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Appunti presi dalla spiegazione del Prof durante la lezione.
Tipologia: Appunti
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Paragrafo 1.1 Il carcere “roba da maschi?” Donne, reati, punizioni e pena rimandano a una storia complessa basata su approcci e modelli che hanno determinato regole, leggi e condotte. È difficile sintetizzare la storia della criminalità femminile e del suo trattamento. Per capire meglio dobbiamo tenere conto del ruolo sociale della donna nelle diverse epoche partendo dal peso della cultura patriarcale che ha fortemente condizionato l’educazione delle bambine e delle ragazze, le relazioni affettive e le attività lavorative. La delinquenza delle donne considera da sempre “non pericolose ma eternamente pericolanti” è stata attribuita molte volte a debolezza di intelligenza e volontà, a squilibri, o nei casi più gravi alla pazzia. Fragilità, vulnerabilità, sregolatezza e inferiorità sono le parole più frequenti nell’ analisi della criminalità femminile, considerata per molto tempo come un tradimento a un modello sociale già ben definito dagli uomini, la donna infatti è stata per molto tempo oggetto di “un accanimento classificatorio”. La prostituta e l’amante, l’Angelo e la madonna, l’ammaliatrice, la grande madre, la perfida, l'astuta o l’inetta, sono solo pochi dei tantissimi altri modi in cui di volta in volta la visione del mondo maschile ha collocato le donne, e allo stesso modo anche in carcere a prevalso questo ordine simbolico e esterno. Separatezza, marginalità e esclusione hanno riguardato inevitabilmente il cosiddetto sesso debole. Si è imposta quella che D’Elia e Serughetti hanno definito “grammatica patriarcale” che per lungo tempo ha condizionato le relazioni tra i due sessi, accentuando L’inferiorità della donna in un contesto dominato dal pensiero maschile. I progetti di riforma che nacquero a partire dall’ Ottocento vanno attribuiti al l’impegnò delle altre donne, vere e proprie pioniere (guide), che hanno lavorato alla trasformazione della qualità di vita e dei sistemi punitivi ai quali le donne venivano sottoposte come situazioni di degrado, di abbandono e soprattutto di violenza. Silvano Montaldo nella sua documentata ricerca parla infatti di “volontariato e solidarietà di genere”. Tra i progetti più importanti in Italia non è possibile non citare quello promosso da Juliet Colbert, Consorte di CarloTancredi Falletti di Barolo, una delle famiglie più importanti della nobiltà torinese, essa non solo fu tra le prime donne a intervenire in favore delle detenute, fu anche l’unica in Europa a dirigere un carcere femminile nell’Ottocento, quello delle Forzate, in grado di contenere oltre un centinaio di detenute, aperto nel 1821. COLBERT insisteva sull’ assegnare un’istruzione a tutte le donne in quanto inparare a leggere e a scrivere avrebbe contribuito a liberare le donne da uno status di minorità. Il codice Zanardelli del 1889 fu il primo codice penale a stabilire che le donne dovevano essere detenute in “stabilimenti speciali”. L’adulterio era considerato reato non solo perché lesivo al rapporto al legittimo compagno ma soprattutto veniva visto come tradimento del potere maschile familiare e riproduttivo, infatti, la colpevolezza trovava fondamento proprio nel tradimento dell'ordine sociale precostituito più che nell'accertamento effettivo del fatto compiuto. La maggior parte delle italiane in quel periodo proveniva per lo più dal ceto contadino ed era prova di istruzione, queste donne infatti erano strette nel ruolo di mogli e madri confinate nella sfera privata, costrette a sopportare ogni genere di fatica, saranno invece l’esponente della borghesia e della nobiltà, più istruite è meglio educate, ad adoperarsi per i ceti più poveri. Le prime denunce delle condizioni di vita negli istituti femminili si devono proprio a due donne: la marchesa Zina Centa Tartarini e Maria Rygier. Insofferenti alle norme, ribelli e oltraggiose le delinquenti si macchiavano spesso anche del reato di prostituzione, assecondando così inclinazioni considerate “perverse”. All’epoca il sistema carcerario era diviso in:
