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Psicologia sociale. Lezioni II modulo, Appunti di Psicologia Sociale

Lezioni II modulo. Psicologia sociale Macroargomenti: - Il gruppo; - Riflessioni sulla dimensione del potere; - Sistema normativo di gruppo: le norme sociali; - L'obbedienza distruttiva: l'esperimento di Stanley Milgram; - Stanford Prison Experiment (Zimbardo, 1971); - Leadership; - Il conflitto intergruppale e l'influenza della minoranza; - Decisioni e processi decisionali nei gruppi;

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 18/06/2021

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Parte II
II Modulo
8Il gruppo
I gruppi sono una parte inevitabile e imprescindibile dell’esperienza dell’essere umano, e sono coin-
volti in molti dei problemi sociali più urgenti. Suscitano ambivalenza, a volte un senso di ansia,
minaccia, vulnerabilità, idealizzazione (es. utopisti francesi). L’interesse iniziale nei confronti dei
gruppi riguardava la folla, in cui passioni, istinti e spontaneità prevalgono e possono diventare qual-
cosa di minaccioso. Il diffondersi dei gruppi nelle organizzazioni industriali ha favorito negli anni ’40
e ’50 la riflessione sui gruppi reali, in un’ottica che all’inizio era prevalentemente funzionalista, volta
a mettere in luce gli aspetti di funzionamento dei gruppi che potevano migliorare la funzionalità
del gruppo, le condizioni e il clima di benessere ecc. portando a prestazioni superiori rispetto a
quelle individuali. Questo interesse per i piccoli gruppi si è poi esteso a elementi più grandi, come
le organizzazioni.
Il concetto non scientifico di folla rappresenta l’esordio di questo interesse (fine XIX secolo) che
poi prenderà il nome di psicologia dei gruppi. L’interesse per il comportamento umano è inizialmente
contrassegnato da un pregiudizio negativo molto forte, che sottolinea la natura antisociale dei
gruppi: le persone sperimentano anonimato e diffusione di responsabilità, più la collettività è ampia
più questi processi sono estesi e questo porta le persone a deindividuarsi (cfr. Zimbardo, anni ’70).
Si mutua quindi quest’idea per cui l’individuo all’interno della folla subirebbe una perdita d’identità
e di controllo, diventando violento.
L’ipotesi, per quanto forte, non è mai stata verificata e non corrisponde a realtà. Verrà nuova-
mente rivista in epoca successiva sostituendo con Reicher (1995) e altri autori il concetto di folla
con gruppo e quello di deindividuazione con depersonalizzazione: non si perde la propria identità
individuale, ma l’appartenenza al gruppo rende più saliente l’identità sociale. Il comportamento
quindi si adegua alle norme e agli scopi del gruppo, che possono anche rispondere ad altri standard
e valori, oltre che a quelli violenti.
“Non esiste una psicologia dei gruppi che non sia essenzialmente e interamente una psico-
logia degli individui. La psicologia sociale [...] è parte della psicologia dell’individuo, il cui
comportamento è studiato in relazione a quelle componenti ambientali che comprendono i suoi
simili” (Allport, 1924)
Agli esordi della psicologia sociale (1908), la cultura nordamericana era marcatamente individuali-
stica e inscritta in un contesto epistemologico positivista (approccio riduzionista), non credeva fosse
necessario parlare di psicologia dei gruppi. Durante il periodo nazista, la migrazione negli USA di
psicologi gestaltisti europei (Kurt Lewin) inaugura lo studio dei gruppi, e introduce il concetto di
totalità dinamica: il tutto è differente dalla somma delle parti e il gruppo è differente dall’aggregato
di individui che lo compongono - anche gruppi composti da individui molto preparati possono fallire
- perciò per studiare il gruppo (inteso come unità di analisi), capirne le caratteristiche strutturali
e il funzionamento, bisogna usare categorie diverse da quelle usate per studiare il comportamento
individuale.
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Parte II

II Modulo

8 Il gruppo

I gruppi sono una parte inevitabile e imprescindibile dell’esperienza dell’essere umano, e sono coin- volti in molti dei problemi sociali più urgenti. Suscitano ambivalenza, a volte un senso di ansia, minaccia, vulnerabilità, idealizzazione (es. utopisti francesi). L’interesse iniziale nei confronti dei gruppi riguardava la folla, in cui passioni, istinti e spontaneità prevalgono e possono diventare qual- cosa di minaccioso. Il diffondersi dei gruppi nelle organizzazioni industriali ha favorito negli anni ’ e ’50 la riflessione sui gruppi reali, in un’ottica che all’inizio era prevalentemente funzionalista, volta a mettere in luce gli aspetti di funzionamento dei gruppi che potevano migliorare la funzionalità del gruppo, le condizioni e il clima di benessere ecc. portando a prestazioni superiori rispetto a quelle individuali. Questo interesse per i piccoli gruppi si è poi esteso a elementi più grandi, come le organizzazioni.

Il concetto non scientifico di folla rappresenta l’esordio di questo interesse (fine XIX secolo) che poi prenderà il nome di psicologia dei gruppi. L’interesse per il comportamento umano è inizialmente contrassegnato da un pregiudizio negativo molto forte, che sottolinea la natura antisociale dei gruppi: le persone sperimentano anonimato e diffusione di responsabilità, più la collettività è ampia più questi processi sono estesi e questo porta le persone a deindividuarsi (cfr. Zimbardo, anni ’70). Si mutua quindi quest’idea per cui l’individuo all’interno della folla subirebbe una perdita d’identità e di controllo, diventando violento. L’ipotesi, per quanto forte, non è mai stata verificata e non corrisponde a realtà. Verrà nuova- mente rivista in epoca successiva sostituendo con Reicher (1995) e altri autori il concetto di folla con gruppo e quello di deindividuazione con depersonalizzazione: non si perde la propria identità individuale, ma l’appartenenza al gruppo rende più saliente l’identità sociale. Il comportamento quindi si adegua alle norme e agli scopi del gruppo, che possono anche rispondere ad altri standard e valori, oltre che a quelli violenti.

