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riassunto libro di testo "rapporto sulla popolazione. l’italia a 150 anni dall’unità“, a cura di salvini s. e de rose a., edizione, 2011
Tipologia: Sintesi del corso
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1. Arrivare ai 60 milioni e oltre La rivoluzione industriali, le due guerre mondiali, la crisi post-bellica e il boom economico hanno trasformato il popolo italiano nel suo profilo e nei suoi comportamenti demografici. Inoltre è mutato il rapporto della popolazione nei confronti del territorio e delle altre popolazioni. Molti dei più stringenti problemi di oggi sono da ricondursi alla nostra storia e ai comportamenti demografici ancora in evoluzione. Le problematiche possono essere comprese de collocate nel contesto storico, culturale e geopolitico (UE, CEE…) corretto. Poco dopo l'Unità d'Italia inizia la progressiva diminuzione della mortalità, determinata dai miglioramenti igienico-sanitari, dalle vaccinazioni e dai presidi alla salute; diminuisce la mortalità materna e quella infantile e ciò pone le basi per la riduzione della fecondità, processo che si attuerà anni dopo.
Infatti negli anni Sessanta si assiste, insieme al boom economico, al cosiddetto baby boom.
Dopo la metà degli anni Sessanta il fenomeno si inverte a causa del rinvio del matrimonio e della prima nascita
Durante gli ultimi decenni si assiste a trasformazioni profonde: dopo l'introduzione della legge sul divorzio (1970), crescono le rotture coniugali, aumentano le convivenze more uxorio e il matrimonio diventa un contratto tra pari.
L'andamento della fecondità oggi sta conoscendo una fase di moderata ripresa per via del recupero delle attuali 30enni e 40enni e a fattori legati all'immigrazione.
I mutamenti dimensionali e strutturali italiani si accompagnano a quelli comportamentali, che si collocano nel quadro della prima e seconda transazione demografica. La bassa fecondità ha causato un invecchiamento della popolazione, attutito solo dai flussi migratori. 1.1. Tendenze recenti L'andamento italiano è lievemente crescente dagli inizi degli anni Novanta. Attualmente l'Italia è il quarto paese per dimensioni, dopo la Germania, Francia e Regno Unito. Il tasso di variazione media calcolato è tra il 5 e l'8,5%. Si rilevano differenze di genere: se anche le donne sono di più, la popolazione maschile cresce di più per via dei movimenti migratori. ➢ Sud: area che è cresciuta meno ➢ Centro: area cresciuta maggiormente ➢ Nord: valori intermedi 1.2. Componenti dell'aumento Ci sono differenze territoriali: Nel 2009 il saldo naturale era negativo e il suo valore uno dei più alti, dopo quello del 2033, causato dalla calura estiva. ➢ È maggiore al nord ➢ È minore al Sud e nelle isole. A livello nazionale si conferma l'aumento delle nascite, in parte legato alla presenza straniera. In particolare, nelle regioni del Centro-Nord si registrano valori superiori alla media nazionale. I mutamenti dei fenomeni di rinnovo naturale evidenziati si possono confrontare attarverso l'evoluzione della speranza di vita alla nascita e a 65 anni e del numero medio di figli per donna che:
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➢ È minore al Sud e nelle isole. Anche in questo caso al presenza straniera è determinante. Italia ed Europa Se l'UE, che ha i suoi albori nella CEE, fosse uno stato, sarebbe il terzo più grande al mondo per dimensione demografica. Tuttavia non lo è e tra i vari paesi che la compongono ci sono similarità ed eterogeneità marcate. Ovunque il processo di invecchiamento è molto avanzato. L'Italia in questo caso è il secondo paese più vecchio d'Europa (1° Germania). Il quadro è confermato dall'Indice di dipendenza secondo il quale l'Italia si colloca al terzo posto. I paesi in cui il peso giovanile è maggiore troviamo principalmente l'Irlanda. Le motivazioni stanno nell'aumento della sopravvivenza e alle tendenza della fecondità, in rapido declino e il ruolo delle migrazioni, che ha alleggerito il peso della popolazione anziana. Ugualmente marcate le differenze di fecondità. L'Italia insieme ai paesi dell'Est è nelle zone più basse della classifica, mentre spiccano Irlanda e Francia. Per quello che riguarda i movimenti migratori , nel 2007 l'Italia aveva un'incidenza di popolazione straniera del 5,5%, che è andata aumentando: il valore la colloca al centro della graduatoria dei paesi UE.
2. Popolazione e territorio 2.1. Densità, accentramento e presenza straniera Uno dei riflessi territoriali della lenta crescita della popolazione è l'aumento del livello di densità. Dal 2003 al 2009 l'Italia è passata da 192 ab/km² a 200 ab/km². I territori più interessati sono Nord e Centro, mentre a Sud e nelle Isole gli incrementi sono stati meno intensi. Inoltre sono diversi i valori delle proporzione di residenti nei capoluoghi di provincia rispetto al totale della popolazione residente. Nell'Italia del Nord e del Centro ci sono state piccole contrazioni, al Sud una diminuzione mentre nelle Isole un aumento. Dove ci sono stati aumenti maggiori, c'è stata la contemporanea decrescita del livello di accentramento della popolazione. In queste aree starebbero prendendo forma processi di decentramento , mentre nelle altre zone ciò non sembra ancora verificarsi. Sull'andamento di questi indicatori incidono molti fattori sia territoriali che economici e demografici: per esempio, le principali mete dei migranti internazionali sono le zone urbane perché particolarmente dinamiche e poiché i mercati immobiliari sono più flessibili. 2.2. Dinamica demografica e struttura La popolazione italiana tenderebbe, invece, soprattutto nell'età adulta, a spostare la sua residenza verso le zone non urbane. Infatti le zone dove la presenza di migranti provenienti da paesi a forte pressione migratoria è maggiore sono quelle dove si è avuta una maggiore crescita della densità abitativa e dove si è ridotta la concentrazione territoriale della popolazione residente. Inoltre il peso dei migranti è aumentato principalmente nelle aree centro-settentrionali. Nel Nord e nel Centro, a fronte di saldi negativi, i tassi di incremento migratorio sono positivi e danno una crescita sostenuta.
Nel Sud la crescita naturale è leggermente positiva e il tasso di incremento migratorio contenuto.
➢ Le Isole hanno un tesso di incremento totale minore delle altre zone. Nel 2009 la crescita della popolazione italiana complessiva è frutto del saldo migratorio positivo, che compensa una lieve decrescita naturale. Tale dinamica non è però la stessa in tutte le ripartizioni territoriali. La variazione della dimensione della popolazione risente della dinamica e della struttura demografica: le zone caratterizzate da maggiore presenza straniera risultano crescere nonostante i valori di incremento naturale negativi, in modo più rapido rispetto alle altre aree. Emerge come le zone con struttura per età meno invecchiata sono quelle
1. Dinamiche di formazione e scioglimento delle unioni 1.1. L'Italia in Europa A partire dalla metà degli anni Settanta iniziano a manifestarsi i primi segnali di un modo più flessibile di fare famiglia. Intorno alla seconda metà degli anni Settanta in Italia, sia pure con un po' di ritardo, ci sono i primi segni di cambiamento: empiricamente si tratta della riduzione dei matrimoni, del diffondersi degli scioglimenti coniugali, delle convivenze. Questi mutamenti si sono accentuati negli anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo. ➢ L'accentuazione dell'autonomia individuale ➢ L'aumento dell'importanza attribuita alla realizzazione personale ➢ Il cambiamento nel ruolo della donna ➢ L'accresciuto senso di incertezza sociale ed economica. 1.2. I matrimoni Le determinanti di fondo sembrano essere: La scelta di contrarre il matrimonio è sempre meno frequente. Ciò che caratterizza l'evoluzione del modello matrimoniale italiano è la marcata posticipazione delle prime nozze. Ci si sposa più al Sud e nelle Isole che al Nord e dove è più alta la frequenza si abbassa anche l'età alle prime nozze. La Sardegna segue il Nord.
Diminuiscono le prime nozze Aumentano le seconde e successive Crescono i matrimoni in cui almeno uno dei due sposi non ha cittadinanza italiana: essi sono detti matrimoni misti
▪ Gli ultimi tre punti sono più frequenti al Nord e Centro che al Sud Aumentano i matrimoni celebrati con rito non religioso, anche se questo è da attribuire alla crescita dei matrimoni successivi al primo e di quelli misti.
Il matrimonio non cambia solo in termini quantitativi ma anche qualitativi, differenti rispetto a quello che si chiama gradiente Nord-Sud : La maggior frequenza di comportamenti tradizionali si riscontra al Sud. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta in Italia separazioni e divorzi erano su livelli moderati rispetto all'Europa. Negli anni Novanta e 2000 c'è stata una forte fase di crescita. Tuttavia in Italia il divorzio non è l'unico indicatore di scioglimenti: è la separazione e non il divorzio il momento cruciale che formalizza l'esistenza di un conflitto. Il divorzio ne è invece il passo finale. Dal 1987 il numero di anni che deve intercorrere tra la separazione legale e il divorzio è passato da 5 a 3, anche se le procedure legali possono essere più lunghe. Per questo molte separazioni non proseguono verso il divorzio, rimanendo semplicemente tali. In questo modo non entrano nella contabilità dei divorzi. Per quello che riguarda il fatto che l'aumento delle separazioni incida sulla durata delle unioni coniugali si delineano due dinamiche: un sempre maggior ricorso alle interruzioni delle unioni coniugali e una loro progressiva anticipazione rispetto alla durata del matrimonio. E' più frequente lo svolgimento anche in presenza di figli, che non sono più un collante, e se storicamente l'affidamento andava alla madre, dal 2006 la tendenza si inverte. Si registra anche una crescita di interruzione nei matrimoni misti. Gli scioglimenti sono più frequenti al Nord e al Centro, mentre al Sud il tasso è più basso.
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1.3. Le convivenze Matrimonio non ancora perfezionato, quando i partner non contestano il matrimonio ma adottano l'unione di fatto come temporanea in attesa di sposarsi
Famiglie di fatto come prova, quando due decidono di vivere insieme per sperimentare la convivenza e la riuscita del loro rapporto in vista di un ipotetico matrimonio
Famiglie di fatto come scelta Quella delle convivenze è una realtà che ha molte forme e motivazioni: Tra le diverse tipologie di unioni informali, la diffusione delle convivenze giovanili apporta un elemento di novità rispetto al passato, perché è un modo per formare la prima unione che non è legato al matrimonio, ma che si accompagna alla precarietà lavorativa. Le unioni consensuali non possono essere rilevate in modo amministrativo, ma con indagini campionarie dell'Istat. I dati mostrano un decisivo aumento: l'evoluzione presenta poi il matrimonio nella maggior parte, rispetto alle convivenze. Ad un aumento dell'incidenza delle convivenze sembrerebbe corrispondere anche un'anticipazione nella loro cadenza. Come per gli altri dati, sono più frequenti al Nord che al sud. Giovani , casa e famiglia. Nell'ultimo decennio il problema casa è diventato uno dei più frequenti assilli per le famiglie italiane, che influenza fortemente la formazione di una nuova famiglia e ed è influenzata dalle regole del mercato immobiliare. Il disagio abitativo sta crescendo sempre più rapidamente per le difficoltà indotte dalle dinamiche del mercato. Il profilo economico conta molto nella scelta tra locazione e acquisto dell'immobile: chi versa in buone condizioni economiche propende per la proprietà. La certezza lavorativa è perciò una caratteristica fondamentale degli acquirenti. Motivazioni prevalentemente culturali spiegano la spiccata propensione degli italiani alla proprietà, ma non mancano considerazioni di tipo economico nonché l'assenza di politiche volte a ricercare nella locazione il soddisfacimento del fabbisogno abitativo. La maggior parte delle abitazioni sono di proprietà di persone fisiche in Italia mentre nel resto del mondo appartengono allo stato sociale.
2. Le caratteristiche di chi crea e scioglie le unioni 2.1. Matrimoni e separazioni Il matrimonio rappresenta un contratto sociale tra i due coniugi e si fonda su somiglianze e differenze. Gli studi evidenziano che si tratta principalmente di somiglianze riguardanti: età, religione, cittadinanza, livello di istruzione, posizione sociale ed economica. Il 66% delle coppie sono formate da persone che possiedono lo stesso titolo di studio, o comunque che lo hanno simile. In termini di professione è presente un forte grado di omogamia economica e sociale tra i coniugi: il 61% delle coppie è costituito da sposi con professione simile. Tuttavia è ampia anche la percentuale in cui il marito ha una situazione professionale superiore a quella della donna. Tra le coppie eterogame con donna straniera c'è la maggiore propensione di quest'ultima ad avere una minore età e ad essere maggiormente istruita rispetto al partner. Vi è un aumento nel passaggio dalle generazioni più anziane a quelle più giovani: ciò è determinato da un modo più flessibile di concepire il matrimonio e si sciogliere quando l'unione nel caso il rapporto non sia più soddisfacente.
Il background familiare ricopre un ruolo importante: nelle donne con Le ragioni di scioglimento sono varie:
1.1. La dinamica recente e le differenze territoriali
1. Tendenze della fecondità Sembra che ci sia una ripresa dei livelli riproduttivi con un numero medio di figli per donna di 1,41 nel 2009, migliorato rispetto al minimo storico del 1995 (1,19), ma ancora lontano per garantire il ricambio generazionale. Gli studiosi si interrogano sul futuro di questo fenomeno. La crescita è dovuta alle regioni del Nord (più verso Nord-Est) e del Centro, mentre una lieve decrescita si è individuata al sud. Dopo il 2005 una lieve crescita ha interessato anche il sud. 1.2. Motivazioni del recupero della fecondità Le nascite da genitori stranieri sono progressivamente aumentate al Centro e al Nord, anche dopo il 2009, ma il contributo non è uniforme a livello territoriale: nelle regioni del Nord è maggiore, al Centro limitato e al Sud è decisamente minore. La presenza di donne straniere e dei loro figli nati in Italia sicuramente contribuisce ma è evidente anche una crescita a prescindere dalle immigrazioni. Un ruolo molto importante è giocato dalle donne con più di trenta o quarant'anni. Nel 1995 meno della metà delle nascite era dovuto a donne con più di trent'anni, meno ancora quelle con quaranta. Nel 2008 la percentuale di donne che hanno superato i 30 anni sfiora il 66% ed è raddoppiato il peso delle ultraquarantenni. Le nascite da donne più mature si hanno principalmente al Nord e al Centro ma anche al sud la percentuale è raddoppiata, mentre è diminuita per le nascite sotto i 20 anni. La propensione ad avere figli dopo i 30 anni comincia ad aumentare per le generazioni nate dopo il 1955, che hanno anche ridotto la fecondità nelle età più giovanili: queste donne hanno rinviato negli anni ' e '80, ma hanno recuperato nei '90. Anche le generazioni successive presentano questo atteggiamento. La posticipazione della vita riproduttiva è sintetizzabile confrontando le età mediane. Tra le generazioni più tarde però le differenze territoriali diminuiscono. Il rinvio delle maternità ha conseguenze importanti e difficili sia fisicamente che economicamente che socialmente. Quando il figlio non arriva. La procreazione medicalmente assistita PMA: è un fenomeno difficile da confrontare perché la quota di coppie è contenuta. L'Italia, come la Germania ha una legge piuttosto restrittiva in materia. La 40/2004 consente il ricorso alle tecniche di PMA alle coppie conviventi o coniugate con entrambi i partner in vita e di diverso sesso e non permette la creazione di più di tre embrioni. Nel 2007 c'erano più di trecento centri per la PMA. Le donne che vi si sottopongono hanno un'età media di 36 anni. Il monitoraggio delle età è cruciale perché all'aumentare delle età diminuiscono le percentuali di gravidanze.
L'adozione: la materia è disciplinata dalla legge 184/1983, modificata dalla 436/1988 per le adozioni internazionali e dalla 149/2001 per quelle nazionali, che pone il limite di 45 anni alla differenza di età tra adottante e adottato, per le coppie conviventi da almeno tre anni. Le adozioni in Italia rappresentano l'1% delle nascite. I dati mostrano un trend crescente delle domande, in ripresa le adozioni, in netto aumento le domande in cui un partner ha superato il 45esimo
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adozioni, in netto aumento le domande in cui un partner ha superato il 45esimo anno di età. Il numero dei bambini dichiarati adottabili non riesce a far fronte alla domanda, per questo si ricorre alle adozioni internazionali, più numerose. Si ha, inoltre, un aumento significativo del peso dei primogeniti, e, più moderatamente, dalle nascite di secondo ordine, mentre i terzogeniti o più sono in minoranza. Se per le donne nate tra il 1920 e il 1940 era molto frequente avere più figli, le generazioni successive cambiano drasticamente il modello, con solo due figli per coppia, mentre cresce nel tempo la propensione al figlio unico o all'assenza di figlio. Nell'ultimo periodo i figli unici stanno aumentando, anche se sono in minoranza rispetto a quelli che hanno almeno un fratello. L'aumento delle convivenze produce un aumento di nascite da genitori non coniugati sul totale: nel 1995 la percentuale era l'8,1%, mentre nel 2008 è salita al 19,6%. Anche in questo caso il numero è maggiore al nord e al centro mentre è minore al sud. 2.1. Relazioni generali tra fecondità ed economia
2. Scelte riproduttive e congiuntura economica In un momento storico caratterizzato da una persistente insicurezza circa la situazione economica, appare inevitabile porsi degli interrogativi sulla fecondità futura. La questione è complessa. La storia passata delle popolazioni occidentali e quella dei paesi in via di sviluppo mostra che la relazione tra livelli di fecondità e reddito è nel lungo periodo negativa, cioè al crescere del benessere economico generale diminuisce il numero medio dei figli. Una situazione economica negativa produce effetti depressivi sulla fecondità mentre la ripresa stimola un recupero dei livelli di fecondità. Il meccanismo alla base della relazione fecondità/reddito non è banale ed è mediato da numerose componenti: una situazione di crisi mette in difficoltà i giovani che vogliono mettere su famiglia, mentre il mercato del lavoro ha effetti spesso contrastanti: l'aumento delle donne nell'attività produttiva è associato a una contrazione del numero di figli, a meno che non entrino in gioco forme di flessibilità positiva (part-time). Negli ultimi vent'anni tuttavia nei paesi in cui l'occupazione delle donne è più diffusa si assiste a una consistente ripresa della fecondità (Europa Centro-Settentrionale > l'impatto delle crisi economiche in questi paesi è limitato). 2.2. La scelta di avere figli Chi si trova in una situazione di incertezza economica modifica i propri comportamenti di risparmio e le scelte di portafoglio tra investimenti alternativi. Le persone decidono di avere figli quando li possono sostenere sia nell'attualità che nel futuro. Una situazione di disoccupazione può spingere a rinviare o a rinunciare a un figlio. La misura del costo dei figli e della sua relazione con i livelli di reddito è un oggetto di studio: la presenza di un figlio comporta la soddisfazione delle sue necessità di base, ma anche la domanda di beni non necessari, nonché il tempo dei genitori. Se le necessità basilari sono indipendenti dal reddito, i beni di lusso sono tanto più alti quando più elevato è il reddito e sono legati negativamente al numero dei figli. Le famiglie più benestanti, infatti, spendono mediamente di più rispetto a quelle meno ricche a causa del consumo di beni non necessari. Il costo del tempo invece non varia molto per le diverse fasce di reddito perché il numero di ore per i figli è piuttosto uniforme. Queste considerazioni portano alla conclusione che la relazione tra reddito della famiglia e ampiezza della prole sia negativa. L'EU-SILC mostra che le famiglie a più alto reddito hanno un numero inferiore di figli. In una situazione di crisi economica quindi le famiglie benestanti potrebbero mantenere invariato il loro comportamento riproduttivo, mentre per le famiglie con difficoltà economiche, il costo anche di un solo figli potrebbe risultare
1. L'evoluzione della sopravvivenza Il XX secolo è caratterizzato dalla riduzione dei rischi di morte, dall'aumento della sopravvivenza nella popolazione. I risultati sono significativi se si pensa che all'inizio del '900 la speranza di vita era di 43 anni, mentre oggi è di 78,9 per gli uomini e 84 per le donne, in constante aumento. L'aumento dei livelli di sopravvivenza è legato al lungo processo di transizione epidemiologica e sanitaria iniziato alla fine del XIX secolo. C'è stata così una trasformazione della mortalità: è emerso il vantaggio femminile, la mortalità si è concentrata sempre più nelle classi più anziane, le malattie infettive hanno lasciato il campo a quelle cronico-degenerative. Un cambio di atteggiamenti, diventati più salutari, ha permesso di conseguire successi determinanti per la riduzione dei rischi di morte , trasformando il rapporto tra l'uomo e la vita, la morte, la malattia e rendendo il raggiungimento di età avanzate sempre più possibile. 1.1. Le tendenze recenti Negli ultimi trent'anni la vita media è aumentata di 8,4 anni per gli uomini e di 6,8 per le donne, e nell'ultimo periodo si è anche avuto un recupero maschile. Progressi importanti sono avvenuti nelle età senili, dove gli uomini hanno parzialmente eroso lo svantaggio di sopravvivere nei confronti delle donne. La positiva evoluzione è ravvisabile in tutte le aree del paese. Parallelamente si evidenzia, per entrambi i generi, una tendenza alla riduzione delle differenze territoriali. Per le donne, la geografia è immutata e vede sfavorite le abitanti al sud e nelle isole. Questo divario si amplia nelle età senili. Per gli uomini le differenze territoriali si sono invertite, portando in vantaggio gli uomini del Nord, storicamente in svantaggio. E' opportuno sottolineare come la geografia della speranza di vita alla nascita sia diventata sempre più sovrapponibile a quella dell'aspettativa di vita residua alla soglia dei 65 anni, per via della riduzione della mortalità negli anziani. Le differenze territoriali sono attribuibili al diverso impatto territoriale: tumori e ischemie per il Nord, dovuti all'industrializzazione avanzata, malattie cardio- circolatorie al sud e diabete, per un'offerta sanitaria non sufficiente 1.2. Età e cause di morte Per interpretare i guadagni di sopravvivenza è stato utilizzato un metodo di scomposizione in tre decenni, diviso per uomini e donne. Appare evidente la diversa dinamica della mortalità per periodi e generi. Dei 3 anni di speranza di vita alla nascita guadagnati dagli uomini, 1, sono attribuibili alla riduzione dei rischi di morte della popolazione over 65. nel decennio più recente questa proporzione è salita per la progressiva rilevanza che assume la riduzione della mortalità. Per le donne questo fenomeno è ancora più accentuato: 2,6 anni di sopravvivenza sono dovuti alla riduzione della mortalità sopra i 65 anni. La riduzione della mortalità infantile contribuisce all'aumento della sopravvivenza. Questo contributo diminuisce progressivamente nel tempo. > questo andamento è attribuibile ai livelli molto bassi raggiunti dalla mortalità nei primi anni di vita e nelle età più avanzate. Nel decennio '80-'90 si è avuto un peggioramento delle condizioni di sopravvivenza degli uomini a causa di malattie come Aids e HIV e agli incidenti stradali. Tutto ciò è il risultato di molti fattori socio-economici, sanitari e ambientali. Malattie del sistema cardio-circolatorio. Il contributo rilevante dovuto alla riduzione della mortalità per malattie del sistema circolatorio colpisce
Le principali cause di morte sono:
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riduzione della mortalità per malattie del sistema circolatorio colpisce principalmente le persone in età avanzata che devono ringraziare le moderne terapie e la prevenzione Tumori maligni: negli anni '90 è cominciata un'evoluzione favorevole. La riduzione della mortalità ha favorito gli uomini. 3
In diminuzione per entrambi i generi è la mortalità per malattie del sistema respiratorio, digerente o altre.
Per le malattie infettive ci sono lievi aumenti in tutte le età. Il recupero maschile La supermortalità maschile è un fenomeno che ha caratterizzato la transizione sanitaria in tutti i paesi a sviluppo avanzato. Nell'ultimo periodo c'è stata una progressiva diminuzione di distanza tra i livelli di sopravvivenza di uomini e donne. La maggiore sopravvivenza femminile è spiegata dalla supermortalità maschile a tutte le età partendo dall'adolescenza. La diminuzione della distanza tra le curve è da attribuire alla riduzione dell'eccesso di mortalità degli uomini nelle età intorno ai 45 anni. Si accentua invece lo svantaggio maschile nelle età più avanzate per un effetto di generazione: gli anziani sono portatori dell'eccesso di mortalità maschile a tutte le età. Le principali cause di morte sono le malattie del sistema circolatorio e i tumori maligni, ovvero quelle dovute a comportamenti individuali e alle abitudini ad essere responsabili del divario tra i due generi. Attualmente gli uomini hanno adottato uno stile di vita più salutare. Sono perciò le generazioni del passato ad incrementare il divario di sopravvivenza tra uomini e donne.
2. Durata della vita e qualità della sopravvivenza L'aumento della sopravvivenza è stato considerato un miglioramento delle condizioni di salite della popolazione. Mano a mano che l'età è più elevata è sempre più necessario disporre di indicatori diretti delle condizioni di salute. Le patologie cronico-degenerative e le disabilità sono in aumento negli anziani e questo fa sì che un individuo sia a rischio di vivere per molti anni in cattive condizioni di salute. I dati Istat permettono di controllare questo. 2.1. Le condizione di salute degli italiani La salute è definita dall'OMS come stato di completo benessere fisico psichico e sociale. La percezione di essere in buona salute è un ottimo indicatore delle reali condizioni psicofisiche dell'intervistato. Le malattie croniche non hanno subito variazioni di rilievo mentre le limitazioni sono in lieve aumento. Combinando i dati sulle condizioni di salute con i dati di mortalità è possibile calcolare i valori della speranza di vita in buona salute. In questo modo si aggiunge la dimensione della qualità a quella della quantità misurata dalla speranza di vita. Non si registrino variazioni di rilievo nel numero di anni vissuti in buona salute dagli uomini, per le donne invece si osserva un lieve peggioramento dovuto alla riduzione di un anno per la parte in buona salute. Il lieve peggioramento delle donne è attribuibile in parte all'andamento della speranza di vita libera da disabilità. La speranza di vita libera da malattie croniche si mantiene stabile per entrambi i generi. Per l'Italia non si ravvisano peggioramenti forti delle condizioni di sopravvivenza all'aumentare della vita media, tranne alcuni segnali di difficoltà per le donne in relazione alla disabilità grave. Disuguaglianze socio-economiche e di salute In Italia si riscontrano ancora oggi gravi disparità con riferimento alle diverse dimensioni della salute. Emerge come non ci sia l'equità della salute, ma elementi di disuguaglianza a sfavore di chi è già svantaggiato. Lo studio permette di tenere conto delle diverse regioni delle persone. In un contesto istituzionale in cui le politiche sanitarie sono decentrate a livello locale questo è essenziale.
1.1. Le forme di mobilità
1. La mobilità degli italiani Anagrafe: registra i trasferimenti di residenza ma presenta problemi come il non cogliere gli spostamenti che non hanno fatto cambiare la residenza, ma il registrare quelli fittizi di coloro che scelgono la residenza per motivi utilitaristici.
Censimento: rileva gli spostamenti delle persone nate in un luogo ma residenti in un altro e permette l'analisi di altre forme di mobilità, ma è una rilevazione decennale.
Nella storia italiana, dall'unità d'Italia, è stata l'emigrazione a rappresentare la componente caratteristica della dinamica demografica; oggi è invece l'immigrazione, che permette alla popolazione di crescere. Un ruolo altrettanto importante è quello giocato dalla mobilità interna. In Italia le fonti per lo studio della mobilità sono: Le migrazioni internazionali e quelle interne non esauriscono le forme di mobilità di una società odierna, dove spostarsi è sempre più facile. Si assiste per esempio all'incremento della mobilità diurna per numero di persone e lunghezza di tragitti. 1.2. le tendenze recenti Come conseguenza dei grandi spostamenti di popolazione da Sud a Nord e del picco della mobilità interna registrato negli anni Settanta, al censimento del 2001, molte persone risultano vivere in un luogo diverso da dove sono nate. Dopo una fase di stagnazioni negli anni Ottanta e Novanta, dal 1996 c'è una ripresa della mobilità interna. I cambi di residenza sono in continuo aumento. I tassi di mobilità interna si attestano dal 2004 sopra il 22,5%, con un andamento analogo per uomini e donne ma maggiore nei primi. Negli ultimi anni il divario si riduce. Alla mobilità interna degli stranieri è da attribuirsi una gran parte dell'incremento della mobilità interna complessiva. Intraprovinciali Intraregionali Interregionali Si è soliti distinguere tra trasferimenti: Dal 1995 la ripresa della mobilità è da attribuire alla ripresa delle migrazioni interregionali o di lungo raggio, in una fase successiva è la mobilità di breve o medio raggio a far registrare maggiore incremento. Tra questi movimenti quelli intraprovinciali aumentano. La situazione è spiegata dall'ampliamento delle aree di gravitazione delle grandi città. Emerge subito la contrapposizione esistente in Italia: con livelli di mobilità più elevati al nord e il sud che li ha molto più contenuti. Il nord ha una maggiore capacità attrattiva, specialmente il Nord-Est. I livelli risultano in crescita anche al Centro. Si riduce anche se di poco la continua emigrazione dal Sud-Isole: può essere letto positivamente per una maggiore capacità di trattenere i propri residenti e quindi come un miglioramento della situazione socio- economica. Tuttavia l'emigrazione dal Sud continua ad essere abbastanza consistente rappresentando da un lato una risposta agli squilibri di offerta lavorativa, dall'altro una perdita di capitale umano. La quasi totalità delle province del Nord ha tassi migratori positivi, al contrario il sud e le isole. Le motivazioni per cui si sceglie di migrare sono variabili, in primo luogo per motivi di lavoro e familiari.
giovedì 24 maggio 2018 17:
motivi di lavoro e familiari. La fuga dal Mezzogiorno dei laureati Gli spostamenti per studio più rilevanti avvengono verso province confinanti o non particolarmente distanti se in regioni o ripartizioni diverse. Il numero di giovani meridionali non si rivolge verso un numero limitato di destinazioni né si indirizza solo verso province confinanti del Centro. L'analisi dei dati a livello provinciale suggerisce due linee di lettura: Il primo risultato conferma l'importanza della vicinanza geografica nella scelta dell'ateneo, il secondo indica la differenza sostanziale che si riscontra nei percorsi verso la laurea degli studenti meridionali. L'indagine Istat sull'inserimento professionale dei laureati, che ha informazioni sulle scelte territoriali e sul domicilio a tre anni dalla laurea indica che dal 1995 un quinto dei laureati al Mezzogiorno ha scelto di studiare al Centro-Nord; nel 2004 il 60% è rimasto nel Centro-Nord dopo la laurea. La ripartizione settentrionale si configura come particolarmente autocontenitiva e con la maggiore capacità di trattenere laureati, il Mezzogiorno come l'area maggiormente in perdita. A tre anni dal titolo, il 44% dei meridionali laureatisi al centro-Nord sono tornati nel Mezzogiorno, il 40% sono rimasti dove hanno fatto l'università. Il 16% si sono spostati altrove = 1/4 dei laureati originari del Sud vive altrove. 1.3. L'Italia tra migrazioni di ritorno e nuova emigrazione I trasferimenti di residenza di cittadini italiani dall'estero contribuiscono alla ripresa della mobilità: nella seconda metà degli anni Novanta e nei prima anni 2000 aumenta il numero di coloro che scelgono di tornare. Questo incremento ha una brusca inversione nel 2004, ed ora i livelli sono molto bassi. Distinguendo le iscrizioni dall'estero per ripartizione di destinazione si osserva che le migrazioni di ritorno sono un fenomeno che riguarda principalmente il sud. L'importanza è legata alla pregressa perdita di popolazione. Per quanto riguarda i trasferimenti di residenza di italiani verso l'estero, queste risultano più numerose dal Mezzogiorno. Questo rafforza l'idea di un'area del paese che non è in grado di soddisfare le necessità dei propri residenti. Tuttavia negli anni più recenti, da un lato continua la lenta erosione del sud e delle Isole, dall'altro aumentano le partenze da Nord-Ovest.
2. L'immigrazione in Italia 2.1. Consistenza e distribuzione della popolazione straniera L'immigrazione straniera in Italia assume caratteristiche sempre più complesse: si sedimentano ondate migratorie diverse e convivono sullo stesso territorio culture diverse. Nel 2010 i cittadini stranieri in Italia erano il 7%, quasi la metà provenienti dall'est, dai paesi nuovi nell'UE. La variegata comunità che fino a qualche tempo fa vedeva ai primi posti i cittadini di Nord Africa e Cina si qualifica oggi per la presenza di cittadini romeni, polacchi e bulgari. La popolazione straniera si distribuisce sul territorio in modo disomogeneo. Gli stranieri risiedono prevalentemente nel Nord e al Centro. Queste differenze si riflettono anche sul peso della popolazione straniera sul complesso della popolazione residente nelle diverse aree territoriali. Prendendo come esempio i Sistemi Locali di Lavoro, si osserva come sia cambiata la distribuzione sul territorio, diventata ovunque più rilevante. Esempi: Cinesi: 1999, Milano, Firenze-Prato, Roma > 2009, tutto il territorio nazionale. Marocchini: 1999-2009 Incremento notevole, diffusione che da Nord-Ovest arriva a Nord-est e al Centro Romeni: 1999-2009, Crescita esplosiva a causa della libera circolazione dell'UE. Da Roma a tutto il Lazio, da Torino e Milano all'intero Piemonte e Lombardia, dove c'è più dinamicità produttiva. La componente non comunitaria è in aumento.
1. Le famiglie in mutamento 1.1. Il cambiamento demografico e la struttura delle famiglie In Italia non si può parlare di crisi dell'istituzione familiare che continua ad essere collocata al primo posto tra i valori importanti. Le reti familiari sono solide e strette ma è innegabile che ci siano trasformazioni. Assistiamo da molti anni all'aumento considerevole del numero di famiglie e alla diminuzione della loro dimensione media, tendenza comune a tutti i paesi europei. Oggi meno di una famiglia su dieci è estesa, ossia costituita da più nuclei. Se la coresidenza tra generazioni non va più di moda, resta in auge la prossimità abitativa. Nei confronti internazionali bisogna tenere conto del fatto che paesi diversi possono presentare strutture insediative diverse. Le famiglie composte da una sola persona sono cresciute nel loro ammontare e nella loro proporzione: oggi più di una famiglia su quattro è unipersonale. L'invecchiamento della popolazione e le differenze di genere nella sopravvivenza hanno favorito questo cambiamento. Inoltre molti più anziani vivono in coppia fino a tarda età. Il ritardo dell'uscita dalla famiglia di origine nell'autonomia residenziale dei giovani fa sì che tra gli uomini in età 55-64 anno, uno su due vive in coppia ancora con figli a casa, mentre per le donne della stessa classe di età la proporzione è più contenuta. Tra i 25 e i 34 anni vivono in nuclei come figli più di un ragazzo su due e una ragazza su tre. Tra il 1993 e il 2008 tale proporzione ha subito un aumento per poi stabilizzarsi nel 2008/2009. I cambiamenti nel comportamento nuziale e riproduttivo si riflettono anch'essi sulla composizione delle famiglie dei giovani adulti. Tra i 25 e 34 anni solo una donna su tre e un uomo su cinque vive in coppia con figli come genitore e il 15% delle donne e l'11% degli uomini vive in unione ma senza figli. 1.2. Le tipologie familiari esistenti Giovani che restano nel nido: è una delle caratteristiche peculiari della famiglia italiana, dove l'autonomia residenziale avviene più tardi, dopo i 30 anni.
In Italia tra i 16 e i 24 anni, oltre il 90% dei ragazzi vive in famiglia senza grandi differenze territoriali. Tra i 25-29 la percentuale dei ragazzi maschi che rimane in casa è più alta nel Mezzogiorno e più bassa nel Nord. Più della metà delle ragazze tra i 25-29 è già uscita dalla famiglia al Centro Nord, mentre nel Sud e nelle isole è ancora in casa. Le percentuali si riducono nelle classi di trentenni, ma rimangono importanti al Sud. Per spiegare questa difficoltà italiana gli studi si concentrano sui fattori culturali, tuttavia anche le cause strutturali ed economiche rendono difficile ai giovani la transizione allo stato adulto. Coppie giovani senza figli: sono in aumento tuttavia notiamo che tra i giovani il loro numero è diminuito mentre tra i quarantenni si registra una percentuale del 40%. La loro prevalenza sul totale delle coppie resta immutata tra i ventenni, e rimane alta per via del posticipo della maternità, mentre cresce fra i trentenni e quarantenni. La diffusione delle coppie senza figli è molto differenziata tra l'Italia settentrionale dove è più comune, e meridionale dove è una tipologia minoritaria.
Si nota infine che negli ultimi 10 anni le coppie senza figli hanno aumentato il lor peso sul totale delle coppie in tutte le ripartizioni e in tutte le classi d'età, con due importanti eccezioni: tra i più giovani del Nord la percentuale di coppie senza figli è diminuita, nel centro si è stabilizzata. Questa situazione è frutto dei continui rinvii della maternità o per una scelta childfree.
giovedì 24 maggio 2018 20:
scelta childfree. Le famiglie monogenitore: il loro numero è aumentato negli ultimi vent'anni. Tuttavia sono andate anch'esse modificandosi: vent'anni fa erano per lo più vedovi/e, mentre oggi sono principalmente divorziati, separati o celibi/nubili.
Le famiglie monogenitore con figli minori sono quasi il 12%. Si tratta in genere di nuclei familiari piccoli, con uno o due figli. Quasi in 9 casi su 10 il capofamiglia è donna. L'età media del genitore è 41 anni. Spesso il capofamiglia non è occupato. Famiglie ricostituite: oggi la proporzione di vedovi è ridotta e le famiglie sono composte in massima parte da divorziati o separati. Si tratta indubbiamente di una tipologia familiare che sta emergendo e che cresce. La loro prevalenza varia nelle diverse ripartizioni e si nota la classica divisione tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno.
Le coppie ricostituite scelgono per il 60% di contrarre nuovamente matrimonio, mentre una parte rimane convivente. Più spesso anno strutture complesse. Le famiglie degli anziani: sono quasi 9 milioni le famiglie con un componente anziano over 65. In 10 anni il loro ammontare è cresciuto del 20%. Non ci sono forti differenze territoriali. In un caso su tre la famiglia è costituita da una coppia senza figli, mentre nel 40% dei casi da una famiglia unipersonale.
Adolescenti nelle famiglie ricostruite La letteratura internazionale ha mostrato che vivere in alcune forme familiari, quali le famiglie ricostruite e monogenitore, può avere conseguenze negative per i figli, anche per il fatto di dover vivere con il nuovo partner. Alcune di queste relazioni trovano conferma anche in Italia. Negli adolescenti in famiglie ricostituite o monogenitore si osserva un malessere psicologico peggiore e una maggioranza di comportamenti a rischio.
2. Gli stranieri e le loro famiglie Nelle sue fasi iniziali, quando migra solo un individuo per nucleo familiare, il ruolo principale assunto dalla famiglia è quello di supporto materiale e psicologico alla mobilità. In una fase successiva la famiglia diventa coprotagonista della migrazione. Le famiglie straniere sono più numerose al nord. 2.1. Le coppie miste I matrimoni misti sono in costante crescita. Emergono alcune caratteristiche che tracciano un quadro degli stranieri in coppia con un italiano diverso da quello che emerge per il complesso degli stranieri. Genere e provenienza delineano un profilo abbastanza netto: i tre quarti dei matrimoni misti coinvolgono una sposa straniera. Più frequentemente dall'Est Europa o dall'America Latina, mentre quando lo sposo è straniero viene dal Nord-Africa o dall'Est. E coppie miste sono inoltre meno prolifiche. 2.2. Le famiglie straniere Le famiglie unite in migrazione possono essere frutto di ricongiungimenti o essersi formate nel paese di origine, anche attraverso il rimpatrio temporaneo. La forma assunta dal ricongiungimento, così come le dinamiche per formare un nuovo nucleo, risultano condizionate da più fattori: dalle norme giuridiche alle condizioni di vita raggiunte in terra di emigrazione. Infatti si avvia un riavvicinamento quando il migrante ha una condizione economica, burocratica e abitativa tranquilla. Ci sono inoltre peculiarità legate al background culturale: diffusa è la tendenza all'omogamia nelle unioni rispetto alla provenienza che può accentuarsi al punto di ricercare un partner nel paese d'origine. Maggiore è la frequenza di forme familiari meno convenzionali tra i migranti provenienti da ambiti territoriali particolari. C'è comunque una fragilità dal punto di vista economico