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Neuroscienze cognitive dell’invecchiamento, Dispense di Neuropsicologia

Neuroscienze e neuropsicologia cognitiva dell'invecchiamento, Maria Angela Molinari, Corso di Laurea Magistrale in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica di Cesena. Slide + appunti + libro integrati e organizzati coerentemente per favorire lo studio.

Tipologia: Dispense

2023/2024

In vendita dal 01/03/2026

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arianna-michelini 🇮🇹

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Cognitive Neuroscience of Aging, Modulo 2: Maria Angela Molinari.
1
Neuroscienze cognitive dell’invecchiamento.
Modulo 2, Molinari.
1. Disturbo cognitivo soggettivo (SCD) e Mild-Cognitive Impairment (MCI).
Disturbo cognitivo soggettivo (SCD)
I criteri diagnostici per l’SCD sono: (1)
persistente esperienza soggettiva
di declino
rispetto ad un livello precedente di funzionamento (non correlata ad un evento acuto);
(2)
prestazioni normali
ai test cognitivi.
Quali caratteristiche ha? È
molto frequente
. In studi recenti di gruppi di soggetti si vede
come nelle persone over 60, circa il 15% riferisce questa sensazione di essere meno
capace rispetto a prima. Questa percentuale aumenta in maniera significativa dopo i 70
anni dal 50 all’80%. Sono prevalentemente
uomini
poco scolarizzati
che vivono in contesti
di
basso-medio reddito
(mediamente poveri).
Perché è importante parlarne? In una buona percentuale di casi finiscono dal medico.
In alcuni casi, presentano delle caratteristiche peculiari. Possono avere questa sensazione
correlata al fatto che hanno patologie neurologiche, possono avere patologie psichiatriche,
metaboliche o endocrine o ancora dei tratti personologici piuttosto caratteristici (es.
particolarmente ansiosa, che soffre di deflessione del tono dell’umore).
Un altro elemento fondamentale è che questo tipo di disturbo spesso viene rilevato da
persone che hanno un familiare che ha avuto demenza. In alcuni casi può essere la
manifestazione di un processo che non si oggettiva alla valutazione neuropsicologica ma
che poi evolverà in patologia. In altri casi può essere un disturbo cognitivo soggettivo
conseguente un evento stressogeno.
Perché è importante studiarlo? È soggettivo, non è una malattia. È importante studiarlo
perché alcuni pazienti sono persone che hanno questa manifestazione iniziale e che dopo
4.5 anni sviluppano dei quadri nel 27% dei casi sviluppa MCI e in alcuni casi, nel 14%,
sviluppa dei quadri di vera e propria demenza. Capire quali sono i soggetti che
evolveranno in un quadro patologico, tengo in follow-up solo questi pazienti che
evolveranno in questo e “ignorare” i soggetti che non evolveranno.
È importante anche per la prevenzione primaria (consente ai sanitari di mettere in atto
una serie di attività ed interventi che evitano l’insorgenza di malattie) e per la prevenzione
secondaria (metto in atto degli interventi/azioni/procedure che mi consentano di fare una
diagnosi precoce).
Come faccio ad indagare la presenza di un disturbo soggettivo? Non posso
quantificarlo e trovarlo coi test. Me lo faccio comunicare dal soggetto, da un familiare e
posso anche utilizzare dei questionari:
cognitive function index
,
cognitive change index
(questionario in cui vengono proposti 20 item al soggetto e deve indicare la frequenza di
tale disturbo su una scala likert),
cognition questionnaire
e tramite colloquio/intervista.
Attualmente non ci sono strumenti Gold-Standard: è necessaria, comunque, una
valutazione formale accurata (no tramite test di screening).
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Neuroscienze cognitive dell’invecchiamento.

Modulo 2, Molinari.

1. Disturbo cognitivo soggettivo ( SCD ) e Mild-Cognitive Impairment ( MCI ).

Disturbo cognitivo soggettivo (SCD)

I criteri diagnostici per l’SCD sono: (1) persistente esperienza soggettiva di declino

rispetto ad un livello precedente di funzionamento (non correlata ad un evento acuto);

(2) prestazioni normali ai test cognitivi.

Quali caratteristiche ha? È molto frequente. In studi recenti di gruppi di soggetti si vede

come nelle persone over 60, circa il 15% riferisce questa sensazione di essere meno

capace rispetto a prima. Questa percentuale aumenta in maniera significativa dopo i 70

anni dal 50 all’80%. Sono prevalentemente

uomini poco scolarizzati che vivono in contesti

di basso-medio reddito (mediamente poveri).

Perché è importante parlarne? In una buona percentuale di casi finiscono dal medico.

In alcuni casi, presentano delle caratteristiche peculiari. Possono avere questa sensazione

correlata al fatto che hanno patologie neurologiche, possono avere patologie psichiatriche,

metaboliche o endocrine o ancora dei tratti personologici piuttosto caratteristici (es.

particolarmente ansiosa, che soffre di deflessione del tono dell’umore).

Un altro elemento fondamentale è che questo tipo di disturbo spesso viene rilevato da

persone che hanno un familiare che ha avuto demenza. In alcuni casi può essere la

manifestazione di un processo che non si oggettiva alla valutazione neuropsicologica ma

che poi evolverà in patologia. In altri casi può essere un disturbo cognitivo soggettivo

conseguente un evento stressogeno.

Perché è importante studiarlo? È soggettivo, non è una malattia. È importante studiarlo

perché alcuni pazienti sono persone che hanno questa manifestazione iniziale e che dopo

4.5 anni sviluppano dei quadri nel 27% dei casi sviluppa MCI e in alcuni casi, nel 14%,

sviluppa dei quadri di vera e propria demenza. Capire quali sono i soggetti che

evolveranno in un quadro patologico, tengo in follow-up solo questi pazienti che

evolveranno in questo e “ignorare” i soggetti che non evolveranno.

È importante anche per la prevenzione primaria (consente ai sanitari di mettere in atto

una serie di attività ed interventi che evitano l’insorgenza di malattie) e per la prevenzione

secondaria (metto in atto degli interventi/azioni/procedure che mi consentano di fare una

diagnosi precoce).

Come faccio ad indagare la presenza di un disturbo soggettivo? Non posso

quantificarlo e trovarlo coi test. Me lo faccio comunicare dal soggetto, da un familiare e

posso anche utilizzare dei questionari: cognitive function index, cognitive change index

(questionario in cui vengono proposti 20 item al soggetto e deve indicare la frequenza di

tale disturbo su una scala likert),

cognition questionnaire e tramite colloquio/intervista.

