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Pedagogia professionale, Appunti di Segreto Professionale e Diritto alla Riservatezza

Appunti presi dalla spiegazione del Prof durante la lezione.

Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 21/12/2025

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vanessa-sperti 🇮🇹

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APPUNTI DI PEDAGOGIA PROFESSIONALE LIBRO DONNE DETENUTE
CAPITOLO 1
Paragrafo 1.1 Il carcere “roba da maschi?”
Donne, reati, punizioni e pena rimandano a una storia complessa basata su approcci e
modelli che hanno determinato regole, leggi e condotte. È difficile sintetizzare la storia
della criminalità femminile e del suo trattamento. Per capire meglio dobbiamo tenere conto
del ruolo sociale della donna nelle diverse epoche partendo dal peso della cultura
patriarcale che ha fortemente condizionato l’educazione delle bambine e delle ragazze, le
relazioni affettive e le attività lavorative.
La delinquenza delle donne considera da sempre “non pericolose ma eternamente
pericolanti” è stata attribuita molte volte a debolezza di intelligenza e volontà, a squilibri, o
nei casi più gravi alla pazzia. Fragilità, vulnerabilità, sregolatezza e inferiorità sono le
parole più frequenti nell’ analisi della criminalità femminile, considerata per molto tempo
come un tradimento a un modello sociale già ben definito dagli uomini, la donna infatti è
stata per molto tempo oggetto di “un accanimento classificatorio”. La prostituta e l’amante,
l’Angelo e la madonna, l’ammaliatrice, la grande madre, la perfida, l'astuta o l’inetta, sono
solo pochi dei tantissimi altri modi in cui di volta in volta la visione del mondo maschile ha
collocato le donne, e allo stesso modo anche in carcere a prevalso questo ordine
simbolico e esterno. Separatezza, marginalità e esclusione hanno riguardato
inevitabilmente il cosiddetto sesso debole. Si è imposta quella che D’Elia e Serughetti
hanno definito “grammatica patriarcale” che per lungo tempo ha condizionato le relazioni
tra i due sessi, accentuando L’inferiorità della donna in un contesto dominato dal pensiero
maschile. I progetti di riforma che nacquero a partire dall’ Ottocento vanno attribuiti al
l’impegnò delle altre donne, vere e proprie pioniere (guide), che hanno lavorato alla
trasformazione della qualità di vita e dei sistemi punitivi ai quali le donne venivano
sottoposte come situazioni di degrado, di abbandono e soprattutto di violenza.
Silvano Montaldo nella sua documentata ricerca parla infatti di “volontariato e solidarietà di
genere”. Tra i progetti più importanti in Italia non è possibile non citare quello promosso da
Juliet Colbert, Consorte di CarloTancredi Falletti di Barolo, una delle famiglie più importanti
della nobiltà torinese, essa non solo fu tra le prime donne a intervenire in favore delle
detenute, fu anche l’unica in Europa a dirigere un carcere femminile nell’Ottocento, quello
delle Forzate, in grado di contenere oltre un centinaio di detenute, aperto nel 1821.
COLBERT insisteva sull’ assegnare un’istruzione a tutte le donne in quanto inparare a
leggere e a scrivere avrebbe contribuito a liberare le donne da uno status di minorità. Il
codice Zanardelli del 1889 fu il primo codice penale a stabilire che le donne dovevano
essere detenute in “stabilimenti speciali”.
L’adulterio era considerato reato non solo perché lesivo al rapporto al legittimo compagno
ma soprattutto veniva visto come tradimento del potere maschile familiare e riproduttivo,
infatti, la colpevolezza trovava fondamento proprio nel tradimento dell'ordine sociale
precostituito più che nell'accertamento effettivo del fatto compiuto.
La maggior parte delle italiane in quel periodo proveniva per lo più dal ceto contadino ed
era prova di istruzione, queste donne infatti erano strette nel ruolo di mogli e madri
confinate nella sfera privata, costrette a sopportare ogni genere di fatica, saranno invece
l’esponente della borghesia e della nobiltà, più istruite è meglio educate, ad adoperarsi per
i ceti più poveri. Le prime denunce delle condizioni di vita negli istituti femminili si devono
proprio a due donne: la marchesa Zina Centa Tartarini e Maria Rygier. Insofferenti alle
norme, ribelli e oltraggiose le delinquenti si macchiavano spesso anche del reato di
prostituzione, assecondando così inclinazioni considerate “perverse”.
All’epoca il sistema carcerario era diviso in:
1. Case di pena per i condannati a più di due anni di detenzione
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APPUNTI DI PEDAGOGIA PROFESSIONALE LIBRO DONNE DETENUTE

CAPITOLO 1

Paragrafo 1.1 Il carcere “roba da maschi?” Donne, reati, punizioni e pena rimandano a una storia complessa basata su approcci e modelli che hanno determinato regole, leggi e condotte. È difficile sintetizzare la storia della criminalità femminile e del suo trattamento. Per capire meglio dobbiamo tenere conto del ruolo sociale della donna nelle diverse epoche partendo dal peso della cultura patriarcale che ha fortemente condizionato l’educazione delle bambine e delle ragazze, le relazioni affettive e le attività lavorative. La delinquenza delle donne considera da sempre “non pericolose ma eternamente pericolanti” è stata attribuita molte volte a debolezza di intelligenza e volontà, a squilibri, o nei casi più gravi alla pazzia. Fragilità, vulnerabilità, sregolatezza e inferiorità sono le parole più frequenti nell’ analisi della criminalità femminile, considerata per molto tempo come un tradimento a un modello sociale già ben definito dagli uomini, la donna infatti è stata per molto tempo oggetto di “un accanimento classificatorio”. La prostituta e l’amante, l’Angelo e la madonna, l’ammaliatrice, la grande madre, la perfida, l'astuta o l’inetta, sono solo pochi dei tantissimi altri modi in cui di volta in volta la visione del mondo maschile ha collocato le donne, e allo stesso modo anche in carcere a prevalso questo ordine simbolico e esterno. Separatezza, marginalità e esclusione hanno riguardato inevitabilmente il cosiddetto sesso debole. Si è imposta quella che D’Elia e Serughetti hanno definito “grammatica patriarcale” che per lungo tempo ha condizionato le relazioni tra i due sessi, accentuando L’inferiorità della donna in un contesto dominato dal pensiero maschile. I progetti di riforma che nacquero a partire dall’ Ottocento vanno attribuiti al l’impegnò delle altre donne, vere e proprie pioniere (guide), che hanno lavorato alla trasformazione della qualità di vita e dei sistemi punitivi ai quali le donne venivano sottoposte come situazioni di degrado, di abbandono e soprattutto di violenza. Silvano Montaldo nella sua documentata ricerca parla infatti di “volontariato e solidarietà di genere”. Tra i progetti più importanti in Italia non è possibile non citare quello promosso da Juliet Colbert, Consorte di CarloTancredi Falletti di Barolo, una delle famiglie più importanti della nobiltà torinese, essa non solo fu tra le prime donne a intervenire in favore delle detenute, fu anche l’unica in Europa a dirigere un carcere femminile nell’Ottocento, quello delle Forzate, in grado di contenere oltre un centinaio di detenute, aperto nel 1821. COLBERT insisteva sull’ assegnare un’istruzione a tutte le donne in quanto inparare a leggere e a scrivere avrebbe contribuito a liberare le donne da uno status di minorità. Il codice Zanardelli del 1889 fu il primo codice penale a stabilire che le donne dovevano essere detenute in “stabilimenti speciali”. L’adulterio era considerato reato non solo perché lesivo al rapporto al legittimo compagno ma soprattutto veniva visto come tradimento del potere maschile familiare e riproduttivo, infatti, la colpevolezza trovava fondamento proprio nel tradimento dell'ordine sociale precostituito più che nell'accertamento effettivo del fatto compiuto. La maggior parte delle italiane in quel periodo proveniva per lo più dal ceto contadino ed era prova di istruzione, queste donne infatti erano strette nel ruolo di mogli e madri confinate nella sfera privata, costrette a sopportare ogni genere di fatica, saranno invece l’esponente della borghesia e della nobiltà, più istruite è meglio educate, ad adoperarsi per i ceti più poveri. Le prime denunce delle condizioni di vita negli istituti femminili si devono proprio a due donne: la marchesa Zina Centa Tartarini e Maria Rygier. Insofferenti alle norme, ribelli e oltraggiose le delinquenti si macchiavano spesso anche del reato di prostituzione, assecondando così inclinazioni considerate “perverse”. All’epoca il sistema carcerario era diviso in:

  1. Case di pena per i condannati a più di due anni di detenzione
  1. Carceri giudiziarie per coloro che avevano subito condanne inferiori ai due anni o erano in attesa di processo
  2. Case di custodia, rinominate anche riformatori per i minori di 18 anni. La modalità di gestione delle strutture, specie nelle case di pena,spetterà soprattutto alle religiose appartenenti a diversi ordini, in quanto la delinquenza femminile meritava tutela e protezione che potevamo essere assicurate in strutture che rappresentavano una sorta di carcere-convento. Una soluzione che indubbiamente preservava le donne, assicurando anche un'umanizzazione del trattamento, il ruolo delle suore fu prezioso soprattutto per tutte le donne che erano completamente sprovviste di protezione in quanto continuamente vittime di violenze e molestie nei penitenziari dove tutto ciò era una sorta di pratica “normalizzata”. Secondo Carmela Covato le donne oscillavano fra due modelli stereotipati: quello dell’icona di “idolo di bontà” e quello di “idolo di perversità”, espressione “di un immaginario prevalentemente maschile egemone nella cultura dominante in un lungo arco di secoli”. Le suore vedevano “nel carcere un'istituzione fortemente maschile, violenta, portatrice di sofferenza è lontana dalla superiore giustizia divina”, per questo le religiose attuarono un trattamento fortemente ispirato alla carità cristiana: con le pluriomicide provavano a instaurare un dialogo, nelle "zingarelle" vedevano delle ragazze che subivano una doppia sofferenza, in quanto abituate a vivere per strada e costrette a stare dietro le sbarre molto spesso insieme ai più piccoli dei loro molti bambini, nelle prostitute, che erano la maggioranza delle detenute, vedevano delle “donne traviate” che avevano perso “il dono di Dio” ma che potevano ancora pentirsi e ritrovare la strada della fede. Secondo Cesare Lombroso, medico e antropologo il quale sviluppò una teoria globale della devianza femminile, la mentalità stereotipata di considerare le donne meno inclini alla violenza, incapaci di macchiarsi di reati con piena consapevolezza, colpevoli sopratutto di tradire la loro vocazione e più intima trovo negli studi lombrosiani un fondamento teorico, lo studioso infatti concentrò le sue tesi sul provare scientificamente la debolezza e l'inferiorità intellettuale e psicologica del genere femminile descrivendo la Criminale come soggetto irregolare. Per questo non è possibile motivare il tardivo riconoscimento di una specificità di genere in carcere senza tenere conto di quella che è stata considerata “la lunga marcia” delle donne italiane per diventare cittadine a tutti gli effetti. Paragrafo 1.2 il cambio di marcia e le perduranti resistenze Il cambio di marcia e le perduranti resistenze Nel nostro paese, nel secondo Novecento si iscrissero pagine importanti per l’emancipazione femminile. I primi segnali ci furono con la legge del 1919 sulla capacità giuridica della donna, in seguito i due conflitti mondiali e soprattutto la RESISTENZA consentirono l’emergere delle donne: con le loro disponibilità farsi carico di mansioni fino dall’allora svolti dagli uomini, si erano distinte figure di grande carisma e impegno. Il biennio 1945-1946 segna un vero e proprio cambio di marcia indubbiamente favorito dall’acquisizione del diritto di voto attivo e passivo grazie a cui le donne ottennero piena cittadinanza e entrarono a far parte della sfera politica spezzando la separazione epocale tra le loro vite e quelle degli uomini. Si era garantita l’abolizione di ogni discriminazione tra uomini e donne tramite gli articoli: 3(informa generale) 29(in famiglia) 37(nel lavoro) e 51(nelle attività pubbliche). Così come sul fronte sociale anche in quello penitenziario si registravano cambiamenti: dal 1945 al 1946 in tutte le carceri della penisola esplosero le rivolte, a cominciare da regina Coeli a Roma, seguiti dalle carceri Nuove a Torino e San Vittore a Milano. Il 6 luglio 1968 da San Vittore a Milano a inizio l’anno particolarmente

l’importanza di assumere un’approccio detto “femminista” con tutte le complessità del caso. A questo proposito vale la pena citare la Quarta Conferenza mondiale per Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) che è nota a Pechino nel 1995 e che “smise di essere per le donne e cominciò ad essere per le donne”, impegnando gli Stati membri a promuovere interventi specifici di empowerment e di gender mainstreaming (un’approccio strategico alle politiche finalizzato al raggiungimento dell’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini in ogni ambito della società). Questa conferenza ha rappresentato una vera e propria piattaforma d’azione finalizzata a valorizzare il contributo dei numerosi gruppi femministi ritenuto decisivo per il cambiamento e per tutte quelle azioni politiche e sociali finalizzate all’ equità e all’ uguaglianza. Importanti saranno anche le REGOLE DELLE NAZIONI UNITE note come regole di Bangkok, relative al trattamento delle donne detenute e alle misure non privative della libertà per le donne che delinquono, nonché l’articolo 34 delle regole penitenziarie europee, ora viste ed entrate in vigore il 1 luglio 2020, in cui si rinnova l’invito agli Stati ad adottare politiche sensibili al tema dell’uguaglianza di genere, favorendo misure che tengano conto degli specifici bisogni delle donne. Importante è stato il lavoro svolto dagli Stati generali dell’esecuzione penale, avviati nel maggio 2015 dal ministro della giustizia, Andrea Orlando, per creare un modello “costituzionalmente orientato “di esecuzione delle pene e per una modernizzazione del sistema penale, aprendo scenari interessanti per la ricerca educativa. L’iniziativa è stata condotta con una metodologia inedita, in quanto, attraverso un confronto a più voci, sono stati istituiti tavoli di lavoro sui diversi aspetti cui hanno dato il loro contributo i differenti attori del sistema, ragionando “in modo partecipato sulle prospettive di cambiamento”. Alla questione femminile è stato dedicato il tavolo terzo, coordinato da Tamar Pitch, e sono state fornite una serie di raccomandazioni:

