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Lezioni I Modulo, Psicologia sociale. Macroargomenti: - La psicologia sociale; - La cognizione sociale; - La categorizzazione sociale; - Categorie e schemi cognitivi; - La percezione degli altri e la 1a impressione; - Stereotipi cognitivi e sociali - Stereotipi e delegittimazione
Tipologia: Appunti
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Il compito della psicologia è provare a comprendere e prevedere il comportamento umano; ogni branca definisce i fattori e le variabili che ritiene rilevanti per spiegare ciò. Il comportamento umano è di per sé un oggetto complesso e l’analisi delle variabili e dei fattori che lo influenzano è altrettanto complessa. La psicologia sociale è lo studio del comportamento umano nell’ambito delle interazioni che si producono nei diversi contesti sociali; si avvale di un metodo scientifico, sistematico e rigoroso. Quando parliamo di contesto sociale facciamo riferimento ad una molteplicità di livelli di interazioni:
intrapersonale riguarda la relazione con sé stessi, le dinamiche emozionali e cognitive - più o meno consapevoli - interne al singolo individuo, che possono talvolta essere caratterizzate da una forte ambivalenza;
interpersonale definite interazioni bianche, sono relazioni tra due individualità a livello diadico;
gruppale intragruppo - tra i membri di un gruppo - o intergruppi - tra gruppi diversi o tra individui in quanto membri di gruppi diversi;
organizzativo quando i gruppi sono realtà collettive più formali e strutturate in modo definito (organizzazioni politiche, sindacali, scolastiche ecc.)
intraorganizzativo interazioni tra individui e tra gruppi che condividono una comune e so- vraordinata appartenenza; interorganizzativo interazioni tra organizzazioni diverse o tra individui che appartengono a diverse organizzazioni;
interculturale dinamiche legate al confronto interculturale (dimensione trasversale a tutti i livelli di analisi).
La psicologia sociale si concentra sul livello interpersonale, gruppale e organizzativo. Il cuore della psicologia è il fenomeno dell’influenza sociale: il contenuto che gli psicologici attribuiscono a questo termine è più ampio di quello che gli attribuisce il senso comune, non parliamo quindi soltanto di persuasione, di deliberati tentativi di modificare il comportamento di altri (propaganda
politica, campagna pubblicitaria etc.). I nostri pensieri, sentimenti e comportamenti sono influenzati dalla presenza reale, immaginata o implicita degli altri. Noi tendiamo a sottostimare il potere dell’influenza sociale, dandole un significato piuttosto circoscritto. Lo psicologo sociale si scontra con la tendenza comune ad interpretare il comportamento umano ricorrendo a variabili individuali: se una persona compie un atto di generosità nei confronti di qualcun’altro, generalmente viene spiegato sulla base della personalità dell’individuo stesso, lo stesso vale per le forme di aggressività agite nei confronti di altri; questo comporta una semplificazione eccessiva della comprensione della realtà e rende tutte le variabili situazionali irrilevanti. In realtà, se ad esempio a due gruppi di lavoro venisse chiesto di partecipare ad un gioco - così da poter osservare i comportamenti competitivi - anche solo il nome attribuito al gioco potrebbe condizionare il comportamento dei partecipanti (es. community game vs. Wall Street game).
Tratto da: Corriere della Sera del 6/03/ «Quei 3 mesi di matematica che mancano alle bambine» In Italia il gap è di 24 punti contro una media Ocse di 16. E tra gli alunni migliori sa- le addirittura a 39. «Solo un papà su sei crede che la figlia possa appassionarsi alle materie scientifiche. Così l’ansia di non essere all’altezza costringe le studentesse a giocare in difesa» «Ognuno di noi è un genio — diceva Albert Einstein — ma se giudichi un pesce in base alla sua capacità di arrampicarsi su un albero, passerà tutta la sua vita credendo di essere uno stupido».
..un papà su due crede che il proprio figlio (maschio) possa poi trovare un lavoro in ambito scientifico-tecnologico, dall’ingegneria alla chimica, mentre lo stesso genitore, di fronte alla domanda su che cosa possa fare sua figlia, soltanto in un caso su sei pensa che possa finire con l’appassionarsi a materie scientifiche e dunque poi ad un lavoro che abbia a che fare con la scienza o la tecnologia.
L’influenza sociale può essere analizzata in base ad alcuni processi studiati dagli psicologi sociali, il cui intrecciarsi influenza il comportamento umano. I processi sociali sono determinati dalla presenza di altre persone, dalle relazioni con gli altri, dalle opinioni e dalle conoscenze che gli altri ci trasmettono, o dalla nostra appartenenza a gruppi significativi. La dimensione relazionale è una dimensione fondativa dell’essere umano, e ha un versante più di tipo interpersonale e uno più gruppativo. I processi cognitivi sono processi di conoscenza e costruzione del mondo sociale, e influenzano il nostro modo di leggere la realtà: agiamo e interagiamo non in modo neutro, ma sulla base di ricordi, percezioni, emozioni, motivazioni (agiamo in base a ciò che crediamo il mondo sia). Tradotto in termini più operativi, all’interno delle aree di ricerca che caratterizzano questa disciplina, possiamo riconoscere tre ambiti principali:
processi sociocognitivi (social cognition) conoscenza e rappresentazione del mondo sociale (per- cezione e categorizzazione sociale, schemi cognitivi, rappresentazioni sociali, atteggiamenti, pregiudizi e stereotipi, prime impressioni, conoscenza di sé);
processi interpersonali: interazioni sociali e relazioni interpersonali (relazioni intime, attrazione interpersonale, relazioni profonde, relazioni familiari, comunicazione, comportamenti aggres- sivi e altruistici);
processi collettivi e dinamica di gruppo (funzionamento di gruppo; relazioni intra- e intergruppo; organizzazioni; maggioranza e minoranza, conformismo sociale).