“Non esiste una psicologia dei gruppi che non sia essenzialmente e interamente una psico- logia degli individui. La psicologia sociale [...] è parte della psicologia dell’individuo, il cui comportamento è studiato in relazione a quelle componenti ambientali che comprendono i suoi simili” (Allport, 1924)

Agli esordi della psicologia sociale (1908), la cultura nordamericana era marcatamente individuali- stica e inscritta in un contesto epistemologico positivista (approccio riduzionista), non credeva fosse necessario parlare di psicologia dei gruppi. Durante il periodo nazista, la migrazione negli USA di psicologi gestaltisti europei (Kurt Lewin) inaugura lo studio dei gruppi, e introduce il concetto di totalità dinamica: il tutto è differente dalla somma delle parti e il gruppo è differente dall’aggregato di individui che lo compongono - anche gruppi composti da individui molto preparati possono fallire

  • perciò per studiare il gruppo (inteso come unità di analisi), capirne le caratteristiche strutturali e il funzionamento, bisogna usare categorie diverse da quelle usate per studiare il comportamento individuale.

8.0.1 Definire il gruppo: il contributo di Kurt Lewin

Il gruppo non è una semplice aggregazione dei suoi componenti, perciò il concetto di gruppo si distingue da quelli di:

aggregato insieme di individui che si trovano nello stesso luogo e nello stesso momento, senza condividere un legame preciso (esempio: gli spettatori in una sala cinematografica; i passeggeri alla fermata);

categoria sociale raggruppamento statistico; insieme di individui che hanno una caratteristica comune (esempio: le donne; i vegetariani), non interagiscono, non si trovano nello stesso luogo nello stesso momento;

Kurt Lewin (1948) definì il gruppo come “totalità dinamica basata sull’interdipendenza invece che sulla somiglianza». Egli aveva una visione dinamica della realtà, secondo cui non è possibile isolare l’individuo dal contesto sociale in cui vive. L’interdipendenza è una percezione dei membri che influi- sce sul comportamento proprio e degli altri. Tre sono le caratteristche dei gruppi: interdipendenza, tendenza all’equilibrio e entitatività. Esistono due tipi di interdipendenza: l’interdipendenza del destino, su cui rifletté per via della persecuzione degli ebrei che stava avvenendo in Europa, e l’interdipendenza del compito (o obiettivo di gruppo). Il “destino comune” è considerato un’espressione dell’interdipendenza tra individui generante il gruppo stesso, che è un insieme di persone riunite intorno a uno scopo comune. I gruppi sono caratterizzati da una tendenza all’equilibrio (quasi stazionario), il che li rende resistenti al cambiamento. L’entatività o unità percepita è una proprietà che fa apparire un gruppo come un’unità coerente, unitaria (Campbell, 1958) e distinta dalla realtà circostante, dagli outgroup. L’ interdipendenza è la caratteristica centrale di ogni gruppo (le esperienze e le azioni di una persona sono in qualche modo legate alle esperienze e alle azioni degli altri individui) e può essere positiva, se porta alla cooperazione tra i membri (maggiore produttività, motivazione alla coo- perazione, attrazione interpersonale, minore aggressività), e alla creazione di un clima positivo, emozioni e sentimenti positivi; oppure negativa, se determina competizione distruttiva (il successo di un individuo è l’insuccesso di un altro).

Varie definizioni di gruppo: «è un insieme di persone che condividono un destino comune» (Lewin, 1948; Campbell,

«è caratterizzato dall’esistenza di una certa struttura sociale, di solito sotto forma di relazioni di status e di ruolo» (Sherif e Sherif, 1969) «è composto da individui in interazione faccia a faccia» (Bales, Homans, 1950) «un gruppo esiste quando due o più individui percepiscono se stessi come membri della medesima categoria sociale» (Tajfel 1981; Turner et al., 1987). «un gruppo esiste quando due o più individui percepiscono se stessi come membri della stessa categoria sociale e quando la sua esistenza è riconosciuta da almeno una terza persona» (Brown, 1990).

Principali criteri per poter parlare di “gruppo” in ottica psico-sociale:

  1. le relazioni tra i membri, dirette o indirette, sono ugualmente pregnanti per il senso d’appar- tenenza;
  2. la consapevolezza dei membri di far parte del gruppo: le persone hanno una percezione comune della loro identità e si definiscono come appartenenti a quel gruppo;
  1. grado di omogeneità negli atteggiamenti o nel comportamento delle persone che si trovano all’interno di ciascun gruppo; es. tifoseria;
  2. grado di omogeneità negli atteggiamenti o nel comportamento degli individui appartenenti al gruppo nei confronti dei membri del gruppo esterno (stereotipia) - cambiamenti del concetto di sé: nel definirsi come membri di un gruppo gli individui stabiliscono una sorta di associazione tra se stessi e quelli che sono gli attibuti prototipici del gruppo e le norme comuni;

8.2 Funzionamento e dinamiche gruppali

Nei gruppi sono sempre presenti due aspetti osservabili: una funzione strumentale - contenuto o compito del gruppo (“la ragione d’essere del gruppo”), e le funzioni di facilitazione e di regolazione

