementi ultimi e istantanei della realtà
sarebbero dotati di natura propria (svabhāva). Anche essi invece, in ultima
analisi, sono vuoti: Nāgārjuna ripete ciò contro lo svabhāva l’antico argomento
dell’anattā, condensato nella frase “tutti i dharma sono privi di sé”.
Affermazione centrale è che tutte le cose sono prive di natura propria per il fatto
di prodursi in dipendenza l’una dall’altra, questo reciproco condizionamento fa
sì che in nessuna “sia”, questa è la coproduzione condizionata e questa è
appunto la vacuità.
Come si legge nella Vigrahavyāvartanī:
Bori, P.C. / Marchignoli, S.,%Per un percorso etico tra culture, Roma, Carocci, 2004
1
Torella, R., Il pensiero dell'India. Un'introduzione,%Roma, Carocci, 2008
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Prof. Saverio Marchignoli 23 novembre 2020

Nāgārjuna

La dottrina della vacuità

Nāgārjuna ( circa 150-200 d.C) fu una personalità filosofica tra le più influenti dell’India antica, nato nell’India meridionale su di lui esiste una nutrita tradizione agiografica dalla quale poco si può trarre per ricostruire la sua biografia. Gli sono attribuite moltissime opere, la più importante tre quelle che si possono considerare autentiche è quella intitolata Madhyamaka-kārikā (Le stanze del cammino di mezzo), che costituisce il testo cardine dei Madhyamika, sostenitori della vacuità. Tra le opere di Nāgārjuna, è di notevole rilevanza la Vigrahavyāvartanī (La sterminatrice degli errori). La sua dottrina antidottrinaria della vacuità (śunyātā) non solo ebbe un’influenza decisiva su gran parte delle correnti filosofiche buddhiste successive, ma costituì in particolar modo una delle colonne portanti del Buddhismo Mahāyāna. 1 Nāgārjuna riprende la nozione di vuoto (śūnya) da cui attinge dai testi della Prajñāpāramitā (Perfezione di Sapienza o Perfezione della Gnosi) incentrati sulla figura del bodhisattva (lett. essenza di risveglio), essere che consapevole dell’universale vacuità opera per soccorrere le altre creature, e ne fa il cardine interpretativo della dottrina della coproduzione condizionata. 2 In altre parole la vacuità designa in primo luogo l’interdipendenza e l’impertinenza dei fenomeni. In particolare, Nāgārjuna attacca la dottrina secondo cui i dharma, ovvero gli elementi ultimi e istantanei della realtà sarebbero dotati di natura propria (svabhāva). Anche essi invece, in ultima analisi, sono vuoti: Nāgārjuna ripete ciò contro lo svabhāva l’antico argomento dell’anattā, condensato nella frase “tutti i dharma sono privi di sé”. Affermazione centrale è che tutte le cose sono prive di natura propria per il fatto di prodursi in dipendenza l’una dall’altra, questo reciproco condizionamento fa sì che in nessuna “sia”, questa è la coproduzione condizionata e questa è appunto la vacuità. Come si legge nella Vigrahavyāvartanī: (^1) Bori, P.C. / Marchignoli, S., Per un percorso etico tra culture , Roma, Carocci, 2004 (^2) Torella, R., Il pensiero dell'India. Un'introduzione , Roma, Carocci, 2008

(^3) 52. L’esistenza dei mezzi di conoscenza non è stabilita né di per se stessa, né reciprocamente tra loro, né mediante altri mezzi di conoscenza, né in dipendenza delle cose conoscibili né senza causa. Nāgārjuna in questo modo non può che attaccare anche i pramāṇa, nella teoria dei mezzi di conoscenza sostenuta dal Nyāya. La critica dei mezzi di conoscenza viene chiaramente affrontata da Nāgārjuna nella Vigrahavyāvartanī (La sterminatrice degli errori): (^4) 30. Se io percepissi mediante la percezione diretta, eccetera, qualcosa l’ammetterei o la negherei. Ma visto che nulla percepisco la mia posizione è inobbiettabile. O ancora nei due passi successivi

  1. Se, inoltre, tu pensi che l’esistenza delle varie cose è stabilita da altri mezzi di conoscenza, da che cosa, dì un po’, è stabilita l’esistenza dei mezzi di conoscenza?
  2. Se tu pensi che l’esistenza dei mezzi di conoscenza è stabilita da altri mezzi di conoscenza, si cade evidentemente in regresso all’infinito… È sotto accusa la pretesa di stabilire attraverso i pramāṇa, la realtà degli oggetti conosciuti. La critica śūnyavāda non si limita alla confutazione della natura propria (svabhava) e dei pramāṇa: in generale si appunta contro la fondatezza di ogni tesi positiva, ciò appare chiarissimo nel Madhyamaka-kārikā, in cui è da ricordare l’utilizzo della struttura argomentativa della catuṣkoṭi. (^5) A tale critica radicale sono sottoposte anche le verità buddhiste, in quanto passabili di essere assunte dogmaticamente. Di conseguenza Nāgārjuna deve rispondere all’obiezione secondo cui anche le quattro nobili verità del Buddha sono vuote. L’apparente paradossale negazione dei dogmi buddhisti conduce a una domanda radicale sulla natura del śūnyavāda : in che cosa consiste la differenza tra esso e il nichilismo (ucchedavāda)? Permane peraltro il problema in merito al pensiero sul dharma buddhista ed è da questo interrogativo che Nāgārjuna sviluppa la dottrina della doppia verità. (^3) Marchignoli, S., L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna 2005 (^4) Marchignoli, S., L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna 2005 (^5) 5 Marchignoli, S., L'India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano , Bologna 2005