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Sulla formazione dell'identità, basandosi sui concetti di Grotevant e Cote. La formazione dell'identità è descritta come un processo di equilibrio e riequilibrio, con una particolare attenzione al processo di esplorazione e all'importanza del contesto. Il capitale di identità è introdotto come una teoria integrativa tra psicologica e sociologica. La formazione dell'identità durante l'adolescenza è anche esplorata.
Tipologia: Sintesi del corso
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Nella prospettiva di Kegan l’identità è la creazione di senso, rappresenta cioè il modo in cui ciascun soggetto costruisce e ricostruisce di continuo la relazione con l’ambiente nel quale si trova inserito, mediante l’interpretazione di questo e la ricerca di coerenza. Piuttosto che focalizzare semplicemente la relazione tra aspetti cognitivi ed aspetti affettivi Kegan intende soprattutto indagare il processo di sviluppo sottostante gli uni e gli altri, che li accompagna entrambi nella loro comune origine. Il fondamento dell’approccio evolutivo costruttivista di Kegan risiede nell’attività mediante la quale il soggetto interpreta la sua realtà, la organizza e conferisce senso al mondo che lo circonda, per poi avviare un nuovo processo di ricerca di significato, quando non sia riuscito a trovarne uno soddisfacente e coerente. Alla base di tutto vi è la relazione fra sé e altro. Il sé (soggetto) per Kegan è una struttura intrapsichica intrinsecamente appartenente; l’altro (oggetto), piuttosto che la rappresentazione interiorizzata di un’altra persona, è per Kegan una esternazione, consiste cioè di pensieri, sentimenti, costrutti, relazioni che il soggetto trae fuori, per poterli osservare e quindi manipolare. L’oggetto è letteralmente qualcosa che in origine è parte del sé e che il soggetto espelle, qualcosa che diventa oggetto per un nuovo sé ristrutturato di modo che ciò che un tempo il soggetto “era” successivamente “ha”. Soggetto e oggetto sono incessantemente in mutamento, in un processo id cambiamento che può proseguire per tutto il corso della vita. La formazione dell’identità è un processo di ricerca di equilibrio e riequilibrio a partire dalla trasformazione del soggetto in oggetto, nella relazione tra soggetto e oggetto. La fase in cui il soggetto raggiunge un equilibrio in tale relazione rappresenta un pausa nel processo evolutivo, ma, come osserva Kegan, il soggetto in realtà gode di pochi momenti di pausa; al contrario spende gran parte della sua vita in posizione di mancanza di equilibrio, muovendo da uno stato all’alto in un viaggio incessante di transizione. Il lavoro di costruzione di significato che caratterizza tale viaggio è scandito da progressi che sottolineano l’essenza del cambiamento ed il passaggio da un vecchio ad un nuovo equilibrio. L’intero percorso dello sviluppo umano, per Kegan, consiste, dunque nel passaggio da un equilibrio all’altro, attraverso una sequenza di stadi qualitativamente diversi, derivanti dal succedersi di sempre nuove negoziazioni, mediante le quali il soggetto riorganizza la propria esperienza. Nella sua prospettiva lo sviluppo è messo in moto da una incapacità del sé a soddisfare se stesso: di fronte ad esperienza discrepanti che emergono dall’esposizione a situazioni nuove, il soggetto piuttosto che rimanere in un equilibrio omeostatico (nella sua relazione con l’oggetto) si sforza di costruire un nuovo e più complesso sé (soggetto) capace di dare senso alla nuova realtà e di rispondere alle richiesta che questa pone. Naturalmente ogni nuova forma di equilibrio tra sé e l’altro non viene ragigunta in isolamento ma all’interno id uno specifico contesto ambientale: l’ambiente a cui il soggetto partecipa e la cultura nella quale è inserito, con le sue proprie caratteristiche e funzioni, sono cruciali perché possa emergere ciò che diventerà oggetto all’interno di un nuovo equilibrio. Kegan individua sei stadi evolutivi, lungo l’arco di tutta l’esistenza, che consistono in successive fasi di perdita e riacquisizione di nuovi equilibri nella continua differenziazione fra sé e l’altro. Il primo è lo stadio 0, nel quale il sé del bambino non è differenziato e manca di un oggetto. Segue lo stadio 1 definito impulsivo e corrispondente al periodo preoperatorio, nel quale il bambino scopre che c’è una realtà esterna, differente e separata da lui ma soggiacente ai suoi impulsi ed alle sue percezioni. Lo stadio 2, che coincide con il periodo operatorio è costituito dal sé imperial, un sé che riesce ad assumere
