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Prima parte del corso tenuto dalla prof. Sinopoli per la magistrale, Appunti di Critica Letteraria

Corso sulla memoria e la Shoah utili per l'esame orale.

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 20/06/2024

Lisablu
Lisablu 🇮🇹

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CRITICA E TEORIA COMPARATISTICA SINOPOLI PARTE 1 (2023/2024)
Critica e teoria comparatistica, Prof.ssa Sinopoli
02/10/2023
Bacheca online del docente (sotto orario di ricevimento) > link classroom (mail
istituzionale) possibilità di iscriversi anche alle classi di anni precedenti per materiali,
registrazioni di conferenze, etc. (da valutare in caso di non frequenza). Programma in
sezioni – taglio interdisciplinare. Differenza tra narrazioni e saggi (scritti anche da scrittori).
Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt, 1951
Libro pubblicato negli Stati Uniti: la famiglia dell’autrice riesce a fuggire dalla Germania. Si
tratta dunque del libro di un’esule, che ha vissuto sulla propria pelle il pericolo
dell’annientamento. Un punto importante della trattazione di Arendt è la differenziazione
tra autoritarismo e totalitarismo. Ci concentreremo sulla prima e sulla terza sezione.
Il libro si divide in tre sezioni: la prima si muove dalle origini dell’antisemitismo, la seconda
si concentra sull’autoritarismo, la terza sul totalitarismo. Di quest’ultima, interessa in modo
particolare il capitolo sul “sito del trauma”: oggetto che è stato studiato dagli storici, ma
anche dai semiotici. Si tratta di qualcosa che non è più presente, ma che comunque
mantiene il suo valore storico, sociale e culturale. Come deve essere conservato, come
deve essere esperito dalle generazioni successive? Arendt dimostra che i campi
(concentramento, lavoro, sterminio) siano stati concepiti come luoghi di “esperimento”, in
cui persone prese come capro espiatorio venivano utilizzate come sostanzialmente cavie,
indipendentemente dal tipo di prigionieri. Su questo punto, si segnala la presenza di studi
approfonditi che si sono concentrati sullo studio dei diversi gruppi di persone vittime dei
rastrellamenti. Arendt afferma che l’idea di realizzare campi di questo tipo non è un’idea
che progressivamente si profila all’orizzonte, adattandosi ai bisogni immanenti del potere
(manodopera, “soluzione finale”); bensì questo laboratorio è previsto sistematicamente dal
potere e predisposto ad uno scopo ben preciso: arrivare ad una decostruzione totale
dell’essere umano.
La Scuola di Francoforte. La storia e i testi, E. Donaggio
Ci concentreremo sugli scritti di Adorno, Horkheimer e Loewenthal.
Parte II: Modernità e terrore
Questi filosofi sono già attivi nel momento in cui la dittatura nazista si sta affermando, e già
negli scritti degli anni Trenta iniziano ad accorgersi del cambiamento di paradigma rispetto
alle istituzioni autoritarie precedenti. I testi che leggeremo appartengono al periodo in cui
gli autori sono già in esilio, quindi ad un momento in cui la loro persecuzione è
conclamata. In particolare, i tre saggi mostrano come si forma una personalità totalitaria:
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CRITICA E TEORIA COMPARATISTICA SINOPOLI PARTE 1 (2023/2024)

Critica e teoria comparatistica, Prof.ssa Sinopoli 02/10/ Bacheca online del docente (sotto orario di ricevimento) > link classroom (mail istituzionale) – possibilità di iscriversi anche alle classi di anni precedenti per materiali, registrazioni di conferenze, etc. (da valutare in caso di non frequenza). Programma in sezioni – taglio interdisciplinare. Differenza tra narrazioni e saggi (scritti anche da scrittori). Le origini del totalitarismo , Hannah Arendt, 1951 Libro pubblicato negli Stati Uniti: la famiglia dell’autrice riesce a fuggire dalla Germania. Si tratta dunque del libro di un’esule, che ha vissuto sulla propria pelle il pericolo dell’annientamento. Un punto importante della trattazione di Arendt è la differenziazione tra autoritarismo e totalitarismo. Ci concentreremo sulla prima e sulla terza sezione. Il libro si divide in tre sezioni: la prima si muove dalle origini dell’antisemitismo, la seconda si concentra sull’autoritarismo, la terza sul totalitarismo. Di quest’ultima, interessa in modo particolare il capitolo sul “sito del trauma”: oggetto che è stato studiato dagli storici, ma anche dai semiotici. Si tratta di qualcosa che non è più presente, ma che comunque mantiene il suo valore storico, sociale e culturale. Come deve essere conservato, come deve essere esperito dalle generazioni successive? Arendt dimostra che i campi (concentramento, lavoro, sterminio) siano stati concepiti come luoghi di “esperimento”, in cui persone prese come capro espiatorio venivano utilizzate come sostanzialmente cavie, indipendentemente dal tipo di prigionieri. Su questo punto, si segnala la presenza di studi approfonditi che si sono concentrati sullo studio dei diversi gruppi di persone vittime dei rastrellamenti. Arendt afferma che l’idea di realizzare campi di questo tipo non è un’idea che progressivamente si profila all’orizzonte, adattandosi ai bisogni immanenti del potere (manodopera, “soluzione finale”); bensì questo laboratorio è previsto sistematicamente dal potere e predisposto ad uno scopo ben preciso: arrivare ad una decostruzione totale dell’essere umano. La Scuola di Francoforte. La storia e i testi, E. Donaggio Ci concentreremo sugli scritti di Adorno, Horkheimer e Loewenthal. Parte II: Modernità e terrore Questi filosofi sono già attivi nel momento in cui la dittatura nazista si sta affermando, e già negli scritti degli anni Trenta iniziano ad accorgersi del cambiamento di paradigma rispetto alle istituzioni autoritarie precedenti. I testi che leggeremo appartengono al periodo in cui gli autori sono già in esilio, quindi ad un momento in cui la loro persecuzione è conclamata. In particolare, i tre saggi mostrano come si forma una personalità totalitaria:

indagano come nasce una personalità totalitaria, come si può riconoscere e il rapporto che essa instaura con la personalità gregaria (di cui ha bisogno per affermarsi e che nel caso specifico novecentesco è rappresentata dalla massa), e quindi come essa costruisce progressivamente il consenso. Inoltre, gli scritti affrontano il rapporto tra totalitarismo e terrore, usato come strumento per frammentare la solidarietà esistente all’interno di una specifica comunità (fuga, delazione/tradimento del legame sociale). I valori di solidarietà si sgretolano e la vita cittadini è costantemente sotto un controllo poliziesco e intimidatorio. Ne risulta così una società composta da monadi. Traverso: intellettuali che hanno incrociato questa esperienza, divisi in tipologie (esuli, clandestini, ecc.). Post-memoria Termine coniato da Marianne Hirsch negli anni Novanta. Arrivata da bambina negli Stati Uniti, Marianne fa parte di una famiglia fuggita dall’occupazione nazista. Cresce e si forma nelle strutture educative americane e anche se bambina al momento del trauma, rimane comunque figlia di sopravvissuti. Abbastanza avanti nei suoi studi, si interessa alla graphic novel Maus (Spiegelmann). Prima di una serie, la graphic novel è scritta da un autore con un’esperienza di vita simile a quella di Hirsch, che crea un linguaggio per trattare, in quanto figlio, la presenza di un trauma all’interno della propria famiglia. Lo studio di Hirsch parte anche dalle fotografie, le cosiddette family frames. Ne emerge che il trauma si tramanda di generazione in generazione e che è necessario fissarlo in un momento preciso, per riuscire a farci i conti. Il problema però è molto ampio: ci sono delle resistenze profonde ad aprirsi sull’orrore vissuto. In particolare, alcuni testimoni diretti non sono creduti dall’opinione pubblica, il che scoraggia tantissimi altri a raccontare, e li costringe a ritirarsi nel silenzio. Anche perché, dopo aver vissuto un trauma simile, raccontarlo e non essere creduti è vissuta come una seconda tragedia. Hirsch sostiene l’importanza di tematizzare la memoria e soprattutto la post-memoria, quella delle generazioni successive ai testimoni diretti, e analizzare le modalità nelle quali essi si manifesta. La memoria dei fatti va sempre più allontanandosi, il problema della post-memoria diventa sempre più centrale, come renderla accessibile alle generazioni successive? A. Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, 1999 Affronta il problema della memoria nella società occidentale. Lottmann: “La cultura è memoria del passato”. Si parla di memoria collettiva, non di quella individuale. Trattazione ampia di come la cultura umana ha manifestato la necessità del ricordare. P. Levi, I sommersi e i salvati Tratta del rapporto tra due gruppi di persone. Il primo capitolo affronta proprio il tema del ricordo, in particolare la fallacità del ricordo individuale. Una volta che il testimone non è

scuola filosofica in senso stretto. Non è una scuola filosofica in senso stretto, bensì una scuola di pratica della ricerca che si muove in svariati ambiti: sociologia, psicologia, filosofia e anche studio della cultura, con attenzione ai nuovi mezzi di comunicazione di massa. È formata quindi da filosofi in senso lato, che operano a partire dagli anni ’20 fino ad arrivare agli anni ’70. Il nucleo fondativo di questa scuola è composto da Horkheimer, Adorno, Benjamin e Marcuse; tutti studiosi tedeschi e nati più o meno nello stesso periodo, condividono percorsi di vita e di studi con molti punti in comune, finendo per l’avere destini biografici piuttosto simili. All’inizio del secolo, Austria e Germania sono il cuore pulsante del rinnovamento culturale e filosofico europeo: sono attivi Marx, Hegel e Freud, gli autori che marcano con maggior peso lo sviluppo filosofico dell’Occidente. Questi capisaldi ritornano sono un punto di partenza imprescindibile nello sviluppo del pensiero degli esponenti della Scuola di Francoforte: in particolare, le figure di riferimento sono Weber, il padre della sociologia moderna, Marx e Freud. L’obiettivo è ampliare gli orizzonti della sociologia e dello studio psicanalitico freudiano: in particolare, spostare la psicologia della profondità interiore di Freud dal singolo individuo alla più ampia collettività. Operano quindi una sintesi tra istanze marxiste e freudiane. Così come il soggetto freudiano è frustrato perché non riesce a soddisfare i propri desideri, la società moderna reprime i naturali istinti dell’uomo e gli provoca insoddisfazione, che sfocia nella rabbia, e successivamente nella violenza. Paradossalmente quindi, la società porta alla propria auto-distruzione. Gran parte dei membri della scuola sono ebrei, che quindi vivono in prima persona lo sfociare violento della dittatura nazista. Nel loro caso specifico ne sono le vittime dirette, in quanto esuli, costretti ad abbandonare la Germania. La migrazione verso gli Stati Uniti da un lato porta all’espansione del bacino di lettori che vengono a contatto con le teorie della scuola, evitando che rimangano all’interno del dibattito europeo. Per esempio, Adorno diventa uno degli ispiratori dei movimenti di contestazioni giovanili del ’68 americano, anche se lui stesso si distanzierà dalle istanze proposte in questa sede e non le condividerà. 1936: Horkheimer fonda la Rivista per la ricerca sociale, che diventa un importante luogo di dialogo interdisciplinare tra studiosi appartenenti ai più disparati ambiti del sapere. Oltre alla questione razziale, che costringe gli intellettuali a fuggire è anche l’orientamento politico. Prendendo come riferimento e caposaldo Marx, la scuola è sostenitrice di posizioni politiche socialiste avverse al regime nazista. Non si tratta di una scuola filosofica in senso astratto, bensì il pensiero della scuola viene concepito in partenza come dotato di una forte applicazione e realizzazione pratica. Per Adorno, la filosofia si era concentrata erroneamente sul tentativo di spiegare la realtà oggettiva, cercando di dare struttura e senso logico agli avvenimenti una volta che questi si erano compiuti. Secondo lui, la filosofia dovrebbe essere un vero e proprio strumento per interpretare la realtà e il presente, in grado quindi di agire concretamente sull’attualità, di modificarne il corso permettendo alla società di cambiare. La filosofia adorniana è quindi una filosofia rivoluzionaria, non più descrittiva. E gli esponenti della scuola sono i primi a

mettere in pratica questa convinzione, rivolgendo la loro ricerca all’attualità e attivandosi in modo pragmatico, utilizzando metodi come quello del sondaggio. ADORNO: essendo più giovane, inizialmente Adorno affianca Horkheimer, tanto che no dei suoi primi testi, scritto a quattro mani con quest’ultimo, è La dialettica dell’Illuminismo. Fonda il suo pensiero sulla base degli studi di Horkheimer, per il quale esistono due tipi di ragione, e una delle due ha preso il sopravvento sull’altra. Una è la ragione oggettiva, che ci porta a spiegare il mondo, a cercare la verità. Già a partire dall’Ottocento, e in particolare nel Novecento, questa viene sostituita da una ragione soggettiva, strumentale: una ragione che non si interessa tanto delle motivazioni e dei perché, più invece al come, attenta quindi all’efficacia dei mezzi. Si passa quindi dal polo della verità al quello dell’utilità delle cose: dal sapere fine a se stesso, in quanto tale, alla tecnica utilitaristica, cioè per trovare le soluzioni migliori per raggiungere determinati obiettivi. Questo è un cambio di paradigma radicale, perché l’uomo non si chiede più il perché delle cose che fa, dato che è troppo occupato dall’agire, dal produrre. Secondo Adorno, è proprio questo sentimento di alienazione che è alla base dell’insorgere dei totalitarismi. C’è un totale scollamento tra l’azione e la ragione per cui quell’azione è compiuta. Meursault all’inizio del romanzo camusiano? Questo cambio di paradigma trova le sue origini più lontane nell’Illuminismo, periodo in cui si afferma un modello di pensiero, una mentalità borghese, positivista e ottimista. Il focus è un’evoluzione finalizzata ad un progresso tecnologico e industriale. Adorno afferma di trovarsi in un’epoca in cui la scienza e la tecnica hanno soppiantato il pensiero critico e sono diventate i principi cardine della società. Questo procura nell’uomo un senso di straniamento e schiavitù, perché le azioni che esso compie non sono sostenute da un ragionamento. Ne consegue che il soggetto non è libero ed è facilmente soggetto a schiavitù e repressione. Si crea così una nuova categoria di schiavi. Come tanti suoi contemporanei, Adorno nota come paradossalmente la tecnica sia nata come schiava dell’uomo e sia diventata uno strumento di schiavitù, perché non è più controllabile e l’uomo ne è diventato dipendente. Ne risulta una società frustrata, asettica, pronta ad accettare qualsiasi barbarie. Per quanto riguarda la cultura, Adorno ha uno sguardo pessimistico verso quella che rinomina lui stesso “industria culturale”. Accusa la filosofia tradizionale di non aver guardato in avanti, ma di essersi limitata a giustificare i motivi della funzionalità del mondo, cercando di incasellarlo in strutture ordine per dargli un senso. Il problema è che così facendo, la filosofia ha sempre nascosto la disarmonia intrinseca alle cose, mentre si sarebbe dovuta preoccupare di sottolineare l’inspiegabilità del mondo. Sostiene il bisogno di un’arte che sia rivoluzionaria, che mostri la realtà nella sua disarmonia, che sia un’arte di rottura. L’arte è invece asservita alla società e alla sua organizzazione, per questo motivo appunto la rinomina “industria culturale”, serva di un sistema industriale. Il suo fine non è la produzione di beni, come nell’industria propriamente detta, ma la produzione e la proposta di un modello di pensiero. Il prodotto dell’industria culturale ha come scopo quello di modificare il pensiero del fruitore di quel bene e creare un consumatore ideale, non più in grado di distinguere ciò che desidera da ciò che non desidera. I consumatori

sistematicità delle esplosioni di violenza interne alla società stessa. Adorno fornisce esempi concreti di questo aspetto della società: in primis, l’esperienza dei campi di concentramento, per poi citare anche la bomba atomica, che fu sganciata senza un motivo veramente valido su migliaia e migliaia di civili. Così, un atto di potenza diventa una vera azione di potenza, in cui una collettività decide di agire semplicemente per mostra che può farlo. Adorno arriva alla conclusione che il genocidio ebraico non è un unicum nella storia umana occidentale, citando anche il genocidio armeno da parte della Turchia all’inizio del secolo. L’uomo moderno, dunque, dato il suo retroterra culturale illuminista e borghese, porta dentro di sé queste prerogative, sono principi radicati nella società, su cui è quasi impossibile agire direttamente secondo Adorno. Bisogna dunque rivolgersi al singolo individuo, perché solo lui può contrapporsi a questo sistema, dato che la società è diventata troppo totalizzante. Per fuggire alle logiche di questo ingranaggio disumanizzante, il fine dell’educazione deve essere quello di acquisire una maggiore consapevolezza. Già ne Il disagio della civiltà, Freud parla di psicologia delle masse. Secondo le certezze freudiane sull’altruismo dell’uomo sociale, la società dovrebbe proteggere i più deboli, ma essa fa il contrario e anzi, cerca di annientarli usandoli come capro espiatorio, e nel processo disintegrando il suo essere società. Il totalitarismo cerca di infantilizzare tutta la società, rendendola incapace di decidere per se stessa e facendo in modo che ogni persona sia ridotta ad uno stato infantile, recettivo e privo di strumenti critici di analisi. BILDUNG: vincolo. Adorno parla di Bildung per intendere quel vincolo per cui un uomo non fa una cosa solamente perché qualcuno dall’esterno gli dice di non farla. Una volta caduto l’ancien régime, si crea in Europa un vuoto di autorità, viene a mancare una delle due parti, e secondo Adorno l’uomo non aveva ancora la consapevolezza per gestire questo tipo di libertà. Ha avuto bisogno di qualcuno che prendesse il posto di quella parte, ed è proprio lì che si è inserito il nazismo. Non si era dunque ancora sviluppata una coscienza morale abbastanza forte da imporsi autonomamente: l’uomo era impreparato ad autodeterminarsi. Si scaglia contro il “cieco predominio di ogni collettività”, l’idea di uomo come animale sociale, che ha bisogno di una collettività per affermarsi. – finale di 1984 > tortura come strumento per piegare le coscienze. Annullamento dell’individualità per integrarsi nella collettività. Feticizzazione della tecnica > incapacità dell’uomo di amare > freddezza e perdita dell’empatia. Uomo che non si sente amato dalla propria società, non è più in grado di amare > non sa più provare empatia. Martin Niemöller, poesia “prima di tutto vennero a prendere gli zingari…” Löewenthal Molto pratico – discorso alla base della formazione dei totalitarismi. Individua nel terrore il principale meccanismo di messa di atto di determinate barbarie. Terrore radicato nella

civiltà moderna. Presupposti simili a quelli del saggio di adorno > principi di praticità – caratteristiche intrinseche alla società, e non delle devianze.

  • Immediatezza e onnipotenza: cancellare ogni legame razionale tra le decisioni del governo e il destino individuale – non c’è più una logica nella legislatura. Le decisioni del governo diventano incomprensibili alla popolazione, non ci sono motivazioni concrete. Internati ed esterni completamente tagliati fuori da una dialettica con il resto della società > scatta il terrore: potrei finire io nei campi di concentramento, perché? Non lo so dato che non so neanche perché ci sono finiti gli altri. Non c’è più un nesso causale tra azioni e conseguenze > frammentazione della coscienza – azione per sopravvivenza.
  • Collasso della continuità dell’esperienza
  • Crollo della personalità – l’uomo non è più un individuo, ma un fascio di reazioni. Trauma è subire ma anche agire > entrambi vittime del terrore.
  • Nudo darwinismo sociale > l’unico scopo dell’uomo è la sopravvivenza – figure dei Kommandos
  • Metamorfosi in “materia prima” > uomo diventa merce. La morte ha un’utilità. 09/10/ Memoria Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale Traduzione dal tedesco. Assmann cerca di tracciare le modalità in cui la letteratura e altre forme d’arte conservano traccia e interpretazione di eventi collettivi di carattere traumatico. Opera una distinzione fondamentale tra memoria come “vis” e memoria come “ars ” (forza e tecnica). Recupera la terminologia latina perché dice che la memoria come forza attiva è diversa dalla mnemotecnica, che ha la funzione di ordinare lo spazio del ricordo, di immaginare il ricordo in uno spazio articolandolo in loci et imagines. Si tratta di una tecnica di memorizzazione antica, di uno strumento di archiviazione mentale. Queste capacità hanno bisogno di immagini, sulle quali gli antichi agganciavano dei ricordi e dei temi. La memoria come “vis” si riferisce ad un processo soggettivo, che richiede un’attivazione condizionata dal tempo. Nel tempo di un essere umano, la vis non è una tecnica, bensì cambia costantemente. Essendo un processo soggettivo, attiva un ricordo e lo rielabora. Facendo questa operazione, ovviamente il ricordo cambia in modo sempre diverso (nonostante il nucleo non cambi), in funzione di come siamo nel presente. Mnemotecnica è sempre più estroflessa perché fa affidamento a supporti esterni. La “vis” invece è personale e, secondo Assmann, fondamentale nella costruzione letteraria. Prima di continuare, è necessario sottolineare i due significati diversi delle parole Shoa e Olocausto. Shoah significa letteralmente “catastrofe, disastro”, mentre Olocausto indica nello specifico un “sacrificio di espiazione”. Quest’ultimo è meno preferibile per questo sottinteso religioso, che implicherebbe che il trauma sia stato provocato per una causa specifica, mentre sappiamo che questa necessità di sacrifico espiatorio non ha nulla a che vedere con le scelte nazionalsocialiste.

Anche nel caso della second generation, la fotografia è estremamente cruciale > linguaggio attraverso il quale si mantiene un filo con la generazione precedente > attivazione della “vis” – si innesca un rapporto con queste fotografie e la memoria che esse suscitano. Riferimenti a roland barthes e a susan sontag > introduce nello studio della post-memoria l’importanza dei family frames. Congiunzione della dimensione pubblica e di quella privata – ambito familiare come uno spazio fratturato, attraversato da traumi, soggetto a segni e rotture che denunciano conflitti storici ed ideologici. Le fotografie offrono un prisma attraverso il quale studiare lo spazio postmoderno della memoria composta da tracce frammentarie. Discorsi che non riguardano il privato – si manifestano tramite strumenti di pubblico dominio, come il romanzo. Esitazione – il prefisso post potrebbe implicare che siamo al di là della memoria. Non vuol dire dopo la memoria, ma una memoria trans-generazionale. Non è pura e semplice storiografia perché si attiva tramite una profonda connessione personale al fatti storici – la post- memoria viene quindi ‘attivata’, come la vis. Diventa un elemento storiografico nel momento in cui viene cristallizata in un’opera artistica. Molto potente perché la connessione con l’oggetto ola fonte della memoria non è una raccolta di dati, ma è resa possibile da una creazione e un investimento dell’immaginazione. Implica e necessità della creatività. Port memory si basa sull’attivazione della vis, proede non attraverso una raccolta di dati ma attraero un processo creativo e un investimento dell’immaginazione. Autori della seconda generazione rimangono si fedeli al dato storico, ma devono creare una narrazione. Caratterizza l’esperienza di coloro che sono cresciuti ascoltando storie di avvenimenti che non hanno vissuto in prima persona. Scrivere di qualcosa che non si è vissuto direttamente, che è stato solamente raccontato, letto, etc. gli eventi traumatici che danno forma alle generazioni precedenti sono ereditati, ma non direttamente, perché devono essere rappresentati. Il concetto di post memory si può usare nei casi di seconde generazione in riferimento ad eventi che riguardano un trauma, ma non necessariamente quello della shoah. Raczymow, mémoire trouée – seconda generazione come hirsch. “orfani di quel mondo” – condizione di esilio da una vera e propria identità > senso di orfanità, di essere esiliato da un mondo a cui si è legati, ma con cui non ha effettivamente dei legami. Attraverso family frames e racconti possiamo attingere ad una presenza, ma è una presenza che non abbiamo vissuto, quindi un’assenza – compito di ricomporre qualcosa che è mancato a chi ha vissuto i fatti in prima persona, cioè la possibilità di elaborare il trauma. Nella prima generazione, a parte alcuni casi eccezionali, nessuno riesce ad andare oltre e superare il lutto. Hirsch conia questo termine nell’era dei ‘post’. Oscillazione tra continuità e rottura: nel post permane ciò rispetto al quale ci si considera postumi. Post-memoria e letteratura : post memoria non esiste al di fuori degli oggetti culturali che la concretizzano > colmare il vuoto dato dalla non conoscenza, dai frammenti di racconti o dalle tracce del passato. Elaborazione di una dicibilità di certi eventi – raccontare qualcosa di non raccontabile, cioè il trauma. Psicanaliticamente parlando, il trauma si caratterizza proprio per la difficoltà di verbalizzarlo, ancora prima di elaborarlo. Capacità formatica, cioècapacità di dare forma. Operazione che mostra come i linguaggi sono in grado di dare

forma tra sé e i contenuti a cui rimanda. Cristina demaria, semiotica – si riferisce al cinema e alla memoria prostetica, in particolare ai documentari. Quando analizziam una scrittura del trauma, andiamo a vedere come il linguaggio reinterpreta degli eventi e nello stesso tempo di mostra come diverso dagli eventi che racconta > non c’è un’adesione completa. Allontanandosi, raccontando eventi traumatici, ne permette la reinterpretazione e ci permette di vedere come allo stesso tempo il modo in cui lo fa. Quanto più riusciamo a distanziarci dal trauma e a metterlo in collegamento con il presente, tanto più si dimostra la capacità formativa del linguaggio. Se accostiamo il termine letteratura al termine trauma c’è una differenza fondamentale: il testo letterario è espressione mentre il trauma è proprio la crisi dell’espressione > impossibilità di elaborare, creando una distanza. Modernità viene portata dalla psicanalisi nel significato di trauma – entra nella critica letteraria > critica psicanalitica (orlando, lavagetto, etc). possibilità che nel testo ci sia la traccia di un trauma e fare molta attenzione > ha a che fare con una crisi della rappresentazione. Freud conia questo termine negli studi sull’isteria e nell’uomo mosé + al di là dello studio di piacere. Medico con interessi per la malattia psichica > si costruisce un metodo, per esercitare la sua scienza, come tutti i grandi iniziatori. Il trauma non è l’effetto diretto di un evento, ma è dovuto al ritorno dell’evento in forma di memoria e di sintomo – traccia che annuncia un malessere e lo rende visibile. Chi è traumatizzato può o dimenticare (rimozione – o in caso di demenza, unico modo in cui davvero c’è una cancellazione) o cercare di elaborare il trauma. Anche quando non ci si ricorda, trapelano all’occhio del medico gesti, aspetti psicosomatici, sintomi che denunciano qualcosa. Trauma: dialettica tra due momenti: l’evento e il ricordo dell’evento, latenza temporale – accesso al trauma è condotto attraverso una comprensione dei segni, delle tracce – interpretazione. Leggono il testo come portatore di traumi, di esperienze particolarmente violente. Il trauma non riesce a diventare memoria conscia – difficoltà della rappresentazione. Patisce il ricordo in una forma di ripetizione di una scena, determinate parole > non c’è allontanamento, non c’è rielaborazione ma si rivive ogni volta lo stesso momento. Memoria narrativa che non si limita a ripetere il passato, non lo racconta in quanto evento passato, ma lo racconta attraverso un processo di visione lontana del trauma. Riferimento a i sommersi e i salvati, capitolo 1: La memoria dell’offesa: in apertura dice che la memoria è fallace. In incipit dell’ultima opera scritta – votato alla narrazione, ma la memoria è fallace > dubbio che ha vissuto negli anni immediatamente successivi alla liberazione: il dubbio di ricordare male. Se lo chiede già ne La tregua. Tema che riaffiora, insieme a quello della possibilità di non essere creduto. Dubita di quello che ha vissuto, perché ha vissuto un’esperienza traumatica. Centra il problema ponendosi sia all’interno che all’esterno della narrazione: ha subito il trauma e al tempo stesso vulole raccontare e ricordare – teme di dimenticare. Posizione che avrebbe condotto ad una stati, ad un’impasse. Come fare a rappresentare il trauma se il trauma è una crisi della rappresentazione? Riferimenti importanti come cathy caruth > non si può sorgere dal trauma attraverso il racconto narrativo, che invece costringe il traumatizzato solamente alla ripetizione. 11/10/ Paesaggi della memoria, P. Violi

Negli anni novanta la nozione di trauma esce dal campo psichiatrico e entra in quello delle scienze umane. Cathy caruth e dominick la capra > trauma come modello e strumento di lettura della contemporaneità. Due correnti di segno opposto di interpretazione: una mimetica (caruth), che vede il trauma come irrappresentabile, una costruttivista che vede nella scrittura una forma quasi terapeutica per il soggetto. Caruth – prospettiva decostruttivista. Porta dall’idea della coazione a ripetere (centro della riflessione) - non c’è una distanza tra il soggetto e ciò che il soggetto cerca di rappresentare. Si appoggia a scienze neurobiologiche (van der kolk) : trauma lascia un’impronta, una ferita tale da precludere qualsiasi possibilità di rappresentazione. Viene criticata di ridurre il trauma a cause neurobiologiche, prettamente mediche. Esempi su questa linea. La banalità del male di hannah arendt – processo ad eichmann a gerusalemme. Interpretazione del processo (’61) – reportage. Dubbi resistenze discussioni con gli amici. Interpreta con la banalità del male: il suo comportamento è “tipico”, uguale a quello di tutti gli altri – non è un’eccezione, un individuo normalissimo > orrore. Caso emblematico: i testimoni che vengono chiamati a processo non possono superare il trauma, ma lo rivivono tragicamente. Nel momento in cui potrebbero finalmente essere ascoltati, addirittura dalla legge, molti di loro non ce la fanno. Mostra che cos’è la coazione a ripetere, la difficoltà di testimoniare quando c’è di mezzo un trauma. Impossibilità di avere a che fare, al punto che il corpo collassa – vengono meno le funzioni dei sensi, nonostante l’intezione di dare il proprio contributo. Prospettiva costruttivista Dominick la capra, storico. Posizioni meno rigide rispetto a caruth. Si interroga sul ruolo del testimone e sul proprio ruolo nel momento in cui entra in contatto con portatori di trauma. Mentre in precedenza, gli storici del genocidio si limitano a dare informazioni, ricostruire i fatti oggettivamente. Si pone il problema del proprio punto di. Visto rispetto al rapporto con le fonti, che sono persone in carne ed ossa. Usa concetti pscinanaliti con una finalità non medica, ma socio-politica: acting out e workinf-through. Il primo ripetizione continua del passato, impossibilità di andare oltre. Il secondo elaborazione che permette di di narrativizzarlo e in alcuni casi anche superarlo. Applica questi concetti anche allo storico

  • osserva quello che accade allo storico quando entra in contatto con il trauma, anche per chi è coinvolto nella ricostruzione di eventi traumatici > turbamento empatico – pericoloso per lo storico (oggettività come se fosse uno strumento che indaga la materia senza esserne coinvolto) > sfociare in processi di transfer – identificazione con la vittima > perdita di obiettività. Punta sul working through – lo storico diventa un testimone vicario con una precisa funzione etica e sociale > gli permette di non cadere nei processi di transfer il fatto di avere uno scopo, un fine sociale. Assunzione di responsabilità per evitare l’oggettivazione ma mantenere una giusta distanza. Muoversi tra il trauma storico, specifico e soggettivo che porta all’identificazione, e quello strutturale, della collettività. È difficile parlare di impossibilità di rappresentare il trauma: i testimoni hanno continuato a parlare creando un vasto bacino di testimoni vicari, secondari. Passaggio da testimone primario a test secondo è importante da un punto di vista semiotico: il tst secondo ascolta

quello che viene raccontato e lo traduce in un’altra forma, risegnificandolo – nuovo punto di vista, nuove narrazioni che si aggiungono a quell’unico evento traumatico > rielaborazioni molteplici. Genere discorsivo di ogni testimonianza: diverse forme nelle quali tradurre l’evento. Passaggio tra primo e secondo equivale ad una traduzione. Non solo le vittime parlano del trauma. Ogni trauma non è solo analizzabile dal punto di vista individuale, ma anche da quello collettivo e culturale. Alcuni studiosi propongono di estendere il modello individuale alla collettività – trauma collettivo distrugge il tessuto sociale > effetto esponenziale che non si limita alla somma di un trauma individuale, ma si aggiunge a moltissimi di questi. Altro riferimento nel campo sociologico: jeffrey alexander. Una paura collettiva generi un trauma, una situazione di stress che arriva a creare un trauma. Il trauma può essere una costruzione sociale. Comportamenti che scaturiscono e sono conseguenza non di un evento, ma dalla paura che un evento accada. Diverse possibilità di parlare del trauma – patrimonio traumatico: insieme dei discorsi che danno senso e valore (o addirittura creano) all’esperienza traumatica. Si riconosce ai traumi un valore sociale per la collettività. Ci sono anche traumi che non sono particolarmente investiti di valore > storia del trauma resta marginalizzata (schiavitù negli stati uniti) > dipende dal momento in cui una società prende coscienza degli eventi. Il trauma e la sua memoria ha bisogno di una forma per essere conosciuto > pluralità di memorie diverse in tensione e conflitto tra diloro rispetto ad un unico evento. Violi distingue tre livelli di memoria:

  • Embodied: memoria incarnata dalle vittime e dei sopravvissuti, esperienza di sofferenza - non scompare mai del tutto, l’abbiamo a disposizione grazie alla tecnologia (trascrizioni, filmati, registrazioni) – legata comunque a determinate condizioni temporali;
  • Pubblica: immagine del passato pubblicamente discussa. Diversa da quella conservata dagli organi istituzionali – può anche arrivare a mettere in crisi la memoria istituzionale, se questa non è abbastanza fedeli agli avvenimenti storici; luogo della memoria pubblica prima i giornali, ora i nuovi media. Estremamente mutabile, insieme di artefatti: prodotto di discorsi e discussioni che emergono dagli oggetti artistici (memory work). Prende spunto da qualcosa che già esiste per criticare ciò che esso rappresenta o per riscrivere una determinata storia, un determinato evento o personaggio. Due posizioni: cancel culture e il suo opposto (storicizzazione di un riferimento artistico > cancellare non risolve, anzi toglie spazio al dibattito). Ruolo fondamentale perché si continua a ridiscutere e rielaborare determinati avvenimenti. Altri vedono coincidere memoria pubblica e memoria istituzionale: entrambe trattengono e selezionano determinati eventi > la critica si istituzionalizza.
  • Culturale, in senso ampio. Non scaturisce da nessun patto con le istituzioni – veniamo in contatto con i testi letterari, con le azioni discorsive. Tende a maggiore pluralità, dimensione inclusiva, solo aggiunta di possibilità narrative, senza una scelta.

posizionata la bomba > breccia nel muro che non è autentica (l’ala interessata era sta distrutta dall’ordigno). Fraintendimento del visitatore: può credere che il cratere sia vero > breccia che in realtà è simbolo della ferita che l’evento traumatico ha lasciato nella nazione, più in particolare nella città di Bologna > sito del trauma IBRIDO >> paradosso dell’autenticità: fino a che punto nel caso del sito del trauma? (espressione di Assmann) – atto che cerca di conservare l’autenticità del luogo inevitabilmente ne implica la perdita. Per esempio, la trasformazione funzionale da luogo a museo. Una volta musealizzati, i siti del trauma cessano di essere tali? Primo Levi in visita ad Auschwitz (molti sopravvissuti hanno questa impressione). Quanto più il luogo è snaturato e trasformato in funzione di una fruizione, tanto più questo mette in scena il paradosso dell’autenticità > si dovrebbe propriamente parlare di “effetto d’autenticità”. Crediamo di sapere, o sappiamo, che in un determinato luogo, quindi ci andiamo > bisogna conoscere ciò che è accaduto affinché la visita abbia un senso. Autenticità è un’attribuzione a posteriori > va conservata. Istituzione di musei > diversi tipi di funzionalità. Differenza tra museo e un altro. Siti del trauma e legame con i nuovi musei – si differenziano perché RIPRESENTANO il passato, non lo rappresentano. Coinvolgimento del visitatore > provare delle sensazioni, non solo offrire delle conoscenze – stessa finalità del sito del trauma, ma con metodi e strumenti diversi: prende oggetti e li ricolloca all’interno di uno spazio, slegato dal sito del trauma originario. In un museo, costruito ad arte, possono avere una sensazione di realismo e verisimiglianza, ma non quella di autenticità, impressione legata prettamente ai siti del trauma. Ogni sito del trauma nasconde delle strategie, legate alla tecnica del resturo:

  1. Ripristino, ricostruzione à l’identique: ricostruzione completa delle parti degradate o distrutte;
  2. Restauro critico: indica ciò che è stato inserito come nuovo – rilettura in chiave storica dell’edificio;
  3. Restauro creativo: conservazione del passato e forti interventi innovativi, per esempio quello della stazione di Bologna. Chiarezza metodologica > spesso a conservazione opaca, in bilico tra ripristino e conservazione, occultando però gli interventi restaurativi. Differenti politiche di restauro implicano differenti politiche della memoria. Differenza tra sito del trauma e museo: gli oggetti o le immagini contenute al suo interno sono secondarie rispetto al luogo fisico. La parte più importante è il luogo – museo valorizza qualcosa che è al suo interno. Sito non trasmette una memoria solamente, ma veicola un sistema di valori: intenzione e funzione della conservazione. Musei si occupano del sapere, a scopo didattico – nei siti del trauma, la dimensione che interessa è quella emozionale, del sentire. Conoscenza è già soddisfatta, attrazione del “dover vedere”, condividere attraverso la visione, caricarsi di un pezzetto di storia il più possibile direttamente. Oggetti Quelli contenuti in un museo tradizionale, hanno una natura diversa dagli oggetti “personali”, senza intenzionalità artistica da parte del possessore. Si tratta di “reperti”: viene dal passato, una traccia di qualcosa di più grande che è andato distrutto. Anche gli stessi strumenti di tortura. Oggetti raccolti per “rispetto”: anche questi sono una

sineddoche delle persone a cui sono appartenuti – non ci resta nient’altro. Oggetti che parlano della vita del campo: quell’assenza di persone nel sito del trauma è riempita da questi sostitutivi > producono intensità patetica – maggiore effetto di realismo, quando visitiamo un sito del trauma, vuoto dei suoi protagonisti. Oggetti sono segni di se stessi: oggetti privati che assumono una funzione pubblica. Non sono più semplicemente loro stessi, ma significano qualcosa di più rispetto al loro uso originario. Oggetto avvicina alla persona singola > personalizzazione del luogo. Testimonianza vicaria: attraverso la patemizzazione il visitatore è sollecitato in tutti i modi ad empatizzare con la sofferenza > qual è il ruolo del visitatore? Può configurarsi come una testimonianza vicaria – a differenza dello storico (responsabilità morale), il visitatore non si pone necessariamente la questione. Abusi dell’empatia > avvicinamento che può portare all’offuscamento. I siti del trauma possono suscitare diverse reazioni, oltre all’empatia (che non è scontata). Violi parla di “memoria prostetica” (Allison Landsberg): memoria di eventi non direttamente vissuti che si attiva attraverso la mediazione di un mezzo di comunicazione. Violi critica questo aspetto: persone possono talmente credere di immedesimarsi al punto di credere di potersi mettere sullo stesso piano delle vittime primarie > Violi pone l’accento sul problema della spettacolarizzazione. Tutto ciò che ci spinge a vivere in maniera prostetica gli eventi del passato, non deve arriva al punto di illuderci di poterci identificare con le vittime. In alcuni siti del trauma, il visitatore viene invitato a sperimentare quello che le vittime potrebbero aver patito. Visitatore spinto a diventare vittima vicaria attraverso processi di identificazione – tentativo di ricreare un’esperienza. Esempio della risiera di San Sabba a Trieste – restauro “patemico”, che punta ad una forma di “vittimizzazione surrogata”. L’identificazione non coincide con il rispetto della vittima. Saturazione negativa: esistono siti che lavorano sulla trasposizione metaforica di senso. Caso di Treblinka: dopo la guerra non era rimasto niente. Ciò che vediamo è un memoriale costruito negli anni ’60, costituito da 17000 stele spezzate di granito, tanti quanti furono i morti in quel luogo (tutte diverse). Introduce in un’assenza totale qualcosa che riempie quel luogo, ma rimane artificioso. Siti che tendono a lasciare una “fame” di storia – visitatore più emozionato che informato. Children’s Holocaust, Memorial – Yad Vashem (Gerusalemme): intenso coinvolgimento sensoriale > uso degli specchi serve a disorientare il visitatore. Funziona perché è uno spazio diverso rispetto a tutto il resto dello spazio del memoriale (filmati, ricostruzioni, immagini, fotografie). Spiazzato nell’interpretazione di questo spazio, ma segue un filo conduttore conoscitivo, non solamente spettacolarizzante. 11/10/ Trauma studies

E' un'improvvisa rottura dell'io a seguito di un eccesso di emozione. La mente è coinvolta da questa pressione forte che il corpo ricevere e cerca di elaborare qualcosa che le permetta di capire ma questo tentativo di interpretazione non va. Freud ---> Riferimento alla Gerusalemme liberata in cui Tancredi rivive la morte di Clorinda (XIII canto), lui fa esempi letterari per far capire le sue teorie alla società F. ha bisogno anche di dimostrare che queste teorie sono antiche e non le ha inventate lui, si può trovarne traccia nella letteratura. TRAUMA COLLETTIVO Dopo la guerra del Vietnam emerge molto il PTSD. Questa patologia abbraccia anche l'Olocausto, dove non c'è una vera e propria battaglia. Arriviamo anche all'11 settembre, il concetto di trauma prende significati sempre nuovi tanto quanto sono le forme di violenza. Anche lo spettatore di una tragedia collettiva subisce il trauma, da un'altra prospettiva certo, ma non meno gravemente. L'estensione progressiva del concetto di trauma lo fa uscire dal campo della psichiatria fino a quello di scienze umane. Ecco perché sono molto importanti studiosi che non hanno formazione medica. critica letteraria Cathy Caruth storico Dominik LaCapra Grazie a loro il disturbo diventa modello di lettura della contemporaneità, che mira a ripensare alla nostra storia più recente a partire da quello che ormai è diventato il trauma per antonomasia, l'Olocausto. Traumatiche sono anche le esperienze come le epidemie, ad esempio la peste di cui si parla nei PRomessi sposi. correnti di pensiero -MIMETICA = il trauma è irrapresentabile, prospettiva decostruttivista (Caruth) -ANTIMIMETICA = la scrittura è una possibilità di terapia, prospettiva costruttivista CATHY CARUTH Prospettiva decostruttivista (come Freud). Parte dall'idea della coazione a ripetere, quindi il trauma ripetuto sempre non consente alle vittime di rappresentare la loro esperienza ma solo di performarla all'infinito. La studiosa si appoggia alle neuroscienze, secondo alcune teoria infatti il trauma lascerebbe addirittura un'impronta nel cervello. La critica principale mossa nei suoi confronti riguarda proprio l'impossibilità di ridurre il trauma a fatti biologici. DUE CASI EMBLEMATICI

La banalità del male (Eichmann in Jerusalem. A report on the banality of even) + film Shoah (Claude Lanzmann, 1985) reportage del processo al nazista tenutosi a Tel Aviv nel 1961. Arendt dice che E. non è un mostro ma uno dei tanti che hanno commesso un omicidio. Lo riduce a una persona che semplicemente firmava delle carte. Ci si aspetta un mostro al processo ma in realtà è uno come tanti. Molti testimoni non riuscirono a rivivere il trauma durante il processo. C'è proprio impossibilità di avere a che fare al punto che il corpo collassa. Il testimone K-Zetnik addirittura cadde in coma. Non erano testimoni obbligati ma intenzionati a testimoniare. DOMINIK LACAPRA 'Writing history, writing trauma' 2001 Si concentra sul ruolo dello storico e non solo su quello del testimone, visto come fonte. Usa concetti psicoanalitici che non hanno finalità medica ma etico-politica. -ACTING OUT = ripetizione del passato che non consente altro che viverlo -WORKING-THROUGH = elaborazione del trauma che consente di narrativizzarlo e in alcuni casi anche di superarlo i due concetti possono integrarsi fra loro LaCapra applica questi concetti anche allo storico e osserva quello che accade allo storico e dice che questi processi valgono non solo per le vittime ma anche in chi è coinvolto nello studio dei processi traumatici. Lo studioso prova un 'empatic unsettlement' (turbamento empatico). E' un problema perché lo storico deve essere oggettivo, ma è un essere umano e quindi eè portatore di riferimenti culturali e anche di traumi, non vuole mettere a tacere quello che sicuramente anche gli altri colleghi hanno esperienziato senza però parlarne. Il pericolo è il TRANSFERT, entrando in empatia con la vittima può rischiare di non vedere la storia con gli occhi dell'oggettività, come esce da questo dilemma LaCapra? Punta sul working through, gli storici a contatto con le vittime diventano essi stessi testimoni con una precisa funzione etica e sociale che permette di non cadere nella trappola del transfert. In quel caso, infatti, il lavoro non sarebbe utile per la società. L'empatia è importante per evitare un'oggettivazione dell'oggetto di studio che è una persona, però bisogna trovare una certa distanza che eviti l'immedesimazione, due strategie: -absence, trauma strutturale ----> si riferisce a un'intera epoca, mette in relazione l'evento con la storia generale -loss, trauma storico ----> si riferisce a un evento specifico