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Negotiating Identity in the Ancient Mediterranean, Schemi e mappe concettuali di Storia dell'Antica Grecia

Traduzione e riassunto del testo "Negotiating Identity in the Ancient Mediterranean - The Archaic and Classical Greek Multiethnic Emporia" di Denise Demetriou

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

In vendita dal 27/07/2024

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Negotiating Identity In The Ancient Mediterranean (Denise Demetriou)
Emporion
I Focesi dell’Asia Minore furono i primi Greci a esplorare il Mediterraneo occidentale, scoprendo l’Adriatico, il Tirreno,
la penisola iberica e il regno di Tartesso, situato sulla costa sud-occidentale dell’attuale Spagna. Secondo Erodoto, quando
i Focesi arrivarono a Tartesso, strinsero amicizia con il re Arganthonios, che regnò per ottant’anni e visse per centoventi.
Arganthonios, favorevole ai Focesi, offrì loro di trasferirsi nel suo regno per sfuggire all’imminente attacco persiano.
Quando rifiutarono, il re fornì loro fondi per costruire una cinta muraria intorno a Focea per proteggerla dai Persiani.
Le mura di Focea, menzionate da Erodoto per la loro grandezza, furono parzialmente scoperte durante la costruzione di
un edificio governativo turco, portando a ulteriori scavi che rivelarono ulteriori sezioni delle antiche fortificazioni. No-
nostante ciò, i Focesi alla fine abbandonarono la loro città, fondando Massalia (l’attuale Marsiglia) e altre colonie come
Agathe, Emporion, Rhode e Olbia lungo la costa del Golfo del Leone. La leggenda delle loro relazioni con il re di Tartesso
potrebbe aver legittimato la fondazione di Emporion, anche se Tartesso si trovava nella valle del Guadalquivir, lontano
dalla costa catalana dove era situata Emporion.
Il concetto di xenia (amicizia tra ospiti) era fondamentale per i Greci e giocò un ruolo importante nelle loro interazioni
con altre culture. La storia dei viaggi dei Focesi nel Mediterraneo occidentale dimostra come queste interazioni interetni-
che cambiarono le percezioni greche del mondo e rafforzarono i loro miti, specialmente quelli legati a Eracle, che divenne
una figura simbolica collegata ai loro viaggi e scoperte.
La fondazione di Massalia ed Emporion segnò un’importante espansione commerciale greca, portando a una maggiore
familiarità con le regioni occidentali del Mediterraneo, precedentemente considerate periferiche. Le interazioni con Ibe-
rici, Fenici ed Etruschi arricchirono la cultura greca, incorporando elementi di queste popolazioni nei loro miti e leggende.
Questa sezione si concentra sulle interazioni tra Greci e Iberici, con riferimenti agli Etruschi e ai Fenici, esplorando le
identità culturali emerse soprattutto nella colonia di Emporion, situata sulla costa nord-orientale della Spagna. Il termine
"Iberia" si riferisce alla regione costiera mediterranea dell’attuale Spagna, da Cartagena a nord dei Pirenei. La storia degli
scambi interculturali in questa regione fornisce il contesto per l’analisi delle interazioni a Emporion, dove arte e architet-
tura iberica coesistevano con importazioni straniere, dimostrando contatti con il Mediterraneo orientale fin dall’Età del
Bronzo.
Dalla fine dell’VIII secolo a.C., con l’intensificarsi dei contatti commerciali con Fenici ed Etruschi, l’Iberia divenne parte
integrante del mondo mediterraneo. Gli Etruschi, pur non fondando colonie, commerciavano lungo la costa, mentre i
Fenici stabilirono colonie nel sud e ovest della Spagna e del Portogallo. I Greci, a partire dal VI secolo a.C., iniziarono a
commerciare con l’Iberia e a fondare colonie sulla costa nord-orientale della penisola.
Le interazioni interculturali in Iberia, tra Etruschi, Fenici, Greci e popolazioni indigene, portarono a scambi e adattamenti
culturali, riflessi nell’architettura e nella produzione artistica. Gli studi recenti hanno rivalutato l’influenza delle coloniz-
zazioni fenicie e greche sull’urbanizzazione indigena, attribuendola anche alla crescita demografica interna. L’architettura
e l’arte iberiche sono ora viste come frutto di un processo di scambio culturale, piuttosto che semplici imitazioni di modelli
fenici o greci.
Nella regione di Emporion, abitata dagli Indiketans, i Greci di Massalia e Focesi mantennero la loro identità culturale,
espressa principalmente attraverso la religione, come il culto di Artemide di Efeso. Queste interazioni commerciali e
l’insediamento permanente portarono a cambiamenti nei modelli insediativi iberici e alla produzione di nuove forme
ibride di arte, miti, lingua e strutture politiche, mantenendo però distinte le identità culturali di ciascun gruppo.
La rete commerciale focese
Quasi tutti gli insediamenti greci arcaici e classici sulle coste mediterranee di Italia, Francia e Spagna erano legati a
Massalia (Marsiglia) o erano fondazioni massaliote o focesi. La fondazione di Massalia è datata circa 600 a.C., contraria-
mente a quanto indicato da Erodoto e Strabone, che la collocano intorno al 545 a.C., dopo l’attacco persiano a Focea. La
data accettata è 600 a.C., con un’espansione significativa dopo il 545 a.C. dovuta ai rifugiati focesi.
Dopo la fondazione di Massalia, furono stabiliti Emporion e Rhode sulla costa nord-orientale della Catalogna. Altri inse-
diamenti includono Agathe (Agde), Antipolis (Antibes), Athenopolis, Avenion (Avignone), Hemeroskopeion, Nikaia
(Nizza), Olbia, Tauroeis e molti altri. Questi insediamenti non erano sempre città ma spesso fortezze destinate a proteggere
gli interessi commerciali massalioti.
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Negotiating Identity In The Ancient Mediterranean (Denise Demetriou)

Emporion

I Focesi dell’Asia Minore furono i primi Greci a esplorare il Mediterraneo occidentale, scoprendo l’Adriatico, il Tirreno, la penisola iberica e il regno di Tartesso, situato sulla costa sud-occidentale dell’attuale Spagna. Secondo Erodoto, quando i Focesi arrivarono a Tartesso, strinsero amicizia con il re Arganthonios, che regnò per ottant’anni e visse per centoventi. Arganthonios, favorevole ai Focesi, offrì loro di trasferirsi nel suo regno per sfuggire all’imminente attacco persiano. Quando rifiutarono, il re fornì loro fondi per costruire una cinta muraria intorno a Focea per proteggerla dai Persiani. Le mura di Focea, menzionate da Erodoto per la loro grandezza, furono parzialmente scoperte durante la costruzione di un edificio governativo turco, portando a ulteriori scavi che rivelarono ulteriori sezioni delle antiche fortificazioni. No- nostante ciò, i Focesi alla fine abbandonarono la loro città, fondando Massalia (l’attuale Marsiglia) e altre colonie come Agathe, Emporion, Rhode e Olbia lungo la costa del Golfo del Leone. La leggenda delle loro relazioni con il re di Tartesso potrebbe aver legittimato la fondazione di Emporion, anche se Tartesso si trovava nella valle del Guadalquivir, lontano dalla costa catalana dove era situata Emporion. Il concetto di xenia (amicizia tra ospiti) era fondamentale per i Greci e giocò un ruolo importante nelle loro interazioni con altre culture. La storia dei viaggi dei Focesi nel Mediterraneo occidentale dimostra come queste interazioni interetni- che cambiarono le percezioni greche del mondo e rafforzarono i loro miti, specialmente quelli legati a Eracle, che divenne una figura simbolica collegata ai loro viaggi e scoperte. La fondazione di Massalia ed Emporion segnò un’importante espansione commerciale greca, portando a una maggiore familiarità con le regioni occidentali del Mediterraneo, precedentemente considerate periferiche. Le interazioni con Ibe- rici, Fenici ed Etruschi arricchirono la cultura greca, incorporando elementi di queste popolazioni nei loro miti e leggende. Questa sezione si concentra sulle interazioni tra Greci e Iberici, con riferimenti agli Etruschi e ai Fenici, esplorando le identità culturali emerse soprattutto nella colonia di Emporion, situata sulla costa nord-orientale della Spagna. Il termine "Iberia" si riferisce alla regione costiera mediterranea dell’attuale Spagna, da Cartagena a nord dei Pirenei. La storia degli scambi interculturali in questa regione fornisce il contesto per l’analisi delle interazioni a Emporion, dove arte e architet- tura iberica coesistevano con importazioni straniere, dimostrando contatti con il Mediterraneo orientale fin dall’Età del Bronzo. Dalla fine dell’VIII secolo a.C., con l’intensificarsi dei contatti commerciali con Fenici ed Etruschi, l’Iberia divenne parte integrante del mondo mediterraneo. Gli Etruschi, pur non fondando colonie, commerciavano lungo la costa, mentre i Fenici stabilirono colonie nel sud e ovest della Spagna e del Portogallo. I Greci, a partire dal VI secolo a.C., iniziarono a commerciare con l’Iberia e a fondare colonie sulla costa nord-orientale della penisola. Le interazioni interculturali in Iberia, tra Etruschi, Fenici, Greci e popolazioni indigene, portarono a scambi e adattamenti culturali, riflessi nell’architettura e nella produzione artistica. Gli studi recenti hanno rivalutato l’influenza delle coloniz- zazioni fenicie e greche sull’urbanizzazione indigena, attribuendola anche alla crescita demografica interna. L’architettura e l’arte iberiche sono ora viste come frutto di un processo di scambio culturale, piuttosto che semplici imitazioni di modelli fenici o greci. Nella regione di Emporion, abitata dagli Indiketans, i Greci di Massalia e Focesi mantennero la loro identità culturale, espressa principalmente attraverso la religione, come il culto di Artemide di Efeso. Queste interazioni commerciali e l’insediamento permanente portarono a cambiamenti nei modelli insediativi iberici e alla produzione di nuove forme ibride di arte, miti, lingua e strutture politiche, mantenendo però distinte le identità culturali di ciascun gruppo. La rete commerciale focese Quasi tutti gli insediamenti greci arcaici e classici sulle coste mediterranee di Italia, Francia e Spagna erano legati a Massalia (Marsiglia) o erano fondazioni massaliote o focesi. La fondazione di Massalia è datata circa 600 a.C., contraria- mente a quanto indicato da Erodoto e Strabone, che la collocano intorno al 545 a.C., dopo l’attacco persiano a Focea. La data accettata è 600 a.C., con un’espansione significativa dopo il 545 a.C. dovuta ai rifugiati focesi. Dopo la fondazione di Massalia, furono stabiliti Emporion e Rhode sulla costa nord-orientale della Catalogna. Altri inse- diamenti includono Agathe (Agde), Antipolis (Antibes), Athenopolis, Avenion (Avignone), Hemeroskopeion, Nikaia (Nizza), Olbia, Tauroeis e molti altri. Questi insediamenti non erano sempre città ma spesso fortezze destinate a proteggere gli interessi commerciali massalioti.

