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Riassunto della vita e della poetica di Pascoli (testo di riferimento: Luperini)
Tipologia: Sintesi del corso
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A differenza dei naturalisti, che privilegiavano lo sguardo oggettivo sul mondo, l’artista decadente osserva la realtà da un punto di vista soggettivo, a partire dal proprio “io”. Il decadente non ama confondersi con la folla (a differenza dell’artista romantico, ancorato alla società del suo tempo), non ha fiducia nel progresso o nella possibilità di modificare la realtà. Il decadente prova interesse solo per il proprio destino o per i grandi problemi esistenziali. Considera l’intuito l’unica forma di conoscenza valida e assegna all’arte un valore supremo poiché è l’unico mezzo con cui l’artista può elevarsi dal grigiore quotidiano. Il poeta decadente non è più vate ma diventa veggente , ovvero colui che vede e sente mondi invisibili in cui si chiude. Il poeta è così un’artista solitario, capace di scavare nell’interiorità umana e nel mistero dell’ignoto. PASCOLI E D’ANNUNZIO I rappresentanti del Decadentismo italiano sono Pascoli e D’Annunzio. D’Annunzio (più giovane di otto anni) ha cultura moderna più vasta e aggiornata; mentre Pascoli ha una solida formazione classica, per questa ragione si può dire che la sua appartenenza al filone del simbolismo decadente è istintiva. Pascoli e D’Annunzio aspirano al sublime e al ruolo di vate: Pascoli cerca il sublime nel basso e nel quotidiano; D’Annuznio tede all’innalzamento. D’Annunzio puntava al “divismo”: si proponeva come figura pubblica che dà scandalo, suscita ammirazione, crea miti e leggende. Pascoli si mantiene entro i confini del letterato dell’Ottocento prendendo ad esempio Carducci. PASCOLI: LA VITA Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì) e fu quarto di dieci fratelli. La sua fu un’infanzia serena finché, il 10 agosto 1867, il padre Ruggero, amministratore di una tenuta dei principi Torlonia, fu ucciso con una fucilata mentre tornava a casa in calesse. Le ragioni del delitto, forse di natura politica o forse dovute a contrasti di lavoro, non furono mai chiarite. Il trauma lasciò segni profondi nell’animo del poeta. La famiglia ebbe gravi difficoltà economiche e, dopo poco tempo, morirono anche due dei suoi fratelli, una delle sorelle e la madre, così Giovanni Pascoli fu costretto a trasferirsi a Rimini con gli altri fratelli, lasciando il collegio di Urbino dove frequentava il liceo. Nel 1873, grazie ad una borsa di studio, si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna (dove ebbe come docente il poeta Giosuè Carducci) ma, a causa della sua partecipazione ad una manifestazione contro il Ministro della Pubblica Istruzione, perse la borsa e fu costretto ad interrompere gli studi. Iniziò così ad avvicinarsi agli ambienti socialisti. Pascoli si identificava in una particolare forma di socialismo; non
voleva essere promotore di una lotta di classe ma di un’uguaglianza data dalla pace e dall’amore fraterno, quasi un’estensione di quel “nido”, che si fa presente in ogni aspetto del pensiero pascoliano. Gli uomini, a suo parere, devono unirsi per far fronte alla perenne sofferenza della vita. Bisogna cercare di evitare che provochino sofferenze ulteriori a quelle che già devono affrontare, quindi, tramite un principio di solidarietà universale, dovrebbero collaborare e convivere pacificamente. Nel 1879, il giovane Pascoli partecipò ad una manifestazione per difendere questi ideali, ma ciò gli costò alcuni mesi di reclusione.
Dopo quest’esperienza, decise di allontanarsi dalla politica e proseguire gli studi, laureandosi nel 1882 in letteratura greca. Dopo la morte del fratello maggiore (Giacomo), Giovanni Pascoli, non avendo alcun legame sentimentale, decise di ricostruire il nucleo familiare paterno. Nel 1887, si ristabilì a Massa insieme alle sorelle Ida e Maria (chiamata affettuosamente dal poeta Mariù). Sospettoso di tutto ciò che esisteva fuori dal “nido” familiare, Pascoli vide come un tradimento il matrimonio di Ida e lo affrontò malamente, ragion per cui si avvicinò ancor di più a Maria con la quale si trasferì in una bella casa di campagna a Castelvecchio di Barga (Lucca). Pascoli restò sempre ossessionato dal timore che Maria potesse abbandonarlo, ma ella non si separò mai da lui e, alla sua morte, curò i suoi inediti e divenne sua erede letteraria. Nel 1891, uscì la prima edizione del Myricae e, nel 1892, Pascoli vinse il prestigioso concorso di poesia latina di Amsterdam (il cui premio gli fu assegnato in seguito altre dodici volte). Dopo aver insegnato in diversi licei d’Italia, nel 1895 venne nominato professore di grammatica greca e latina all’università di Bologna. Nel 1897, anno di pubblicazione dei Poemetti , Pascoli andò ad insegnare all’Università di Messina dove restò fino al 1903, quando venne trasferito all’Università di Pisa. Nello stesso anno, vennero pubblicati i Canti di Castelvecchio. Nel 1904 pubblicò i Poemi conviviali. Nel 1905, diventò titolare della cattedra di letteratura italiana a Bologna, che fino ad allora era stata di Carducci. In questo periodo iniziò ad interessarsi alla poesia storica