  1. Superare la concezione del trattamento come “correzione” favorendo perciò il passaggio del paradigma medico terapeutico a uno riscolatizzante e responsalizzante.
  2. Non classificare la detenzione delle donne al solo problema della maternità, ma considerare tutti gli aspetti che incidono sulla vita della reclusa come la salute fisica e psichica, l’affettività, la sessualità, l’istruzione della formazione professionale, le attività ricreative e sportive e la territorialità della pena.
  3. Incentivare un maggior uso delle misure alternative e, quindi, sperimentare forme più estese di decarcerizzazione.
  4. Considerare l’assunzione di un’ottica di genere, una prospettiva valida non solo per le donne, ma per il carcerario nel suo complesso. In tutto ciò emerge l’urgenza di focalizzare un modello di trattamento che tenga conto dei reali bisogni e delle legittime aspettative delle donne nonché delle diverse culture di cui sono portatrici, per la costruzione di un modello alternativo è richiesto un cambio di prospettiva, in quanto risulta chiaro che le disparità che ancora si registrano non siano “dovute a un incompiutezza delle leggi né a un deficit dei diritti acquisiti ma a una condizione strutturale dei rapporti di potere tra i sessi”. Una prima questione da superare è l’abbattimento di tutti gli stereotipi, le difficoltà e le contraddizioni che caratterizzano i percorsi femminili. Primo tra tutti è il concetto di vulnerabilità, che come sottolinea il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nella relazione al parlamento del 2018, viene riconosciuto come “inadeguato e sostanzialmente scorretto in quanto ricondurre l’analisi della differenza femminile all’interno di una riflessione sulla vulnerabilità, porta sempre con sé una connotazione di minorità riconosciuta, e ciò è sbagliato in quanto l’esecuzione penale dovrebbe essere uguale per tutti e al contempo attenta a ogni specificità. Un documento molto importante, è stato il

britannico CORSTON REPORT, pubblicato nel 2007, rivisitato in seguito nel 2013, in cui si associa il concetto di vulnerabilità a particolari condizioni esistenziali per offrire una lettura più complessa che tenga conto di una ampia gamma di fattori: individuali e ambientali. La donna dunque non è vulnerabile di per sé ma è portatrice di “particolari vulnerabilità” che generalmente coprono i diversi ambiti dell’esperienza umana: circostanze domestiche (violenza domestica, cura di bambini, madri single), circostanze personali (malattia mentale, scarsa autostima, disordine alimentari, uso di sostanze psico attive), fattori soci economici (povertà, isolamento e disoccupazione). L’obiettivo ambizioso di un'educazione emancipatrice dovrebbe essere quello di abbattere anche lo stereotipo della vittima, di cui le recluse si fanno spesse interpreti, e quello di insegnare alle donne ad autodefinirsi, anche in ambito penitenziario, dove continuano a essere trattate come vulnerabili anche quando tali non sono. Paragrafo 1.4 per un approccio militante Per chi voglia occuparsi di educazione di carcere, la prima operazione da svolgere è la decostruzione dei numerosi luoghi comuni che si associano a questa istituzione. Il penitenziario è un mondo complesso dove si alternano numerose figure: ci sono le recluse e le diverse professionalità, tra cui gli agenti di polizia penitenziaria, i funzionari della professionalità giuridico-pedagogica, gli assistenti sociali, gli insegnanti. Vanno ascoltate le voci di chi quell’universo lo vive ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni, e prova a cambiarlo. Fondamentale è mantere un’approccio “militante” cioè di partecipazione attiva e costante, mantenendo un dialogo comune chi opera per la tutela dei diritti. Va in primis valorizzato l’impegno delle grandi organizzazioni nazionali e internazionali che combattono da anni per un cambiamento reale delle e nelle carceri. Molto importanti sono gli scritti di detenuti o ex detenuti, che con le loro testimonianze personali, offrono la possibilità di osservare il carcere da una prospettiva interna. Secondo l’attivista afroamericana ANGELA DAVIS, il carcere ha rafforzato la struttura sessista della società, infatti ancora oggi le detenute sono spesso costrette a subire diverse forme di violenza e di marginalizzazione. Due esperienze dette “militanti” contribuiscono a mettere maggiormente a fuoco le immagini stereotipate delle donne in carcere e sono:

  • “Ristretti Orizzonti” scritto da Ornella Favero, che effettua un’esplorazione attenta del mondo femminile tra le sbarre, oltre che studi e ricerche, anche attraverso le testimonianze dirette delle donne.
  • “NOIDONNE” che rappresenta una fonte preziosa per chi vuole esplorare la condizione delle donne in carcere provando a costruire percorsi di liberazione non solo dal reato, ma anche dalla sottomissione. Nella rubrica “parole detenute” è possibile trovare punti di vista degli esperti, approfondimenti sulle varie questioni, storie, esperienze e progetti realizzati tra le sbarre. “A mano libera” si promuovono dibattiti, sempre centrati sui problemi del femminile, dalla violenza vissuta, subita, sofferta con dolore e delle volte anche finalmente sfuggita prima di arrivare a perdere la vita, si parla anche di tradimenti, del perdono, del rapporto con i figli che è ancora più complesso per chi sta dentro e soprattutto si parla delle regole per rivendicare l’uguaglianza, cioè un trattamento equo per tutti. Le parole più frequenti sono: “reti” che non rappresenta solo una modalità importante per il mondo femminile, ma anche uno stile che dovrebbe promuovere l’empowerment tra le sbarre a cui vanno aggiunte tenacia e determinazione, molto importante è anche la

