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Quintiliano e Marziale, testi trattati in classe
Tipologia: Appunti
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EPIGRAMMA III, 26, Tutto appartiene a Candido tranne sua moglie Il protagonista del componimento che segue (il 26° del 3° libro), Candido, incarna il tipo del ricco spilorcio, che si rifiuta di condividere con altri i suoi averi. Egli possiede ingenti ricchezze (da notare la ripetizione del verbo habeo , "ho", "possiedo"): poderi, denaro, vasi preziosi, vini pregiati; possiede inoltre intelligenza e ingegno, ma sono beni e qualità che tiene tutti per sé ( solus , "da solo"), senza spartirli con altri, neppure con gli amici, come sottolinea lo stesso Marziale in un altro componimento (il 43° del 2° libro), dove troviamo Candido che proclama una del tutto menzognera "comunanza tra amici", in quanto in realtà egli non dà alcunché, delle proprie ricchezze, al suo vecchio e fedele compagno (appunto il nostro poeta). Ma, ironia della sorte, ecco che il ricco spilorcio, che si gode tutto da solo, si ritrova a spartire la moglie con tutti, come sottolinea Marziale attraverso il fulmen in clausula. Possiedi da solo i poderi e da solo, Candido, il denaro, possiedi da solo i vasi d’oro, possiedi da solo i vasi di murra, possiedi da solo i vini del Massico e da solo i vini di Cecubo dell’anno di Opimio, possiedi da solo l’intelligenza, da solo anche l’ingegno. Possiedi tutto da solo: non pensare che io voglia negarlo; ma tua moglie, Candido, la possiedi in comune con tutti. L’esperto dell’insegnare, affidatogli il bambino, osserverà innanzitutto il suo ingegno e l’indole. Segno d’ingegno nei piccoli è soprattutto la memoria. Il loro duplice pregio [è] capire con facilità e ricordare fedelmente. E subito dopo c’è l’imitazione; infatti anche questo è proprio di una natura docile, purchè tuttavia riproduca quello che impara, non l’aspetto esteriore e il modo di camminare e qualcosa di peggio che si faccia notare. Non mi darà speranza di buona indole colui che per questa passione di imitare finirà per ottenere di farsi deridere. Infatti sarà innanzitutto serio colui che è dotato di ingegno; diversamente non potrei considerare cosa peggiore essere dotati di ingegno lento piuttosto che cattivo. Pertanto lo scolaro onesto starà lontano da quello pigro e svogliato. Questo mio giovane imparerà non difficilmente le cose che saranno insegnate, anzi, alcune le chiederà, tuttavia seguirà piuttosto che precedere. Quell’ingegno precoce non arriva quasi mai al frutto per caso. Dopo aver osservato queste cose, badi il maestro il modo in cui si debba trattare l’animo del discepolo. Alcuni sono svogliati, se non insisti, altri sdegnano gli ordini, il timore ne contiene alcuni, debilita altri, il lavoro continuato ne abbatte alcuni, mentre in altri fa più impeto. A me sia dato quel fanciullo che sia eccitato dalla lode, a cui giova la gloria, che pianga se sconfitto.
Nei paragrafi 10-12 l’autore sottolinea quanto anche i momenti del riposo e del gioco servano a rinnovare la voglia d’imparare che non può mai essere obbligata. In questo argomentare Quintiliano riporta un suo modello pedagogico che assume caratteri conformisti nella fedeltà a modelli consolidati e caratteri moderni nell’attenzione dimostrata verso le qualità personali dei fanciulli. M.Fabio Quintiliano nacque in Spagna (Calagurris) nel 35 d.C. Il padre era maestro di retorica, Quintiliano, ancora giovane andò a Roma per studiare retorica. Tornò poi in Spagna per svolgere attività forense che mai interruppe, nemmeno quando fu richiamato a Roma per insegnare retorica con grande successo, tra i suoi allievi ebbe Plinio il Giovane. Nell’88 si ritirò dall’insegnamento, morì dopo il 95. L’opera principale di Quintiliano sono i dodici libri della Institutio Oratoria. Lo scrittore prova a delineare il prototipo del perfetto maestro che, con saggezza, ma anche con pugno fermo, sappia trasmettere ai suoi alunni non solo il sapere, ma anche modelli di comportamento improntati alla correttezza e alla moderazione, ricevendo dagli allievi dedizione e stima. Sono parole scritte nella seconda metà del I sec D.C. (età dei Flavi), ma risuonano di una sorprendente attualità ancora oggi. Riportiamo, del passo, alcuni stralci di grande significatività: "L'insegnante in primo luogo assuma l'animo di un genitore verso i propri allievi e pensi di prendere il posto di quelli dai quali gli vengono affidati i figli. Lui in persona non abbia vizi nè li tolleri. La sua severità non sia arcigna, la sua affabilità non sia eccessiva, affinchè non si generi dall'una l'odio, dall'altra il disprezzo. Tenga molti discorsi sull'onestà e sul bene; infatti quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente castigherà. Non sia per nulla irascibile, nè dissimulatore di ciò che si deve correggere... Nel correggere i difetti che dovranno essere corretti non sia aspro nè offensivo: infatti ciò allontana molti dal proposito di studiare, il fatto che alcuni rimproverino quasi come se odiassero. E personalmente dica ogni giorno qualcosa, anzi molte che cose che un allievo possa portar via con sè..." Si delinea l'immagine del docente come guida, umana prima ancora che intellettuale, come educatore, nel senso di figura di riferimento che 'e-duca', alla latina cioè, 'tira fuori' il potenziale di risorse che è in ogni allievo. In che modo? Prendendosi cura e prendendo in cura l'allievo, supportandolo e orientandolo in quel processo di crescita sempre carico di conflitti, ansie e dubbi. Questo sembra il modello cui tutti noi formatori dovremmo tendere, senza riserve.