Questi insediamenti facevano parte di una rete commerciale, denominata "focese" perché associata a Focea o Massalia. La distribuzione di ceramiche massaliote sulle coste mediterranee di Francia e Spagna, compresi vasi fini e anfore com- merciali usate per il vino, indica le rotte commerciali. Dal 550 al 500 a.C. vi è una alta concentrazione di anfore massaliote tra Olbia e Emporion, con una densità minore a sud di Emporion e lungo il fiume Rodano. Le monete coniate a Emporion erano spesso legate a quelle di Massalia e Focea, suggerendo una rete commerciale che utilizzava queste monete lungo il Golfo del Leone, da Olbia fino a Emporion. La rete commerciale non solo favorì i contatti tra i Greci e le popolazioni indigene, ma anche tra Greci, Etruschi e Fenici. A Massalia, la predominanza di anfore etrusche prima della metà del VI secolo a.C., quando le anfore massaliote diven- nero comuni, è notevole. Anfore fenicie erano presenti soprattutto nella regione vicino a Emporion e sulle coste meridio- nali della Spagna, dove i Fenici avevano stabilito il loro network commerciale, inclusi insediamenti come Gadir. Le im- portazioni greche erano presenti nei insediamenti greci ma rare in quelli indigeni. Un dinamico insediamento commerciale Emporion, situata in Catalogna, è eccezionale perché, insieme a Rhode (un’altra colonia massaliota), è uno dei pochi insediamenti in Catalogna che ha restituito materiale greco in un contesto greco. Altrove, il materiale greco è raro nei contesti fenici o iberici. In particolare, statuette greche arcaiche sono state trovate solo ad Emporion e nel cimitero fenicio di Ibiza, mentre la ceramica greca del VI secolo è predominante a Rhode e Emporion. Emporion è citata nelle opere geografiche greche e negli storici romani come sito di battaglie durante la Seconda Guerra Punica. Le fonti letterarie antiche indicano che Emporion era una colonia di Massalia, fondata da coloni massalioti o focesi. I greci in Iberia sono quindi spesso chiamati massalioti o focesi-massalioti, suggerendo legami con entrambe le città. La storia del rapporto tra i focesi di Emporion e gli Iberi inizia a Palaiapolis, un’isola al largo della Catalogna, dove gli Iberi erano presenti già dal IX secolo. La fondazione di Emporion nella seconda metà del VI secolo a.C. portò a un’intensa interazione tra Greci e Iberi. Palaiapolis fu presto abbandonata e la città fu trasferita sulla costa, creando “Neapolis” (Nuova Città). Emporion era inizialmente vista come un “emporion” (porto commerciale) piuttosto che come una “apoikia” (colonia agricola). Tuttavia, studi recenti suggeriscono che Emporion fosse un polis autogovernante con un hinterland esteso e non solo un insediamento commerciale. Gli scavi mostrano che Emporion aveva mura difensive, un centro urbano, un terri- torio e un apparato politico già nel VI secolo a.C. Le monete e le iscrizioni indicano che Emporion era una comunità politica e non solo un centro commerciale. Emporion, come altri insediamenti greci, interagiva ampiamente con il suo hinterland, organizzando il territorio e stabi- lendo relazioni con le popolazioni indigene. Gli studi recenti dimostrano che la distinzione tra colonie agricole e com- merciali non è sempre applicabile e che le colonie commerciali, come Emporion, potevano influenzare significativamente l’area circostante. Il nome “Emporion” riflette la sua funzione principale di coordinare le operazioni commerciali. Le indagini archeologiche e le iscrizioni testimoniano il ruolo commerciale di Emporion, con una varietà di anfore commerciali provenienti da diverse regioni e indicazioni che il nome stesso derivava dalla sua funzione di centro commerciale. Le iscrizioni su piombo ritrovate a Emporion e Pech-Maho offrono una finestra preziosa sulla natura commerciale e interculturale di questi insediamenti greci. Emporion emerge come un centro commerciale dinamico e influente, con relazioni interculturali che si estendevano ben oltre i suoi confini immediati. L’iscrizione di Emporion, purtroppo in cattive condizioni, è scritta in dialetto ionico e contiene termini chiave come “profitto” e “proprietario di barca”. Questi termini suggeriscono chiaramente che il documento riguardava questioni com- merciali. La data più tarda dell’iscrizione dimostra che non solo la fase iniziale di Palaiapolis, ma anche la successiva fase di Neapolis, era caratterizzata da attività commerciale significativa. Questo contraddice le teorie che limitavano la funzione commerciale di Emporion solo al periodo iniziale e sottolinea la sua continua importanza nel facilitare il com- mercio interculturale. Un’altra iscrizione, redatta in dialetto ionico e datata tra il 550 e il 530 a.C., è una lettera privata che mostra un’interazione commerciale tra un greco e un iberico di nome Basped. In questa lettera, il mittente chiede a Basped di trasportare delle merci, probabilmente vino, e propone una condivisione dei profitti. Se Basped non è soddisfatto delle condizioni, ha la possibilità di fare una contro-offerta. Questo documento offre uno spaccato prezioso delle pratiche commerciali del tempo e dimostra come i greci si affidassero a intermediari locali per gestire le loro transazioni, suggerendo una stretta integra- zione commerciale e culturale tra greci e iberici.

