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Quintiliano Latino 5, Schemi e mappe concettuali di Latino

Quintiliano riassunto sintetico latino

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

Caricato il 04/03/2026

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marta-de-nichilo 🇮🇹

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Marco Fabio Quintiliano nacque a Calagurris (odierna Calahorra), nella Spagna nordorientale, tra il 30 e il 40 d.C.
Studiò a Roma, dove svolse poi con grande successo l’attività di avvocato; inoltre insegno retorica per vent’anni,
all’incirca dal 70 al 90, ottenendo un importante riconoscimento pubblico: fu infatti tra i primi professori
finanziati dallo Stato per iniziativa di Vespasiano che gli assegnò uno stipendio di centomila, sesterzi annui,
corrispondente a quello di un alto funzionario imperiale.
Dopo aver lasciato la cattedra, Quintiliano scrisse prima un trattato, De causis corruptae elo-quentiae (“Le
cause della decadenza dell’oratoria”), che non ci è pervenuto, poi l’Institutio oratoria, l’opera maggiore,
composta tra il 90 e il 96 circa e conclusa sicuramente prima del la tragica fine di Domiziano, elogiato nei libri IV
e X. Durante la composizione dell’opera, Quintiliano fu colpito dalla perdita dell’amato figlio, l’unico affetto
rimastogli dopo la morte prematura della giovanissima moglie e del secondogenito, che aveva solo cinque anni
(di queste dolorose vicende egli offre una commossa testimonianza nel proemio del libro VI). Ignota è la data
della morte, che non dovette essere di molto posteriore alla fine della dinastia Flavia (96 d.C.). Plinio il Giovane
infatti, che fu allievo di Quintiliano, nelle sue lettere, scritte sotto Traiano (98-117 d.C.), parla del maestro come
di chi non è più in vita.
L’institutio oratoria (“La formazione dell’oratore”) un trattato in dodici libri, dedicato a Vittorio Marcello,
personaggio in vista alla corte di Domiziano; in esso Quintiliano fa confluire la sua ricchissima dottrina e i frutti
della sua esperienza ventennale di insegnante. Egli enuncia subito l’intenzione di scrivere un’opera completa e
sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia e trattando di tutti i problemi e gli argomenti,
teorici e pratici, attinenti alla scienza retorica e all’attività oratoria.
Subito dopo Quintiliano affronta anche il problema del rap-porto tra retorica e filosofia, dibattuto lungo tutto il
corso della tradizione greca (dai sofisti a Platone a Isocrate) e latina (da Cicerone a Seneca). Sulla linea
isocrateo-ciceroniana, egli polemizza con la pretesa dei filosofi di riservare a sé l’educazione dei giovani e
afferma che la filosofia è solo una delle scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore. Le
sue posizioni corrispondono dunque a quelle sostenute da Cicerone nel De oratore (cui il nostro autore si
richiama esplicitamente), in quanto anche la filosofia, come tutte le altre materie di studio, viene ricondotta
nell’ambito onnicomprensivo dell’oratoria. Ben poco ciceroniana ci appare, invece, la dichiarata ostilità di
Quintiliano verso i filosofi contemporanei, sui quali egli esprime giudizi molto severi, affermando che ai suoi
tempi «sotto il nome della filosofia si sono celati i vizi più gravis (Institutio oratoria, I, prooemium, 15). Tale presa
di posizione è da inquadrare, più che nella polemica tradizionale tra retori e filosofi (concorrenti e rivali nella
formazione intellettuale dei giovani destinati alla vita politica), nell’adesione e nell’appoggio agli orientamenti
degli imperatori flavi e specialmente di Domiziano, promotore di ben due espulsioni di filosofi da Roma.
La decadenza dell’oratoria secondo Quintiliano: Una summa della retorica antica: Institutio oratoria si può
considerare una summa della teoria retorica antica. L’autore cita (non sempre di prima mano) numerose fonti
greche e latine, discutendo le posizioni assunte dai predecessori con grande equilibrio e pacatezza di giudizio;
inoltre egli ha il pregio di impostare quasi sempre i problemi con esemplare chiarezza e concretezza e di svolgere
la sua trattazione in tono amabilmente discorsivo. La sua opera si può dunque leggere anche come una preziosa
raccolta di materiale che ci conserva, ordinate sistematicamente ed esaminate criticamente, le acquisizioni di
uno dei settori più importanti e vitali della cultura greco-latina, quello della scienza e della tecnica della
comunicazione e della persuasione.
Il ruolo dell’oratore e la decadenza dell’oratoria: L’opera ha tuttavia anche importanti implicazioni in rapporto alle
condizioni storico-culturali dell’età in cui fu scritta e in particolare a due problemi dibattuti in altri testi
contemporanei: quello della mutata funzione dell’orato-re nella società civile e quello delle nuove tendenze
stilistiche affermatesi nella prima età imperiale. Quintiliano imposta entrambi i problemi in termini di
“corruzione” e indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico e morale
(degenerazione dei costumi cui si accompagna lo scadimento del gusto e del lo stile). Egli individua
