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dispense esame magistrale antropologia culturale
Tipologia: Dispense
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ANNA IUSO
Cancellare, riscrivere
Cancel culture , riscrittura della storia
e difficult heritage
Rivista di antropologia contemporanea 2 / 2021, pp. 197- ISSN 2724-3168 © Società editrice il Mulino
Anna Iuso, Dipartimento SARAS (Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo), Sa- pienza Università di Roma, P.le Aldo Moro 5 – 00185 Roma, email: anna.iuso@uniroma1. it, https://orcid.org/0000-0002-5646-
Erase, Rewrite. Cancel Culture, Rewriting of History, and Difficult Heritage Our contemporaneity is characterized by increasingly frequent cases of cancel culture, often linked with difficulties in managing contested past heritages. In other words, cancel culture is often linked to the presence of a difficult heritage. But how generalizable are these two notions? How far can they be declined according to different contexts? And to what extent do they participate in the more generalized movement of rethinking history that characterizes our contemporaneity? Starting from some ethnographic cases linked to the Fascist legacy of the city of Rome, this paper proposes new reflections and insights on the matter. Keywords: Cancel Culture, Difficult Heritage, History, Fascism, Rome.
Traduzioni locali di un fenomeno globale
Cancel culture e difficult heritage sono due nozioni sempre più presenti nel dibattito pubblico, ma poco analizzate dalle scienze sociali, rispetto alle quali poche etnografie sono state proposte. Oltre a sembrarmi di grande interesse e attualità, mi chiedo se esse non possano essere contestualizzate, e se non sia possibile inscriverle in una riflessione di più ampia portata inerente la riscrittura della storia. È possibile, oggi, articolare in maniera fruttuosa queste tre modalità di posizionamento rispetto al proprio passato? In questo contributo proverò ad articolare queste tre dimensioni mostrando come la complessità e la densità della stratificazione storica del contesto italiano, e più specificatamente quello romano, siano un buon terreno per pensare le declinazioni locali del concetto di cancel culture , che nella necessità di una pacificazione delle memorie divise e
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della conseguente riscrittura della storia non può attuarsi, se non attraverso le modalità complesse e sfumate di uso e valorizzazione del difficult heritage. Cancel culture è un’espressione relativamente recente che indica le proteste volte a rimuovere dalla memoria e dallo spazio pubblico persone, istituzioni e gruppi accusati di discriminazione verso alcune categorie, di solito minoranze. Sebbene queste proteste scaturiscano generalmente da dibattiti sul colonialismo e sulle sue eredità, la nozione di cancel culture si è ben presto estesa su forme di dissenso più variegate, e più genericamente attente alla difesa dei diritti di alcune comunità minoritarie. Com’è ormai noto, il dibattito globale sulla cancel culture è partito dal contesto mediatico statunitense, ma ben presto questo quadro in- terpretativo ha assunto una dimensione globale che ha oltrepassato il contesto nordamericano, dove si è per certi versi indigenizzato. Anche in altre parti del mondo infatti, e in particolare in Europa, una serie di rivendicazioni identitarie basate su una sfida a certe visioni del passato hanno guadagnato l’attenzione dei media, portando il concetto di cancel culture a intersecare questioni come la libertà di espressione, le politiche di comunicazione, il politically correct , i beni comuni, l’eredità culturale, lo spazio urbano, le tradizioni, le celebrazioni commemorative, la ricostruzione del passato. Ciò è accaduto soprattutto attraverso la distruzione, lo spostamento o la risemantizzazione di statue e monumenti, e una maggiore attenzione, a volte pa- rossistica, alle forme discriminatorie del linguaggio (Harvey 2020; Portelli 2020). Queste proteste sono state al centro di un acceso dibattito pubblico, a partire dal movimento Rhodes Must Fall in Sud Africa (Nyamnjoh 2016), le proteste britan- niche a Bristol (Gapud 2020), le manifestazioni statunitensi legate al movimento Black Lives Matter , o quelle contro la statua di Indro Montanelli in Italia^1. Questi eventi affrontano diversi problemi centrali della coesistenza dei gruppi che non sono ancora stati adeguatamente problematizzati dalle scienze sociali. Anche gli studi etnografici sono pochi (Holmes e Loewhing 2016; Marschall 2017). Tutta- via, la dimensione mediatica del fenomeno della cancel culture ha precipitato la diffusione globale di questi processi. All’insegna di questa espressione, sempre più numerosi sono i tentativi di risignificare i simboli di passati dimenticati o glorificati, portando alla luce la presenza e il ruolo dei gruppi subordinati nelle narrazioni di passati nazionali (Handler 1988; Stoler 2011; Harvey 2020; An- derson 1983; Herzfeld 1996). Sarebbe quindi interessante superare le chiavi di lettura incentrate esclusivamente sul contesto socio-culturale nordamericano in cui è sorto il fenomeno della cancel culture , per osservare anche le espressioni locali di un fenomeno globale che consente la lettura del complesso rapporto
(^1) Per i tempi e le forme con cui si sono espresse – imbrattamento con vernice rossa, scritte e richiesta di rimozione – le azioni contro la statua di Indro Montanelli sono fra le poche ma- nifestazioni italiane a potersi ricollegare direttamente ed esplicitamente alle proteste di natura storica e ideologica tipiche della cancel culture.
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interpretativo della cancel culture può consentire la lettura di contesti stratificati e codificati dove essa non è utilizzata per inaugurare nuove battaglie ma, al con- trario, è un nuovo grimaldello – logico e ideologico – per la riattivazione di lotte intestine in contesti storicamente conflittuali. È il caso, ad esempio, della memoria fascista in Italia la cui presenza, come è normale che sia, si articola intorno alle sue tracce fisiche, che puntellano il territorio nazionale creando una potenziale mappa narrativa della storia e dell’i- deologia del regime mussoliniano. Molti studiosi, spesso stranieri, si interrogano sulle ragioni della persistenza dell’architettura e dell’arte del ventennio nello spazio pubblico italiano (Ben-Ghiat 2017). Gli studi storici mostrano come sia l’architettura sia l’arte fascista abbiano conosciuto solo una brevissima stagione di furia iconoclasta, cioè quella che si abbatté su alcuni dipinti, sculture e simboli del fascismo – in primis i fasci littori – nel momento che seguì la caduta di Mus- solini nel 1943. Ciò che accadde in seguito invece, cioè l’occupazione tedesca e poi ancora la presenza degli alleati sul territorio nazionale, non consentirono né favorirono la cancellazione delle tracce del fascismo, anzi 2. Il periodo postbellico prolungò l’uso dell’architettura fascista pubblica, che nelle difficoltà economiche e pratiche del dopoguerra si offrì coma un’ottima soluzione alla crisi: era solida, funzionale, disponibile. Da lì sembra nascere l’italica abitudine alla presenza delle tracce del fascismo; un’assuefazione, un radicamento nel paesaggio mentale di intere generazioni che nel tempo hanno investito questi luoghi di una moltepli- cità di pratiche, di sguardi, di esperienze, di significati che non cambiano, ma risignificano al presente le tracce dell’eredità fascista, facendoci arrivare, per certi versi, al cuore della questione dello status di questo patrimonio in Italia, che nel suo uso oscilla di fatto fra la contestazione e la rivendicazione. È la prassi patrimoniale che Sharon Mcdonald (2009) ha definito il difficult heritage , cioè quel patrimonio che, inscritto nello spazio pubblico, pone difficoltà di gestione perché portatore di ideologie non condivisibili, ma proprio in quanto patrimonio non può essere distrutto e proprio perché abitato (Fabre e Iuso 2010) non può essere eluso. Molteplici sono i contesti che sollevano oggi la questione della permanenza, della pervasività e della quotidianità dell’uso dell’ heritage architettonico del ventennio in Italia, e sui quali potremmo riflettere etnografi- camente. Come viene vissuta, ad esempio, la città universitaria della Sapienza? Come vengono esperiti, a livello di consapevolezza intergenerazionale, il suo impianto razionalista e il suo portato ideologico fascista? Oggi le rivendicazioni patrimoniali riportano in primo piano il suo passato fascista, che sembra stridere col quotidiano degli studenti e dei docenti che la vivono: e proprio questo an- dirivieni fra riscoperte patrimoniali e distanziamenti ideologici fanno di questo
(^2) Molto significativo è, per esempio, il fatto che gli Alleati abbiano stabilito il loro quartier generale in quel polo della monumentalità fascista che è il Foro Italico, senza mai mostrare la minima volontà di intaccare i segni e i simboli della memoria del ventennio.