l’importanza di assumere un’approccio detto “femminista” con tutte le complessità del caso. A questo proposito vale la pena citare la Quarta Conferenza mondiale per Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) che è nota a Pechino nel 1995 e che “smise di essere per le donne e cominciò ad essere per le donne”, impegnando gli Stati membri a promuovere interventi specifici di empowerment e di gender mainstreaming (un’approccio strategico alle politiche finalizzato al raggiungimento dell’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini in ogni ambito della società). Questa conferenza ha rappresentato una vera e propria piattaforma d’azione finalizzata a valorizzare il contributo dei numerosi gruppi femministi ritenuto decisivo per il cambiamento e per tutte quelle azioni politiche e sociali finalizzate all’ equità e all’ uguaglianza. Importanti saranno anche le REGOLE DELLE NAZIONI UNITE note come regole di Bangkok, relative al trattamento delle donne detenute e alle misure non privative della libertà per le donne che delinquono, nonché l’articolo 34 delle regole penitenziarie europee, ora viste ed entrate in vigore il 1 luglio 2020, in cui si rinnova l’invito agli Stati ad adottare politiche sensibili al tema dell’uguaglianza di genere, favorendo misure che tengano conto degli specifici bisogni delle donne. Importante è stato il lavoro svolto dagli Stati generali dell’esecuzione penale, avviati nel maggio 2015 dal ministro della giustizia, Andrea Orlando, per creare un modello “costituzionalmente orientato “di esecuzione delle pene e per una modernizzazione del sistema penale, aprendo scenari interessanti per la ricerca educativa. L’iniziativa è stata condotta con una metodologia inedita, in quanto, attraverso un confronto a più voci, sono stati istituiti tavoli di lavoro sui diversi aspetti cui hanno dato il loro contributo i differenti attori del sistema, ragionando “in modo partecipato sulle prospettive di cambiamento”. Alla questione femminile è stato dedicato il tavolo terzo, coordinato da Tamar Pitch, e sono state fornite una serie di raccomandazioni:
britannico CORSTON REPORT, pubblicato nel 2007, rivisitato in seguito nel 2013, in cui si associa il concetto di vulnerabilità a particolari condizioni esistenziali per offrire una lettura più complessa che tenga conto di una ampia gamma di fattori: individuali e ambientali. La donna dunque non è vulnerabile di per sé ma è portatrice di “particolari vulnerabilità” che generalmente coprono i diversi ambiti dell’esperienza umana: circostanze domestiche (violenza domestica, cura di bambini, madri single), circostanze personali (malattia mentale, scarsa autostima, disordine alimentari, uso di sostanze psico attive), fattori soci economici (povertà, isolamento e disoccupazione). L’obiettivo ambizioso di un'educazione emancipatrice dovrebbe essere quello di abbattere anche lo stereotipo della vittima, di cui le recluse si fanno spesse interpreti, e quello di insegnare alle donne ad autodefinirsi, anche in ambito penitenziario, dove continuano a essere trattate come vulnerabili anche quando tali non sono. Paragrafo 1.4 per un approccio militante Per chi voglia occuparsi di educazione di carcere, la prima operazione da svolgere è la decostruzione dei numerosi luoghi comuni che si associano a questa istituzione. Il penitenziario è un mondo complesso dove si alternano numerose figure: ci sono le recluse e le diverse professionalità, tra cui gli agenti di polizia penitenziaria, i funzionari della professionalità giuridico-pedagogica, gli assistenti sociali, gli insegnanti. Vanno ascoltate le voci di chi quell’universo lo vive ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni, e