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profilo autobiografico, Appunti di Scienze Della Comunicazione

profilo autobiografico calvino

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 10/11/2020

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matilda-carchen 🇮🇹

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Per comprendere la ragione di un pseudonimo che sembra voler
affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver
presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste
alla Porta Orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli
elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione
straniera attirarono nella vecchia città latina. Il nonno d’Italo Svevo
era stato un funzionario imperiale a Treviso, dove sposò un’italiana.
Il padre suo, perciò, essendo vissuto a Trieste, si considerò italiano, e
sposò un’italiana da cui ebbe quattro figliole e quattro maschi. Al
suo pseudonimo “Italo Svevo” fu indotto non dal suo lontano
antenato tedesco, ma dal suo prolungato soggiorno in Germania
nell’adolescenza.1Il padre d’Italo era già un assimilato quando
giovanetto intraprese a Trieste un attivo e lucroso commercio di
vetrami. Non si poteva vivere a Trieste appartandosi dal movimento
delle idee che in questa città laboriosa fu sempre attivissimo e
fecondo. In molte circostanze accanto ai nomi dei più fattivi patriotti
liberali italiani, si può trovare il nome del padre di Italo. Più tardi si
vedrà, al posto suo, quello del figlio. Italo fu direttore della «Lega
Nazionale», della «Società Triestina di Ginnastica» e della «Società
Patria». Nel 1918, alla vigilia della rivoluzione del 30 Ottobre, lo si
vede nelle conventicole preparatorie in casa del deputato Edoardo
Gasser.2Nato il 19 dicembre 1861, Italo Svevo trovò nella casa
paterna un’infanzia felicissima. Tuttavia essendo la madre sua di
carattere dolce e null’affatto autoritaria, al padre parve necessario di
sollevarla dal peso di dover dirigere tanta figliuolanza; a dodici anni
Italo, insieme a due fratelli, fu inviato in un collegio presso
Würzburgo ove doveva prepararsi alla carriera che al padre pareva la
più felice, quella del commerciante. L’insegnamento in quel collegio
non era certamente dei più perfetti, ma, appresa in pochi mesi la
lingua tedesca, il giovinetto aiutato da qualche insegnante, assieme
a varii compagni di scuola e soprattutto uno dei fratelli, Elio (morto a
22 anni) si dedicò appassionatamente allo studio della letteratura.
Conobbe i maggiori classici tedeschi e in primo luogo amò i romanzi
di Friedrich Richter (Jean Paul) che certamente ebbero una grande
influenza nella formazione del suo gusto. Oltre ai classici tedeschi
poté conoscere in traduzioni perfette lo Shakespeare e qualche
scrittore russo, in primo luogo il Turgenev.1Tornato a Trieste a 17
anni frequentò per due anni l’Istituto Superiore di Commercio
fondato nel 1868 dal barone Pasquale Revoltella (che doveva
divenire il nocciolo dell’attuale R. Università di Scienze Economiche).
Furono due anni di lavoro intenso che intanto servirono a chiarire ad
Italo il suo proprio animo e a fargli intendere ch’egli per il
commercio non era nato. Quel gentiluomo ch’era suo padre gli
avrebbe concesso di ritornare agli studii, ma improvvisamente ed
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Per comprendere la ragione di un pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla Porta Orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina. Il nonno d’Italo Svevo era stato un funzionario imperiale a Treviso, dove sposò un’italiana. Il padre suo, perciò, essendo vissuto a Trieste, si considerò italiano, e sposò un’italiana da cui ebbe quattro figliole e quattro maschi. Al suo pseudonimo “Italo Svevo” fu indotto non dal suo lontano antenato tedesco, ma dal suo prolungato soggiorno in Germania nell’adolescenza.^1 Il padre d’Italo era già un assimilato quando giovanetto intraprese a Trieste un attivo e lucroso commercio di vetrami. Non si poteva vivere a Trieste appartandosi dal movimento delle idee che in questa città laboriosa fu sempre attivissimo e fecondo. In molte circostanze accanto ai nomi dei più fattivi patriotti liberali italiani, si può trovare il nome del padre di Italo. Più tardi si vedrà, al posto suo, quello del figlio. Italo fu direttore della «Lega Nazionale», della «Società Triestina di Ginnastica» e della «Società Patria». Nel 1918, alla vigilia della rivoluzione del 30 Ottobre, lo si vede nelle conventicole preparatorie in casa del deputato Edoardo Gasser.^2 Nato il 19 dicembre 1861, Italo Svevo trovò nella casa paterna un’infanzia felicissima. Tuttavia essendo la madre sua di carattere dolce e null’affatto autoritaria, al padre parve necessario di sollevarla dal peso di dover dirigere tanta figliuolanza; a dodici anni Italo, insieme a due fratelli, fu inviato in un collegio presso Würzburgo ove doveva prepararsi alla carriera che al padre pareva la più felice, quella del commerciante. L’insegnamento in quel collegio non era certamente dei più perfetti, ma, appresa in pochi mesi la lingua tedesca, il giovinetto aiutato da qualche insegnante, assieme a varii compagni di scuola e soprattutto uno dei fratelli, Elio (morto a 22 anni) si dedicò appassionatamente allo studio della letteratura. Conobbe i maggiori classici tedeschi e in primo luogo amò i romanzi di Friedrich Richter (Jean Paul) che certamente ebbero una grande influenza nella formazione del suo gusto. Oltre ai classici tedeschi poté conoscere in traduzioni perfette lo Shakespeare e qualche scrittore russo, in primo luogo il Turgenev.^1 Tornato a Trieste a 17 anni frequentò per due anni l’Istituto Superiore di Commercio fondato nel 1868 dal barone Pasquale Revoltella (che doveva divenire il nocciolo dell’attuale R. Università di Scienze Economiche). Furono due anni di lavoro intenso che intanto servirono a chiarire ad Italo il suo proprio animo e a fargli intendere ch’egli per il commercio non era nato. Quel gentiluomo ch’era suo padre gli avrebbe concesso di ritornare agli studii, ma improvvisamente ed

inaspettatamente capitò la catastrofe. Per alimentare il suo commercio il padre aveva intrapresa una grande industria vetraria che finì coll’assorbire tutta la sua sostanza, ed Italo dovette immediatamente entrare piccolo impiegato di corrispondenza alla sede triestina della Banca Union di Vienna. Era pagato secondo gli usi di una quarantina d’anni fa, cioè male, ma ormai il padre precocemente invecchiato dalla sventura non avrebbe saputo riportare il suo commercio alla floridezza, ed era necessario che in famiglia tutti lavorassero.^2 La vita d’Italo Svevo alla Banca è descritta accuratamente in una parte del suo primo romanzo Una Vita. Quella parte è veramente autobiografica. Ed anche le due ore serali di ogni giorno passate alla Biblioteca Civica vi sono descritte. Si trattava finalmente di conquistarsi un po’ di cultura italiana. Per varii anni passò quelle ore con Machiavelli, Guicciardini e Boccaccio. Poi fu introdotto nei suoi studii un qualche ordine dalla conoscenza delle opere di Francesco De Sanctis.^3 Ed intanto anche i contemporanei ebbero grande influenza su lui: il Carducci specialmente. Forse per l’influenza del Carducci – e se ne dichiarò amaramente pentito – non amò in quell’epoca, quando si sentiva abbastanza giovanile per apprendere ancora, il Manzoni. Ma anche la passione per il romanzo francese non gliene lasciò il tempo. Una Vita è certamente influenzato dai veristi francesi. Lesse molto Flaubert, Daudet e Zola, ma conobbe molto di Balzac e qualche cosa di Stendhal. Nelle sue letture disordinate si fermò lungamente al Renan.^4 Però il suo autore preferito divenne presto lo Schopenhauer, e forse fu al grande filosofo che si deve il pseudonimo di Italo Svevo che per la prima volta apparve sulla copertina di Una vita. Alfonso, il protagonista del romanzo, doveva essere proprio la personificazione dell’affermazione schopenhaueriana della vita tanto vicina alla sua negazione. Da ciò forse la conclusione del romanzo secca e rude come il membro di un sillogismo.^1 Trieste era allora un terreno singolarmente adatto a tutte le coltivazioni spirituali. Posta al crocevia di più popoli, l’ambiente letterario triestino era permeato dalle colture più varie. Alla «Minerva» (la Società letteraria triestina) non si trattavano soltanto argomenti letterari paesani o nazionali. Le persone colte di Trieste leggevano autori francesi, russi, tedeschi, scandinavi ed inglesi. E nel piccolo ambiente si coltivava assiduamente e musica e pittura. Italo Svevo si trovò naturalmente attratto da tutti i cenacoli artistici e letterari della sua giovinezza. Un pittore di sei anni più giovane di lui, Umberto Veruda, già celebre, si legò a lui di un’amicizia intima che doveva durare fino alla propria morte. Silvio Benco («Piccolo della Sera» 8 Sett. 1927), facendo la recensione alla seconda edizione di Senilità , si arresta a considerare la figura dello scultore Balli (e Benco aveva conosciuto intimamente lo Svevo e il Veruda) in cui riconosce il Veruda e sintetizza il modello e la copia con le parole seguenti che per la loro precisione non si

ossessioni di Alfonso Nitti son motivi troppo familiari allo Svevo perché già qui non s’enuncino con naturalezza e sufficiente trasporto comunicativo. D’altra parte il grigiore della vita burocratica e la miseria finanziaria e morale della famigliuola decaduta sono espressi con un rilievo che ci ripaga di molte romantiche slavature».^5 Una Vita ebbe un certo successo sebbene non vasto e privo di eco. Domenico Oliva nel «Corriere della Sera» disse che questo romanzo non era dovuto «al primo venuto». Con qualche asprezza gli rimproverò il titolo preso da un capolavoro del Maupassant che, in verità, allora lo Svevo non conosceva. La stampa triestina fece una bella accoglienza al nuovo romanzo, ma l’edizione di mille copie fu pian pianino smaltita in doni che l’autore fece ad amici e conoscenti. (Quest’anno apparirà in seconda edizione coi tipi dell’editore Morreale di Milano). Del resto i pochi critici che del romanzo s’occuparono dedicarono molte parole (purtroppo giustificate) a rimproveri per la povertà di lingua infarcita di solecismi e di formazioni dialettali. A scusa dello Svevo valga la storia del suo destino. Non v’è dubbio che se Una vita fosse stata accolta meglio, già allora lo Svevo avrebbe potuto abbandonare i suoi affari tanto mal retribuiti e rifare un poco la sua educazione letteraria tanto trascurata.^1 Senilità fu pubblicata sei anni appresso dallo stesso editore Vram (poi 1927, in seconda edizione dall’editore Morreale). È il racconto dell’avventura amorosa che il trentenne Emilio Brentani si concede cogliendola di proposito sulle vie di Trieste. Emilio è un impiegatuccio che gode nei circoli cittadini di una piccola fama letteraria e si duole di aver sprecata (e di non aver goduto) tanta parte di vita. Vorrebbe vivere come fa lo scultore Balli, suo amico, ch’è indennizzato dell’insuccesso artistico da un grande successo personale, con le donne specialmente. Finora ad Emilio era sembrato di non aver saputo imitare l’amico per le grandi responsabilità che su lui incombevano, la sorte di una sorella, Amalia, che vive accanto a lui nella stessa inerzia, non più giovine e affatto bella.^2 Subito la sorella è agitata vedendo che il fratello senza alcun ritegno si dedica al giuoco pericoloso e proibito dell’amore, ma presto si convince in seguito all’esempio del fratello e alle teorie del Balli, ch’essa fu ingannata e che l’amore dovrebbe essere il diritto di tutti. Per Emilio intanto la piccola avventura cui aveva voluto abbandonarsi si fa importante proprio in sproporzione al valore morale di Angiolina. Anzi ogni scoperta di una bassezza o di un tradimento di Angiolina non ha altro effetto che di legarlo meglio a lei. Egli sente il suo attaccamento e la sua soggezione a quella donna quale un delitto. Non sapendo imitare il Balli ne invoca l’aiuto. L’intervento del Balli fra i due amanti ed anche tra il fratello e la sorella ha degli effetti disastrosi. Tutt’e due le donne s’innamorano di lui. Inutilmente Emilio tenta di allontanarlo da Angiolina, perché costei gli si attacca, ma con facilità l’allontana dalla sorella che ora

dovrebbe ritornare alla sua prima inerzia e invece segretamente si procura l’oblio con l’etere profumato. Un giorno Emilio trova la sorella nel delirio della polmonite. Richiama il Balli e i due uomini aiutati da una vicina assistono la moribonda. Ancora una volta per aver scoperto un nuovo tradimento di Angiolina, Emilio lascia sola la sorella, ma poi ritorna a lei e le resta accanto finché chiude gli occhi.Questo romanzo dapprima non fu pensato per essere pubblicato. Sei anni prima molti suoi capitoli furono scritti con l’intento di preparare l’educazione di Angiolina, quell’educazione di cui nel romanzo tanto spesso si parla. Angiolina fu la prima che conobbe il romanzo di cui ella era la protagonista. Del resto a Trieste si sanno i nomi di tutt’e quattro i protagonisti di Senilità. Qui non ci sono propositi di filosofia, né le debolezze umane, quella del Brentani in primo luogo, sono sublimate da teoremi.^1 E fu specialmente a proposito di Senilità pubblicata quando il Proust che conosciamo noi non era ancora nato, che si fece il nome di quell’autore d’eccezione. Fu anche scoperta una certa analogia fra i rapporti di Emilio con Angiolina e quelli dello Swann con Odette. Certo il paragone fra i due scrittori non dev’essere condotto troppo oltre. Lo provò Marcel Thièbaut nella «Revue de Paris» (del 15 Novembre 1927) da pari suo: «Il y a en effet dans les livres de Proust beaucoup d’éléments étrangers au roman lui-meme, des reflexions philosophiques, psychologiques qui dominent le récit, attestent l’étendue de sa signification et affirment à chaque instant l’existence d’un Proust penseur placé si nettement et si aisement au dessus de tous les genres, qu’il semble assez arbitraire de rapprocher de lui, fut il excellent, un écrivain dont l’activité intellectuelle s’exerce dans un domaine moins étendu. Ajoutez à celà que Svevo est dans la tradition des romanciers du XVIII siècle, lucide, sèche..... Le roman de Svevo n’est pas indigne de certains points de vue d’être rapproché de telles grandes oeuvres de Dickens et de Tolstoi, qui, par la densité de leur atmosphère, le nombre, la varieté, l’intensité de vie des personnages qui y circulent, prennent dans notre esprit la valeur d’univers autonomes véritables».^1 Bisogna anche ricordare che la frase ch’è tutto propria del Proust, con i suoi luminosi incisi e le sue sapienti complicazioni che ricordano una sintassi germanica, non trovano alcuna corrispondenza nella frase breve e brusca e disadorna dello Svevo. Senz’alcuna malizia né per il Proust né per lo Svevo sia ricordato qui che ad ambedue si rimproverano scorrettezze di lingua.^2 Senz’altro si può asserire che Senilità, dacché fu pubblicata la seconda edizione, è preferita anche alla Coscienza di Zeno. Già il Montale, nell’articolo sopra ricordato nell’«Esame»: Omaggio a Italo Svevo , quando la seconda edizione ancora non esisteva, esprimeva chiaramente tale preferenza. S’associava a lui Umberto Morra di Lavriano («Baretti» del Giugno 1926) e recentemente Sergio Solmi («Convegno» del Gennaio 1928) che

non si decideva d’attribuire a questi il suo insuccesso.^3 Era perciò vano un suo sforzo ulteriore. Credette sempre che anche a chi ha il talento di fare dei romanzi spetti una vita degna di essere vissuta. E se per ottenerla bisognava rinunziare all’attività per cui si era nati, bisognava rassegnarsi. D’altronde egli ben sapeva che la sua lingua non poteva adornarsi di parole ch’egli non sentiva. Non si può raccontare efficacemente che in una lingua viva e la sua lingua viva non poteva essere altra che la loquela triestina, la quale non ebbe bisogno di attendere il 1918 per essere sentita italiana. Il suo sentimento trovava conforto in espressioni simili che gli pervenivano da altre provincie. Ricordava con venerazione e gratitudine un Faldella (senatore del Regno) che scriveva un italiano nel quale egli intendeva di mettere tanta parte del dialetto piemontese quanta ce ne poteva capire.^1 È sperabile che il dialetto triestino s’affini o addirittura scompaia. Lo Svevo s’associava volentieri a tale speranza, ma pensava che prima che tale speranza si compia i suoi romanzi saranno stati dimenticati. I suoi successori alle rive di quell’estremo lembo dell’Adriatico sapranno rimpiazzarli abbondantemente con minor sforzo e dolore. Intanto nell’ora presente due dei suoi romanzi vengono letti e intesi in tutte le parti d’Italia. Ciò che non era da mettere in dubbio in un paese ove ogni piccolo racconto che al pubblico viene offerto gli porta anche – voluto o no – qualche campione di lingua vivente.Lo Svevo continuò a vivere fra violino e fabbrica fino allo scoppio della guerra. Però prima gli capitarono, non voluti da lui, due avvenimenti veramente letterari ch’egli accolse senza sospetto non sapendoli tali.Intorno al 1906 egli sentì il bisogno per i suoi affari di perfezionarsi nella lingua inglese. Prese perciò alcune lezioni dal professore più noto che ci fosse a Trieste: James Joyce. James Joyce già allora si trovava in condizioni letterarie un po’ (ma non molto) migliori di quelle dello Svevo. Molto migliori in quanto a stato d’animo: il Joyce si sentiva in pieno rigoglioso sviluppo mentre lo Svevo s’accaniva ad impedire il proprio. Era persino riluttante a parlare del proprio passato letterario ed il Joyce dovette insistere perché gli fossero consegnati per la lettura i due vecchi romanzi. Una Vita gli piacque meno. Invece ebbe subito un grande affetto per Senilità di cui ancora oggidì sa qualche pagina a memoria. Delle sue lunghe care relazioni col Joyce lo Svevo parlò al «Convegno» di Milano nel 1927. Sia detto qui d’incidenza che un solo giornale di Milano parlò di tale lettura: il «Secolo».^2 Il secondo avvenimento letterario e che allo Svevo parve allora scientifico fu l’incontro con le opere del Freud. Dapprima le affrontò solo per giudicare delle possibilità di una cura che veniva offerta ad un suo congiunto. Per vario tempo lo Svevo lesse libri di psicanalisi. Lo preoccupava d’intendere che cosa fosse una perfetta salute morale. Nient’altro. Durante la guerra, nel 1918, per compiacere un suo nipote medico che, ammalato, abitava da lui, si mise in sua

compagnia a tradurre l’opera del Freud sul sogno. La compagnia del dotto medico (che però non praticava la psicanalisi) rese quella traduzione più interessante. Fu allora che lo Svevo talora si dedicò (solitario, ciò ch’è in perfetta contraddizione alla teoria e alla pratica del Freud) a qualche prova di psicanalisi su se stesso. Tutta la tecnica del procedimento gli restò sconosciuta, cosa della quale tutti possono accorgersi leggendo il suo romanzo.^1 Dal 1902 in poi fino al 1912, per i suoi doveri professionali, lo Svevo soggiornava annualmente per qualche mese in un sobborgo di Londra. Anche tale soggiorno gli alleviò il suo destino e lo fortificò nelle sue risoluzioni. In complesso gli parve che nel paese delle grandi avventure l’avventura fosse più che altrove respinta. Ognuno in quel sobborgo lavorava tranquillo al proprio posto inserito nella propria classe in cui s’adagiava più o meno attivo ma poco incline a ribellioni o ad avventure. E credette di scoprire che la forza di un paese fosse dovuta piuttosto a tali elementi e che anzi le intraprese di un Lord Clive, o di un Rhodes o di un Nelson non potessero produrre tanta ricchezza se l’avventura non fosse nella nazione un fatto eccezionale, un innesto che nobiliti il vecchio tronco di un’attività giornaliera, tranquilla, regolata. L’avventura letteraria ch’egli aveva tentata non era già una diminuzione della sua forza quale cittadino comune e utile? Certamente la vita nella fabbrica inglese fu una cura, un tonico per lo Svevo, e la sua rassegnazione si fece anche più lieta.^2 Allo scoppio della guerra italiana lo Svevo si trovò chiuso a Trieste. Quale soggetto austriaco era stato incaricato dal proprietario della fabbrica (e cittadino italiano) di custodire i suoi beni e di continuare l’attività della fabbrica. Ma la fabbrica fu chiusa d’ordine dell’autorità e in quegli anni terribili per tutti, lo Svevo, specialmente dal principio del 1917, godette di una grande tranquillità interrotta dalle bombe che giornalmente piovevano sul distretto industriale di Trieste. In quei due ultimi anni di guerra fu anche dimenticato dalla I. e R. Polizia.Non c’era più dunque la fabbrica, e il violino restava molto diminuito per il fatto che mancava il quartetto. Era impossibile di grattare tutto il giorno, anche per riguardo ai nervi del prossimo già tanto provati dalla guerra. E lo Svevo s’accinse ad un’opera quasi letteraria, un progetto di pace universale suggerito dalle opere dello Schücking e del Fried. Naturalmente a questo mondo non si può mai pensare niente senza arrivare al padre di ogni letteratura, l’Alighieri. Con un certo ribrezzo lo Svevo si adattò. L’opera che ne risultò, non esiste più.^1 E venne la redenzione. Dalle adunanze che prepararono l’accoglienza alle truppe italiane fu anche decisa la creazione di un giornale veramente italiano: «La Nazione». A direttore di tale giornale fu designato Giulio Cesari, un antico intimo amico dello Svevo. Veramente un amico letterario, un autodidatta che a forza di studii implicanti veri sacrifici s’era elevato dal posto di tipografo (lui ch’è

desiderii. Ed è il destino di tutti gli uomini d’ingannare se stessi sulla natura delle proprie preferenze per attenuare il dolore dei disinganni che la vita apporta a tutti. «E scoprendo tanto imprecisa la nostra personalità piuttosto oscurata che chiarita dalle nostre intenzioni che non arrivano ad atteggiare la nostra vita, finiamo col ridere dell’attività umana in generale». Ma Zeno si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo. E il romanzo è la storia della sua vita e delle sue cure.^1 Questo romanzo fu pubblicato nel 1922, (se ne sta preparando la ristampa). Meno che a Trieste trovò un’incomprensione assoluta ed un silenzio glaciale. A Trieste si occuparono di esso il Benco e il D’Orazio. Il prof. Ferdinando Pasini, in un giornale di Trento, gli dedicò subito tanta ammirazione come il romanzo non ne trovò che dopo il successo. Questo dev’essere qui detto ad onore del Pasini e della critica italiana in genere.^2 Lo Svevo diceva che ad onta della sua lunga esperienza tale insuccesso lo stupì e lo addolorò tanto profondamente da danneggiare la sua salute. Aveva 62 anni e scopriva che se la letteratura era nociva sempre, a quell’età era addirittura pericolosa.^3

Scrisse ad Ettore Janni del «Corriere della Sera» pregandolo di leggere il libro che, seppure difettoso, doveva contenere qualche cosa che ad un critico come lui poteva rivelarsi importante. Il Janni non rispose. Nel 1924 un comune amico raccomandò lo Svevo a Giulio Caprin da cui gentilmente fu ricevuto a Milano. Il Caprin però allora dichiarò al vecchio signore che il «Corriere della Sera» non disponeva di abbastanza spazio per occuparsi del suo libro. Tuttavia più tardi il Caprin gli dedicò due righe fra i «Libri ricevuti» per notare che il romanzo era abbastanza interessante, ma scucito. Non era più il silenzio, ma la vera ostilità.^4 Fu un atto di ribellione dello Svevo quello di appellarsi al Joyce. Con poca speranza. Nei lunghi anni i due vecchi amici avevano conservato una reciproca benevolenza che però non si manifestava che nello scambio di biglietti d’augurio a capo d’anno. Lo Svevo seguiva con simpatia l’inaudito successo del Joyce, ma chissà se l’artista tanto differente da lui avrebbe trovato nel proprio cuore un po’ di simpatia per il confratello meno fortunato?^1

Prefazione a Senilità 1927 Senilità fu pubblicata dapprima ventinove anni or sono nella appendici del nostro glorioso Indipendente. Poi, nello stesso anno 1898, presso la Libreria Ettore Vram in un’edizione ch’è ormai totalmente esaurita. Questo romanzo non ottenne una sola parola di lode o di biasimo dalla nostra critica. Forse contribuì al suo insuccesso la veste alquanto dimessa in cui si presentò. Altrimenti sarebbe difficile di spiegare tanto silenzio dopoché il romanzo Una Vita da me pubblicato sei anni prima, e ch’era certamente inquinato da almeno altrettanti difetti, s’era saputo conquistare l’attenzione di parecchi critici, fra i quali Domenico Oliva^1 che la espresse con parole abbastanza lusinghiere. Anzi fu la lode di un sì autorevole critico che m’incorò alla pubblicazione di questo secondo romanzo, il quale fu poi ignorato anche da lui, che pur certamente lo aveva ricevuto. Mi rassegnai al giudizio tanto unanime (non esiste un’unanimità più perfetta di quella del silenzio), e per venticinqu’anni m’astenni dallo scrivere. Se ci fu errore, fu errore mio.

Questa seconda edizione di Senilità fu resa possibile da una parola generosa di James Joyce, che per me, come poco prima per un vecchio scrittore francese (Edoardo Dujardin^2 ) seppe rinnovare il miracolo di Lazzaro. Che uno scrittore sul quale incombe imperiosa l’opera propria, abbia saputo più volte sprecare il suo tempo prezioso per favorire dei fratelli meno fortunati, è tale generosità che, secondo me, spiega l’inaudito successo ch’egli ebbe, poiché ogni altra sua parola, tutte quelle che compongono la sua vasta opera, furono espresse dallo stesso grandissimo animo. La mia fortuna non s’arrestò qui: uomini del valore di Beniamino Crémieux e Valéry Larbaud^1 mi regalarono il loro tempo e il loro affetto. Così poté avvenire che quasi metà del numero del 1.° febbraio dell’anno scorso della rivista Le Navire d’Argent poté essere dedicata a me. Il Crémieux vi pubblicò uno studio sui miei tre romanzi e la traduzione di alcuni capitoli de La Coscienza di Zeno e il Larbaud quella di parte di due capitoli di questa vecchia Senilità. La predilezione del Larbaud per questo romanzo me lo rese subito caro come nel momento stesso in cui l’avevo vissuto. Lo sentii subito

me, prima di allora, egli non aveva conosciuto neppure il nome. La nostra amicizia s’iniziò col suo articolo.^1 Ma per ritornare a Senilità debbo dire ch’essa da noi trovò un acuto e affettuoso critico in Eugenio Montale che pubblicò uno studio a me dedicato nell’ Esame (novembre-dicembre del 1925). È questo il mio miglior lavoro ed è vantaggioso per me che chi legge di Zeno abbia conosciuto il Brentani? Amerei di poterlo credere. Intanto, mio giovine e pensoso amico, grazie per tanto studio e tanto amore.^2 Pensa Valéry Larbaud che il titolo di questo romanzo non sia quello che gli competa. Anch’io, che so ormai che cosa sia una vera senilità, sorrido talvolta di aver attribuito ad essa un eccesso in amore. Eppure, neppure per conformarmi ad un consiglio del Larbaud ch’è non solo l’autore che tutti sanno, ma anche il lettore più ardente (l’aggettivo s’appropria all’autore di Ce vice impuni, la lecture ) e ch’è perciò colui che sa per propria genialità e per la pratica del pensiero di tanti grandi, come un libro debba essere presentato, devo avere dei motivi fortissimi. Mi sembrerebbe di mutilare il libro privandolo del suo titolo che a me pare possa spiegare e scusare qualche cosa.

Quel titolo mi guidò e lo vissi. Rimanga dunque così questo romanzo che ripresento ai lettori con qualche ritocco meramente formale. Trieste, li 1.° marzo 1927.