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Relazione Il Brigante e il Generale, Carmine Pinto, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Relazione del libro. Parte del primo corso del seminario di storia contempoanea b

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 29/05/2023

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Carmine Pinto, Il brigante e il generale, La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di
Priola, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari, 2022, 272pp.
Relazione. Nitti Davide, 953777.
Questo libro è stato scritto da Carmine Pinto, professore ordinario in Storia Contemporanea
dell’Università degli Studi di Salerno. Studioso della storia politica dell’Italia repubblicana, negli
ultimi anni si è interessato alla guerra e ai conflitti civili nella formazione degli stati nazionali
mediterranei e latino americani nel XIX secolo. Attualmente la storia del Mezzogiorno italiano è al
centro dei suoi studi, con particolare riferimento al Risorgimento e al fenomeno del brigantaggio
post-unitario. Questo libro succede a La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti.
1860-1870 pubblicato nel 2019. In quel lavoro Pinto ha messo in discussione le due letture sul
brigantaggio post-unitario fino ad allora prevalenti: quella della reazione sociale contadina contro le
riforme promesse e poi negate, e quella di un governo borbonico, idealizzato e esule, interprete dei
diritti negati e repressi dai piemontesi. Le opere di Pinto su questo tema si distaccano dunque da
un’interpretazione classista in cui il brigantaggio sarebbe stato una proto-rivolta contadina, tesi
sostenuta da Franco Molfese nella Storia del Brigantaggio dopo l’Unità d’Italia, pubblicata nel
1964. Per Pinto e per molti altri studiosi assieme a lui, il brigantaggio non è stato un movimento
sociale, volto a sovvertire gli aspetti più importanti della società rurale dell’epoca, ma è stato
espressione di una guerra civile. Questo fenomeno non ha dunque utilizzato alcuni problemi sociali
come la “questione contadina” all’interno del suo armamentario politico. Il brigantaggio nella
prospettiva di Pinto ha le sue componenti sociali ma è più che altro una guerra che si combatte tra
un esercito vero e un insieme di bande organizzate che hanno una grande efficacia nel controllo del
territorio. Il nuovo Regno d’Italia non può consentire che il controllo del territorio non sia totale.
Queste forme di controllo parallelo del territorio, attuate da bande criminali, erano tipiche
dell’Europa di Antico regime e si acuivano nei momenti di debolezza degli Stati. Nell’Italia centro-
settentrionale sono i francesi, durante l’età napoleonica, a distruggere la maggior parte di queste
bande criminali, ma ancora nella prima metà dell’Ottocento vi sono casi di briganti celebri, come
Stefano Pelloni nelle Legazioni pontificie. Il brigantaggio politico meridionale raggiunge forme
ancor più radicali, costruendo un sistema di potere capillare. L’obiettivo è dunque il controllo del
territorio statale, un obiettivo per niente scontato nel 1861, dove si era soliti vedere zone di autorità
miste, soprattutto in meridione.
Il brigante e il generale è un’opera che si legge con scorrevolezza grazie anche
all’inclinazione a vivacizzare il racconto: un saggio storico che a tratti potrebbe sembrare un
romanzo storico. È inoltre molto interessante la quantità di documenti d’archivio citati all’interno
del libro: è stata effettuata un’accurata disanima delle fonti, condotta per anni insieme a un gruppo
di studiosi. Il libro sembra girare intorno a dei cortometraggi, con uno stile di scrittura privo di
complicazioni. Con la sua trattazione, per certi versi innovativa, Pinto rovescia molte letture
schematiche e ideologiche, rivelando la pluralità dei conflitti confluiti nel fenomeno del
brigantaggio post-unitario: scontro tra notabilati territoriali, scontro tra unitari e filo-borbonici,
entrambi del sud; scontro tra una criminali organizzata a scopo estorsivo e un giovane Stato
impegnato a garantire il controllo del territorio; scontro tra deputati meridionali, invocanti il pugno
di ferro per garantire i loro collegi elettorali, e i fautori di un decentramento vagheggiato dal
Risorgimento ma poi subito accantonato a cause delle emergenze.