Attualmente non ci sono strumenti Gold-Standard: è necessaria, comunque, una

valutazione formale accurata (no tramite test di screening).

Nel caso in cui abbia questo disturbo ci sono tre possibili traiettorie :

(A)

piena remissione del disturbo

(aveva la sensazione di essere meno

performante ma nel tempo, questo

vissuto scompare perché poteva

essere legato a disturbi collaterali), (B)

disturbo cognitivo soggettivo non-

reversibile, stabile nel tempo (non torna

allo stadio normale, le prestazioni

restano nella norma anche se ha tale

disturbo), (C) conseguente lenta

progressione che mi porta a sviluppare

dei disturbi cognitivi oggettivi e in alcuni

casi anche la demenza.

Come faccio a capire quali sono i soggetti che evolvono (C)? Ci sono delle

caratteristiche. Di solito sono soggetti che lamentano un declino della memoria; soggetti

che hanno un esordio SCD dopo i 60 anni; soggetti che tendono a reiterare la propria

difficoltà ripetendolo in modo costante e quando queste difficoltà sono confermate da un

osservatore (familiare o meno).

Uno studio di Ribaldi et al., 2022 ha analizzato diversi soggetti facendogli una

valutazione. Di 1000, 370 individuati con disturbo cognitivo soggettivo. Gli autori hanno

confermato che questi soggetti avevano

comorbidità rispetto a chi non aveva DCS.

Facendo analisi data-driven, hanno individuato due diversi cluster di soggetti con DCS:

cluster 1 (cognitivamente simile ai pazienti che non hanno DCS) e cluster 2 (entravano i

soggetti con bassa scolarizzazione che avevano alla baseline un mini-mental basso,

prestazioni peggiori). Il cluster 1 aveva però una caratteristica peculiare: erano soggetti

che avevano delle prestazioni più basse rispetto ai pazienti del gruppo 2 nelle prove

esecutive (non patologiche, ma inferiori). Perché? Probabilmente, i pazienti del gruppo 1

sono pazienti con maggiore riserva cognitiva, più resilienti ai disturbi cognitivi e quindi

hanno prestazioni molto buone in tutte le prove cognitive ma in quelle esecutive, questa

maggior resilienza si vede di meno e quindi hanno una performance peggiore in queste

prove.

Cosa succede quando un disturbo soggettivo diventa oggettivo? Quando questo

succede, si entra in uno stadio intermedio in cui i soggetti iniziano ad avere disturbi di

memoria di entità tale da non alterare il loro livello di autonomia.

Si configura un nuovo quadro clinico che è un disturbo oggettivo : disturbi di memoria

prima del MCI che ha cambiato nome nel corso degli anni: 1) smemoratezza senile

benigna, 2) deficit di memoria associato all’età, 3) lieve disordine cognitivo, 4) lieve

disturbo neuro-cognitivo. Ora viene definito nel DSM-V “disturbo neuro-cognitivo minore”.

Come faccio ad oggettivare la presenza di un disturbo cognitivo? Si usano due test:

MMSE e MOCA. Entrambi questi strumenti di primo livello (screening) hanno delle

limitazioni: (1) se vedo una persona con elevato livello di scolarizzazione/ad alto

funzionamento, è difficile che se ha un disturbo in fase iniziale io riesca a rilevarlo tramite

questo strumento: avrò un falso negativo, dico che non ha nulla quando ha qualcosa;

(2) posso avere l’effetto inverso: un falso positivo, dico che ha quando in realtà non ha

perché sto valutando una persona scarsamente scolarizzata – le prestazioni saranno

basse per il suo background culturale; (3) c’è il problema della lingua madre, nel momento

in cui vado ad esaminare una persona che non è di lingua madre italiana e viene valutata

quindi in una lingua diversa dalla propria lingua madre.

A questa classificazione ne seguono altre due: una del 2011 in cui si parlerà di quadri di

MCI-due-to-AD e una del DSM-V che parla di due disturbi cognitivi diversi: disturbo

cognitivo minore che coincide con l’MCI, e disturbo cognitivo maggiore quando ci sono

quadri di franca demenza. I criteri del DSM-V vengono usati poco perché sono molto

grossolani. Si tendono ad usare dei sistemi di classificazione più raffinati che ci consentono

di discriminare che tipo di demenza è o che tipo di MCI è.

Quanto è frequente? Prevalenza (quanti soggetti in questo momento hanno quella

patologia) di pazienti con MCI è del 18.9% mentre l’incidenza (quantità di nuovi casi ogni

anno) è di 47,9 ogni 1000 persone. Di questi, il 5-6% l’anno evolvono in demenza.

Fattori di rischio che ci portano a sviluppare questi quadri: (1)

età avanzata , più sei

anziano più è probabile; (2) caratteristiche cardiovascolari e metaboliche (es. diabete,

pressione alta, colesterolo alto, obesità, ictus, fibrillazione atriale); (3) processi infiammatori

e stress ossidativi; (4) deficit sensoriali (questo elemento induce più probabilmente

l’insorgenza di un disturbo cognitivo); (5) fattori socioculturali (es. scolarizzazione,

competenze, conoscenze); (6) fattori psicosociali (depressione e ansia);

(7) comportamenti (attività fisica, fumo, alcol, sostanze) e (8)

fattori genetici (APOE, esiste

in tre diverse forme – chi ha un’espressione e4/e4, ha una maggiore possibilità di

sviluppare demenze tipo-Alzheimer).

Depressione e MCI. La presenza di depressione è un fattore di rischio. Riduce la qualità

di vita dei pazienti. I pazienti con depressione tendono ad essere consapevoli e a

sviluppare ansia, ostilità, umore più basso rispetto ai coetanei. Più frequente nei casi di

MCI amnesico perché il disturbo di memoria determina una maggiore consapevolezza e

una ricaduta maggiore nella vita quotidiana rispetto ad altri disturbi cognitivi. Alcuni

ipotizzano che la depressione induca un aumento del cortisolo che ha un effetto negativo

sulle performance cognitive. Altri che sia l’espressione di una sofferenza vascolare o

ancora, che i farmaci per la depressione hanno come effetto collaterale un effetto

colinergico.