classicisticamente in Cicerone il culmine dell’oratoria romana e il modello insuperato, cui si deve tornare per
porre rimedio alla situazione presente.
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Marco Fabio Quintiliano nacque a Calagurris (odierna Calahorra), nella Spagna nordorientale, tra il 30 e il 40 d.C. Studiò a Roma, dove svolse poi con grande successo l’attività di avvocato; inoltre insegno retorica per vent’anni, all’incirca dal 70 al 90, ottenendo un importante riconoscimento pubblico: fu infatti tra i primi professori finanziati dallo Stato per iniziativa di Vespasiano che gli assegnò uno stipendio di centomila, sesterzi annui, corrispondente a quello di un alto funzionario imperiale. Dopo aver lasciato la cattedra, Quintiliano scrisse prima un trattato, De causis corruptae elo-quentiae (“Le cause della decadenza dell’oratoria”), che non ci è pervenuto, poi l’Institutio oratoria, l’opera maggiore, composta tra il 90 e il 96 circa e conclusa sicuramente prima del la tragica fine di Domiziano, elogiato nei libri IV e X. Durante la composizione dell’opera, Quintiliano fu colpito dalla perdita dell’amato figlio, l’unico affetto rimastogli dopo la morte prematura della giovanissima moglie e del secondogenito, che aveva solo cinque anni (di queste dolorose vicende egli offre una commossa testimonianza nel proemio del libro VI). Ignota è la data della morte, che non dovette essere di molto posteriore alla fine della dinastia Flavia (96 d.C.). Plinio il Giovane infatti, che fu allievo di Quintiliano, nelle sue lettere, scritte sotto Traiano (98-117 d.C.), parla del maestro come di chi non è più in vita. L’institutio oratoria (“La formazione dell’oratore”) un trattato in dodici libri, dedicato a Vittorio Marcello, personaggio in vista alla corte di Domiziano; in esso Quintiliano fa confluire la sua ricchissima dottrina e i frutti della sua esperienza ventennale di insegnante. Egli enuncia subito l’intenzione di scrivere un’opera completa e sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia e trattando di tutti i problemi e gli argomenti, teorici e pratici, attinenti alla scienza retorica e all’attività oratoria. Subito dopo Quintiliano affronta anche il problema del rap-porto tra retorica e filosofia, dibattuto lungo tutto il corso della tradizione greca (dai sofisti a Platone a Isocrate) e latina (da Cicerone a Seneca). Sulla linea isocrateo-ciceroniana, egli polemizza con la pretesa dei filosofi di riservare a sé l’educazione dei giovani e afferma che la filosofia è solo una delle scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore. Le sue posizioni corrispondono dunque a quelle sostenute da Cicerone nel De oratore (cui il nostro autore si richiama esplicitamente), in quanto anche la filosofia, come tutte le altre materie di studio, viene ricondotta nell’ambito onnicomprensivo dell’oratoria. Ben poco ciceroniana ci appare, invece, la dichiarata ostilità di Quintiliano verso i filosofi contemporanei, sui quali egli esprime giudizi molto severi, affermando che ai suoi tempi «sotto il nome della filosofia si sono celati i vizi più gravis (Institutio oratoria, I, prooemium, 15). Tale presa di posizione è da inquadrare, più che nella polemica tradizionale tra retori e filosofi (concorrenti e rivali nella formazione intellettuale dei giovani destinati alla vita politica), nell’adesione e nell’appoggio agli orientamenti degli imperatori flavi e specialmente di Domiziano, promotore di ben due espulsioni di filosofi da Roma. La decadenza dell’oratoria secondo Quintiliano: Una summa della retorica antica: Institutio oratoria si può considerare una summa della teoria retorica antica. L’autore cita (non sempre di prima mano) numerose fonti greche e latine, discutendo le posizioni assunte dai predecessori con grande equilibrio e pacatezza di giudizio; inoltre egli ha il pregio di impostare quasi sempre i problemi con esemplare chiarezza e concretezza e di svolgere la sua trattazione in tono amabilmente discorsivo. La sua opera si può dunque leggere anche come una preziosa raccolta di materiale che ci conserva, ordinate sistematicamente ed esaminate criticamente, le acquisizioni di uno dei settori più importanti e vitali della cultura greco-latina, quello della scienza e della tecnica della comunicazione e della persuasione. Il ruolo dell’oratore e la decadenza dell’oratoria: L’opera ha tuttavia anche importanti implicazioni in rapporto alle condizioni storico-culturali dell’età in cui fu scritta e in particolare a due problemi dibattuti in altri testi contemporanei: quello della mutata funzione dell’orato-re nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche affermatesi nella prima età imperiale. Quintiliano imposta entrambi i problemi in termini di “corruzione” e indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico e morale (degenerazione dei costumi cui si accompagna lo scadimento del gusto e del lo stile). Egli individua classicisticamente in Cicerone il culmine dell’oratoria romana e il modello insuperato, cui si deve tornare per porre rimedio alla situazione presente.

I modelli del passato repubblicano: Stupisce a prima vista, in uno studioso intelligente e preparato come Quintiliano, l’assoluta mancanza di prospettiva storica, che lo induce a riproporre modelli di eloquenza legati indissolubilmente alle condizioni storico-politiche dell’età repubblicana come se fossero ancora attuali sotto il principato, quando l’oratoria è stata privata quasi completamente della sua fondamentale funzione politica. Mentre, nel libro XII, delinea la figura dell’oratore perfetto, Quintiliano parla come se nulla fosse cambiato dai tempi di Cicerone, egli afferma infatti che il grande oratore darà le prove più alte del suo valore «quando dovrà orientare le decisioni del Senato e ricondurre sulla retta strada il popolo sviatos, fingendo di ignorare che il Senato e il popolo non hanno più alcuna effettiva capacità decisionale, perché tutto il potere è di fatto nelle mani del principe. In realtà, a ben vedere, l’impostazione moralistica che il retore dà al suo discorso cela un’abile operazione di copertura ideologica del regime. Vir bonus dicendi peritus: Ciò risulta evidente se consideriamo che cosa intenda Quintiliano quando, sulle orme di Catone, definisce il perfetto oratore come vir bonus dicendi peritus. L’espressione vir bonus (impiegata dai filosofi come l’equivalente di sapiens) era stata usata da Cicerone per indicare il cittadino eminente impegnato nella vita politica a difesa degli interessi degli ottimati, che Cicerone faceva coincidere con quelli di tutta la comunità; Per Quintiliano, il VIR BONUS è quello che sa anteporre sempre il bene pubblico a quello privato preoccupandosi in primo luogo della COMMUNIS UTILITAS. L'oratore, un fedele collaboratore del principe: Quintiliano non si stanca di consigliare e di raccomandare all'oratore moderazione, disciplina e senso della misura; e porta come esempi di eccellenti oratori contemporanei alcuni personaggi di cui sappiamo da altre fonti che furono stretti collaboratori dei principi Dunque, pur non rilevando esplicitamente il netto mutamento della situazione politica (in questo il suo atteggiamento ci appare ambiguo), egli teorizza in realtà la collaborazione dell'oratore (ossia dell'uomo politico, ridotto ormai ad esecutore delle direttive imperiali) con il regime assoluto. Le preferenze stilistiche Per quanto riguarda lo stile, il retore assume una posizione equilibrata: critica, sulle orme di Cicerone, l'atticismo per la sua semplicità troppo spoglia e disadorna. nonché le tendenze arcaizzanti (che già si delineavano ai suoi tempi e che sarebbero prevalse successivamente); ma si schiera soprattutto contro lo stile modernizzante, fiorito e concettoso, caratterizzato dall'abbondanza di sententiae e rappresentato esemplarmente da Seneca Filosofo. Il difetto principale imputato da Quintiliano a questo stile, che egli definisce vitiosum et corruptum, è la mancanza del senso della misura nell'uso dei procedimenti retorici, dovuta alla ricerca sfrenata del consenso da parte del pubblico: il fine degli oratori "nuovi" è il piacere (voluptas) di chi ascolta; essi, mirando in primo luogo a delectare, scambiano quello che per l'oratore è un fine secondario con il fine principale, cioè persuadere. Lo stile di Quintiliano: Per quanto riguarda lo stile, l’intento esplicito di Quintiliano di evitare Una «trasmissione di nozioni disadorna e arida» (Institutio oratoria, III, 1, 3) e di conferire alla sua esposizione «una certa eleganza» (aliquid nitoris), che la renda piacevole e attraente, si traduce in un uso relativamente abbondante di figure retoriche (soprattutto similitudini e metafore) che risente senza dubbio delle preferenze dei suoi contemporanei per un modo di esprimersi ornato e “poetico”. Le differenze rispetto al modello ciceroniano si notano, oltre che nell’abbondanza dei tra-slati, nella sintassi meno ampia e distesa, più mossa e variata, e nella ricerca di una maggio-re concentrazione del pensiero, di una maggiore rapidità e incisività. Possiamo ricordare, a questo proposito, che monotonia, lentezza e prolissità erano difetti rimproverati a Cicerone da Seneca e che d’altra parte, Quintiliano riteneva Cicerone un modello insuperato ma non insuperabile.