Pinto descrive il precoce tramonto della rivolta guidata dagli emissari di Francesco II, soprattutto
dopo la vicenda “Borjes”, a tutto vantaggio di personali criminali, formalmente in lotta per i
Borbone, il cui scopo è la costruzione di un sistema di potere capillare, ben radicato, tra i territori
dell’Abruzzo e la Calabria. Questo sistema per esistere si dota della protezione di eminenti famiglie
locali e di una rete efficiente di fiancheggiatori. I manutengoli sono coloro che gestiscono la rete
criminale dei briganti, organizzando i finanziamenti, il riciclo del denaro e la sua spartizione. Lo
strumento militare dei briganti sono le bande a cavallo, mobili e pericolose. Il reato praticato su più
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Carmine Pinto, Il brigante e il generale, La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola , Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari, 2022, 272pp. Relazione. Nitti Davide, 953777. Questo libro è stato scritto da Carmine Pinto, professore ordinario in Storia Contemporanea dell’Università degli Studi di Salerno. Studioso della storia politica dell’Italia repubblicana, negli ultimi anni si è interessato alla guerra e ai conflitti civili nella formazione degli stati nazionali mediterranei e latino americani nel XIX secolo. Attualmente la storia del Mezzogiorno italiano è al centro dei suoi studi, con particolare riferimento al Risorgimento e al fenomeno del brigantaggio post-unitario. Questo libro succede a La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti. 1860 - 1870 pubblicato nel 2019. In quel lavoro Pinto ha messo in discussione le due letture sul brigantaggio post-unitario fino ad allora prevalenti: quella della reazione sociale contadina contro le riforme promesse e poi negate, e quella di un governo borbonico, idealizzato e esule, interprete dei diritti negati e repressi dai piemontesi. Le opere di Pinto su questo tema si distaccano dunque da un’interpretazione classista in cui il brigantaggio sarebbe stato una proto-rivolta contadina, tesi sostenuta da Franco Molfese nella Storia del Brigantaggio dopo l’Unità d’Italia , pubblicata nel

  1. Per Pinto e per molti altri studiosi assieme a lui, il brigantaggio non è stato un movimento sociale, volto a sovvertire gli aspetti più importanti della società rurale dell’epoca, ma è stato espressione di una guerra civile. Questo fenomeno non ha dunque utilizzato alcuni problemi sociali come la “questione contadina” all’interno del suo armamentario politico. Il brigantaggio nella prospettiva di Pinto ha le sue componenti sociali ma è più che altro una guerra che si combatte tra un esercito vero e un insieme di bande organizzate che hanno una grande efficacia nel controllo del territorio. Il nuovo Regno d’Italia non può consentire che il controllo del territorio non sia totale. Queste forme di controllo parallelo del territorio, attuate da bande criminali, erano tipiche dell’Europa di Antico regime e si acuivano nei momenti di debolezza degli Stati. Nell’Italia centro- settentrionale sono i francesi, durante l’età napoleonica, a distruggere la maggior parte di queste bande criminali, ma ancora nella prima metà dell’Ottocento vi sono casi di briganti celebri, come Stefano Pelloni nelle Legazioni pontificie. Il brigantaggio politico meridionale raggiunge forme ancor più radicali, costruendo un sistema di potere capillare. L’obiettivo è dunque il controllo del territorio statale, un obiettivo per niente scontato nel 1861, dove si era soliti vedere zone di autorità miste, soprattutto in meridione. Il brigante e il generale è un’opera che si legge con scorrevolezza grazie anche all’inclinazione a vivacizzare il racconto: un saggio storico che a tratti potrebbe sembrare un romanzo storico. È inoltre molto interessante la quantità di documenti d’archivio citati all’interno del libro: è stata effettuata un’accurata disanima delle fonti, condotta per anni insieme a un gruppo di studiosi. Il libro sembra girare intorno a dei cortometraggi, con uno stile di scrittura privo di complicazioni. Con la sua trattazione, per certi versi innovativa, Pinto rovescia molte letture schematiche e ideologiche, rivelando la pluralità dei conflitti confluiti nel fenomeno del brigantaggio post-unitario: scontro tra notabilati territoriali, scontro tra unitari e filo-borbonici, entrambi del sud; scontro tra una criminalità organizzata a scopo estorsivo e un giovane Stato impegnato a garantire il controllo del territorio; scontro tra deputati meridionali, invocanti il pugno di ferro per garantire i loro collegi elettorali, e i fautori di un decentramento vagheggiato dal Risorgimento ma poi subito accantonato a cause delle emergenze. Pinto descrive il precoce tramonto della rivolta guidata dagli emissari di Francesco II, soprattutto dopo la vicenda “Borjes”, a tutto vantaggio di personalità criminali, formalmente in lotta per i Borbone, il cui scopo è la costruzione di un sistema di potere capillare, ben radicato, tra i territori dell’Abruzzo e la Calabria. Questo sistema per esistere si dota della protezione di eminenti famiglie locali e di una rete efficiente di fiancheggiatori. I manutengoli sono coloro che gestiscono la rete criminale dei briganti, organizzando i finanziamenti, il riciclo del denaro e la sua spartizione. Lo strumento militare dei briganti sono le bande a cavallo, mobili e pericolose. Il reato praticato su più

larga scala è il sequestro di persona. Questi temi vengono incorporati nelle biografie dei due protagonisti. In 272 pagine si condensano biografie, ricostruzioni di eventi, descrizioni di luoghi sui quali l’autore si è recato. Lungo questo itinerario si incontrano i due personaggi di Crocco e Pallavicini. Un viaggio che tiene insieme la cronologia dei fatti del processo unitario e i tanti singoli accadimenti della sfida tra il brigantaggio filo-borbonico, antesignano delle forme di guerriglia del XX secolo, e i reparti coordinati da Pallavicini di Priola, con la Guardia Nazionale formata da volontari reclutati in quegli stessi paesi del Meridione che si schierano dalla parte dell’Italia unita. Il racconto è affascinante e sa scendere nel dettaglio: la guerra per il Mezzogiorno all’indomani dell’Unità d’Italia. Una vera e propria guerra civile che tra il 1860 e il 1870 ha segnato la storia d’Italia. Nel quadro di questo decennio il tema tanto dibattuto del brigantaggio trova la sua dimensione storica: una delle espressioni del conflitto combattuto nel Mezzogiorno, una forma tipica di violenza, diffusa in tutte le società rurali, dall’antichità fino al XX secolo inoltrato. Il banditismo del Mezzogiorno ne era solo una versione, per quanto pluri-secolare. Un attore sociale e criminale, capace di adottare bandiere politiche nelle grandi fratture del regno di Napoli e di giocare un ruolo nelle lotte tra aristocratici, clero, fazioni e gruppi territoriali di Antico Regime. Il brigantaggio viene utilizzato dalla controrivoluzione borbonica durante le guerre della Rivoluzione francese e dell’Impero napoleonico. Innanzitutto, viene affiancato all’esercito controrivoluzionario del cardinale Ruffo nel 1799, poi utilizzato come forza irregolare nel Decennio francese. E così nel 1860, quando guerra e rivoluzione travolgono ancora una volta il regno, viene richiamato in servizio. I Borbone, contrastati da larga parte delle classi colte, del ceto medio e del notabilato locale del Mezzogiorno, lo promuovono per animare una resistenza armata al nuovo Stato italiano. Il brigantaggio pertanto è una delle espressioni politiche, sociali e criminali della crisi dell’unificazione nel Mezzogiorno, condizionato da eredità e tradizioni di lungo periodo. A sfruttare le opportunità del momento, con grandi ambizioni di ascesa sociale, è Carmine Crocco. La storia di Crocco prende origine da una società diversa rispetto a quella di Pallavicini, da «una seconda Italia, sconosciuta, non meno interessante dell’altra»^1. Il brigante nasce nel 1830 a Rionero in Vulture da due contadini e cresce in un tipo di socialità rurale che aveva elementi di compensazione solidale come le memorie collettive, uniti e mescolati alla religiosità popolare; non meno importanti i rapporti amicali o parentali, che costituivano un elemento estremamente significativo nella strutturazione delle reti sociali. Da giovane si unisce alle legioni di contadini o di braccianti che da quei paesi escono ogni mattina. Tutti, lì, baroni, borghesi e contadini, per la ricchezza o la mera sopravvivenza dipendono dalla terra. Crocco cresce in questo ambiente misero e povero, ma riesce a distaccarsi leggermente, imparando a leggere e a scrivere. Successivamente emerge dal mondo dei contadini anonimi e diventa un mandriano di una famiglia molto importante del paese, i Fortunato, grandi possidenti e uomini del governo borbonico. Questa famiglia, giunta dal Salernitano nella seconda metà del Settecento, si era subito inserita nei gangli della politica locale lucana. Nel Decennio colgono le opportunità create dall’eversione feudale. Si schierano con Murat, conquistando redditi, fortune e posizioni privilegiate. Caduto il re napoleonide, si schierano con i Borbone, continuando a crescere socialmente. Giustino Fortunato sr diventa poco alla volta il braccio armato del re, soprattutto dopo la liquidazione della stagione costituzionale nel 1849: proprio in quest’anno è il primo borghese a diventare presidente del consiglio, con lo stretto mandato di gestire un’alleanza conservatrice con l’Austria e accompagnare la terza repressione di massa contro l’opposizione politica, dopo il 1799 e il 1821. È dunque una famiglia molto importante politicamente nel Regno delle Due Sicilie. Carmine Crocco viene chiamato alla leva, ma per varie questioni e illegalità, diserta nel

  1. Da qui inizia la storia che lo porterà prima a diventare un brigante su piccola scala e successivamente uno dei briganti più famosi della Lucania. Proveniente dalle classi misere della (^1) F. Lenormant, Tra le genti di Lucania. Appunti di viaggio , Osanna, Venosa 1999

dimenticando l’antico regime. Pallavicini è il simbolo di come la guerra e la cultura della guerra nel XIX secolo siano state uno strumento efficace per costruire l’impianto dello stato moderno e permettere il successo del nazionalismo italiano, con conseguente fallimento degli antichi stati italiani. Nella distanza tra questi due poli si concentra il racconto della guerra che riannoda le due vicende biografiche. La guerra al brigantaggio meridionale ( 1860 - 1870) vede incrociare le vite dei due protagonisti. Crocco diventa un brigante finanziato dai borbonici. Ha quindi modo di riorganizzare la sua banda, dando vita a un «cartello»^2 , una federazione di bande organizzate in senso verticale che instaura forme di potere in diverse zone della Basilicata. Le bande di Crocco attuano diversi massacri, e allo stesso tempo avviano un sistema capace di attuare numerosissimi sequestri di persona per finanziarsi autonomamente. Molti paesi della Lucania vengono assediati dalle bande di briganti, scatenando un’ancora più accesa polarizzazione tra unitari e filo-borbonici, che però si mantengono nascosti e fanno agire i briganti per loro conto. Molte persone si uniscono alle bande, avendo come promessa una vita libera dalla pesante quotidianità della campagna. Pallavicini, il nemico principale di Crocco, si accorge di essere in una guerra diversa dai combattimenti tipici dell’800; combattere sul terreno montuoso tra Basilicata, Puglia, Campania, Molise, porta insidie ai soldati regolari, che si muovono con difficoltà. I soldati patiscono il clima, si ammalano; gli effettivi vengono via via aumentati perché gli operativi sono pochi. Questa guerra ha una notevole intensità tra il 1860 e il 1865, e in questo frangente il generale Pallavicini è ancora più motivato nel cercare appoggio tra gli unitari meridionali, per i quali la scelta dello Stato italiano diventa una questione estremamente importante. Essi sono la maggioranza, spesso appartata e silenziosa, e fanno da impalcatura alla deputazione meridionale che sarà in prima fila nel volere fortemente l’entrata in vigore della Legge Pica (1863). Dal 1863 il quadro legale cambia: la sospensione dei diritti costituzionali in intere province, i tribunali militari, l’esecuzione immediata delle sentenze per scoraggiare chi pensava di unirsi ai briganti, le tecniche investigative non convenzionali, gli arresti preventivi, fanno sì che la guerra prenda strade più efficaci. Pallavicini capisce che i contingenti mobili devono essere più ridotti ma più diffusi nei territori di queste località, spesso impervie. Dopo moltissimi scontri, spesso a bassa intensità, le bande di Crocco incominciano a perdere prestigio e forza militare. Le uccisioni e le condanne a morte creano molte difficoltà alle bande, che non riescono ad aggiornare il loro organico. Il colpo finale però si ottiene grazie alla collaborazione di alcuni ex briganti, come il famoso Caruso, che danno preziose informazioni all’esercito di Pallavicini, e alla disarticolazione della struttura di finanziamento del brigantaggio, che è tra i punti principali del programma del generale Pallavicini. La mobilitazione italiana arriva al massimo della sua forza; Pallavicini logora gli avversari, cerca pentiti, pensando di avere dalla sua il fattore tempo. Ma perché il fattore tempo è a vantaggio degli unitari? Pinto parla di «potente combinazione tra i valori risorgimentali e le memorie consolidate nel corpo ufficiali piemontese, adesso italiano»^3. Qualcosa di diverso rispetto alla quasi totale mancanza di ideali presente nelle bande di briganti: non c’era nessuna nozione ideologica sufficiente a trasformare l’azione delle bande di briganti in guerriglia moderna, a parte i tradizionali richiami al re e alla religione, spesso solo vagheggiati. Dopo aver distrutto quasi tutte le bande, come quella di Giuseppe Nicola Summa alias Ninco Nanco, Masini, Pizzichicchio, usando metodi irregolari con conseguenti minori restrizioni etiche, i soldati italiani mettono alle strette Crocco. L’ultima vittoria dei briganti avviene a Oppido Lucano. Il 29 giugno 1864, il generale Pallavicini arriva a Rionero in Vulture, diretto verso la casa di Crocco. Qui vengono arrestati numerosi individui vicini al brigante, e viene smantellata gran parte della sua rete di conoscenze nel paese. L’apporto delle eminenti famiglie locali è molto importante nelle riflessioni del generale. I Fortunato si sono rifugiati a Napoli o in Francia, dunque vengono interrogati altri proprietari e massari sospetti. La paura è grande, larga parte della società cerca disperatamente di stare lontano dai guai. Molti temono sia i briganti che i nazionali. L’operazione è dunque molto complicata e delicata. Le notizie di Crocco e dei suoi capi più importanti, adesso in (^2) Pag. 95. Qui Pinto spiega le ragioni di questa definizione concettuale. (^3) Pag. 186.

pochi, sfumano: il brigante è intelligente e sa muoversi in maniera astuta. La rete italiana di spie, controlli, perlustrazioni, però è più potente, e dà le informazioni che permettono di sopprimere le ultime bande di Crocco. I soldati arrivano silenziosamente al rifugio di Crocco a Monticchio, ci sono molte uccisioni, molta confusione, ma Crocco, misteriosamente, riesce a fuggire. Dall’agosto 1864 in poi, il cartello viene sciolto: il brigantaggio meridionale torna ad una dimensione pulviscolare, prima di scomparire del tutto. Crocco dirà nella sua biografia che il suo riparo aveva un’uscita nascosta che il traditore Caruso non conosceva. Crocco riesce a sopravvivere, grazie alla rete di importanti sodali, fuggendo nel 1864 nello Stato Pontificio, mentre quasi tutti gli altri uomini del cartello finiscono uccisi o in prigione. Nel 1870, gli italiani, giunti a Roma, lo trovano e lo processano: in carcere, però, lui allestisce un’efficace narrazione delle sue avventure, che seppellisce la memoria di Pallavicini, l’unico autentico vincitore, non altrettanto abile a raccontare le vicende sul brigantaggio. Finito il brigantaggio, inizia il mito. Un mito che si è sviluppato anche grazie agli stessi scritti di Crocco, che sono un incrocio tra il suo immaginario sui briganti attivi prima di lui e le dichiarazioni usate nei vari processi, soprattutto a Potenza, dove la sua difesa gli consiglia cosa dire. Il mito sul brigantaggio ha molte sfaccettature ed è stato ripreso più intensamente dopo gli anni ’60 del ’900, all’incrocio tra il marxismo post sessantottino e il conservatorismo cattolico. È evidente che questa rielaborazione è legata al nostro tempo e non ha molto a che vedere con l’epoca descritta nel libro, un’epoca in bianco e nero. Anche le musiche nate per ricordare questi briganti sono musiche contemporanee che vengono sviluppate dopo gli anni ’60 del ’900. Questo mito viene usato ancor di più negli ultimi anni per inventare un paradiso che non è mai esistito nel Mezzogiorno e per enfatizzare la distruzione di un mondo felice. Nell’evolversi delle vicende non emergono spazi per romantiche e mitizzate figure di briganti visti come rivoluzionari, novelli Robin Hood sempre pronti a difendere i deboli. Il mito si scontra con le torture efferate, le uccisioni a sangue freddo, con lo scempio di cadaveri, con gli stupri di massa. Le coincidenze con il processo di Crocco ci confermano il pensiero del brigante: si si è battuto per i soldi e per il potere, ma è stato capace di afferrare una bandiera politica. Non c’è nella sua vita reale nessun romanticismo, non ha rubato ai ricchi per dare ai poveri, né cercato di raddrizzare torti. E non è stato un bandito d’onore. È stato un assassino che ha saputo ordinare con ferocia spietata mille altri crimini, vincolati agli interessi di signorotti locali più che di comunità oppresse, senza nessuna lotta per un mondo contadino di cui pure ha fatto parte. I Fortunato, come altre famiglie eminenti di questi territori, sono nel frattempo ritornati nei loro paesi. Vincono contenziosi giudiziari precedenti, restando i grandi proprietari fondiari della zona. Il nipote del temuto Gennaro Fortunato, Giustino Fortunato jr, diventa addirittura deputato della Camera italiana e si afferma come un importante storico. Materia viva di una storia complicata, dolorosa, che vede Pallavicini deciso a sporcarsi le mani senza scrupoli in uno scontro che non lascia fama e gloria, bensì l’oblio. L’esperienza di Pallavicini non è per nulla gradita da una buona parte della corte italiana, soprattutto con l’ascesa al trono di Umberto I. La sua fama traballa maggiormente all’interno degli ambienti conservatori piemontesi, nel momento in cui sposa una borghese calabrese, Ottavia Manfredi: è un matrimonio che sancisce l’iniziale amalgama che viene stimolato dalla nascita del Regno d’Italia. È stato il protagonista di una guerra del Risorgimento senza il Risorgimento, vinta e dimenticata. È una guerra che nessuno ricorda con orgoglio quando inizia la monumentalizzazione del Risorgimento. Un silenzio voluto per le troppe applicazioni della legge marziale, perché a uccidersi sono stati i nuovi sudditi di Vittorio Emanuele II, consumando brutali vendette e fronteggiandosi con vecchi registi più o meno occulti e attori sul campo pronti a sacrificare la vita altrui per ambizioni, ideali e nuovi ordini sociali e politici. Tutto ciò è accompagnato da un viaggio nei luoghi dell’Italia meridionale, un viaggio che appassiona il lettore e che probabilmente lo sbalordisce per la quantità di borghi sconosciuti e spesso poco valorizzati. Il racconto approfondisce ancor di più una Lucania ottocentesca, nella quale in questo periodo emergono figure di grande statura sul panorama politico nazionale: Albini,