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il racconto della Prima categoria in campo costituzionale
Tipologia: Esercizi
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Calcio minore
Faccia a faccia con i problemi che affliggono ogni domenica centinaia di campi di calcio in tutta Italia, tra voglia di divertirsi e necessità di sfogarsi: dalla cronaca di ASD Avanti Altamura contro U.S. San Vito per spiegare il fallimento del movimento dilettantistico italiano. Il campo si presenta degradato, arido, scolorito. Gli uomini invece sono tremanti, schierati e abbandonati al proprio destino. Per chiarire: quello che sta per cominciare non è un conflitto nelle steppe dell’Est Europa, ma una partita di calcio italiano. Calcio dilettantistico, certo, ma pur sempre lo sport che accende passioni e irritazioni, entusiasmi e frustrazioni, anche qui, nell’ottava giornata del campionato di Prima Categoria pugliese. Avanti Altamura contro San Vito: due squadre, un terreno che sembra opporsi alla logica del gioco e un pubblico pronto a esplodere al primo errore. Dal primo fischio il pallone rimbalza in modo imprevedibile tra buche e zolle. Le due squadre si affrontano con cautela, più per evitare guai fisici che per ambizione tecnica. Sugli spalti la tensione è immediata: ogni decisione arbitrale scatena proteste animate, cori improvvisati, urla che nulla hanno a che vedere con l’incoraggiamento. Il calcio, qui, sembra spesso un pretesto per sfogare frustrazioni accumulate altrove. Eppure, in campo, ci sono ragazzi che si allenano dopo giornate di lavoro, che macinano chilometri solo per vivere l’atmosfera dello spogliatoio e la sensazione semplice e genuina di un gruppo che li fa sentire a casa. Alcuni giocano per amore, per tradizione familiare, per l’amicizia che li lega da anni; altri, invece, usano il campo come valvola di sfogo e lo si nota dai colpi che distribuiscono a ogni contrasto. Due anime della stessa categoria che convivono, spesso a fatica. Il secondo tempo infatti si accende subito. Al 47’ Di Santantonio sfrutta un rimbalzo impazzito e firma lo 0-1 per gli ospiti. Esultanza compressa, quasi liberatoria. Ma l’Avanti Altamura reagisce, e al 59’ Rinaldi anticipa tutti e insacca la palla del pareggio. È 1-1, ma è soprattutto l’inizio di una spirale nervosa che travolge tutti. I falli si fanno più duri, il clima più teso. L’espulsione di Dimarno, numero 8 dell’Avanti Altamura, accende definitivamente la miccia: proteste feroci, insulti dagli spalti, giocatori che si fronteggiano. L’arbitro prova a mantenere un ordine che si è fatto fragile, mentre attorno a lui il campo ribolle. Quando arriva il fischio finale, l’aria resta pesante. Sotto la tribuna un giocatore del San Vito si ritrova faccia a faccia con un tifoso di casa: sguardi duri, parole che non servirebbe pronunciare. Sono necessarie le braccia dei compagni per evitare un epilogo ancora più amaro. È il lato nascosto della Prima Categoria, quello che raramente finisce nelle cronache giornalistiche ma che chi vive questo calcio conosce fin troppo bene. A bordo campo, un difensore dell’Altamura si ferma un attimo e dice ciò che tutti sanno ma che pochi ammettono: «Il campo è pessimo, ogni giornata è una lotta. Vorremmo solo divertirci». Non parla solo per sé, ma per tutti quelli che, nonostante tutto, continuano a presentarsi: per chi non rinuncerebbe mai alla
ritualità dello spogliatoio, alle prese in giro, alla stretta di mano prima del via. Per chi trova nel calcio un angolo di libertà e non un ring su cui regolare i conti. Il problema, però, è più grande della singola partita. In tutta Italia la Prima Categoria vive una crisi silenziosa: campi impraticabili, società che sopravvivono tra sacrifici e buona volontà, arbitri lasciati soli, tifoserie che confondono la passione con l’ostilità. Uno sport che dovrebbe essere puro, comunitario, quasi educativo, e che invece spesso scivola in qualcosa di più aspro, più cinico, più lontano dalla bellezza originale del gioco. Un calcio che resiste, ma soffre. Un calcio che lotta, ma si perde. Un calcio che molti amano, ma che troppi dimenticano di rispettare.