  • processi di gruppo (come il gruppo porta avanti il compito) -:

funz. di produzione attiene al compito del gruppo (obiettivo, prestazione, produttività, qualità del risultato); Rispetto al compito qual è stato il contributo e il comportamento dei membri del gruppo?

funz. di facilitazione attiene agli aspetti logico-razionali che possono facilitare la realizzazione del compito (metodi di lavoro, organizzazione, coordinazione) Quali comportamenti sembrano più rivolti a soddisfare bisogni individuali e quali aiutano a sviluppare il compito? (es. dominare la riunione, interrompere, cercare conferme disconferme, ricercare il consenso..)

funz. di regolazione attiene ai problemi socio-affettivi e relazionali (livello di riconoscimento re- ciproco, di attenzione, di empatia clima emozionale) Qual è il livello di consapevolezza dei processi affettivi e relazionali presenti nel gruppo? (livelli d’ansia, tolleranza dell’ansia e sua gestione, riconoscimento delle emozioni ..) Compito in aula - Che cosa rende positiva o negativa un’esperienza di gruppo «Belle» esperienze di gruppo «Brutte» esperienze di gruppo Avere argomenti di conversazioni Ottenere successi condivisi, buoni risultati Raggiungere propri scopi Armonia tra i membri, affiatamento Riconoscimento spontaneo e stime reciproca Atmosfera positiva, soddisfazione Frequentazioni costanti Ricordi, storia positiva Interessi, passioni comuni Comunicazione tra i membri Supporto, aiuto reciproco, interesse, rispetto Adattamento e capacità di compromesso Poche differenze di potere (tra amici) Libertà di pensiero Saper reagire a difficoltà, problemi e critiche

Conflitti e incomprensioni, contrasti Differenti metodi di lavoro, mancanza di chiarezza sulla divisione del lavoro Difficoltà a raggiungere obiettivi personali Intromissione di elementi esterni al gruppo Infrangere norme implicite Fatica ad entrare in gruppi già formati Scarso affiatamento, impegno, poca responsabilità Mancanza di dialogo, comunicazione problematica Noia, motivazione bassa Differenze caratteriali Competizione negativa, scarsa collaborazione Invidia, disinteresse verso l’altro Mancanza di fiducia, di rispetto, tradimenti Leadership negativa, autoritarismo Mancanza di parità, egoismo, indecisione Difficoltà a esprimere le proprie idee (timidezza) Clima negativo precedente (storia negativa)

Aspetti fenomenologici del funzionamento di gruppo

  • Partecipazione: con indicatori verbali e non verbali;
  • Influenza;
  • Processi di leadership;
  • Metodi di presa delle decisioni;
  • Funzioni di produzione (legate al portare avanti l’obiettivo);
  • Funzioni di regolazione (dinamiche socio-emozionali);
  • Clima di gruppo (impressioni generali dei membri);
  • Appartenenza (sottogruppi, esclusioni, movimenti di ritiro ecc.);
  • Sentimenti ed emozioni;
  • Norme sociali;

Il gruppo è un’entità complessa e dinamica caratterizzata da: confini più o meno permeabili, ingressi di nuovi membri e uscite, e obiettivi sia personali sia gruppali in delicato equilibrio (non si annullano a vicenda, ma devono coesistere).

  • Struttura e processi comunicativi;
  • Struttura e processi organizzativi: definizione delle competenze e dei ruoli;
  • Struttura e processi gerarchici: differenze di status e leadership;
  • Struttura e processi normativi: definizione e condivisione di norme di gruppo;
  • Dimensioni affettive ed emozioni: simpatie, antipative, affinità;

8.3 Tipologie di gruppi

Sono state proposte varie tipologie di gruppo che tengono conto del numero dei componenti, della permeabilità dei confini (facilità a entrare /uscire), degli scopi/finalità, della durata e della quantità e qualità delle interazioni.

analogie e differenze rispetto ai gruppi reali, e che può essere avvicinata con gli stessi strumenti di quelli reali. Sono composti da due o più persone che interagiscono in modo tale che ogni individuo eserciti un’influenza e venga a sua volta influenzato dagli altri membri. Pur essendo fisicamente isolati, quando i membri interagiscono percepiscono la vicinanza degli altri. L’appartenenza a un gruppo virtuale è in grado di generare negli individui quel senso di “novità”, spesso accompagnato da una sensazione di vicinanza fisica. Alcune motivazioni che spingono ad aderire a un gruppo virtuale:

  1. Mancanza di un gruppo nel mondo reale: trovare persone con cui condividere interessi specifici e non convenzionali può essere difficile nella vita reale, e ancora più faticoso per quei soggetti che nascondono un’identità socialmente non condivisa e svalutata (es. preferenze sessuali o idee politiche non convenzionali). Internet offre a queste persone l’occasione di trovare facilmente gruppi aventi gli stessi interessi, oltre alla possibilità di mantenere l’anonimato, garantendo così la protezione dal rischio di varie forme di emarginazione sociale;
  2. Mancanza di tempo: i gruppi virtuali sono più flessibili, non vi è la necessità per i membri di essere compresenti per parteciparvi, e il poter partecipare in qualsiasi momento rappresenta un vantaggio per le persone in cerca di supporto sociale;
  3. Condivisione di una situazione difficile comune: può essere più semplice trovare su Internet gruppi che condividono uno stesso problema piuttosto che nel mondo reale;
  4. Ansia sociale e solitudine: coloro che soffrono di ansia sociale o solitudine si sentono a proprio agio a costruire relazioni strette e a interagire su Internet piuttosto che nel mondo reale, perché lì vengono visti in modo più positivo e sono meglio accettati dagli altri membri del gruppo.

8.4 I confini gruppali: entrare e uscire dal gruppo

Le locomozioni sociali (entrare e uscire dai gruppi, Lewin) sono esperienze emozionali forti, che possono essere sia positive che negative per l’individuo: l’ingresso nella scuola materna è un esempio di entrata in un gruppo, il bambino deve capire come deve comportarsi per essere accettato. Sono esperienze di natura interattiva: non è solo l’individuo a impegnarsi, ma è l’intero gruppo che deve riadattarsi e riorganizzarsi. Osservare queste dinamiche fa riflettere sugli aspetti strutturali del gruppo, e in particolare sulla presenza di confini, che possono essere gestiti in modi diversi.

I gruppi sociali sono definiti da confini simbolici che definiscono appartenenze e non apparte- nenze (membro vs non membro, insider vs. outsider, ingroup vs. outgroup). Il confine delimita un spazio simbolico con un dentro e un fuori. Il confine separa/distingue e unisce (quando è permea- bile e può essere attraversato per andare incontro verso «l’altro»); ha vari gradi di permeabilità (permeabile, ambiguo/sfilacciato, impermeabile/chiuso). La regolazione dei confini di gruppo è un aspetto fondamentale e dinamico del funzionamento di gruppo (possono essere cambiati, ridefiniti e negoziati dai membri); è un processo interdipendente dal contesto sociale e dai cambiamenti che vi avvengono (dinamica sociale complessiva) e sono importanti per il funzionamento psichico del gruppo. Varie dinamiche sono connesse all’ambiguità dei confini gruppali e alla loro definizione. Dal momento che la strutturazione dei confini di gruppo è un processo simbolico intragruppale, i confini possono essere al tempo stesso chiari per i membri e non chiari per gli outsider. Non sono chiari né per gli uni né per gli altri quando un outsider cerca di entrare nel gruppo, che inizia a strutturare

e definire i propri confini. I confini diventano impermeabili e chiusi nel momento in cui un outsider non desiderato cerca di entrare: di solito un membro del gruppo rende esplicito il rifiuto e ciò dà avvio ad un processo intragruppale di strutturazione dei confini. Alcuni gruppi non tollerano confini fluidi e ambigui (che minacciano la loro identità e distintività) e per rassicurare i membri comunicano agli outsider confini rigidi e impenetrabili. La strutturazione dei confini di gruppo può essere il risultato delle azioni di un solo membro che agisce senza consenso e senza regole condivise nel gruppo. Il concetto di confine rimanda a una metafora spaziale: (esercizio individuale) prova a racchiu- dere in un cerchio tutte le persone importanti della tua vita. Noteremo posizionamenti differenti, alcuni più centrali, altri più distanti ecc.

La regolazione dei confini di gruppo è connessa a norme gruppali (standard impliciti ed espli- citi) relative ai processi di inclusione ed esclusione sociale. La group rejection può rappresentare un’esperienza stressante e particolarmente crudele durante l’infanzia o l’adolescenza, influenzando le successive esperienze sociali. Nei gruppi di pari in età adolescenziale, esistono cinque strategie di esclusione sociale:

Ignorare: far sentire l’altro ‘invisibile’ Squalificare: «non sei nostro amico, «sei troppo piccolo» Insultare e deridere Incolpare: «non giochi bene, ci fai perdere» Creare nuove regole: «sei arrivato tardi, non puoi stare nel gruppo»

8.4.1 Entrare nel gruppo

Entrare in un gruppo non si traduce solo nell’apprendimento di nuovi comportamenti, linguaggi, esperienze ecc. ma comporta sempre una ridefinizione della nostra identità, che è in parte sociale. La reciprocità individuo-gruppo comporta cambiamenti del concetto di sé - accettazione e nuovi processi di categorizzazione (membri nuovi e membri anziani) - e influenza il comportamento. L’importanza dell’ingresso può essere evidenziata dalla presenza di riti di passaggio, che devono regolare e monitorare i cambiamenti degli individui. I riti di iniziazione sono meccanismi cerimoniali che immettono il neofita in una nuova situazione, sono caratterizzati da una simbologia ricorrente (il simbolismo rituale della morte e quello della nuova nascita) e hanno la funzione sociale di facilitare i cambiamenti di stato senza scosse troppo violente. Quelli delle società tradizionali erano spesso puberali, assicuravano e marcavano il passaggio dei ragazzi/e dall’infanzia all’età adulta con una serie di prove psicologiche e fisiche, a volte anche dolorose. Le società moderne hanno perso

Efficace ricognizione pregressa (esplorare l’ambiente e selezionare accuratamente); Giocare il ruolo del nuovo arrivato per creare un clima di benevolenza; Cercare referenti di fiducia (oldtimer): modelli (ispirano), mentori (entrano in rela- zione), sponsor (reclutatori del nuovo arrivato), trainer (conformi alle norme); Collaborare con altri newcomer:

L’abilità del gruppo ad assimilare i nuovi membri è influenzata da:

ß apertura/chiusura del gruppo: i gruppi aperti assimilano i newcomer più facilmente;

ß numero dei newcomer: l’assimilazione è più probabile quando ne vengono immessi pochi alla volta;

ß esperienza con gruppi simili: più probabile se hanno scarsa o nessuna esperienza con gruppi simili (atteggiamento di maggiore dipendenza ed accettazione delle regole presenti nel gruppo);

ß grado di somiglianza tra newcomer e membri esistenti (da un punto di vista anagrafico/ cul- turale/ valoriale/ degli interessi, passioni).

