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Riassunto del libro Pocoinchiostro di P.Trifone
Tipologia: Sintesi del corso
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L’autore vuole trovare una definizione di italiano ma è difficile perché ci sono pochi documenti e per la variabilità del concetto. Da qui deriva la distinzione tra italiano dei colti e dei semicolti, ma bisogna rendersi conto della realtà dinamica e articolata. Trifone distingue italiano comune (con buona competenza linguistica, italiano parlato) da uno parzialmente comune (con più influssi locali ed errori ortografici); questa divisione rimanda in sintesi a quella tra colti e semicolti. I colti avevano a disposizione una estesa quantità di varietà di italiano. Pirandello fa esempio del piemontese e del siciliano che abbiano bisogno di comunicare e che devono trovare una favella comune. Questa è una sorta di italiano standard con “arrotondamenti” che sarebbero i residui regionali. Questi residui sono presenti in quasi tutti i parlanti.
Tutto ciò ci fa capire che italiano e dialetti non sono distinti ed opposti ma graduali.
Nel 900 i mass media hanno dato una grande opportunità alla diffusione dell’italofonia all’interno della classe popolare. Questo linguaggio dei mass media spesso veniva arricchito da termini più “dialettali” o comunque più marcati regionalmente e tutto ciò ha avuto 2 conseguenze:
La tv ha diffuso un tipo di italiano più “comune” che ha smussato certi angoli di inclinazioni più geografiche e ha creato un punto unitario (Serianni), un organismo compatto , un punto di riferimento.
Dall’altro lato Berruto parla del modello di Sabatini e dell’italiano neo-standard come più marcato diatopicamente, perché sarebbe difficile avere un italiano “colloquiale” senza marche regionali. Alcune indagini su documenti giornalistici hanno rilevato come quel tipo di ita più formale si sia aperto all’italiano neostandard inglobando elementi come il lui soggetto, ma si chiude quando ci sono altri elementi come il che relativo indeclinato, che se scritto viene inserito tra virgolette per sottolineare che quell’abbassamento dipende dalla trascrizione del parlato. Trifone vede opposizione tra italiano con differenziazione diatopica e italiano scritto, preferendo le differenziazioni linguistiche del primo.
La presenza di elementi regionali è più evidente in elementi di fonetica, meno nel lessico e morfosintassi.
Per Trifone anche la definizione di neostandard di Berruto non è giusta, perché magari per lui Berruto non tiene conto di un tipo di italiano unitario (Serianni) con implicazioni e inserimenti più regionali. Un tipo di italiano non assimilabile al letterario ma molto simile al neostandard esiste da alcuni secoli, all’interno delle commedie teatrali come la Mandragola di Machiavelli che vuole tentare di riprodurre un linguaggio che sia il più vicino possibile alla vita quotidiana , oppure Manzoni che sostituisce egli con lui seguendo l’uso del fiorentino vivo. (Serianni ci dice che questo non ha
fermato gli echi Bembiani che fino agli anni 60 del 900 si ritrovano ancora nelle grammatiche per sottolineare come fosse errore scrivere lui al posto di egli).
Secondo vari studiosi, tra cui anche Dardano, il neo-standard non ha tratti molto definiti , quasi come fosse un fascio di tratti che attraversa più varietà di italiano.
Lingua e identità nazionale preunitaria e dopo unificazione.
Oggi l’italiano è diventato molto più colloquiale e informale, distaccandosi dallo scritto. Grazie alla tv si crea anche unità perché le persone sono convinte di parlare x es la stessa lingua di Mike Bongiorno, si crea una sorta di alleanza nazionale. Anche nella prima metà 800 queste due cose accomunate. Successivamente si è legata maggiormente all’identità nazionale vera e propria (ovviamente dopo tutte le vicende politiche che conosciamo).
Come facevano a parlare la stessa lingua se c’era frammentarietà politica? Erano i litterati che dettavano le regole.
Come comunicava un piemontese e un abitante del regno delle due sicilie? Trifone riprende Pellegrini (il dialettologo cui si deve il rapporto tra italiano regionale e repertorio linguistico nazionale): era impossibile! Ma siamo nel 1970 eppure ci sono interviste con popolane sarde portate avanti da interpreti.
Giordani ci dice inoltre che non solo mancava una lingua comune, ma mancava anche il senso di appartenenza alla stessa comunità.
Tutto ciò ci fa capire quanto l’italiano aulico dei litterati fosse lontano dalla realtà popolare.
Manzoni nel 27esimo capitolo dei Promessi Sposi, quando Renzo si rivolge a un segretario per scrivere una lettera a Lucia e Agnese mette in scena il divario tra contadino e litterato. L’autore “suggerisce” ai lettori la necessità di esprimersi in prima persona. Polimeni qui ha parlato di democrazia della lingua. Questi problemi di incomprensione non finiscono qui, ci saranno anche nell’Ottocento, quando c’era bisogno di un interprete negli atti notarili e tutto si rifletteva anche nei rapporti sociali tra colti e analfabeti (Trifone parla di abusi).
Chi costruì Tebe dalle 7 porte?
L’italiano come lingua effettiva dell’Italia ha tardato molto ad affermarsi; basti pensare che il dialetto veniva usato anche in situazioni ufficiali , come da Vittorio Emanuele II, per la sua immediatezza nella comunicazione. Qui abbiamo l’esempio di una lettera di una ragazza di Fiamignano, vicino Rieti, scritta a un giovane. Parla del suo dispiacere di aver ucciso un giovane maiale ma non si trovava da mangiare. Usa la forma colloquiale “cosa vuoi” mentre “molto bello” riferito all’altro maiale non riguarda l’aspetto estetico ma il fatto che fosse abbastanza grande da poterlo uccidere. Significativo il fatto che la ragazza abbia scritto in un italiano abbastanza corretto, a parte i segni di interpunzione, in una zona che ancora oggi possiede un dialetto conservativo. Trifone qui poi riprende alcuni documenti “popolari”( lettere) ma anche atti dei processi giudiziari per oltraggio (minacce) caratterizzati da una forte vicinanza alle espressioni del parlato mescolate a una minima caratterizzazione dello scritto (acquisita negli anni scolastici molto sommariamente).
Vari linguisti, tra cui anche Serianni e Migliorini, concordano nel giudicare la classe dirigente quasi totalmente disinteressata a fatti linguistici e di alfabetizzazione, anzi, avevano piuttosto interessi di tipo localistico e conservativo.
La situazione era questa: i litterati continuavano a parlare la lingua italiana, escludendo le classi inferiori; le classi inferiori o comunque popolari continuavano a parlare dialetto, in modo da marcare anche la loro provenienza territoriale e le distanze col forestiero (ricordiamo l’episodio della Milano illuminista in cui per accedere alle cariche politiche bisognava provenire da una famiglia residente da almeno un secolo a Milano).
De Mauro sostiene che i parlanti italiano nel 1861 fossero il 2,5 % (zona roma e toscana), mentre Arrigo Castellani allarga l’orizzonte comprendendo anche le zone circostanti e arrivando a 9 % (ma non è una lingua comune, piuttosto una “comprensione” con molte differenze locali), mentre Bruni e Serianni vedono un tipo di lingua più ibrida tra dialetto e italiano regionale che il popolo usava per situazioni ufficiali o per esempio col medico.
Analfabetizzazione 75-80%, al sud anche 90 o 100% per la popolazione femminile. Era alfabetizzato solo chi sapeva apporre la propria firma, quindi forse dati molto generosi. Trifone sottolinea che gli italofoni sicuramente non superavano il 10 %, anche se dobbiamo tener presente una parte di italofoni analfabeti che conoscevano l’italiano perché erano a contatto con italofoni istruiti.
Tra i documenti possiamo vedere la competenza passiva, cioè l’intendere solo l’italiano ma questo è fuorviante perché le “intese” ci possono essere anche tra parlanti di due epoche diverse. Accenni di autori alle capacità dei parlanti , come Foscolo che si lamenta del fatto che nella sua epoca la lingua italiana ancora non fosse parlata o Stendhal che dice che nelle altre parti d’Italia era ridicolo parlare toscano. Oppure l’italiano dei forestieri che spesso però era quello di mera sopravvivenza perciò non andava a influire molto sulla documentazione della lingua. Sempre Stendhal ci dice che parlando con i forestieri i parlanti cercavano di pulire il loro dialetto e di ricorrere a un italiano più regionale (questo è molto significativo perché ci fa capire il “sentimento” delle persone).
La capacità di parlare italiano si legava alla capacità di scriverlo perciò si legava alla cultura; i semicolti parlavano italiano regionale. Gli incolti dialettofoni.
Tullio de Mauro ha notato che anche nel 1951 i dialettofoni erano il 65%.
Il cantiere aperto dell’italiano Tra scritto e parlato: i processi per stregoneria
Tra gli scritti influenzati dal parlato abbiamo quelli relativi ai processi giudiziari che vogliono riprodurre un dialogo o una sorta di verbale. Il cancelliere che trascriveva spesso andava ad eliminare quei tratti troppo marcati regionalmente come scioiere- sciogliere, semo-siamo oppure la relativa che diventa più accurata. Restano comunque molti tratti in comune come la riduzione di rj a r anziché j (salamora, salamoia). In un processo a una donna per stregoneria abbiamo elementi che risalgono al livello più alto di romano come i suffissi in -aro e il verbale in -amo, ma anche elementi appartenenti ad altri dialetti meridionali o appartenenti a una fase antecedente del romanesco come saccio, staio, camisa, cortisana.
Poi abbiamo un processo a Venezia, in cui era forte l’impronta dialettale (siamo nel 600) perciò se era evidente in casi di questo tipo sicuramente il dialetto era parlato anche a livello popolare; abbiamo anche un atto relativo a un’accusa a un medico di Palermo in cui però sono evidenti sia tracce di italiano che di siciliano ( chiamare a Lorella, accusativo tipico del parlato) una sorta di lingua mista. Questo è significativo perché alcune forme italiane, rispetto al siciliano erano veramente banali, come sera al posto di sira. Forse una trascrizione frettolosa? Mentre abbiamo alternanza tra iddu e esso.
Anche tra i colti non mancano errori, come ipercorrezioni ad es. lempo/lembo o incegnoingengo come notato da Migliorini, oppure molti che parlavano italiano ma abbastanza marcato diatopicamente.
Trifone parla di ascensore perché i colti potevano abbassare il loro stile, x es in una lettera, finoa usare un italiano regionale, mentre i semicolti usavano un italiano popolare che non poteva salire oltre, era il massimo che potevano fare.
Gli autori, tra cui Ramondini, iniziano a concordare sull’inserimento di un terzo termine collocato tra italiano e dialetto.
Comune ma non troppo
Montuori sostiene che in Italia preunitaria esisteva un modello comune per la lingua parlata. Egli si riferiva però a un parlato più controllato da regole grammaticali, non un vero e proprio parlato comune. Solo chi conosce le regole può parlare bene. Opposto all’italiano pidocchiale di Testa. Egli distingue l’italiano comune da quello dei semicolti e dialetto.
Le scritture dei semicolti: usavano un tipo di lingua fatta di varietà diverse, non codificabile a causa della sua eterogeneità. Era un italiano in via di formazione. Significativo il fatto che gli stessi semicolti si rendano conto delle loro carenze, soprattutto quando si confrontavano con persone di liv superiore. Confessione di Bellezze Ursini di metà 500 scritta durante processo per stregoneria; la donna è di scarsa istruzione. Stende a fatica una supplica ai giudici, in cui manifesta pentimento e invoca clemenza, accentuando l’orrore delle sue attività malefiche. La lingua è molto vicina al dialetto sabino dell’epoca e mostra tratti non italiani, come l’innalzamento metafonetico delle vocali in quistu e la tendenza a conservare la u finale come in quellu. Ci sono comunque delle somiglianze con l’italiano che lo rendono un testo accessibile a chi conosceva la lingua base toscana.
Anche nell’Anonimo Romano (documento sul romanesco di prima fase) si usano delle costruzioni molto simili all’italiano di oggi, come le frasi brevi.
In un passo inedito del trattato Della lingua italiana Manzoni descrive le varietà di italiano come un vestito di toppe, esprimendo il suo dubbio sul rapporto tra questo tipo di intendersi e quello dell’italiano comune.
La lingua che riflette meglio l’italiano comune da 500 a 800 è quella della stampa perché era di ampia diffusione e perché accoglieva vari espedienti dai vari generi letterari. Trifone lo definisce un italiano medio e semplice. Questo italiano, a differenza degli scritti dei semicolti, non usava caratteri troppo marcati diatopicamente.
L’italiano al tempo del web
La scrittura conserva un ruolo fondamentale.
opaco si dice matt perché rimanda a un uso antico che significava appunto opaco, non lucido. E’ stato poi ripreso dal francese con mat. Oggi anche mattizzare, matt stanno avendo fortuna nella cosmetica. Oltre il lessico c’è introduzione di abbreviazioni, sigle, emoticons, maiuscole, riduzione di alcuni segni della punteggiatura e il proliferare di altri.
Trifone dice che il web mostra la polvere sotto il tappeto, gli errori (come sepolgili) e si nota la difficoltà nel passare da questa scrittura abbreviata e sintetica a quella creativa, argomentativa, organizzata e sviluppata.
I caratteri principali della scrittura internettiana sono:
**- dialogicità
Twitter, ad esempio, si ispira a un modello di battute coincise, tipiche della conversazione. Trifone poi prende in analisi alcuni tweet di cui mette in evidenza l’uso di rotture, la discontinuità tematica e la brevità.
Nella maggior parte dei casi l’adozione di una forma telegrafica rischia di rendere l’informazione oscura. Twitter è importante anche dal punto di vista politico per uso slogan. Trifone dice comunque che nonostante queste caratteristiche non mancano usi sapienti di italiano che permettono anche di sperimentare.