Cancellare, riscrivere (^201)
caso un laboratorio sociale e intellettuale dell’articolazione fra cancel culture e difficult heritage. La cancel culture si dipana, necessariamente, su diverse temporalità. È cancel culture l’abbattimento di alcuni simboli fascisti alla caduta di Mussolini? O l’ab- battimento del muro di Berlino al crollo dei regimi comunisti? O delle statue di Ceaușescu alla morte del dittatore rumeno? È cancel culture la reazione di alcune frange della società civile nel momento in cui si rompe, si spezza un seppur con- testato ordine sociale, un regime morale? O forse la cancel culture subentra nel momento in cui, nella valutazione e nel giudizio ex post di alcuni eventi storici, si impone un gesto censorio che intende riscrivere la storia eliminando i vincitori e ridistribuendo ruoli all’interno di un percorso storico, culturale e sociale in cui finalmente i vinti prendono la parola e occupano le piazze? Perché la distinzione fra vincitori e vinti è anche ciò che distingue, mi pare, la damnatio memoriae dalla cancel culture. Storicamente, sono i vincitori che impongono la damnatio memoriae , relegando personaggi ed eventi nell’oblio; la cancel culture invece, per definizione, è una richiesta di cancellazione di alcuni personaggi dalla storia, e dalla sua rappresentazione plastica, da parte di coloro che nel corso dei secoli o dei decenni sono stati i vinti, gli sconfitti, i danneggiati, gli esclusi. Scegliere i campi di ricerca attorno ai quali si parla di cancel culture non significherebbe quindi studiare soltanto i casi di richiesta di totale rimozione di un personaggio da un panorama pubblico – vedi la rinominazione della Hume Tower nel campus universitario di Edimburgo (Dei 2021) – o i movimenti in campo postcoloniale – vedi le proteste legate al Columbus Day –, ma anche analizzare il rapporto tra cancellazione, rimozione o risignificazione delle tracce del passato all’interno di qualsiasi comunità che, mettendo in discussione tratti della propria storia, attua delle strategie simboliche e materiali per dar voce alle memorie dissonanti e mettere in scena le memorie divise, rispondendo a rinnovate esigenze sociali del presente. Sono questi scenari che consentono di comprendere i diversi modi simbolici e materiali di plasmare il passato attraverso l’osservazione di conflitti, negoziati e discussioni relativi al tema delle memorie condivise e contestate, facendo luce sui regimi morali, sulle retoriche politiche, sulle politiche di rappresentanza, sulle forme dell’organizzazione della memoria nello spazio pubblico, sull’auto-rappresentazione identitaria, del proprio passato e della propria memoria a cui soggetti e gruppi vogliono fare riferimento, rico- struendo relazioni e sistemi di appartenenza. Rispetto alla nostra eredità fascista, poche sono di fatto le richieste di cancella- zione, ma fanno molto rumore, suscitando polemiche estremamente eloquenti. Nel 2015 la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, su sollecitazione di alcuni membri dell’ANPI, propose la cancellazione del nome del duce dall’o- belisco posto all’ingresso del Foro Italico di Roma, ma venne immediatamente bloccata dalle polemiche suscitate e dall’avviso contrario di periti architettonici e storici. Reazione comprensibile, se si tiene conto del fatto che nel 2015 era già
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del difficult heritage potrebbero essere osservati per capire in che modo esso traduce letture rinnovate, nuove istanze di memorie soggettive e collettive che richiedono un ripensamento del proprio ruolo all’interno dello spazio pubblico (Arantes 2009; Ballacchino e Bindi 2017; Fabre 2000; Simonicca e Bonetti 2016).
La monumentalità come difficult heritage
Postulare che la cancel culture possa avere delle traduzioni locali significa accet- tare che essa possa esprimersi sia con improvviso e irruento rigetto di una traccia memoriale, sia con un andamento che procede per silenzi e riproposizioni, così come sembra manifestarsi, per l’appunto, la costante ma mai violenta richiesta di cancellazione delle tracce del nostro passato fascista. Un buon laboratorio, quindi, è la città di Roma, dove il valore architettonico di molti edifici pubblici e privati di epoca fascista costringe a interrogarsi sul ruolo del patrimonio cul- turale nella costruzione della memoria, della storia e dell’identità cittadina che, in parte, si riverbera su quella nazionale. Qui i simboli mostrano bene il proprio carattere costruito ed essenzialistico, lasciando tuttavia emergere le varie forme di re-interpretazione degli attori sociali nelle dimensioni locali (Herzfeld 1991, 2009; Palumbo 2003; Low e Altman 1992). Presente in moltissime zone della capitale, l’architettura fascista trova il suo apice nel monumentalismo del Foro Italico, luogo oggi significativo per la rappre- sentazione dell’Italia contemporanea a livello nazionale e internazionale, grazie alle grandi manifestazioni sportive che ospita, e non a caso sempre più di frequente oggetto di richieste di cancellazione e revisione. Nella pratica quotidiana, oggi il Foro italico è luogo di passeggiata domenicale per le famiglie, di allenamento infrasettimanale per migliaia di giovani romani, ma anche di affermazione di appartenenza territoriale e ideologica in occasione dei derby cittadini fra i tifosi della Roma e quelli della Lazio. Una stratificazione dell’uso del monumento ide- ale per cogliere la pluralità di esperienze e interpretazioni che dal basso vivono, immaginano, praticano e contestano questo monumento abitato. Il Foro Italico è una vera e propria cittadella dello sport: vi si accede da diversi lati, ma l’ingresso monumentale è quello sul lato del Tevere, dove il ponte Duca d’Aosta funge da prospettiva sul Piazzale dell’Impero, introdotto e dominato dal celeberrimo obelisco in marmo di Carrara, alto 17 metri e mezzo, che grazie all’altrettanto marmoreo basamento raggiunge l’imponente altezza di 40 metri. La planimetria del Foro è irregolare, poiché si snoda su una superficie che segue l’ansa del Tevere e alla quale la collina di Monte Mario fa da sfondo verde natu- rale. Distribuiti in modo da ottimizzare al meglio lo spazio, impianti sportivi di enorme rilievo – lo Stadio Olimpico, lo Stadio dei Marmi, lo Stadio Pietrangeli, lo Stadio del tennis, l’intero e imponente complesso natatorio del Foro Italico
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del CONI, l’Università degli Studi di Roma Foro Italico (dedicato allo studio delle Scienze motorie e sportive), l’Auditorium Rai (già Accademia di Musica della Gioventù Italiana del Littorio) e l’Aula bunker del Tribunale di Roma. Quest’ultimo edificio ha visto cambiare la sua destinazione d’uso nel 1981, data prima della quale era noto come Casa delle Armi, ossia l’Accademia di scherma. Quotidianamente il Foro Italico brulica di presenze, ma a prima vista è difficile capire qual è la consapevolezza della natura e della storia di questo patrimonio architettonico, e solo un’etnografia attenta potrebbe far capire se questi spazi e questi monumenti sono percepiti come fascisti e/o se sono stati invece patri- monializzati e risignificati dall’uso quotidiano. Al di là di alcuni usi ideologici di questo spazio urbano, che sembrano innescarsi (non a caso intorno all’obelisco) in occasione di alcuni derby cittadini, bisognerebbe interrogarsi sulle modalità con cui i diversi attori sociali praticano e immaginano un monumento abitato di epoca fascista, sulle collettività che si costruiscono sul senso di appartenenza a questo luogo, sui valori che promuove, e sull’elaborazione sociale del passato che sollecita. I diversi registri della memoria culturale e della sua trasmissione intergenerazionale si costruiscono e funzionano infatti attraverso la selezione e l’interpretazione degli elementi del mondo con cui gruppi sociali e istituzioni sentono e condensano un’armonia di valori e storicità. Una mia etnografia che è ancora allo stato embrionale suggerisce che c’è un grande divario generazionale. I più piccoli e i giovanissimi sembrano ignorare del tutto la storia di questo luogo, che è un densissimo condensato dell’epopea fascista. Progettato dall’architetto Del Debbio nel 1927, inizialmente battezzato «Foro Mussolini», già nel 1932 vide le prime inaugurazioni: il Palazzo H – all’epoca sede dell’Accademia fascista maschile di educazione fisica –, Lo Stadio dei marmi e lo Stadio dei cipressi – poi ridenominato Stadio dei centomila, e infine Stadio Olimpico – e il famoso e oggi controverso obelisco, detto anche il Monolite. Tutto fu condotto all’insegna della celerità, dell’eccellenza e della maestosità, di cui il ciclopico Monolite, con le sue 380 tonnellate di marmo bianco di Carrara, era l’emblema supremo^5. Ora, se è vero che ancora oggi passeggiare dentro il Foro Italico può dare la surreale impressione di camminare fra le linee epurate di una tela di ispirazione metafisica, i cui rimandi ideologici potrebbero essere quindi sfrangiati ed elusi, è altrettanto vero che passeggiare nel tratto che va dall’obe- lisco alla Fontana della Sfera – un’altra scultura monoblocco posta in linea col Monolite nel 1934 – non lascia spazio al dubbio. Quel tratto, infatti, per opera di Luigi Moretti divenne il Piazzale dell’Impero: una superficie di 7000 metri quadri, un viale costeggiato da parallelepipedi marmorei sui quali furono incisi i momenti cruciali dell’epopea fascista, e coperto di mosaici realizzati con gli stessi tasselli in uso nella Roma antica. I mosaici raffigurano atleti, figure mitologiche, simboli del regime, ma anche la pianta del «Foro Mussolini», frasi come «Molti
(^5) Per l’importanza attribuita dal regime fascista all’architettura, si veda Cederna 1980 e Ciucci 2002.
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cupati di riconsiderare le politiche della rappresentazione che questo complesso monumentale continuamente rischia di riattivare. E infatti, nella sua compattezza fisica e ideologica, il Foro Italico può essere visto con un duplice sguardo: come «campo di forze in competizione» (Bourdieu 1992) e come «luogo della memo- ria» (Nora 1984). In quanto campo di forze in competizione, considerando la varietà delle attribuzioni di senso, l’osservazione degli usi politici e sociali di un luogo pensato per la celebrazione del potere fascista consente di vedere questi spazi sociali come reti di relazioni e conflitti tra attori che si confrontano per conquistare il controllo dei sistemi per definire o delimitare i canoni di ciò che può dirsi «giusto», «corretto», «valido» e «naturalmente appropriato». Non può non colpire il fatto che le reazioni alla richiesta di cancellazione del nome del duce da parte di Laura Boldrini abbiano provocato una levata di scudi che ha cavalcato logiche apparentemente dissonanti, a prima vista culturalmente dode- cafoniche: da più parti sulla stampa e in rete la sua richiesta è stata considerata antidemocratica e divisiva, contraria a qualsiasi tentativo di pacificazione delle memorie nazionali. Le critiche alla sua proposta si sono poi trascinate a lungo su diverse testate, e sono state riprese dopo la pubblicazione dell’articolo di Ruth Ben-Ghiat sul «New Yorker». Esso ha suscitato un considerevole dibattito sulla stampa nazionale nel quale, per opporsi a qualsiasi tentativo di cancellazione, sono state invocate ragioni che vanno dal valore urbanistico, architettonico, artistico e culturale degli edifici razionalisti, alla necessità di tutelare vent’anni di storia italiana, passando per la richiesta di dibattere e non abbattere la storia, la denuncia delle letture ideologiche – considerate obsolete e pericolose – l’accusa alla furia iconoclasta del politicamente corretto, nonché l’accusa di fascismo insita, a dire dei commentatori, nella volontà di cancellare le tracce di un periodo storico. Reazioni, insomma, che a prima vista scompaginano le coordinate ideologiche, e invocano, sostanzialmente, un poco problematizzato uso pacificato del passato. Come convivono simili tracce monumentali con una realtà contemporanea sempre più contraddistinta dal confronto con le diversità socioculturali? Quale cornice spazio-temporale riproducono questi monumenti? Qual è l’intreccio fra il vissuto autobiografico e gli eventi epocali che segnano la storia del Foro Italico? Come restituire la pluralità di voci e cornici valoriali che costruiscono oggi il Foro Italico come spazio pubblico? In questo senso esso potrebbe essere letto anche come «luogo della memoria», ossia come luogo-dispositivo capace di suscitare memorie di gruppo, sentimenti di appartenenza e distinzione, autobiografie e ricordi personali (Piccioni 2012) intrecciati ai grandi eventi storici o alle fasi più dolorose della storia nazionale.
Cancellare, riscrivere (^207)
Cancellare, riscrivere: quando l’eredità scomoda è arte
Sebbene in Italia gli effetti della cancel culture abbiano suscitato dibattiti assai più circoscritti rispetto a paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito, è evidente come le questioni da essa sollevate invitino a un ripensamento dei sistemi di conservazione, fruizione, esposizione e rappresentazione delle tracce del regime fascista legati a una riflessione sull’attuale ripensamento dello spazio pubblico. Il quale, al di là dell’attenzione per l’uso socio-politico dell’odonomastica^8 , coinvolge anche luoghi che, pur non essendo piazze o obelischi, restano eminentemente pubblici e rappresentativi. Penso, ad esempio, al caso del Sironi, il dipinto murale dell’Aula Magna della Sapienza, quindi un luogo che, seppur «nascosto» agli occhi dei passanti, è luogo pubblico e simbolico per eccellenza, spesso esposto allo sguardo collet- tivo dai media. Qui la proposta non è quella di cancellare, ma è anzi posteriore a un’istanza di «cancellazione» e si inserisce nell’attuale cornice di ripensamento critico di un’eredità che, apertamente riconosciuta come difficult heritage , si tenta di collocare nella cornice della critical preservation. Siamo quindi ancora a Roma, nella fattispecie nella città universitaria de La Sapienza che, come già accennato, è stata anch’essa voluta da Mussolini e sorge in una delle zone che erano state prese in considerazione per la costruzione del Foro Italico, prima che per quest’ultimo si scegliesse di bonificare la zona sottostante Monte Mario. La Studium Urbis fu progettata nel 1932 dall’architetto Marcello Piacentini, che ne diresse i lavori dal 1933 al 1935. Un cantiere complesso e grandioso, rea- lizzato nei tempi rapidi cari al regime. Piacentini chiese a Mario Sironi, uno dei maggiori pittori dell’epoca, di realizzare la pittura murale che avrebbe decorato l’imponente Aula Magna del rettorato. Sironi la ideò, realizzandone per due anni numerosi disegni preparatori, e la dipinse in soli tre mesi nel 1935, consegnandola a ridosso dell’inaugurazione. Ancora una volta questa avvenne alla presenza di
(^8) In questo senso, interessantissimo è il caso della gestione della memoria di Rodolfo Gra- ziani, legato per motivi biografici ai comuni di Filettino (dove è nato) e Affile (dove è vissuto). In nome della valorizzazione culturale locale, entrambi i comuni stanno procedendo a una ricostruzione della memoria sociale cercando di patrimonializzare la figura del «Maresciallo d’Italia». A Filettino (che fra il 1938 e il 1945 era diventato il comune Filettino Graziani) gli viene titolato il parco pubblico; ad Affile invece è stato creato il «Museo al Soldato». In quest’ultimo caso l’operazione condotta è stata molto più lunga, stratificata e complessa. Per aggirare l’ostacolo dell’opposizione ideologica, tutta la procedura amministrativa destinata a ottenere autorizzazioni e fondi dalla Regione Lazio ha giocato su un’ambiguità terminologica: sono stati ottenuti fondi per costruire il Museo al Soldato, per poi spiegare che ad Affile il Soldato è, per tutti, Rodolfo Graziani. Malgrado le proteste (anche qui la vicenda è finita sulla stampa nazionale e ancor di più su quella internazionale) e i tentativi di far abbattere il piccolo museo, oggi esso è ancora aperto, e pienamente visibile e rintracciabile anche tramite Google Maps, che lo indica come «Mausoleo Rodolfo Graziani». Devo la conoscenza di molti dettagli di questa vicenda alle segnalazioni di Samuel Giuliani, che su questa vicenda ha realizzato la sua tesi di laurea triennale, e che qui ringrazio.
Cancellare, riscrivere (^209)
censura per tornare oggi, grazie a una tutela che ne ha determinato il restauro, a splendere nella sua forma originaria^12. Non c’è cancel culture qui, ma al contrario, dopo decenni di censura, si impone l’idea di riportare un’opera al suo aspetto originario, affiancando al restauro un’operazione di riflessione sulla sua natura di difficult heritage. È infatti in corso un progetto 13 di creazione di una mostra permanente destinata a narrare la storia del murale di Sironi in tutte le sue tappe, dalla progettazione all’attuale versione restaurata, attraversando criticamente il periodo dell’oblio e della censura. L’obiettivo è quello di una conservazione della memoria dell’opera critica e consapevole, di una riscrittura della storia dell’opera che tenga conto delle condizioni ideologiche della sua nascita, dei contesti che ne hanno determinato l’oscuramento, dell’odierna liceità di un distacco critico rispetto all’ideologia veicolata e, non da ultimo, dello statuto dell’opera d’arte. Bisognerebbe forse innescare operazioni simili anche in altri luoghi della memoria? In un articolo del 2015, Sharon Mcdonald suggerisce una possibilità di superamento delle difficoltà insite nel difficult heritage , che sembra escludere ogni possibilità di cancel culture , per procedere invece verso una messa in scena della memoria traumatica, allo scopo di attivare la conoscenza del passato e la com- prensione del suo ruolo, scoprendo quella che lei considera essere sostanzialmente l’agency del passato. Non siamo forse lontani dall’idea di uso pubblico del passato (Gallerano 1995) che è alla radice di una riflessione sull’uso sociale della storia (Iuso 2013). Questa dimensione è tanto più complessa in paesi come l’Italia e in cit- tà come Roma, dove la stratificazione dell’arte e dell’architettura sollecitano un ne- cessario confronto con la dimensione semiotica e semiofora degli spazi pubblici. Si tratterebbe di operazioni a mio avviso estremamente delicate, ma forse necessarie. Il 18 febbraio 2020 ero nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza per assistere al conferimento del Dottorato honoris causa in Storia dell’Europa a Liliana Segre. Vederla entrare e sedersi davanti al murale, osservare la sua figura che si stagliava sullo sfondo del Sironi originario è stata un’esperienza straniante, che mi ha profondamente turbata. Mi pare che nessuno abbia pubblicamente evocato la cosa, e io stessa l’ho commentata solo in privato. E forse il silenzio che ha accompagnato il contrasto fra l’ideologia propugnata dal murale, con la forza della sua bellezza, e la testimonianza delle sue conseguenze, che vibrava nelle parole di Liliana Segre^14 , ci porta al cuore della natura irrisolta della questione
(^12) Assistiamo ormai da anni alla rinascita dell’interesse pubblico per i pittori del ventennio. Proprio Sironi è protagonista di una mostra al Museo del Novecento a Milano, Mario Sironi. Sintesi e grandiosità , che espone cento opere dell’artista dal 23 luglio 2021 al 27 marzo 2022. (^13) A cura di Eliana Billi, storica dell’arte della Sapienza, e di Laura D’Agostino, membro dell’Istituto centrale per il restauro. (^14) Dall’intenso e ponderato discorso di Liliana Segre emergeva la consapevolezza della di- screpanza fra il lavorio del tempo e l’attualità di alcune domande: «Dentro di me […] è cambiata la coscienza che gli anni sono passati […] e che i miei perché non avranno mai risposta». E ricor- dando Primo Levi, lo citava: «Capire, comprendere è impossibile, ma conoscere è necessario».
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fascista in Italia, ci illustra i motivi di alcune richieste di cancellazione, ci dà la misura delle difficoltà insite nell’eredità del ventennio e della complessità di una riscrittura della storia che dovrebbe, certo, essere polifonica e critica, ma che mi pare abbia ancora una lunga strada davanti a sé per accedere a una generalizzata coscienza storica e a un uso ragionato dell’oblio.
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212 Anna Iuso
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Il patrimonio culturale sul confine
fra oblio e memoria pubblica di Anna Iuso
#.$ Introduzione