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La Frattura Linguistica tra Generazioni e Regioni in Italia: Parlare la Stessa Lingua? - P, Appunti di Storia della lingua italiana

La frattura linguistica tra generazioni e regioni in italia durante la transizione dall'italia contadina agli anni sessanta, quando la lingua comune italiana non era ancora consolidata. Sulla comprensione reciproca tra dialettofoni analfabeti e alfabetizzati italofoni, l'utilizzo di varietà intermedie tra dialetto e italiano, e la percezione dei dialetti come lingue straniere. Tre domande fondamentali sono poste: se i dialettofoni analfabeti potevano parlare la stessa lingua in un contesto come quello dell'italia preunitaria, se un qualsiasi abitante analfabeta del regno delle due sicilie poteva interloquire senza difficoltà con un alfabeta contemporaneo del piemonte sabaudo o del lombardo-veneto austriaco, e se l'approdo degli italiani alla lingua comune affonda le sue radici in una tradizione precedente o principalmente in modelli comunicativi più aperti e evoluti di una matrice novecentesca.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 22/01/2021

martinadanielemarta
martinadanielemarta 🇮🇹

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POCOINCHIOSTRO di Pietro Trifone
Capitolo due: Parlare la stessa lingua
1. Una sanguinosa gaffe
Nella seconda metà degli anni Sessanta, il passaggio dell’Italia contadina dei nati intorno al
1920-1925, alla nuova Italia, del boom economico, della scuola di massa, dell’edonismo
consumista, dell’omologazione televisiva aveva determinato un’evidente frattura tra le
generazioni.
Questo non accadde invece nell’Ottocento, quando parlare la stessa lingua non significava
avere le stesse vedute o intendersi reciprocamente.
Tre interrogativi fondamentali:
1) Si poteva “parlare la stessa lingua” in un contesto come quello dell’Italia
preunitaria, caratterizzato da una grande maggioranza di dialettofoni
analfabeti?
2) Un qualsiasi abitante analfabeta del Regno delle Due Sicilie sarebbe stato in
grado, all’occorrenza, di interloquire senza troppa difficoltà con un alfabeta
suo contemporaneo del Piemonte sabaudo o del Lombardo-Veneto
austriaco?
3) L’attuale approdo degli italiani alla lingua comune affonda le sue radici in
un’ampia tradizione precedente o, invece, si deve principalmente ai modelli
comunicativi più aperti ed evoluti di una matrice novecentesca?
Si poteva “parlare la stessa lingua” in un contesto come quello dell’Italia
preunitaria, caratterizzato da una grande maggioranza di dialettofoni
analfabeti?
Dal Trecento all’Ottocento si può affermare che fondare le basi della
linguistica italiana siano stati i letterati, persone che sapevano leggere e
scrivere, sia pure a diversi livelli di competenza. Questi alfabetizzati italofoni
stabilivano relazioni di vario tipo con gli analfabeti dialettofoni, si può
dunque dedurre che quest’ultimi abbiano partecipato in una certa misura di
italianizzazione linguistica. Nel corso dell’Ottocento non è possibile
ignorare, infatti, moltissimi osservatori che esprimono giudizi estremamente
negativi sulla circolazione dell’italiano parlato, evidenziando il non gradito
contributo popolare.
Un qualsiasi abitante analfabeta del Regno delle Due Sicilie sarebbe stato in
grado, all’occorrenza, di interloquire senza troppa difficoltà con un alfabeta
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POCOINCHIOSTRO di Pietro Trifone Capitolo due: Parlare la stessa lingua

  1. Una sanguinosa gaffe Nella seconda metà degli anni Sessanta, il passaggio dell’Italia contadina dei nati intorno al 1920 - 1925, alla nuova Italia, del boom economico, della scuola di massa, dell’edonismo consumista, dell’omologazione televisiva aveva determinato un’evidente frattura tra le generazioni. Questo non accadde invece nell’Ottocento, quando parlare la stessa lingua non significava avere le stesse vedute o intendersi reciprocamente. Tre interrogativi fondamentali:
  1. Si poteva “parlare la stessa lingua” in un contesto come quello dell’Italia preunitaria, caratterizzato da una grande maggioranza di dialettofoni analfabeti?
  2. Un qualsiasi abitante analfabeta del Regno delle Due Sicilie sarebbe stato in grado, all’occorrenza, di interloquire senza troppa difficoltà con un alfabeta suo contemporaneo del Piemonte sabaudo o del Lombardo-Veneto austriaco?
  3. L’attuale approdo degli italiani alla lingua comune affonda le sue radici in un’ampia tradizione precedente o, invece, si deve principalmente ai modelli comunicativi più aperti ed evoluti di una matrice novecentesca? Si poteva “parlare la stessa lingua” in un contesto come quello dell’Italia preunitaria, caratterizzato da una grande maggioranza di dialettofoni analfabeti? Dal Trecento all’Ottocento si può affermare che fondare le basi della linguistica italiana siano stati i letterati, persone che sapevano leggere e scrivere, sia pure a diversi livelli di competenza. Questi alfabetizzati italofoni stabilivano relazioni di vario tipo con gli analfabeti dialettofoni, si può dunque dedurre che quest’ultimi abbiano partecipato in una certa misura di italianizzazione linguistica. Nel corso dell’Ottocento non è possibile ignorare, infatti, moltissimi osservatori che esprimono giudizi estremamente negativi sulla circolazione dell’italiano parlato, evidenziando il non gradito contributo popolare. Un qualsiasi abitante analfabeta del Regno delle Due Sicilie sarebbe stato in grado, all’occorrenza, di interloquire senza troppa difficoltà con un alfabeta

suo contemporaneo del Piemonte sabaudo o del Lombardo-Veneto austriaco? Giovan Battista Pellegrini, illustre glottologo e dialettologo, afferma: “è risaputo che la comprensione reciproca tra un italiano del Nord e un del Sud, qualora ambedue si esprimano in un mezzo linguistico locale e arcaico non influenzato dalla koinè italiana, risulta quasi sempre impossibile”. Queste parole descrivono la situazione degli anni Settanta del Novecento quando l’Italia era già nel pieno dell’età televisiva. L’attuale approdo degli italiani alla lingua comune affonda le sue radici in un’ampia tradizione precedente o, invece, si deve principalmente ai modelli comunicativi più aperti ed evoluti di una matrice novecentesca? Almeno fino all’Ottocento molti, troppi italiani non parlavano la stessa lingua, con la grave conseguenza di non riuscire a parlare la stessa lingua neppure in senso metaforico. Come osserva, Franco Brevini “i rapporti con chi proveniva da un’area regionale diversa dalla propria erano caratterizzati da una strisciante xenofobia”. Sottolineando, un’affermazione di Giordani: “Io non dubito che questo male <in grandissima parte, se non in tutto) provenga dal partecipare pochissimo, o nulla, della comune lingua”. Giordani fa’ notare che ai tempi, la mancanza della lingua comune ha un peso maggiore della frammentazione politica del paese, dal momento che il senso di appartenenza scarseggia anche nei cittadini di uno stesso stato preunitario.

  1. Comunicazione asimmetrica ed esercizio del potere Anche con l’abbondanza di documentazioni dirette e indirette del frequente ricorso a varietà intermedie tra dialetto e italiano. Si possono notare allo stesso modo che l’utilizzo di tali varietà intermedie da parte di un parlante e di uno scrivente non si accompagna sempre nella competenza della lingua comune, intesa nel senso di “lingua comune all’Italia intera” e non nel senso di “lingua comune a una zona del paese. Non si parla dunque si piena italofonia, ma di semi-italofonia. Non essendo la lingua paragonabile ad un codice semiotico, intuitivo, elementare e unidirezionale come quello sei segnali stradali, trattandosi invece, di uno strumento di interazione comunicativa, che racchiude un flessibile modello di rappresentazione delle idee e di un’interpretazione della realtà. Motivo per il quale persone che parlano la stessa lingua non sempre riescono a comprendersi a vicenda: c’è un complesso rapporta tra pensiero e parola, tra il significato di un discorso e le sue possibili declinazioni. Si può inoltre affermare che il dialetto mancando per lo più di una codificazione scritta, pone spesso problemi maggiori rispetto a una lingua straniera soprattutto quando in qualsiasi atto giuridico era necessario riprodurre fedelmente i discorsi tenuti nell’idioma da una delle parti