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1867-
Nasce nel 1867 nella contrada di campagna detta “ il Caos ”, presso Agrigento , dove la famiglia si è ritirata per sfuggire a un’epidemia di colera. Il padre, benestante, gestisce alcune miniere di zolfo, la madre incoraggia il figlio negli studi classici. Un dissesto finanziario costringe la famiglia a trasferirsi a Palermo dove Luigi termina il liceo. Nel 1887 abbandona la carriera commerciale e si sposta a Roma. Uno scontro con un docente della facoltà di Lettere lo spinge a trasferirsi a Bonn , dove si laurea nel 1891 in Filologia romanza.
Nel 1934 gli viene conferito il premio Nobel: quello stesso anno viene rappresentato a Praga il suo ultimo lavoro teatrale. Nel 1934, è insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Fu forse l’unico, però, almeno fino al 1934, a non pronunciare un discorso ufficiale dopo la consegna del premio; i motivi non sono chiari, ma Andrea Camilleri tempo fa ha azzardato un’ipotesi: “ Preferì tacere perché parlando avrebbe dovuto fare riferimento al fascismo, a Mussolini. Tacque per prenderne le distanze ”. Che sembra essere una tesi molto valida. Durante le consuete interviste dopo l’annuncio del Nobel, inoltre, Pirandello dovette prestarsi a questa prassi e curvo sulla macchina da scrivere era totalmente intento a dattilografare testuali parole, per più righe: " Pagliacciate! Pagliacciate !", ovviamente un modo ironico di confrontarsi con le noiose interviste di rito.
La maschera in Pirandello Nel romanzo Uno, nessuno e centomila Pirandello , attraverso la metafora della maschera, spiega come l’uomo si nasconda dietro una “ maschera ”, un velo di Maya che non consente di conoscere la propria personalità. Nella realtà quotidiana gli individui non si mostrano mai per quello che sono, ma assumono una maschera che li rende personaggi e non li rivela come persone. La maschera non è altro che una mistificazione pirandelliana, simbolo alienante , indice della spersonalizzazione e della frantumazione dell'io in identità molteplici, e una forma di adattamento in relazione al contesto e alla situazione sociale in cui si produce un determinato evento.
Capitolo 6°: TAC, TAC, TAC… Nel 6°capitolo, Mattia Pascal racconta che, preso dalla disperazione, andò a Nizza e qui comprò un giornale che parlava del casinò di Montecarlo. Decise allora di andare a Montecarlo. Entrò nella casa di giuoco e vide tante altre persone che giocavano e sentiva il rumore della pallina (tac, tac, tac…) che girava nella roulette. Dopo dodici giorni di vincite inaspettate , cominciò a perdere. Un altro giocatore, un signore di Lugano, però, gli disse che un giovane giocatore si era suicidato. Mattia, così, si recò sul posto del morto, nel giardino del casinò, e lo vide rannicchiato sotto un albero. Questa scena lo riportò alla ragione per cui decise di scappare da Montecarlo. Mattia Pascal, alla vista del giovane giocatore suicida, pensò: “Avevo con me circa ottanta duemila lire. Tutto potevo immaginare, tranne che, nella sera di quello stesso giorno, dovesse accadere anche a me qualcosa di simile”.
Capitolo 7°: CAMBIO TRENO In questo capitolo, Mattia Pascal, durante il viaggio di ritorno al suo paese, legge un giornale nel quale è scritto che nel suo paese c’era stato un SUICIDIO. Mattia Pascal legge attentamente e scopre che un uomo era annegato nel suo podere della Stìa. Il suicida era stato riconosciuto sia da sua moglie e sia da sua suocera come Mattia Pascal. In un primo momento, Mattia voleva ribellarsi alla notizia del suicidio e telegrafare al giornale per smentirla. Poi, sceso dal treno, però ci ripensò e cambiò idea decidendo di farsi credere morto e quindi rifarsi una nuova vita. Un signore gli disse “Il treno riparte!” e Mattia gli rispose: “ma lo lasci, lo lasci partire, caro signore! Cambio treno!”. A questo punto Mattia Pascal decise di non ritornare nel suo paese, ma di andare a Torino e di farsi credere morto.