La psicologia sociale - di origine americana - ha un interesse sia teorico che applicativo, teso a migliorare la convivenza sociale e a risolvere conflitti distruttivi, abitudini o comportamenti poco
Ad accomunare questi lavori è il fatto che viene veicolata l’idea che il raggruppamento sociale è di per sé un’occasione di indebolimento dei rapporti di controllo dell’intelligenza, e porterebbe in primo piano le tendenze passionali, istintive, violente, regressive. La psicologia della folla viene considerata sempre di più in chiave patologica, diventa un agglomerato di persone che in situazioni particolari trascende l’individualità e la coscienza del singolo individuo. Questi libri veicolano una psicologia avulsa da situazioni sociali collettive concrete, che ha però il merito di aver portato in primo piano il comportamento collettivo. Il concetto di folla è scientificamente molto debole; ancora molto utilizzato dal senso comune ma non dalla psicologia sociale odierna. Le folle sono sempre composte da gruppi, organizzazioni e associazioni differenziate, quindi da persone con appartenenze gruppali e organizzative ben definite (organizzazioni sindacali, partitiche, forze dell’ordine ecc.).
1.1.1 Lo sviluppo della disciplina
Da un punto di vista scientifico, si può datare la nascita della psicologia sociale come disciplina scientifica nel 1908, quando vennero pubblicati i primi due testi che portano nel titolo questo termine: Social Psychology e Introduction to Social Psychology di W. McDougall e E.A. Ross. Nello stesso periodo fu considerata retrospettivamente la ricerca (1898) di Norman Triplett: la prima ricerca di psicologia sociale sull’effetto di facilitazione sociale^1. Rimangono nella storia della disciplina due anime: una più nordamericana - che indagava le tematiche in ottica pragmatica- funzionalista - e una europea. Negli anni ’20 e ’30 nasce un forte impulso alla psicologia negli USA, basato su tre concetti di fondo: il sé^2 (Mead) , il guppo (Cooley) e le relazioni interpersonali (Moreno). Negli anni 30’ e 40 negli USA molti sono gli studiosi europei, soprattutto ebrei trovatisi costretti ad abbandonare l’Europa. Uno dei più famosi fu Kurt Levin, un ebreo polacco che studiò in modo approfondito i processi gruppali e intergruppali, e in quest’ottica si interrogò sul tema del pregiudizio e della violenza discriminatoria (nei confronti di chi appartiene agli outgroup - come ebrei, omosessuali, disabili, rom ecc.). Per questi nuovi studiosi, l’ascesa del Nazismo e la guerra avevano posto interrogativi drammatici e aveva indirizzato la loro ricerca e le loro riflessioni. In questi anni gli psicologi venivano arruolati dal governo anche per risolvere problemi pratici; a Levin per esempio venne chiesto aiuto per modificare le abitudini alimentari degli americani, dato che le risorse alimentari dovevano essere razionate. Altri contributi riguardavano il mantenere alto il morale delle truppe, migliorare le prestazioni, resistere alla propaganda nemica ecc. Levin fu figura centrale del periodo, per lui il comportamento dipendeva dallo spazio di vita dell’individuo, dalla complessità dei fattori e degli elementi che lo costituiscono e che sono tra loro indipendenti. Finita la guerra, mentre l’Europa tentava di ricostruirsi, si riorganizzarono anche le scienze. Tra gli anni ’50-’60 ci fu una crescita degli studi sia negli Stati Uniti che in Europa (furono gli anni in cui si tentò maggiormente di integrare i due filoni). Dal 1970 la psicologia americana si orientò sempre più verso la cognizione sociale: era necessario capire quali fattori cognitivi e razionali influenzavano maggiormente il comportamento sociale (risultato di percezioni, valutazioni e pensieri). La svolta cognitiva - che va sotto il nome di cognizione sociale - implicava lo studio dei
(^1) L’esperimento, durante il quale dei bambini tra i 9 e 12 anni dovevano avvolgere del filo da pesca sui rocchetti nel minor tempo possibile, cercava di dimostrare come la prestazione di un individuo potesse modificarsi e/o migliorare nel momento in cui un’azione veniva eseguita in presenza di altre persone. (^2) Il sé è lo studio della rappresentazione che ognuno ha di se stesso, e la rappresentazione di sé che si forma nel rapprto tra l’individuo e il mondo. Il sociale ha un ruolo costitutivo nella formazione della mente, e si sottolinea quindi il rapporto tra individuo e società.