Uno degli aspetti più interessanti del legame tra Massalia ed Emporion riguarda il culto di Artemide di Efeso. Questo culto, originario di Efeso, fu trasferito da Massalia ad Emporion e ad altre colonie. Artemide, che inizialmente aveva un ruolo protettivo per le città in difficoltà, si adattò alle nuove realtà culturali e geografiche, acquisendo nuove connotazioni nelle colonie occidentali. Nonostante non siano stati identificati templi dedicati ad Artemide di Efeso a Emporion, la presenza di monete raffiguranti simboli associati ad Artemide suggerisce che il culto fosse praticato anche lì. La rappresentazione di una testa femminile e di un cavallo o Pegaso sulle monete di Emporion potrebbe riflettere una connessione con Artemide, anche se le prove rimangono ambigue e la datazione è relativamente tarda. Strabo, uno storico greco, fornisce dettagli su come il culto di Artemide di Efeso fosse praticato a Massalia e nelle sue colonie. Egli racconta che gli abitanti di Massalia e di Emporion adoravano Artemide, nonostante non ci fosse un ampio consenso sulla presenza fisica di templi dedicati a questa dea. Il culto di Artemide di Efeso, quindi, serviva come un collegamento simbolico con la madrepatria e come una forma di identità culturale condivisa tra le colonie. Il culto di Artemide di Efeso, trasferito ad Emporion e ad altre colonie, divenne un simbolo importante di identità culturale. Questa trasferimento di culto può essere visto come una risposta alle sfide e alle opportunità della colonizzazione. L’ado- razione di Artemide, legata alla protezione delle città in tempi di crisi, rifletteva anche un desiderio di mantenere un’iden- tità culturale greca comune di fronte a nuove e difficili circostanze. Strabo racconta anche di come il culto di Artemide fosse conservato e adattato in Massalia e nelle sue colonie, suggerendo che i rituali e le pratiche fossero mantenuti o modificati per riflettere le specifiche esigenze delle comunità coloniali. L’adozione e l’adattamento del culto riflettevano l’importanza della dea come simbolo di identità e protezione per i Greci in ambienti lontani dalla madrepatria. Un aspetto significativo del culto di Artemide di Efeso era il suo trasferimento e adattamento anche presso le popolazioni indigene. Secondo Strabo, gli Iberici furono insegnati a sacrificare ad Artemide in modo “ellenistico”, un termine che potrebbe riferirsi all’uso della lingua greca nei riti. Questo suggerisce che il culto di Artemide non solo mantenesse la sua rilevanza per i Greci, ma che anche le popolazioni indigene partecipassero a questi riti, adottando e integrando le pratiche greche. Il culto di Artemide, quindi, divenne un mezzo attraverso il quale i Greci affermavano la loro identità culturale e la loro influenza sui nuovi territori. Le evidenze archeologiche, sebbene non sempre conclusive, e i racconti storici mostrano come il culto di Artemide di Efeso si trasformasse e si adattasse, riflettendo le dinamiche culturali e le interazioni tra le colonie greche e le popolazioni locali. Conclusioni La storia dei rapporti tra Greci e Iberici nel nord-est della Penisola Iberica risale all’Età del Bronzo, quando beni greci, fenici ed etruschi raggiungevano le case iberiche, e prodotti iberici viaggiavano verso est. I Greci fondarono Emporion prima su un isolotto e poi sulla costa opposta. Gli incontri greco-iberici cambiarono profondamente il paesaggio della Catalogna nord-orientale e influenzarono tutti i gruppi coinvolti. I Greci appropriandosi della terra, fondarono una città che modificò la topografia costiera e dell’entroterra iberico, favorendo la nucleazione dei centri abitati e introducendo nuove colture. L’arte iberica assimilò tecniche e forme artistiche greche, creando prodotti ibridi utilizzati da entrambi i popoli. I miti greci si adattarono alle nuove aree e culture, mentre gli stili architettonici greci incorporarono elementi iberici, come dimostrano le abitazioni di Emporion. Le religioni politeiste flessibili permisero la creazione di una cultura mediterranea condivisa, con greci e iberici che si influenzavano reciprocamente. Nonostante la stretta rete commerciale e le associazioni civiche, i due gruppi mantennero le loro identità individuali. Gli Iberici Indiketi che abitavano vicino a Emporion chiesero di essere circondati da una muraglia comune con la città greca, pur mantenendo una separazione con un’altra muraglia. Fino a un periodo successivo, probabilmente l’ellenistico, Indiketi ed Emporitani conservarono le loro costituzioni separate, per poi formare una costi- tuzione mista che combinava elementi greci e iberici. Il culto di Artemide di Efeso giocò un ruolo centrale nell’identità dei Focesi e degli Emporitani. Artemide, dea della colonizzazione e protettrice delle città, era vista come salvatrice di Focia e fondamentale per l’identità ionica. La sua influenza si estese fino all’Emporion e a Massalia, dichiarando una connessione civica e culturale importante. Anche dopo la decadenza e l’abbandono della città, Emporion continuò a simboleggiare l’identità moderna in Spagna, Catalogna ed Europa. La presentazione audiovisiva del Museo di Archeologia della Catalogna a Empuries riflette le di- verse identità moderne attraverso la sovrapposizione di immagini antiche e moderne, come le ceramiche greche e le Olimpiadi di Barcellona, i vasi commerciali e il porto moderno di Barcellona, e le monete antiche di Emporion e l’euro. Cultura, politica, storia e religione sono stati e continuano a essere utilizzati per affermare identità collettive.

Gravisca

Nel V secolo a.C., Erodoto racconta che i Focesi, un gruppo di Greci originari della città di Foca, furono i primi a viaggiare fino all’Occidente e a raggiungere Tartesso, una ricca regione dell’odierna Spagna meridionale. Lì, i Focesi stabilirono un’importante alleanza con il re Arganthonios di Tartesso. Questo re, non solo aiutò finanziariamente i Focesi a costruire una poderosa cinta muraria per la loro città, ma li invitò anche a stabilirsi nei suoi territori. Questo invito segnò l’inizio della colonizzazione focese in Iberia, con la fondazione di città come Emporion (l’odierna Empúries in Catalogna). Una figura notevole in questo contesto è Sostrato di Egina, un mercante che, secondo Herodoto, riuscì a ottenere enormi profitti dalla sua attività commerciale a Tartesso. L’esistenza di Sostrato non è solo una leggenda; nel 1970, è stato sco- perto un frammento di un grande ancoraggio a Gravisca, un insediamento commerciale etrusco, con un’iscrizione che potrebbe riferirsi proprio a lui. Questo rinvenimento suggerisce che Sostrato potrebbe essere stato un mercante reale, confermato anche da un marchio trovato su vasi attici che sembra riferirsi a lui. Gravisca, un’importante città etrusca, gioca un ruolo cruciale in questa storia. Era un emporio commerciale significativo per il commercio tra Greci ed Etruschi. Le scoperte archeologiche hanno rivelato che Gravisca era divisa in due principali settori: una colonia romana (che si sviluppò successivamente) e un’area sacra con templi e culti. Le interazioni tra Greci ed Etruschi a Gravisca non si limitavano solo al commercio; erano anche una miscela di culture e religioni. Gli Etruschi stessi erano una civiltà altamente sviluppata, erede della cultura Villanoviana, che abitava la regione corri- spondente all’attuale Toscana. Sebbene spesso descritti dalle fonti greche e romane come pirati e conquistatori violenti, le evidenze archeologiche mostrano che erano un popolo marittimo avanzato. La loro attività commerciale si estendeva in tutto il Mediterraneo, e le loro merci si trovano in tutto il bacino del Mediterraneo, dal Nord Africa alla Spagna, e dalle isole del Mediterraneo alle coste greche. Gli Etruschi erano noti per adottare e adattare elementi culturali e artistici dei Greci. Per esempio, hanno adottato l’alfa- beto greco (Euboico) per la loro scrittura, e hanno integrato figure mitologiche greche come Apollo, Artemis, Eracle e Odisseo nel loro pantheon. Questi prestiti culturali non erano semplici imitazioni, ma rappresentavano un modo per gli Etruschi di mantenere una connessione con le élite non etrusche e di creare una propria identità di élite. Un esempio emblematico di questa fusione culturale è il Cratere di Aristonothos, trovato a Caere (l’odierna Cerveteri). Dipinto da un artista greco, il vaso raffigura una battaglia navale tra una nave greca e una etrusca, e una scena di Odisseo che acceca Polifemo. Questa rappresentazione potrebbe simboleggiare la vittoria degli Etruschi sui Greci o riflettere le tensioni e le collaborazioni tra i due popoli. Gravisca rappresenta un caso emblematico di come il commercio e le interazioni culturali abbiano plasmato le società dell’antichità. La città era un crocevia di scambi culturali e religiosi, dove Greci ed Etruschi convivevano e si influenza- vano a vicenda. Anche dopo il declino dell’insediamento, l’eredità delle interazioni tra queste culture è rimasta, dimo- strando come il commercio e la religione abbiano contribuito alla trasformazione delle identità culturali nel Mediterraneo. Identità greche a Gravisca Gravisca si trovava sulla costa tirrenica dell’Italia centrale, vicino alla moderna Tarquinia. Era ben posizionata per il commercio marittimo, con un porto naturale che facilitava le attività commerciali. La città è diventata particolarmente rilevante nel contesto del commercio mediterraneo, fungendo da punto di collegamento tra la Grecia e l’Etruria. Strabo è l’unico autore greco a fare riferimento a Gravisca. Utilizza il termine "polichnion," che può essere tradotto come "piccola città" e suggerisce una struttura politica simile a una polis greca, ma di dimensioni più contenute. Tuttavia, la mancanza di fonti che classificano Gravisca come un emporion (un centro commerciale) potrebbe sembrare contraddittoria, ma le evidenze archeologiche parlano chiaro. L’architettura del porto di Gravisca è di notevole interesse. La presenza di un porto esterno e di uno interno indica un’im- portante infrastruttura portuale, destinata a gestire il traffico commerciale e a proteggere le imbarcazioni. Il porto esterno era probabilmente utilizzato per le grandi navi da carico, mentre il porto interno fungeva da area di riparo e di carico/sca- rico più sicura per le imbarcazioni minori. Gli scavi hanno rivelato una serie di strutture che supportano il ruolo commerciale della città. Le ceramiche greche ritro- vate a Gravisca includono amphorae di produzione massiva, che venivano usate per il trasporto di merci come vino e olio. La varietà e la qualità delle ceramiche greche rinvenute suggeriscono che Gravisca era un importante snodo commerciale. Inoltre, i resti di un santuario greco con numerosi ex voto e offerte indicano che la città aveva una significativa presenza greca e una vivace attività religiosa. La questione delle origini dei Greci a Gravisca è stata oggetto di discussione. Le prime teorie indicavano che i coloni potessero provenire da Mileto o Focea, basandosi su nomi e oggetti trovati nel sito. Tuttavia, teorie più recenti

