





























Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Appunti programma quinto anno di Latino
Tipologia: Tesine di Maturità
1 / 37
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!






























Introduzione
derivano esclusivamente dalle Tasse. I provvedimenti dei principi non risolsero i problemi sostanziali e strutturali dell'impero ,ma addirittura dopo due secoli avremo una crisi sempre più profonda. I confini dell'impero: Un terzo problema è quello della politica estera. Nessuno degli imperatori giulio-claudii prenderà in considerazione il progetto di ampliare i confini dell'impero, se si esclude l'unica conquista effettiva, che è quella della parte meridionale della Britannia avvenuta sotto Claudio, ma che fu voluta solo per proteggere le coste della Gallia. Cavalieri e liberti: funzionari dello stato e ufficiali dell'esercito: La nuova gestione del potere portò ad un aumento delle gerarchie sociali. La classe dei cavalieri,riconosciuta fino ad allora come classe di commercianti, diventò anche la classe di una nuova generazione di funzionari dello Stato. Per quanto riguarda il ceto sociale dei Liberti, assunsero ruoli nella gestione del potere, e alcuni ricoprirono anche grandi ruoli politico-militari. Gli schiavi: Gli schiavi erano maltrattati e violati nei loro diritti fondamentali. C'è chi si poneva questo problema, come Seneca, che discuteva dell'Ingiustizia che prevedeva l'esistenza di uomini senza diritti, di uomini che venivano mortificati nel loro essere uomini. Tiberio: Imperatore dal 14 al 37 d.C. Ebbe fama di uomo chiuso, impenetrabile e vendicativo, ma fu buon amministratore della cosa pubblica. Fu un conservatore: in campo finanziario adattò una politica di risparmio; in politica estera si limitò ad azioni diplomatiche in Oriente; in campo religioso si oppose alla diffusione dei culti stranieri a Roma. Nella seconda parte del suo principato affidò tutto al potere al cavaliere Elio Seiano, che era prefetto del pretorio. Nel 27 d.C, Tiberio si era ritirato a vivere nella sua villa di Capri, ma dato lo strapotere di Siano, Tiberio intervenì ponendo lui stesso fine a questo potere, tornò a Roma nel 31 d.C e lo condanna a morte. Caligola: Imperatore dal 37 al 41 d.C. Gaio Cesare, era figlio di Germanico e Agrippina Maggiore, nipote di Augusto, ed era stato soprannominato dai militari Caligola,cioè piccola caliga (calzatura dei legionari). La sua politica fu opposta a quella di Tiberio. In campo economico, inaugurò una politica di larghe spese,destinate ad opere pubbliche. In campo politico puntava all'orientalizzazione del potere imperiale e all'instaurazione di una monarchia assoluta. Claudio: Imperatore dal 41 al 54 d.C. Fratello di Germanico, Tiberio Claudio Germanico, noto semplicemente come Claudio. Generalmente considerato un incapace, Claudio appare invece un principe prudente e lungimirante, egli procedette in una politica di larga spesa per opere di pubblica utilità. Ma Claudio destò scandalo presso i senatori soprattutto per due aspetti nuovi della sua politica: in primo luogo, egli affidò ai liberti del palazzo la gestione dell'impero, in
secondo luogo, mostra attenzione per la realtà extra italiche, aprendo l'accesso al Senato e alle magistrature centrali ai membri delle famiglie della Gallia a nord della Provenza. Nerone: Lucio Domizio Enobarbo fu eletto Imperatore con il nome di Nerone all'età di 17 anni, e tenne il principato dal 54 al 68 d.C. Egli è ricordato per la crudeltà e la stravaganza, per la sua personalità malata. Dopo l'ascesa al Trono seguirono 5 anni apparentemente sereni, il cosiddetto "quinquennio felice". Ma nel 59 d.C Nerone fece uccidere sua madre e ripudiò la moglie Ottavia per sposare Poppea. Gli ultimi anni di Nerone si ricordano come un Tripudio di follie e crudeltà. La linea politica di Nerone, era come quella di Caligola: autonomia del Senato e instaurazione di una monarchia autocratica di stampo ellenistico-orientale. Per far questo egli riprese una politica di grande spesa, per esempio organizzò nuovi ludi, come i Neroneva e organizzò un viaggio in Grecia. Nerone per la prima volta decise di ridurre il valore materiale del denaro. In politica estera, ottenne il controllo definitivo sul Mar Nero ed un notevole successo diplomatico sul confine orientale.
Il genere della favola entra nella letteratura latina con Fedro. Di lui sappiamo veramente poco, quello cioè che ci consentono di dire i riferimenti e le allusioni che il poeta fa sulle sue opere. Di origine macedone, fu liberto di Augusto e di Tiberio e, malgrado la sua cultura, rimase ai margini della corte, contrastato da persone malevole e dalla scarsa stima che essi avevano delle sue opere letterarie. Fu perseguitato e condannato da Seiano, forse a causa dei suoi componimenti critici verso la presunzione dei potenti. Uno dei motivi della scarsa considerazione che egli sentiva attorno a sé, fu il genere stesso che egli tratto: la favola, una breve storia con protagonisti animali, piante o uomini, con vizi e virtù. Egli pubblicò infatti una raccolta di Fabulae, favole esotiche, perché ispirate alla raccolta di Esopo, che la tradizione manoscritta ci ha consegnato in 5 libri per un totale di 94 brevi componimenti. Operata incompiuta che venne rivista da Nicolò Perotti, aggiungendo una raccolta minore chiamata Appendix Perottiana. Una favola come opera d'arte: Fedro si inserisce nella tradizione della favola esopica, ma la sua opera si distingue per le novità. Egli innanzitutto è stato il primo latino a fare della favola un genere a sé. Lo scopo di Fedro era di elevare letterariamente il modello greco. Decise di comporre la favola in versi non però negli esametri della satira, ma bensì nei senari giambici. Alla scelta del metro si unisce la novità della lingua: semplice e colloquiale ma entro certi limiti. Novità nel contenuto e nel punto di vista: Un'altra novità sta nel contenuto: non tutte le favole di Fedro sono rifacimenti di favole esopiche, alcune sono tratte da altre fonti, altre sono inventate da lui stesso. Il numero delle favole ambientate nel mondo umano è nettamente superiore a quello della tradizione esopica. Ma di tutte le novità della favola fedriana, la più importante è la presenza del poeta. Le favole di Fedro hanno un autore che ci tiene a mettere in luce la propria
31, dopo esser stato introdotto presso l'ambiente dell'imperatore Caligola, intraprende la carriera politica ottenendo la questura. Oratore di successo, ammirato e acclamato, suscita l'invidia del principe stesso a seguito di un discorso pronunciato nel 39 d.C. in sua presenza. Caligola, invidioso, progetta persino di farlo uccidere e viene convinto a desistere dal suo scopo solo grazie all'intercessione di una donna patrizia molto potente a corte. Seneca si guadagna anche le antipatie dell'imperatore successivo, Claudio, ma questa volta per una questione di donne: nel 41 viene accusato di adulterio dalla moglie del principe, gelosa di una sua rivale. Seneca viene condannato all'esilio in Corsica, dove rimane fino al 49, quando viene richiamato a Roma grazie all'intervento della nuova moglie di Claudio, Agrippina, madre di Nerone, il futuro imperatore. La donna lo vuole come precettore per suo figlio, che sta preparando al ruolo di principe. Seneca ha allora più di cinquant'anni e, dopo l'esperienza lunga e difficile dell'esilio, probabilmente non intende riprendere la carriera politica. Si ritrova tuttavia per contingenze esterne a ritornare al palazzo imperiale, di nuovo a contatto con il potere. Nel 54, alla morte di Claudio, succede Nerone e Seneca riveste il ruolo di consigliere politico di un sovrano non ancora diciottenne. Le fonti concordano nel sostenere che Seneca, insieme ad Agrippina e al prefetto Afranio Burro, fu il vero reggente dell'impero in quegli anni. La sua speranza di fare del giovane un sovrano esemplare e illuminato era destinata a naufragare miseramente. La collaborazione con un potere assoluto di tale portata gli richiede inoltre l'accettazione di compromessi anche molto gravi. Nel 59 Nerone elimina la madre Agrippina, colpevole di eccessive intromissioni. Anche se non è chiaro quale ruolo abbia Seneca in questo delitto, è probabile che sia almeno a conoscenza dei piani del principe. Sappiamo con certezza che resta al fianco dell'imperatore anche dopo l'omicidio, compromettendo così la propria immagine. Il volubile Nerone è sempre più sospettoso e insofferente a ogni tutela. Nel 62 il prefetto Burro muore in circostanze misteriose e viene sostituito; Seneca a questo punto, motivando la scelta con ragioni di età e di salute, chiede espressamente a Nerone il permesso di abbandonare ogni attività pubblica e ritirarsi a vita privata, dedicandosi esclusivamente ai suoi studi. Secondo Seneca, il taedium vitae è la noia, l’angoscia che attanaglia l’uomo a un certo punto della sua esistenza. Come spesso avviene, nelle opere di Seneca, il concetto non è espresso mediante definizioni astratte o ragionamenti teorici, ma attraverso una rappresentazione mediante immagini delle persone che si trovano invischiate in questo stato d’animo. Nell’estratto del “De tranquillitate animi” 2, 6-7; il concetto è evidenziato anche dalla scelta lessicale di Seneca, il quale ripete più volte il termine “adice” e dal susseguirsi di relative, sottolineando la loro apparente varietà, per poi concludere con una frase a effetto: le innumerabiles proprietes di questa varietà umana determinano una sola, comune conseguenza: “sibi displicere” ovvero l’accontentarsi di se. Seneca affronta questo tema molto caro alla scuola stoica, intendendolo come malattia dell’animo umano, poiché molti difetti interiori, errori e vizi nella condotta di una vita portano a questa angoscia come conseguenza inevitabile e comune. La noia di vivere è
conosciuta da sempre, perché fa parte dell’indole umana: cambia il nome, ma il senso è sempre lo stesso. Seneca, morte: L'isolamento ostentato dal filosofo e nuovi intrighi di corte rendono Nerone, sempre più dispotico e bizzoso, di nuovo sospettoso nei suoi confronti. A seguito di una fallita congiura organizzata dal senatore Pisone nel 65, Seneca viene accusato di tradimento. Anche se probabilmente estraneo alla vicenda, Seneca non attende l'esecuzione della condanna a morte e decide di togliersi la vita, fedele ai dettami dello stoicismo. Seneca affronta la morte con coraggio e nobiltà d'animo. La scena, raccontata da Tacito, è eroica, atroce e teatrale. Dopo aver riunito i discepoli per un ultimo saluto e dopo averli invitati a non piangere, si taglia le vene dei polsi insieme alla moglie Paolina. A causa dell'età e della debolezza, il sangue non sgorga con la velocità necessaria. Decide così di tagliarsi anche le vene delle gambe e delle ginocchia. Non sopravvenendo la morte immediata, ingerisce un veleno dato dal suo medico che però non fa effetto a causa dell'emorragia. Si immerge in una vasca di acqua bollente e perisce dopo una sofferenza lunga e straziante per soffocamento a causa dei vapori. Dialoghi: Seneca parla in prima persona e si rivolge a un unico interlocutore, solitamente il destinatario. Tre hanno la forma della “consolazione” (Consolatio ad Marciam, Consolatio da Helviam matrem, Consolatio ad Polybium). Nella prima, scritta nel 37 e rivolta a una ricca donna patrizia in lutto per il figlio, svolge temi tipici del genere come la fugacità della vita, la necessità naturale della morte e l'ineluttabilità del dolore. A sua madre Elvia, sofferente per la lontananza del figlio, scrive dall'esilio in Corsica nel 41, e la rassicura sulla sua condizione di esule e sulla convenienza di quella situazione per le sue meditazioni. Polibio era un potente consigliere dell'imperatore Claudio ed aveva perso un figlio. Nella consolazione, ai soliti temi, si aggiungono adulazioni e lodi col fine di ottenere il richiamo dall'esilio. Nel 41 scrive il De ira, in cui tratta delle passioni umane, dell'ira in particolare, e della necessità di dominarle. Il De vita beata, scritto tra il 54 e il 62, affronta il problema della felicità, realizzabile solo attraverso la ricerca della virtù. Tre dialoghi sono di incerta datazione: il De constantia sapientis, tratta con argomentazioni stoiche della necessaria imperturbabilità del saggio di fronte ad ogni capriccio della sorte; il De tranquillitate animi parla di come conciliare l'attività politica e pubblica con la riflessione filosofica. Il saggio stoico, secondo il filosofo, deve mettere la sua conoscenza al servizio della società. Nel De otio, scritto probabilmente dopo il ritiro dalla vita pubblica, avviene un cambio di prospettiva rispetto al passato: interrogandosi sul dilemma tra impegno e disimpegno, tra vita attiva e vita contemplativa, Seneca dichiara la superiorità della scelta dell otium, e del fatto che un saggio non deve impegnarsi a meno che le circostanze non glielo impongano.
detergere gli sputi di una cena o servire del vino vestito da donna e , forte degli insegnamenti stoici, condanna queste usanze affermando che anche gli schiavi vivono sotto il nostro stesso cielo , respirano allo stesso modo e muoiono come noi” ed invita i padroni a comportarsi cordialmente con gli schiavi e a “non giudicarli in base alla loro attività, ma la loro moralità. La morale se la impone ciascuno a se stesso, mentre il lavoro glielo assegna la sorte”. Nell'ultima parte della lettera Seneca invita l'amico Lucilio a non cercare gli amici nel foro dato che questi sono già a casa tra gli schiavi e che tutti gli uomini, anche quelli più potenti possono essere schiavi di passioni, di avidità e della paura. Il filosofo termina la propria lettera raccomandando ai padroni di non usare la frusta per punire gli schiavi dato che con quest'ultima si richiamano gli animali e di rimproverarlo con le semplici parole in modo da non suscitare ira e quindi vendetta. Il De Brevitate Vitae e la concezione del tempo in Seneca: Il dialogo La brevità della vita è il decimo dei dialoghi. Risale probabilmente al 49, l'anno in cui Seneca ritorna dall'esilio in Corsica, ed è dedicato all'amico Pompeo Paolino, padre della seconda moglie di Seneca e prefetto dell'annona, il funzionario che si occupava dei rifornimenti alimentari. Seneca vi affronta il problema della fugacità del tempo, contestando il luogo comune della brevità dell'esistenza umana e contrappone la massa, vittima del tempo poiché ne fa spreco, al saggio, che invece riesce a dominarlo. «Non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo» è il punto di partenza della sua riflessione. Una valutazione quantitativa del tempo è tipica di chi ha una visione errata dell'esistenza mentre il saggio ne ha una qualitativa: non conta quanto ma come si vive. I caratteri generali e i temi del De Brevitate Vitae: Che la vita umana, confrontata con quella di molte specie animali, fosse breve, era un luogo comune presente nella trattatistica del tempo. Seneca contesta vivacemente questa credenza spostando l'attenzione dal piano cronologico (la durata della vita in termini di anni) a quello morale (ossia il buon uso di essa) e giunge alla conclusione che la vita è abbastanza lunga per chi sa vivere intensamente ogni istante. Lo stolto si lamenta perché invece di dominare le cose che lo circondano, ne è dominato e vive in una condizione di perenne alienazione: come è schiavo delle passioni e impegnato nell'inseguire beni che non gli appartengono, così non è padrone del suo tempo e paradossalmente può giungere alla fine della vita senza aver mai davvero vissuto. Gli affaccendati sono definiti in tal modo con disprezzo dal filosofo. Seneca si rivolge a Paolino che è un politico, quindi un occupato, e gli offre una serie di ritratti delle persone e delle figure tipiche della società romana che giudica dedite ad occupazioni futili. C'è il faccendiere, il mercante, il collezionista, il fanatico dello sport e delle canzonette, l'appassionato di feste e occasioni mondane, il fanatico della bellezza che perde tempo a farsi riordinare la chioma e persino l'erudito di storia, troppo concentrato ad accumulare nozioni non indispensabili. Cita inoltre esempi illustri per avvalorare la
propria tesi. Si tratta dell'imperatore Augusto e il retore Cicerone. Entrambi, nonostante abbiano avuto vite celebri e invidiate, erano oppressi dagli impegni ufficiali, erano stati assediati da nemici e derubati ogni giorno del tempo vitale, finendo per desiderare l'otium più di ogni altra cosa. Il tempo dell'esistenza è tradizionalmente diviso in presente, passato e futuro. Quale deve essere il rapporto dell'individuo con ognuna di queste scansioni? Il presente è l'unico di cui abbiamo il controllo ed è l'unico che, seppur precario, può aiutarci a non farci schiacciare e non dipendere totalmente dal futuro, per sua natura ambiguo e non prevedibile. Il saggio non rimanda a domani e non si preoccupa troppo del futuro. Il passato ha il vantaggio di essere acquisito, definitivo e immutabile. Il giusto rapporto con esso è possibile solo al saggio che rievoca volentieri le proprie azioni virtuose. Gli occupati, ossia gli uomini stolti, sempre presi da occupazioni insensate, non hanno tempo né voglia di rievocare il passato: se si fermassero a riflettere, infatti, si renderebbero conto di essersi affannati tanto per non concludere nulla. Gli occupati inoltre si illudono di rimandare l'otium e la cura dello spirito al futuro, alla vecchiaia, cosa impossibile se si è passata una vita nella loro condizione. Seneca divide quindi gli uomini tra affaccendati, occupati, impegnati in questioni futili e pratiche, che non si rendono conto del reale valore del tempo, e invece i saggi che sanno come il tempo sia la nostra moneta più preziosa l'unica cosa per cui valga davvero la pena essere avari. L'otium rappresenta l'ideale di vita contemplativa di Seneca, e aderisce perfettamente all'immagine del filosofo propria dello stoicismo. È a questo ideale che bisogna sempre tendere, pur “immergendosi” e vivendo nel proprio tempo come ha fatto. L'unico modo per usare in maniera proficua il proprio tempo consiste dunque nel ritirarsi a vita privata e dedicarsi alla filosofia, la sola attività che consente a chi vi si applica di conoscere il pensiero degli uomini più saggi dell'antichità, con cui possiamo dialogare come se fossero nostri contemporanei, rendendoci di fatto simili a un dio. Seneca invita l'amico a prendere tempo per sé e per la cura del proprio spirito. «La vita, se la sai usare, è lunga» è il monito rivolto a Paolino, che non si intende come cogliere l'attimo, ma come esortazione all'autoanalisi e alla consapevolezza. Lo stile: Seneca fa uso di tutte le strategie linguistiche tipiche dell'arte retorica. Frequentissimo è infatti l'utilizzo di esempi, domande retoriche e una preferenza per i periodi semplici, più immediati. Caratteristico di tutte le opere di Seneca è il gusto per la sentenza e la frase ammonitrice al lettore affinché non sprechi i giorni della sua vita. La concezione del tempo nelle Epistole: Seneca affronta il tema del tempo anche in alcune delle Lettere a Lucilio, scritte in tarda età. Rispetto al De brevitate vitae, Seneca ha modo di riflettere sulla sua personale esperienza di consigliere e maestro di Nerone. La prospettiva che emerge è forse più serena e disincantata, riflette sulla morte, sulla sua vita e in alcuni passi il filosofo suggerisce che, al contrario di tutte le cose, il tempo è ancora nelle nostre mani e si può esserne padroni.
clemenza (vista più che altro come benevolenza e non come generosità o misericordia) è la virtù che informa i suoi rapporti con i sudditi, con essa e senza incutere timore, Nerone può ottenere il consenso dei sudditi che è il modo più sicuro per avere uno stato stabile. Questa tesi trova supporto nella dottrina politica stoica, secondo la quale la monarchia è la forma migliore di governo, ma solo se il sovrano è sapiente e sa esercitare moderatamente il suo potere. De beneficiis: Il De beneficiis risale al 54-64 ed è diviso in sette libri, rivolto ad Ebuzio Liberale, amico di Seneca. Quest'opera tratta della natura e dei modi degli atti di beneficenza, e del legame stabilito tra il benefattore e il beneficato, dei doveri della gratitudine che li regolano e delle conseguenze morali che colpiscono chi è ingrato. L'opera analizza il beneficio in quanto elemento coeso delle relazioni interne della società, e sposta sul piano della moralità individuale il progetto di società equilibrate e concorde che Seneca fondò sull'utopia di monarchia illuminata. L'appello, rivolto principalmente alle classi privilegiate, per provare ad instaurare rapporti sociali più umani e alternativi al fallimento del progetto. Naturales quaestiones: Le Naturales quaestiones, anch'esse, come il De beneficiis, sono sviluppate in sette libri e vennero composte nella parte finale della vita di Seneca. L'edizione di cui siamo in possesso non è la versione integrale ed è differente dall'edizione originale per ordine e composizione. Per alcuni versi, Seneca, appare poco stoico e più vicino a considerazioni platoniche, anche se non rinnega lo stoicismo. Principi "platonici" si possono trovare principalmente nella prefazione del primo libro, in cui c'è un contrasto tra corpo e anima (il corpo viene visto come prigione dell'anima) e dalla caratterizzazione di un Dio trascendente senza corpo e non immanente. Per poter capire il testo bisogna capire che lo scopo di Seneca è quello di liberare l'uomo dal timore e dalla superstizione dei fenomeni naturali. De provvidentia di Seneca: È il trattato che apre i dialoghi e ha come destinatario Lucilio e il tema è come i mali che affliggono un saggio non siano in contraddizione con l'esistenza della provvidenza. Tutti gli uomini sono naturalmente soggetti a prove, non solo i buoni. Attraverso gli strumenti che la natura ha dato e questi strumenti sono quelli ovvi, il coraggio, la magnanimità, la sopportazione del dolore possono superare le sofferenze e le disgrazie possono imparare che tutto ciò che accade è destinato ad accadere e quindi posso adattarsi alla superiore armonia del tutto. La divinità si comporta come un padre che mette alla prova i figli perché sviluppino la loro forza d'animo e salgano più in alto nella via della virtù, allo stesso modo la divinità si serve del retto comportamento dei buoni perché siano di esempio agli altri, Per cui mette alla prova l'uomo virtuoso perché possa perfezionare la sua armonia con il mondo, affrontando con coraggio tutto ciò che gli eventi portano. Il de provvidentia è l'apologia del ruolo della divinità nel mondo attraverso la dimostrazione che la virtù si manifesta in tutta la sua pienezza solo attraverso le disgrazie. Il de provvidentia è in linea con il de vita beata dove seneca definisce la virtù come una scalata verso mete sempre più alte, in una tensione agonistica con il mondo. Lucilio è l'individuo
dubbioso a cui Seneca fornisce delle risposte. Il trattato risente dell'impostazione diatribica (cioè la presenta del tu). In conclusione abbiamo la prosopopea della divinità che chiarisce come per lo stoico il problema del male nel mondo non abbia ragione di esistere. De Ira: Dedicato al fratello Novato, è diviso in tre libri. Secondo Seneca l’ira è la più funesta ed insana delle passioni, non è stimolo all’azione bensì alberga negli animi più deboli. L’uomo virtuoso, afferma Seneca, non si adira, non inveisce contro chi sbaglia ma è disposto al perdono. L’ira è una passione istintiva e priva l’animo di ogni controllo razionale: è una malattia sociale. Seneca propone due modelli d’imperatore: il tiranno (rappresentato da Caligola), privo di moderazione e di autocontrollo, ed il buon imperatore (rappresentato da Augusto), esempio di saggezza e moderazione. Non andare in collera e non commettere errori quando si è adirati sono i principali rimedi contro l’ira. L’educazione alla parsimonia e alla formazione morale sin da fanciulli contribuisce molto alla lotta contro l’ira. Nella parte finale Seneca esorta a seguire i precetti dello stoicismo disprezzando le offese, sopportando i fastidi della vita e mettendo da parte l’orgoglio. De ira 3, L’animo deve, secondo Seneca, essere ogni giorno sottoposto ad un esame. È questo ciò che faceva Sestio: alla fine della giornata si chiedeva quale male aveva sanato, a quale difetto si era opposto ed in quale parte era migliorato. Quanto tranquillo e libero è il sonno dopo un attento esame di se stessi? Nulla della giornata va lasciato al caso. De ira 2, I rimedi per l’ira sono due: non lasciarsi trascinare nella collera, o, una volta cadutici, non commettere errori. L’ira va respinta e frenata, sia tramite l’educazione giovanile che tramite gli anni successivi. L’educazione richiede però la massima diligenza, in quanto è facile plasmare gli animi ancora teneri, più difficile è estirpare i vizi cresciuti con noi. De ira 3, Se si vuole vincere l’ira è necessario nasconderla, non darle spazio. Reprimere le sue manifestazioni, anche a gran fatica, facendo tutto l’opposto di ciò che essa ci indica: distendiamo il volto, rendiamo dolce la voce e camminiamo lentamente. Per Socrate, ad esempio, era segno di voler abbassare la voce e parlare poco. Tragedie: Seneca scrive 9 tragedie che sono tutte coturnate (tragedie di ambientazione greca); sotto il suo nome ci è giunta una decima tragedia che è una praetexta (tragedia di ambientazione latina) intitolata Octavia che tratta del destino della moglie di Nerone Tuttavia, da uno studio
La Medea: la protagonista è una donna sposata con Giàsone che la tradisce con Creusa; quando la donna viene a conoscenza del tradimento è invasa da una volontà di vendetta sia nei confronti di Creusa che del marito. La vendetta d'amore (che è il furor in questione) dapprima si scaglia su Creusa, infatti le invierà un mantello avvelenato che causerà alla donna una morte atroce. Questo furor aumenta sempre di più, infatti Medea vuole vendicarsi del marito in modo ancora più crudele: decide di uccidere i suoi due figli al cospetto del marito (il furor ormai si è impadronito di questa donna che medita la vendetta attraverso l'uccisione dei figli, quindi ormai è impossibile controllare le sue azioni); un passo molto significativo è quello in cui Giasone, dopo aver assistito all'uccisione del suo primo figlio implora la moglie di risparmiare almeno il secondo, ma lei gli risponde: "Ma tu pensi che se io fossi riuscita a trattenere questo mio furor avrei ucciso uno dei miei figli?" Già in questa tragedia si nota uno degli elementi maggiormente caratterizzanti delle tragedie di Seneca cioè la predilezione che egli ha nella rappresentazione di elementi orridi e macabri, questa rappresentazione è coerente con il suo stile definito barocco, che consiste in questa tendenza a creare una sorta di meraviglia nel lettore e, per far ciò, si serve proprio di questi elementi macabri, molto presenti nelle sue tragedie. La Phaedra: Phaedra è sposata con Tèseo, ma si innamora del figliastro Ippolito. Approfitta di un periodo in cui il marito è lontano per una guerra, per dichiarare il suo amore ad Ippolito. Ovviamente, prima della dichiarazione, si assiste alla rappresentazione del profondo travaglio psicologico vissuto da questo personaggio, che cerca di lottare contro questa passione ma l'amore prende il sopravvento ed è costretta a dichiararsi ad Ippolito. Quest'ultimo la respinge e Phaedra medita una vendetta nei suoi confronti: quando torna il marito Teseo, Phaedra gli dice che suo figlio Ippolito ha tentato di abusare di lei; Teseo allora invoca la vendetta degli dei contro suoi figlio che comunque giunge, infatti Ippolito muore con una morte atroce (un fulmine lo scaraventerà fuori dal carro ed il suo corpo sarà ridotto a brandelli, i quali saranno sparsi per tutta la foresta) ma Phaedra, dopo aver assistito allo scempio del corpo di Ippolito, decide di confessare e di uccidersi. L'amore tremendo di Phaedra può essere paragonabile all'amor tremendo dell'Ermengarda di Manzoni, infatti il ritratto psicologico di questa donna è molto simile a quello Manzoniano. Il Tieste: È la tragedia in cui vengono maggiormente evidenziati gli aspetti macabri. Tratta di due fratelli: Tieste ed Atreo, in combutta fra loro, in quanto Atreo ha portato via a Tieste il potere e la moglie. Tieste, preso dal furor della vendetta nei confronti del fratello, invita Atreo ad un banchetto fingendo di voler riappacificarsi, invece ordina di far uccidere i figli di Atreo e di cucinarli, fa mangiare ad Atreo, durante il banchetto, le carni dei propri figli e soltanto alla fine chiama i servitori per far servire la portata finale: le teste dei figli ben preparate in un vassoio.
L’accecamento di Edipo: In questo appunto viene descritta la celebre tragedia Oedipus, conosciuta anche con il nome italiano Edipo del noto autore della Roma imperiale Lucio Anneo Seneca vissuto in età neroniana. Questa tragedia si ispira alla celebre tragedia scritta da Sofocle dal titolo l'Edipo re. L'Oedipus è un'opera letteraria che rientra nel genere letterario della cothurnata (sarebbe la tragedia latina che ha come ambientazione e come argomentazione quello greco. I personaggi di questa tragedia sono i seguenti: Edipo, Giocasta, Creonte, Manto, Tiresia, Forbante, il vecchio servo di Laio, il vecchio di Corinto, il coro e il Nunzio. La celebre tragedia inoltre è strutturata in ben cinque atti. Riguarda i fatti tebani che precedono quelli trattati nelle Phoenissae. La peste miete vittime a Tebe, il re Edipo apprende dall’oracolo di Apollo che essa è provocata dalla presenza di uno straniero macchiatosi di parricidio. L’ombra di Laio, evocata dall’indovino Tiresia, svela che Edipo è suo figlio e lo accusa di avergli usurpato il trono e il letto coniugale. Edipo alla fine capisce che la predizione si è avverata: ha ucciso suo padre, Laio, e ha sposato sua madre, Giocasta. In preda alla disperazione si acceca, mentre Giocasta si uccide con la spada. E la trama, seguita abbastanza fedelmente, dell’Edipo re di Sofocle. Ma nell’ Oedipus di Seneca il re di Tebe non passa dalla completa ignoranza alla piena conoscenza dei propri involontari delitti (uccisione del padre Laio, unione con la madre Giocasta) come nell’Edipo re di Sofocle: fin dall’inizio egli si sente dentro un peso insostenibile, e giunge quasi autonomamente alla tremenda verità. come se nel suo inconscio l’avesse sempre saputa. Importanti novità senecane sono il personaggio di Manto, figlia dell’indovino Tiresia, e la scena in cui Manto, alla presenza di Edipo, descrive al cieco padre, che lo interpreta, ogni minimo particolare del sacrificio ad Apollo. Non si tratta solo del più lungo testo divinatorio che l’antichità ci abbia tramandato, ma anche di uno dei più interessanti, dotato di grande forza simbolica. I segni che accompagnano il sacrificio costituiscono infatti un efficacissimo riassunto dell’intero mito di Edipo: il fumo che sale agli occhi del bue prefigura l’accecamento di Edipo, la giovenca che offre spontaneamente il collo al sacrificio prefigura il suicidio di Giocasta, la fiamma che si divide in due corni il futuro conflitto tra Eteocle e Polinice, la forma ad arcobaleno della fianmia stessa, coi colori che si attorcigliano e si confondono l’un l’altro, la confusione di ruoli familiari provocata dall’incesto. Queste Tragedie riprendono quelle greche anche per quanto riguarda la struttura, infatti la tragedia è costituita da 5 atti: il 1° atto corrisponde al prologo e gli altri sono separati dai cori, anche se in Seneca il coro ha una funzione ridotta rispetto alle tragedie greche. Queste Tragedie non sono testi adatti ad una rappresentazione teatrale perché si basano molto su monologhi interiori che rallentano l'azione spegnendo la tensione che in una tragedia deve essere sempre molto accesa; infatti Seneca non scrisse questi testi per rappresentarli nei teatri pubblici, ma per le cosiddette recitationes, cioè erano finalizzati alla lettura davanti ad un
Riassunto poema: Il poema racconta le vicende della guerra civile tra Cesare e Pompeo come la cronaca dell'autodistruzione della repubblica romana, della follia di un popolo al culmine della propria potenza. Ha inizio con il contrasto tra Pompeo e Cesare e con il passaggio del Rubicone e prosegue con le vicende della guerra, alle quali partecipa, a fianco di Pompeo e del Senato, anche il Saggio Catone. Pompeo si trasferisce in Epiro; Cesare dopo aver conquistato le Spagne, lo insegue, e dopo lo sconfigge a Farsàlo. Pompeo allora fugge in Egitto, ma qui viene ucciso a tradimento dai sicari del re. Catone, con i resti dell'esercito pompeiano. Giunge in Africa e marcia verso Utica, mentre Cesare intraprende una guerra contro il re d'Egitto, al fianco della sorella di lui Cleopatra. Qui si interrompe l'opera. L'ambiente e gli ideali di Lucano: La Pharsalia è lo sfogo di un giovane educato agli ideali della libertà individuale e della saggezza storica, cresciuto in un ambiente nel quale nessuno aveva vissuto i tempi della repubblica, ormai troppo lontana. Lucano vive sulla sua pelle la crisi dello stoicismo nel quale è stato educato, poiché sente che non c'è spazio, nella realtà dei tempi di Nerone, per gli ideali in cui crede, ed anzi vede quella realtà come lo stravolgimento di quegli stessi ideali. Lucano infatti vive questa condizione con sofferenza e spaesamento tanto da sprofondare poi in un pessimismo totale e cosmico, che finisce per averla vinta sull'esaltazione giovanile e coinvolge il tono dell'intera opera. Per questo egli vorrebbe attribuire alla sua opera un ruolo propositivo, nell'affermazione dei valori filosofici e liberali e a dare alla Pharsalia una dimensione eterna ed universale, quella di fonte ispiratrice per le coscienze dell'uomo di ogni tempo. La fine di Roma: La caduta della repubblica e la fine della libertà rappresentano così per Lucano non un passaggio verso l'altra forma della quale quella stessa Roma possa sopravvivere nella sua grandezza, ma la fine di Roma, cioè della sua idea di Roma. Il proemio del poema ci mostra una realtà di rovine nelle quali non sembra poter rinascere alcuna speranza. Nell'intimo del giovane poeta, la fine della libertà è vissuta anche come fine dell'uomo stesso: da qui il senso di catastrofe cosmica di cui si riversa il pessimismo lucaneo. La dedica a Nerone: Subito dopo il proemio Lucano inserisce una dedica a Nerone che suona completamente estranea al tono generale di tutta l'opera: in essa Lucano arriva addirittura a dire che della guerra civile non ci si deve poi lamentare, se essa ha avuto come conseguenza ultima il luminoso principato di Nerone. Si è discusso molto su questa dedica, ma, sia essa stata scritta effettivamente all'inizio della sua impresa letteraria, quando i rapporti tra Lucano e Nerone erano buoni, o sia essa stata composta per necessità in un secondo momento. Lucano e la storia: La storia delle guerre civili raccontata da Lucano è un'interpretazione della storia reale. Infatti per Lucano la fine delle Repubblica
ha solo 2 colpevoli, Cesare con la sua avidità di potere, la Fortuna che ha scelto di proteggere il Male, Cesare appunto, offrendogli in mano Roma. Anti-Eneide: E' stato messo in luce come il tema proposto da Lucano risulti un tema tragico più che epico. Il carattere "tragico" del poema spinse certamente Lucano a “forzare” il linguaggio del modello epico virgiliano, a “gonfiarlo” e a togliere al verso l'armonia, per renderlo spezzato e nervoso. Ma nell'allontanamento di Lucano dal modello di Virgilio concorse anche un progetto ideologico programmatico: la Pharsalia doveva essere un'Eneide alla rovescia. L'Eneide aveva mascherato la fine della libertà repubblicana come una rinascita della stessa Roma del passato. La Pharsalia invece voleva rivelare la realtà, e cioè che il principato non era stato il superamento delle guerre civili e della crisi. Al poema che raccontava la nascita della nazione romana, si oppone il poema della fine di Roma, al poema in cui l'eroe è guidato dagli dei, si oppone il poema senza dei, in cui l'unica forza superiore è quella della Fortuna. Al posto degli dei giusti che sorreggono i destini di Roma, qui sono presenti le forze malefiche della magia nera e degli Inferi. La scena di negromanzia del sesto libro: Centrale in questo gioco di opposizione, è la celebre scena di negromanzia (evocazione di un cadavere), nella quale Sesto, figlio di Pompeo; si reca da un'orribile strega di Tessaglia, per conoscere gli esiti dell'imminente battaglia di Farsàlo, l'episodio è raccontato nel sesto libro, proprio come la discesa degli inferi di Enea, nella quale l'eroe riceveva la profezia dei splendidi destini di Roma. Gli eroi del Bellum civile: I protagonisti principali sono tre: Cesare, Pompeo e Catone. I primi due riempiono alternativamente buona parte del poema, mentre Catone è presente solo in due libri: il 2n nel quale è descritto come campione degli ideali di libertà, e nel 9 libro, dove morto Pompeo, diventa l'unico capo del partito anticesariano. Catone: Catone è il saggio che incarna completamente l'ideale filosofico stoico e l'ideale politico repubblicano: è l'uomo che non combatte per se, ma per la patria. Per questo Catone non ama Pompeo, perché sa bene che anche lui è spinto dal desiderio di gloria, ma con lui è la parte migliore del Senato, e se resterà accanto a lui, nel caso improbabile di una vittoria, sarà più facile far valere la propria presenza. Cesare: Catone è dunque un personaggio ideale più che reale. Analogo discorso, ma in senso opposto si può fare per Cesare. Il Cesare di Lucano è il male. Quello che sconvolge di questo immaginario Cesare è infatti l'energia fatale della sua forza malefica: Cesare, consapevole di essere protetto dalla Fortuna, non si ferma di fronte a nulla, non ha paura di nulla, e comunque quando qualcosa non va per il verso giusto c'è sempre la Fortuna a proteggerlo. Cesare è assetato di gloria e di potere.