quelle funzioni di controllo sui propri impulsi prima esercitate dalla famiglia. Il bambino diventa più autosufficiente in quanto ha sviluppato un sé che riesce ad arginare il senso dell’agency, a coordinare le proprie percezioni senza attribuirle automaticamente anche agli altri. In questo periodo tuttavia non è ancora in grado di coordinare bisogni provenienti da sé con quelli provenienti dall’altro. Nello stadio 3 il nuovo equilibrio raggiunto tra sé e l’altro fa si che interessi e bisogni diventino oggetto del sé; ora il sé ha dei bisogni piuttosto che essere costituito da bisogni e può riflettere su questi e coordinare i propri con quelli altrui. L’adolescente è in grado di rispettare un impegno e di instaurare relazioni improntate sulla reciprocità. Nello stadio 4, che coincide col passaggio dalla prima adolescenza alla tarda adolescenza, si forma un equilibrio istituzionale che dà origine ad un sé che crea se stesso. Nello stato 5 il sé ha piuttosto che essere le sue affiliazioni istituzionali. Si crea un nuovo equilibrio interindividuale che consente di coordinare i diversi sé istituzionali. A partire da questo nuovo equilibrio il soggetto ha piuttosto che essere la propria attività lavorativa, la propria religione, la propria nazionalità, le proprie affiliazioni. LA CENTRALITA’ DELL’ESPLORAZIONE NEL PROCESSO DI FORMAZIONE DELL’IDENTITA’ Anche Grotevant può essere annoverato tra i teorici che elaborano un approccio all’identità in termini di sviluppo. Grotevant riconosce che la sua concettualizzazione ha avuto il merito di mettere in evidenza due processi ritenuti fondamentali nella formazione dell’identità: il processo di esplorazione delle alternative e quello dell’assunzione di impegno nelle scelte. Egli focalizza la sua analisi in particolare sul primo, vale a dire sul processo dell’esplorazione, molto somigliante a suo giudizio ad un processo di probelm solving, che egli interpreta come un vero e proprio lavoro che il soggetto svolte per ottenere informazioni su di sé e sul proprio contesto, il relazione ad aspetti importanti nella sua vita, in modo da compiere poi delle scelte personali ed assumere impegni congruenti con queste. Tale processo è costituito da quattro componenti principali consistenti in a) caratteristiche individuali, b) processo vero e proprio della formazione dell’identità in uno specifico ambito, c) contesto di sviluppo del soggetto, d) processo di formazione dell’identità in altri differenti ambiti. Le caratteristiche individuali sono formate dalle abilità e dagli orientamenti personali del soggetto, che possono favorire e promuovere il processo di formazione dell’identità. Tra questi Grotevant evidenzia alcuni aspetti di personalità quali autostima, autoregolazione, capacità di adattamento, apertura a nuove esperienze ed a nuove informazioni. L’autostima favorisce l’orientamento esplorativo consentendo al soggetto la libertà di assumere dei rischi e di valutare delle opzioni. L’autoregolazione implica la propensione a cambiare il proprio modo di comportarsi in funzione del contesto in cui si situa il comportamento. La capacità di adattamento riguarda il grado di flessibilità di fronte a situazioni nuove e potenzialmente impegnative e costituisce una risorsa che il soggetto piò utilizzare nell’attività di problem-solving che caratterizza il processo di formazione dell’identità. Grotevant sottolinea, infine, il ruolo che l’apertura a nuove esperienze ed a nuove informazioni gioca nell’orientare il processo di esplorazione. Il processo di formazione dell’identità in uno specifico ambito, costruisce la seconda componente nel modello di Grotevant. All’interno di tale processo egli sottolinea in primo luogo l’orientamento ad intraprendere comportamenti esplorativi, nel quale i fattori personali interagiscono con le pressioni provenienti dal contesto di sviluppo del soggetto, creando le premesse perché, in un determinato momento, venga attivato un processo esplorativo. Alla seconda componente evidenziata del modelli di Grotevant, appartiene ancora il processo di esplorazione vero e proprio. Numerosi elementi paiono centrali
i soggetti investono in chi sono. Cotè suggerisce che il modello del capitale di identità rappresenta un approccio che integra concezioni psicologiche e sociologiche dell’identità. GLI STILI DI IDENTITA’ COME MODALITA’ DI ELABORAZIONE DELLE RICHIESTE POSTE DALL’AMBIENTE D’accordo con Erikson, Berzonsky ritiene che l’identità rappresenti per il soggetto un quadro di riferimento utile per interpretare le proprie esperienze personali e negoziare il significato di queste ultime individuando le mete, gli obiettivi e la direzione da assumere nella propria vita. Nella sua interpretazione, la formazione dell’identità può essere, pertanto, concepita come la costruzione di una teoria del sé, la cui efficacia dipende dalla sua utilità pragmatica. Quando si crea uno stato di dissonanza, il soggetto è indotto a rivedere aspetti importanti della propria identità e a seconda del suo peculiare stile sarà indotto a rivedere la propria teoria del sé, ad accrescerne ed integrarne in modo differenziato la costruzione o, viceversa, ad organizzare in modo rigido le proprie convinzioni, pervenendo ad una teorizzazione de sé dogmatica. Berzonsky mette a fuoco in particolare i processi socio-cognitivi che sciascun soggetto utilizza per elaborare le informazioni rilevanti per il sé, per costruire mantenere ed adattare il senso di identità personale e pervenire a decisioni congruenti e propone un modelli interpretativo che ne individua tre diversi orientamenti definiti informativo, normativo e diffuso-evitante. Lo stile di identità informativo si inscrive in un più generale approccio esplorativo del sé che risulta caratterizzare i soggetti descritti da Marcia come aventi identità raggiunta o moratoria. I soggetti che adoperano lo stile informativo affrontano i problemi della loro identità in maniera intenzionale, mediante uno sforzo mentale, andando alla ricerca di informazioni rilevanti che mettono a confronto le une con le altre. Lo stile di identità normativo è quello che esprime le peculiari modalità di elaborazione socio-cognitiva dei soggetti classificati da Marcia come aventi una identità preclusa. Essi affrontano i problemi dell’identità in modo relativamente automatico, internalizzando i valori e le credenze di altri significati, avendo scarse capacità di procedere a forme di autovalutazione. I soggetti normativi sembrano particolarmente motivati a conformarsi ad attese e prescrizioni esterne, espresse dai propri gruppi di riferimento o conformi agli standard proposti da figure che rappresentano l’autorità, alle quali si rivolgono per consigli e suggerimenti di fronte ad eventi stressanti per il sé. Inoltre si interessano particolarmente alla fonte da cui provengono le informazioni piuttosto che alla qualità delle informazioni stesse. Lo stile di identità diffuso/evitante consiste nella tendenza ad evitare di confrontarsi direttamente con i problemi inerenti l’identità e caratterizza i soggetti definiti da Marcia come aventi una identità diffusa. Questo stile si caratterizza per gli sforzi compiuti dal soggetto nel rinviare il più a lungo possibile scelte e definizioni del sé, laddove eventuali reazioni comportamentali sono sollecitate da richieste esterne. Le azioni dei soggetti con stile diffuso/evitante sono caratterizzate da comportamenti a breve termine e adempimenti piuttosto che impegni a lungo termine e scelte di vita. VARIABILI E PROCESSI COINVOLTI NELLO SVILUPPO DELL’IDENTITA’ DELL’IO Bosma e kunner contribuiscono significativamente al dibattito sui processi di sviluppo dell’identità presentando una interpretazione che tenta di integrare paradigmi differenti in un singolo modello comprensivo, allo scopo di spiegare le diverse possibili traiettorie individuali nello sviluppo dell’identità. La formazione dell’identità va a loro giudizio, principalmente intesa come un processo iterativo di transazioni tra persona e contesto all’interno del quale assume particolare rilievo il conflitto che può generarsi nel corso di tali transazioni. Il soggetto inizialmente prova a risolvere il conflitto tramite assimilazione, correggendo la percezione della situazioni in modo da renderla congruente con la propria immagine di sé e la propria identità. Nel caso in cui ciò non sia possibile, potrà, mediante accomodamento, cercare di modificare quegli aspetti identitari che risultano indeboliti dalla permanenza del conflitto.
La formazione dell’identità durante l’adolescenza assume peculiari connotazioni anche perché è questo il tempo in cui le convinzioni inerenti la propria persona e le rappresentazioni si sé cominciano a diventare più complesse e più sofisticate: l’adolescente inizia, cioè, ad elaborare e definire in maniera più consapevole una rappresentazione se sé che si configura come concetto di sé. La formazione dell’identità assume pertanto, in questa fase della vita, un carattere ben diverso dalle identificazioni infantili ed appare strettamente legata alle capacità cognitive che mettono l’adolescente in grado di provare una crescente consapevolezza della propria identità, di formulare giudizi e valutazioni, di confrontarsi con giudizi e valutazioni altrui, di differenziare il sé reale dal sé possibile, di riflettere quindi oltre che sulla propria identità attuale anche su un indefinito numero di identità da esplorare ed eventualmente assumere. Durante l’adolescenza la dimensione cognitiva, inerente le diverse componenti del sé diventa più complessa e più sofisticata, e rappresenta una risorsa fondamentale, mediante la quale l’adolescente è finalmente in grado di realizzare la selezione e l’integrazione delle precedenti identificazioni ed arrivare a percepire se stesso come individuo unito e distinto. La formazione dell’identità è infatti anche una continua e ricorrente autovalutazione nella quale assume progressivamente maggiore importanza il confronto sociale, il supporto fornito da altri significativi che l’adolescente può prendere in considerazione, anche grazie alle conquiste realizzate dal punto di vista socio cognitivo. Con l’adolescenza comincia a emergere una rappresentazione del sé basata su aspetti interiori, di carattere psicologico, che rappresentano astrazioni inerenti il sé sotto forma di convinzioni, di speranze, di emozioni, di motivazioni. L’adolescente può, ad esempio, descriversi come sensibile, volubile, affettuoso, tollerante, consapevole, introverso. E’ a questo punto cioè che il soggetto può volgere il suo sguardo verso l’interno ed esplorare quelle caratteristiche del sé che non sono osservabili dagli altri, ma appartengono ad un mondo astratto, fatto di pensieri e sentimenti, sia ipotetici sia reali. Il passaggio che si verifica in questa età, dalla descrizione di sé in termini di tratti caratteristici ad una rappresentazione di sé sotto forma di indice di maturazione dall’altro può talvolta dar luogo a potenziali distorsioni, dal momento che il concetto di sé è meno realistico e di conseguenza è più difficile da verificare. Cooley ritiene che il sé sia costruzione sociale che si realizza mediante il rispecchiamento del sé negli altri. La consapevolezza che gli altri osservano, valutano e possono disapprovare il sé implica, ovviamente, una vulnerabilità poiché il soggetto sente di dovere fronteggiare il fatto che altri potrebbero avere anche opinioni negative. Ciò è tanto più vero per quei soggetti che percepiscono di essere oggetto di giudizi negativi da parte di altri. Naturalmente in adolescenza diventano progressivamente più influenti, ai fini della stima globale di sé, i coetanei anche se i genitori continuano ad avere un notevole peso. Gli adolescenti manifestano rappresentazioni di sé che differiscono in funzione dei differenti ruoli sociali e dei contesti relazionali. Potrà così capitare che un ragazzo si percepisca come responsabile nel rapporto con i genitori, allegro, premuroso e litigioso con gli amici. La ricerca ha dimostrato che in questo periodo i soggetti manifestano numerosi segni di stress e di conflitto per le apparenti contraddizioni percepite nella immagine di sé. L’analisi di ciò che Rosenberg chiama il “sé barometrico” durante l’adolescenza richiama l’attenzione su numerosi fattori inerenti il processo della socializzazione, che contribuiscono ad accentuare l’instabilità del sé durante questa fase dello sviluppo. Infatti se è vero che l’adolescente si preoccupa di ciò che gli altri pensano di lui è anche vero che contemporaneamente riceve diversi e contrastanti segnali da differenti persone che svolgono ruoli differenti. A questa incertezza deve aggiungersi quella derivante dalla ambiguità dello status giovanile nelle
prima di incentivo per i futuri comportamenti, la secondo di valutazione nella costruzione dei primi sé attuali. I tardo adolescenti sono maggiormente coinvolti nel processo di produrre un maggior numero di sé possibili rispetto ai soggetti più grandi. Mentre il sé attuale è sottoposto ad una serie di vincoli, nel senso che deve essere federe all’esperienza, al contrario del sé possibile è arbitro soltanto il soggetto. I contenuti dei sé possibili sono infatti spesso nascosti e protetti dal giudizio e dalla influenza degli altri e rappresentano lo sforzo creativo e produttivo del sistema del sé.
In alternativa all’idea di un sé direttamente osservabile si è fatta strada l’dea di un sé concettuale, creato, come altri concetti, calla riflessione del soggetto, e da questi attivamente costruito nel corso delle sue interazione e nel contesto di una pratica sociale. Il sé narratore è un sé che racconta storie nelle quali la descrizione del sé costituisce la parte più importante. Per Bruner l’aspetto essenziale è il costrutto concettuale definito significato. Il significato delle cose non è fato ma appunto scoperto e costruito in relazione al contesto nel quale le cose stesse sono collocate. Il rapporto del soggetto con la realtà può essere interpretato come “ricerca del significato” mediante la concettualizzazione e l’esposizione narrativa della propria esperienza personale; quest’ultima assume pertanto la forma della narrazione che il soggetto adopera per organizzare, interpretare e dare significato alle vicende della propria vita, assicurando loro un senso di continuità. Attraverso la narrazione il soggetto mette in scena la propria esistenza, le attribuisce una prospettiva, le conferisce senso all’interno di uno specifico culturale, rende esplicito l’implicito, porta alla luce ciò che è nascosto, dà forma a ciò che non ne ha, porta chiarezza dove c’era confusione. CARATTERISTICHE DEL PENSIERO NARRATIVO. Accanto ad un pensiero logico scientifico emerge quindi un pensiero narrativo. Il pensiero narrativo è quello che presiede alla creazione narrativa della realtà ed in quanto tale non è sottoposto alla necessità della prova o della dimostrazione. Si tratta di un pensiero che organizza l’esperienza ed il ricordo degli avvenimenti sotto forma di racconti, storie, giustificazioni, miti, ragioni per fare o per non fare. Viene impiegato prevalentemente nell’ambito del discorso e del ragionamento quotidiano e, a differenza del pensiero logico-scientifico che si applica in prevalenza al mondo fisico, trova il suo campo naturale di applicazione nel mondo sociale. Bruner focalizza con particolare insistenza, nel discorso narrativo, elementi definiti come “spunti di presupposizione”, collegati ai significati impliciti contenuti nel testo, e tali da indurre appunto un processo di interpretazione e costruzione dei significati possibili. Mette in luce, inoltre, l’aspetto della soggettivizzazione, consistente nella marcatura del punto di vista dei personaggi che danno senso alla realtà attraverso la loro personale visione ed interpretazione. Ed infine, in conseguenza di ciò, sottolinea la presenza di un pluralità di prospettive, che rendono possibili molteplici significati in relazione alle diverse ottiche dalle quali si guarda un medesimo evento. Bruner mette in luce come la realtà narrativa abbia una seria di caratteristiche universali, essenziali per la vita dei soggetti all’interno di una cultura, che sono in grado di indicare i vantaggi del loro uso nella pratica sociale quotidiana di comunicazione tra le persone. La prima caratteristica riguarda la sequenzialità. Il racconto, cioè, risulta come una esposizione di eventi che si svolgono nel tempo ed ha, quindi per sua natura una certa durata oltre che un inizio, uno svolgimento ed una conclusione. La seconda caratteristica riguarda l’intenzionalità, cioè il riferimento incliminabile agli stati intenzionali che le persone, oggetto della narrazione, hanno nella situazione in cui si trovano immersi. Pertanto gli eventi narrati non accadono per caso ma sono motivati e sorretti da credenze, convinzioni, desideri, teorie dei protagonisti. La terza caratteristica è la particolarità e riguarda il fatto che pur quando il racconto faccia riferimento a situazioni tipiche, presenta tuttavia persone particolare che compiono azioni specifiche.
Nel momento in cui narra la propria storia il soggetto conferisce significato a ciò che ha vissuto, ai fatti che gli sono accaduti, ed al contesto in cui questi si sono verificati, fa dei collegamenti, fornisce spiegazioni, crea rapporti di casualità. Egli sceglie il modo in cui presentarsi agli altri. Il soggetto tende a normalizzare la propria storia. Costruisce quell’aspetto della propria identità personale definito identità idem che gli permette di sentirsi parte di una cultura, di una ideologia, di una nazione. Contemporaneamente avverte, però, anche l’esigenza di fare emergere la propria individualità all’interno di una storia che altrimenti resterebbe piatta, aspetto chiamato identità ipse. Il soggetto nel raccontare la propria storia può fare uso di espressioni verbali che rappresentano indicatori di: azioni, impegno, risorse, riferimento sociale, valutazione, riflessività, coerenza, localizzazione.