diventa fonte di insicurezze turbamenti e ribellioni. Tutto ruotò intorno alla carta: per accedere a qualsiasi attività o per accontentare le proprie esigenze, si deve inoltrare la richiesta definita in gergo come “domandina”. Le donne si sentono chiamare fra loro “spesina, scrivana, concellina” è proprio in merito a ciò il dipartimento nell’amministrazione penitenziaria del 31 marzo 2017, è intervenuta per correggere questa terminologia denigratoria. Il carcere porta a misurarsi con le parti più profonde di sé, e ciò può insegnare a essere più forti, anche se non è scontato per tutte, perché difronte a situazioni di fragilità si assiste spesso ad atteggiamenti rinunciatori. Èd è compito dell’educazione intervenire pianificando interventi educativi per far risaltare le risorse interiori che ogni donna possiede, perché la sofferenza imposta le insegna solo ad obbedire. Il penitenziario presenta numerose differenze, ad esempio, la detenzione che si svolge in un vecchio edificio di periferia sarà diversa da quella che si svolge in un istituto pensato e progetto con standard di qualità. Ad esempio, il senso di abbandono, sarà meno violento se lo spazio del carcere è inserito in un contesto naturale come l’istituto femminile di Pozzuoli, vicino al mare. La bellezza estranea al carcere, vista quasi come ideale irraggiungibile, gioca un ruolo determinante nei percorsi penitenziari. Anche le dimensioni degli edifici contano: quelli grandi creano maggior spaesamento, si presentano meno ospitali ma offrono più attività. Ogni istituto, quindi, è un mondo a sè. Sul territorio nazionale gli istituti femminili sono 4: G.STEFANINI, CASA CIRCONDARIALE DI ROMA REBIBBIA, CASA CIRCONDARIALE DI POZZUOLI, E LE DUE CASE DI RECLUSIONE DI VENEZIA GIUDECCA E DI TRANI. Sono presenti numerosi problemi non sempre superabili, tipo il sovraffollamento in quanto vivere forzatamente insieme mette a dura prova soprattutto quando si è molte in una cella, la situazione si complica anche per la salute, per i disturbi di natura psicologica si ricorre spesso a terapie farmacologiche, ma in molte sezioni mancano figure specializzate come i ginecologi, le lacune si registrano soprattutto nel campo della prevenzione di alcune malattie, tipo i tumori. Paragrafo 2.2 il profilo delle “ragazze” In tutto il contesto europeo le donne rappresentano una piccola minoranza mia superiore al 10% della popolazione, la maggior parte è compresa tra i 25 e i 50 anni e proviene da contesti segnati da violenza o da condizioni di disagio socioeconomico e culturale: disoccupazione, bassi livelli di istruzione e vicinanza all’universo delle dipendenze. Ci si trova davanti a donne portatrici di vulnerabilità, spesso sono straniere e rappresentano circa il 35% del totale. Secondo i dati esse provengono principalmente da: Romania, Nigeria, Marocco, Bosnia e Erzegovina e Brasile. La migrazione porta con sé contraddizioni e aspetti negativi ed è un fattore complesso. Ogni detenuta è portatrice della propria storia, che non va ignorata o sottovalutata. Molte donne delinquono quasi per una sorta di ribellione, perché non avendo altre opportunità scelgono l’illegalità, illudendo di poter migliorare la propria vita. Sono spesso vittime o complici di uomini che declino per loro, sono incapaci di liberarsi dal ricatto affettivo che subiscono, poiché in molte culture familiari gli uomini hanno ancora un ruolo dominante. Molte hanno subito dalle figure maschili a loro fianco numerose violenze e abusi sia psichici che sessuali, e in genere la violenza subita genera altra violenza verso se stesse o verso le proprie compagne di sventura. Le tossico dipendenti ricercano nelle sostanze l’annullamento del dolore, le prostituite spesso da vittime diventano carnefici obbligando altre donne a fare la stessa scelta. C’è poi il caso delle trafficanti, che si trasformano in corrieri ma ingoiando centinaia di ovuli e mettendo a rischio la loro stessa vita e le room spesso istigate al furto dai loro stessi mariti. Nella maggior parte dei casi le pene non sono lunghe in quanto è stato riscontrato che la maggior parte delle detenute deve scontare una pena inferiore ai 5 anni e solo meno di 50 hanno una condanna che va ai 20 anni di reclusione. È proprio perché i contesti incidono sui percorsi sbagliati delle donne che si arriva allo stereotipo della

vittima, quando invece sarebbe bastato lavorare sulla consapevolezza. Per le straniere la reclusione è ancora più penalizzante, perché la lontananza dal paese d’origine e dai familiari, le rende portatrici di maggior vulnerabilità, in quanto al momento dell’arresto sono le più smarrite. Si è parlato di “straniere due volte” in quanto la reclusione diventa presto esclusione, poiché il carcere ha le sue regole, i suoi codici e i suoi linguaggi. Le differenze createsi sono state ma, gestite o comunque non trattate a sufficienza, il carcere infatti crea dei livelli e aumenta le disuguaglianze. Paragrafo 2.3 l’esperienza vissuta: temi di indagine La progettazione di percorsi educativi liberanti richiede un’indagine sulle modalità con cui le donne affrontano l’esperienza di detenzione, mettendo in luce specificità e risorse, aldilà della complessità delle vite individuali. Le tante storie singole e diverse vanno a comporre una storia più grande che ci regala una nuova visione del femminile, una diversa umanità e un universo ricco di differenze, che neppure la detenzione riesce a cancellare, mostrando come il setting carcerario possa essere considerato uno straordinario laboratorio per studiare le tematiche di genere. Il carcere è indubbiamente una delle prove della vita più impegnative che una donna si trova ad affrontare, ed è quindi, difficile per tutte mettere in campo strategie di coping per non lasciarsi annientare e per riuscire a uscirne rafforzate. Per superare un’esperienza traumatica una risorsa fondamentale è proprio la resilienza, che consente una volta fuori di poter riorganizzare la propria esistenza e poter ricercare nuovi equilibri. Le donne sono portatrici di numerose storie di resistenza che hanno come tema centrale lo sforzo di adattarsi per non perdersi, per conservare “l’essere presenti a sé stesse”, mostrando come il “secondo sesso” abbia un'ostinazione ammirevole nell'umanizzare la detenzione. È indispensabile indagare le strategie di resistenza dalle quali partite per attivare la resilienza e promuovere il cambiamento. Come scrivono Susanna Ronconi e Grazia Zuffa “non si esce dalla carcerazione uguale a prima, ma diverse e se il processo di resilienza ha funzionato, consapevolmente diverse”. Le ricerche internazionali hanno diviso le strategie di coping in due categorie:

  1. Auto-distrattive: includono tutte le forme che solitamente riempiono i tempi vuoti, incidendo sulla qualità dell’esperienza detentiva e spesso impegnando la mente.
  2. Auto-distruttive: includono tutti gli atti di autolesionismo a cui si ricorre quando la sofferenza prende il sopravvento e la lotta diventa persa perché si è smarrita “la pazienza di vivere”, e diventa difficile risalire. Ma cosa motiva le donne a resistere, a rimettersi in gioco, a scommettere su se stesse? Nelle strategie di sopravvivenza e di resilienza giocano un ruolo importante le relazioni: ci si impegna per i propri figli, per il proprio compagno, ogni traguardo raggiunto viene condiviso e quando mancano gli affetti si trova supporto con le compagne di viaggio, spesso le più anziane si prendono cure delle più giovani, si crea una relazione intensa come madri e figlie, regalando così empatia e colmando il bisogno di un sentimento di amore che fortifica proprio nei momenti più bui dell’esistenza. Il corpo ha un ruolo primario in quanto è il primo a essere invaso dagli effetti della reclusione, si parla infatti di Embodiment, per affermare che si ha coscienza del mondo proprio attraverso il corpo soprattutto in un contesto come il carcere. Come ha insegnato FOUCAULT, il carcere esercita il potere e il controllo in primis proprio sui corpi per renderli docili e disciplinati, scatenando così turbamenti, relazioni e resistenze. La reclusione comporta disfunzioni sensoriali, motorie, percettive, ed emotive. Possono comportare stati di allucinazione visiva, auditiva, tattile, del gusto e dell’olfatto, difficoltà a camminare, a leggere e a scrivere, distorsioni della percezione del tempo e dello spazio, sconvolgimenti nell’alimentazione, nel sonno, nella sessualità e irregolarità del ciclo mestruale. Molti di questi effetti durano anche una volta usciti. Rivoluzione, ribellione, liberazione,