Tipi di newcomer:

  • membri istituenti (charter member): arrivano insieme per creare un nuovo gruppo (classe di bambini neoformata);
  • visitatori: entrano per breve tempo nel gruppo e non partecipano in modo totale alle attività (studenti internazionali);
  • trasferisti: hanno partecipato di recente ad un gruppo simile o affiliato all’attuale (persone spostate da un ufficio ad un altro);
  • sostituti: prendono il posto di precedenti membri del gruppo;
  • neofiti regolari : si uniscono a un gruppo in corso e si aspettano di restarvi a lungo, non hanno partecipato a gruppi simili nel passato e non sostituiscono nessuno.

8.4.2 Uscire dal gruppo

Il processo d’uscita dai gruppi (meno studiato) può essere affrontato in modi molto diversi, l’impatto psicologico dipende per esempio dal tipo di gruppo e dalla posizione dell’individuo che affronta la transizione. “Da certi gruppi è difficile uscire, se non a volte impossibile” (organizzazioni criminali), questa difficoltà può dipendere dalla salienza del gruppo (partecipazione, valori condivisi, obiettivi comuni, tonalità affettive); le dimensioni tempo di vita/ tipologia/ dimensione del gruppo contano meno, non è detto che sia più facile uscire da gruppi che sono durati poco. Si può uscire da un gruppo per decisione autonoma, perché si è concluso l’iter di appartenenza, per defezione, per protesta, per emigrazione, per estromissione (es. gruppi politici). L’uscita è un processo legato a vincoli interni (es. sistema delle credenze e dei valori del gruppo) ed esterni (ambiente), che può riflettersi in modi linguisticamente diversi a seconda che venga dall’interno o dall’esterno (venduto/ traditore/ infame/ pentito ecc.). L’uscita dal gruppo può avere ripercussioni per l’individuo a livello di identità (personale e sociale) e di autostima, e può essere legata a rituali di uscita (università, nubilato, pensionamento).

8.5 Struttura di gruppo

La struttura del gruppo è la cornice entro la quale avvengono le dinamiche di gruppo; con il termine ci si riferisce ad alcuni fenomeni di gruppo che possiedono una certa stabilità (pur non essendo immutabili) e permettono di costruire l’architettura entro la quale si svolge la vita del gruppo. Elementi strutturali principali, studiati dalla psicologia sociale:

  • Ampiezza e confini gruppali
  • Le reti di comunicazione
  • I ruoli
  • Sistema di status (il potere nel gruppo)
  • Le norme di gruppo

Il gruppo non potrebbe esistere se non vi fossero regole che rendono ordinato, prevedibile, control- labile, gestibile il grande flusso di scambi di un insieme di individui che si incontrano per i motivi più diversi. L’esperienza gruppale introduce alla specificità del singolo gruppo, «stare in gruppo non è la stessa cosa che relazionarsi ad una o due persone ed è, per tanti versi, più complesso. Ci sono certamente persone più capaci, più abili a stare in gruppo di altre; ciò è dovuto soprattutto a quanta esperienza si è fatta di vita di gruppo, più che a caratteristiche naturali» (Speltini, 2002). Richiede consapevolezza delle specificità strutturali e processuali della vita del gruppo, in parte ci viene dalle esperienze gruppali accumulate nel corso della vita, o anche da uno studio a livello conoscitivo dei processi che gli psicologi e altri scienziati hanno cercato di mettere a fuoco. Non è raro constatare le difficoltà dello stare in gruppo, e di come questo porti a delle perdite di processo e difficoltà sia relazionali che della produzione. Ha delle ripercussioni sul nostro benessere oltre che sull’efficienza del gruppo.

8.5.1 La comunicazione: struttura e reti comunicative

La comunicazione è definibile come: «uno scambio interattivo osservabile tra due o più partecipanti, dotato di un certo grado di consapevolezza e di intenzionalità reciproca, in grado di far condividere un certo percorso di significati sulla base di sistemi simbolici e convenzionali secondo la cultura di riferimento» (Anolli, 2010).

Ingredienti della comunicazione:

  • Presenza di un codice (linguistico e non)
  • Elaborazione e condivisione di significati
  • Sistemi di segnalazione e di significazione (vocale, cinesico, prossemico, ecc.)
  • Intenzionalità reciproca: intenzione del parlante e comprensione/ riconoscimento da parte del destinatario/inferenza
  • Interazione (fare qualcosa nei confronti di qualcuno)
  • Gioco di relazione (mettere in gioco la propria identità)
  • Contesto d’uso e cultura di riferimento

La comunicazione (scambio di significati) è uno degli aspetti costitutivi del gruppo: ne riflette la struttura ed è uno strumento per osservare tutti i processi di gruppo (competizione, cooperazione, produttività, conformismo, influenza della leadership ecc.). Potremmo studiare i gruppi a partire direttamente dal tipo di comunicazione che avviene al loro interno: solo osservando talvolta è possibile intuire il coinvolgimento e l’organizzazione gerarchica nel gruppo, il clima relazionale

adattato anche ai gruppi di lavoro. In una sua versione, ai vari membri fu chiesto durante la pausa ricreativa di indicare tre persone con cui avrebbero giocato e tre con cui no; o di scegliere tre possibili compagni di banco. Sul luogo di lavoro si potrebbe chiedere di indicare tre persone con cui si andrebbe a bere il caffé durante la pausa. Il sociogramma coglie l’effettiva struttura psicosociale del gruppo e le relazioni esistenti tra i suoi membri in base a criteri affettivi e funzionali; questo dà una prima istantanea del gruppo. Moreno, partendo dalle risposte, cerca di declinarle graficamente in un diagramma, in cui vengono indicate per ogni membro del gruppo le preferenze e i rifiuti; emergono così i più e i meno popolari e eventuali sottogruppi. Emergono anche dei ruoli:

  • Isolato: soggetto privo di riconoscimenti dai compagni;
  • Marginale: posizione non centrale nel gruppo;
  • Emarginato: riceve rifiuti, non è considerato positivamente dai compagni;
  • Popolare: riconosciuto da molti compagni, non ha necessariamente legami;
  • Leader: è il più riconosciuto dal gruppo, ha molti legami con i compagni (con- traccambia le scelte)

Si sviluppano molteplici relazioni sociali che possono prendere la forma di sottogruppi coe- si, ostili, o in conflitto con altri sottogruppi. Tra i membri possono esserci simpatie/antipatie, reciprocità/ostilità, apertura/pregiudizio tali da costituire una rete implicita di rapporti che na- sce in relazione a esigenze personali, e che rispondono a bisogni socio-affettivi diversi da quelli strumentali-istituzionali.

Bales (1953) Strutture di interazione in rapporto alla gerarchia di status: griglia di osservazione per osservare i microatti, le azioni che avvengono nel gruppo. Bales studiò le strutture di comunicazione nel gruppo utilizzando l’IPA (Interaction process Analysis): uno strumento di osservazione e analisi dei processi di interazione (scambi di gesti significativi dotati di senso). L’IPA è uno schema di codifica per l’osservazione delle interazioni di gruppo (discussioni libere, presa di decisioni). Bales individuò 12 categorie raccolte in 4 diverse aree fra loro speculari, da usare per codificare le interazioni e descrivere i processi comunicativi dei gruppi, e vedere come le strutture di interazione possono essere correlate alla produttività e alla soddisfazione che le persone vivono nei confronti della loro esperienza di gruppo.

Procedimento:

  • codifica delle interazioni verbali e non verbali;
  • tabulazione dei dati in una tabella;
  • conteggio delle comunicazioni emesse da ciascun membro e di quelle, ricevute.

Lettura e interpretazione: funzione strumentale ed espressiva

Quante e quali comunicazioni ciascun membro emette e riceve? Chi ha ricevuto più comunicazioni? Chi è isolato, non parla e non riceve? Qual è lo stile comunicativo del gruppo (l’area più utilizzata: emozionale positiva/ negativa/neutra)? Chi nel gruppo funge da modello dello stile comunicativo? (chi utilizza più di tutti l’area preferita dal gruppo) Chi è il deviante?

Le dodici categorie si possono anche aggregare in altro modo, in base a due differenti punti di attenzione:

  • asse adattativo-strumentale relativo ai comportamenti in funzione del compito;
  • asse espressivo-integrativo relativo agli aspetti emotivi dell’interazione.

All’interno dei due assi si possono individuare quattro raggruppamenti:

indice di centralità il numero di connessioni che ciascun membro ha con gli altri, fornisce una misura del livello di centralizzazione che caratterizza una rete (quanto il flusso di informazioni è centralizzato in una persona), consente di distinguere le reti fortemente centralizzate, come quella a ruota e quelle invece completamente aperte in cui tutti comunicano con tutti.

L’efficienza della rete è legata al tipo di compito; esiste una relazione tra indice di centralità della rete e alcuni aspetti di funzionamento del gruppo (clima, soddisfazione, produttività..):

ß Efficienza di gruppo nella risoluzione di compiti (semplici e complessi). La natura del compito è una variabile fondamentale (Shaw, 1978): i gruppi centralizzati risolvono più rapidamente i compiti semplici, ma non quelli complessi (per: sovraccarico del leader e demotivazione dei membri); i gruppi decentralizzati risolvono più rapidamente i compiti complessi;

ß Soddisfazione/ morale dei membri del gruppo. Secondo Leavitt, nelle reti centralizzate il mo- rale complessivo del gruppo è basso; la persona in posizione centrale (leader) è più soddisfatta e nelle reti decentralizzate il morale medio del gruppo è più elevato. Secondo alcuni studi più recenti, la soddisfazione influenza il morale e la produttività di gruppo e dipende dalla posizione occupata dal soggetto nella rete (non dal grado di centralità della rete).

8.5.2 Differenziazione di ruolo

Tutti i gruppi presentano una rete interdipente di ruoli e status gerarchici (Sherif, 1969). Un gruppo funzionante ha una struttura flessibilmente definita o pianificata. Ruoli e status sono concetti legati, ma si differenziano per il valore; raramente i membri di un gruppo si equivalgono, le loro differenze si riflettono nei ruoli, nei rapporti basati sullo status e sulle reti di comunicazione; ruoli diversi possono avere prestigio simile, mentre avere un alto o un basso status significa avere un prestigio differente.

Un ruolo è l’insieme di aspettative condivise (carattere di condivisione sociale) circa il modo in cui dovrebbe comportarsi una persona che occupa una certa posizione nel gruppo. È rivelato dal comportamento consueto messo in atto dal soggetto nel gruppo, e assunto dagli altri membri nei suoi confronti; se il comportamento viola le aspettative, questo può causare difficoltà o conflitti nel gruppo. Le caratteristiche dei ruoli sono due: la condivisione - c’è consenso sociale sul fatto che il ruolo vada svolto in un modo specifico - e la reciprocità, per cui ci si aspetta che un individuo si comporti in un determinato modo nei confronti del suo partner di ruolo, cioè di chi ricopre il “ruolo complementare” (es.: insegnanti/allievi, medici/pazienti, figli/genitori, operai/capi reparto, guardia penitenziaria/detenuto ecc.); quest’interdipendenza significa che, al mutare di un ruolo, mutano anche gli altri. Il ruolo è un oggetto sociale, ha origine nella subcultura di riferimento (specifico patrimonio di valori, ideologie e rappresentazioni); è un’etichetta assegnata ad ogni componente del gruppo, e può essere formale (ruoli professionali) o informale (il nuovo arrivato, il capro espiatorio, il clown, l’invisibile, il bastian contrario); genera aspettative sui comportamenti (da agire e da evitare), le motivazioni, le opinioni, i sentimenti ecc. ed è presente sia nei gruppi formali che in quelli informali (sia lavorativi che amicali). I ruoli possono essere sia impliciti che espliciti, e presentano un ambito di discrezionalità (stili di ruolo differenziati da persona a persona) che può essere influenzato da diverse variabili, come la conoscenza del ruolo, la motivazione, una maggiore o minore consapevolezza delle proprie competenze ecc. Una differenziazione di ruolo mancante, caotica o troppo rigida non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi.

Riccione, in classe c’è un bimbo con l’epilessia: ogni compagno ha un ruolo per le emergenze

  • 06 aprile 2018 RICCIONE C’è un bambino di 9 anni che ha l’epilessia. E compagni di classe pronti a soccorrerlo quando lui ne ha più bisogno, perché la maestra ha spiegato loro cosa sia questo problema di salute, che conseguenze e che manifestazioni abbia, e come occorra intervenire, con lucidità e rapidità. E’ stata la mamma del bambino a raccontare in una lunga lettera su un gruppo Facebook come l’insegnante abbia deciso di rendere ciascun compagno di classe consapevole di poter essere d’aiuto: ha affidato a ciascuno di loro un ruolo, nel caso il loro amico abbia una crisi in classe. I genitori del piccolo hanno scoperto quel foglio di istruzioni quasi per caso, andando ai colloqui. Se il ruolo di regista dei soccorsi spetta ovviamente all’insegnante, c’è poi "chi prende il farmaco..chi avverte i bidelli...chi prende dall’armadietto il cuscino", ed è prevista persino una turnazione degli incarichi, mese per mese, e sostituti, perché non manchi mai sostegno al bambino. In questo modo, spiega la madre, i suoi compagni si preparano "ad essere utili e a reagire in caso di necessità. Io mi sono fortemente commossa", scrive. "La maestra ha compiuto un gesto di estrema importanza perché li ha resi partecipi e preparati per una cosa importantissima:

I ruoli hanno funzioni adattive importanti, perché: implicano una suddivisione del lavoro tra i membri del gruppo (ambiti di competenze delle persone), contribuiscono a portare ordine nella vita del gruppo (nutrendo aspettative rendono prevedibili le interazioni) e formano una parte della definizione di sé (l’identità di ruolo è un aspetto dell’identità sociale). Nei contesti professionali esistono sia ruoli formali (cioè stabiliti dall’istituzione: medico, pazien- te, infermiere..) che informali (non stabiliti dall’istituzione ma inevitabili). Ad esempio, in quasi tutti i gruppi sono identificabili i seguenti ruoli informali:

ß il leader : che riveste una funzione centrale, ha una forte visibilità indipendentemente dalla posizione formale. Nei contesti lavorativi, non si deve confondere questa leadership informale da quella formale;

ß il nuovo arrivato/ new comer/ neofita nell’organizzazione: deve cercare di capire le norme implicite ed esplicite dell’ambiente;

ß il capro espiatorio, che attira critiche e disapprovazioni; è un ruolo scomodo per chi lo riveste. ma utile per il gruppo. Secondo Wells (1980) ha una funzione “protettiva” del gruppo, in quan- to permette agli altri membri di proiettare le caratteristiche che ognuno giudica indesiderabili per sé su uno più membri del gruppo;

ß Il clown/ buffone: un ruolo socio-emozionale utile per allentare le tensioni inevitabili attra- verso battute umoristiche, scherzi, ironia;

ß Altri: il bastian contrario; l’invisibile ecc.

Secondo Bales, che ha studiato la differenziazione dei ruoli emergenti nel gruppo (Slater, 1955; Bales, 1950), la distinzione fondamentale è quella tra ruoli (positivi o negativi che siano) strumentali connessi alle attività strumentali (esecuzione del compito, es. il segretario, l’innovatore, colui che

La differenziazione di ruolo nei gruppi. Utilizza la scheda di approfondimento sulla tipologia di ruoli emergenti nei gruppi, per riflettere sulle differenziazione di ruolo all’interno dei tuoi gruppi di appartenenza. Scegli 2 tue esperienze di appartenenza a un gruppo (attuali o passate), identificando sia un gruppo primario (famiglia, amici..) sia un gruppo secondario (gruppo di lavoro/studio, classe, volontario, gruppo/movimento politico, gruppo religioso... ).

1 ° gruppo: ____________________ 2° gruppo: ____________________

Quali ruoli riconosci nei tuoi gruppi? Ci sono ruoli diversi(rispetto a quelli presenti nell’elenco) che caratterizzano le tue esperienze di gruppo? Ti riconosci in alcuni di questi ruoli? Hai sperimentato fatiche (conflitti, ambiguità..) connesse alla definizione dei ruoli nei tuoi gruppi di appartenenza? Quali?

8.5.3 Struttura gerarchica: differenziazione di status

In ogni gruppo esistono gerarchie, cioè posizioni diverse rispetto al potere: lo status è collegato alla dimensione del potere e alla sua gestione; le strutture gerarchiche sono un fenomeno comune ai gruppi e osservabili in maniera oggettiva. Il potere è la capacità di influenzare gli altri, inducendo cambiamenti di comportamento, stato emotivo o cognitivo etc. Lo status è la valutazione condivisa del prestigio/ valore di un ruolo in un gruppo o di chi occupa un ruolo, o del prestigio di un gruppo e dei suoi membri nel suo complesso (gruppi minoritari e maggioritari). Anche nei contesti gruppali amicali, dove idealmente le persone sono tutte nella stessa posizione (o in un gruppo di studenti ecc.), in realtà vi sono delle differenze legate alla posizione: alcuni membri conquistano maggiore visibilità, altri restano più in ombra ecc. Questo avviene anche in gruppi formati da poco: fin dai primi istanti alcuni prendono la parola più spesso, alcuni non vengono ascoltati, altri ricevono più consenso ecc. Per quanto riguarda le differenziazioni di status interne al gruppo, riconosciamo due indicatori:

  1. tendenza di un membro a dare inizio ad idee continuate dal resto del gruppo;
  2. valutazione consensuale del prestigio riguardo le posizioni elevate e basse.

La differenziazione di status si forma velocemente in un gruppo poiché è funzionale ad alcuni bisogni umani: garantisce prevedibilità e ordine nelle relazioni (le aspettative sono di competenza piuttosto che sul tipo di comportamento), facilitando l’assegnazione dei compiti, la stabilità del gruppo e l’efficacia nel raggiungimento degli scopi; costituisce un parametro di autovalutazione (consente di autovalutarsi attraverso i confronti sociali: quanto sono capace?) e alimenta aspettative sulle proprie capacità (può portare alla “profezia che si auto-avvera”: le persone si adeguano al livello che ci si attende benché le loro capacità possono essere superiori o inferiori). Anche se non esplicitata in modo formale, la differenziazione di status può formarsi: da subito, “a pelle”, nel tempo (viene riconfermata) sulla base di alcuni comportamenti, o sin dalle prime interazioni in funzione delle aspettative. Due sono le spiegazioni teoriche complementari (non si escludono fra loro) che chiariscono perché questa assegnazione avvenga anche precocemente:

corrente etologica (Mazur, 1985): l’assegnazione di status elevato è basata su indici percettivi di dominanza di tipo somatico (statura, muscolatura, espressione facciale; o aspetti più sfumati,

come la capacità di fissare una persona finché questa distolga per prima lo sguardo, il tono assertivo e sicuro della voce). Da questa competizione risulterebbe abbozzata una prima gerarchia di status che solamente col tempo potrà essere confermata o meno; è detta etologica perché viene dagli etologi (studiosi del comportamento animale in contesto naturale), che hanno messo in evidenza l’importanza degli indici di dominanza di tipo somatico per gli animali che vivono in gruppi, come i primati;

teoria degli stati d’aspettativa (Berger et al., 1980; Berger e Zelditch, 1985) rispetto alle com- petenze utili per raggiungere l’obiettivo del gruppo: l’assegnazione di status elevato avviene in funzione delle aspettative che riguardano il contributo/le competenze che i vari membri possono dare per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. In questo modo si darà impor- tanza e saranno valutate positivamente quelle caratteristiche dei membri che sono congruenti con gli obiettivi del gruppo. I membri di status più elevato sono considerati più competenti e danno avvio alle varie attività (effetto alone: se sono competente in qualcosa, sarò ritenu- to competente anche in altro). Per effetto degli stereotipi culturali ci possono essere diversi stati d’aspettativa anche in base alla nazionalità, al genere etc. Anche questa assegnazione è temporanea e provvisoria: può essere confermata o disconfermata nel corso delle interazioni di gruppo.

Indicatori non verbali di status elevato (dati di tipo osservativo):

ß apparenza (abbigliamento, accessori, status symbol)

ß maggiori contatti fisici attivi, utilizzo di maggior spazio personale (movimenti verticali/ orizzontali/ "intrusioni" fisiche es. contatti, puntamenti)

ß posture (asse dominanza/subordinazione) più aperte, rilassate ed erette;

ß maggior numero di sguardi rivolti all’interlocutore mentre si parla rispetto a quando si ascolta;

ß migliore espressività verbale e non verbale: maggiori gesti connessi al discorso (contenuto e struttura) e maggior congruenza tra comunicazione verbale e non verbale nell’espressione orale (mimica, intonazione, velocità e ritmo d’eloquio, articolazione chiara delle parole, voce ferma e assenza di esitazioni e di errori);

Ciascun membro appartenente al gruppo valuta gli altri in termini di popolarità, influenza, com- petenza; come evidenziato da Sherif (1948), esiste una maggiore concordanza tra i membri rispetto alle valutazioni dei livelli estremi della struttura gerarchica. Spesso gerarchie formali e informali convivono nelle organizzazioni (scolastiche, aziendali, ..), dove la gerarchia di status formale è stabilita istituzionalmente (incarichi, stipendi differenziati, di- versi vantaggi materiali ecc.), ma non sempre coincide con quella informale concordata tra i membri (implicitamente o esplicitamente): il gruppo di lavoro può mostrare una considerazione speciale nei confronti di un membro non ai vertici dell’organizzazione, ma che è in grado per le sue abilità di proporre iniziative o esprimere idee che vengono poi seguite dagli altri. La gerarchia di status non è immutabile, può variare nel tempo e attraverso le situazioni, per esempio in concomitanza con l’ingresso o l’uscita di membri del gruppo, un cambiamento di contesto o di conflitto intergruppi (dinamica intergruppale), un cambiamento di interessi, attività o scopi del gruppo. Vicino al concetto di status, vi è quello di leadership che si riferisce al processo di gestione del potere, essendo il leader la persona che influenza gli altri più di quanto sia essa stessa influenzata. In