processi di conoscenza e di rappresentazione del mondo sociale (atteggiamenti, percezione, giudizi, rappresentazioni, stereotipi e schemi cognitivi ecc.), al fine di comprendere come influenzano il comportamento umano. In Europa la psicologia sociale ”rinasce” grazie all’inglese Tajfel e allo svizzero Moscovici, che riprendono la tradizione di Levin e i temi cari alla psicologia sociale europea come le relazioni tra gruppi, le rappresentazioni sociali, il funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni, e l’influenza della maggioranza e della minoranza. Oggi molte sono le aree recenti legate a tematiche attuali: esiste per esempio un filone di neuroscienza sociale, accompagnato dall’interesse per la mappatura delle aree del cervello legate ai vari processi cognitivi, e dall’interesse per la comunicazione elettro- nica, oltre che un rinnovato interesse per il tema dell’immigrazioni e del pregiudizio nei confronti dei migranti. La psicologia europea era nata da una più forte consapevolezza di un intreccio indis- solubile tra psichico e sociale, perciò è sempre stata più radicale rispetto al ruolo costitutivo del sociale per quella che è la nostra esperienza individuale.
La psicologia sociale è una scienza empirica; molte sono le teorie e le conclusioni sul comporta- mento umano e sociale che poggiano sui risultati della ricerca, che è ritenuta produrre risposte più attendibili e meno distorte di quelle basate sul senso comune, sulle intuizioni o esperienze personali. Lo scopo è quello di arrivare a delle considerazioni generali riguardo il comportamento umano; la ricerca è causata dalla curiosità, ma vuole andare al di là, per creare vere e proprie teorie scientifi- che. Per esperimento/ricerca sperimentale si intende un metodo che la psicologia ha adottato dalle cosiddette scienze forti, e che mira a verificare la presenza di nessi causa-effetto tra le variabili. La ricerca psicologica può essere anche descrittiva e/o correlazionale. Per parlare di ricerca si parte da due esempi di studi scientifici empirici:
Fioroni e Rothbarth (2006), un esperimento per valutare gli effetti della categorizzazione sociale e del linguaggio sulla percezione sociale; ha l’obiettivo di verificare se le categorie con cui quo- tidianamente approcciamo la realtà sociale influenzano la nostra percezione. In questo caso si utilizzano categorie legate al peso: la consegna sperimentale è di osservare un continuum di silouettes maschili, graduate dalla più magra alla più grassa, ed esprimere dei giudizi di somiglianza fra le diverse coppi di soggetti. I soggetti sono 9, e vengono richiesti 21 giudizi di somiglianza. Nella prima condizione di controllo c’è (1) assenza di categorizzazione e di etichettamento; nelle altre tre condizioni sperimentali vengono invece introdotti raggruppa- menti sempre più forti. I 40 soggetti (uomini tra i 30-40 anni) partecipanti vengono estratti casualmente per essere attribuiti a una delle 4 situazioni. Con i dati numerici emersi (scala per es. da 1 a 5) si compiono poi delle analisi di tipo statistico per valutare se i giudizi espressi sono significativamente differenti. Lo sperimentatore deve controllare la variabile indipendente (categorizzazione) e verificare il suo effetto sulla variabile dipendente (giudizi). L’ipotesi nulla afferma che non ci sono diffe- renze nei giudizi, oppure non sono significative perché dovute al caso; l’ipotesi sperimentale (che deve essere messa alla prova) che queste differenze esistono e sono più marcate tra le condizioni 3 e 4. Essa mira alla falsificazione, ossia ad accettare o falsificare l’ipotesi nulla. Gli sperimentatori in questo caso rifiutano l’ipotesi nulla perché l’esperimento mostra che ci sono differenze significative, e che nelle situazioni 3 e 4 le silouette maschili vengono percepite come molto più simili tra di loro dentro ogni sottogruppo e molto più differenziate tra i diversi
l’obiettivo di descrivere dei nessi, ma solo di esplorare questa rappresentazione, per capire se fosse legata a giudizi di preferenza. Quando si parla di correlazione tra variabili si parla di un semplice legame.
«The findings revealed that, even though they lived in a mixed city and studied in the same classes, the Jewish children differentiated between the figures and overwhelmingly preferred Jewish figures to Arab figures. Moreover, they revealed negative stereotypes and expressed aggression in drawings of Arab figures. In contrast, among the Arab participants, the findings were inconsistent. In most of the variables, they did not distinguish between the various figures. However, in the quality variables, they tended to prefer figures of their own nationality and rejected Jewish figures. The findings are discussed in relation to the context of the residential environment (a mixed city), majority-minority status, and the Israeli-Arab conflict.»
Entrambi questi studi sono scientifici se condotti in modo intenzionale, e se tutte le scelte sono frutto di un lavoro sistematico che parte dalla teoria, dalla definizione dei costrutti e da una loro teoria di riferimento, e passa per il livello della scelta del metodo (empirico).