Perché è importante eseguire una valutazione neuropsicologica? Perché devo capire

se questo soggetto ha un invecchiamento normale (disturbo soggettivo cognitivo) o se ha

un disturbo oggettivo e se questo è l’inizio di una patologia neurodegenerativa o reversibile

(carenza di vitamine o alterazioni della funzionalità tiroidea). Posso vederlo per studiare

come progredisce tale patologia, anche solo per scopo conoscitivo, per avere una misura

di eventuali trattamenti che io faccio.

  • Memoria: parole di Rey, WMS, FCSRT, DMS
  • Esecutive: pianificazione, problem-solving, ragionamento, set-shifting
  • Linguaggio: denominazione, comprensione, ripetizione, semantica, fluenze
  • Attenzione: selettiva e divisa.

FCSRT: test più utile per valutare i disturbi di memoria.

Si presenta al soggetto un foglio nel quale ci sono

quattro parole (4 fogli da 4 parole ciascuno = 16): una di

queste è un nome, un altro è una città, un altro è il nome

di un ballo e l’altro di una parte del corpo. Si copre il

foglio e si chiede qual era il nome della città.

Poi si chiede di contare da 100 sempre in - 3. Dopo 20 secondi lo fermiamo e senza

averglielo detto gli chiediamo di rievocare liberamente tutte le parole che si ricorda. Quelle

che non ha rievocato in 4 minuti poi chiedo: c’era nome di una città, si ricorda qual è? Ci

sono tre indici (1) rievocazione libera (misura dell’immagazzinamento e del recupero

spontanei), (2) rievocazione guidata (indice diretto delle difficoltà di recupero) e (3)

rievocazione totale (misura dell’immagazzinamento effettivo). Alla fine ho anche un

indicatore della rievocazione totale: se bassa nonostante la facilitazione, c’è atrofia

ippocampale e quindi è sensibile per l’Alzheimer Disease. Una delle indicazioni di questo

test è l’ISC in cui se questo è inferiore a 0.60% non beneficia del cue semantico; quindi,

nel suo ippocampo l’informazione non ci è andata.

DMS-48: Prevede la presentazione di stimoli visivi

con e senza significato, una prova di

riconoscimento immediato, una dopo un ora e

l’altra dopo 24 ore. Difficoltà nel far tornare i

pazienti 24 ore dopo in ambulatorio.

Per valutare i pazienti con MCI non esiste un gruppo di test considerati gold-standard. La

capacità di detezione di un disturbo cognitivo che abbiamo varia a seconda della

profondità della mia analisi. Varia anche in funzione della soglia che decido di usare: se

da 1DS utilizzo 1,5DS, vi è una variabilità dal 9/19%.

Dopo i criteri di Petersen e della CC, vengono definiti dei criteri diagnostici essenziali

(core clinical criteria) che possono essere applicati in tutti i setting di indagine e criteri

utilizzati in ambito di ricerca o di alta specializzazione che richiedono l’uso di

biomarcatori (research criteria).

Ora parliamo dei Core Clinical Criteria :

  1. Presenza di una modificazione cognitiva rispetto alle condizioni precedenti del

paziente rilevata dal soggetto/da un familiare e dal clinico;

  1. Prestazioni scadenti in uno o più domini cognitivi che si discosta da quanto atteso

in base alle variabili indipendenti;

3. Preservata indipendenza ma il soggetto è meno accurato, più lento, meno efficiente

rispetto al passato (cucinare, gestire le finanze, pagare i conti, fare spese);

  1. No demenza.

Ci possono essere eziologie differenti: 1) degenerative, 2) vascolari, 3) metaboliche,

  1. psichiatriche, 5) traumatiche, 6) oncologiche, 7) infettive.

I tipi di MCI sono 4:

  1. MCI amnesico singolo dominio: c’è disturbo isolato di memoria
  2. MCI amnesico multi-dominio: c’è disturbo di memoria associato ad alterazioni di lievi

entità in altri domini cognitivi

  1. MCI non amnesico singolo dominio: deficit di una funzione cognitiva ma non di memoria
  2. MCI non amnesico multi-dominio: memoria risparmiata ed alterazioni di lieve entità in

altri domini cognitivi.

Come valutiamo le competenze funzionali del soggetto? Gli strumenti attualmente in

uso sono quattro:

  1. FAQ : questionario somministrato ai caregiver in cui si valuta la dipendenza del

paziente in alcune funzioni con un punteggio che va da 0-3 (dove 3 sta per

completamente dipendente);

  1. IADL : attività strumentali (solitamente queste sono le prime ad essere compromesse

perché sono più complesse di quelle quotidiane);

  1. ADL : attività di base/quotidiane;
  2. CDR-s : clinical dementia rating scale. Scala utile perché vengono decisi tanti

elementi del paziente (ha diritto all’invalidità/tutore legale?). Ci da un’indicazione

delle modificazioni cognitive, ci consente di determinare la presenza di demenza e

quantificarne il grado di severità.

Permette di indagare tre domini cognitivi ((1) memoria, (2) orientamento,

(3) problem solving) e tre domini funzionali ((1) attività sociali, (2) attività

domestiche e (3) cura personale). È un’intervista semi-strutturata che lo psicologo

deve condurre sia col familiare che col paziente. Il familiare viene valutato prima di

conoscere il paziente perché ci sono informazioni che prima si chiedono al familiare

e poi al paziente per vedere se dice il giusto, una sorta di controllo. Ci da

un’indicazione della presenza/assenza della demenza dicendoci quanto è grave

(da 0-3 dove 3 indica una compromissione grave). Esempio: nei domini cognitivi

vengono fatte delle domande, es. sulla memoria viene chiesto di raccontare

aneddoto fatto insieme al paziente (e poi viene chiesto al paziente per vedere che

ricordo ha).

Di questo test esistono due diverse correzioni : (1) sum of boxes (si fa la somma

dei punteggi; quindi, si andrà da 0 a 18. Questa modalità di correzione è meno usata

dell’altra anche se ha delle caratteristiche utili: ci dettaglia in modo più definito il

livello di compromissione, ha buon potere discriminativo in presenza di demenza

lieve e […]), (2) calcolo globale (parte da un assunto: il punteggio della memoria ha

una rilevanza maggiore rispetto agli altri punteggi; quindi, ci sono cinque regole che

determinano il punteggio globale:

  1. Il punteggio della CDR è uguale a quello della memoria quando in 3 categorie

secondarie si ottiene un punteggio uguale a quello della memoria;

  1. Nel caso in cui 3 o più categorie secondarie si ottenga un punteggio differente

(< o >) rispetto alla memoria, il CDR è uguale a quello con il maggior numero di

categorie secondarie, qualunque sia la memoria;

  1. Nel caso in cui il punteggio di tre categorie secondarie identifica una colonna

posta da un lato di memoria e quello delle altre due categorie si trovi sul lato

opposto;

  1. Se il punteggio di memoria è =0.5, la CDR diventa =1 se ci sono almeno tre

categorie secondarie con un punteggio pari o superiore a uno;

  1. Se M=0 allora CDR=0 a meno che non vi sia compromissione pari o superiore a

0.5 in 2 o più categorie secondarie.