prova a cambiarlo. Fondamentale è mantere un’approccio “militante” cioè di partecipazione attiva e costante, mantenendo un dialogo comune chi opera per la tutela dei diritti. Va in primis valorizzato l’impegno delle grandi organizzazioni nazionali e internazionali che combattono da anni per un cambiamento reale delle e nelle carceri. Molto importanti sono gli scritti di detenuti o ex detenuti, che con le loro testimonianze personali, offrono la possibilità di osservare il carcere da una prospettiva interna. Secondo l’attivista afroamericana ANGELA DAVIS, il carcere ha rafforzato la struttura sessista della società, infatti ancora oggi le detenute sono spesso costrette a subire diverse forme di violenza e di marginalizzazione. Due esperienze dette “militanti” contribuiscono a mettere maggiormente a fuoco le immagini stereotipate delle donne in carcere e sono:
diventa fonte di insicurezze turbamenti e ribellioni. Tutto ruotò intorno alla carta: per accedere a qualsiasi attività o per accontentare le proprie esigenze, si deve inoltrare la richiesta definita in gergo come “domandina”. Le donne si sentono chiamare fra loro “spesina, scrivana, concellina” è proprio in merito a ciò il dipartimento nell’amministrazione penitenziaria del 31 marzo 2017, è intervenuta per correggere questa terminologia denigratoria. Il carcere porta a misurarsi con le parti più profonde di sé, e ciò può insegnare a essere più forti, anche se non è scontato per tutte, perché difronte a situazioni di fragilità si assiste spesso ad atteggiamenti rinunciatori. Èd è compito dell’educazione intervenire pianificando interventi educativi per far risaltare le risorse interiori che ogni donna possiede, perché la sofferenza imposta le insegna solo ad obbedire. Il penitenziario presenta numerose differenze, ad esempio, la detenzione che si svolge in un vecchio edificio di periferia sarà diversa da quella che si svolge in un istituto pensato e progetto con standard di qualità. Ad esempio, il senso di abbandono, sarà meno violento se lo spazio del carcere è inserito in un contesto naturale come l’istituto femminile di Pozzuoli, vicino al mare. La bellezza estranea al carcere, vista quasi come ideale irraggiungibile, gioca un ruolo determinante nei percorsi penitenziari. Anche le dimensioni degli edifici contano: quelli grandi creano maggior spaesamento, si presentano meno ospitali ma offrono più attività. Ogni istituto, quindi, è un mondo a sè. Sul territorio nazionale gli istituti femminili sono 4: G.STEFANINI, CASA CIRCONDARIALE DI ROMA REBIBBIA, CASA CIRCONDARIALE DI POZZUOLI, E LE DUE CASE DI RECLUSIONE DI VENEZIA GIUDECCA E DI TRANI. Sono presenti numerosi problemi non sempre superabili, tipo il sovraffollamento in quanto vivere forzatamente insieme mette a dura prova soprattutto quando si è molte in una cella, la situazione si complica anche per la salute, per i disturbi di natura psicologica si ricorre spesso a terapie farmacologiche, ma in molte sezioni mancano figure specializzate come i ginecologi, le lacune si registrano soprattutto nel campo della prevenzione di alcune malattie, tipo i tumori. Paragrafo 2.2 il profilo delle “ragazze” In tutto il contesto europeo le donne rappresentano una piccola minoranza mia superiore al 10% della popolazione, la maggior parte è compresa tra i 25 e i 50 anni e proviene da contesti segnati da violenza o da condizioni di disagio socioeconomico e culturale: disoccupazione, bassi livelli di istruzione e vicinanza all’universo delle dipendenze. Ci si trova davanti a donne portatrici di vulnerabilità, spesso sono straniere e rappresentano circa il 35% del totale. Secondo i dati esse provengono principalmente da: Romania, Nigeria, Marocco, Bosnia e Erzegovina e Brasile. La migrazione porta con sé contraddizioni e aspetti negativi ed è un fattore complesso. Ogni detenuta è portatrice della propria storia, che non va ignorata o sottovalutata. Molte donne delinquono quasi per una sorta di ribellione, perché non avendo altre opportunità scelgono l’illegalità, illudendo di poter migliorare la propria vita. Sono spesso vittime o complici di uomini che declino per loro, sono incapaci di liberarsi dal ricatto affettivo che subiscono, poiché in molte culture familiari gli uomini hanno ancora un ruolo dominante. Molte hanno subito dalle figure maschili a loro fianco numerose violenze e abusi sia psichici che sessuali, e in genere la violenza subita genera altra violenza verso se stesse o verso le proprie compagne di sventura. Le tossico dipendenti ricercano nelle sostanze l’annullamento del dolore, le prostituite spesso da vittime diventano carnefici obbligando altre donne a fare la stessa scelta. C’è poi il caso delle trafficanti, che si trasformano in corrieri ma ingoiando centinaia di ovuli e mettendo a rischio la loro stessa vita e le room spesso istigate al furto dai loro stessi mariti. Nella maggior parte dei casi le pene non sono lunghe in quanto è stato riscontrato che la maggior parte delle detenute deve scontare una pena inferiore ai 5 anni e solo meno di 50 hanno una condanna che va ai 20 anni di reclusione. È proprio perché i contesti incidono sui percorsi sbagliati delle donne che si arriva allo stereotipo della
vittima, quando invece sarebbe bastato lavorare sulla consapevolezza. Per le straniere la reclusione è ancora più penalizzante, perché la lontananza dal paese d’origine e dai familiari, le rende portatrici di maggior vulnerabilità, in quanto al momento dell’arresto sono le più smarrite. Si è parlato di “straniere due volte” in quanto la reclusione diventa presto esclusione, poiché il carcere ha le sue regole, i suoi codici e i suoi linguaggi. Le differenze createsi sono state ma, gestite o comunque non trattate a sufficienza, il carcere infatti crea dei livelli e aumenta le disuguaglianze. Paragrafo 2.3 l’esperienza vissuta: temi di indagine La progettazione di percorsi educativi liberanti richiede un’indagine sulle modalità con cui le donne affrontano l’esperienza di detenzione, mettendo in luce specificità e risorse, aldilà della complessità delle vite individuali. Le tante storie singole e diverse vanno a comporre una storia più grande che ci regala una nuova visione del femminile, una diversa umanità e un universo ricco di differenze, che neppure la detenzione riesce a cancellare, mostrando come il setting carcerario possa essere considerato uno straordinario laboratorio per studiare le tematiche di genere. Il carcere è indubbiamente una delle prove della vita più impegnative che una donna si trova ad affrontare, ed è quindi, difficile per tutte mettere in campo strategie di coping per non lasciarsi annientare e per riuscire a uscirne rafforzate. Per superare un’esperienza traumatica una risorsa fondamentale è proprio la resilienza, che consente una volta fuori di poter riorganizzare la propria esistenza e poter ricercare nuovi equilibri. Le donne sono portatrici di numerose storie di resistenza che hanno come tema centrale lo sforzo di adattarsi per non perdersi, per conservare “l’essere presenti a sé stesse”, mostrando come il “secondo sesso” abbia un'ostinazione ammirevole nell'umanizzare la detenzione. È indispensabile indagare le strategie di resistenza dalle quali partite per attivare la resilienza e promuovere il cambiamento. Come scrivono Susanna Ronconi e Grazia Zuffa “non si esce dalla carcerazione uguale a prima, ma diverse e se il processo di resilienza ha funzionato, consapevolmente diverse”. Le ricerche internazionali hanno diviso le strategie di coping in due categorie:
donando così un tempo proprio, e soprattutto reimparando a scegliere. Chi ha vissuto in situazioni di disagio, come la maggior parte delle recluse, limita i propri desideri alla quotidianità e difficilmente chiede. La celebre espressione utilizzata dalla filosofia MARTHA NUSBAUM “mi ritrovai bella come una mente libera” rappresenta a pieno quanto il difficile cammino delle donne per una giustizia sociale trovi ancora più senso grazie ad una responsabilità piena, in primis verso sé stesse. Paragrafo 2.3.2 la bellezza e l’essere forti Bella è una parola ricca di significati: può riferirsi sia ad un equilibrio interiore, significare una ricerca del proprio stare al mondo, ma può anche esprimere una costante richiesta di essere desiderabili. Per le donne la bellezza si è spesso trasformata nel dovere di piacere a tutti i costi e di essere riconosciute allo sguardo maschile come costantemente desiderabili. Nel penitenziario, la bellezza offre la forza e per certi versi, regala una forma di leggerezza per superare le difficoltà del dividere gli spazi e i tempi con altri sconosciuti e per trovare a ogni costo una via di fuga. La cura del corpo, infatti, rappresenta un vero e proprio grido di opposizione alle diverse forme di limitazione. La cura di sé, delle proprie cose, della propria cella, come accade negli istituti femminili esprime la necessità di ritrovare la propria personalità. Il carcere toglie e quindi bisogna lentamente riconquistarsi quei frammenti di vita negati, anche se con mezzi limitati. Gli oggetti ammessi infatti, sono: bigiotteria di modesto valore economico, prodotti per l’igiene personale e in alcuni casi qualche complemento per l’arredo. Le celle infatti vengono personalizzate, in quanto le donne scelgono come forme di resistenza la cura dell’ambiente e del proprio aspetto fisico, combattendo così con la privazione subita all’ingresso del penitenziario. Nel DPR 2030 del 2000, articolo 36 e nelle circolari successive si dispone il possesso di uno specchio, l’acquisto di smalti, shampoo colorati, rossetti e creme, e in alcuni istituti c’è anche il parrucchiere che però è un servizio a pagamento, e quindi non è accessibile a tutte, e questo porta ad amplificare le disuguaglianze già denunciate. L’essere belle però non si limita solo all’estetica, va inteso come una forma totale di benessere ad esempio: rimedi contro la ritenzione idrica, i dolori mestruali, la stipsi, l’eccessivo aumento di peso quando il cibo diventa un rimedio alla noia e agli stati depressivi di una vita vuota. Dietro lo sforzo di sentirsi belle si cela quindi l’esigenza di esserci e di far sentire la propria voce. Ma se da un lato la bellezza esteriore che rende desiderabili, rafforza l’autostima, la bellezza interiore accresce la propria forza, ciò matura anche con cose che sembrano banali come lo stare insieme nell’ora d’aria o in cose più serie come il coinvolgersi in iniziative di formazione e in attività ricreative e lavorative che aiutano a riconquistare il senso dell’esistere, a risentirsi vive e attive e ciò motiva l’impegno delle detenute. La bellezza diventa allora una sfida continua, un obbiettivo educativo: la sua ricerca e la sua sperimentazione possono alimentare quella voglia di riscatto che rende migliori. Paragrafo 2.3.3 l’amore, la maternità e il tornare bambine L’affettività tra le sbarre è una delle questioni più dure e meno risolte nonostante sia ampiamente discussa. Non sono mancati tentativi di riforma per lavorare a una concezione di affettività più ampia: dalla sessualità, all’amicizia, alla famiglia, richiedendo quindi il diritto di avere incontri in intimità con le persone con le quali si ha un legame. Con l’emergenza sanitaria per il COVID 19, il problema è esploso, in seguito all’isolamento forzato ed è stato chiesto l’immediato utilizzo delle diverse tecnologie per abbattere il distanziamento fisico e garantire possibilità di contatto, un diritto altrimenti negato. Per le donne la situazione è sempre stata più complicata, soprattutto con l’esperienza di maternità, che è uno dei temi più trattati. L’essere genitori in carcere non ha ancora trovato soluzioni adeguate, anche se le madri rappresentano la maggior parte delle detenute e hanno figli “visibili e invisibili”.
tratta quindi di promuovere l’adultità compromessa, lavorando sulla relazione fra responsabilità, memoria e futuro. I continuum cioè quelle che Demetrio ha definito componenti del mondo psichico o di relazione che pur subendo cambiamenti, resistono nelle diverse fasi della vita, lo studioso individua delle modalità vitali per uno sviluppo armonico che tenga conto di tutti gli aspetti della personalità, dal cognitivo all’affettivo, al relazionare. Se la vita è un compito continuo, segnato da guadagni e da perdite, cosa accede alle donne costrette a trascorrere una parte dell’esistenza in un carcere? In primis la maggior parte di chi affronta un’esperienza di detenzione proviene da percorsi segnati da marginalità o disuguaglianze (si tratta spesso da infanzie segnate da abbandoni, da assenza di cure e di riferimenti, o nei casi più gravi, da contesti familiari violenti che hanno scavato nel profondo alimentando sentimenti come: la rabbia, il disgusto, la vergogna, e avvolte anche un desiderio di vendetta). È proprio quella maggioranza di provenienze che distingue oggi anche la detenzione femminile in quanto è richiesta, una differenza di trattamento che valorizzi le diversità e le renda patrimonio comune. Analizziamo i singoli continuum individuati da Demetrio:
carcere, più o meno breve possa effettivamente tradursi in una revisione critica del proprio vissuto e in una riprogettazione della propria esistenza. Centrale è l’osservazione scientifica della personalità, per la quale ci si può valere anche di professionisti esterni (psicologi, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica). Tale attività inizia con l’inizio della pena e si protrae nel tempo per registrare l’evoluzione della personalità del detenuto in base alle sue adesioni, alle offerte trattamentali. Sono competenti dell’equipe: il direttore dell’istituto, il funzionario della professionalità giuridica pedagogica, e funzionario della professionalità di servizio sociale e possono essere chiamati a farne parte altri soggetti come lo psichiatra, il rappresentante della polizia penitenziaria e gli esperti individuati dall’articolo 80 dell’ordinamento penitenziario. Il gruppo di osservazione e trattamento è invece formato dagli stessi membri dell’equipe e da: gli operatori sociosanitari, il mediatore culturale, i volontari, gli insegnanti, ed è proprio in questa sede che si condivide l’idea del buon detenuto e di una revisione critica riuscita. Il garante nazionale dei diritti delle persone detenute ha richiesto un'evoluzione del c carcere in un complesso residenziale, speciale in grado di aprirsi alla città sottraendo la detenuta da un’esperienza puramente passiva per allenarli alla complessità della vita, ritrovando la consapevolezza e l’ambizione alla dignità di cittadino con:
di voler salvare qualcuno. Ci potranno essere momenti di sconforto, di rabbia, di non accettazione di alcune regole, momenti in cui ci si sente poco utili, o stanchi e delusi, per questo è indispensabile non sentirsi mai soli ma essere parte di una rete, in quanto in carcere non si è salvatori ma solo mattoni di un ponte tra interno ed esterno, se si costruisce insieme. Elisa inoltre ha espresso che il carcere le ha insegnato che ognuno di noi non può mai smettere di mettere in discussione forma mentis e le proprie convinzioni, la maggioranza degli esseri umani a dentro di sé una forza sorprendente, di cui magari non è pienamente consapevole fino a quanto non si trova a confronto con un contesto rigido come quello detentivo. Paragrafo 3.4 l’apprendimento verso nuove sfide La scuola rappresenta un’esperienza educativa irrinunciabile come emerge dalle ricerche scientifiche perché è sempre necessario lavorare su pregiudizi e abitudini mentali consolidati fuori dai binari del vivere civile, col fine di favorire l’incontro con l’altro, gli scambi e le interpretazioni del mondo. “Fare scuola e fare giustizia” diventano profondamente legate: in quanto il processo di apprendimento non può non confrontarsi con la situazione che le donne vivono nei penitenziari. È chiaro che si tratta di una scuola che per le condizioni e i vissuti delle partecipanti necessiti di didattiche diverse, personalizzate con ampie forme di scaffolding e con le differenti discipline di dialogo. La scuola dà la possibilità di tornare bambine ed è proprio questo che deve dare forza per ricercare un’altra occasione che risolve il rimpianto di non avercela fatta, la scuola diventa allora un dispositivo che libera energie e pensieri per il futuro, che ricongiunge con la propria memoria, in quello che si sarebbe dovute diventare, poi la volontà non ha saputo assecondare perché gli eventi della vita hanno preso il sopravvento o comunque concionato le scelte. Dall’esperienza di studio le donne trovano spesso la spinta per cambiare in quanto riuscire a raggiungere un traguardo scolastico significa riscattarsi agli occhi dei figli, sottrarsi alla etichetta dei delle cattive ragazze, e sentirsi capaci di affrontare il ruolo genitoriale in tutta la sua pienezza. Gli insegnanti sono operatori al confine perché entrano ed escono e perciò mantengono i rapporti con la vita fuori e devono riuscire a gestire “la propria affettività e metterla al servizio dell’apprendimento”, chi ha a che fare con un’ampia gamma di sentimenti:
ma anche gli operatori che ogni giorno provano l’incertezza e che quindi devono essere pronti a mettersi in gioco come persone e come professionisti, imparando a gestire lo stress e le emozioni, perché il contesto carcerario tende a indebolire sicurezze e risorse, così come l’autostima e l’auto efficacia, anche degli operatori. La prospettiva emancipativo-trasformativa tenta di raffigurare gli istituti penitenziari come “istituzioni- istituenti”, cioè dinamiche in grado di coltivare autonomia e responsabilità sociale, e il luogo in cui avviare percorsi di cambiamento e costruire possibilità di futuro, in quanto il carcere è indubbiamente un luogo attraversato da profonde sofferenze, ricco di non poche contraddizioni a è anche una fonte di possibili rinascite, in quanto dall’esperienza della sventura e da quella del fallimento avvolte nasce un particolare senso di libertà, di leggerezza che ti portano verso la voglia di costruire un futuro anche nei percorsi segnati dalla colpa. Questo è profondamente vero in quanto molte donne in carcere vivono una libertà mai vissuta prima e per molte di loro l’esperienza tra le sbarre rappresenta un vero e proprio riscatto, non solo del reato commesso: c’è chi in carcere è entrata con un'identità legata al genere, alla cultura, all’etnia, alla religione, alla classe sociale e che poi ha saputo trasformare sé stesso e orientarsi verso un nuovo percorso. Fra i tanti esempi troviamo: la room analfabeta che da adulta ha chiesto con determinazione di imparare a leggere e a scrivere, un’altra che dopo aver completato il ciclo dell’istruzione obbligatoria, si è innamorata dell’arte e ha voluto proseguire gli studi, mentre altre donne hanno ricevuto una qualifica professionale e oggi lavorano fuori dal carcere e sono libere da dipendenze letali. È necessario sostenere processi di empowerment che rendano le donne consapevoli e capaci stimolando il sé adulto, partendo non dagli errori, dalle mancanze o da quello che non si è riuscite a essere o a fare ma bensì dalle risorse e anche dalle aspettative, spesso condizionate. MARTHA NUSBAUM ha sostenuto l’importanza di un’approccio centrato sulle capacità umane cioè su ciò che si è in grado di fare e di essere, questa prospettiva è stata definita femminista, in quanto si basa nel trattare le persone come fini e non come mezzi e sul tutelare le eventuali fragilità esistenziali, non negando a nessuno e soprattutto a nessuna la possibilità di piena realizzazione. Spesso le donne con i loro cammini interrotti hanno amplificato la sensazione di non avercela fatta, si tratta quindi di trasformare con lo sguardo pedagogico questa condizione in un modello di possibilità e di speranza. Tutte le cadute possono trasformarsi in cambiamento, ed è proprio questo l’obiettivo dei percorsi educativi liberanti, il cui il primo passo è quello di puntare sull’ottimismo della volontà di chi prova a impegnarsi per cambiare. Da alcune testimonianze di donne che considerano la reclusione come spazio e tempo per ritrovare il coraggio di mettersi in discussione abbiamo capito che: