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POWER POINT POST-IMPRESSIONISMO, Schemi e mappe concettuali di Elementi di storia dell'arte ed espressioni grafiche

power point riassuntivo sul post-impressionismo

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 16/06/2023

sabrina-avella
sabrina-avella 🇮🇹

3 documenti

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Il postimpressionismo
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Il postimpressionismo

La durata dell’Impressionismo è breve, approssimativamente, dal 1870 al 1880. Subito dopo questa data gli artisti cercano di dare maggiore solidità all’immagine, ed è quanto accade nel «puntillismo» o «neoimpressionismo». Protagonista del movimento puntillista è Georges Seurat (Parigi, 1859 – ivi, 1891), la cui breve vita è stata impegnata nella ricerca e nell’applicazione alla pittura di un metodo scientifico, o presunto tale. Già gli impressionisti parlavano del fatto che non esiste il colore locale, perché ogni colore è influenzato dal vicino, ma Seurat ritiene che sino ad ora si sia dato più retta all’istinto e all’occhio che non ad una regola precisa, per cui leggendo alcuni trattati sul colore ( Blanc, Chevreul, Sutter ed altri), giunge alla definizione di un metodo basato sull’accostamento di tratti di colore ravvicinati (il colore e il suo complementare) ma a differenza di tratti e svirgolature, egli utilizza punti (da qui la parola «puntillismo»), anche se Seurat avrebbe preferito la parola divisionismo, perché è di divisione di colori che si parla.

Ma se in Piero, le figure sono collocate in una intelaiatura prospettica, che le posiziona in profondità, in questo caso, esse appaiono ritagliate e poste su un piano, di profilo, frontali, cioè sono prive di volume. E qua e là, una carica ironica che ridicolizza i compassati borghesi, per esempio la veduta laterale della figura femminile che accentua la rotondità -o «sellino»- (tipica imbottitura dell’abito femminile di metà XIX secolo) posteriore, in corrispondenza inversa a quella anteriore del seno; oppure la scimmietta portata a spasso come un comune cagnolino.

In realtà ogni elemento aneddotico, scompare nel rigore costruttivo della scena: la figura con l’ombrello al centro divide il dipinto in due parti uguali, e i due gruppi risultanti sono organizzati secondo le regole della sezione aurea.

Tutti gli artisti che operano in questi anni, fanno riferimento, almeno inizialmente all’impressionismo, tutti però consci della crisi del movimento, prendono altre vie, chi come Seurat e Signac nella pittura scientifica, chi come Guaguin, con il superamento della resa della realtà a favore della libera espressione di se stesso. Il clima culturale che influenza l’artista, è quello dei poeti simbolisti, che cercano attraverso la musicalità della parola, di esprimere simbolicamente il proprio mondo interiore. Al tempo stesso, culmina in Gauguin quella corrente culturale, tipicamente francese, che tende all’evasione dalla società civile, corrotta e corruttrice, alla ricerca di un mondo primigenio ed incontaminato. Una delle più note poesie di Baudelaire, è intitolata, Invito al viaggio, il sogno, sempre accarezzato, di andare a vivere, ad amare, a morire, in un paese lontano (Là, tout n’est qu’ordre et beauté, /Luxe, calme et volupté: Là tutto non è che ordine e bellezza, /lusso, calma e voluttà).

Gauguin questa fuga la attua. Nel 1883, trentacinquenne, con moglie e figli, decide di licenziarsi dal suo lavoro di agente di cambio, discretamente agiato, per dedicarsi

alla pittura. Affronta la miseria, incurante della famiglia,

costretta a recarsi a Copenaghen dai parenti della moglie, egli si trasferisce prima a Parigi ma poi si reca in Bretagna, perché ritiene quella parte della Francia, più selvaggia ed incontaminata, poi tenta l’avventura più lontano, a Panama, alla Martinica, a Tahiti e, infine, nelle isole Marchesi, dove muore, solo, deluso e disperato. In questa ansia romantica alla ricerca di un posto ignoto, di quella serenità che come ci hanno insegnato i grandi scrittori classici (Lucrezio, Orazio, Seneca) è solo frutto di conquista interiore, come disse Renoir « si può dipingere bene anche a Batignolles », in realtà è rintracciabile in Gauguin la ricerca di quel mondo primigenio libero dei pregiudizi della società occidentale, secondo quella poetica del fanciullino, formulata di lì a poco da Giovanni Pascoli. Artista è colui che riesce a mantenere intatta la gioia creativa del fanciullo per tutta la vita. Per Gauguin, artista è il bambino, ma anche il selvaggio.

Tutto è semplificato e sintetizzato. La tela è dominata dalla presenza dell’uomo crocifisso giallo. Gialli sono anche i prati e i monti, mentre disposte in cerchio, stanno davanti alcune contadine bretoni, come le pie donne evangeliche. Evita i toni intermedi, si vedono solo colori accesi (rosso, giallo, blu). In Gauguin non possiamo dare ad ogni colore o linea un significato preciso, bensì li dobbiamo considerare come le note musicali, creano differenti stati d’animo in ognuno di noi. La pittura di Gauguin anticipa alcune tendenze astratte del 900, che intenderanno l’uso del colore al pari delle note musicali nella musica. Arte come musica.

Nei dodici anni di permanenza nelle isole dei mari del Sud, il suo stile si ammorbidisce, il colore meno violento e più caldo, ma permangono più che la descrizione della realtà, la suggestione dei ritmi musicali del disegno e dei rapporti cromatici e il «sintetismo».

E’ quanto accade in questa opera del 1897, «Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?», aldilà delle possibili spiegazioni didascaliche, il bambino che simboleggia la nascita, la figura femminile che coglie il frutto, la vita, la donna anziana a sinistra la morte, il titolo è soltanto evocativo, non vuole riassumere i termini di una ipotetica allegoria. Egli disse: «ho cercato di tradurre il mio sogno in una decorazione suggestiva senza minimamente ricorrere a mezzi letterari». Gauguin anticipa e intuisce molti atteggiamenti dell’arte moderna, perché deriva dalle sue idee, tutto un modo di concepire l’arte indipendentemente dal fattore imitativo, che è caratteristico di buona parte dell’arte del Novecento.

Vincent Van Gogh (Groot Zundert, Olanda, 1853 – Auvers-sur-Oise, Francia, 1890)

Da questo momento, 1880, alla morte, passano solo dieci anni. Ma sono anni di lavoro intensissimo, durante il quale egli crea oltre 850 opere, un numero elevatissimo: questa velocità è una delle chiavi per capire Van Gogh. Non è semplicismo: questa rapidità di esecuzione è la chiave di lettura per poter meglio inquadrare la necessità impellente di esprimere i propri sentimenti più che la propria ragione. Scrisse: «(…)tutti troveranno che io lavoro troppo in fretta (…). Non è forse l’emozione, la sincerità del sentimento della natura che ci guida? (…). Queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora senza accorgersi che si lavora, (…) a volte le pennellate vengono con un seguito e con rapporti fra loro come le parole in un discorso (…)». E’ una svolta decisiva nella storia dell’arte, perché se è vero che anche gli Impressionisti lavorano rapidamente, restano comunque legati al soggetto esterno, restano naturalisti, Van Gogh invece, va oltre, egli proietta nella natura il proprio Io, facendo subire alla natura i propri stati d’animo

Octave Mirbeau, scrittore francese, uno dei pochi ad aver capito il suo valore, scrisse di lui: «(…) non si era immedesimato nella natura, aveva immedesimato in se stesso la natura, l’aveva obbligata a piegarsi, a modellarsi secondo le forme del proprio pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, addirittura a subire le sue deformazioni (…) ». Il colore usato da Van Gogh non è realistico, tanto per intenderci, sia linea che colore vengono utilizzati per esprimere il proprio stato d’animo di fronte alla realtà rappresentata (questa tendenza l’abbiamo già vista in Gauguin ma con personalità totalmente diversa). Non dunque un «colore vero» dal punto di vista realistico del «trompe-l’oeil, ma un colore che suggerisce l’emozione. Una vera trasfigurazione della realtà la avremo solo nel periodo francese, mentre nel periodo olandese resta un maggior naturalismo, anche se il suo modo di vedere non è mai oggettivo: a lui più che narrare fatti interessa, esprimere il significato umano di ciò che rappresenta, così come lo sente.

All’interno di una povera stanza, rischiarata da una lampada a petrolio appesa al basso soffitto, alcuni contadini consumano il pasto serale servendosi da un unico piatto di patate, mentre una di loro sta versando il caffè. La luce, provenendo dall’alto e colpendo perciò soltanto alcune parti, provoca contrasti chiaroscurali e accentua la caratterizzazione dei volti, delle mani nodose, degli abiti, con una deformazione che vuole indicare la fatica fisica di chi ha consumato, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la propria vita col lavoro nei campi, all’aria aperta, sotto il cocente sole estivo o nel freddo invernale. Le forme sono sintetizzate con pochi tratti; ne emana una straordinaria forza, che non vuol dire abbrutimento morale, anzi gli occhi brillano di una straordinaria luce interiore, soprattutto quelli della contadina, a sinistra, dal bel viso intenso. I mangiatori di patate, 1885

Nel 1886 parte improvvisamente per Parigi, entra in contatto, tramite il fratello Théo, che lo ospita e la cui importanza per la sua vita e per la sua opera deve essere sottolineata. Dapprima deluso dall’impressionismo, Van Gogh ne sente subito dopo il significato e schiarisce la tavolozza, scoprendo la bellezza del colore. Aderisce al neoimpressionismo, in particolare alle teorie di Seurat, però in lui dovremmo parlare di divisionismo più che di puntillismo, infatti egli accosta trattini di colore ravvicinati ed inoltre più che di mezzo scientifico di restituzione del reale, dovremmo parlare al contrario di mezzo per eludere il reale. In questo autoritratto del periodo parigino, del 1887, l’andamento tondeggiante della testa è ripreso da una sorta di aureola, costituita da cerchi concentrici di strisce azzurre, punteggiate di marrone, mentre più in basso altre strisce direzionate verso il basso, danno forma alla giacca, tutto ciò concentra la nostra attenzione nel viso, autentica esplosione di toni bruno-rosseggianti, che dal centro si proiettano verso l’esterno, raggiungendo una straordinaria tensione espressiva, che culmina negli occhi. Autoritratto 1887 – periodo parigino