ceramiche e iscrizioni greche. Questi reperti indicano una significativa presenza e attività greca nel santuario fino all’ini- zio del V secolo a.C. La seconda fase (480-400 a.C.) iniziò intorno al 480 a.C. e fu caratterizzata dalla riorganizzazione e dall’espansione dei templi esistenti. Questo periodo segna un cambiamento significativo, con una drastica diminuzione dei materiali greci. Non ci sono più iscrizioni greche e le ceramiche greche trovate spesso presentano iscrizioni in etrusco. Questo cambia- mento suggerisce che i Greci abbiano smesso di frequentare il santuario, probabilmente a causa della sconfitta della flotta etrusca nella battaglia di Kyme nel 474 a.C. e del conseguente blocco dello Stretto di Messina. Tuttavia, il santuario continuò a ricevere dediche, con iscrizioni etrusche su ceramiche attiche, bucchero e ceramiche di produzione locale. Durante la terza fase(400-300 a.C.), il santuario subì una ricostruzione completa dei templi e un ulteriore ampliamento. Le offerte votive continuavano ad essere fatte, ma prevalentemente in stile etrusco. Questo periodo vide anche la presenza di numerose dediche a Turan, la dea etrusca dell’amore, che sostituì Afrodite. Le statuette e altre offerte trovate in questo periodo sono principalmente di produzione locale, sebbene seguano l’estetica ellenistica. Turan veniva venerata con of- ferte di statuette femminili, neonati fasciati e numerosi uteri anatomici. Nell’ultima fase (300-250 a.C.), ci furono alcune attività di costruzione, ma non su scala comparabile alle fasi precedenti. Tracce di incendi suggeriscono che il santuario fu abbandonato nel III secolo a.C. Poco dopo, nel 181 a.C., i Romani fondarono la colonia di Graviscae, segnando la fine dell’occupazione greca ed etrusca del sito. La continuità del culto di Afrodite si riflette nella venerazione di Turan, la dea etrusca dell’amore, che presentava carat- teristiche simili ad Afrodite. Dediche a Turan risalgono dal 480 al 300 a.C. e sono state trovate nello stesso luogo delle dediche ad Afrodite. Un esempio significativo è un’iscrizione bilingue su uno skyphos attico del 470-460 a.C., con una dedica a Turan in etrusco e frammenti del nome del dedicatore in greco. Questo potrebbe indicare un dedicatore bilingue o un greco che aggiunse il proprio nome a un vaso già iscritto. Le statuette trovate nel santuario di Turan, spesso raffiguranti donne nude con colombe, segnalano Afrodite agli occhi moderni, ma rappresentavano Turan per gli etruschi. Le offerte votive includevano uteri, statuette femminili, neonati fasciati e altre parti anatomiche, riflettendo una cultura materiale comune nel Mediterraneo. La transizione tra Demetra e la dea etrusca Vei è meno chiara. Solo una dedica greca a Demetra e due dediche etrusche a Vei sono state trovate nello stesso luogo (Area X del santuario). Vei è una dea poco conosciuta, con poche attestazioni al di fuori di Gravisca. Questa scarsità di prove rende difficile affermare una continuità tra i culti di Demetra e Vei, a diffe- renza della chiara transizione tra Afrodite e Turan. Le offerte votive anatomiche, come uteri, statuette femminili, neonati fasciati, cuori, seni e altre parti del corpo, erano comuni nei santuari del Mediterraneo antico. Queste offerte non erano esclusivamente associate a divinità della guari- gione, ma anche a divinità legate alla fertilità, alla riproduzione e alla salute sessuale. Nella penisola italiana, queste offerte erano particolarmente comuni nei templi dedicati a divinità femminili come Uni, Mater Matuta, Giunone, Diana e Cerere. La diffusione di queste offerte precede l’influenza romana, suggerendo una tradizione consolidata e condivisa tra le varie culture del Mediterraneo. Conclusioni I santuari scavati di Gravisca offrono uno sguardo unico sulla vita religiosa degli empori greci e su come la religione fosse utilizzata come meccanismo di mediazione tra diversi gruppi. Il primo culto stabilito a Gravisca fu dedicato ad Afrodite, similmente a quanto avvenne nell’emporion di Naukratis. Afrodite, associata intimamente al mare, era venerata per la sua capacità di proteggere i commercianti durante i loro viaggi marittimi, garantendo navigazioni sicure e fornendo coesione sociale ai Greci residenti in una zona prevalentemente etrusca. Gravisca, frequentata da Greci provenienti da diverse poleis e dagli Etruschi locali, mostra come questi gruppi utilizzas- sero la religione per relazionarsi e reagire reciprocamente. Le evidenze onomastiche e i dialetti utilizzati per le iscrizioni sui votivi nei vari santuari indicano la presenza di Egineti, Samii e altri Ioni a Gravisca. Indipendentemente dalla loro origine, tutti utilizzavano i templi dedicati a Hera, Apollo, Afrodite e probabilmente Demetra e i Dioscuri. Alcuni com- mercianti facevano dediche specifiche ai loro dei di origine per affermare la propria identità civica, come Sostratos di Egina che dedicò un’ancora di pietra ad Apollo Eginate e Hyblesios di Samo che fece diverse dediche nei templi di Hera sia a Gravisca che a Naukratis. Gli Etruschi utilizzarono il santuario di Gravisca sia durante la fase greca che successivamente. La dedica a Turan scoperta nel sito di culto di Afrodite dimostra come diversi gruppi riconoscessero i propri dei nelle divinità altrui senza barriere religiose. Un adoratore etrusco dedicò un cratere greco (laconico) a una dea etrusca nel santuario di una dea greca, per- cependo le caratteristiche di Turan in Afrodite.

Dopo l’abbandono di Gravisca da parte dei Greci, gli Etruschi continuarono a utilizzare il santuario venerando solo divi- nità etrusche. Il culto di Afrodite mostra una certa continuità con quello di Turan, poiché la stessa area sacra veniva utilizzata per entrambe le dee. Mentre Afrodite riceveva ogni sorta di dediche, inclusi ancore votive e oggetti femminili come vasi di profumo e figurine femminili, Turan riceveva votivi anatomici e statuette femminili. Questi votivi anatomici facevano parte di una cultura materiale composta da importazioni attiche, faience egiziane, ceramiche etrusche e oggetti metallici, diffusa tra i gruppi mediterranei grazie alle interazioni cross-culturali nella regione.

Naukratis

Naukratis, un emporio situato in Egitto, era noto non tanto per il successo commerciale quanto per la bellezza delle sue cortigiane, con Rhodopis, una schiava tracia liberata dal fratello di Saffo, come figura prominente. Erodoto descrisse Naukratis evidenziando l’attrattiva delle sue cortigiane. Oltre a ciò, Naukratis era l’emporio più discusso nelle fonti anti- che, secondo solo al porto di Pireo in Attica. Questo interesse derivava non solo dalle cortigiane, ma anche dal fatto che, secondo Erodoto, Naukratis era stato a lungo l’unico emporio in Egitto, un’affermazione ripresa da lessicografi dell’an- tichità e del medioevo. L’emporio era amministrato da nove poleis greche che gestivano il tempio unico chiamato Helle- nion, mentre altre tre poleis avevano fondato santuari lì. Le interazioni cross-culturali promosse da Naukratis non erano un caso isolato. L’Egitto, a differenza delle città-stato del mondo mediterraneo, era un regno con una burocrazia centralizzata, codici legali e una forte identità collettiva, ma con una religione politeista simile a quella dei suoi vicini. Sin dall’antico Regno, i faraoni egiziani avevano coltivato contatti politici e commerciali con i loro vicini, specialmente lungo la costa del Mar Rosso, nel Mediterraneo orientale e nel circolo Egeo. Le connessioni con le civiltà minoica e micenea erano ben note, e nel VII secolo a.C. i contatti tra l’Egitto e il Mediterraneo orientale aumentarono notevolmente, con l’istituzione di insediamenti greci e fenici e l’intensificarsi dei commerci e dei viaggi nella regione. In questo periodo, mercenari da Ionia, Caria, Cipro e Fenicia servirono negli eserciti egiziani e furono stabiliti in città egiziane. L’ideologia ufficiale egiziana vedeva gli stranieri come portatori di disordine e caos, opposti all’ordine mantenuto dagli dèi e dai faraoni. Per questo motivo, gli stranieri che conformavano alla cultura egiziana e erano sottomessi allo stato erano considerati "buoni". Alcuni mercenari stranieri adottarono nomi egiziani, ricevettero sepolture egiziane e venera- rono nei culti egiziani, come ad Atene nel V secolo a.C., dove la presenza degli stranieri era controllata dallo stato. Tut- tavia, i Greci di Naukratis mantennero le loro pratiche greche, nonostante il controllo delle autorità egiziane. A partire dal VII secolo a.C., i contatti tra l’Egitto e il Mediterraneo furono ufficializzati anche tramite matrimoni interni tra le élite, come quando Amasi sposò una figlia della famiglia regnante greca a Cirene in Libia. I faraoni iniziarono anche a dedicare offerte nei santuari greci e a scambiare doni con i loro omologhi politici nelle città greche. Ad esempio, Amasi aiutò a ricostruire il santuario panellenico di Apollo a Delfi e inviò doni a Policrate, il tiranno di Samo, e statue di Atena al tempio di Atena Lindia a Rodi. Questi doni erano probabilmente tentativi di coltivare alleanze politiche e militari contro la crescente minaccia persiana. Tentativi precedenti del faraone Psammetico I di corteggiare il tiranno di Corinto Periandro e l’uso di architetti corinzi da parte di Necho per costruire una flotta avevano probabilmente lo stesso obiettivo di garantire assistenza navale contro la marina fenicia al servizio dei Babilonesi. I prodotti egiziani venivano commerciati in tutto il Mediterraneo. Scarabei egiziani sono stati trovati in contesti greci, punici, fenici, etruschi, iberici e altri. La produzione di scarabei si diffuse in vari contesti non egiziani e le figurine di Bes acquisirono significati propri in contesti non egiziani, trovandosi in molti santuari greci ed etruschi. Esempi ulteriori mostrano l’appeal dei prodotti egiziani nel Mediterraneo occidentale e orientale, come i vasi di alabastro con cartigli reali e statuette di bronzo trovate in tombe d’élite puniche o fenicie in Andalusia e Cartagine. La popolarità dei prodotti egiziani tra le élite greche è riflessa nei testi, come nella descrizione della casa di Menelao nell’Odissea, dove diversi artefatti di prestigio sono detti provenienti dall’Egitto. Tuttavia, non solo le élite cercavano questi manufatti; anche tra i non élite c’era una domanda per essi, come si può vedere dalla distribuzione di statuette di bronzo e oggetti in faience nelle tombe etrusche e greche, nonché nei santuari in tutto il mondo greco. La presenza di manufatti egiziani in contesti greci e le influenze egiziane nell’arte e nell’architettura greca sono ben note e frequentemente discusse dagli studiosi, indicando una cultura materiale comune accessibile a tutti i gruppi nel Mediter- raneo, sebbene ciascun gruppo interpretasse questi oggetti in modi diversi. La rappresentazione greca delle relazioni greco-egiziane nei miti e negli scritti storici spesso raffigurava l’Egitto come una nazione antica e statica da cui i Greci avevano preso elementi culturali. Questa percezione può essere letta come rispetto per una civiltà più antica a cui i Greci pensavano di dovere, ad esempio, i loro dei; tuttavia, alcuni studiosi hanno indicato le possibili connotazioni negative di