donando così un tempo proprio, e soprattutto reimparando a scegliere. Chi ha vissuto in situazioni di disagio, come la maggior parte delle recluse, limita i propri desideri alla quotidianità e difficilmente chiede. La celebre espressione utilizzata dalla filosofia MARTHA NUSBAUM “mi ritrovai bella come una mente libera” rappresenta a pieno quanto il difficile cammino delle donne per una giustizia sociale trovi ancora più senso grazie ad una responsabilità piena, in primis verso sé stesse. Paragrafo 2.3.2 la bellezza e l’essere forti Bella è una parola ricca di significati: può riferirsi sia ad un equilibrio interiore, significare una ricerca del proprio stare al mondo, ma può anche esprimere una costante richiesta di essere desiderabili. Per le donne la bellezza si è spesso trasformata nel dovere di piacere a tutti i costi e di essere riconosciute allo sguardo maschile come costantemente desiderabili. Nel penitenziario, la bellezza offre la forza e per certi versi, regala una forma di leggerezza per superare le difficoltà del dividere gli spazi e i tempi con altri sconosciuti e per trovare a ogni costo una via di fuga. La cura del corpo, infatti, rappresenta un vero e proprio grido di opposizione alle diverse forme di limitazione. La cura di sé, delle proprie cose, della propria cella, come accade negli istituti femminili esprime la necessità di ritrovare la propria personalità. Il carcere toglie e quindi bisogna lentamente riconquistarsi quei frammenti di vita negati, anche se con mezzi limitati. Gli oggetti ammessi infatti, sono: bigiotteria di modesto valore economico, prodotti per l’igiene personale e in alcuni casi qualche complemento per l’arredo. Le celle infatti vengono personalizzate, in quanto le donne scelgono come forme di resistenza la cura dell’ambiente e del proprio aspetto fisico, combattendo così con la privazione subita all’ingresso del penitenziario. Nel DPR 2030 del 2000, articolo 36 e nelle circolari successive si dispone il possesso di uno specchio, l’acquisto di smalti, shampoo colorati, rossetti e creme, e in alcuni istituti c’è anche il parrucchiere che però è un servizio a pagamento, e quindi non è accessibile a tutte, e questo porta ad amplificare le disuguaglianze già denunciate. L’essere belle però non si limita solo all’estetica, va inteso come una forma totale di benessere ad esempio: rimedi contro la ritenzione idrica, i dolori mestruali, la stipsi, l’eccessivo aumento di peso quando il cibo diventa un rimedio alla noia e agli stati depressivi di una vita vuota. Dietro lo sforzo di sentirsi belle si cela quindi l’esigenza di esserci e di far sentire la propria voce. Ma se da un lato la bellezza esteriore che rende desiderabili, rafforza l’autostima, la bellezza interiore accresce la propria forza, ciò matura anche con cose che sembrano banali come lo stare insieme nell’ora d’aria o in cose più serie come il coinvolgersi in iniziative di formazione e in attività ricreative e lavorative che aiutano a riconquistare il senso dell’esistere, a risentirsi vive e attive e ciò motiva l’impegno delle detenute. La bellezza diventa allora una sfida continua, un obbiettivo educativo: la sua ricerca e la sua sperimentazione possono alimentare quella voglia di riscatto che rende migliori. Paragrafo 2.3.3 l’amore, la maternità e il tornare bambine L’affettività tra le sbarre è una delle questioni più dure e meno risolte nonostante sia ampiamente discussa. Non sono mancati tentativi di riforma per lavorare a una concezione di affettività più ampia: dalla sessualità, all’amicizia, alla famiglia, richiedendo quindi il diritto di avere incontri in intimità con le persone con le quali si ha un legame. Con l’emergenza sanitaria per il COVID 19, il problema è esploso, in seguito all’isolamento forzato ed è stato chiesto l’immediato utilizzo delle diverse tecnologie per abbattere il distanziamento fisico e garantire possibilità di contatto, un diritto altrimenti negato. Per le donne la situazione è sempre stata più complicata, soprattutto con l’esperienza di maternità, che è uno dei temi più trattati. L’essere genitori in carcere non ha ancora trovato soluzioni adeguate, anche se le madri rappresentano la maggior parte delle detenute e hanno figli “visibili e invisibili”.

  1. Visibili: sono i minori di età che secondo la legge possono rimanere con il genitore nelle cosiddette sezioni nido.
  2. Invisibili: sono i figli che rimangono fuori dalle mura e il rapporto con loro è sempre fonte di ansie e di paure per la difficile scelta di raccontare la verità sulla propria condizione o ometterla. In questi anni c’è voluto un grosso lavoro da parte di associazioni come “BAMBINISENZASBARRE” per poter assicurare un tempo protetto e di qualità per questi necessari e indispensabili incontri, in quanto l’essere responsabile di una nuova vita è una condizione ancora più profonda in carcere in quanto porta la detenuta difronte a due processi: al senso della perdita di ciò che si è lasciato si unisce la conquista di un nuovo ruolo. Gli ICAM (istituti a custodia a tenuta per detenute madri) sono solo 5 su tutto il territorio nazionale, sono fondati su un regime penitenziario di tipo familiare-comunitario basato sulla responsabilizzazione al ruolo genitoriale, col fine di garantire una giusta tutela dei genitori e dell’infanzia assicurando una crescita senza traumi dei minori. Al fine di assicurare lo sviluppo intellettivo e cognitivo dei bambini ma anche attività sociali e comunicazionali vengono forniti reti con i servizi socioeducativi e culturali del territorio (biblioteche). L’ICAM rappresenta quindi un’occasione di “incontro privilegiato con e fra le donne detenute”, in quanto consente l’osservazione e lo scambio fra culture ed esperienze diverse rispetto alla rigidità dei protocolli dei reparti. Dalle testimonianze raccolte in questi anni emergono tutte le sofferenze provate da tutte le detenute madri per i distacchi dai loro bambini ma anche dal peso delle loro scelte, nel caso in cui si sia deciso di tenere il figlio tra le sbarre cercando di proteggere la più intima parte di sé in un contesto dove i sentimenti e le emozioni vengono costantemente repressi. Importanti per l’affettività sono anche i rapporti che si creano tra le sbarre, in quanto le donne sanno coltivare rapporti speciali come, ad esempio, amicizie particolari o innamoramenti o fuori dagli schemi e dalle regole imposte, da cui si trova l’energia per andare avanti. È proprio questa intima forma di solidarietà che permette di alleviare la sofferenza dal distacco della propria vita fuori e da tutti gli affetti a cui si è dovuto rinunciare. Paragrafo 2.3.4 le forme di sorellanza Molto importante è differente dai penitenziari maschili è la capacità delle detenute di essere in grado di formare un gruppo, in quanto le donne sono più portate all’introspezione, sono abituate alla cura e a prendersi carico delle diverse situazioni e dei bisogni altrui. Tra le recluse e le agenti di polizia penitenziaria non si assumono mai i toni dei penitenziari maschili ma anzi si creano climi collaborativi e ciò viene considerata una risorsa che va assolutamente valorizzata nella costruzione del setting educativo. Le analisi pedagogiche offrono analisi interessanti sull’importanza dei gruppi, che sono in grado di favorire dinamiche relazionali costruttive sia per i singoli che per tutti i membri, e sono fondamentali per abbattere le dinamiche anti-gruppo, assegnando all’educatore la capacità di “mettere in parola la delusione, la frustrazione, l’aggressività, le gelosie, le invidie, la competizione e soprattutto la paura del cambiamento.” Le dinamiche anti- gruppo aumentano le differenze e la sensazione di estraneità, nei casi più estremi si arriva persino a forme di bullismo specie verso i nuovi giunti che con il loro arrivo possono inevitabilmente turbare equilibri già consolidati. “Le concelline “ che significa “compagne di cella” vengono avvertite come una minaccia alla propria sopravvivenza specie negli ultimi anni dove ci si trova difronte alle etnie più diverse e la differenza linguistica è il primo ostacolo da superare. Un’altra difficoltà è data dalla discriminazione per i reati commessi, si tende infatti a fare gruppo secondo la stessa tipologia. Alcuni compartimenti diffusi nei penitenziari maschili si verificano anche tra le donne, c’è sempre chi tenta di esercitare il controllo sulle altre, è un cammino lungo quindi quello da percorrere per arrivare a

tratta quindi di promuovere l’adultità compromessa, lavorando sulla relazione fra responsabilità, memoria e futuro. I continuum cioè quelle che Demetrio ha definito componenti del mondo psichico o di relazione che pur subendo cambiamenti, resistono nelle diverse fasi della vita, lo studioso individua delle modalità vitali per uno sviluppo armonico che tenga conto di tutti gli aspetti della personalità, dal cognitivo all’affettivo, al relazionare. Se la vita è un compito continuo, segnato da guadagni e da perdite, cosa accede alle donne costrette a trascorrere una parte dell’esistenza in un carcere? In primis la maggior parte di chi affronta un’esperienza di detenzione proviene da percorsi segnati da marginalità o disuguaglianze (si tratta spesso da infanzie segnate da abbandoni, da assenza di cure e di riferimenti, o nei casi più gravi, da contesti familiari violenti che hanno scavato nel profondo alimentando sentimenti come: la rabbia, il disgusto, la vergogna, e avvolte anche un desiderio di vendetta). È proprio quella maggioranza di provenienze che distingue oggi anche la detenzione femminile in quanto è richiesta, una differenza di trattamento che valorizzi le diversità e le renda patrimonio comune. Analizziamo i singoli continuum individuati da Demetrio:

  1. Il riconoscimento, la pratica dello specchio è indubbiamente il primo a essere messo in crisi nel contesto penitenziario: a riguardo le detenute necessitano di un maquillage restaurativo, in quanto è inevitabile che tutte debbano essere sostenute nella ricerca di nuove strade, in questo senso il periodo di detenzione dovrebbe favorire una presa di coscienza, una riflessione profonda su chi sono state e allo stesso tempo sulle aspettative future superando quella apatia che spesso si presenta con lo stato di reclusione. Per sostenere il percorso di auto consapevolezza è importante promuovere il narrarsi.
  2. La magistralità e cioè la pratica riproduttiva che viene messa profondamente in discussione tra le mura di un carcere: non si è mai ancora risolto il problema dell’affettività che per le donne rimane la prima causa degli effetti disumanizzanti del penitenziario.
  3. La lucidità e cioè la pratica della leggerezza che può avvenire attraverso un rapporto produttivo con il gioco: non è raro, infatti, vedere le detenute recuperare il senso della vita proprio grazie all’impegno nelle diverse forme espressive: attraverso la musica, il teatro, i laboratori di scrittura e tutte quelle attività che stimolano la creatività, che permette di vedersi dentro e ciò può far aumentare la legalità e il sentirsi di nuovo giuste. Se il gioco è distensione allo stesso modo l’avventura è la possibilità di esplorare con una mente libera cioè attraverso iniziative finalizzate, di staccarsi dalla quotidianità afflittiva. Vi sono altri 3 continuum: la decisionalità (pratica della scelta), la reciprocazione (pratica dello scambio), e la proiettività (pratica del futuro). CAPITOLO 3 PER UNA NUOVA VITA: quale genere di educazione? Paragrafo 3.1 la sfida della specificità: ci ritmicità e opportunità Con la legge n. 354 del 1975 sono state coinvolte le differenti professionalità che compongono le equipe e i gruppi di osservazione e trattamento (GOT) affinché essi possano aiutare le detenute durante il mandato rieducativo. Il recuperare una visione positiva di sé e il decidere di mettersi in gioco è un'impresa tutt’altro che semplice e scontata, lo si è visto riflettendo sulle criticità e nel processo identitario. Si tratta di un progetto ambizioso impegnativo a cui spesso si decide di rinunciare, e se ne ha conferma confrontandosi con chi è chiamato a intervenire tra le mille urgenze e difficoltà quotidiane. Infatti, le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e con il termine trattamento si intendono tutte quelle pratiche volte a far sì che il periodo trascorso in

carcere, più o meno breve possa effettivamente tradursi in una revisione critica del proprio vissuto e in una riprogettazione della propria esistenza. Centrale è l’osservazione scientifica della personalità, per la quale ci si può valere anche di professionisti esterni (psicologi, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica). Tale attività inizia con l’inizio della pena e si protrae nel tempo per registrare l’evoluzione della personalità del detenuto in base alle sue adesioni, alle offerte trattamentali. Sono competenti dell’equipe: il direttore dell’istituto, il funzionario della professionalità giuridica pedagogica, e funzionario della professionalità di servizio sociale e possono essere chiamati a farne parte altri soggetti come lo psichiatra, il rappresentante della polizia penitenziaria e gli esperti individuati dall’articolo 80 dell’ordinamento penitenziario. Il gruppo di osservazione e trattamento è invece formato dagli stessi membri dell’equipe e da: gli operatori sociosanitari, il mediatore culturale, i volontari, gli insegnanti, ed è proprio in questa sede che si condivide l’idea del buon detenuto e di una revisione critica riuscita. Il garante nazionale dei diritti delle persone detenute ha richiesto un'evoluzione del c carcere in un complesso residenziale, speciale in grado di aprirsi alla città sottraendo la detenuta da un’esperienza puramente passiva per allenarli alla complessità della vita, ritrovando la consapevolezza e l’ambizione alla dignità di cittadino con:

  • spazi di lavoro, fin dove possibile fuori dagli Istituti, altrimenti anche all’interno.
  • spazi di formazione, per l’acquisizione di abilità lavorative ma anche di competenze culturali generali.
  • spazi di creatività, per l’acquisizione di un migliore rapporto con il proprio mondo interiore.
  • spazi di attività sportiva, per un allenamento alla cura del proprio corpo. -spazi sociali, per lo sviluppo di capacità di interazione con i propri simili.
  • spazi residenziali, mirati a superare definitivamente una tipologia tradizionale composta di cella-corridoio-sezione-braccio-raggio, a favore di un assetto per gruppi-appartamento nei quali acquisire un atteggiamento di responsabilità anche in ordine alla gestione collettiva dello spazio domestico. Paragrafo 3.2 professionalità a sistema: continuità e discontinuità Il carcere è un setting complesso anche per chi è chiamato a intervenire professionalmente, le fragilità, la scarsità delle risorse e il sentimento di insicurezza che compongono l’ambiente ricadono non solo sui detenuti ma su tutti coloro che vivono il penitenziario in quanto in questo sistema basato su regole rigide e norme di sicurezza rimangono infatti tutti prigionieri. C’è sempre da superare una sorta di diffidenza dovuta dalla paura di fidarsi, e il lavoro con le donne proprio perché carico emotivamente è ritenuto più coinvolgente e meno banale. La creazione di un contesto educante che favorisca una collaborazione più stretta tra le diverse professionalità, coinvolgendo anche insegnati e volontari genera una serie di vantaggi come:
    1. Un lavoro condiviso contiene maggiormente il PAIN OF PUNISHMENT e cioè la sofferenza dovuta alle estrusioni totali. Quella degli agenti è sempre stata una funzione difficile, infatti, il ruolo dell’agente è stato vissuto con sentimenti di inferiorità ma se nei reparti maschili sono frequenti le dinamiche custodi-custoditi, con l’assunzione da parte di chi controlla di un ruolo di superiorità, con le donne si creano forme collaborative dove le agenti riescono a cogliere maggiormente i bisogni reali e si mostrano più solidali.
    2. Le forme collaborative tra le diverse professionalità aiutano a stabilire le giuste distanze da parte degli stessi operatori superando l’insicurezza di operare in contesti complessi in quanto secondo il pensiero comune i pregiudizi e gli stereotipi
  • Di singole associazioni
  • Di gruppi di associazioni coordinate da una più l’ampia organizzazione. Si accede con una domanda presentata al direttore dell’istituto penitenziario in cui si vuole operare che dopo aver valutato le iniziative proposte, se esse siano compatibili al percorso trattamentale generale dell’istituto, la invia al magistrato di sorveglianza per l’autorizzazione. Se il volontario è membro di una associazione, servirà un'autorizzazione di durata annuale nei confronti di tutti gli operatori dell’associazione. Gli obbiettivi dei volontari sono:
  • Umanizzare la detenzione, portando conforto e sostegno
  • Promuovere progetti finalizzati, come il recupero scolastico o l’organizzazione di attività sportive, culturali, teatrali.
  • Favorire il reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale e lavorare per la prevenzione. Le associazioni generalmente operano autonomamente anche se possono riunirsi in organizzazioni più ampie come la CONFERENZA NAZIONALE VOLONTARIATO GIUSTIZIA (questa realtà rappresenta enti, associazioni e gruppi impegnati quotidianamente in esperienze di volontariato, sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari per affrontare ogni tematica che abbia a che vedere con la reclusione e l’esclusione sociale). Un'altra associazione importante è la VIC (volontari in carcere) che opera a Roma e gestisce anche una casa di accoglienza per persone detenute in permesso premio e per i familiari fuori sede. In un panorama ricco è utile ricordare che il lavoro di riconoscimento della tutela della funzione genitoriale è stato svolto proprio dagli organismi associativi come: Telefono Azzuro, BAMBINISENZASBARRE, a Roma insieme- leda colombini (questa associazione si occupa di detenute madri e di minori perché “nessun bambino varchi più la soglia di un carcere”, come sosteneva leda colombini cioè la fondatrice l’elemento più significativo dei volontari è quello di cercare di fare sempre del loro meglio, i risultati di questa associazione sono stati: l’aver tenuto insieme la piccola comunità già abituata a visiere insieme all’interno, l’aver offerto loro la presenza di un gruppo di volontari e volontarie con la sola preoccupazione del loro benessere e del ben stare, con l’obiettivo di stabilire un rapporto vero e alla pari, in modo tale da non distinguere più tra il dare e l’avere, fra adulti e bambini). Con il racconto di Elisa Rigoni sul suo percorso nell’associazione e le ragioni del suo impegno siamo riusciti a comprendere meglio che: l’associazione offre continue occasioni di formazione e lavoro di rete con altre realtà che operano sia sul territorio che a livello nazionale, permettendo così un confronto continuo sia tra pari che con le istituzioni e le varie professionalità che operano nel campo penitenziario. Elisa inoltre insiste sulla specialità del lavorar con le donne in quanto le madri detenute permettono di avere uno sguardo aperto su tematiche educative, sociali e interculturali. Il lavoro di relazione, soprattutto con persone private temporaneamente della libertà personale richiede lucidità e senso pratico in quanto non ci deve mai dimenticare di dove ci si trova e di chi si ha davanti ma allo stesso tempo ciò non deve rappresentare un pregiudizio che può compromettere la comunicazione e la costruzione di relazioni e inoltre la riuscita dei progetti. Elisa ci illustra anche le competenze dei volontari: il volontario dovrebbe avere una mente aperta e libera, una buona abitudine al dialogo e al lavoro di squadra e la voglia di formarsi continuamente, un volontario è tale perché offre tempo, occhi, orecchie, cuore e cervello, non perché è in qualche modo superiore o perché sente

di voler salvare qualcuno. Ci potranno essere momenti di sconforto, di rabbia, di non accettazione di alcune regole, momenti in cui ci si sente poco utili, o stanchi e delusi, per questo è indispensabile non sentirsi mai soli ma essere parte di una rete, in quanto in carcere non si è salvatori ma solo mattoni di un ponte tra interno ed esterno, se si costruisce insieme. Elisa inoltre ha espresso che il carcere le ha insegnato che ognuno di noi non può mai smettere di mettere in discussione forma mentis e le proprie convinzioni, la maggioranza degli esseri umani a dentro di sé una forza sorprendente, di cui magari non è pienamente consapevole fino a quanto non si trova a confronto con un contesto rigido come quello detentivo. Paragrafo 3.4 l’apprendimento verso nuove sfide La scuola rappresenta un’esperienza educativa irrinunciabile come emerge dalle ricerche scientifiche perché è sempre necessario lavorare su pregiudizi e abitudini mentali consolidati fuori dai binari del vivere civile, col fine di favorire l’incontro con l’altro, gli scambi e le interpretazioni del mondo. “Fare scuola e fare giustizia” diventano profondamente legate: in quanto il processo di apprendimento non può non confrontarsi con la situazione che le donne vivono nei penitenziari. È chiaro che si tratta di una scuola che per le condizioni e i vissuti delle partecipanti necessiti di didattiche diverse, personalizzate con ampie forme di scaffolding e con le differenti discipline di dialogo. La scuola dà la possibilità di tornare bambine ed è proprio questo che deve dare forza per ricercare un’altra occasione che risolve il rimpianto di non avercela fatta, la scuola diventa allora un dispositivo che libera energie e pensieri per il futuro, che ricongiunge con la propria memoria, in quello che si sarebbe dovute diventare, poi la volontà non ha saputo assecondare perché gli eventi della vita hanno preso il sopravvento o comunque concionato le scelte. Dall’esperienza di studio le donne trovano spesso la spinta per cambiare in quanto riuscire a raggiungere un traguardo scolastico significa riscattarsi agli occhi dei figli, sottrarsi alla etichetta dei delle cattive ragazze, e sentirsi capaci di affrontare il ruolo genitoriale in tutta la sua pienezza. Gli insegnanti sono operatori al confine perché entrano ed escono e perciò mantengono i rapporti con la vita fuori e devono riuscire a gestire “la propria affettività e metterla al servizio dell’apprendimento”, chi ha a che fare con un’ampia gamma di sentimenti:

  • Vanno gestiti quelli negativi come: la frustrazione, lo sconforto, il senso di inadeguatezza, l’impazienza nel raggiungere i risultati, la paura del confronto e del giudizio.
  • Ma allo stesso tempo è importante accogliere e valorizzare quelli positivi come: la gratitudine, la riconoscenza, e la felicità per gli obbiettivi raggiunti. Quando sono a scuola le detenute pretendono di essere chiamate studentesse, questo status diventa un privilegio, ponendo sotto i riflettori una disparità che ha sempre accompagnato la condizione femminile, quella di non poter accedere come i colleghi maschi ai percorsi di istruzione, percorsi che sono stati per molto tempo una difficile conquista, invece che un diritto. Oggi l’istruzione tra le sbarre tramite l’esperienza scolastica diventa il primo e irrinunciabile diritto per tutte, il carcere potrebbe essere trasformato in un vero e proprio spazio formativo, attraente e interattivo e potrebbero essere allestiti percorsi formativi non solo per aumentare le conoscenze ma anche per promuovere le soft skills e cioè quelle capacità relazionali e comportamentali indispensabile al nuovo ingresso in società. Paragrafo 3.5 il lavoro per la dignità, oltre gli stereotipi

ma anche gli operatori che ogni giorno provano l’incertezza e che quindi devono essere pronti a mettersi in gioco come persone e come professionisti, imparando a gestire lo stress e le emozioni, perché il contesto carcerario tende a indebolire sicurezze e risorse, così come l’autostima e l’auto efficacia, anche degli operatori. La prospettiva emancipativo-trasformativa tenta di raffigurare gli istituti penitenziari come “istituzioni- istituenti”, cioè dinamiche in grado di coltivare autonomia e responsabilità sociale, e il luogo in cui avviare percorsi di cambiamento e costruire possibilità di futuro, in quanto il carcere è indubbiamente un luogo attraversato da profonde sofferenze, ricco di non poche contraddizioni a è anche una fonte di possibili rinascite, in quanto dall’esperienza della sventura e da quella del fallimento avvolte nasce un particolare senso di libertà, di leggerezza che ti portano verso la voglia di costruire un futuro anche nei percorsi segnati dalla colpa. Questo è profondamente vero in quanto molte donne in carcere vivono una libertà mai vissuta prima e per molte di loro l’esperienza tra le sbarre rappresenta un vero e proprio riscatto, non solo del reato commesso: c’è chi in carcere è entrata con un'identità legata al genere, alla cultura, all’etnia, alla religione, alla classe sociale e che poi ha saputo trasformare sé stesso e orientarsi verso un nuovo percorso. Fra i tanti esempi troviamo: la room analfabeta che da adulta ha chiesto con determinazione di imparare a leggere e a scrivere, un’altra che dopo aver completato il ciclo dell’istruzione obbligatoria, si è innamorata dell’arte e ha voluto proseguire gli studi, mentre altre donne hanno ricevuto una qualifica professionale e oggi lavorano fuori dal carcere e sono libere da dipendenze letali. È necessario sostenere processi di empowerment che rendano le donne consapevoli e capaci stimolando il sé adulto, partendo non dagli errori, dalle mancanze o da quello che non si è riuscite a essere o a fare ma bensì dalle risorse e anche dalle aspettative, spesso condizionate. MARTHA NUSBAUM ha sostenuto l’importanza di un’approccio centrato sulle capacità umane cioè su ciò che si è in grado di fare e di essere, questa prospettiva è stata definita femminista, in quanto si basa nel trattare le persone come fini e non come mezzi e sul tutelare le eventuali fragilità esistenziali, non negando a nessuno e soprattutto a nessuna la possibilità di piena realizzazione. Spesso le donne con i loro cammini interrotti hanno amplificato la sensazione di non avercela fatta, si tratta quindi di trasformare con lo sguardo pedagogico questa condizione in un modello di possibilità e di speranza. Tutte le cadute possono trasformarsi in cambiamento, ed è proprio questo l’obiettivo dei percorsi educativi liberanti, il cui il primo passo è quello di puntare sull’ottimismo della volontà di chi prova a impegnarsi per cambiare. Da alcune testimonianze di donne che considerano la reclusione come spazio e tempo per ritrovare il coraggio di mettersi in discussione abbiamo capito che:

  • In carcere se ti dai da fare non stai male, certo ti manca tutto, la libertà, gli affetti, ma fai anche tante cose che fuori non facevi, ci sono opportunità, progetti, la scuola o il teatro. Dentro trovi brave persone come i volontari o anche le detenute con cui trovi tanta solidarietà.
  • l’educazione è una delle armi più potenti che si possono usare perché ti offre un vero senso di rimettersi in gioco
  • La vita in galera non è facile, ma sicuramente aiuta a crescere, bisogna guardarsi dentro con la massima sincerità per poter cambiare e di conseguenza di non ricadere più negli errori che le hanno portate fin lì.
  • La speranza è fondamentale per le donne che vivono lì dentro, è legata a un pensiero positivo, a un sogno, a un desiderio, oppure a una possibilità ed è capace di donare serenità e equilibrio. Si tratta di creare un setting educativo puntando sulla cura del contesto e l’attivazione dei soggetti, tendendo conto che un'attenta progettualità dovrebbe promuovere nelle donne:
  • Un profilo emotivo: restituendo alle emozioni un ruolo di primo piano nei percorsi di riscatto
  • Un profilo cognitivo: per favorire l’apprendimento delle competenze necessarie a reinserirsi nella società, dette soft skills, che completano e vanno ad arricchire quelle professionali legate ai diversi contesti educativi.
  • Un profilo etico: per fare acquisire con la libertà di espressione la responsabilità del proprio agire e del ripensarsi in un percorso esistenziale, per certi aspetti nuovo. Il cambiamento è senza alcun dubbio una delle parole chiave per scommettere sulle reali capacità della detenuta di cogliere nella detenzione l’opportunità di dare una direzione diversa alla propria vita attraverso anche e soprattutto un setting educativo in grado di stimolare riflessione e capacità critica e quindi di rivedere le prospettive precedentemente assunte e da mettere da parte giudizi e preconcetti. È importante che la reclusione diventi anche tempo di cura, ci si riferisce a una cura soprattutto umana che si basa sull’ascolto attivo e sulla progettazione di spazi per l’incontro partendo dalla bisognositá, dalla fragilità, e dalla vulnerabilità della condizione umana. I silenzi vanno interpretati non solo come segnali di disagio ma anche come bisogni di introspezione, mentre la solidarietà e la collaborazione come valori da riscoprire. L’alta percentuale di straniere e quindi la presenza di molte culture qualifica il carcere come un contesto eterogeneo, in cui si deve tenere conto di una progettazione pedagogica attenta. L’educazione interculturale diventa un approccio necessario, un progetto internazionale per promuovere la conoscenza reciproca, il dialogo e la cooperazione. È importante operare con flessibilità, cioè rimettendo costantemente in discussione il proprio operato, tendendo presenti le diverse variabili, in quanto se è vero che in carcere ogni giorno è uguale, è altrettanto vero che ogni situazione è a sé e lo standardizzare troppo le procedure per tutti rischia di non cogliere il senso dell’agire educativo. Per evitare ciò è necessaria l’empatia, quella capacità in grado di accorciare le distanze e allo stesso tempo di non ridurre la personalità delle detenute a un solo aspetto o a un singolo comportamento, superando lo spirito riduttore che come dice Tolomelli “impedisce di cogliere gli aspetti plurali del soggetto con cui si è in relazione”. L’ empatia è presente nel progetto di educazione sperimentale che può riguardare non solo le detenute ma anche chi è chiamato a operare con loro ricorrendo all’intelligenza delle emozioni che MARTHA NUSSBAUM ha considerato necessario nella formazione etica che può orientare l’operatore e sottrarlo dai rischi di protocolli personalizzati o non valorizzanti le diverse sensibilità. Anche l’immaginazione è riconosciuta come una competenza di base per chi è chiamato a lavorare con il disagio e risulta assolutamente necessaria nel setting carcerario perché consente di esplorare situazioni inedite. La bellezza è profondamente connessa al processo identitario della donna, e allora possibili e fare dell’estetica un importante strumento anche in ambito penitenziario; infatti, più i contesti sono segnati dal degrado, dalla rassegnazione, più è necessario regalare frammenti di bellezza. In base a queste informazioni si consiglia di:
  • Realizzare un questionario di ingresso con domande modulate per individuare i bisogni e i desideri delle partecipanti.
  • Formare gruppi eterogenei per provenienze e livelli di scolarizzazione per favorire il dialogo e pratiche di aiuto.
  • Concentrare gli incontri in un periodo di tempo contenuto per evitare demotivazione e abbandoni che in carcere sono molto frequenti.