Attraverso la ricerca scientifica gli psicologi cercano di sviluppare teorie scientifiche che spieghino il comportamento sociale. Una teoria scientifica è un’asserzione generale, riguardante la relazione causale (causa-effetto) tra costrutti astratti (concetti astratti non direttamente osservabili) come l’autostima, gli atteggiamenti, le abilità sociali, il conflitto, la comunicazione, l’identità sociale, l’intimità, la prestazione di gruppo ecc. Il ciclo della ricerca parte dall’identificazione del problema oggetto di analisi, della teoria di riferimento e dei costrutti teorici; poi si passa alla formulazione di obiettivi ed ipotesi, alla definizione del metodo di ricerca e del disegno (partecipanti, strumenti, produzione dei dati, analisi dei dati), per giungere infine alla discussione dei risultati. I livelli di un progetto di ricerca sono tre, e devono essere correlati l’uno con l’altro:
ß livello logico: teorie e ipotesi formulate sulla base della teoria e dei risultati di teorie precedenti;
ß livello metodologico: la scelta della via da percorrere.
⇒ metodi scientifici non empirici (rassegne bibliografiche, review, metanalisi): il ricercatore analizza tutto ciò che riesce a reperire come ricerca scientifica condotta su un determinato argomento, e confrontare i risultati proponendo una sintesi; ⇒ metodi scientifici empirici, in cui il ricercatore raccoglie dati nella realtà concreta (labo- ratori o contesti di vita reale): ⇒ metodo sperimentale e quasi-sperimentale: produrre inferenze circa relazioni causali (causa-effetto) tra la variabile indipendente e la variabile dipendente (condizioni spe- rimentali). Richiede la manipolazione intenzionale di una o più variabili indipendenti (V.I.) per indagare gli effetti su una o più variabili dipendenti (V.D.)
quasi-esperimenti: il ricercatore non può controllare tutte le variabili
⇒ metodi descrittivi: descrivere in modo accurato e approfondito ciò che avviene a livello di comportamenti, vissuti.
ß livello empirico.
La ricerca può avere diversi gradi di validità:
validità interna: vagliare la relazione causa-effetto → riguarda il grado di certezza con cui si può provare che è la variabile indipendente a determinare le modifiche della variabile dipendente e non altre variabili (es. variabili di confusione, errori del soggetto come la desiderabilità sociale, errori dello sperimentatore);
validità di costrutto: vagliare il costrutto → le variabili (dipendenti e indipendenti) utilizzate devono corrispondere ai costrutti teorici indagati; la variabile è la misurazione concreta di un costrutto. Ad esempio, il favoritismo nei confronti dei bambini ebrei/arabi nei confronti del proprio ingroup viene operazionalizzata con la domanda rispetto a chi preferirebbero invitare nella propria casa. Alcune operazionalizzazioni talvolta generano limiti e perplessità, che possono portare anche ad un miglioramento dopo riflessione.
validità esterna: vagliare la capacità di generalizzare → estendere i risultati oltre le persone, il tempo e il contesto di un particolare studio.
Prima di procedere ad una ricerca ci sono una serie di interrogativi di tipo etico che gli scienziati devono porsi, in particolare nella ricerca che coinvolge le persone: ci sono procedure e protocolli di lavoro precisi da rispettare, e il progetto della ricerca deve essere visionato e vagliato da una commissione etica, che deve analizzarlo per valutare se ciò che viene chiesto alle persone può arrecare un danno o un disagio fisico o psicologico. I partecipanti devono firmare un consenso e devono ricevere informazioni generali riguardo allo studio, garanzie rispetto alla riservatezza e al rispetto della privacy (anonimato e non riconoscibilità personale dei partecipanti); i dati posso essere diffusi solo in sedi scientifiche e le persone devono essere libere di ritirarsi in qualsiasi momento.
Studiare la cognizione sociale significa studiare una serie di attività mentali (soprattutto inconsce) attraverso le quali noi elaboriamo, comprendiamo, memorizziamo informazioni percettive e pianifi- chiamo, programmiamo il nostro comportamento. I processi cognitivi non possono essere osservati
obiettivi/goal personali o sociali essendo immersi in interazioni sociali, molteplici sono gli scopi e i bisogni che guidano i processi cognitivi: autostima, bisogno di appartenenza, di appro- vazione sociale ecc. Ci comportiamo come attori sociali, e non sempre siamo consapevoli degli scopi/bisogni personali o sociali che guidano i processi cognitivi. Le situazioni sociali in cui siamo immersi attivano cognizioni pregresse e, con esse, emozioni, valutazioni e giudizi inconsci.
L’attività cognitiva è sempre un’attività motivata, frutto e guida dell’azione sociale. Questo in- treccio tra pensiero e azione è influenzato da bisogni e biases (errori e distorsioni sistematiche) linguistici, culturali, emozionali, motivazionali. Questi processi cognitivi adattivi pagano il prezzo di queste distorsioni, che sono processi abbastanza universali, e di cui possiamo accrescere la nostra consapevolezza.