a viaggiare per affari. Questo contrasta con l’idea che Naukratis fosse solo un luogo per commercianti itineranti, sugge- rendo invece che vi fosse anche una comunità di residenti. La seconda iscrizione, datata tra il 411 e il 407 a.C., è un altro decreto rodio che conferisce diritti di proxenia a un uomo di Naukratis, figlio di Pytheas. Questo decreto gli garantiva il diritto di entrare e uscire dal porto con inviolabilità sia in pace che in guerra. A differenza di Damoxenos, il figlio di Pytheas non ricevette esenzioni fiscali, poiché era un traduttore e non un commerciante. Questo suggerisce che i proxenoi erano responsabili della protezione e della gestione degli affari dei visitatori provenienti dalle loro città d’origine, fungendo da garanti per i loro compatrioti. L’uso delle denominazioni come “rodio” e “lindio” a Naukratis riflette l’identità collettiva di Rodi e delle sue città. Prima dell’unificazione ufficiale di Rodi nel 408/7 a.C., le città di Rodi erano già fortemente interconnesse politicamente e religiosamente. Questo è evidente anche nelle iscrizioni di Naukratis, dove i cittadini delle tre città di Rodi si identifica- vano sia come individui che come parte di una comunità più ampia di Rodi. Identificare i greci di Naukratis Naukratis ospitava un’ampia varietà di greci provenienti da diverse poleis. Questo contesto multiculturale era simile a quello di altre città commerciali come Gravisca, Pistiros e Pireo. Le domande principali riguardano l’origine di questi greci, il loro senso di identità collettiva e i mezzi attraverso cui esprimevano questa identità. Herodoto menziona che i greci residenti a Naukratis erano distinti dai mercanti itineranti. Amasi aveva concesso ai greci residenti di stabilirsi a Naukratis, mentre i mercanti temporanei potevano solo erigere altari e santuari. Tuttavia, l’esempio di Damoxenos, un residente e al contempo commerciante itinerante con esenzioni fiscali, suggerisce che la distinzione tra residenti e non residenti potesse essere più sfumata di quanto apparisse. Gli scavi a Naukratis rivelano che i dedicatori delle iscrizioni erano greci provenienti da città come Chio, Teo, Focea, Mitilene, Rodi e Clazomene. Questi dedicatori non si presentavano come parte di un gruppo collettivo più ampio, ma l’uso di iscrizioni in diverse lingue e script dimostra una varietà di identità locali e regionali. La presenza di ceramiche provenienti da Atene, Corinto, Laconia e Cipro, insieme a ceramiche uniche provenienti da Caria, suggerisce sia l’arrivo di commercianti da diverse regioni sia la produzione locale di ceramiche a Naukratis. La ceramica prodotta localmente a Naukratis mostra uno stile distintivo che fonde elementi di varie tradizioni greche, indicando un ambiente di scambi culturali vivaci e una certa creatività nella produzione artistica. Questi prodotti erano utilizzati sia localmente sia esportati in Egitto e altrove. A differenza della ceramica attica e corinzia, la ceramica caria era rara e potrebbe indicare una presenza temporanea di Carii a Naukratis. Le sculture locali di Naukratis, caratterizzate da influenze egiziane, fenicie, cipriote e ioniche, riflettono un’ampia gamma di influenze artistiche. Nonostante l’assenza di prove concrete della presenza di artisti ciprioti a Naukratis, l’arte locale dimostra un forte contatto culturale con le regioni circostanti. Le statue miste in stile, simili a quelle prodotte a Cipro e in altre città greche orientali, erano parte di un ampio scambio artistico e culturale che superava i confini regionali. Infine, i rinvenimenti monetari a Naukratis, sebbene non forniscano prove definitive riguardo alla composizione etnica della popolazione, mostrano una varietà di monete greche e una preferenza per l’uso del metallo piuttosto che come valuta. Questa varietà di monete suggerisce la presenza di commercianti provenienti da diverse parti del mondo greco e un’in- tensa attività commerciale a Naukratis. Identità civiche e religiose L’analisi delle iscrizioni dedicate ai templi di Naukratis rivela che, come a Gravisca, i Greci di varie origini potevano adorare qualsiasi divinità, ma molti preferivano venerare le divinità particolarmente importanti nelle loro poleis di origine. È difficile distinguere tra residenti permanenti e commercianti temporanei basandosi solo sulle dediche. Nonostante i templi fossero distribuiti tra la zona residenziale e quella commerciale, non c’era una divisione rigida tra templi frequentati da commercianti e quelli frequentati da residenti. Tutti i Greci, indipendentemente dalla loro origine e status, potevano utilizzare i templi. Le donne che dedicavano offerte sono attestate in quasi tutti i templi, suggerendo che ogni residente, inclusi coloro che non erano commercianti, potesse fare dediche ovunque. I templi di Naukratis riflettono una varietà di influenze e identità polis. Il tempio di Zeus, dedicato dagli Aiginetani, non è stato ancora identificato, ma esistono due iscrizioni che confermano il culto di Zeus a Naukratis. Il tempio di Hera, costruito nel tardo VII secolo, è stato identificato grazie a iscrizioni votive e alla presenza di tazze Hera, prodotte a Samo e utilizzate in rituali simili sia a Naukratis che a Samo. Questi ritrovamenti indicano una connessione culturale e identitaria tra Naukratis e Samo.

Il tempio di Apollo, datato tra il 570 e il 560 a.C., presenta dediche specificamente rivolte al dio di Mileto, ma non solo dai Milesi. Anche Chiani, Tei e Knidiani hanno dedicato offerte in questo tempio, mostrando che i Greci di diverse città potevano adorare Apollo, sebbene fosse specificamente associato a Mileto. La varietà delle iscrizioni e degli stili di scrit- tura suggerisce una partecipazione diversificata. Ci sono due templi non menzionati da Erodoto: uno dedicato ai Diòscuri, databile al VI secolo a.C., e uno dedicato ad Afrodite, il più antico e prolifico della città. Quest’ultimo ha restituito una grande quantità di iscrizioni, ceramiche e statuette, riflettendo una grande varietà di influenze artistiche, tra cui greche orientali, cipriote, fenicie ed egiziane. Le offerte includono statue di atleti, uomini armati, musicisti e figure femminili nude, con molte dediche che mostrano l’in- fluenza della cultura e delle pratiche religiose orientali e mediterranee. Il culto di Afrodite a Naukratis era variegato e cosmopolita, con dediche che includevano diversi epitetti, tra cui "Pande- mos" (per tutti i popoli). Questo epiteto suggerisce che Afrodite fosse venerata come una divinità comune a tutti i Greci del luogo e che il tempio avesse una funzione di coesione civica. La dedica che localizza specificamente Afrodite a Naukratis rappresenta un’espressione di identità naukratita. Afrodite era anche venerata come protettrice dei naviganti e dei commercianti, il che spiega la presenza di offerte da parte di mercanti. La leggenda di Herostrato, che dedica una statuetta di Afrodite a Naukratis in segno di gratitudine per il salvataggio in mare, sottolinea questo aspetto. Il culto di Afrodite a Naukratis, come a Gravisca, rappresentava una divinità comune e unificatrice, favorendo la coesione tra i Greci dell’emporio e riflettendo la flessibilità della religione greca nel promuovere identità collettive. Dall’identità civica all’ellenicità Il santuario chiamato Hellenion è considerato da Erodoto come il più grande, famoso e frequentato tra i templi di Naukra- tis. La sua posizione originariamente identificata nel “Great Temenos” è stata messa in discussione da Hogarth, uno dei primi scavi dell’area, perché il materiale rinvenuto lì era principalmente tolemaico, non precedente. Le scoperte di Coul- son e Leonard hanno confermato la visione di Hogarth, rivelando solo materiali tolemaici nel “Great Temenos”. Hogarth, però, ha scavato in un’area settentrionale vicino ai templi di Apollo Milesio, Hera Samia e Afrodite, identifi- cando questo sito come l’Hellenion, basandosi su iscrizioni frammentarie ritrovate lì. Queste iscrizioni includevano de- diche a diversi dèi greci e la formula "agli dèi dei Greci", un’espressione unica nel contesto dell’epigrafia greca. La formula “agli dèi dei Greci” non ha paralleli diretti nell’epigrafia greca, ma compare in due passaggi di Erodoto. Nel primo, Aristagoras di Mileto invoca gli dèi greci per liberare gli Ioni dalla schiavitù. Nel secondo, Sokles, un ambasciatore corinzio, esorta gli Spartani a evitare la tirannide in nome degli dèi greci. In questi passaggi, gli dèi greci sono rappresen- tati come un legame comune tra i Greci, ma l’Hellenion usa "Greco" come sostantivo collettivo per il popolo, non solo come aggettivo per l’etnia divina. Nell’Hellenion, Greci provenienti da varie città-stato non solo dedicavano i loro voti individuali a divinità specifiche, ma si univano anche in un culto comune agli dèi greci. Questo riflette un’aggregazione panellenica, con l’Hellenion servendo come luogo di culto comune per diversi gruppi etnici greci, quali Ionici, Dorici ed Eolici, che normalmente avevano culti distinti e calendari religiosi separati. La creazione di un santuario comune come l’Hellenion mostra un tentativo di superare le divisioni etniche e culturali in un contesto di cooperazione. Questa unificazione è accentuata nel contesto della resistenza contro l’invasione persiana, dove Greci di diverse origini si unirono contro un nemico comune. Tuttavia, questa cooperazione panellenica si contrap- pone alla tendenza abituale di mantenere culti e identità religiose specifiche per ciascun gruppo etnico. Dal punto di vista egiziano, i Greci erano spesso considerati come un gruppo omogeneo, come evidenziato da documenti egizi e pratiche di insediamento. Ad esempio, Psammetico I aveva insediato Greci e Carî in due campi distinti lungo il Nilo, ma trattandoli come un’unica entità. Questo rifletteva una percezione egiziana dei Greci come collettivamente di- stinti da altri gruppi, nonostante le loro diversità interne. Allo stesso modo, la Stele di Amasis e le iscrizioni graffiate dai soldati greci mostrano che gli egiziani raggruppavano i Greci senza distinguere le loro origini etniche specifiche. Anche se gli egiziani consideravano i Greci come un’unica entità, i Greci stessi tendevano a identificarsi secondo la loro città o etnia specifica. Le iscrizioni graffiate dai mercenari greci sui monumenti egizi mostrano come i Greci si distin- guessero tra di loro secondo la città di origine, riflettendo una mancanza di coesione in contrasto con la visione egiziana. L’Hellenion rappresenta uno dei primi esempi documentati di un’identità greca collettiva, espressa attraverso un santuario comune dedicato a divinità greche. Questo sviluppo riflette una crescente consapevolezza e coesione tra i diversi gruppi etnici greci, facilitata dalla necessità di cooperare contro le minacce esterne e dalle dinamiche politiche e religiose dell’epoca.

conosciuto come Bona Mansio. Tuttavia, è chiaro che il testo era originariamente inciso su una pietra che era stata riuti- lizzata, dato che presenta segni di malta, suggerendo che fosse stata trasferita da un altro luogo. Il testo menziona un emporion chiamato Pistiros, che inizialmente è stato identificato con il sito di Adjiyska Vodenitza, a nord di Vetren. Questo emporion, unico per la sua posizione nell’entroterra, si differenzia dalla maggior parte degli altri centri commerciali antichi, che si trovavano lungo la costa. Tuttavia, ci sono diversi problemi legati a questa identificazione. Sebbene siano stati trovati molti import greci, come ceramiche e monete, gran parte dei reperti è locale. Le firme sulle anfore indicano principalmente l’isola di Thasos e le regioni del Mar Nero e del Mar Egeo, senza segni significativi di una forte presenza greca. Inoltre, i costi più elevati per il commercio via terra avrebbero reso improbabile che Vetren fosse un importante emporion. Alcuni studiosi suggeriscono che Pistiros potrebbe essere stato un sito costiero piuttosto che un insediamento dell’entro- terra. Erodoto menzionava un emporion chiamato Pistyros situato sulla costa del Mar Egeo, il che potrebbe essere un indizio per rivalutare la posizione di Pistiros. La scoperta di Pistiros vicino a Thasos sembra essere una proposta preliminare e potrebbe non essere del tutto accurata. È possibile che l’iscrizione sia stata trasferita ad Adjiyska Vodenitza, che era una residenza importante piuttosto che il vero emporion. L’iscrizione è una legge che regolava le relazioni tra i Greci e i Traci. Stabiliva che:

  1. Le controversie commerciali tra mercanti dovevano essere risolte dai loro familiari.
  2. I debitori traci non potevano cancellare i debiti nei confronti degli emporitai.
  3. Divieti specifici erano imposti, come il divieto di inviare soldati a Pistiros e di prendere ostaggi o beni dagli emporitai.
  4. Esenzioni fiscali erano previste per i beni trasportati tra Pistiros e altri empori. La datazione del testo è incerta, ma i riferimenti al re Kotys suggeriscono che potrebbe risalire a poco dopo la sua morte, avvenuta nel 360/359 a.C. Alcuni studiosi datano il testo al 359 a.C., in un periodo di cambiamenti politici significativi in Tracia. La maggior parte degli studiosi ritiene che l’iscrizione sia stata commissionata dai successori di Kotys. Questi successori cercavano di regolamentare le attività commerciali e garantire la protezione dei mercanti greci. Tuttavia, alcuni suggeri- scono che le autorità di Thasos potrebbero aver avuto un ruolo nella redazione del testo. Le evidenze indicano comunque che i Traci avevano il controllo sui territori menzionati. In sintesi, l’Iscrizione di Vetren offre uno spaccato affascinante delle relazioni commerciali e politiche tra Greci e Traci. Mostra come i Traci cercassero di mantenere ordine e garantire la sicurezza dei mercanti greci, mentre gestivano le loro interazioni commerciali. Anche se ci sono incertezze riguardo alla posizione esatta di Pistiros e alle circostanze precise della legge, l’iscrizione rimane un documento prezioso per comprendere il commercio e le relazioni tra queste due culture antiche. Mediazione delle relazioni greco-traci Il testo di Vetren inizia con un’invocazione al dio Dionisio, indicando che l’iscrizione potrebbe registrare un giuramento fatto dai sovrani traci. Questo è coerente con la consuetudine per i re di evitare di stipulare accordi con entità di rango inferiore, come Pistiros. Un’altra iscrizione dello stesso periodo, datata al 357/6 a.C., conferma l’uso del giuramento anche per la registrazione delle tasse dovute dalle città greche della Tracia ai successori di Kotys. Dionisio è particolarmente appropriato come divinità per il giuramento in quanto venerato tanto dai re traci quanto dai mercanti greci. La venerazione di Dionisio è ben documentata a Thasos e nelle colonie thasiane, e altre città greche in Tracia come Maroneia lo adoravano. La percezione che i Traci adorassero Dionisio deriva da fonti greche antiche come Erodoto, che menziona Dionisio in- sieme ad Ares e Artemide come divinità adorate dai Traci, e nota la presenza di un tempio dedicato a Dionisio tra i Satrai. Altri autori greci comparavano il culto di Sabazio, diffuso in Tracia, con quello di Dionisio, affermando che i Traci con- siderassero Dionisio come Sabazio e i suoi sacerdoti come Saboi. Alcuni studiosi hanno suggerito che il culto di Dionisio sia nato in Tracia e poi si sia diffuso in Grecia, anche se questa opinione è stata contestata a causa della scarsità di evidenze sui culti traci. Nonostante le controversie, le evidenze archeologiche ed epigrafiche confermano la venerazione di Dionisio in Tracia. Un’iscrizione del III secolo attesta che la regina tracia Berenice e i suoi figli prestarono un giuramento per liberare un uomo dal tempio degli dei samotraci a favore di Spartokos, e tale giuramento doveva essere inciso e posto nel tempio di Dionisio a Seuthopolis. Questo dimostra che Dionisio era riconosciuto e venerato sia dai Traci che dai Greci, servendo come mediatore culturale tra i due gruppi etnici e garantendo le disposizioni del testo di Vetren.

Mediazione degli affari greci Il testo di Vetren stabilisce le regole per risolvere le dispute tra gli emporitai, i mercanti residenti, che dovevano essere giudicate dai syngeneis (parenti o concittadini degli emporitai). Questo sistema era essenziale per il funzionamento degli insediamenti commerciali, soprattutto in contesti eterogenei. Gli emporitai di Pistiros provenivano da città come Apollo- nia, Thasos e forse Maroneia. Picard ha notato che il verbo usato per le richieste di risarcimento monetario nel testo è simile a quello usato in un caso di ps.-Demostene dove l’erede di un defunto assumeva la posizione del defunto nel processo. In modo simile, se un mercante deceduto fosse stato processato, i suoi syngeneis lo avrebbero sostituito. L’analisi suggerisce che i syngeneis erano i giudici, non coloro che erano giudicati. Alcuni interpreti hanno tradotto syngeneis come "parenti", altri come membri della stessa città o Ioni. Avramoff ha sug- gerito "congeneri", evidenziando che le dispute erano regolate dalla comunità stessa. Johnston ha sostenuto che le dispute tra i mercanti di Pistiros erano giudicate a Pistiros dai suoi abitanti e mercanti. Alcune interpretazioni indicano che syngeneia potesse riferirsi a relazioni tra poleis piuttosto che a legami familiari. Era un termine usato per descrivere relazioni tra città in documenti diplomatici dell’epoca ellenistica, spesso per indicare legami o familiarità tra poleis. Plutarco e Polibio parlano dell’uso di giudici stranieri, una pratica comune anche in epoche precedenti. Documenti dell’epoca ellenistica onorano giudici stranieri chiamati “poleis syngeneis”. I sovrani usavano giudici stranieri per gestire affari in altre poleis, evitando di violare l’autonomia delle città. Il testo di Vetren suggerisce che i dinasti traci delegassero il diritto di giudicare le dispute tra i mercanti greci a giudici ufficiali delle poleis syngeneis , probabilmente delle città alleate di Pistiros. Questo sistema di giudici stranieri era utile per gestire la diversità etnica di Pistiros, permettendo di mediare tra Traci e Greci e di regolamentare le interazioni tra mercanti di diverse città, riconoscendo al contempo le diverse identità civiche dei Greci di Pistiros. Le garanzie dei Traci a Pisistros e ai suoi residenti Il testo di Vetren, dopo aver trattato gli affari interni degli emporitai, passa a regolamentare le relazioni tra gli emporitai e i Traci (linee 7-10). La disposizione principale stabilisce che non vi sarà cancellazione dei debiti, ma il dibattito riguarda se i debiti fossero a carico degli emporitai verso i Traci o viceversa. Alcuni studiosi, come Lefevre e Avramoff, ritengono che i Traci dovessero dei debiti agli emporitai, mentre Domaradzka ha confermato che i debiti erano quelli dei Traci verso gli emporitai e non potevano essere annullati. Il testo usa il termine generico "Traci" invece di specificare gruppi traci particolari, riflettendo una percezione greca piuttosto che una tracia. Questo è simile a come gli Egizi raggruppavano i Greci di diverse poleis senza distinzione. I Traci trattavano i Greci come un’unica entità, mentre i Greci distinguevo tra vari gruppi traci, come i Maroneiani, gli Apolloni e i Thasiani. Il testo stabilisce anche garanzie per i mercanti e la città di Pistiros. Le linee 10-12 garantiscono che la proprietà dei mercanti, come terre e animali, non verrà confiscata, suggerendo che Pistiros era autonomo e autosufficiente. Le linee 12- 15 assicurano che i Traci non avrebbero inviato soldati o stabilito guarnigioni a Pistiros, conferendo ulteriore autonomia al commercio e proteggendo la città da interferenze esterne. Le linee 16-17 garantiscono che i Traci non avrebbero preso ostaggi dai Pistirenoi, confermando il carattere politico della città e la sua protezione. Le linee 18-20, anche se frammentarie, confermano la protezione dei beni degli emporitai, evi- tando la loro confisca. Questi provvedimenti riconoscono sia l’identità politica di Pistiros come polis sia quella professionale degli emporitai, garantendo autonomia alla città e protezione ai mercanti. Queste concessioni erano particolarmente rilevanti in un’area contestata come Pistiros, che, pur godendo di libertà commerciale, continuava a essere un’importante fonte di entrate per le autorità traci. Facilitare il commercio Le disposizioni dell’iscrizione trattano principalmente la regolazione della giustizia tra gli emporitai, l’indipendenza dei mercanti e degli abitanti di Pistiros rispetto alle autorità traci, e i diritti di proprietà degli emporitai. Le successive clausole riguardano le modalità di scambio commerciale (linee 20-27). Queste disposizioni stabiliscono che non saranno imposte tasse sui beni trasportati lungo le strade tra Pistiros e Maroneia, o tra Maroneia e gli emporia Belana dei Prasenoi. Inoltre, si prevede che gli emporitai possano aprire e chiudere i loro mercati come avveniva ai tempi di Kotys.

non era un emporion all’estero, ma un importante porto della Grecia continentale che divenne cruciale con l’ascesa di Atene. A differenza degli altri emporia esaminati, Pireo era direttamente legato ad Atene, che, pur non essendo stata attivamente coinvolta nelle colonizzazioni del periodo arcaico, divenne dominante nel V secolo con klerouchies e colonie come Am- phipolis. Nonostante la sua tardiva partecipazione nella colonizzazione, Atene influenzava e commerciava ampiamente nel Mediterraneo, con i suoi prodotti, come il vino e l’olio d’oliva, molto ricercati e diffusi. Pireo offre un’ulteriore occasione per esaminare le dinamiche tra la politica e la funzione degli emporia, nonché per capire come Atene gestisse la sua popolazione multietnica. A differenza degli emporia esteri, Pireo mostra come i Greci e i non- Greci convivessero e negoziassero la loro identità all’interno di una cultura mediterranea condivisa. Questo portò a un’evoluzione culturale e legale che rifletteva la crescente complessità e multiculturalismo di Atene durante il suo periodo di massimo splendore. Un demo ed emporio attico Pireo era già uno dei demoi di Atene, ma divenne ufficialmente il porto di Atene durante l’arcontato di Temistocle, tradi- zionalmente datato al 493/2 a.C. Tuttavia, Fornara mette in discussione questa data esatta, suggerendo che le fortificazioni iniziarono nei primi venti anni del V secolo a.C., quando Temistocle ricopriva una magistratura annuale diversa dall’ar- contato. Secondo Tucidide, Temistocle persuase gli Ateniesi a fortificare anche il resto di Pireo, un progetto che era stato avviato precedentemente. Temistocle credeva che la posizione di Pireo, con i suoi tre porti naturali, fosse vantaggiosa per il dominio navale degli Ateniesi, e promosse l’idea che Atene dovesse diventare una potenza marittima. La fortificazione comprendeva mura spesse, costruite con grandi pietre quadrate legate con ferro e piombo, ma non fu completata fino all’altezza prevista da Temistocle. Nel contesto antico, il lavoro di Temistocle nel trasformare Pireo in porto di Atene fu spesso presentato come una fonda- zione. Anche se Temistocle non consultò l’oracolo di Delfi per ottenere il riconoscimento per questa trasformazione, fu considerato il fondatore del porto. La sua tomba a Pireo, eretta successivamente e divenuta oggetto di culto, inizialmente serviva come promemoria del potere navale ateniese. Con il passare del tempo, Pireo si sviluppò in un emporio indispen- sabile per Atene, specialmente per l’importazione di grano. Il poeta comico Plato ironizzava sulla tomba di Temistocle, che ora sorvegliava le attività commerciali. La narrazione ateniese della fondazione di Pireo continuò con la riorganizzazione del porto, attribuita a Ippodamo di Mileto. Questa riorganizzazione rese Pireo simile a una colonia greca, anche se non era una colonia vera e propria. Il piano urbano di Pireo, basato su una divisione in settori e un sistema stradale rettilineo, includeva aree riservate all’uso pubblico, come politico, commerciale e religioso. Le iscrizioni ritrovate indicano che la città era suddivisa in settori con confini ben definiti. Nonostante Pireo fosse formalmente un demo ateniese aveva un sistema amministrativo più complesso rispetto ad altri demoi. C’erano edifici pubblici come l’agorà, un bouleuterion e uno strategeion, ognuno con specifiche funzioni politiche e commerciali. L’agorà di Pireo era sorvegliata da cinque agoranomoi, diversi dai cinque che si occupavano dell’agorà di Atene. Inoltre, Pireo ospitava almeno un tribunale specifico, a Phreatto, per processare omicidi non intenzionali e forse un secondo tribunale per le cause commerciali. L’infrastruttura politica di Pireo includeva uffici amministrativi e funzionari scelti a sorte tra i cittadini ateniesi. C’erano cinque astynomoi responsabili delle strade e degli edifici pubblici, e altri ufficiali duplicati per le funzioni commerciali, come i metronomoi e i sitophylakes, che gestivano pesi e misure e il controllo del grano importato. Pireo aveva anche ufficiali specifici per la supervisione dell’emporio e dei cantieri navali. La duplicazione degli edifici pubblici e degli uffici a Pireo ricorda la trasposizione di elementi costituzionali da Atene a Pireo, ma ciò non implica che Pireo fosse una colonia. Piuttosto, queste strutture erano necessarie per gestire l’emporio in crescita. La particolare attenzione di Atene su Pireo si riflette anche nella gestione amministrativa, con il demarcho di Pireo eletto ad Atene e l’assemblea ateniese che si riuniva spesso a Pireo. Un emporio greco multietnico Nel V secolo a.C., Atene fondò Pireo come suo principale porto, segnando un momento cruciale nella sua storia. Questo cambiamento trasformò Atene in una potente forza navale e dominante nel mondo greco e contribuì a fare di Pireo uno degli empori più cosmopoliti dell’antichità. L’apertura al mare portò Atene a diventare un centro nevralgico per il com- mercio e le interazioni culturali. In precedenza, Atene utilizzava il porto di Faleron e non era particolarmente nota per la

sua attività marittima. Fu solo grazie a Temistocle e alla sua visione strategica che Atene iniziò a costruire una potente flotta e a orientarsi verso il commercio marittimo. Pireo non solo facilitò la crescita economica di Atene, ma divenne anche un punto di incontro per numerosi stranieri. Il porto attirava commercianti e altre persone da tutto il Mediterraneo, rendendolo un centro multiculturale. La popolazione di Pireo era composta da cittadini ateniesi registrati in altri demes, meteci (stranieri residenti), xenoi (stranieri temporanei) e schiavi. Le iscrizioni funerarie suggeriscono che molti cittadini ateniesi risiedevano a Pireo per sfruttare le opportunità economiche offerte dall’emporio. I meteci e i commercianti residenti partecipavano attivamente alla vita economica e pubblica, mentre i xenoi erano più temporanei e meno integrati. I meteci, pur avendo diritti limitati rispetto ai cittadini ateniesi, potevano partecipare alla vita economica e militare della città. Tuttavia, non potevano possedere terre o ricoprire cariche pubbliche. Erano soggetti a tasse specifiche, come il metoikion (tassa sui meteci) e, talvolta, il xenika tele (tassa sui commerci). Nonostante queste limitazioni, potevano otte- nere alcuni privilegi, come l’isoteleia (parità fiscale con i cittadini) e l’enktesis (diritto di possedere proprietà), se dimo- stravano di aver reso un servizio alla città. Gli xenoi erano stranieri che soggiornavano ad Atene per brevi periodi e avevano diritti ancora più limitati rispetto ai meteci. Non erano obbligati a pagare le tasse che i meteci dovevano sostenere e non erano soggetti al servizio militare. Tuttavia, anche gli xenoi potevano ricevere privilegi come l’isoteleia o l’enktesis in alcune circostanze. La loro parteci- pazione ai riti religiosi era molto limitata e spesso mediata da proxenoi (sponsor). Atene cercava di bilanciare l’inclusione e l’esclusione di meteci e xenoi nella vita pubblica e economica della città. I meteci, che contribuivano significativamente all’economia e alla vita pubblica, avevano più diritti e una maggiore parte- cipazione rispetto ai xenoi, che erano trattati come ospiti temporanei. Le leggi e le regolazioni cercavano di garantire che i meteci e i xenoi potessero svolgere le loro attività senza problemi, ma sempre nel contesto di una chiara distinzione dai cittadini ateniesi. I meteci avevano alcune opportunità di partecipare ai culti religiosi e ai riti pubblici, sebbene in misura limitata rispetto ai cittadini. Potevano praticare i loro culti e partecipare a alcune celebrazioni, ma non erano ammessi ai riti esclusivi riservati ai cittadini. Gli xenoi, invece, avevano un accesso molto limitato ai culti e ai riti religiosi ateniesi e potevano solo partecipare ai culti delle loro città natali o, in alcuni casi, grazie alla mediazione di proxenoi. Premiare i commercianti residenti Atene premiava i meteci e xenoi (stranieri) che avevano reso servizi significativi con onorificenze, spesso registrate su iscrizioni. Queste iscrizioni sono preziose per comprendere l’atteggiamento ateniese verso i commercianti stranieri, anche se non sempre è chiaro se i beneficiari fossero meteci o xenoi. Questo riassunto si concentra sulle iscrizioni che riguardano commercianti (emporoi) o armatori (naukleroi) che erano ad Atene principalmente per il commercio nel porto di Pireo. Una delle prime iscrizioni, datata agli anni ‘60 del IV secolo a.C., onora Straton, re di Sidone. Sebbene il testo frammen- tario non spieghi dettagliatamente il motivo dell’onore, è chiaro che Straton aveva assistito un’ambasciata ateniese verso il re persiano Artaserse. Per questo servizio, Straton ricevette il titolo di proxenos (protettore) ereditario e l’impegno degli Ateniesi a fornirgli assistenza se necessario. L’iscrizione menziona anche la possibilità di scambiare simbola (documenti di comunicazione) tra Atene e Sidone, probabilmente per facilitare le comunicazioni sicure. Inoltre, l’iscrizione registra una proposta di Menexenos che conferiva diritti speciali ai commercianti sidonii a Atene, esentandoli dal metoikion (tassa per meteci), dalla choregia (servizio pubblico) e dall’eisphora (tassa straordinaria). Que- sto suggerisce che i mercanti sidonii potessero rimanere a lungo senza diventare meteci, facilitando così le loro attività commerciali. Nel corso dei secoli IV-III a.C., le iscrizioni attestano la presenza continua di commercianti sidonii a Pireo. Un’iscrizione bilingue del III secolo a.C. mostra una famiglia sidonia che risiedeva a Pireo, rivelando due livelli di identità: una per i Greci e una per i Sidonii. Altre iscrizioni, sempre bilingui, indicano che la comunità sidonia adottava alcune pratiche e onorificenze simili a quelle ateniesi, suggerendo una forma di integrazione culturale. Tra il 336 e il 319 a.C., diverse iscrizioni onorano commercianti e armatori per aver fornito grano ad Atene durante periodi di carestia. Gli onori includevano corone d’oro e, in alcuni casi, diritti permanenti come la proxenia e l’euergetia (bene- fattore). Alcuni onorati ricevettero anche il diritto di enktesis, che consentiva loro di possedere terreni e case ad Atene. Il sistema di premi è simile a quello adottato da altre città, come Rodi, dove i residenti di Naukratis ricevevano onorifi- cenze simili, inclusi esenzioni fiscali. Questi premi e onorificenze riflettono un’attenzione comune per facilitare il com- mercio e premiare i beneficiari. Le onorificenze e i diritti concessi agli stranieri da Atene dimostrano una strategia equilibrata di integrazione e regola- mentazione. Gli stranieri, pur non avendo cittadinanza completa, ricevevano premi che miglioravano la loro posizione e

Infine, la traduzione di divinità straniere in corrispondenti greci (come Bendis in Artemide e Zeus in Baal) facilitava la comunicazione tra la popolazione multietnica di Atene. Questa adattabilità dei sistemi religiosi politeisti nella regione mediterranea semplificava l’accettazione dei culti stranieri a Pireo.

Conclusione

Il commercio attraverso il Mediterraneo ha avuto un ruolo cruciale nell’unità culturale e geografica della regione. Fin dall’Età del Bronzo fino al VII secolo a.C., i Greci, gli Etruschi, i Fenici e altri gruppi hanno interagito tra loro, svilup- pando pratiche marittime condivise e una cultura comune. Queste interazioni hanno portato alla nascita di insediamenti multietnici, conosciuti come empori, come Emporion, Gravisca, Naukratis, Pistiros e Pireo. Gli empori erano molto più che semplici centri commerciali; erano veri e propri melting pot culturali dove i vari gruppi si incontravano e si influenzavano a vicenda. Ogni emporio mostrava una miscela unica di identità greche e locali, adat- tando miti, arte e istituzioni politiche per facilitare la comprensione reciproca tra i diversi popoli. Questo scambio culturale era essenziale per la coesistenza pacifica e per il fiorire delle attività commerciali. L’amministrazione e la legislazione in questi empori erano particolarmente complesse, dato che ospitavano diverse co- munità con interessi vari. Per esempio, gli empori greci situati in territori non greci, come Naukratis e Pistiros, godevano di una certa autonomia. Le autorità locali, insieme ai commercianti e alle popolazioni ospitanti, stabilivano quadri legali per garantire che tutti gli interessi fossero equilibrati. Le tasse sul commercio erano una pratica comune, fungendo sia da fonte di reddito per le città che da mezzo per garantire la protezione dei mercanti. La religione ha giocato un ruolo fondamentale nell’unire questi gruppi diversi. La venerazione condivisa di divinità come Afrodite, Dioniso e Bendis ha facilitato l’interazione tra i Greci e le popolazioni locali. I templi erano luoghi aperti a tutti i Greci, promuovendo un senso di unità religiosa nonostante le diverse pratiche rituali. La costruzione dell’identità era strettamente legata alla cittadinanza. Gli individui si identificavano principalmente con la loro città-stato, o polis, e la religione rafforzava questo legame. Le dediche e i templi rappresentavano un forte senso di orgoglio civico e affiliazione. Con il tempo, tuttavia, sono emerse identità più ampie che includevano legami regionali ed etnici, influenzate dalle reti commerciali e dalle pratiche religiose condivise. In conclusione, l’integrazione culturale ed economica del Mediterraneo attraverso gli empori dimostra come la negozia- zione delle identità e la cultura condivisa possono facilitare la coesistenza e la comprensione reciproca tra gruppi diversi. Gli empori non erano solo luoghi di scambio commerciale, ma anche punti di incontro culturale dove le identità venivano costantemente plasmate e riformulate attraverso il commercio, la religione e l’interazione quotidiana.