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Storia dell'Impero Romano (LM), 2021-22 (non frequentanti), Sintesi del corso di Storia Romana

Riassunto dei saggi per non frequentanti. Contiene riassunto di alcuni saggi: - A. Giardina – A. Schiavone, Storia di Roma, Torino, Einaudi, 1999, limitatamente alla parte III, pp. 339-540 - Studio di C. Riggs (a cura di), Oxford Handbook of Roman Egypt, Oxford, Oxford University Press, 2012, limitatamente alle seguenti parti: Introduction; Part I: Land and State; Part III: People; Part VII: Borders, Trade, and Tourism

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

Caricato il 18/12/2022

UmbertoLongo
UmbertoLongo 🇮🇹

4.7

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0. L’EGITTO ROMANO (Salvaterra)
Approccio facilitato da vasta e singolare documentazione: ad oggi pubblicati più di 40.000 papiri.
Papirologia studia, oltre a papiri in greco e latino, anche supporti mobili (ostraka, tavolette cerate,
pergamene ecc.). Egitto speciale per sovrabbondanza di fonti specifiche ma anche perché provincia a
“statuto speciale”. Nelle zone che furono via via abbandonate, il terreno secco, sabbioso e caldo ha
conservato eccezionalmente i materiali organici, i papiri e le tavolette di legno (non nella zona del Delta:
abbiamo poco di Alessandria, troppo umido); altri papiri recuperati perché venivano usati come
rivestimenti per le mummie. Problemi: metodi di conservazione della fonte, squilibrio quantitativo riferito a
diversi periodi, luogo di produzione effettiva. Grandissima utilità comunque per la storia economica.
I papiri consentono ottima datazione, forniscono info sulla struttura amministrativa, fiscale, militare; in
maniera quasi unica rispetto ad altre province, può offrire anche uno spaccato di vita quotidiana, sulla
produzione artigianale, sulla vita religiosa. Partizioni temporali: Egitto tolemaico Egitto romano (30 a.C.)
Egitto tardoantico/bizantino (con Diocleziano grande cesura: suddivisione in province, perdita poteri
militari del prefetto, no monetazione autonoma Alessandria, uso diffuso del latino). Ulteriore cesura metà V
sec. con cristianesimo e patriarcato Alessandria.
Breve storia relazioni Roma-Egitto (che vedeva come un fattore di equilibrio politico; per questo, e anche
per le costanti relazioni amichevoli, fu l’ultimo dei regni ellenistici ad essere assorbito). La cessione della
Cirenaica da parte di Tolemeo Apione nel 96 a.C. è tanto più sorprendente quanto nessuna delle parti era
coinvolta (né i sovrani cercavano appoggio, né il Senato l’intervento). Nell’88 a.C. salta fuori testamento che
riguarda Egitto e Cipro; controllo Cirenaica assunto nel 74 a.C. Tolemeo XII poi, nel 48 a.C., aveva nominato
i Romani garanti delle sue volontà testamentarie che prevedevano il governo congiunto dei figli Tolomeo
XIV e Cleopatra VII; Pompeo, che si presentò come patrono dei sovrani, venne assassinato a tradimento.
Cesare, sistemata la situazione (e stretto un legame con Cleopatra), garantì il rispetto delle volontà
assicurando il trono ai due fratelli, ma si premurò di lasciare delle legioni in Egitto. In Italia intanto una vera
e propria “egittomania”, propiziata anche dal grande commercio di schiavi e dalla diffusione della cultura
egiziana. Tentativo di “legittimare” la dinastia di Cleopatra con appoggio dei Romani (Cesarione, Antonio); il
progetto di Antonio mirava a consolidare potere romano in Oriente tramite alleanza con Egitto e
assegnazione di regni clienti ai figli avuti con Cleopatra, una politica opportunamente distorta dalla
propaganda di Ottaviano (che aveva buon gioco sulle aristocrazie e sui commercianti italici). Battaglia di
Azio (31 a.C.) e successivo attacco ad Alessandria (30 a.C.).
Annessione romana dell’Egitto intanto per impadronirsi del tesoro tolemaico (dopo anni di guerre civili,
disperato bisogno di liquidità per pagare le truppe), poi controllo diretto per vari motivi strategici (vedi
avanti). Provincia amministrata da prefetto equestre (da smentire il fatto che fosse un “dominio personale”
del princeps). Le ragioni dei provvedimenti di Ottaviano (prefetto equestre, divieto per senatori e cavalieri
di entrare in provincia) vanno viste nell’importanza strategica, per i recenti episodi militari, per le enormi
risorse finanziarie e granarie che potevano essere elemento di pressione. Sprezzo del conquistatore per le
dinastie egizie e lagidi; fece rimuovere dalla titolazione i riferimenti agli dei egizi (e inserire autokrator) di
modo che la legittimità dipendesse solamente dal Senato e dal popolo romano; provincia sottoposta ad
Augusto, che l’avrebbe retta per conto del popolo romano e tramite un cavaliere (prefetto) munito di
imperium simile a un proconsole.
Il primo prefetto fu Cornelio Gallo, cavaliere di modeste origini che aveva ricoperto la carica di praefectus
fabrum, ossia aiutante di campo e uomo di fiducia di Augusto. Un’eccessiva indipendenza e ambizione lo
privarono del favore del princeps, che lo rimosse dalla carica; Gallo si tolse la vita nel 26 a.C. I suoi
successori furono impegnati militarmente: Elio Gallo guidò una spedizione in Arabia Felix (25 a.C.) mentre
Publio Petronio, nel respingere attacchi da sud, allargò la frontiera con l’Etiopia e la Nubia (23/2 a.C.). Le
immagini degli imperatori venivano collocate in luoghi pubblici, ed omaggiate dalle élite che così
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  1. L’EGITTO ROMANO (Salvaterra) Approccio facilitato da vasta e singolare documentazione: ad oggi pubblicati più di 40.000 papiri. Papirologia studia, oltre a papiri in greco e latino, anche supporti mobili ( ostraka , tavolette cerate, pergamene ecc.). Egitto speciale per sovrabbondanza di fonti specifiche ma anche perché provincia a “statuto speciale”. Nelle zone che furono via via abbandonate, il terreno secco, sabbioso e caldo ha conservato eccezionalmente i materiali organici, i papiri e le tavolette di legno (non nella zona del Delta: abbiamo poco di Alessandria, troppo umido); altri papiri recuperati perché venivano usati come rivestimenti per le mummie. Problemi: metodi di conservazione della fonte, squilibrio quantitativo riferito a diversi periodi, luogo di produzione effettiva. Grandissima utilità comunque per la storia economica. I papiri consentono ottima datazione, forniscono info sulla struttura amministrativa, fiscale, militare; in maniera quasi unica rispetto ad altre province, può offrire anche uno spaccato di vita quotidiana, sulla produzione artigianale, sulla vita religiosa. Partizioni temporali: Egitto tolemaico  Egitto romano (30 a.C.)  Egitto tardoantico/bizantino (con Diocleziano grande cesura: suddivisione in province, perdita poteri militari del prefetto, no monetazione autonoma Alessandria, uso diffuso del latino). Ulteriore cesura metà V sec. con cristianesimo e patriarcato Alessandria. Breve storia relazioni Roma-Egitto (che vedeva come un fattore di equilibrio politico; per questo, e anche per le costanti relazioni amichevoli, fu l’ultimo dei regni ellenistici ad essere assorbito). La cessione della Cirenaica da parte di Tolemeo Apione nel 96 a.C. è tanto più sorprendente quanto nessuna delle parti era coinvolta (né i sovrani cercavano appoggio, né il Senato l’intervento). Nell’88 a.C. salta fuori testamento che riguarda Egitto e Cipro; controllo Cirenaica assunto nel 74 a.C. Tolemeo XII poi, nel 48 a.C., aveva nominato i Romani garanti delle sue volontà testamentarie che prevedevano il governo congiunto dei figli Tolomeo XIV e Cleopatra VII; Pompeo, che si presentò come patrono dei sovrani, venne assassinato a tradimento. Cesare, sistemata la situazione (e stretto un legame con Cleopatra), garantì il rispetto delle volontà assicurando il trono ai due fratelli, ma si premurò di lasciare delle legioni in Egitto. In Italia intanto una vera e propria “egittomania”, propiziata anche dal grande commercio di schiavi e dalla diffusione della cultura egiziana. Tentativo di “legittimare” la dinastia di Cleopatra con appoggio dei Romani (Cesarione, Antonio); il progetto di Antonio mirava a consolidare potere romano in Oriente tramite alleanza con Egitto e assegnazione di regni clienti ai figli avuti con Cleopatra, una politica opportunamente distorta dalla propaganda di Ottaviano (che aveva buon gioco sulle aristocrazie e sui commercianti italici). Battaglia di Azio (31 a.C.) e successivo attacco ad Alessandria (30 a.C.). Annessione romana dell’Egitto intanto per impadronirsi del tesoro tolemaico (dopo anni di guerre civili, disperato bisogno di liquidità per pagare le truppe), poi controllo diretto per vari motivi strategici (vedi avanti). Provincia amministrata da prefetto equestre (da smentire il fatto che fosse un “dominio personale” del princeps ). Le ragioni dei provvedimenti di Ottaviano (prefetto equestre, divieto per senatori e cavalieri di entrare in provincia) vanno viste nell’importanza strategica, per i recenti episodi militari, per le enormi risorse finanziarie e granarie che potevano essere elemento di pressione. Sprezzo del conquistatore per le dinastie egizie e lagidi; fece rimuovere dalla titolazione i riferimenti agli dei egizi (e inserire autokrator ) di modo che la legittimità dipendesse solamente dal Senato e dal popolo romano; provincia sottoposta ad Augusto, che l’avrebbe retta per conto del popolo romano e tramite un cavaliere (prefetto) munito di imperium simile a un proconsole. Il primo prefetto fu Cornelio Gallo, cavaliere di modeste origini che aveva ricoperto la carica di praefectus fabrum , ossia aiutante di campo e uomo di fiducia di Augusto. Un’eccessiva indipendenza e ambizione lo privarono del favore del princeps , che lo rimosse dalla carica; Gallo si tolse la vita nel 26 a.C. I suoi successori furono impegnati militarmente: Elio Gallo guidò una spedizione in Arabia Felix (25 a.C.) mentre Publio Petronio, nel respingere attacchi da sud, allargò la frontiera con l’Etiopia e la Nubia (23/2 a.C.). Le immagini degli imperatori venivano collocate in luoghi pubblici, ed omaggiate dalle élite che così

ostentavano la lealtà. Presenza pervasiva di un dominatore divino distante (tranne ad Alessandria, i cui abitanti intrattennero spesso rapporti con l’imperatore). Le visite, dopo Augusto: Gaio Cesare (1 d.C.); Germanico (19) con l’accoglienza entusiasta di Alessandria; Vespasiano, visita strategica per l’ascesa al trono, che trovò l’appoggio delle legioni del prefetto nella guerra civile; Tito; Adriano (il viaggio meglio noto, culturale ma anche amministrativo: “Biblioteca di Adriano”, archivio centrale per i documenti; morte di Antinoo 130 e fondazione di Antinoopoli); Marco Aurelio (175/6: false notizie sulla sua morte avevano spinto gli alessandrini a riconoscere imperatore Avidio Cassio); Settimio Severo (fino a sud; restaura colossi di Memnone, concede boulè a città greche e metropoli dei nomi); Caracalla (drammatico soggiorno egiziano); parentesi Palmira e Zenobia (anni ’70 del III secolo); Diocleziano (ultimo imperatore a visitare l’Egitto). Oltre che governatore della provincia, il prefetto era anche amministratore civile di Alessandria, dopo che Augusto l’aveva privata della boulè (infatti è praefectus Alexandriae et Aegypti). I compiti: rete di amministrazione fiscale del paese, censimento di persone e proprietà, lavori pubblici, imposizione e riscossione tasse in natura e denaro, il tutto ovviamente con una rete di funzionari. Durata circa 3 anni; grande collaborazione con la prefettura dell’annona (spesso il passo dall’una all’altra carica), rappresentava ultimo gradino della carriera equestre prima della prefettura del pretorio. Potere giudiziario: tribunale permanente ad Alessandria ma anche assise annuali; a giudicare cause di contenzioso fiscale l’ idiologos , che controllava tutte le entrate fiscali irregolari e la vendita delle cariche sacerdotali (nonché i requisiti per ottenerle). Manuale risalente al II sec ( Gnomon dell’idios logos ). Lo iuridicus era un cavaliere competente in materia civile, poi c’erano anche i preposti all’archivio e alla documentazione. Alessandria un mondo a parte: proprio territorio, leggi specifiche, propri magistrati, un corpo cittadino ereditario con speciale status e privilegi. Più volte richiesero restaurazione della boulè , ma senza successo ( Atti dei martiri alessandrini , II-III sec., presenta il problema della conservazione dell’identità cittadina e celebra l’eroismo di alcuni nobili alessandrini oppositori del dominio romano). C’erano cittadini greci, poi residenti egiziano-greci esclusi dall’efebia (di rango inferiore), la comunità ebraica che aveva ricevuto il privilegio di mantenere le proprie usanze. Scontri fra queste fazioni furono problema dei prefetti: contraddizione tra città cosmopolita e conservazione di gruppi chiusi ( approfondimenti più avanti ). Caracalla fece espellere tutti gli egiziani dalla città (eccetto coloro che svolgevano funzioni utili), fece rimuovere il prefetto e nell’ultimo giorno di permanenza ordinò un massacro indistinto fra gli abitanti. La divisione in distretti, nomoi , risaliva al periodo faraonico; a capo del nomo c’era uno stratego con incarichi civili (faceva parte degli honores : l’incaricato rispondeva col suo patrimonio): si occupava di giustizia locale, manutenzione del sistema d’irrigazione e supervisione prelievi fiscali. Affiancato da un basilikos grammateus , un segretario regio, nell’amministrazione finanziaria. Spesso le cariche venivano esercitate da cittadini alessandrini (un modo di Roma forse per controllare la popolazione locale e agganciarsi alle élite); l’unico vero luogo di vita pubblica era il tempio. Privilegi per i greci, spesso proprietari di terre e di censo elevato; la categoria privilegiata dei metropoliti era basata sul grado di ellenizzazione e la possibilità di dimostrare l’ascendenza greca. Un gruppo esclusivo, chiuso, elitario di cultura greca (ginnasio, efebia) che fra i privilegi avevano una tassazione ridotta, distribuzione grano a prezzi agevolati e probabilmente accesso esclusivo alle cariche municipali. Non si crearono comunque comunità separate, né fu possibile stabilire confini netti a livello economico-culturale fra egiziani e greci: un certo grado di mobilità sociale. Dal III sec. la distinzione etnico-culturale va perdendosi. Sentimento di doppia identità? Difficile dirlo. Amministrazione romana classificò come egiziani tutti i cittadini non greci: popolazione gerarchizzata su status e censo, in funzione della diversa tassazione pro capite ( tributum capitis e tributum soli ). Il primo censimento provinciale attorno al 9/10 d.C. e da allora ripetuto ogni 7 anni. Sulle popolazioni ebraiche, dopo il 70, l’umiliante tassa giudaica. Gli stessi elenchi dei censimenti venivano usati per l’assegnazione dei servizi liturgici. Dazi e barriere anche interne, appalti (specie su tassazione indiretta). Il grano fiscale importante fonte per Roma. In epoca tolemaica la terra

partecipazione alle spartizioni; il bottino del 167 a.C. aveva addirittura permesso di esonerare tutti i cittadini Romani dal tributum , e dopo estensione cittadinanza agli italici dopo guerra sociale, le finanze romane dipenderanno esclusivamente dalla fiscalità provinciale. Con le varie assegnazioni territoriali, periodiche viste le molte guerre, si ricostruiva ogni volta uno strato di piccoli e medi proprietari che alimentava il processo. Le stesse istituzioni alimentano questo espansionismo: funzioni e onori sono collegati alla vittoria militare (trionfo, imperium ), per accedere alla politica bisognava passare per la carriera militare. Insomma: la Repubblica generò un Impero. Talvolta è stato sostenuto che tutto avvenne quasi inavvertitamente, non sulla base di un piano preciso ma sull'onda delle ambizioni che possono aver trascinato questo o quel personaggio; si trattò pur sempre di affari nazionali, a prescindere dalle ambizioni del personaggio coinvolto. Il potere dei personaggi usciti vittoriosi dalle guerre civili erano molto simili ad una monarchia: si può ipotizzare che l’ampliamento territoriale esigesse un cambio nella struttura del potere. Res Gestae e la minuziosa descrizione della conquista dell’ orbis terrarum , Roma come patria di tutte le genti del mondo intero. Per qualcuno, la prova dell’ ignoranza e dell’ impostura dei Romani. Abilmente ignorato le conoscenze (e conquiste) geografiche dei Greci, limitandosi a difendere i confini se quel che v’era oltre non era profittevole; impostura nel mascherare artificiosamente i rari tentativi di procedere oltre. Insomma, un impero in costante espansione ma diventato inerte proprio nel momento del salto di qualità; l’imperatore avrebbe “ucciso” l’impero: con l’istituzione di un esercito permanente, con lo sviluppo della burocrazia statale. Roma è presente nelle tre parti del mondo conosciuto: Europa, Africa, Asia. All’epoca tutti sottovalutavano enormemente l’estensione terrestre. Pompeo: “restano fuori solo i Parti, con cui abbiamo firmato un trattato, e gli indiani, che ancora non conosciamo”; questione dell’ imitatio Alexandri (es. Crasso). Sull’esplorazione del mondo (già a fine Repubblica), l’impero costituisce delle novità in ambito di esplorazioni e ricognizioni. Bacino del Nilo: Tebaide (“più lontano di qualsiasi re) Cornelio Gallo 29 a.C., poi successori fino al paese di Meroe; in età claudiana viaggio di un liberto dal Mar Rosso fino a Sumatra. Africa del Nord: alcune spedizioni 1000-2000 km oltre il deserto, nel “paese dei rinoceronti”. Frontiera orientale: imprese di Corbulone (sotto Nerone) in Armenia, approfondimento Eufrate, porte Caspie, Bosforo Cimmerio. Verso il Nord: un viaggio (sotto Augusto) fino alla “penisola dei Cimbri”, lo Jutland; una circumnavigazione della Britannia, che porta a identificare le Shetland. Anche i Romani quindi hanno esplorato terre di cui i Greci avevano solo sentito parlare. Progetti: Cesare ingaggia 4 geografi greci per misurare la Terra; Augusto mappatura Italia a scopo amministrativo. La geografia scientifica progredisce per i primi due secoli, soprattutto in area greca ed egiziana (Tolomeo, II sec); documenti su carte ed itinerari erano costantemente utilizzati da comando militare ed amministrazione. Si cerca il controllo tecnico dello spazio. Uno spazio umano - economico e sociale - si sovrappone allo spazio geografico. Mommsen dubita che venissero svolti censimenti di tutti gli abitanti dell’Impero; fino al 73-74 d.C. furono regolari (circa 6 mln di cives romani inclusi donne e bambini). Venivano contati gli abitanti delle province che non erano cittadini? Non si poteva più farli comparire davanti ai censori: censimento fu decentralizzato a livello municipale (Cesare aveva richiesto dichiarazione autonome su membri della famiglia e proprietà). In Italia, i cittadini non pagano più l'imposta fondiaria dacché è stata abolita nel 36 a.C. da Ottavio. Ma gli abitanti delle province, e i Romani che hanno proprietà in provincia, la pagano. Inoltre, a partire dall’inizio del I sec., i cittadini sono gravati di un'imposta diretta sulle successioni (5%). Le centuriazioni (tecnica usata fin dal IV sec a.C. con reticolo geometrico e pietre di confine) certamente aiutavano il catasto; legata a ciò era la professione dei geometri giurati (perizie, liti, controversie, con grande massa di documenti e burocrazia). Insomma, controllo tecnico dello spazio consentì un’azione di governo più puntuale e gravosa.

Centro/periferia: il caput è sicuramente Roma e l’imperatore. Strabone afferma che fuori dal dominio di Roma ci sono solo le regioni inaccessibili dei nomadi e i Parti, che con essa si spartiscono il mondo. In realtà i Romani si guardarono bene dall'eccedere (fortificazioni e rafforzamento dei confini con Adriano; costruzione di stati vassalli cuscinetto). I fines indicano i termini del mondo oltre i quali vi sono spazi che non interessano al potere romano, che è sempre connesso con le forme urbane, sedentarie ed agricole. Costituzione e forma dei diversi limes e delle frontiere. Servizio di posta pubblica (già sotto Augusto) per informare prontamente lo stato maggiore. Questo potere pubblico a un certo punto diventa nomade, specie dal II-III sec, con l’imperatore che viaggia (Adriano, Settimio Severo, Caracalla i maggiori). SPESE. L’ esercito , armata permanente, è ben diverso da quelli di tipo feudale. Quadri ben precisi (tribuni, prefetti d’ala, legati), una progressione di carriere rigida; solo col tempo si “provincializza”. Nelle zone delle frontiere, incombenze di tipo civile (imposte, dogana, censimenti, lavori pubblici). Un esercito della “scrittura”, composto da molti tecnici e burocrati. 30 legioni, circa 350.000 uomini nel II sec., spesa annua di 400 mln di sesterzi (almeno 40% della spesa totale). Amministrazione. All’inizio servizi del Principe; nel II sec affidati a procuratori equestri e diventano un vero e proprio servizio pubblico (meno di 200 persone in tutto, costo 20 mln sesterzi). L’amministrazione senatoria/provinciale (alcune decine di persone) costava nettamente di più di quella imperiale, con stipendi che superavano il milione. Tra le altre spese: distribuzioni frumentarie, lavori pubblici, manutenzione. ENTRATE. Imposte dirette versate dalle province e basate sui redditi fondiari. Italia immune fino a Diocleziano; le imposte indirette (dogane, dazi) su tutta la popolazione, la tassa di successione solo dai cittadini. I pochi episodi di rivolte (o lamentele) fanno pensare che il carico fiscale non fosse gravoso (almeno prima dei Severi), anche perché proporzionale, da riscuotersi a livello di collettività locale. Ordine pubblico: coorti pretorie, coorti urbane, vigili. Polizia politica ( frumentarii ). La pax romana , nei primi due secoli, si mantenne con grande economia di mezzi. Bisogna dire però che una lettura completamente diversa dell’Impero Romano è altrettanto plausibile. Abbiamo insistito sull'unità e l'universalità. Ma l'antica organizzazione del mondo mediterraneo, fondata sul particolarismo e il pluralismo, ha potuto sopravvivere piuttosto tranquillamente all'instaurazione del potere unico, e tuttavia remoto, dell'Imperatore. Nei primi due secoli dell'Impero non vi sono prove di decadenza della vita civica, né dei «patriottismi» locali; anzi. Per certi versi è la stessa autorità imperiale ad alimentare queste illusioni. A rigor di termini, infatti, nell'Impero la libertà delle città riguarda esclusivamente le loro istituzioni. Colpito dall'imponente organizzazione dell'apparato pubblico -amministrazione, fisco, esercito-, Mommsen vide nell’Impero Romano il modello compiuto dello «Stato», la cui analisi «sistematica» fornirebbe, a una scienza del diritto pubblico in atto di costituirsi, gli elementi teorici fondamentali. Insomma: egli vedeva nell’Impero Romano la matrice degli « stati moderni ».

  1. LA CITTA’ IMPERIALE (Cracco Ruggini) “ Nulla di quanto accade sulla terra è più gradito al dio supremo che regge il mondo di quelle comunità di uomini associati dalle leggi che noi chiamiamo città ” (Cicerone). Per Erodoto e Tucidide erano gli abitanti le città, non le mura, le case, le navi; ma Cicerone aggiunge l’idea che il vincolo politico fosse di natura eminentemente giuridica. Città come anello intermedio fra famiglia e Stato, e quando Impero si forma, ha già da tempo una sua idea ben precisa di città. La città era sempre di meno struttura di partecipazione alla gestione degli affari comuni (come nel mondo greco) e sempre di più struttura d'integrazione, secondo una gamma di doveri, diritti, privilegi: più “patrie” in una patria comune. Il modello dunque si esportò e si

l’indifferenza ormai verso l’autonomia, seppur teorica: la vera libertà ora era identificarsi il più possibile con i dominatori, i liberi. Fino all'avanzato II secolo, in ogni caso, alternanze significative nella politica imperiale nei confronti delle città provinciali, in rapporto agli orientamenti - accentratori ovvero rispettosi delle autonomie locali - dei vari principi. Basti confrontare la politica in questo senso di Traiano con quella di Adriano, imperialistica e filocoloniaria la prima, pacifista e filomunicipale la seconda. Giulio-Claudi e Flavii si concentrano su Gallia e Spagna, Adriano su greco-orientali, Severi su Africa e province danubiane. Anche molti insediamenti non riconosciuti come città , indigeni preesistenti alla conquista ( oppida, castella ) o quelli di cittadini romani non tali da farne centro politico ( vici, pagi ecc.), attribuiti al territorio di qualche civitas. Funzioni d’incontro e mercato per vita agricola, di sosta, ma anche di difesa. Pagus fu più la suddivisione del territorio rurale, mentre vici castella e oppida furono piccoli borghi fortificati sotto tutela del capoluogo (anche se un minimo d’autonomia giuridica la possedevano). Nei vici emerge commistione fra modello romani e modello indigeno: i vicani stessi eressero edifici romani accanto a quelli preesistenti, a volte anche mura. Dunque, queste “volgari conventicole” relegate al di sotto del rango giuridico di città (per dirla con Isidoro) tendevano a riprodurre su scala minima le strutture della realtà urbana- ordinamenti, aspetti urbanistici e monumentali, articolazioni sociali in plebs vicana e piccoli notabili ambiziosi. Dunque, cellule di vita urbana sparpagliate per il territorio e spesso in rapporto dinamico col proprio capoluogo, elementi potenzialmente “urbanogeni” che spesso evolvettero in vere e proprie città (es. Budapest in Pannonia); l'ideologia del principe benefattore in quanto creatore, restauratore, promotore di vita urbana. Fenomeno soprattutto tipico del III-IV sec, non solo borghi promossi a città, ma anche degradazioni “punitive” da parte dell’imperatore verso alcune comunità (es. Bisanzio in occasione dell’appoggio a Clodio Albino nel 196, diritti poi ristabiliti un ventennio dopo da Caracalla; Antiochia che rischiò la distruzione sotto Teodosio). Un meccanismo di iscrizione o cancellazione di determinati insediamenti urbani in un “elenco ufficiale” di città a disposizione degli organi amministrativi imperiali; presumibilmente esso si era costituito per ragioni di carattere fiscale con il riassetto dioclezianeo, quando il sistema di tassazione divenne per l'appunto una fra le principali discriminanti fra città e aree rurali. Ciò non fa che evidenziare in quale direzione avesse marciato la vita urbana movendo da premesse più remote: l’appiattimento di tutte le variabili entro un modello generico e sotto l'uniforme definizione di civitas ha il suo punto d'arrivo proprio qui, in comunità soggette a un determinato regime fiscale piuttosto che a un altro, nel quadro di uno stato ormai centralizzato, che puntava su tutti i sudditi come cespiti di entrata. La città nell’Impero diventa semplice unità amministrativa (Mommsen). Dal punto di vista delle singole comunità cittadine, certi salienti caratteri identitari ancora conservavano il loro peso e furono usati come argomenti per convincere il principe, che comunque doveva impersonare il ruolo di “benefattore delle città”. Per essere città occorreva un certo assetto urbanistico, trascrizione monumentale delle funzioni sociali, culturali, religiose e ideologiche di cui la città era considerata portatrice, strade, piazze, terme, acquedotti; ma più di ogni altra cosa contava la ricchezza degli abitanti e la capacità delle élite di porti fungere da agenti fiscali. Lo scollamento fra quanto uno storico ritiene oggi essenziale a un agglomerato per essere definito città, e quanto era invece costitutivo di una vera città agli occhi degli antichi: Pausania si stupisce di come Panopeo nella Focide godesse del rango di città essendo sprovvista di templi, piazze, ginnasio ecc.; allo stesso motivo Gregorio di Tours si stupiva che non lo fosse Digione, che prosperava tra fiumi e campi ed aveva una solida cinta muraria. Come mutò la fisionomia delle città con l’instaurarsi del rapporti con Roma? Le città, classificate in categorie giuridiche, erano incastonate in aree provinciali sulle quali presiedeva un governatore, poco importa se proconsole o legato propretore (a seconda che si trattasse di province pacificate oppure no, e in quest'ultimo caso con stanziamenti legionari). Il governatore aveva staff militare e civile, un archivio

( tabularium ) gestito da liberti, una cassa provinciale in cui confluivano le (modeste) imposte, un tribunale. In verità il diritto romano veniva imposto soltanto per le questioni fondamentali, mentre alla giustizia locale erano lasciate le cause marginali, salvo il diritto riconosciuto a ogni provinciale di far ricorso al giudizio del governatore ( diritto misto ). Nelle capitali di provincia si concentrava il potere (e infatti furono in seguito prime sedi vescovili); nel tardo antico anche le regioni italiche divennero province come le altre, perdendo i privilegi assicurati da Augusto. Solo in alcune città ci fu il conventus , le periodiche assise giudiziarie itineranti (e molte città furono in competizione per avere questo privilegio che portava anche vantaggi economici). D'altro canto, va anche detto che conventus , province o aree etnico-regionali come Gallia, Spagna e così via furono per lungo tempo nozioni esistenti quasi esclusivamente nell'ottica dei dominatori, non dei dominati. Importante avere sempre presente la fondamentale ristrettezza del quadro materiale e mentale di vita che, in un mondo in cui le comunicazioni a lunga distanza erano spesso difficili, condizionava le possibilità reali di espansione e di contatto per la maggior parte delle città, ove il nucleo urbano appariva in stretta simbiosi soltanto (o quasi) con le aree ruralizzate del territorio circostante. Relativamente blandi erano dunque i rapporti delle varie città con il capoluogo provinciale, intermittenti e facoltativi quelli col conventus. Per quanto riguarda l’autonomia delle città? La legge garantiva la gestione autonoma degli affari municipali attraverso il funzionamento delle magistrature locali, annue, gerarchizzate, collegiali: duoviri o quattuorviri (magistrati supremi), edili, questori. Uscendo di carica, questi magistrati entravano a far parte a vita del senato municipale, modulato anch'esso sull'esempio di Roma ma su scala ridotta; si completava ogni cinque anni per cooptazione, con tendenza al reclutamento ereditario all'interno di famiglie dell'aristocrazia locale. Chi accedeva alle magistrature o ai sacerdozi locali era tenuto a versare una somma onoraria (di solito donativo alla cittadinanza); di solito era richiesto l’ origo , l’appartenenza alla cittadinanza locale (ma diverse deroghe). Ma anche a livello di rapporti intercittadini si conservarono apparenze di autonomia decisionale, specialmente evidenti nelle province greche. Nel quadro della tolleranza va interpretata la prudente politica di Roma (dal I sec d.C.) di non imporre la municipalizzazione secondo schemi rigidi, una sorta di bricolage istituzionale che solo in seguito andrà verso l’uniformazione. Al principio, fu il populus in quanto corpo politico, a eleggere i magistrati, attraverso comizi che almeno fino al II sec non furono mere formalità (es. scritte elettorali a Pompei); tuttavia, attraverso un processo graduale di scadimento della vita politica, il ruolo del popolo nella scelta andò facendosi via via più marginale. In ogni caso, dal principio anche nelle comunità più piccole una gelosa difesa delle identità locali, e l’arma per difenderle era comunque costituita da manifestazioni di onore, culto e lealtà verso Roma, che danno impressione di una stupefacente coerenza di comportamenti. La presenza in determinate città di curatores (agenti di fiducia dell'imperatore di rango senatorio o equestre) in città che presentavano difficoltà finanziarie o, semplicemente, che Roma trovava più convenevole avere sotto controllo diretto a livello economico. Per quanto benintenzionato e necessario, l’interventismo governativo metteva comunque in discussione l’autonomia locale; ma la visione di un’autorità centralizzata che tutto controllava è molto lontana dalla realtà. A partire dal III sec il curator venne addirittura selezionato a livello locale fra i curiali di prestigio. Le entrate normali dei bilanci erano costituite dalle rendite delle proprietà cittadine (beni fondiari per la maggior parte), da imposte indirette per l'uso dell'acquedotto e dei bagni pubblici, da eventuali dazi portuali, dalle summae honorariae ; e poi da fondazioni, lasciti e legati. Per qualsiasi spesa straordinaria si doveva fare affidamento sull’intervento di privati o dello stesso imperatore. Evergetismo locale come forma di patriottismo, amor civium ; giochi, spettacoli, opere pubbliche, distribuzioni denaro e cibo; i benefici assicurati erano destinati al popolo non in quanto bisognoso (un concetto che sarà invece alla base della carità cristiana) ma in quanto corpo politico che votava, acclamava, sosteneva i propri patroni. Moltissime iscrizioni che riportano evergetismo (i magistrati che ricordano di aver fatto quanto promesso

ville grandiose in cui risiedevano sempre più a lungo, e alle quali vennero subordinati servizi, attività artigianali, movimenti di mercanti e di navi, rete viaria, presenze culturali. “Potenti” diventa appunto termine generico e onnicomprensivo di questi ceti di grandi proprietari fondiari, a prescindere dall’appartenenza di classe o censo. Nelle città del V/VI sec si sono trasformate le strutture interne e le funzioni; decomposte, cancellate, svuotate o snaturate le istituzioni municipali nelle loro sparse sopravvivenze. Strutture cittadine e strutture ecclesiastiche tendono a compenetrarsi, tanto che Giustiniano sancirà poi nelle aree di dipendenza bizantina la definitiva, legale collocazione dei vescovi come agenti civili imperiali. Soltanto l’Africa sopravvisse, ancora all’epoca dei Vandali, come ultimo “museo” delle istituzioni municipali imperiali. Ciò che contava a livello urbanistico era ormai soltanto l’assetto difensivo (mura, torri).

  1. LA ROMANIZZAZIONE DELL’IMPERO (Desideri) Il processo della romanizzazione rappresenta il fenomeno forse più grandioso che si sia dato nella storia della civiltà umana, di riduzione a unità politica e omogeneità culturale di un complesso di popoli e stati vinti con la forza delle armi, ma associati poi in qualche modo alle funzioni di governo fino al punto da restarne quasi cancellata la distinzione originaria fra vincitori e vinti, sostituita gradualmente da una distinzione fra classi sociali. La pax romana per Plinio assicurava le relazioni fra le genti più lontane. Rutilio, ultimo poeta pagano: “offrendo ai vinti d'unirsi nel tuo diritto, tu del mondo hai fatto l'Urbe”. Ancora oggi impressionano dopo 2000 anni le lingue neolatine; non meno rilevante è il peso a livello giuridico, tramite il Corpus giustinianeo, sulla stessa cultura giuridica europea. Secondo alcuni, per fare Impero è necessaria violenza, che non viene riscattata da una successiva riorganizzazione dalla quale possono trarre vantaggio anche i vinti; ciò vale in particolare per i Romani, popolo militarista per eccellenza. Sarebbero stati imposti ai popoli vinti i modelli sociali e culturali dei Romani, dunque processo di omologazione e assimilazione (seppur con evidenti forme di consenso). Dall’altra parte, un modello che sottolinea la “civilizzazione” delle popolazioni barbare e il sistema di ordine e pace portato dall’Impero, che ha posto fine a secoli di perenne conflittualità. Fondamentale appare la capacità di assimilazione politica dei Romani, considerata fin dall'antichità, specialmente in ambito greco (Polibio), il vero punto di differenza fra l'Impero di Roma e i grandi imperi orientali del passato: disponibilità a concedere cittadinanza ai vinti, fino al punto finale dell’editto di Caracalla (212). Romani hanno intensificato quel processo di urbanizzazione cominciato da Alessandro che vede nelle città il veicolo dei modelli culturali egemoni ed un efficace strumento fiscale. Obiettivo deliberatamente perseguito, come appare nell’ Agricola di Tacito, che racconta la conquista della Britannia da parte del suocero: “ Perché quegli uomini dispersi e rozzi si abituassero alla tranquillità e ai piaceri della vita civile, li esortava privatamente e li aiutava a costruire templi, fori, piazze, case…in breve si abbandonarono alle lusinghe dei vizi ”. Già in questo passo si mette in mostra il dubbio, già antico, se fosse legittimo esportare il proprio modello culturale considerato superiore. In questo caso i vantaggi che si potevano e si possono attribuire al dominio romano, per legittimarne a posteriori l'instaurazione, restano sostanzialmente due: da una parte l'effettiva realizzazione di una condizione di pace, dall'altra, a livello individuale e, almeno in un primo tempo, per la sola élite, la ragionevole aspettativa di una promozione sociale. In questo caso sarebbero accettabili limitazioni alle libertà politiche. Si richiama l’idea del White Man's burden , o della missione civilizzatrice, cioè del dovere degli Europei di portare la “civiltà” alle popolazioni primitive. Il dibattito era vivace già in epoca antica, e viene qui proposto. a) Elio Aristide, A Roma

Intellettuale d’Asia Minore in viaggio a Roma durante Antonino Pio (143) che recita l’elogio della città. “ Tutti gli altri che hanno prima di voi esercitato un dominio sono stati a turno padroni e schiavi gli uni degli altri ... ; voi invece siete conosciuti come reggitori fin da quando si sa di voi”. Disposizione naturale al governo, governare sui “liberi”, consenso tanto dei poveri quanto dei ricchi assicura una grande unità, come se fosse un sol popolo. La concessione della cittadinanza è per Elio Aristide il vero capolavoro della politica romana: “ non c'è alcun bisogno di guarnigioni che occupino le acropoli; sono i personaggi più influenti e più potenti che nei vari luoghi sorvegliano per voi le loro città”. Complementare e altrettanto importante per A. è l’opera di urbanizzazione. Diverso trattamento previsto per Elleni e barbari data dalla diversa natura dei due. Testo punto di riferimento, ma non proprio un resoconto “obiettivo”. b) Flavio Giuseppe, Guerra giudaica Ricordo della grande rivolta ebraica degli anni ’60 del I secolo d.C.. Discorso di Agrippa davanti alla folla di Gerusalemme per scongiurare la rivolta (66), sempre per questioni di imposizione del culto imperiale. Il discorso di Agrippa è anche una riflessione dello storico e politico ebreo, che aveva avuto parte attiva nella rivolta ma in seguito divenne cittadino romano e intimo della casa Flavia, sulla natura dell'Impero di Roma e sull'atteggiamento da tenere nei suoi confronti da parte delle popolazioni che gli sono assoggettate. Libertà e consenso sono fuori discussione, e si tratta pur sempre di servitù; ma si può realisticamente pensare di liberarsi dal dominio romano? Unica cosa è cercare di convivere con questa struttura di potere: nel caso specifico, aspettare che il governatore (non gradito) venga sostituito. Dopotutto i Romani non chiedono che il consueto tributo. Dopo averlo riscosso essi né saccheggiano le città, né toccano le cose sacre. Qui manca l’entusiasmo aristideo e anzi ci si rende conto della dura realtà di soggezione, ma si riconosce allo stesso tempo che il dominio non è insostenibile. c) Tacito e il discorso di Calcago Parole che nell’ Agricola fa proferire al comandante britannico Calcago (“ hanno fatto un deserto e lo chiamano pace ”). Ciò che ci interessa è che in quest’ottica i Romani non possono tollerare l’esistenza di popoli liberi, anche lontani da loro, non importa se siano ricchi o poveri: spinti dall’avidità nel primo caso, dalla gloria nel secondo. Sfruttamento sistematico del patrimonio del popolo sottomesso e distruzione dei suoi vincoli sociali e culturali. Tacito già evidenzia processo di annullamento individualità etnica, fatto paradossalmente spesso col consenso dei sottomessi. d) Tacito e il discorso di Claudio Discorso che Claudio pronunciò in Senato nel 48 per dimostrare l’opportunità di concedere cariche pubbliche a Roma ai Galli (ovviamente resistenze dell’aristocrazia senatoria). Per rispondere alle obiezioni Claudio osserva che gran parte delle più antiche famiglie romane, a cominciare dalla sua, non sono indigene della città, ma vi sono arrivate dai luoghi più diversi d'Italia, via via che la conquista ne incorporava una dopo l'altra le varie regioni, evitando così l’errore degli Spartani e degli Ateniesi che tennero a distanza i vinti. Sintetizzando, la tematica è quella delle condizioni di validità, ma soprattutto di tollerabilità, di uno stato tendenzialmente universale, rispetto a quelle che sono le esigenze naturali di libertà dei popoli, normalmente organizzati in forme politiche autonome. Elio Aristide e Claudio sono dell'avviso che si debba mirare alla costituzione di una classe dirigente unitaria reclutata nell'ambito di tutto l'Impero; per Britanni ed Ebrei l’Impero significa solo asservimento morale, politico, religioso, incompatibile con le ragioni della propria esistenza collettiva. La naturalizzazione dei vinti non appare, già allora, come il toccasana dei

erano stati prima, quando nel mondo tutto si stabili una sola politica, un solo diritto delle genti (cosa senza precedenti), allora la macchina s'arrestò e cadde, coprendo di rovine tutte le nazioni dell'orbe romano. Deplorevole destino, che testimonia quello che la natura riserva a tutti gli stati, grandi o piccoli, che sono travolti dalla sete di conquista e soprattutto dallo spirito di dispotismo militare. Anche in Oriente cultura si bloccò, ma aveva già dato i frutti migliori; la forza vitale delle popolazioni in Occidente venne invece strozzata sul nascere. Herder voleva soprattutto scongiurare il “maledetto stato” e qualunque forma di controllo dispotico. Constant si mostra meno ostile di Herder. I Romani agli abitanti di quasi tutte le terre sottomesse lasciarono i loro municipi e, quanto alle pratiche religiose dei Galli, non intervennero se non per abolire i sacrifici umani. I conquistatori antichi, paghi d'una obbedienza generica, non si curavano della vita domestica dei loro schiavi né dei loro rapporti locali. I conquistatori dei giorni nostri, invece, popoli o principi, vogliono che il loro Impero si presenti come un'unica distesa sulla quale l'occhio superbo del dominatore possa spaziare. La critica è al Codice Napoleonico del 1804. Il cristianesimo arriva opportunamente a riempire di una “nuova religione” un mondo unificato ma vuoto e la conquista romana acquista un senso a posteriori. Contraddizione paradosso tra una struttura che “soffoca” le libertà ma che la Provvidenza divina ha voluto anche come veicolo ecumenico per il messaggio cristiano. L’Impero Romano ridiventò un appropriato termine di confronto politico con quegli stati ottocenteschi che, paradossalmente, contraddicevano quel principio nazionale dal quale dichiaravano di prendere legittimità. Imperialismo , discussione su possibilità e utilità assimilazione popolazioni coloniali. Alcuni (Bryce 1901) costruiscono un confronto fra Roma e l’Inghilterra: allora, come in antichità, le nazioni “civili” avevano il controllo quasi totale su tutte le popolazioni “barbare”. Una “nuova unità del genere umano”, politica, economica, linguistica, giuridica. Anche in antichità un processo simile, prima con la diffusione della cultura greco/macedone e poi con l’unificazione politica romana (il cristianesimo ha dato poi una sola religione e una sola morale). Il senso di una missione: Roma, come l’Inghilterra, riteneva di dover dare alle popolazioni sottomesse, come compensazione per avergli tolto l’indipendenza, una migliore amministrazione; entrambi facevano trattamenti differenziati ai loro sudditi, ma con grandi differenze (“ gl'imperatori romani erano dei despoti tanto in Italia quanto nelle province. Il governo inglese è invece democratico in Inghilterra e dispotico in India , e questo perché diceva che alcune razze sono diversamente predisposte a talune forme di governo). Ma, differenza fondamentale, a Roma le cariche più alte dello stato potevano essere rette da provinciali, tra inglesi e indiani non è pensabile un’integrazione: i diritti civili inglesi, estesi agli indiani, non contemplano diritti politici. Gli inglesi hanno un senso del dovere di civilizzazione molto più forte dei Romani, che di rado intervenivano su questioni religiose. L’impressione più forte resta che egli consideri decisamente superiore l'impegno programmatico degli Inglesi nell'opera di incivilimento; in un certo senso l'assimilazione delle province è stata un fatto spontaneo. Da un lato i Romani non hanno mai consentito che venisse messo in discussione il loro diritto al dominio; dall'altra essi non si sono mai veramente impegnati in un'opera di civilizzazione, e per questo non si son trovati a subirne gli effetti di ritorno sottoforma di pressioni nazionalistiche. Il punto di differenza fondamentale è la disponibilità romana a trasformare i sudditi in cittadini, cioè a dare gradualmente a tutti, o quasi tutti, i vinti la possibilità di sentirsi cointeressati al funzionamento della struttura che a suo tempo li ha annullati in quanto entità autonoma. Una formula che, salvo eccezioni (es. gli ebrei) ha funzionato. La progressiva estensione a tutti gli abitanti dell'Impero della cittadinanza romana non era che il contrappunto giuridico-istituzionale di questo processo, nel quale la scomparsa delle diverse nazionalità segna il sorgere di quella che quasi potremmo chiamare una nazionalità mediterranea. L’Impero Romano conobbe un solo livello politico diverso da quello centrale, ossia quello cittadino; qualsiasi forma di coesione regionale fu sempre scoraggiata, e la divisione in province aveva scopo meramente amministrativo. La città era l’innervatura principale dell’Impero: centro economico, politico,

sociale, religioso, culturale. Ci può anche stare l’Impero come federazione di città. Queste comunque non furono adatte ad ospitare embrioni di istanze di tipo nazionalistico: il sistema favoriva il conflitto, di campanile o meno, piuttosto che eventuali tendenze consociative fra le città. “ Mentre nelle città la romanizzazione e l'ellenizzazione procedevano a vele gonfie, la campagna andava assai a rilento nell'accettare perfino le due lingue ufficiali dell'Impero. Le usava nei rapporti con le città e con l'amministrazione; ma tra loro, nelle loro fattorie e nei villaggi, i contadini parlavano ancora i loro idiomi indigeni ... Tutti costoro inoltre s'attenevano gelosamente alle loro antiche credenze religiose, sebbene i loro dèi e le loro dee potessero anche assumere nomi e forme greco-romane ” (Rostovzev). La Constitutio Antoniniana è vista sempre dal R. come un provvedimento demagogico e una sorta di sanzione formale del dispotismo (già gli antichi la vedevano come semplice misura fiscale: tutti avrebbero pagato tassa di successione). Non innalzare la classe inferiore, ma deprimere la superiore: cittadinanza ormai una cosa a buon mercato, non aveva più alcun valore. D’altra parte tuttavia la norma unificava politicamente l’Impero, applicando anacronisticamente quel “principio d’uguaglianza tra gli uomini” caro agli illuministi; ma è anche presupposto giuridico dello stato burocratico-dispotico tardo imperiale. La Constitutio decretava la fine dell’Impero in quanto struttura che metteva in relazione vincitori e vinti; ma si trattò di una fine formale, in realtà una ristrutturazione interna. Il popolo ebraico è stato l'unico a non accettare questa sostituzione, o per meglio dire a resisterle in modo tale da riuscire a conservare nei secoli quel nucleo di identità collettiva.

  1. FORME DELL’ECONOMIA IMPERIALE (Lo Cascio) Dibattito storiografico sui caratteri dell’economia imperiale romana nei primi due secoli, due visioni contrastanti. Primitivisti vs modernisti , visione lineare per i primi, ciclica per i secondi. Il capitalismo antico, secondo Weber (1909), era più un capitalismo “di rapina”, legato all’espansione e alla guerra (il momento più alto l’età tardorepubblicana). L’espansione imperiale aveva altresì consentito, con il grosso afflusso di schiavi che ne aveva depresso il prezzo, la costituzione di aziende basate sull'utilizzazione del lavoro umano come capitale; ma aveva dei limiti: essendo basato sulla guerra, era destinato a recedere in ogni periodo di pace. Mancava poi, nel mondo antico, quell’ etica religiosa capitalistica del mondo protestante. W. accettava quindi tratti moderni (evitando di riconoscere la “fabbrica”) ma non riconosce la prefigurazione dell’intera evoluzione economica e la sua preistoria. Esito tardoantico, nello stato liturgico burocratico postdioclezianeo, vittoria dell’economia naturale (e della rendita, della copertura del fabbisogno) su quella monetaria (del profitto), sostituzione della villa schiavile col podere contadino (prodromo della feudale servitù della gleba). Sul lato dei modernisti l’apice è la History (1926) di Rostovzev. Se Weber appiattisce i caratteri dell'economia imperiale sull'esito tardoantico, per Rostovzev la pace imperiale non è l'inizio della fine del mondo antico, ma l'occasione per l'imporsi di una più sana vita economica, destinata a un grande sviluppo. Il crollo dell’egemonia dei due grandi ordini privilegiati di Roma, quello senatorio e quello equestre, significa anche il crollo delle immense fortune delle aristocrazie e il loro convogliare nelle mani dell’imperatore: la pace è il fattore di sviluppo. Ne risultò uno sviluppo, senza precedenti rapido e meraviglioso, del commercio, dell'industria, dell'agricoltura; e il costante accrescimento del capitale accumulato nelle città dette vivace impulso alla magnifica efflorescenza della vita cittadina in tutto l'Impero. Dunque, rispetto a Weber, valutava positivamente i conseguimenti della prima età imperiale ma anche intravedeva un primo albore capitalistico laddove lo sviluppo era stato possibile grazie all’abilità di “imprenditori borghesi” nei commerci piuttosto che dei rentiers. La degenerazione di questo processo sta proprio nel fatto che i primi puntavano a diventare i secondi (una vita serena e inattiva, con entrate modeste ma sicure); una generale atrofia, l'esclusivismo della borghesia impediva alle classi inferiori d'ascendere a un livello superiore. D'altra parte lo Stato, per poter mantenere la pace interna e la sicurezza,

efficientizzazione e razionalizzazione. Il lavoro servile certamente risolveva uno dei tipici problemi della produzione agricola, ossia la variabilità della disponibilità della manodopera stagionale. La rappresentazione più vivida del carattere integrato del lavoro servile e di quello libero nell'azienda agraria la si ritrova nel celebre Agricoltura di Varrone, laddove viene offerta una classificazione, che vuole essere esaustiva, dei lavoratori agricoli. Accanto alle unità produttive tradizionali, quelle nelle quali il ricorso a un lavoro “esterno” è escluso (i poderi che coltivano i piccoli contadini con le loro famiglie) si ha un'ulteriore presenza di lavoro libero: i mercennarii , che eseguono le operazioni di maggiore impegno, come vendemmie e fienagioni. È forse legittimo, e non anacronistico, parlare di “ piantagione ” per l'azienda basata sul lavoro servile, unità produttive quasi monocolturali nelle quali le esigenze di consumo della forza-lavoro servile vengono soddisfatte con produzioni interne. La specializzazione dei compiti, unita all’utilizzo di manodopera stagionale, permetteva il massimo del profitto col minimo di spesa (e forse sarebbe stato possibile installare ville anche senza l’uso della manodopera schiavile). La specializzazione produttiva delle aree nei dintorni di Roma è permessa dal fatto che Roma risolve i suoi problemi di approvvigionamento di cereali ricorrendo alle importazioni dalle province granarie , che oltretutto paga solo in misura modesta, se il grano che le perviene è in gran parte di origine contributiva. Affitto agrario, col colono che si presenta come middle man ; anche questo fenomeno, che ovviamente convive con la villa schiavistica, è oggetto di mercato. Ciò che in realtà la diffusione dell'affitto attesta direttamente non è il semplice processo di mercantilizzazione dell'agricoltura, ma, com'è ovvio, il processo di concentrazione fondiaria (del resto, una maggiore avversione al rischio porta al desiderio di crescere acquistando altre terre piuttosto che apportando migliorie ed innovazione). Sono gli stessi ex proprietari, divenuti coloni, a costituire la forza lavoro. La diffusione dell'affitto agrario e quella della villa, con il necessario corredo di un lavoro libero saltuario, sono due aspetti di un medesimo processo, l’esaurirsi della peasant economy dei piccoli proprietari autosufficienti, e ne consegue che il prodotto più cospicuo della trasformazione è l'impiantarsi di un mercato (imperfetto) dei due fattori produttivi, terra e lavoro. Ne consegue una pura scelta economica legata ad un’analisi di costi e ricavi, da cui scaturiscono le varie tipologie: la villa schiavistica, il latifondo ecc. Il servo e il libero possono essere usati in vari modi. Anche in ambito provinciale si realizza l’incremento dell’area del mercato a spese dell’autoconsumo, grossomodo con le stesse caratteristiche (urbanizzazione, monetarizzazione, uniformazione della fiscalità imperiale); in provincia invece manca la dialettica lavoro servile/libero. Il processo nelle province è simile all’Italia ma avviene con ritardo e segue altre strade. Con tutti questi elementi avviene l’affermarsi della mentalità da imprenditore agrario (o dei soggetti in affitto): Columella ad esempio vuole dimostrare quanto sia più redditizia la vigna rispetto ad altri prodotti, tentando di convincere il lettore a perseguire il profitto tramite l’agricoltura. Atteggiamento imprenditoriale e calcolo economico sono dunque presenti. Infine, al contrario della comune opinione, anche l’epoca imperiale vede delle migliorie tecniche in ambito agricolo. Questione della città-parassita. Nell'un caso si afferma e nell'altro si nega (attraverso l'individuazione di un nuovo modello o tipo ideale, quello della città di servizi ) il carattere parassitario del centro urbano, quanto perché nell'un caso si vuole limitato alla città e al suo ristretto territorio il mercato cosi dei beni primari, come dei manufatti ivi prodotti, laddove nel secondo caso il ruolo economico che la città gioca, tanto al livello delle importazioni che assorbe, quanto al livello dei servizi che offre, presuppone il suo rapporto con un ambito territoriale di gran lunga più esteso del suo territorio stesso. Nel commercio marittimo, che tocca l’apice nel II-III sec, i prodotti principali erano il grano, il vino, l’olio, il garum (salsa di pesce); il movimento dei beni all’interno dell’Impero non riguarda soltanto i prodotti di lusso rivolti alle élite. Ma la domanda è: come mai questo commercio così intenso di beni che, in buona parte, potrebbero essere prodotti a livello locale per la loro ubiquità? La risposta sta proprio nell’unità politica dell’Impero, che prevedeva una

strutturale concentrazione del surplus in determinate zone (Roma in primo luogo): è questa concentrazione che sta alla base della spinta verso la complementarità della produzione economica. Questi circuiti commerciali di derrate alimentari riguardano soprattutto il rifornimento annonario e militare, ma lo esaurisce tutto? Un’entità politica unitaria favorisce l’integrazione economica e la complementarità delle produzioni per un motivo: perché l'impiantarsi di un sistema fiscale basato su imposte in larga misura in moneta e dunque su una circolazione monetaria estesa praticamente a tutto l'Impero significa l'impiantarsi di uno strutturale squilibrio tra le varie aree, che necessita di un parimenti strutturale riequilibrio. Con la pax Augusta va cristallizzandosi una differenza tra le tax producing regions , le province, e le tax consuming regions (Roma, l’Italia, i territori del limes ). Si dev'essere allora determinato un flusso regolare di moneta dalle tax-producing regions alle tax-consuming regions solo a patto che si creasse un flusso, nella medesima direzione, di beni: le province che pagavano le imposte dovevano acquisire la moneta con cui pagarle, dovevano dunque trasferire parte dei beni da esse prodotti verso le aree che si trovavano ad avere un surplus di moneta da spendere. Questo modello di Hopkins viene utilizzato per avanzare la tesi di un forte incremento del commercio nell'area mediterranea e di un'integrazione economica fra le varie regioni come portato dell'unificazione politica. Ma ci sono controprove. Il commercio intermediterraneo appare essere in larga misura un commercio di esportazione nelle province soprattutto occidentali di derrate e manufatti prodotti in un’Italia che, almeno a partire dal 90 a.C., gode dell'esenzione dal tributo: nei confronti del modello tasse commercio, l'esportazione di beni italici risulta anzi controintuitiva. Non vi è certezza assoluta circa i modi nei quali lo stato immetteva in circolazione la propria moneta: non si può escludere la possibilità che fosse possibile ottenere moneta portando alla zecca, per farselo coniare, il metallo privatamente detenuto; tuttavia il modo più ovvio di immettere numerario in circolazione è attraverso la spesa pubblica. Ciò aveva un'importante conseguenza: che la maggiore o minore entità della spesa pubblica determinava anche la quantità di mezzi monetari immessi nel sistema e dunque anche, almeno in una certa misura, i movimenti del livello dei prezzi (non è da escludere che ci fosse una qualche consapevolezza del rapporto tra la quantità di moneta in circolazione e l’aumento/diminuzione dei prezzi). Se il livello dei prezzi, sia dei fattori produttivi che dei prodotti, era più elevato in Italia, vuol dire che diveniva più conveniente produrre in provincia per esportare in Italia (e ovviamente più difficile produrre in Italia per esportare nelle province). La signoria dell’Italia, che si esprimeva nella sua immunità, diventava cioè un potente fattore che contribuiva al venir meno della sua preminenza economica. Quindi, in sintesi: In Italia si determinava una concentrazione della domanda, soprattutto trainata dalla presenza del grande centro urbano di Roma; e in Italia si determinava anche una concentrazione della moneta, in virtù, tra l'altro, della presenza di quei ceti che potevano contare su maggiori disponibilità monetarie e della mancanza di un drenaggio fiscale analogo a quello delle province; effetto decisivo sul livello dei prezzi, sia di prodotti che di fattori produttivi (terra/lavoro in primis) e convenienza a produrre nelle province ed esportare in Italia (che non era più competitiva, tranne alcune aree vicine alle province, es l’Italia padana ed adriatica). Allora, forse, il declino della villa schiavistica non è da imputare ad un cambio di mentalità più da rentier , latifondista, ma al fatto che era meno redditizia e più rischiosa (stesso discorso vale per la massa di manufatti). Una specifica misura che sarebbe stata presa da Domiziano, nel 92. Domiziano avrebbe vietato, in un momento di grande produzione vinicola e di scarsa produzione cerealicola, di piantare nuovi vigneti in Italia e avrebbe anzi decretato la parziale distruzione dei vigneti nelle province, consentendone di !asciarne in piedi, al massimo, la metà; la proposta non ebbe seguito, ma sappiamo che all’epoca di Traiano c’era questo tipo di limitazioni. Conseguenze di quell’”integrazione sbilanciata” di quando le terre del centro Italia, liberate dalla necessità di produrre grano e cerali, cui sopperivano ampiamente le province “annonarie”, vennero dedicate a colture specializzate. L’Italia doveva essere meno dipendente dalle

Chi fosse da considerarsi appartenente all' ordo equester , e se sia da presupporsi un atto di accettazione formale, è controverso; piuttosto va accettato che facevano parte dell’ordine coloro che possedevano almeno 400.000 sesterzi. A essere presa in esame era piuttosto la vita condotta, per cui professioni disonorevoli, o un comportamento non conforme in una professione onorevole, avevano come conseguenza l'espulsione. Era però importante soprattutto la nascita libera da tre generazioni, per cui furono esclusi i discendenti di liberti. L’appartenenza non avveniva in automatico, visti questi criteri: veniva sancita dall’accettazione formale dell’imperatore o della commissione. Non si può capire chiaramente in che misura “testimoni”, anche, per esempio, attraverso lettere di raccomandazione, come pure mezzi di prova scritti, giocassero un ruolo. Soprattutto l'esercito ormai permanente richiedeva i membri di questo ordo come ufficiali per le legioni e le truppe ausiliarie (i tribuni angusticlavi avevano generalmente già più esperienza dei loro “colleghi” senatori). Per quanto numerose potessero essere le persone di rango equestre nell'esercito e nella giurisdizione, non si aveva con ciò un equivalente alle cariche senatorie; la prefettura d'Egitto nel lungo periodo non costituì il paradigma dello sviluppo. Altre funzioni furono introdotte solo molto tardi a Roma da Augusto: la praefectura vigilum (6 d.C.), la praefectura annonae (8-14 d.C.). I due prefetti del pretorio, nominati a partire dal 2 a.C., erano in un primo momento solo i comandanti della guardia del corpo del princeps. Che ora potevano aprirsi nuove strade per i cavalieri, appropriandosi di zone di potere che erano prerogativa soltanto dei senatori, viene dimostrato col potere raggiunto da Seiano. Solo nel corso dei decenni successivi si sviluppò una coscienza della comparabilità delle funzioni senatorie ed equestri al servizio dell'imperatore. Sviluppo magistrature senatorie. La libertà nella configurazione di un cursus honorum , in origine assai ampia, fu progressivamente ridotta nella tarda Repubblica; fondamentale fu la lex Pompeia del 52 a.C. che sanciva che il governatorato non era più la prosecuzione di una magistratura elettiva (ma carica autonoma e regolare), cosa che lasciò ampia discrezione all’intervento dell’imperatore qualche decennio dopo. Augusto intervenne su: a) Nuovi livelli d’età abbassati (25 magistratura, 33 consolato, 35 pretura). Il princeps aveva comunque libertà di valutazione. Una delle conseguenze fu che per i senatori fu sempre più difficile ottenere incarichi provinciali visto che, con l’abbassarsi dell’età, avevano maturato sempre meno esperienza rispetto ai “concorrenti” cavalieri. Effetto voluto o scopo di un otium con dignitate? Forse entrambe. b) Moltiplicazione delle cariche, effetto necessario per le province. I 10 proconsoli (2 ex consoli e 8 ex pretori) prendevano con loro un questore e un legato; vennero creati anche i legati Augusti pro praetore nelle province del princeps. Ma altre cariche nuove: il prefetto dell’annona; il praefectus urbi , che sotto Tiberio divenne il più alto dignitario senatorio a Roma e come prassi ottenne sempre un primo consolato durante la carica. Alla fine del periodo di governo di Augusto erano attivi ogni anno complessivamente un po' più di 120 membri del Senato in una carica magistratuale, senza contare le incombenze presenatorie del vigintivirato o del tribunato militare laticlavio. Con Traiano e Adriano questo numero arrivò a circa 160. L’aumento delle cariche comportava un maggior numero di responsabilità per i senatori, sempre più spesso lontani da Roma (anche questo ha inciso sulla minor influenza del Senato). I comandi legionari furono per lo più assegnati a ex pretori, dal momento che il comando su una unità di 5- 6000 soldati richiedeva una certa esperienza, anche se non necessariamente di specifico tipo militare. Tutte queste norme non sono da prendersi come regole assolute ma, piuttosto, come consuetudini sviluppatesi dalla prassi che, tuttavia, erano assolutamente verificabili come linee guida indipendenti dal caso singolo. Così facendo la rivalità dei senatori veniva in una certa prospettiva canalizzata e, d'altra parte, ciascuno di loro non era abbandonato al totale arbitrio del singolo imperatore, ed essi potevano piuttosto confidare in

certi elementi “oggettivi”, a meno che non fossero loro stessi a rendere nulle le premesse. L’imperatore poteva esercitare la sua influenza tramite la commendatio , e quest’influenza si aggiungeva alle decisioni che prendeva in materia di coloro che facevano le sue veci ( legati Augusti ). In ultima analisi, il ruolo primario spettava sempre alle capacità individuali, oltre che alla lealtà verso il principe. Formazione carriera equestre. A scalfire l’esclusività dell’ordine senatorio verso sulle cariche pubbliche, già nella tarda Repubblica in alcune occasioni a personaggi di rango equestre vennero affidate missioni pubbliche, mai di natura permanente. Augusto utilizzò questo modello tramandato dalla Repubblica allo stesso modo per la nomina di legati provinciali secondo l'esempio di Pompeo, facendone comunque, nel corso del suo lungo regno, una istituzione permanente. Solo con molta lentezza Augusto (dopo la clamorosa nomina del prefetto d’Egitto) istituì altre cariche “equestri”: dal 2 a.C. prefetti del pretorio, dal 6 d.C. prefetti per Sardegna e Giudea, nei suoi ultimi anni prefetti dell’annona e dei vigili (si arriva ad un max di 33 posti permanenti; senza contare le persone che amministravano i beni del princeps ). Tutti gli incarichi equestri potevano venir assegnati da Augusto a suo piacimento; non esisteva alcun modello come era invece per i senatori. Decisive erano un'incondizionata lealtà e, senza dubbio, anche un'adeguata capacità. Di solito i cavalieri, cui Augusto cosi ricorreva, avevano già servito nell'esercito come tribuni di legioni o come prefetti di un'unità ausiliaria. Il diretto e quotidiano accesso all’imperatore giocava un ruolo decisivo per l’assegnazione (es. Cornelio Gallo). L’organizzazione di una carriera paragonabile a quelle senatore fu possibile in un secondo momento, quando le cariche e le incombenze si moltiplicarono ed assunsero un carattere più “pubblico”, svincolato dalla figura dell’imperatore: sotto Adriano il numero delle cariche crebbe a 110, più del triplo rispetto agli inizi. Particolarmente importante fu tuttavia la sostituzione, con cavalieri, dei liberti imperiali per funzioni centrali nella vicinanza dell'imperatore. Questi incarichi erano finalizzati, anche nella domus del principe, alle stesse esigenze che dovevano essere soddisfatte in ogni famiglia aristocratica. Tuttavia il peso e l'ambito degli incarichi, come pure la posizione ormai senza concorrenza dell'imperatore, ne fecero presto saltare il carattere privato (accelerazione del processo attribuita ad Adriano). Se per il I sec d.C. la provenienza degli equestri era quasi esclusivamente militare (prefetto d’ala, tribuno ecc.), sempre più spesso all’inizio del II furono promosse persone che non avevano svolto alcun incarico militare. Venne inquadrato un sistema di salario: sexagenarii , centenarii , ducenarii. Dal II sec inserita anche nella titolatura, questa caratteristica può fornire un’indicazione di massima circa la successione di una carriera equestre. Fondamentalmente la base di reclutamento personale per funzioni procuratorie era più ampia che per il Senato (spesso per le loro magistrature non c’era troppa scelta); non si può dire quanti candidati fossero disponibili ogni anno. Ci si deve allora chiedere come si realizzasse la scelta di coloro cui in particolare fu affidato un primo incarico di procuratore. È evidente come l'imperatore non avesse di volta in volta un'adeguata conoscenza di tutte le persone. Era dunque dipendente da informazioni di altri. Essi pertanto si sono indubbiamente rivolti al monarca o hanno ottenuto che altri, in una posizione socio-politica di primo piano, si impegnassero per i loro scopi ( epistulae commendaticiae ); un patronato consueto nelle forme di clientela. Ma questo patronato giocava un ruolo decisivo? Si è pensato più ad una sorta di “ufficio centrale” per valutare le candidature con criteri oggettivi come l’esperienza o gli uffici precedenti. Anche come per i senatori, quindi, non si creò un ceto di funzionari specializzati. Gli homines novi senatori dell’Italia. Augusto ha solo rafforzato un processo che era cominciato già dal I sec a.C., e non è sorprendente trovare in Senato famiglie dirigenti della guerra sociale italica. Lo stesso Agrippa homo novus. Lo scontro politico e l'eliminazione violenta di molte famiglie del Senato romano, soprattutto della nobiltà, avevano reso necessario un rapido ricambio. Sannio, Piceno. Perfino a nord del Po i primi senatori già sotto Cesare (ma toccheranno apice sotto Flavii e Traiano). Alcune città restano fuori, come Ostia e Pozzuoli, certamente a causa della loro natura di città commerciali e portuali, mestieri non adatti a senatori; ugualmente al sud la struttura latifondista ha fatto scaturire troppe poche famiglie che rispondessero ai requisiti senatoriali.