Le categorie sociali sono strutture conoscitive che noi utilizziamo costantemente quando approccia- mo la realtà: tutta la conoscenza umana è fondata su processi di categorizzazione e di organizzazione della realtà. Ciascun individuo organizza e semplifica la propria esperienza del mondo attraverso la categorizzazione sociale e la creazione di schemi cognitivi: processi che ci consentono di padro- neggiare l’ambiente e di funzionare in maniera efficiente nella società, perciò hanno un’importante funzione adattiva. La mente non “riproduce” semplicemente la realtà esterna, ma la “ricostrui- sce” (Bartlett, 1932; Koffka, 1935) attraverso l’utilizzo di strutture cognitive (schemi, categorie, rappresentazioni, stereotipi..) La categorizzione sociale permette di definire il mondo sociale (e quello inanimato) usando categorie di uso comune, come le categorie di genere, etniche (appartenenze etniche o nazionali), di ruolo (professionale, nei gruppi, come la madre). Vi facciamo ricorso anche quando siamo in contesti ambigui e disorientanti, ad esempio ambienti culturali molto diversi da quelli in cui siamo cresciuti. Il processo della categorizzazione è innato, e lo sviluppiamo fin da bambini, apprendendole dagli adulti e creandone di nostre; è una potenzialità della nostra mente non indifferente, oltre che un processo cognitivo importante anche per spiegare i fenomeni dello stereotipo e del pregiudizio.
Aggettivi Lingue Filosofia femminile/femmina (2) aperto/ di larghe vedute (11), estroverso (3), spigliato, accogliente, socievole (4), simpatico, chiacchierone, comunicativo, divertente, brillante, vivace, festaiolo, interessante (3) sensibile, disponibile (2), altruista , tollerante, sicuro, determinato, ambizioso, volenteroso, moderno (2) veloce, sveglio, perspicace, attivo, dinamico (2), istintivo, furbo, pratico, multitasking, autonomo, intraprendente (2), intelligente, attento, creativo (2), bizzarro, fantasioso, riflessivo, curioso (6), avventuroso, viaggiatore (3), internazionale, girovago, esploratore, poliglotta, muticulturale, pignolo, studioso (3), precisino, impegnato, stanco
alto, magro, occhialuto, fuori moda, trasandato, sfigato, riflessivo (8), intelligente (5), troppo logico, erudito, colto, intellettuale (4), studioso, serio (3), diligente, saggio (3), introspettivo, critico, strano, complicato, impostato, composto, lunatico (2), pensieroso, dubbioso disattento, confusionario, ubriaco, timido, solitario (2), triste, preciso (2), pesante, noioso (4), monotono, puntuale, non pratico, teorico, idealista, sognatore (3), pensatore (2), fatalista, oratore, logorroico, chiacchierone, mentalmente elastico, maturo, alternativo, creativo, nullafacente, impegnato, politicamente presente, prepotente, altezzoso, presuntuoso affascinante, brillante
Animale Luogo Lingue Filosofia Lingue Filosofia delfino (4) gatto (5) tigre (2) cavallo (3) pappagallo camaleonte farfalla aquila (2) gabbiano (3) uccello (migratore,
cane (4) cervo scoiattolo (3)
criceto castoro ermellino tasso ghiro (2) furetto bradipo (2) cervo topo (3) cane volpe orso gufo (4), civetta canarino, uccello formica struzzo gatto (2)
aeroporto (7) Germania Russia New York centro città, metropoli (5) montagna libreria/ biblioteca (3) chiostro estero (2) mondo intero oceano (2) mare (3) organizzazione internaz.
prato, giardino (2) parco (3) lago (3) collina/ collina deserta (2) campagna (3) radura Grecia (antica)/ Acropoli (4) Bologna (via Zamboni) biblioteca (7) libreria centro sociale
Compito di rielaborazione sull’esercitazione:
Quali aspetti più ti colpiscono nelle slides di sintesi dell’esercitazione svolta? E’ possibile sintetizzare /riordinare i contenuti elencati nelle slide facendo riferimento a macrodimensioni ? Quali? Sono uguali o diverse per le 2 categorie analizzate?
I nuclei tematici di apertura e chiusura sono molti forti e condivisi rispetto a queste due categorie. Queste caratteristiche si associano fra loro in modo coerente: è più facile pensare che una persona estroversa sia anche tollerante, aperta e sensibile - in questo modo si crea un continuum di significati dicotomici (esiste anche un aspetto valutativo).
La categorizzazione sociale è un processo cognitivo fondamentale della mente umana con una tri- plice funzione: (1) semplificare il mondo delle esperienze rendendolo prevedibile (siamo portati a sottovalutare le differenze tra elementi della stessa categoria, e ad accentuare quelle fra elemen- ti di due categorie diverse); (2) fornire informazioni aggiuntive non presenti nell’ambiente o non immediatamente percepibili; (3) ignorare le informazioni accessorie (risparmio di risorse cognitive).