Al punteggio globale CDR vengono fatti corrispondere i valori 0 (gravità normale),

0,5 (demenza dubbia), 1 (demenza lieve), 2 (demenza moderata) e 3 (demenza

grave). I punti di forza del CDR: a) è uno strumento multidimensionale che, per

determinare il punteggio globale, coniuga le modificazioni cognitive con le

manifestazioni che si presentano in domini non-cognitivi come attività sociali,

domestiche, hobby. B) Fornisce una

valutazione complessiva della demenza e del

relativo indice di

gravità rispondendo alle esigenze cliniche. C) Tra tutte le scale in

uso, è quella che gode del più elevato livello di validità e affidabilità.

Ha anche dei punti deboli , ad esempio è nato pensando all’Alzheimer. I domini

cognitivi per attribuire il punteggio globale CDR sono quelli sui quali si basa la

diagnosi di demenza di Alzheimer. In particolare, la valutazione dei domini cognitivi

si basa principalmente su memoria e orientamento.

Come valuto la presenza di deficit cognitivi nel MCI?

  • Anamnesi fisiologica (nato a termine, ha imparato a parlare/camminare come gli

altri, parto eutocico/distocico, destrimani/mancini, scolarizzazione, professione),

  • Anamnesi familiare (patologie nei genitori (si chiama: gentilizio), viventi o deceduti,

fratelli o sorelle che patologie hanno),

  • Anamnesi patologica remota (tutte le malattie/operazioni che ha avuto, quali farmaci

assume),

  • Anamnesi patologica prossima (perché sta venendo da noi: esordio, quale

problema, fare degli esempi di ciò che succede, evoluzione – peggiora

linearmente?. Ai familiari: ha dei disturbi del comportamento? – è la persona di

sempre o è cambiato?, si orienta?, come svolge le attività quotidiane? – come

prima?, attività economiche? – riconosce i soldi?, se qualcuno vedesse il paziente

si renderebbe conto delle difficoltà che ha?).

  • Bisogna essere in grado di leggere un esame obiettivo neurologico (EON) scritto da

neurologico.

  • Spesso è indicato fare un colloquio separato tra paziente e familiare.

Colloquio. Il paziente si inizia a visitare quando entra nella stanza, anche già al

telefono: in questo modo si valuta come risponde a domande, in modo pertinente

rispetto alla richiesta, se ha anomie/parafasie quando si esprime, problemi di

articolazione come anartria/disartria, continuità logica nell’eloquio e nel pensiero.

Dobbiamo valutare poi tutte le funzioni.

a. Linguaggio: disturbi di produzione verbale, di scrittura, di lettura, di denominazione,

di comprensione, di ripetizione, fluenza.

b. Visuo-spaziali: orientamento, agnosia, prosopoagnosia, simultaneo-agnosia,

alessia.

c. Funzioni esecutive e attentive: deficit delle componenti attentive, delle capacità di

giudizio, di critica e di ragionamento, di pianificazione.

d. Abilità prassiche: aprassia ideativa, aprassia ideomotoria, aprassia bucco-facciale,

aprassia costruttiva.

a. Frontal Behavioral Inventory

b. Neuropsychiatric Inventory

Il deficit è soggettivo o oggettivo? Quali strumenti utilizzo? Mi servono prove che

indagano la memoria episodica (apprendimento e ritenzione di nuove informazioni spazio-

temporali). Devono essere test che coinvolgano ippocampo e PFC, tra cui lista delle parole

di Rey con rievocazione immediata (coinvolge la PFC) o con rievocazione differita (coivolge

l’ippocampo).

MCI due-to-AD anche componenti genetiche. Ci sono alterazioni di tre diversi geni che

possono portare ad AD:

  1. Mutazione del gene sul cromosoma

che codifica una proteina di membrana

(APP proteina precursore dell’amiloide);

  1. Mutazioni del gene 1 e 14 sembrano accrescere la velocità con cui la proteina

amiloide è prodotta.

  1. È un fattore predisponente il genotipo ApoE (infatti una o più copie dell’allele E

del gene dell’apolipoproteina E (cr. 19 ) aumentano il rischio di sviluppare AD.

Come valuto la presenza di MCI amnesico due to AD?

  • CVLT: due liste di parole che vengono presentate, una interferisce sull’altra e la

rievocazione può essere immediata/differita e libera/guidata.

  • FCSRT: usato molto. Prevede la presentazione di stimoli con cue semantico in fase

di studio e poi rievocazione libera o con cue semantico. Nella fase pre-clinica

dell’AD non c’è miglioramento della performance con il cue. Il deficit di memoria

episodica può essere presente già 3-8 anni prima dell’AD conclamato.

  • Deficit semantico: categoria di funzioni cognitive di particolare rilievo in letteratura.

Alcune ricerche stanno dimostrando che a volte, in alcuni casi, può esserci un

disturbo semantico che precede quello mnestico. In particolare, oltre agli altri test,

è importante fare anche test di fluenze, conoscenza di personaggi famosi, ricchezza

di vocabolario, analisi di frequenza lessicale e tipicità delle parole che il paziente

produce ad esempio nel test di fluenza.

La NIA_AA ha quindi rivisto i criteri diagnostici distinguendo tra:

  1. MCI due-to-AD : il soggetto soddisfa i criteri di MCI e ha biomarcatori positivi x AD;
  2. AD preclinico/prodromico : il soggetto è clinicamente normale ma ha biomarcatori

positivi per AD;

  1. Demenza tipo AD : il soggetto soddisfa i criteri per demenza che sono supportati

anche da diversi biomarcatori positivi.

Progetto ADNI. Studio longitudinale che ha cercato di individuare caratteristiche cliniche.

Predicono lo sviluppo di MCI due-to-AD:

  • Atrofia temporale mediale
  • Ipo-metabolismo alla PET-FDG
  • Pazienti con APOE- 4
  • Pazienti che alla PET-TAU hanno una diffusione della tau oltre che in MTL anche in

quello laterale

  • Pazienti con una diminuzione di ß amiloide e aumento di tau totale e fosforilata: in

questi casi l’evoluzione da MCI a demenza tende ad essere più rapida.

Terapia del Mild-Cognitive Impairment.

Non esiste terapia farmacologica per questi pazienti. Nessuna efficacia sulla riduzione del

rischio di sviluppare AD con l’uso di ACHE-I (inibitore dell’aceticolinesterasi – molecola che

fa sì che l’acetilcolina venga riassorbita a livello post-sinaptico - donepezil), galantamina,

rivastigmina o integratori di vitamina E. Training cognitivi utili sia come azione

compensatoria che neuro-protettiva. Esercizio fisico soprattutto

aerobico migliora le

performance cognitive: attenzione e velocità di elaborazione.

Diagnosi precoce. Perché è importante? Fino ad ora, il 99.6% dei trial ha fallito perché

i pazienti venivano trattati quando avevano i criteri clinici/cognitivi per la diagnosi. Nel 2015

i pazienti con demenza erano 9.9 milioni – nel 2050 si stima che possano essere 131 milioni.

È importante anche per individuare quei quadri di MCI che possono essere (1) reversibili

e di conseguenza promuovere degli stili di vita che rallentino il declino. Perché ci consente

di capire i meccanismi di azione e perché dobbiamo agire con dei meccanismi di

(2) prevenzione primaria. Forniscono anche l’opportunità a pazienti, familiari e staff medico

di (3) progettare un appropriato piano di cura. Per permettere al paziente di prendere

decisioni consapevoli riguardo al proprio stato di salute (es. professione). Inoltre,

determinare (4) benefici economici al SSN.

Diagnosi precoce. Effetti negativi. Fare la diagnosi precoce ha anche dei limiti, può

avere effetti negativi: può indurre un (1) forte stress e indurre nei pazienti, lo (2) stigma

sociale delle demenze e un conseguente allontanamento del servizio sanitario e quindi

delle difficoltà anche di partecipare alla terapia.

Però, il fatto di aver fatto diagnosi di MCI è rilevante quando, si ha la possibilità di fornire

un trial farmacologico che si propone di modificare il modo in cui evolverà la malattia in

quel soggetto: disease modify.

Sperimentazioni cliniche.

Lo scopo è interrompere al più presto la cascata patologica che sfocia nella demenza

prima quindi che il carico di anomalie patologiche sia tale da aver compromesso gran parte

delle funzioni cognitive.

  • La sperimentazione clinica è uno studio sull’uomo finalizzato a scoprire o verificare

gli effetti clinici di uno o più interventi sanitari con l’obiettivo di accertarne la

sicurezza e/o l’efficacia.

  • Dall’idea di base della ricerca, alle tappe di sviluppo di un farmaco e la sua

sperimentazione passano diversi anni.

  • Ogni fase è sottoposta al controllo costante e continuo di autorità nazionali,

internazionali e locali che ne garantiscono correttezza, eticità e sicurezza.

2. Demenza di Alzheimer tipica e atipica.

Non fu Alzheimer a definire la malattia con il suo nome ma fu il suo mentore Kraepelin nel

  1. Qualche anno più tardi, Bleuler, conia il termine “malattia psico-organica” per riferirsi

ad un decremento della memoria, del giudizio, dell’attenzione associati a labilità

emozionale e scarso controllo degli impulsi in soggetti con danno corticale diffuso. Questa

definizione rimase in auge come sindrome organica cerebrale anche con il DSM.

Utilizzato fino agli anni ’70. Da qui in poi, gli studi ebbero ulteriore impulso quando si scoprì

che l’AD pre-senile (esordio <65 anni) e quella senile (esordio >65 anni) condividevano la

stessa istopatologia. In quegli anni, l’AD era la quarta causa di morte negli anziani. Iniziano

ad essere differenziati quadri diversi di demenza con alcune aree di compromissione ed

altre di mantenimento in relazione alla patologia sottostante.

Le demenze non sono tutte uguali dal punto di vista di manifestazione cognitiva. La

demenza di Alzheimer è la forma più frequente di demenza (il 70%). È caratterizzata da un

obiettività neurologica negativa (se il medico fa esame obiettivo, non ci sono tratti distintivi

della malattia – es. se c’è un segno specifico ci dice che c’è tale malattia). Il quadro clinico

è puramente cognitivo. Nelle fasi iniziali anche le indagini di neuroimaging di primo livello

(TC, RMN) possono essere negative, o mostrare un’atrofia diffusa aspecifica, non mostrano

un pattern specifico.

È un malattia ad (1) esordio subdolo (non è possibile datare con precisione l’esordio della

malattia, inizia con piccoli segni che poi si aggravano). Ha un (2) andamento

ingravescente /cronico-progressivo (deve peggiorare progressivamente). Di per sé

l’Alzheimer non determina la morte, il paziente arriva al decesso per le conseguenze

dell’Alzheimer, il quale inizia come malattia cognitiva-comportamentale, diventa poi

malattia motoria (sindrome da allettamento del paziente che generano complicazioni renali,

polmonari ecc…). (3) L’ esordio tipico è un disturbo di memoria episodica anterogrado (si

ricordano del loro passato alla perfezione, ma a fatica ricordano accadimenti dei giorni

precedenti). Vi è il (4) fenomeno della facciata : inizialmente conservano buone capacità

di interazione. In qualche caso non è così evidente la patologia sottostante.

Incidenza del 7.6% nei soggetti tra 64-70 anni ed aumenta con l’età. La prevalenza è

dell’8%. Attualmente in Italia vi sono 1Milione di persone con demenza di cui 600mila

soggetti con AD. Nel 2051, si stima che ogni 280 anziani ci saranno 100 giovani – problema

politico e sociale importante legato alla saturazione del sistema sanitario nazionale se non

si procede intervenendo sulla crisi demografica in atto. Comprendendo tale disturbo, però,

negli ultimi 20 anni sono diminuite incidenza e prevalenza per un miglior controllo dei fattori

di rischio e per un incremento della scolarizzazione.

Ci sono dei fattori di rischio non modificabili : (1) età, (2) storia familiare, (3) genotipo in

particolare quello legato all’apolipoproteina APOE (è un gene che si eredita in varie forme),

(4) mutazioni ereditarie dell’APP, PS1 e PS2 responsabili dell’1% dei casi. Sono fattori di

rischio modificabili : (1) scolarizzazione, (2) mantenimento di un peso corporeo ottimale,

(3) partecipazione ad attività cognitive, (4) diabete, ipotensione, ipertensione, traumi

cranici, stress, depressione, obesità, by-pass, OSAS (sindrome delle apnee notturne:

determinano un ipo-afflusso di ossigeno che può determinare dei danni a livello cerebrale).

I primi criteri diagnostici sono stati pubblicati nel 1984 come conseguenza di una

Consensus Conference. Questi avevano due caratteristiche: una sensibilità dell’81% (su

100 soggetti con AD ne prendo 81 – a 19 soggetti non faccio una diagnosi corretta) e una

specificità del 70% (su 100 soggetti, 70 hanno AD nello specifico, gli altri 30 che manco

hanno caratteristiche che non sono specifiche per l’Alzheimer). È un

limite .

Proprio per questo motivo, i criteri diagnostici sono stati rivisti. Modificati, non solo per

(1) specificità e sensibilità, ma anche per altre caratteristiche. Intanto si scopre che ci sono

(2) alterazioni tipiche dell’Alzheimer presenti anche in soggetti anziani che muoiono ma

che non hanno mai manifestato AD e in soggetti con MCI. Non erano in grado di

(3) individuare altri tipi di malattie che vengono classificate negli anni successivi come la

demenza corpi di Lewy, demenza fronto-temporale, APP, vascolari ecc…). Inoltre, (4) non

erano inclusi nel processo decisionale dati ora disponibili come PET e liquor. Secondo quei

criteri, (5) il disturbo di memoria costituiva l’elemento principale per la diagnosi ma i dati

clinici suggeriscono che esistono manifestazioni di malattia non amnesiche. (6) Non erano

neppure disponibili informazioni relative alla genetica (APP, PSN1, PNS2). (7) Il cut-off di

età per la diagnosi AD doveva essere modificato perché ci sono anche esordi <40 anni.

Inoltre, (8) vi è un estrema eterogeneità del concetto di AD.

Quindi, nel 2011 vengono pubblicati nuovi criteri che sono attualmente in uso, di McKhann

et al., 2011. I disturbi cognitivi e comportamentali del paziente devono

  1. Interferire con le attività abituali/professionali (a differenza dell’MCI);
  2. Rappresentare un declino rispetto ad un livello di funzionalità precedente;
  3. Non comparire in un contesto di delirium o di disturbo psichiatrico;
  4. Il disturbo cognitivo deve essere individuato con prove formali neuropsicologiche,

quindi obiettivato e riferito dal paziente o dal familiare;

  1. I deficit cognitivi e comportamentali devono interessare due o più domini cognitivi;
  2. I disturbi devono essere ingravescenti (devono peggiorare nel corso del tempo).

Quali sono le caratteristiche che il paziente lamenta?

Memoria .

Difficoltà di acquisizione/ritenzione di informazioni con ripetizioni, errata collocazione di

oggetti (on-going memory), dimenticanze relative ad appuntamenti/eventi (memoria

prospettica). Nelle fasi iniziali è quindi un deficit di memoria episodica e solo

successivamente anche della componente semantica ed autobiografica. Lo span di

memoria è inizialmente preservato. Invece, lo span inverso è già patologico perché hanno

difficoltà di working memory.

(2) Linguaggio.

Difficoltà a recuperare parole nell’eloquio spontaneo (anomie, circonlocuzioni, parafasie

semantiche), a mantenere il filo del discorso, relativamente preservata la comprensione.

Possono essere presenti, già nelle fasi iniziali, un disturbo di scrittura con errori ortografici

e lessicali. Tipico è mescolare all’interno della stessa parola corsivo e stampatello.

(3) Visuo-spaziali.

Disorientamento temporale maggiormente presente nelle fasi iniziali (rispetto al

disorientamento spaziale). Aprassia dell’abbigliamento (sia di stratificazione che di

accoppiamento corpo-abito – non ricorda come si indossano o come si sovrappongono).

Disorientamento topografico. Aprassia costruttiva con fenomeno del closing-in. Incapacità

di apparecchiare e di disporre oggetti nei posti corretti o in spazi limitati (es. preparare una

valigia). Difficoltà a trovare oggetti di uso comune, oggetti in vista. Agnosia visiva: difficoltà

a identificare oggetti comuni in modalità visiva soprattutto se visti da una prospettiva

inusuale. Aprassia ideativa: difficoltà ad eseguire una serie di gesti/azioni in sequenza per

l’uso di oggetti (elettrodomestici, telefono, telecomando).

(4) Astrazione.

Difficoltà a formulare dei giudizi, analizzare rischi, maneggiare il denaro, scarsa capacità

di prendere decisioni, di monitorare le proprie attività, di pianificare attività complesse e

sequenziali.

AD-meccanismi patogenetici. La causa principale è l’

accumulo di sostanza , che vi sia

una cascata dell’amiloide, quindi di un aumento di questa proteina. Il modello più recente

è l’ipotesi A/T/N che ipotizza come la patologia sia l’esito di amiloidosi, taupatia e neuro-

degenerazione con otto diversi profili (es. A+, T+, N+ /// A+, T-, N+). A seconda di come

sono combinati, posso avere una capacità migliore o meno di discriminare soggetti con

AD.

La progressione dei grovigli neurofibrillari (tau) procede in una direzione che inizia dal

tronco dell’encefalo, in particolare dal locus coeruleus per diffondersi tramite delle

proiezioni al lobo medio-temporale, si estende alle aree associative determinando una

riduzione funzionale ma soprattutto interrompendo i circuiti critici per la memoria.

La progressione delle placche senili (ß-amiloide 42

) ha invece una direzione più diffusa a

tutta la corteccia nelle fasi iniziali. Si accumula nelle regioni del Default-Mode-Network,

quindi cingolo posteriore, lobo parietale inferiore e lobo temporale laterale, dlPFC e vPFC

che proiettano alle aree temporali.

Forme di demenza di Alzheimer:

Alzheimer tipico.

Ha un tipico profilo ippocampale ed extra-ippocampale (corteccia entorinale e peririnale).

Deficit di memoria episodica con tipico profilo ippocampale. Caduta in test di

apprendimento verbale e visivo per compromissione dei processi di codifica (curva

posizionale seriale). Il disturbo mnesico interessa compiti di rievocazione libera,

riconoscimento, apprendimento associativo. È trasversale a tutte le modalità. Riguarda i

processi di consolidamento e immagazzinamento dell’informazione. I pazienti hanno

prestazioni scadenti sia nel recupero libero che nel riconoscimento. Tendono ad essere

più sensibili all’interferenza, facendo quindi, ad esempio, errori di intrusione, per una minor

efficienza dei processi di inibizione.

Elementi tipici sono il memory-binding (funzione cognitiva responsabile dell’integrazione

di diverse caratteristiche di uno stimolo). Questo si divide in (1) relational-binding (ovvero

una relazione tra item (es. nome-faccia) ma ognuno mantiene una propria identità. Richiede

l’integrità di corteccia prefrontale ed ippocampo, già deteriorati in anziani con AD) e in

(2) conjuntive-binding (è la congiunzione di caratteristiche di uno stimolo, prevede

l’integrazione di caratteristiche che

danno luogo ad uno stimolo che ha

una nuova identità. Non dipende

dall’integrità dell’ippocampo ma da

strutture che paiono essere

riorganizzate o non alterate in

soggetti anziani). Si può usare un

test di visual-short-term-binding. In

questo compito non si vedono

differenze significative tra AD e

CTR nel compito “forma” o “colore”.

Caduta significativa nel compito di

binding “forma-colore” solo per il

gruppo AD.

Il

conjuntive-binding è precocemente scadente in pazienti asintomatici con mutazioni PS

anche 10 anni prima della manifestazione clinica dell’AD. Si basa sull’attivazione di

componenti di un network FP più alterato negli AD rispetto ad altre demenze in particolare:

corteccia extra-ippocampale (entorinale e peririnale) responsabili della creazione di nuove

associazioni codificate in modo unitario. L’effetto è presente sia quando il CB è di tipo

verbale, sia quando visivo. Studio su pazienti AD, FTD, PDD, DLB e DV dimostra che

il

100% degli AD cade in questo tipo di memory binding.

I deficit di attenzione riguardano lo span inverso (verbale e spaziale) ridotto negli AD per

una precoce compromissione della WM. Trial Making Test ridotto: “A” a causa della

difficoltà di visual tracking; “B” per una prevalente compromissione di tipo esecutivo

(flessibilità mentale, WM).

I deficit nelle funzioni esecutive nelle fasi iniziali riguardano compiti di shifting, self-

monitoring e sequenziazione; di problem solving mentale (torre di Londra); a causa del

deficit del CE falliscono in test di working memory in cui devono allocare e spostare

l’attenzione in compiti paralleli.

I deficit nel linguaggio riguardano la produzione (eloquio fluente, tipica afasia anomica,

dovuta a riduzione del sistema semantico e/o di accesso esecutivo all’etichetta verbale),

le fluenze verbali (ridotte entrambe ma quelle semantiche in misura maggiore rispetto alle

fonemiche con errori di intrusione e ripetizione), la comprensione (deficit di analisi morfo-

sintattica complessa, di concetti astratti e di metafore) e la semantica (spesso deficit

trasversale tra più modalità – es. assenza del concetto “cavallo” – , la caduta alle fluenze

semantiche è relata ad una fragilità del sistema semantico). Le

prove più sensibili sono le

fluenze semantiche (sensibilità del 96% e specificità dell’88%), le parole di Rey (CVLT,

sensibilità del 95/98% e specificità dell’89%) e la parte B del Trial Making Test (sensibilità

del 85% e specificità dell’83%).

La prima paziente descritta aveva 51 anni, era molto giovane. Si parla quindi early onset

dementia (EOD con esordio <65 anni). Sono persone che manifestano la malattia

precocemente e il modo in cui si manifesta ha una presentazione atipica. Con deficit

attentivi, esecutivi, di comportamento, linguaggio e delle funzioni visuo-spaziali. C’è un

ritardo diagnostico in media di 2 anni dai sintomi.

Questi quadri con esordio precoce hanno un’incidenza del 6.4% per 100mila ogni anno

con una prevalenza di 24.2% per 100mila nei soggetti 45-64 anni. Costituiscono circa il 5-

6% di quelli con AD ma sono un gruppo con caratteristiche cliniche, neurobiologiche e

sociali diverse. Un disturbo del genere in soggetti a 45-60 anni ha una ricaduta sociale

molto importante, sono soggetti che lavorano e i caregiver diventano i figli. Inoltre, ci sono

strutture di riferimento in caso di sintomatologia molto avanzata?

Nella maggior parte di questi casi c’è una predisposizione genetica ovvero una

trasmissione autosomica dominate o una suscettibilità poligenica. Familiarità dell’11%

degli AD-EOD (PSI, PS2, APP). Evoluzione solitamente più rapida rispetto agli esordi >

anni. La durata della malattia è minore. Possono essere presenti sintomi atipici come

cefalea, mioclono, epilessia, paralisi pseudo-bulbare, disturbi del cammino, iper-reflessia.

Gli esordi precoci solitamente hanno un’atrofia maggiore in sede parietale rispetto ai LOD

che hanno atrofia maggiore nelle regioni temporali. Un’altra caratteristica tipica degli EOD

è un allargamento dei solchi temporo-parietali, un minor volume dell’ippocampo e del

cingolo posteriore .

Variante acalculica o variante parietale ( 1 ).

Causata da una alterazione a livello del solco intra-parietale (lobulo parietale inferiore). Si

manifesta con un deficit significativo nei calcoli scritti con errori di transcodifica (da numero

arabo in lettere – es. 1 = uno) o sintattici (4218-4821). Non dovuto a disturbi del linguaggio

o alterazioni spaziali.

Spesso si associano: anomie; AIM con gesti transitivi e intransitivi, difficoltà ad imitare gesti

o nelle pantomime; sindrome di Gerstmann (disorientamento sn-dx, agnosia digitale,

agrafia, acalculia); alessia con agrafia (se danno a sn); deficit di localizzazione visuo-

spaziale; deficit di percezione di profondità.

Variante esecutiva o variante frontale ( 2 ).

È caratterizzato da un esordio comportamentale/dis-esecutivo. La prima descrizione si

deve a Johnson 1999 con 3 pz con quadro clinico frontale ma patologia AD. Circa il 10-

40% dei pz classificati come DFTvf hanno patologia AD. Sono fattori di rischio ipertensione,

diabete, traumi cranici e disturbi del sonno.

Raccogliere una storia dettagliata con attenzione al tipo di esordio, l’ordine di

presentazione e la progressione dei sintomi. Richiedere informazioni sui tratti personologici

pre-morbosi, sulle abitudini, sulla cura di sé la partecipazione sociale e il lavoro. Anamnesi

separata paziente/familiare.