e civile di cui sono testimonianza Odi e inni , le incomplete Canzoni di re Enzio , i Poemi italici e i Poemi del risorgimento. Poco prima di morire pronunciò l’importante discorso La grande Proletaria si è mossa (dedicato a sostenere l’impresa coloniale italiana in Libia. Giovanni Pascoli morì a Bologna il 6 aprile 1912. LA POETICA DEL FANCIULLINO Pascoli rappresenta un momento di passaggio tra Ottocento e Novecento. In lui ritroviamo infatti tradizione e innovazione, continuità e rottura che ne fanno l’ultimo dei classici (si proclamava infatti allievo di Carducci e Virgilio) e il primo (in Italia) dei moderni. In lui ritroviamo la democrazia linguistica ovvero l’utilizzo di un linguaggio basso, popolaresco che ha in sé qualcosa di raro e prezioso. Nella poetica del fanciullino Pascoli afferma che dentro ognuno di noi vi è questa figura umile e piccola, in alternativa al superuomo dannunziano. Nonostante ciò solo il poeta può fare rivivere il fanciullino e farlo parlare dentro di sé, sapendo scorgere il significato di quelle piccole cose che l’adulto normalmente trascura. Il fanciullino è quindi espressione della superiorità del poeta che diventa vate ma, al contempo, veggente: il poeta- fanciullino ha le caratteristiche del veggente e proprio per questa sua superiorità gli viene dato il dono poetico grazie al quale può ricoprire anche il ruolo di poeta-vate divenendo voce unificante come lo era Carducci. Pascoli non mette mai in dubbio l’”utilità” e la funzione sociale e morale della poesia: essa viene considerata secondo gli schemi del mondo classico, come mezzo di consolazione e di pacificazione delle tensioni sociali. Pascoli riteneva che il poeta coincide con il fanciullino , ovvero quella parte infantile dell’uomo che negli adulti viene soffocata e nei poeti trova libertà di espressione. Il fanciullino vede (tramite percezioni intuitive e non razionali) quel che in genere passa inosservato, guarda il mondo con uno stupore infantile ammirando tutto come una nuova scoperta. Il fanciullo quindi, si sottrae alla logica ordinaria, alla prospettiva comune, grazie alla propria attività fantastica e simbolica. Il simbolismo vuole portare alla rivelazione di una verità segreta che può essere scoperta solo dal poeta.
Odi e inni è una raccolta che affronta tematiche storico-civili. Pascoli pubblica questa raccolta un mese dopo la morte di Carducci proponendosi così come continuatore del ruolo di Carducci come poeta civile ufficiale della “nuova Italia”. Sul piano tematico vi è una fusione tra temi storici e temi mitico - leggendari. Dopo Odi e inni Pascoli si dedicò alle Canzoni di re Enzio rimaste incompiute così come i Poemi del Risorgimento. MYRICAE Il titolo latino “Myricae” corrisponde all’italiano “tamerici” ed è ricavato dalle bucoliche di Virgilio: “Arbusta iuvant humilesque myricae” (mi piacciono gli arbusti e le basse tamerici). Il riferimento alle tamerici annuncia una poetica del “basso”, del comune, del discorsivo. Nonostante ciò, il riferimento a Virgilio richiama l’elevato (ambivalenza di Pascoli). Nel libro l’autore affronta due temi importanti:il tema della morte del padre e quello della natura vista come consolatrice benefica. Pascoli voleva quindi costruire un contrasto tra le vicende dolorose dovute alla crudeltà degli uomini e la natura dominata da un sentimento di pace e rasserenamento. Il tema della morte è molto presente e Pascoli ci fa percepire un senso di colpa nei confronti dei defunti, una richiesta a loro di protezione e di perdono. Pascoli ci presenta di continuo eventi naturali solari, positivi e vitali ma anche notturni, negativi e mortuari. Il poeta da un senso alla propria vita in due modi: legittimandola rispetto al destino dei morti oppure confondendosi con quel destino regredendo all’infanzia (negandosi come adulto) e alla prenascita (negandosi come vivente e cioè morendo). La prima via viene spesso tentata dal poeta ma la seconda ha la meglio mostrandosi come unica via di pacificazione. Infatti nel testo “ultimo sogno” la serenità coincide con il ricongiungimento del poeta alla madre morta: la pace si identifica con la rinuncia a vivere. LO STILE Pascoli utilizza moltissimo l’enjambement anche tra due strofe. Nelle sue opere prevale lo stile nominale (secondo cui hanno più rilievo gli aggettivi e i sostantivi mentre il verbo è assente). È molto comune la paratassi (periodo molto brevi). Per questa ragione la metrica risulta frammentata. Questa è influenzata dall’impressionismo percettivo che, essendo frammentato, rende frammentato anche l’impressionismo stilistico. Tra le figure foniche dominano l’onomatopea e il fonosimbolismo. Inoltre sono presenti la metafora e la sinestesia. LA NATURA IN PASCOLI Nella Prefazione del Myricae sono presenti tre elementi che sono alla base della simbologia naturale della poesia pasco liana: la concezione positiva della natura come “madre dolcissima” (in opposizione a leopardi); la sua associazione al tema della morte (come immagine fascinosa di dissolvimento); il tentativo di dare la parola direttamente alle cose. Nella natura troviamo un’ulteriore opposizione: la campagna e l’infanzia contrapposte alla città minacciosa e alla vita adulta.