La categorizzazione è alla base di molti processi cognitivi e delle nostre azioni. La psicologia sociale chiama questi effetti, effetti di accentuazione percettiva^3 “Quando una classificazione è correlata con una dimensione continua (ad esempio la lunghezza degli stimoli), si manifesterà una tendenza a esa- gerare le differenze su tale dimensione tra stimoli che appartengono a distinte classi e a minimizzare le differenze entro ciascuna delle classi” (Tajfel, 1969).
assimilazione/omogeneità intracategoriale: accentuazione delle somiglianze entro la categ.;
differenziazione intercategoriale: accentuazione delle differenze tra le categorie.
Tendiamo a ignorare le differenze tra i membri di una categoria, che ci sembreranno più simili tra loro di quanto non siano e non vedremo invece le somiglianze tra due membri di diverse categorie. L’esperimento di Tajfel e Wilkes (1963) è il primo a dimostrare gli effetti distorcenti della categoriz- zazione in un compito di giudizio relativo a stimoli di tipo fisico (8 segmenti di diversa lunghezza- 3 condizioni sperimentali in cui viene proposta).
Ai partecipanti viene chiesto di stimare la lunghezza delle linee. I risultati mettono in luce che solo nella condizione sperimentale 2 - in cui i soggetti colgono che i primi 4 appartengono a una categoria e gli altri ad un’altra - accentuano la somiglianza tra i segmenti interni di ogni gruppo e accentuano la differenza fra i gruppi: i primi appaiono più corti di quanto non siano, i secondi più lunghi - dimostra così come funzionano i bias di giudizio.
(^3) Cfr. esperimento (1963) delle 8 linee, condotto da Tajfel e Wilkes (successivamente definito da Krueger di assimilazione alla tendenza centrale).
La categorizzazione sociale non riguarda solo i giudizi sul mondo fisico (es.: la lunghezza dei segmenti), ma anche quelli relativi al mondo sociale (es.: onestà, intelligenza, estroversione ecc.); si manifesta nei più diversi contesti di giudizio sociale, è un processo caratterizzato sia da aspetti di automaticità (non consapevoli e non intenzionali) sia di controllabilità (consapevoli e intenzio- nali); è più frequente nelle situazioni di incertezza o ambiguità di giudizio ed è quindi connessa all’emergere di contenuti stereotipici associate a ciascuna categoria, e tali da esagerarne le carat- teristiche distintive; è connessa a distorsioni della memoria in compiti di ricordo mnestico. Una maggiore consapevolezza delle categorie ci può aiutare anche a rivalutare le nostre aspettative nei loro confronti.
Categorizzazione e scelte linguistiche E’ possibile distinguere gli effetti specifici dovuti alla categorizzazione da quelli legati alle etichette linguistiche usate per definire due differenti categorie. Le parole che utilizziamo possono attenuare o esacerbare gli effetti distorcenti della categorizzazione.
Esempio: continuum orientamento politico Destra Sinistra Post-fascisti Post-comunisti
Nella maggior parte delle situazioni, quando incontrano uno stimolo sociale (ad esempio, una per- sona) i soggetti possono far riferimento a più di una dimensione categoriale. Per stabilire quali categorie hanno più probabilità di essere richiamate e utilizzate, entrano in gioco vari fattori:
livello di categorizzazione il sistema della categorie è gerarchico e comprende 3 livelli (sovraor- dinato, elementare/intermedio, subordinato); in genere si fa riferimento a categorie interme- die facilmente accessibili, quali quelle di genere (uomo-donna), nazionalità (italiano, tedesco, americano..), razza-etnia (bianco-nero..), età (giovane-anziano), ruoli professionali ecc. que- ste categorie di uso comune sono spesso costituite da sottotipi, cioè da raggruppamenti più raffinati rispetto a semplici dicotomie o gruppi indifferenziati;
fattori individuali obiettivi, caratteristiche e bisogni personali (abitudini consolidate nell’utilizzo di certe categorie, elevata propensione al pregiudizio..) influiscono sull’individuazione delle categorie. L’accessibilità categoriale è legata ad una sorta di priorità: l’informazione dispo- nibile più velocemente recuperabile nella memoria è quella che influisce di più, appartiene in genere alle categorie che utilizziamo più di frequente;
fattori situazionali la situazione e gli elementi reali che la caratterizzano determinano le categorie più salienti e accessibili in quel momento.Le dimensioni categoriali che assumono preminenza in ogni situazione data dipendono dalle particolari circostanze in gioco (es. la dimensione religiosa in Irlanda del Nord o nel subcontinente indiano; la dimensione etnica in Ruanda con il genocidio del 1994). La salienza categoriale è una caratteristica che emerge dall’interazione con gli altri stimoli presenti nel contesto.
liv. subordinato del sé (livello interpersonale) come individuo unico rispetto agli altri membri dell’in-group (person categories; personal identity);
liv. intermedio del sé (livello intergruppo) come membro di un gruppo in confronto con membri di un altro gruppo (social categories; social dentity): l’idea che abbiamo di noi è legata al fatto che ci percepiamo come membri di una categoria e ci mettiamo a confronto con membri di altre categorie.
liv. sovraordinato del sé (livello interspecie) come essere umano (human categories human iden- tity): riguarda la difesa e la protezione del sé, entra in gioco in situazioni intergruppali conflittuali e distruttive, laddove esistono anche pregiudizi negativi e deumanizzanti (l’altro è un ”demone da cui difendersi”) non entra nemmeno in gioco il livello intermedio. In situazioni normali la nostra identità si costruisce sui primi due.
