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Riassunto del pensiero di MELANIE KLEIN per corso di Psicologia Dinamica.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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La pulsione per Freud è principio motivazionale; l’intero comportamento umano è espressione delle pulsioni (libidica e aggressiva). Ogni comportamento è motivato da un’eccitazione la cui scarica produce gratificazione. In questo modello l’oggetto è ciò verso cui la pulsione è diretta, attraverso il quale essa raggiunge la sua meta. L’oggetto possiede caratteristiche che assumono rilevanza in conseguenza dello sviluppo. Le relazioni che il bambino stabilisce con gli oggetti, come la figura materna, derivano dall’esperienza di gratificazione pulsionale. Oggetti e relazioni oggettuali sono un mezzo per la scarica pulsionale – senza tale scarica il bambino non avrebbe interesse per gli oggetti né stabilirebbe delle relazioni. Vi sono prove che indicano che questo modello è errato: gli esperimenti di Harlow ad esempio provano l’esistenza di una gratificazione non riducibile alla scarica pulsionale. Il piccolo è predisposto ad attaccarsi a oggetti che gli forniscono conforto e sicurezza e questa predisposizione costituirebbe una base genetica autonoma per lo sviluppo di relazioni oggettuali. Melanie Klein definisce l’oggetto interno, la rappresentazione psichica di altro, che serve come guida del comportamento (guida su quale condotta adottare, e su quale condotta sarà adottata dagli altri). Queste immagini sono il residuo di relazioni con le persone della propria vita. Queste relazioni sono introiettate e vanno a modellare gli atti percettivi, le esperienze cognitive e affettive, gli atteggiamenti e i comportamenti. L’oggetto non si riferisce più al mondo reale, ma acquista il significato di immagine degli oggetti con cui si sono stabilite relazioni affettive importanti. Il mondo interno dell’individuo si popola di oggetti la cui natura dipende dall’esperienza con gli altri: buoni, cattivi, trasformati, frammentati, riparati. La Klein presenta la propria teoria come ampliamento della teoria freudiana, ma per le innovazioni prodotte fu accusata di tradirne l’ortodossia. L’iniziale disaccordo sfociò in controversia, fino a condurre a una formale separazione di tre correnti all’interno della società psicoanalitica:
Freud non condusse mai osservazioni dirette sui bambini, utilizzando invece i ricordi infantili venuti fuori durante le sedute.
Anna Freud sposta la psicoanalisi sull’età infantile, ma si limiterà all’osservazione dei bambini, non praticò mai l’analisi infantile. NEVROSI INFANTILE Freud: lo sviluppo libidico è soddisfacente quando le manifestazioni libidiche sono appropriate alle fasi evolutive. Se vi è una regressione di queste manifestazioni a fasi precedenti o una fissazione in una fase, si avrebbe una nevrosi infantile. Il bambino ritorna a un’organizzazione psichica anteriore, con desideri e difese tipiche di quella fase. Anna: uno sviluppo dell’Io soddisfacente dipende dall’equilibrio tra Io e Es. la comparsa di un sintomo nevrotico indicherebbe l’incapacità dell’Io di far fronte alle esigenze pulsionali. La nevrosi è dovuta a un Io costretto a difendersi, investendo tutte le sue energie in modo durevole. La psicoanalisi infantile per Anna Freud presenta molti ostacoli: il bambino, troppo immaturo, non sarebbe consapevole del proprio problema e non avrebbe alcun desiderio di guarire. Gli ostacoli sono dovuti al fatto che ella estende all’analisi infantile gli stessi principi che governano quella adulta. L’analisi, per il bambino, vorrebbe dire attuare una rinuncia al principio di piacere, e non vi è desiderio in lui di far ciò. Inoltre questa rinuncia è parte dello sviluppo del bambino, rendendo così difficile valutare gli esiti della terapia. La condizione essenziale per il processo analitico è il formarsi di una relazione di transfert, per permettere l’interpretazione delle difese, dei sogni e dei disegni, forma privilegiata di comunicazione tra analista e il bambino. Ma nei bambini non si svilupperebbe. La Freud non considera il gioco un equivalente delle associazioni libere adulte, perché non vi sarebbero tentativi di sopprimere idee o azioni. La tecnica del gioco non consentirebbe una interpretazione. Questa non interpretabilità è un ostacolo all’analisi infantile. Per Klein la nevrosi infantile si ha quando il bambino è incapace di superare un conflitto psichico. Vi sarebbero degli indicatori di angoscia (fobie, problemi del sonno, alimentari, tic, ecc) che segnalano un’ansia dovuta a un conflitto interiorizzati, e possedenti un valore simbolico analizzabile durante l’analisi per individuare il momento evolutivo a cui sono collegati. Al contrario di Freud la Klein rifiuta il criterio della capacità di adattamento alle richieste dell’ambiente per valutare la nevrosi. Anzi, il bambino sottomesso alle esigenze dell’ambiente non è naturale, come lo è invece vedere segni di crisi interiori nei bambini. L’assenza di conflitti non significa assenza di nevrosi, ma eccessiva repressione dei desideri pulsionali.
Nel gioco il bambino esprime desideri e paure e vi riversa i contenuti del suo inconscio; in esso sono prodotti fantasmi che esprimono pulsioni sessuali e aggressive sul piano simbolico. Ogni elemento o situazione può assumere diversi significati, come nel sogno, andando a rappresentare le diverse fantasie e esperienze del bambino. L’invenzione di personaggi nel gioco è uno dei meccanismi più importanti del gioco: attraverso le personificazioni, il bambino esprime le proprie identificazioni e soddisfa i suoi desideri. Klein formula due ipotesi relative alle personificazioni:
Ne “ La psicoanalisi infantile ” Klein raccoglie le idee sviluppate nel lavoro di analisi infantile. Klein ipotizza che vi sia un’attività fantastica fin dalla nascita, perché i processi di introiezione e proiezione sono già operanti. Freud: il comportamento del paziente è influenzato da un’attività fantastica inconscia, che soggiace a tutti i contenuti inconsci. Egli parla anche di fantasie primarie, trasmesse filogeneticamente. Klein riformula il concetto di fantasia e mette in discussione la teoria del narcisismo primario, dove non esisterebbero relazioni con gli oggetti. Tutte le attività mentali derivano da fantasie inconsce (la Klein fa derivare da una fantasia riferita a un oggetto anche i tic, prima visti come scariche di impulsi prive di oggetti). Esse sono innate e derivano dalle pulsioni, di cui ne sarebbero la rappresentazione psichica. Le fantasie primarie postulate da Freud sarebbero le rappresentanti dell’istinto, che si esprime nella vita mentale mediante esse. Essendo presenti dalla nascita, gli istinti comportano un’attività fantastica immediata. Queste fantasie primarie, essendo connesse alle pulsioni, appartengono sia alla sfera somatica che quella mentale, e non differenziano tra realtà e fantasia: un bambino che fa movimenti con la bocca come se stesse succhiando, fantastica di stare realmente succhiando il capezzolo. Questo implica una conoscenza innata e inconscia degli oggetti. Ogni sensazione attiva una fantasia di relazione con l’oggetto: è l’oggetto che causa quella sensazione, e che quindi sarà amato se la sensazione è piacevole, o odiato se spiacevole. Nella fame, la sensazione spiacevole (i morsi della fame) è rappresentata da una relazione con un oggetto cattivo che fa male al bambino dall’interno. Allo stesso modo, la sensazione piacevole (la sazietà) è rappresentata da una relazione con un oggetto benevolo. La fantasia non esprime solo gli istinti: essa esprime i meccanismi di difesa contro gli impulsi: se il bambino in seguito alla sensazione di fame non soddisfatta fantastica la presenza di un oggetto cattivo in sé, prova rabbia e dolore, può ricorrere a fantasie funzionanti come difese, esternando l’oggetto cattivo e internando l’oggetto buono. Questo significa che i processi di introiezione e proiezione sono attivi dalla nascita. La fantasia agisce così come funzione dell’Io; l’Io quindi deve poter formare dalla nascita relazioni oggettuali. Tutte le esperienze che il neonato compie sono accompagnate dalla fantasia inconscia, influenzata dal e che influenza il mondo reale. Il mondo interno del bambino kleiniano è complesso: l’Io è altamente organizzato, con processi introiettivi e proiettivi attivi, e un Super Io formatosi precocemente. Per Freud il Super Io si formava con la rinuncia dei desideri edipici, nella fase fallica. Klein anticipa la formazione alla fase orale, facendola derivare dalle prime introiezioni degli oggetti buoni e cattivi.
Il bambino prova una forte angoscia persecutoria, dominato dalla paura di una ritorsione da parte di questa figura. Gli impulsi distruttivi dominano la vita mentale del bambino. La pulsione di morte con Klein assume un ruolo centrale. Klein formula le sue teorie sui lattanti in base alle fantasie elaborate dai bambini più grandi, come aveva fatto Freud con gli adulti per recuperare le esperienze infantili.
La Klein si rende conto che i fenomeni caratterizzanti i primi mesi di vita caratterizzano anche la sintomatologia schizofrenica. Per definire questa fase di vita, usa l’espressione posizione schizoparanoide. Si supera la visione di uno sviluppo stadiale, per uno sviluppo visto come il passaggio da una posizione all’altra. La posizione indica un insieme di angosce, impulsi e difese, che descrive il modo in cui l’Io si rapporta con l’oggetto in una fase della vita. La schizoparanoide è tipica dei primi 4 mesi di vita e degli stati di paranoia e schizofrenia. L’Io primitivo kleiniano oscilla tra stati di integrazione e disintegrazione, in lotta per conservare l’integrità, contro l’angoscia che le esperienze con gli oggetti gli provocano. L’angoscia è dovuta alla pulsione di morte interna al bambino, percepita come paura di persecuzione da parte di un oggetto distruttivo. Con l’introiezione gli oggetti diventano persecutori interni, alimentando la pulsione di morte. Per difendersi dall’angoscia l’Io sviluppa difese primitive, proiettando una parte della pulsione distruttiva sull’oggetto esterno. La parte rimanente forma l’aggressività del b. È il seno il primo oggetto a essere proiettato come cattivo. Allo stesso modo, il bambino proietta la libido per creare l’oggetto buono, mentre la libido restante nell’Io viene usata per stabilire un legame con quell’oggetto. L’oggetto primario, il seno, viene scisso in seno buono e seno cattivo. Il bambino lotta per conservare l’oggetto buono e allontanare l’oggetto cattivo; l’angoscia è dovuta alla paura che gli oggetti cattivi entrino all’interno dell’Io e annientino il Sé e l‘oggetto ideale. La posizione schizoparanoide si chiama così perché: l’angoscia è paranoide-persecutoria, il rapporto con l’oggetto è scisso-schizoide. Oltre al meccanismo della scissione in questa fase l’Io attiva la proiezione e l’introiezione: si proietta l’oggetto cattivo, si introietta l’oggetto buono. Può accadere che siano le parti buone a essere proiettate, mentre l’Io si identifica con gli oggetti persecutori introiettati. La proiezione serve a proteggere il buono dal cattivo. L’idealizzazione consiste nell’accentuazione degli aspetti positivi dell’oggetto buono per differenziarlo da quello cattivo; se è estrema può esservi diniego dell’esistenza del cattivo. Le fantasie di introiezione e proiezione sono avvertite come reali e influenzano l’io:
dai quattro mesi di età gli impulsi libidici si rafforzano rispetto a quelli aggressivi; la pulsione di morte è più tollerabile dal bambino, che non ha più bisogno di proiettare all’esterno le parti cattive. Gli oggetti parziali (seno, mani, ecc) sono percepiti come un unico oggetto totale, la madre. Oggetto buono e oggetto cattivo sono riconosciuti come parte di un unico oggetto. La madre non cambia con le circostanze o con le diverse esperienze che il bambino fa di lei. Con il venire meno di scissione e proiezione l’Io si rafforza, non essendo più impoverito. Riconoscere la madre come persona integra, significa percepire sé stessi come tali: con l’integrazione dell’oggetto anche l’Io si integra. Ma riconoscerla come integra comporta anche la scoperta di essere dipendenti da lei e di amare e odiare la stessa persona. Il bambino prova angoscia depressiva, dovuta al timore di perdere l’oggetto. Il bambino ha paura che i propri impulsi distruttivi possano distruggere l’oggetto amato. La proiezione cessa per paura di espellere anche l’oggetto buono con l’oggetto cattivo; i processi di introiezione invece si intensificano, con lo scopo di conservare e proteggere l’oggetto buono dentro di sé. Il bambino sente una spinta a riparare l’oggetto distrutto. L’oggetto si trova in una continua situazione di pericolo dal punto di vista del bambino, nel quale vi sarebbero forti sensi di colpa. Il conflitto è tra la speranza di proteggere e restaurare l’oggetto e la paura di perderlo. L’Io per fronteggiare l’angoscia depressiva crea nuove difese, tra cui la fuga:
Esse fanno parte dello sviluppo normale e aiutano il superamento della posizione, ma sono attive per il fallimento dell’azione riparatrice. Il loro impiego eccessivo può inoltre interferire con il processo riparativo stesso. Sono difese esclusivamente maniacali e favoriscono il senso di onnipotenza:
Per Klein vi è una costante oscillazione tra le due posizioni, che anche se superate rimangono attive nel soggetto, che vi può regredire in ogni momento. Importanti nel determinare fissazioni e regressioni sono le esperienze gratificanti; che devono essere prevalenti su quelle frustranti. Tuttavia, vi sono fattori interni che possono impedire l’attuarsi di esperienze gratificanti, come il sentimento dell’invidia. L’invidia non è una forma di aggressione, non nascendo dalla frustrazione; non è una forma di gelosia, che è attiva solo in rapporti triangolari come quello edipico, e ha come scopo il possesso dell’oggetto e l’eliminazione del rivale.
L’invidia è un’emozione primitiva, presente dalla nascita. La sua presenza spiega come alcuni bambini non riescano a integrare l’oggetto e di conseguenza l’Io, finendo nella frammentazione. L’invidia comporta l’impossibilità di stabilire una buona relazione con l’oggetto buono, perché questa bontà provoca i sentimenti invidiosi. A essere aggredito è l’oggetto buono, non quello cattivo, con l’obiettivo di svuotarlo di questa bontà e proiettarvi dentro elementi cattivi per distruggerlo. Solo la distruzione fa cessare la sofferenza. L’oggetto attaccato non può essere introiettato, né è distinguibile dall’oggetto cattivo. L’invidia comporta uno stato di confusione tra oggetto buono e oggetto cattivo e fra pulsione di vita e pulsione di morte, che compromette i processi d’integrazione. Se l’oggetto buono non può essere introiettato, l’identificazione non può avvenire e lo sviluppo dell’Io sarà compromesso. Contrapposto all’invidia, c’è il sentimento di gratitudine: anch’esso presente dalla nascita, è suscitato dalla gratificazione di un bisogno. La gratitudine si prova nei confronti di un oggetto: è l’espressione della capacità di amare. Senza di essa non è possibile stabilire un rapporto con l’oggetto buono. La capacità di amare è dunque innata, ma può essere ostacolata da fattori esterni e dall’invidia. In condizioni favorevoli, la gratitudine permette il pieno sviluppo della capacità d’amare. Teoria pulsionale Teoria delle relazioni oggettuali