Confronto tra AD e AD variante frontale: uguale distribuzione grovigli neurofibrillari e

placche senili nei LT, LP, e corteccia entorinale. Confronto tra AD variante frontale e FTLD

(fronto-temporal-lobe-dementia): non perdita neuronale, gliosi o micro-vacuoli negli strati 2

e 3 della corteccia, come nella FTLD.

Età di esordio superiore a quella delle FTLD, più colpito il genere maschile. I disturbi del

comportamento sono presenti in entrambi i quadri clinici ma nell’AD variante frontale sono

meno accentuati rispetto ai soggetti con DFTvf e sono invece peggiori i disturbi di carattere

cognitivo. Solitamente il MMSE è più basso negli ADvf rispetto agli FTLD comunque non

vanno usate prove di screening.

Il deficit di memoria sembra riguardare l’immagazzinamento e il consolidamento di natura

ippocampale e non il recupero. I disturbi di linguaggio sono assenti di solito sono invece

alterate le competenze socio-emozionali, la comprensione dei contesti e le sfumature delle

conversazioni. In alcuni casi, il mutacismo.

Calo delle performance nelle prove esecutive, in particolare fluenze fonemiche, TMT (trial

making test) e Hayling test (vengono presentate delle frasi, alcune devono essere

completate in modo non logico, assurdo. Questo valuta l’abilità di inibire la risposta

automatica). Ma l’analisi delle funzioni esecutive può non essere di grande aiuto per

discriminare tra ADvf e DFTvf. Caduta nella social cognition ma meno compromessa

rispetto ai DFTvf; i test che discriminano meglio sono relativi allo studio del sarcasmo e dei

passi falsi. I disturbi funzionali non discriminano tra FTLD e ADvf nonostante questi ultimi

siano più compromessi dal punto di vista cognitivo. Hanno una maggior caduta

inizialmente nelle IADL. Le modifiche della personalità (disinibizione, perdita di empatia e

insight apatia, stereotipie ossessivo-compulsive, alterazioni delle condotte sociali,

irritabilità, binge eating, scarsa cura di sé) determinano un elevato burden dei caregiver.

Quindi, minor capacità di attivare rete socio-sanitaria di supporto.

Variante visuo-percettiva/visuo-spaziale o variante posteriore (3).

Descrivono una sindrome dementigena progressiva con esordio caratterizzato da deficit

visivi: sindrome di Gerstmann: (1) agnosia digitale, (2) disorientamento sn/dx, (3) agrafia,

(4) acalculia. Lesioni giro angolare di sn. Sindrome di Balint-Holmes: (1) aprassia dello

sguardo il paziente non dirige intenzionalmente lo sguardo verso un punto, (2) atassia

ottica mancata coordinazione visuo-motoria, (3) simultaneo-agnosia. Lesioni parieto-

temporo-occipitali bilaterali. + (1) agnosia visiva, (2) afasia transcorticale sensoriale (BA

37 e 39) causata da lesioni del giro angolare e/o sostanza bianca peri-ventricolare

posteriore sn, (3) eloquio fluente con anomie, parafasie verbali presenti anche nella

scrittura, ripetizione mantenuta, buone competenze grammaticali, deficit di comprensione.

Esordio tra i 50-65 anni solitamente. Ritardo nella diagnosi. 5% dei pazienti diagnosticati

come AD avevano manifestazioni iniziali posteriori. Genere: uguale distribuzione nei due

sessi mentre alcuni studi riportano una maggior diffusione nel sesso femminile. I deficit

visuo-percettivi e visuo-spaziali sono dovuti in parte ad alterazioni dei processi di

elaborazione visiva primari (forma, colore, movimento, localizzazione). Per valutare altre

funzioni si devono utilizzare test che riducano la componente visiva (es. denominazione

verbale).

Alcuni pazienti hanno

fenomeni “percettivi positivi” : (1) visione di colori anche dopo la

scomparsa di una immagine (fenomeno produttivo), (2) percezione che stimoli statici si

muovano, (3) possono avere allucinazioni visive (25% dei pz).

Altri fenomeni/sintomi sono: (1) difficoltà di lettura (per caratteri grandi, perdita della riga,

distorsioni visive, fenomeno del crowding – tendo ad avere la percezione che le lettere si

sovrappongano tra loro, senza rispettare la sequenza delle righe), (2) difficoltà a

salire/scendere le scale o il marciapiede con tendenza ad inciampare, (3) difficoltà di

calcolo.

Mis-diagnosticata. Inizialmente spesso i disturbi sono interpretati come se fossero di

(1) pertinenza oculistica, (2) manifestazioni depressive, (3) di malingering; (2) di ansia

(frequente perché il paziente ha di solito un buon insight).

Il paziente descrive piccoli incidenti automobilistici, difficoltà di lettura, a giudicare le

distanze a fare le scale. In qualche caso le alterazioni visive (sensibilità alla luce, distorsioni

visive) interpretate come manifestazioni di emicrania. Rare le manifestazioni con crisi

epilettiche occipitali.

Come si fa la diagnosi? L’approccio diagnostico è orientato su tre livelli.

  1. Approccio clinico-radiologico. Si basa sulla raccolta anamnestica, sulla visita

neurologica, sulla testistica neuropsicologica (è il solo accertamento in grado di

individuare i deficit neuropsicologici che causano i disturbi lamentati dal paziente).

È necessario dimostrare la presenza di deficit cognitivi relativamente isolati

ascrivibili ad un’alterazione funzionale delle aree occipitali, occipito-parietali o

occipito-temporali. La RMN è di supporto alla diagnosi escludendo lesioni vascolari

focali ed eventualmente evidenziano un’atrofia delle regioni posteriori. Anche la PET-

FDG supporta la diagnosi evidenziando un ipo-metabolismo posteriore spesso più

accentuato a destra. Questo suggerisce la presenza di un pattern chiamato

posterior cortical atrophy (PCA – atrofia corticale posteriore).

  1. La diagnosi di secondo livello consente di distinguere tra forme di PCA tipiche e

le forme plus ovvero forme che hanno segni e sintomi aggiuntivi che rispecchiano i

criteri diagnostici di altre forme degenerative. La PCA plus è descritta nell’AD (62%),

nella DCB, DLB e nei prioni (Creutzfeldt-Jakob). Nell’AD, la PCA è causata da un

aumento di grovigli neurofibrillari nel lobo occipitale, nell’ippocampo e nel

subiculum.