Le self categories definiscono il self-concept di un individuo e ne influenzano l’autostima. Turner discute anche dell’interazione tra i livelli, e crede che nelle situazioni sociali in cui le categorie personali sono quelle salienti, la categoria intermedia non lo sia più; e quando ad essere saliente è la categoria sociale, l’autovalutazione si basa sul confronto di sé come membro del gruppo con il membro prototipico/stereotipico del gruppo. La categorizzazione di sé a livello intermedio (quando è saliente il contesto) accentua il carattere prototipico del gruppo, e vede un incremento dell’identità percepita fra sé e i membri del gruppo. Alla base di questo processo che spiega l’asimmetria non c’è un bisogno cognitivo, ma un bisogno motivazionale primario di tipo sociale, che ha a che fare con la difesa della propria identità personale, la valorizzazione e il posizionamento del sé. Secondo la teoria dell’identità sociale (SIT- Social Identity Theory, 1970, 1981) di Taifel, l’i- dentità sociale è quella parte dell’identità che si basa sull’appartenere a determinati gruppi sociali. Tutti gli individui aspirano ad un’identità sociale positiva: vogliono appartenere a gruppi social- mente valorizzati che non abbassino la stima di sé - da qui deriva il tipico comportamento fra gruppi dell’inter-bias (il passaggio a comportamenti discriminatori non è automatico, ha bisogno di altri elementi). Il criterio del valore del gruppo non è assoluto, ma relativo: l’ingroup ha un valore se è percepito come superiore all’outgroup (confronti sociali); da questa aspirazione deriva il tipico comportamento intergruppi: il favoritismo per il proprio gruppo (ingroup) e lo sfavoritismo per i gruppi esterni (outgroup).
Bias legati al processo di categorizzazione sociale
accentuazione percettiva delle somiglianze intracategoriali e delle differenze intercategoriali: l’ef- fetto è più forte quando la categorizzazione e i tratti connessi hanno un’importanza, una pertinenza o un valore soggettivo (es. nella dinamica ingroup- out-group).
stereotipizzazione è una sorta di scorciatoia mentale. Le categorie fungono da base per gli schemi e per gli stereotipi (inferenze tracciate a partire dall’assegnazione di una persona ad una data categoria), che - come le categorie su cui si fondano - possono avere tonalità positive, negative o neutre. I calchi cognitivi sono immagini mentali semplificate relative alle caratteristiche e ai comportamenti dei gruppi.
correlazione illusoria sopravvalutazione del tasso di associazione tra due stimoli o eventi (es. obesità e basso livello di scolarizzazione; correlazione illusoria tra tratti distintivi negativi e gruppi minoritari); si producono più facilmente in situazioni in cui abbiamo poche informazioni o dove i fattori ansiogeni sono più complessi.
percezione differenziale dell’omogeneità all’interno della categoria: l’out-group viene percepito in genere come più omogeneo e più indifferenziato rispetto all’in-group (o alla categoria di appartenenza); ad es. abbiamo più difficoltà a riconoscere dal punto di vista fisico persone che appartengono ad un altro gruppo etnico.
distorsioni della memoria sono ricordati con più facilità gli attributi sfavorevoli e negativi degli out-group (o delle categorie di non appartenenza) rispetto a quelli positivi.
Schema e categoria sono due filoni di studio vicini, ma con un obiettivo leggermente diverso: quando si studia la categoria si è più interessati a capire come in una società/ gruppo viene classificata la realtà sociale, come le etichette linguistiche traducono questa classificazione, come sono organiz- zate le conoscenze categoriali e come questa informazione schematica viene utilizzata. Gli schemi cognitivi sono rappresentazioni referenziali che riguardano la rappresentazione del mondo, delle si- tuazioni sociali, degli altri, di noi stessi ecc. sono informazioni schematiche (valenza economica) molto importanti nella gestione della vita quotidiana. Dalla categorizzazione si sviluppano due filoni: gli schemi socio-cognitivi e gli stereotipi cogniti- vi. Gli schemi cognitivi sono strutture cognitive che rappresentano un oggetto di conoscenza (una persona, un ruolo, un evento sociale..), includendo i suoi attributi e i loro legami. Facilitano i processi di conoscenza top-down (o schema-driven): si basano sull’esistenza di concetti, conoscenze e “teorie” presenti in memoria, che permettono di trattare stimoli nuovi facendo riferimento a infor- mazioni già possedute (e che ora catturano la nostra attenzione). Il concetto di schema cognitivo ci aiuta a capire come utilizziamo la conoscenza accumulata e depositata nella memoria per compren- dere e affrontare sia le situazioni quotidiane sia quelle nuove e/o impreviste. Accorciano il lavoro cognitivo, ma possono indurre errori e distorsioni dovuti all’influenza di conoscenze già possedute e abitudini sull’interpretazione delle informazioni. Influenzano la codifica delle informazioni nuove, il ricordo di informazioni già acquisite e le inferenze relative ai dati mancanti. Il ricorso al pensiero schematico è pervasivo (e spesso inconsapevole) e si basa su un’iniziale categorizzazione degli stimoli sociali in base ad alcune caratteristiche possedute dall’oggetto (persona, situazione..). Gli schemi svolgono importanti funzioni adattive: ci fanno provare continuità, coerenza, ordine; riducono l’ambiguità (soprattutto quando le situazioni sono poco chiare, confuse o incerte) e ci guidano nel ricordo. Per tali ragioni, sono persistenti e resistenti al cambiamento. Quando gli psicologi cognitivi nordamericani hanno iniziato a studiare gli schemi, li hanno divisi in quattro tipologie di persona, di sé, di ruolo e di evento.
4.1.1 Tipologie di schemi cognitivi
schemi di persona contengono le informazioni utilizzate per descrivere le persone in base a tratti di personalità (es. un tipo alternativo, simpatico, isterico) o altre caratteristiche che le di- stinguono (es. snob, carrierista); inducono aspettative che influenzano il ricordo di azioni e la comprensione di nuove informazioni (Zadny e Gerard, 1974). Anche nel linguaggio comune sono presenti dei quadri interpretativi delle differenze e delle somiglianze personali sotto forma di tipi psicologici, che si cristallizzano anche in alcune espressioni (il secchione, l’infermierina etc.).
quanto la nozione di sé implica necessariamente un altro dal quale il sé si distingue. Ciò che è centrale per noi ci aiuta a organizzare la conoscenza degli altri, e prestiamo attenzione alle caratteristiche altrui che più rimandano alle nostre. Le centralità possono essere diverse da persona a persona. Gli schemi includono sia le caratteristiche fisiche che quelle sociali, e sono resistenti al cambiamento. Lo schema di sé è un repertorio di schemi cognitivo-affettivi. Nella costruzione del Sé sono implicati diversi processi:
Sé operativo (working self-concept, Markus e Kunde, 1986): le immagini di sé sono strettamente legate a specifici contesti situazionali, per cui certi schemi di sé diventano più salienti rispetto ad altri in rapporto a caratteristiche specifiche della situazione (es. contesto scolastico vs. contesto sportivo); sembra che le persone possiedano un nucleo concettuale di sé stabile, da cui si dipartono delle articolazioni di una rappresentazione complessa e mutevole legata ai nostri contesti di vita.
Sé possibili (possible selves, Markus e Nurius, 1986): gli individui elaborano non solo concetti relativi alle qualità attuali, ma anche concetti di sé ipotetici/possibili in futuro, aspet- ti potenziali del sé che rappresentano un collegamento tra cognizione e motivazione. Funzionano come incentivi per future condotte e forniscono un quadro valutativo della visione corrente che si ha del sé, delineano un soggetto intenzionale, con motivazioni che si spostano sul futuro.
Sé reale/ideale/imperativo (Higgins, 1989): (teoria della discrepanza del sé) il sé reale è la rap- presentazione degli attributi che l’individuo ritiene di possedere; il sé ideale è l’insieme delle caratteristiche che l’individuo desidererebbe possedere (fisicamente, socialmente, emotivamente ecc.) e il sé imperativo è ciò che l’individuo ritiene di dover fare o dover essere. A volte l’individuo può sperimentare uno stato di incongruenza tra questi diver- si sé, che può anche generare emozioni particolari, per esempio tra reale-ideale porta a depressione e tristezza, tra reale-imperativo a colpa, disprezzo e vergogna.
Sé pubblico/privato/collettivo (Greenwald, 1990): il sé pubblico deriva dall’esperienza dell’appro- vazione altrui e dalla valutazione di sé che ne consegue; il sé privato si riferisce al mondo
interno degli standard di riferimento; il sé collettivo si sviluppa attraverso l’interiorizza- zione dei valori dei gruppi sociali, etnici, religiosi, professionali e politici a cui l’individuo appartiene (è quello maggiormente indagato in ambito europeo).
Gli schemi di sé possono differenziarsi per disponibilità (presenza in memoria) e accessibilità (ri- levanza) e sono gerarchicamente strutturati; i più rilevanti sono anche centrali nell’organizzazione complessiva del sé; essendo strutture cognitivo-affettive, gli schemi sono connotati in senso emotivo, e non sono tutti accessibili contemporaneamente, l’individuo attiva solo quelli che meglio rispondo- no alla situazione e agli scopi. Le persone sono capaci di modulare la propria autopresentazione in relazione alle caratteristiche del contesto e ai propri interessi. Sono 3 le motivazioni connesse al sé:
Lo schema di sé è un tema che ha una possibile declinazione applicativa nella ricerca, nello studio della comunicazione virtuale è il processo di gestione dell’impressione. Noi usiamo varie strategie per mostrarci agli altri in una luce positiva, e questa autopresentazione ha una valenza espressiva e una strategica.
Autopresentazione espressiva: dimostrazione e conferma del concetto di sé attraverso le azioni; cerchiamo persone che confermino chi siamo.
Autopresentazione strategica: legata alle finalità che l’essere umano persegue, come: