





Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
sintesi di confini e frontiere
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 9
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!






In offerta
Mezzadra, Neilson
Capitolo 1 – LA PROLIFERAZIONE DEI CONFINI
L’interesse degli autori è rivolto alle trasformazioni dei confini e dei regimi migratori in un mondo in cui i confini nazionali non sono più gli unici o necessariamente i più rilevanti nel dividere e restringere le mobilità del lavoro. Lo Stato-nazione fornisce ancora un riferimento politico importante dal punto di vista delle configurazioni del potere e della loro articolazione con i rapporti capitale-lavoro. Ciononostante una delle tesi centrali degli autori è che i confini, lungi dal servire semplicemente per bloccare o ostacolare i flussi globali, sono diventati dispositivi essenziali per la loro articolazione. Oggi i confini non sono esclusivamente margini geografici o bordi territoriali. Sono istituzioni sociali complesse, segnate dalla tensione tra pratiche di rafforzamento e pratiche di attraversamento. Da una parte essi stanno diventato strumenti sottilmente registrati per gestire, calibrare e governare passaggi globali di persone, denaro e cose. Dall’altra, sono spazi in cui le trasformazioni del potere sovrano e l’ambivalente nesso tra politica e violenza non vanno mai persi di vista. I confini inoltre giocano un ruolo chiave nel produrre i tempi e gli spazi del capitalismo globale.
Saggio Che cos’è una frontiera di Balibar -> i confini svolgono più funzioni di demarcazione, di territorializzazione tra materie o flussi sociali distinti, tra diritti distinti. Inoltre i confini sono sempre su determinati: ciò significa che nessuna frontiera politica è mai il mero limite tra due Stati, ma è sempre sancita, raddoppiata e relativizzata attraverso altre divisioni geopolitiche. Senza la funzione di configurazione del mondo che esse svolgono, non vi sarebbero frontiere o non ve ne sarebbero di durature. Oggi i confini svolgono ancora una funzione di configurazione del mondo ma sono spesso soggetti a cambiamenti e imprevedibili modelli di mobilità e sovrapposizione, apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di minacciosi muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che, in movimenti oppure condizionati dai confini pur restando sedentari, si portano i confini addosso. L’immagine del confine come un muro, ovvero come un dispositivo che serve innanzitutto e principalmente a escludere, è del tutto fuorviante. I confini sono al contempo dei dispositivi di inclusione che selezionano e filtrano uomini e donne e diverse forme di circolazione in modo non meno violenti di quelli impiegati dalle misure di esclusione. Secondo Brown, persino in più fisicamente spaventoso di questi nuovi muri serve a regolare piuttosto che a escludere i l lavoro migrante legale e illegale. I confini regolano e strutturano i rapporti tra capitale, lavoro, diritto, soggetti e potere politico perfino nei casi in cui non sono segnati da muri o da altre fortificazioni.
Borderscape, che si può tradurre con “paesaggio di confine”. Il concetto suggerisce il carattere dinamico del confine, ora ampiamente inteso come un insieme di pratiche e discorsi che si diffondono nell’intera società. Il confine produce un paesaggio di confine, quello che avviene intorno alle zone di confine non avviene da nessuna altra parte.
Il confine ha anche un potere produttivo. E’ una macchina che produce identità o per meglio dire SOGGETTIVITA’. L’idea della soggettività deriva da Foucault, il quale decostruisce il soggetto
rappresentandolo come il prodotto delle pratiche discorsive che lo mettono in campo. Il lavoro di Foucault è dimostrare che il rapporto tra l’identificazione sociale di un soggetto è molto legata all’istituzione che lo cura e lo protegge. Il confine come metodo, cioè quella cosa che può servire per fondare la conoscenza. Il confine viene visto in termini di produzione, appare come metodo perché non soltanto cambia le identità dei soggetti ma anche i loro modi di rapportarsi verso le questioni fondamentali. Ad esempio, lo spazio e il tempo cambiano quando si leggono intorno a un confine. Il confine produce un tempo che interrompe l’ordine cronologico del tempo. Tutto quello che succede intorno ai confini è spesso raccontato in termini di attesa. Il confine è quindi un elemento di produzione della soggettività, in contrasto con la globalizzazione che aveva promesso un mondo senza confini. Mezzadra dice che proprio la globalizzazione, nella misura in cui da una parte ha reso più facile la circolazione di corpi, merci e denaro, ha articolato un nuovo sistema di confini che invece ne blocca o ridefinisce i passaggi. Il confine viene rappresentato come un PRISMA: è come se prendesse la vita delle persone in arrivo e le rifrangesse con tonalità diverse a seconda del mercato produttivo mondiale. Superi un confine e diventi un migrante, i tuoi saperi vengono meno e ti vengono tolti. Anche i saperi rafforzano il confine come metodo.
Il mondo è diventato più aperto ai flussi di merci e capitale ma più chiuso alla circolazione dei corpi umani. C’è tuttavia un particolare tipo di merce inseparabile dal corpo umano ed è la merce forza lavoro. Per riprendere Marx, la forza lavoro è la possibilità di fare. È il lavoro vivo. Non solo la forza lavoro è una merce diversa da tutte le altre ma sono peculiari i mercati in cui è scambiata. Non si impedisce ai corpi di passare ma si selezionano in base al tipo di lavoro che portano con se, in maniera pacifica o meno pacifica. Nell’elaborazione marxiana il concetto di forza lavoro acquista il suo senso più profondo alla luce di una riflessione sulla soggettività e sul rapporto con il potere. Le modalità attraverso cui i portatori della forza lavoro hanno accesso alla propria potenza sono strutturalmente e originariamente segnate dalla razza, dalla nazione, dall’origine geografica e dal genere. La produzione della soggettività di questi soggetti costituisce un momento essenziale del più generale processo di produzione della forza lavoro come merce. Da qui possiamo introdurre il concetto di moltiplicazione del lavoro. Quest’ultimo, da una parte fa riferimento all’intensificazione dei processi lavorativi e alla loro tendenza a colonizzare il tempo di vita, dall’altra tenta anche di cogliere le implicazioni soggettive della diversificazione ed eterogeneizzazione del lavoro che costituiscono l’altro lato della crescente rilevanza della cooperazione sociale nel capitalismo contemporaneo.
Capitolo 3 – FRONTIERE DEL CAPITALE (espandersi del capitale su scala globale non secondo una divisione internazionale del lavoro ma secondo la moltiplicazione del lavoro)
World Flag Ant Farm di Yukinori Yanagi -> Canclini assume quest’opera come un paradigma dell’ibridazione transculturale e transfrontaliera da lui considerata una caratteristica della globalizzazione. Egli suggerisce inoltre che le migrazioni di massa e la globalizzazione trasformeranno il mondo attuale in un sistema di flussi e interattività, in cui le differenze tra le nazioni spariranno. La visione di Canclini indica che i confini sono luoghi salienti per comprendere il funzionamento della globalizzazione e che lo Stato-nazione è l’unità primaria di trasformazione. Il punto non è che lo spazio moderno dello stato-nazione sia sparito o sia stato reso irrilevante dai processi globali. Piuttosto è stato messo in tensione, alterato e costretto a coesistere con una varietà di altre formazioni spaziali che lo hanno trasformato e ricalibrato, rendendo i confini che lo attraversano e lo eccedono cruciali, al pari di quelli che definiscono i suoi limiti territoriali e simbolici. Una delle caratteristiche chiave degli attuali processi di globalizzazione riede nel continuo rimodellamento delle differenti scale geografiche la cui stabilità non può più essere data per scontata. La configurazione contemporanea dello spazio globale non può essere correttamente mappata suddividendolo in una serie di territori discreti, perché essa comprende sovrapposizioni, continuità, rotture e comunanze, che turbano non solo la mappatura del mondo in quanto insieme di territori contigui, ma anche
di fabbrica tendeva a bilanciare la domanda di estensione e intensificazione del lavoro esattamente nel punto in cui il corpo dell’operaio cominciava a spezzarsi. Nell’era fordista si è sviluppata un’intera serie di istituzioni sociale volte a sostenere l’integrità fisica della forza lavoro. Con l’ascesa della finanziarizzazione, lo stesso nucleo familiare è progressivamente divenuto un luogo di calcolo capitalistico ed è sempre più visto come un insieme di esposizioni finanziare da autogestire. Corollario di questi processi di finanziarizzazione, che liquefanno le precedenti forme stabili di capitale attraverso l’introduzione di dispositivi come i derivati, è un’intensificazione del lavoro. (DA FINIRE)
Capitolo quarto – FIGURE DEL LAVORO
Sono trascorsi i giorni in cui era possibile rappresentare l’esperienza del lavoro migrante assumendo come centrale una singola figura iconica. Si prenda a riferimento un lavoro fotografico di John Berger ovverosia Un settimo uomo. Esso è un catalogo di figure di lavoro migrante che deriva da una visione del mondo da mettere in discussione. Non è più possibile adottare una figura iconica. Con la moltiplicazione del lavoro questo cambia: figure del lavoro apparentemente simili hanno condizioni e strutture diverse. Negli ultimi decenni il lavoro si è femminilizzato. Ciò non solo perché c’è stata un esplosione nel numero delle donne che su scala mondiale lavorano al di fuori della famiglia. Inoltre, più donne sono entrate nel mondo del lavoro più esso è diventato riproduttivo insistendo più sulle mansioni di cura. Si è femminilizzato nel senso che i lavoratori sono diventati più precari. La partecipazione delle donne nel mondo del lavoro ha gettato più instabilità. Un’importante libro di Arlie Hochschild, analizza la gestione delle emozioni che sta al cuore dei processi lavorativi contemporanei. Il lavoro emozionale richiede non solo l’uso ma la produzione di soggettività. Parallelamente a questi processi, la composizione di genere delle migrazioni ha anch’essa subito cambiamenti portando molto a parlare di una femminilizzazione delle migrazioni. È importante notare che le donne sono sempre migrate e non necessariamente come mogli o madri ma anche e soprattutto come donne che migrano sole. Le lavoratrici domestiche e di cura incarnano sia la femminilizzazione del lavoro sia quella della migrazione. Queste figure portano il peso materiale, affettivo ed emotivo della riproduzione di quelle che la Hochschild chiama catene globali della cura. Interi paesi vivono di queste rimesse. Una caratteristica del lavoro svolto dalle lavoratrici di cura è la sua tendenza ad andare oltre la definizione tradizionale di lavoro domestico per includere un’ampia gamma di attività che richiedono un’interpretazione estensiva del concetto di cura. Quello che loro vendono non è un lavoro astratto o vivo per riprodurre una condizione. Quello che loro vendono è la possibilità di diventare quello di cui il datore di lavoro ha bisogno. Gli spazi transnazionali di mobilità abitati da queste donne sono spazi di circolazione di affetti (attraverso la quotidiana comunicazione con i figli, le famiglie e gli amici a casa) e di denaro (attraverso le rimesse). Sono anche spazi al cui interno i rapporti patriarcali vengono contestati, di fronte alla sfida dell’affermazione materiale della libertà delle donne attraverso la migrazione. Nell’analisi delle lavoratrici migranti che svolgono mansioni domestiche e di cura, ciò su cui vogliamo insistere è il modo in cui le loro attività sono plasmate dentro rapporti di impiego che implicano lo sfocarsi dei confini tra produzione e riproduzione della forza lavoro attraverso spazi transnazionali. La migrazione fornisce un modo per negoziare la crisi dei ruoli di genere e della mascolinità connessa alla transizione dal socialismo alle economie di mercato nei paesi di origine. Come scrive Bridget Anderson la dimensione del lavoro di cura fa della relazione tra lavoratrice e datori di lavoro qualcosa di diverso rispetto a un chiaro rapporto contrattuale, anche nel caso in cui un contratto sia stato effettivamente firmato. Per quanto le lavoratrici domestiche provino a inquadrare il loro rapporto di impiego nel termini della vendita della forza lavoro, i loro datori di lavoro vogliono più che la loro forza lavoro. Ciò che i datori di lavoro comprano è l’intera persona della lavoratrice. Il concetto di lavoro vivo cattura bene la complessità di questa situazione soggettiva di un lavoro che, in quanto vivo, non può mai
essere pienamente ridotto al codice del lavoro astratto impiegato dal capitale per misurarlo e tradurlo nel linguaggio del valore.
I trader finanziari occupano i vertici di un sistema globale che esercita un controllo sovrano sulle forme contemporanee di vita e di mobilità. E tuttavia non sono meno soggetti ai capricci e alle forze dei mercati in cui operano rispetto ad altre figure di lavoro, dalla lavoratrice di cura a quella delle pulizie, dal professore al programmatore. Non vi è dubbio che i trader finanziari siano figure prominenti e anche privilegiate. Sebbene le loro retribuzioni possano essere sconcertanti, lo è altrettanto la loro esposizione al rischio e allo stress. La natura globale e 24/7 dei mercati finanziari e il crescente utilizzo della comunicazione elettronica testimoniano che il lavoro del trader non ha mai fine. Lavoratrici domestiche e trader occupano apparentemente opposto dello spettro mondiale del lavoro in termini di genere, di guadagni e di relativa attribuzione di compiti fisici e cognitivi. Ma sono materialmente e simbolicamente collegati. È difficile per i contratti con cui i trader vengono assunti specificare come i loro termini di impiego evolveranno in risposta a eventi futuri. Come le lavoratrici di cura, anche i trader vendono non un insieme predefinito di tratti della personalità, bensì la loro capacità o potenzialità di diventare la persona giusta, quella richiesta dai datori di lavoro a seconda del mutare delle circostanze. Vi è una differenza importante però tra trader e lavoratrici domestiche: i trader possono acquisire il controllo sui beni trasferibili e dunque minacciare di andarsene o infliggere un danno al datore di lavoro che si rifiuta di accettare una rinegoziazione del contratto. DA FINIRE
Nell’uso più recente di catena, l’enfasi è posto sulle multiformi modalità con cui la catena collega o articola elementi differenti nel processo produttivo. Attualmente uno dei modi maggiormente influenti di concettualizzare come varie istanze del lavoro e dell’attività produttiva si connettano con e si stacchino da altre è attraverso la nozione di catena globale delle merci. La sua analisi indica come il lavoro transnazionale e i processi di produzione connettano materialmente economie, imprese, lavoratori e nuclei familiari nell’economia mondiale contemporanea. Focalizzandosi non solo sull’emergenza e sulle conseguenze di un sistema manifatturiero globale, ma anche sull’elaborazione delle catene globali della cura, questo approccio insiste sugli output e input che si realizzano lungo ogni collegamento della sequenza. L’approccio alla catena globale delle merci tende ad assumere come stabili le divisioni geografiche che attraversano il mondo del lavoro e della produzione. Quello che non ci convince nell’approccio della catena non è soltanto il processo lineare e teleologico di collegamento implicito nella metafora della catena. Esse devono essere comprese in rapporto alla contingenza, alla sperimentazione, alla negoziazione e a impegni instabili. Gli approcci della catena delle merci offrono un’analisi minima delle condizione concrete in cui le forze lavoro sono costruite e incastonate in specifici contesti. Senza prestare la dovuta attenzione alla reciproca costituzione degli elementi empirici e astratti della produzione, l’analisi della catena globale delle merci non può pienamente afferrare i processi conflittuali attraverso cui vari attori sociali, inclusi i migranti, rispondono alle domande astratte del mercato tentando di cambiare i rapporti concreti in cui prendono vita i tessuti sociali del lavoro, anche di quello di astrazione. Le catene non possono essere pienamente comprese senza prestare attenzione a un altro senso della catena: quello menzionato da Marx ed Engels. Nel caso delle lavoratrici di cura, esse sono innanzitutto i legami di affetti e i meccanismi giuridici, incarnati nella forma dei permessi di soggiorno, che sono negoziati con i loro datori di lavoro. Per i trader le catene possono essere molto remunerative e al contempo dispositivi vincolanti. Richiamare l’attenzione sulle catene che legano ci consente di ripensare la funzione di connessione delle catene che collegano il mondo capitalistico globale dal punto di vista degli attriti, dei contrasti e delle lotte che attraversano il campo del lavoro e contribuiscono alla produzione e riproduzione delle forze lavoro. Queste tensioni si giocano spesso nella personalità stessa del lavoratore. Liberarsi delle catene del capitale oggi richiedere un esplicito atto di rifiuto, non è un obiettivo che possa essere raggiunto semplicemente riorganizzando i modo in cui le catene di prodotto collegano il mondo. In altre parole, una politica dell’articolazione non è sufficiente ma è necessaria una politica che scenda a patti con ciò ce chiamiamo moltiplicazione del lavoro e l’insieme eterogeneo dei soggetti che compongono i lavoratori del mondo.
attributi analoghi ecc. Coloro che superano una certa soglia sono accettati come immigrati. Ma a molti migranti altamente qualificati è permesso solo un accesso temporaneo ai mercati del lavoro nazionali e in questo modo il sistema a punti ridefinisce costantemente i confini tra lavoro qualificato e non. L’azione dei confini temporali non è ristretta ai margini territoriali. Il passaggio di molti migranti attraverso diversi mercati del lavoro e condizioni giuridiche è un fattore strutturale di queste soluzioni. Come i governi organizzano i sistemi a punti per massimizzare i propri fini, così i migranti e gli agenti che li assistono e li sfruttano inventano tattiche continuamente per negoziare, sfruttare e muoversi attraverso questi dispositivi di controllo gerarchizzati. Lo sfumare dei confini tra legalità e illegalità è sempre in gioco in queste contese temporali.
SKILL, qualifica -> si sfrutta l’elusività del concetto di skill che è sempre più difficile da definire o quantificare. Il termine skill è molto vago perché può riferirsi alle competenze tecniche e anche alle generiche competenze leggere che sono difficili da misurare. Ciò stabilisce una zona grigia in cui la barriera tra il lavoro qualificato e quello non qualificato diventa porosa e mobile, aprendo nuovi spazi di negoziazione e nuove vie per i migranti e per coloro che facilitano il loro movimento. Non solo gli individui visti come non qualificati riescono a trovare varchi attraverso cui negoziare gli schemi della migrazione qualificata; nuove tecniche e forme di sfruttamento e manipolazione del mercato del lavoro forzano coloro che sono tradizionalmente visti come qualificati ad assumere posizioni di lavoro non qualificato.
Migrante illegale -> contestare l’attribuzione di questa etichetta non significa solo reagire alla miriade di pregiudizi, talora microscopici, che la circondano ma anche mettere in discussione i meccanismi legali responsabili della figura del migrante illegale. Molti rifugiati o richiedenti asilo sono soggetti a processi di il legalizzazione, spesso persino prima di entrare in paesi che sono considerati mete privilegiate di migrazione. Guardando ai flussi migratori verso l’Unione europea, si può osservare una gamma di fenomeni che rendono assai difficile distinguere il richiedente asilo dal migrante economico. Ciò conduce a una situazione in cui l’illegalizzazione è una minaccia continua, indipendentemente dal fatto che si cerchi lavoro o asilo. Il richiamo a un processo attivo di inclusione attraverso l’illegalizzazione può essere riferito ad altre aree di confine in tutto il mondo. Dovunque lo spettacolo del rafforzamento dei confini si accompagni a processi di filtraggio che catturano i soggetti migranti e del lavoro nella rete dell’illegalità, è possibile osservare meccanismi inclusivi di sfruttamento e assoggettamento che sono al contempo in contrasto e complementari rispetto alle più familiari immagini di esclusione o di espulsione il migrante illegale diventa anche soggetto deportabile che finisce per essere intrappolato, anche solo in un modo distante e implicito, in una rete di dispositivi che comprendono vari attori sociali e istituzionali. La deportazione non implica necessariamente il rimpatrio ma può creare delle zone cuscinetto e spazi di sicurizzazione graduata per facilitare la gestione della deportazione attraverso molteplici confini. La figura del campo ha origine nelle pratiche coloniali di confinamento e isolamento e per Agamben esso è uno spazio aperto da una serie di tecnologie e dispositivi che spogliano gli internati dei propri diritti, sottraendo loro qualsiasi status politico e riducendolo alla condizione di nuda vita (campi coloniali a Cuba e in Sudafrica, lager, campi per rifugiati, zones d’attente, perigerie delle aree metropolitane). Per quanto concerne i campi per i migranti illegali, il campo imprigiona i suoi abitanti in un ordine giuridico al fine di escluderli da quello stesso ordine. Questo processo di esclusione attraverso l’inclusione è un esempio di una delle principali questioni del libro: le molteplici forme in cui il confine tra inclusione ed esclusione è posto in tensione e rielaborato dalle dinamiche spaziali e temporali del capitalismo contemporaneo. Il campo comunque non è un’istituzione fissa che priva i migranti della capacità di ribellarsi. Il loro obiettivo non è solo quello di prevenire o bloccare i flussi ma anche di regolare il tempo e la velocità delle migrazioni. Anche il benching può essere considerato una forma di blocco temporaneo. La situazione dei body shop messi in panchina è simile a quella dei migranti illegali in quanto entrambi ritardano nell’accesso allo spazio della cittadinanza e del mercato del lavoro. Le zone di trattenimento temporale create nella pratica del benching attivano processi di ritardo, rallentamento e regolazione del ritmo simili a quelli delle zone temporanee di mobilità gerarchizzata che i sistemi di detenzione creano insieme ad altri elementi di politica migratoria come i sistemi a punti.
I confini interni proliferano. Chatterjee elabora il concetto di società politica per descrivere come la vita di queste popolazioni marginalizzate sia governata secondo criteri fondamentalmente diversi dalla logica dei diritti e dei doveri prevalenti nella società civile che definisce il soggetto liberale. Avviene una vera e propria frattura al cuore della cittadinanza. Le banlieue francesi costituiscono un caso particolarmente interessante di segregazione sociale che ci consente di indagare ulteriormente il funzionamento dei confini temporanei. Balibar evidenzia che la banlieue in quanto tale è una frontiera, un’area di confine e un fronte. La storia delle banlieue moderne marcia parallela alla storia dell’industrializzazione in Francia e a quella collegata della migrazione, prima dalla campagna e da altri paesi europei, poi dalle colonie ed ex-colonie. Dalla fine degli anni 70 l’aumento della disoccupazione e dell’abbandono del tessuto urbano ha caratterizzato le banlieue più povere intorno a Parigi e ad altre grandi città francesi. Lo stigma associato al vivere nelle banlieue rende la mobilità particolarmente difficile, sia nel senso letterale della parola, sia per quello che riguarda la mobilità sociale. Nel discorso pubblico francese le banlieue sono sempre più considerate una terra desolata di esclusione. Inchieste recenti però mostrano che queste popolazioni condividono con la società francese nel suo complesso attitudini culturali, preferenze e stili di vita. L’area di frontiera delle banlieue sfuma il confine tra interno ed esterno. Castel scrive che il problema dei giovani banlieusard si trovano a fronteggiare non è di essere fuori dalla società ma non sono nemmeno dentro perché non occupano nessun posto riconosciuto e molti di loro non sembrano più in grado di gestirne alcuno. Le banlieue circoscrivono uno spazio di segregazione, ma istituiscono anche zone di sospensione temporanea.
L’attraversamento dei confini crea blocchi di tempo che non scorre ma crea anche corridoi temporali o identitari in cui l’ammissione al tempo e alla vita degli altri avviene in virtù di una segregazione. Attraversare un confine comporta gradi diversi di difficoltà di approdo: tempo sospeso, inlusione differenziale -> sistemi di ammissione nel paese di destinazione che non ti consentono di stare allo stesso livello degli altri in quanto attraversante un confine -> ti accetto prevedendoti come migrante e anzi -> costruendoti come migrante. L’effetto più evidente del confine è l’eterogeneità. Andando oltre, il libro ci trascina (piacevolmente) all’interno di un processo di rivisitazione di un concetto che siamo abituati a considerare, influenzati dalle letture mainstream sul fenomeno migratorio, come un percorso lineare, oggettivamente positivo e tendente a raggiungere uno status quanto meno desiderabile. Parlo del concetto di inclusione. Mezzadra e Neilson, andando anche oltre il concetto di esclusione differenziale, utilizzato da Castles e Miller in The age of Migration, utilizzano il concetto di inclusione differenziale. In cosa consiste questo tipo di inclusione? Riferendosi alla vasta letteratura postcoloniale, femminista e antirazzista sul tema dei modelli di inclusione, i due autori la descrivono come un processo segnato dal “tempo”, dalla sua frammentazione e dalla centralità di tale frammentazione nei processi di diversificazione sociale, culturale, economica, giuridica che le migrazioni portano all’interno delle ex metropoli colonizzatrici. “Il tempo omogeneo del progresso nazionale è stato frantumato da una serie di confini interni che costringono a ripensare la capacità delle narrazioni storiche collettive di sussumere pienamente le traiettorie meno ordinate e plurali di esperienze storiche singolari” (pag. 203). Tradotto in altri termini, il soggetto migrante vive una condizione in cui la propria identità, soggettività e cultura viene frantumata: ne vengono “eletti” a includibili alcuni aspetti e non altri. I “confini” tagliano queste identità, collocandone una parte dal lato di ciò che è o può essere incluso e un’altra parte dal lato opposto.
Capitolo otto – Produzione di soggettività
Il confine plasma una forza lavoro adeguata alle esigenze del mercato del lavoro e al tempo stesso noi sappiamo che lo stesso meccanismo costituente del confine attiva una resistenza da parte dei soggetti. Essi oppongono una spinta al disciplinamento del confine che li porta a diventare soggetti politici. E’ la compresenza di due tendenze: assoggettamento e soggettivazione. Sul confine avvengono entrambe le tendenze e il meccanismo di base attraverso cui si creano viene identificato nello spossamento, nella