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riassunto dettagliato del libro con elaborazione dei concetti e spiegazione ripresi dalle lezioni del professor Tomei
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 12/04/2022
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Sin dall’antichità si ha la tendenza a tracciare e istituire confini. Fonti di tutto il mondo ci raccontano storie di creazione di linee di demarcazione tra il bene e filmale, il dentro e il fuori, il privato e il pubblico, storie che ci parlano del potere produttivo del confine ovvero del ruolo strategico che questo gioca nella fabbricazione del mondo. Quando pensiamo al confine lo pensiamo come un limite, una delimitazione, un segno tra un dentro e un fuori, una linea di demarcazione che serve a delimitare delle differenze. Confine territoriale e frontiera come separazione tra due territori distinti, il confine è tipicamente il confine dello stato-nazione il quale è stato più volte dalle guerre messo in discussione. L’idea di confine legata al confine territoriale è molto associata quindi all’idea di linea. Noi siamo molto condizionati nel pensare al confine al potere che hanno avuto delle genealogie cartografiche nella definizione del confine. Si è quindi da sempre rappresentato il confine come linea, oscurandone da sempre la sua complessità. Il problema secondo Mezzadra è che questa rappresentazione cartografica che associa il confine a una linea di demarcazione finisce o può nascondere il fatto che esso ha anche un potere produttivo: non si limita a dividere ma produce le identità di chi sta da una parte o dall’altra rispetto a quel confine o di chi quel confine lo attraversa. Il confine non va letto nella sua essenza ma va letto all’interno dei processi di soggettivazione e quindi ne va scovato il potere produttivo= il confine non è solo una linea di demarcazione che divide ciò che è dentro e ciò che è fuori ma è ciò che produce il dentro e il fuori. Cosi il confine si discosta dalla visione di una linea, traccia, muro, ma questa idea di confine associata a un potere produttivo ce lo consegna come una macchina che produce le identità o detto meglio le soggettività: il potere produttivo del confine è quello che è implicato nei processi di soggettivazione. Il confine è diverso per chi lo attraversa: noi in Europa si può valicare in modo semplice il confine del nostro stato per andare in un altro stato UE mentre il migrante non europeo ha grossi problemi nell’attraversare il confine: la prima cosa che succede al migrante quando varca il confine è che appunto diventa migrante. Questo divenire migrante è esito del processo di soggettivazione, di produzione che è dentro l’idea di confine. Oggi assistiamo a un profondo cambiamento: le delimitazioni simboliche, linguistiche, culturali e urbane non sono più articolate in modi fissi dal confine geopolitico ma piuttosto si sovrappongono, si connettono e disconnettono in modi spesso imprevedibili, contribuendo a plasmare nuove forme di dominio e sfruttamento. E’ innegabile che la violenza sta nelle vite e nei rapporti che si giovano sui e attraverso i confini di tutto il mondo: basta pensare alle morti, spessì non registrate, dei migranti che sfidano i confini del deserto tra Messico e stati uniti oppure alle acque del mar mediterraneo. Il libro di Mezzadra e Neilson nasce dall’indignazione e dalle lotte, in particolari delle lotte dei migranti, contro la violenza e la guerra al confine. Assumere il confine non solo come oggetto di ricerca ma anche come punto di vista epistemico ( quello che si intende con “confine come metodo”) mette in evidenza le tensione e i conflitti che sfumano la linea tra inclusione ed esclusione. Riguardo la parola “inclusione” essa verrà criticata da Mezzadra perchè è una inclusione differenziale: includiamo l’altro nel momento in cui si assoggetta alle regole che incontra. Gli autori non smontano soltanto una definizione statica di confine per darcene una produttiva ma mirano a identificare il confine come metodo ossia come episteme, come quella cosa che può servire per fondare una conoscenza. Quando parliamo dell’importanza e all’attraversamento del confine siamo consapevoli che questo momento nell’operare del confine è importante non solo dal punto di vista dei soggetti in transito ma è anche per gli stati attori politici globali, agenzie di governance e il capitale. Quello che rende possibile lavorare in termini teorici sull’idea di confine è quello di lavorare sulla moltiplicazione dei confini, sulla eterogeneità dei confini. Se stiamo al confine come punto di partenza non si tratta solo di studiare i confini per quello che fanno ma anche per quello che hanno prodotto in termini di moltiplicazione dei confini
Si può dire che Il confine appare come metodo perchè cambia non solo l’identità dei soggetti nominati ma anche il loro modo di rapportarsi attorno a questioni fondamentali. Categorie importanti come lo spazio e il tempo cambiano quando si leggono intorno a un confine: l’esperienza di spazio che fa un migrante è un esperienza determinata dall’attraversamento del confine ma spesso anche l’esperienza del tempo in quanto Il confine produce un tempo che interrompe l’ordine cronologico del tempo a cui siamo abituati. Quello che succede intorno al confine è raccontato in termini di attesa: chi passa il confine per avere diritto di entrare nel nuovo spazio ha bisogno di sottoporsi a trafile burocratiche amministrative che genera un tempo di attesa (rifugiati, richiedenti asilo..) Non sono stati di eccezioni ma sono regimi temporali coerenti con il regime dell’ordinamento dello spazio in cui si entra. L’esperienza dallo spazio e del tempo vengono rivoluzionati se letti nell’ambito del confine. Quindi usare il confine come metodo non è solo basarsi su cosa è un confine e su cosa fa ma come cambia profondamente strutture come lo spazio e il tempo. È più facile immaginare il confine nell’ambito dello spazio ma anche l’esperienza del tempo muta per chi attraversa un confine, per chi lo abita, per chi lo individua. Il confine traccia profonde diversificazioni nell’esperienza dello spazio e del tempo, si diversifica nelle forme ma tiene coerenza nell’effetto di produzione di un tempo altro. Nei regimi temporali alterati dal confine stanno in maniera diversa figure di migranti molto diverse che trovano però punti di coerenza nell’idea del regime temporale: vi sono sullo stesso piano i regimi temporali alterati di chi sta in attesa infinita ossia il rifugiato richiedente asilo ma anche i migranti economici che pur avendo meno guai da punto di vista burocratico amministrativo hanno molti guai dal punto di vista dell’accesso a una cittadinanza piena dal punto di vita lavorativo. Dire che il confine è un elemento di produzione di soggettività è controcorrente rispetto al modo in cui la globalizzazione ha promesso un mondo senza confini, un mondo in cui si sarebbero ridotti i confini tra stato nazione. L’idea di un gioco a somma zero tra la globalizzazione i confini, nella misura in cui, con i progressi della globalizzazione, sarebbe diminuita la rilevanza dei confini, è stata molto influente ma anche radialmente messa in discussione dall’evidenza della presenza crescente di confini nel nostro presente. Nella misura in cui i confini dello stato nazione a partire dalla guerra fredda sono divenuti meno importanti ,nel definire sia le possibilità all’ interno delle nazioni sia la possibilità dell’economia di funzionare su scala nazionale, proprio in quel momento i confini storici hanno cominciato a contare di meno. I confini storici non sono più serviti a definire il rapporto tra le nazioni ma a definire i rapporti con le persone che attraversano i confini. La politica si è spostata dal rapporto con l’altra nazione al rapporto con i soggetti che dall’altra nazione cercano di attraversarla: la configurazione che hanno preso i confini è servita di più a regolare gli scambi non tanto tra ordinamenti politici quanto tra soggetti che gli attraversano. Se un tempo le guerre servivano a spostare i confini, oggi le guerre servono a regolare la vita di quelli corpi che gli attraversano. Quindi Mezzadra fa vedere come la globalizzazione nella misura in cui ha reso più facile il flusso di corpi merci e denaro ha articolato un nuovo sistema di confini che invece ne blocca o ridefinisce i passaggi. Lo stato-nazione non è uscito intatto dalla globalizzazione ma al contrario è stato riorganizzato e riformattato nel mondo contemporaneo. Ciò conduce a focalizzare l’attenzione non solo sui confini internazionali tradizionali ma anche su altri linee di demarcazione sociale, culturale politica ed economica. Una delle nostre tesi centrali = i confini lungi da essere dispositivi che servono materialmente a bloccare o a istruire i passaggi globali di persone merci e denaro, sono dispositivi centrali per la loro articolazione e hanno natura di feticci perché sembrano cose che sono li, che sono fatti da se ma ci dimentichiamo che in quei confini sono iscritti rapporti sociali e rapporti di forza ben identificati. I confini giocano un ruolo chiave nella produzione del tempo e dello spazio. Le componenti molteplici del concetto e dell’istituzione del confine (giuridiche e culturali, sociali ed economiche) tendono a staccarsi dalla linea geopolitica di separazione tra Stati-nazione. Per afferrare questo processo prendiamo quindi le distanze dall’interesse prevalente per i confini geopolitici parlando non solo di una proliferazione ma anche di una eterogeneizzazione dei confini». Questo significa che Mezzadra e Neilson assumono il confine in maniera del tutto nuovo (foucaltiana?) come punto di vista epistemologico e si mettono sul confine per guardare, per
produrre cooperazione, di riappropriarsi autonomamente di questa e di resistere alla pressione di nuovi assetti di cattura, funzionali e gerarchici. L’analisi si sviluppa allora inseguendo il trasformarsi delle teorie della divisione internazionale del lavoro a fronte della trasformazione dei soggetti sul mercato mondiale; insistendo sui processi costitutivi di quella fabrica mundi che viene in questo contesto così costruendosi; mettendo a confronto l’eterogeneità della composizione del lavoro-vivo che si esprime in nuove figure produttive (come esempio lavoratrici di cura e sui traders finanziari) con le dimensioni «comuni» del produrre ora riconquistate dal lavoro-vivo. L’analisi si sposta conseguentemente sui meccanismi di governo della mobilità del lavoro-vivo e studia come forme più o meno disciplinari di filtraggio e di gerarchia vengano costruendosi. Particolare importanza è attribuita al concetto di «inclusione differenziale» tipica della «macchina sovrana della governamentalità». È a questo punto che, con particolare forza, viene costruito un progetto di ricomposizione, meglio, ricercato il dispositivo di un lavoro-vivo ricomposto nel comune. Il concetto di «traduzione» , interpretato non solo in maniera linguistica ma essenzialmente ontologica, viene recuperato per cogliere e narrare le ricomposizioni «comuni» della forza-lavoro – la possibilità di una figura politica che emerga dentro questa nuova struttura della lotta di classe. Questo di Neilson e Mezzadra è un manuale per una nuova visione globale. È solo studiando libri di questo genere che ci si rende conto di quale distanza si dia ormai tra le concezioni del «moderno» elaborate dal pensiero della borghesia più avanzata – nell’epoca che sta attorno al 17 esimo secolo, momento nel quale la sua egemonia era definitivamente contrastata dalla rivoluzione imminente – e un nuovo punto di vista, nel «post-moderno», da parte di studiosi che si schierano sul lato della sovversione (=profonda e violenta alterazione di un ordine costituito). È infatti solo il compito sovversivo che permette di porre la conoscenza del presente dentro quella rottura che stacca dal «moderno» l’attuale fenomenologia del lavoro e del potere. Questo libro ha l’impressionante vivacità di un «classico», in quel suo procedere da esperienze dirette, non già classificate, per portarle al livello di «concetti comuni» – ed infine esso è un libro essenzialmente politico. Ci sono pagine dedicate alla «traduzione» ed alla costruzione di «concetti comuni» – c’è lo sforzo di stabilire dispositivi che superino la separazione fra lingue, culture e soggettività e creino la possibilità di politiche radicali. Mezzadra e Nielsen riportano numerosi esempi utili a comprendere come la proliferazione dei confini nel mondo globale assolva alla funzione di accrescere la forza lavoro moltiplicando i regimi di sfruttamento. Paradigmatico è il caso del body shopping , attraverso cui vengono reclutati in tutto il mondo esperti informatici indiani, facendosi carico altresì dell’organizzazione dei viaggi e dell’acquisizione dei documenti; ma esemplificativa è soprattutto la pratica del benching , ovvero di formule contrattuali che prevedono una sorta di «messa in panchina» dei lavoratori informatici per periodi durante i quali sono assegnati a mansioni dequalificate e, allo stesso tempo, rimangono «a disposizione» come forza lavoro che può essere impiegata just in time. Inutile sottolineare come il diritto sia all’opera in un ruolo da protagonista nella costruzione dei regimi di lavoro e sfruttamento, che gli autori di Confini e frontiere descrivono chiamando in causa la dimensione temporale del confine, oltre a quella spaziale. Il soggetto dei diritti è stato inscritto nei confini che hanno disegnato il mondo a partire dalla modernità, e continua, oggi, a portare addosso i segni dei confini che attraversa.
Il libro di Mathew Taxi! Rivolta a New York , indagando la ristrutturazione dell'industria dei taxi a New York e i suoi collegamenti con i più ampi mutamenti nell'era globale, illustra come si presentano i molteplici confini nella composizione, nelle lotte e nelle forme organizzative della forza lavoro di questo settore. Il sistema dei taxi a New York ha un’idea della grande diversità esistente tra la forza lavoro che guida le auto gialle per le strade della città, in larga parte si tratta di migranti che parlano più di ottanta lingue differenti. Si tratta di una storia di confini: non solo linguistici che separano i lavoratori ma anche confini urbani che quotidianamente percorrono, confini internazionali che attraversano per raggiungere New York, confini sociali che li dividono dai clienti e dai proprietari da cui affittano le vetture. Si tratta di una Forza lavoro altamente qualificata, la cui occupazione è spesso una sorta di stazione di transito per un'ulteriore mobilità sociale. Le ferite della storia riaffiorano poi nella composizione della forza lavoro. Una settimana dopo che i loro paesi d'origine avevano condotto test nucleari con tendenze nazionaliste, i lavoratori indiani e pakistani hanno agito insieme in uno sciopero di due giorni che ha bloccato la città. Si parla di uno sciopero importante a cui parteciparono tanti taxisti che è stato possibile nonostante questi lavoratori siano tra le categorie più differenziate perché sono padroncini di automobili o dipendenti di compagnie che sono legati tra loro da reti, contratto , subcontratti e sono lavoratori che provengono da moltissimi paesi diversi (generalmente sono immigrati che provengono dall’Europa, America Latina, asia). Organizzare questo sciopero non è stato possibile soltanto attraverso la traduzione di un volantino in tante lingue ma è stato possibile con la capacità di tradurre un significato o prospettiva nella lingua , una comprensione di diversi soggetti che hanno condiviso un percorso e sono diventati un soggetto unitario. È annunciata quindi una forma organizzativa che è quella della moltitudine, è annunciata la traduzione come attività attraverso la quale si può costituire questa moltitudine, sono identificate le possibili azioni che la moltitudine può fare come ad esempio lo sciopero dei tassisti ma non è cosi chiaro il percorso attraverso il quale si può costituire realmente e non è chiaro lo sbocco a cui questa moltitudine tende. Il libro va inteso come una cronaca della proliferazione di confini nel mondo contemporaneo e dei ruoli che essi giocano, su diversi livelli, nell'attuale riorganizzazione delle vite lavorative. Questioni legate a territorio, aspetti giuridici , divisione del lavoro, governance, sovranità e traduzione collassano tutte negli spazi urbani attraversati dai taxisti. Il nostro interesse è rivolto alle trasformazioni dei confini e dei regimi migratori in un mondo in cui i confini nazionali non sono più gli unici o necessariamente i più rilevanti nel dividere e restringere le mobilità del lavoro. Lo stato-nazione fornisce ancora un riferimento politico importante dal punto di vista di configurazioni del potere e della loro articolazione con i rapporti capitale-lavoro ma nonostante ciò le dinamiche contemporanee di potere e le lotte non possono essere racchiuse dentro confini nazionali. Quello che sembrerebbe una linea di demarcazione geografica è in realtà non una linea ma sono dei processi, dinamiche che sono di diversa natura Le molteplici componenti del concetto e dell'istituzione del confine (giuridiche e culturali, sociali ed economiche) tendono a staccarsi dalla linea magnetica corrispondente alla linea geopolitica di separazione tra Stati-nazione, immagine prodotta dalla storia moderna dello stato. Oggi i confini non sono solo margini geografici o territoriali. Sono istituzioni sociali complesse, segnate dalla tensione tra pratiche di rafforzamento e pratiche di attraversamento. Da una parte, i confini stanno diventando strumenti sottilmente registrati per gestire e governare passaggi globali di persone, denaro e cose. Dall'altra, sono spazi in cui le trasformazioni del potere sovrano e l'ambivalente nesso tra politica e violenza non va mai perso di vista .Osservare queste tendenze duali non significa solo sottolineare che i confini hanno sempre due lati o che connettono cosi come dividono. I confini giocano un ruolo chiave nel produrre i tempi e gli spazi del capitalismo globale. Inoltre plasmano lotte dentro e contro questi tempi e spazi che spesso alludono problematicamente all’abolizione degli stessi confini I confini, lungi dal servire semplicemente per bloccare o ostacolare i flussi globali, sono diventati dispositivi essenziali per la loro articolazione : nel fare questo i confini non hanno solo proliferato ma sono anche sottoposti a complesse trasformazioni.
L'idea del confine come muro, ovvero come un dispositivo che serve innanzitutto e principalmente ad escludere, è fuorviante (=allontana dal vero). I confini sono al contempo dispositivi di inclusione che selezionano e filtrano uomini e donne e diverse forme di circolazione in modi non meno violenti di quelli impiegati dalle misure di esclusione. Si assume una analisi critica rispetto all’inclusione che nella maggior pare delle analisi è invece trattata come bene sociale: l’inclusione si sviluppa in continuità con l’esclusione e non in opposizione a essa. La parola di inclusione viene criticata da Mezzadra perchè è una inclusione differenziale: includiamo l’altro nel momento in cui si assoggetta alle regole che incontra. Analizzando i modi in cui i confini stabiliscono molteplici punti di controllo lungo linee chiave e geografie di ricchezza e potere, si dimostra come l'inclusione si sviluppi in continuità con l'esclusione e non in opposizione ad essa. Partendo dall'assunzione del confine come metodo, introduciamo una gamma di concetti per cogliere i mutamenti del lavoro, dello spazio, del tempo, del potere e della cittadinanza che accompagnano la proliferazione dei confini nel mondo contemporaneo. Il confine come metodo introduce una serie di concetti che vanno a smontare alcune delle parole chiave con cui si sono elaborate nel tempo le forme della cittadinanza, e su questa idea l’inclusione differenziale, i confini territoriali e le lotte di confine diventano centrali. Tra questi concetti vi sono la moltiplicazione del lavoro, l’inclusione differenziale (accennata prima), i confini temporali, la macchina sovrana della governamentalità e le lotte di confine. Leggere il confine come metodo significa indicare il carattere radicalmente equivoco dei confini e la loro crescente capacità di tracciare una linea assoluta di demarcazione tra l’interno e l’esterno degli stati. I confini regolano e strutturano i rapporti tra capitale, lavoro, diritto, soggetti e potere politico anche nei casi in cui non sono segnati da muri o altre fortificazioni La peculiarità di questo approccio risiede nel tentativo di separare il confine dal muro, mostrando come le funzioni regolative e il potere simbolico del confine mettano alla prova la barriera tra sovranità e forme maggiormente flessibili di governance globale, fornendo un prisma attraverso cui seguire le trasformazioni del capitale e le lotte che montano dentro e contro di esse. Nel libro di Mezzadra e Neilson il confine è rappresentato come un prisma in cui arriva il fascio di luce che noi vediamo neutro e per effetto del cristallo si rifrange in tanti colori..il confine in quando dispositivo produttivo è come se prendesse la vita delle persone in arrivo e le rifrangesse in colori diversi ..meccanismo di rifrazione legata alle trasformazioni del mercato produttivo. la migrazione è un PRISMA ossia un fenomeno che seleziona: Tutti i soggetti migranti (coloro che emigrano dal sud al nord, coloro che migrano all’interno, i nuovi emigrati, i giovani laureati studiosi alla ricerca di un futuro ) tramite l’attraversamento del confine in qualche modo sperimentano il passaggio attraverso un prisma che orienta ispirazioni, aspettative, crea percorsi di autoinvestimento. Il muro che corre lungo i territori palestinesi occupati in Israele, lungi dal marcare la linea di confine della sovranità di Israele, funziona come una membrana che lascia passare alcuni flussi e ne blocca altri trasformando l'intero territorio palestinese in una zona di frontiera. Nel paesaggio di confine Il nostro obiettivo è far emergere problemi, processi e concetti che consentano l'elaborazione di un nuovo approccio teorico al confine. Si prendono le distanze da ipotesi incentrate sull’immagine del muro o sul tema della sicurezza. Gli esempi di formazione dei confini che analizzeremo sono selezionati secondo l'intensità con cui il rapporto tra i due poli del rafforzamento e dell'attraversamento si manifesta in vere e proprie lotte di confine. Si cerca di intrecciare, sovrapporre e far risuonare le pratiche, le tecniche e i luoghi in questione evidenziando le loro implicazioni e consonanze al pari delle diversità e delle dissonanze. Il risultato a cui puntiamo è una diversa modalità di produzione di conoscenza, che deve necessariamente includere pratiche di traduzione, intese in senso più concettuale che linguistico. Mezzadra e Neilson utilizzano scritti e materiali etnografici per sottoporre a verifica le affermazioni concettuali. Gli autori cercano infatti di sviluppare un approccio relazionale allo studio dei confini, che resti politicamente sensibile alle esperienze di attraversamento e rafforzamento dei confini, e al contempo sia adeguato agli equivoci di definizione, spazio e funzione che segnano il concetto stesso di confine.
Prendiamo il termine Borderscape, “paesaggio di confine”, dal lavoro di Perera; nelle sue analisi sulla mutevolezza e inafferrabilità dei confini che circoscrivono il territorio australiano rispetto alla zona pacifica, Perera evidenzia la simultanea espansione e contrazione degli spazi politici e le molteplici resistenze, sfide e contro-risposte a cui danno luogo. Il suo lavoro si confronta da vicino con il regime di controllo dei confini conosciuto come Pacific solution, introdotto dopo i fatti della Tampa nel 2001. Ciò include l'istituzione di campi di detenzione off-shore per i migranti che provano a raggiungere l'Australia in nave e l'eliminazione di remoti territori australiani dalla zona di migrazione del paese, rendendo impossibile chiedere asilo su isole periferiche che sono destinazioni chiave nelle rotte migratorie marittime. Il concetto di paesaggio di confine suggerisce il carattere dinamico del confine, ora ampiamente inteso come un insieme di pratiche e discorsi che si diffondono nell'intera società. Allo stesso modo, registra la necessità di analizzare il confine non solo nelle sue dimensioni spaziali, ma anche in quelle temporali. Mobilitare il concetto di paesaggio di confine ci consente di evidenziare la determinazione conflittuale dei confini, le tensioni e le lotte che giocano un ruolo decisivo nella loro costituzione. Gli autori non sono solo interessati ai movimenti che contestano apertamente i confini e i loro effetti discriminatori, come quelli in cui i migranti senza documenti, i sans papiers , sono emersi come protagonisti negli ultimi anni. Usiamo la nozione di lotte di confine anche per riferirci all'insieme di pratiche quotidiane attraverso cui i migranti vengono a patti con gli effetti pervasivi del confine, sottraendosi o negoziandoli attraverso la costruzione di reti e spazi sociali transnazionali. L'esplorazione di questa dimensione, a cominciare dalle condizioni materiali che generano le tensioni di cui le lotte di confine sono il segno, ci sembra più - promettente e politicamente urgente - che non la semplice denuncia della capacità dei confini di escludere o l'auspicio di un mondo senza confini. Il confine come metodo Si è richiamato più di una volta la nozione di Balibar di polisemia del confine che corrisponde alla molteplicità d termini che in molte lingue fanno riferimento all’area semantica di confine (basti pensare in inglese alle parole border, boundary, frontie r). Una delle ipotesi centrali del confine come metodo è che i processi di globalizzazione degli ultimi venti anni abbiano portato non alla diminuzione bensì alla proliferazione dei confini. Mezzadra utilizza gli studi di Balibar filosofo francese che, analizzando il ruolo dei confini nella storia moderna, nella teoria politica e nei processi contemporanei di globalizzazione, insiste che la globalizzazione anziché cancellare confini ha creato una sorta di “apartheid” globale. Si ha un Processo di mobilità che ha regole diverse per merci e denaro e per corpi viventi. A parte le sue dimensioni geografiche, politiche e giuridiche, il concetto di confine ha infatti un’importante dimensione simbolica, venuta oggi alla ribalta con la moltiplicazione delle tensioni che investono la configurazione classicamente moderna del confine come linea di separazione tra territori statali sovrani. Varrebbe la pena ricostruire i processi complessi e non lineari che hanno condotto alla nascita dei moderni confini, tuttavia è più rilevante evidenziare come la storia del sistema statale moderno si sia dispiegata fin dall'inizio nell’orizzonte dello spazio globale. Per comprendere pienamente questa storia e la concezione lineare del confine che la informa, riteniamo essenziale considerare il ruolo costitutivo della frontiera coloniale. Quando scriviamo della frontiera coloniale, facciamo riferimento da una parte e in termini molto generali alla distinzione qualitativa tra spazi europei, al cui interno si è evoluto il confine lineare, e spazi extraeuropei, per definizione aperti alla conquista. Dall'altra parte facciamo riferimento al fatto che nelle concrete situazioni coloniali, la realtà della frontiera - con le sue caratteristiche di apertura e indeterminazione - era sempre presente. In tali contesti, la frontiera tendeva a sovrapporsi alle altre divisioni (soprattutto ovviamente quella tra coloni e nativi, ma anche alle linee di demarcazione territoriale che tagliavano domini formalmente unificati), rendendo lo spazio coloniale e la sua proiezione cartografica assai più complessi rispetto alla loro controparte metropolitana. È importante ricordare che la cartografia è stata uno strumento chiave della dominazione coloniale. La sfida è cercare di assumere il confine come prospettiva epistemologica, ancora prima che come luogo e oggetto di ricerca. Il confine, allora, può diventare il metodo con il quale interpretare la realtà, il punto di partenza privilegiato per una riflessione sulla complessa e multiforme rete di
Contenere la forza lavoro In ogni considerazione sulla globalizzazione è centrale il fatto che il mondo sia diventato più aperto ai flussi di merci e capitale ma più chiuso alla circolazione dei corpi umani. C’è tuttavia un tipo di merce inseparabile dal corpo umano, quella della forza lavoro. La forza lavoro non solo è una merce diversa dalle altre (il solo termine possibile di comparazione è il denaro) ma sono peculiari i mercati in cui è scambiata. Ciò dipende anche dal fatto che il ruolo dei confini nel modellare i mercati del lavoro è pronunciato. I processi di filtraggio e differenziazione che hanno luogo al confine si dispiegano in modo crescente all'interno di tali mercati, influenzando la composizione di quello che - usando un'altra categoria marxiana - chiamiamo “lavoro vivo”. La forza lavoro è inseparabile dai corpi viventi : il confine tra la forma- merce della forza lavoro e il suo “contenitore” deve essere continuamente raffermato e ritracciato. Nell’elaborazione di Marx il concetto di forza lavoro acquista il suo senso più profondo alla luce di una riflessione sulla soggettività e sul rapporto con il potere. La forza lavoro segna uno dei poli della scissione mentre l’altro è segnato dal denaro da Marx descritto come il potere sociale che gli individui portano nella tasca. Si sviluppano da questa scissione due differenti classi di individui: una classe che fa esperienza del mondo attraverso il potere del denaro mentre l’altra classe attraverso la forza lavoro. Quest’ultima è definita da Marx come potenza umana ossia come l’insieme di attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, nella personalità vivente di un uomo. Le modalità attraverso cui i “portatori” (altro termine cruciale di Marx) della forza lavoro hanno accesso alla propria “potenza” sono strutturalmente e originariamente segnate dalla razza, dalla nazione, dall'origine geografica e dal genere. L’obiettivo di Mezzadra e Neilson è tenere insieme una prospettiva sul confine segnata dall’attenzione per la forza lavoro con l’interesse per le lotte di confine e la produzione di soggettività. L’analisi si concentra sulle tensioni e sui conflitti attraverso cui i confini plasmano le vite e le esperienze dei soggetti che sono configurati come “portatori della forza lavoro”. La produzione della soggettività di questi soggetti costituisce un momento essenziale del processo di produzione della forza lavoro come merce. Le tecniche di potere che investono in confine e le pratiche e le lotte sociali che attorno al confine si dispiegano, devono essere analizzate in relazione alle molteplici e instabili configurazioni di genere e di razza , la cui produzione e riproduzione è a sua volta influenzata dal confine. Affermare che il confine gioca un ruolo decisivo nella produzione della forza lavoro come merce significa anche dichiarare che i modi in cui i movimenti migratori sono controllati, filtrati e bloccati dai regimi di confine hanno effetti più complessivi sulla costituzione politica e giuridica dei mercati del lavoro, e dunque sulle esperienze del lavoro vivo in generale. Le lotte che si sviluppano intorno a queste esperienze implicano un confronto con la questione del confine. Inoltre sosteniamo che in questo contesto la traduzione può giocare un ruolo chiave nell’invenzione di nuove forme di organizzazione e istituzioni sociali. È precisamente il rapporto tra forza lavoro, traduzione e lotta politica che collega la situazione dei taxisti di New York ad altri casi di rafforzamento e attraversamento dei confini. Cerchiamo di mancare i costanti e imprevedibili mutamenti in questi contesti introducendo il concetto di moltiplicazione del lavoro. La moltiplicazione del lavoro è uno strumento concettuale per indagare la composizione del lavoro vivo in una situazione caratterizzata da un alto grado di eterogeneità. Mezzadra e Neilson vogliono innanzitutto mettere in discussione l'ortodossia che suddivide lo spettro globale del lavoro secondo divisioni internazionali o configurazioni stabili (quali il modello dei tre mondi oppure quelli elaborati intorno a codici binari come centro-periferia o nord-sud). Discutiamo criticamente l'idea secondo cui la skill , la qualifica, sia il fattore predominante di divisione dei lavoratori. La moltiplicazione del lavoro sicuramente evidenzia la moltiplicazione di elementi di divisione e gerarchia.
Inoltre il fatto che molti lavoratori che svolgono mansioni non specializzate, come il conducente di taxi, possiede elevate qualifiche e compete, indica la rilevanza di altri fattori che sono in gioco nella produzione dei soggetti lavorativi. La moltiplicazione del lavoro acquisisce un significato quindi politico. Neilson e Mezzadra da una parte, esplorano l'eterogeneizzazione dello spazio globale e il modo in cui essa forza territori e attori apparentemente distinti a impreviste connessioni che facilitano i processi di produzione, spossessamento e sfruttamento. Dall'altra, richiamiamo l'attenzione sulle procedure assiomatiche del capitale, che permeano gli incontri e i processi di negoziazione, mescolamento, conflitto e traduzione che una simile eterogeneizzazione richiede e permette. 3 CAPITOLO – FRONTIERE DEL CAPITALE Nel capitolo precedente si è sottolineato che la produzione dello spazio globale è un campo eterogeneo in cui i confini e le differenze sono sempre fabbricati piuttosto che dati e si è enfatizzato sulla “fabrica mundi” analizzando come la cartografia, naturalizzando il confine come linea geografica, ne ha messo in ombra e nascosto la natura costruita, fabbricata del mondo cioè il mondo costruito anche dal punto di vista dei confini. In questo capitolo ci spostiamo sulla costituzione globale dello spazio economico sottoponendo a un esame critico il concetto di divisione internazionale del lavoro. Si analizza come il punto di vista del confine è un metodo che permette di afferrare l’eterogeneità dello spazio globale del capitale e del lavoro mettendo in discussione il concetto di divisone internazionale del lavoro. Per confrontarci con tale concetto si introduce un nuovo concetto adeguato alla proliferazione dei confini nel mondo odierno: la moltiplicazione globale del lavoro. Mezzadra abbandona l’idea del divisione del lavoro riattuarizzandola al presente: da divisione del lavoro (si cambia di segno) lo inverte in moltiplicazione del lavoro. Il lavoro si moltiplica perchè cambia natura in quanto diventa molto di più il lavoro vivo che lavoro astratto e cambiando natura non è cosi sottoponibile a una divisione del lavoro ma piuttosto a una sua moltiplicazione, al suo moltiplicarsi in forme diverse. Nell’impostazione marxiana della lettura del capitale funzionava ancora un idea settecentesca- ottocentesca di divisione internazionale del lavoro. Invece in un mondo in cui il lavoro è reso continuo dal punto di vista del capitale e molto differenziato al suo interno diviso da più confini, il lavoro si moltiplica perchè cambia di forma e cambiando di forma cambiano anche le forme del suo sfruttamento che si moltiplicano e variano. La moltiplicazione del lavoro va letta anche in relazione al confine= come moltiplicazione delle forme in cui i corpi accedono o non accedono al mercato del lavoro, accedono al mercato del lavoro secondo regimi moltiplicati e resi eterogenei proprio dal passaggio del confine. Da Marx in avanti esiste una tradizione che legge l’affermazione del mercato mondiale o l’espansione della produzione su scala mondiale in termini di divisione internazionale del lavoro= I territori e le popolazioni che abitano i territori si specializzano in una funzione : c’è chi vende materia prima di un certo tipo, chi trasforma la materia prima, chi capitalizza. C’è un ruolo per ogni territorio in cui la parola prevalente è regioni di lavoro per identificare spazi omogenei di popolazione e territorio. Mezzadra e Neilson mettono da parte il concetto di regioni di lavoro al fine di promuovere una nuova lettura che si basa sui REGIMI di lavoro ossia i modelli organizzativi del lavoro, le identità e le giustificazioni contrattuali del lavoro. Si tratta di regimi che possono coesistere sullo stesso territorio, ad esempio noi abbiamo il regime del lavoro strutturato, regolare, con contratto e accordo sindacale che convive nello stesso posto con un altro addetto che non ha contratto, forma, accordo sindacale ( come a.s. comunale che lavora con a.s. della cooperativa). Diversi regimi di lavoro che coesistono nello stesso luogo e nello stesso tempo: questo per Mezzadra e Neilson è il segnale di una trasformazione radicale da un modello di divisione internazionale del lavoro basato sulle regioni, territori, popolazioni omogenee a uno basato sui regimi del lavoro (argomento che vedremo nel capitolo 4 come “figure del lavoro” dove in questo slittamento da regioni a regimi si vede proliferare figure del lavoro che hanno caratteristiche simili e molto diverse al loro interno)- In questo lavoro sul confine è come se continuamente ci fosse l’intenzione teorica di smontare l’unità e proporre una molteplicità: noi siamo abituati a lavoratori che hanno una data coerenza ossia a una mansione corrisponde una data contrattualizzazione, ruolo della società, tutto un sistema di unità e coerenza mentre Mezzadra e Neilson fanno vedere come figure di lavoro molto diverse possono avere caratteristiche molto simili ossia possono condividere lo stesso regime di
poste in tensione prima dell'insistenza analitica sul transnazionalismo e sull'ibridazione che negli anni '90 ha assunto l'odierna predominanza. Ciononostante, esse strutturano ancora molti importanti battiti sulle relazioni internazionali e l'economia dello sviluppo ma ci si sposta verso un mondo non polare, dominato non da uno o due né da un certo numero di stati ma da decine di attori che sono “in possesso di” ed esercitato diversi tipi di potere. Le organizzazioni regionali e globali, le milizie, le organizzazioni non governative, le imprese, le città globali complicano il sistema internazionale degli stati rendendo il mondo un luogo difficile e pericoloso in cui sono essenziali gli sforzi di integrazione globale. Allo stesso tempo si trovano nella geografia politica visioni della complessità, casualità e frammentazione che rendono difficile interpretare i processi globali utilizzando categorie rigide e fisse come nord e sud o centro e periferia. I rapporti gerarchici tra i differenti spazi che articolano i circuiti globali dell'accumulazione capitalistica hanno cessato di connettere aree relativamente omogenee secondo le modalità classiche dell'imperialismo, dello sviluppo ineguale e della dipendenza. I paesi poveri, come quelli ricchi, sono diversificati non solo gli uni dagli altri, ma anche al proprio interno: nei paesi ricchi nelle aree metropolitane che sono marginalizzate spesso esistono condizioni da terzo mondo e allo stesso tempo negli ex paesi del terzo mondo quelle aree e settori che sono integrati in reti globali esistono accanto a aree che fanno esperienza di deprivazione estrema e spossessamento. A livello spaziale è evidente come il capitalismo che si è espanso su scala globale ha molto differenziato i territori come abbiamo detto. Ad esempio, l’Africa ha all’interno una città organizzata secondo il modello occidentale come megalopoli, che poi ha uno slum e poi un villaggio tradizionale. L’eterogeneità lo vediamo qui= I paesi del 1-2-3 mondo non esistono più. I fenomeni migratori sono circolari, la qualità dei territori è eterogenea e i modelli che circolano all’interno hanno bisogno , anche nel nostro sud, di moltiplicazione del lavoro. Si parla di lavori eterogenei che vanno a infilarsi in spazi diversi di questi territori che al loro interno vedono ancora la convivenza di organizzazioni sociali diverse all’internom di un sistema produttivo che tiene insieme questo tipo di eterogeneità. Diventa dunque utile ipotizzare una costruzione ibrida dello spazio economico e sociale globale. Capitalismo moderno e mercato mondiale Un aspetto cruciale del confine come metodo è l'analisi dell'articolazione e della disarticolazione di confini e delimitazioni eterogenei- innanzitutto il teso equilibrio e l'evidente squilibrio tra i confini politici e ciò che chiamiamo le “frontiere del capitale”, tracciate non solo dalla tendenza espansionistica del capitale, ma anche dal suo bisogno di organizzare lo spazio secondo molteplici criteri gerarchici. In uno dei diversi piani approntati da Marx per la sua critica dell'economia politica, egli distingue esplicitamente il mercato mondiale dalle relazioni internazionali, sottolineando che il primo costituisce a sua volta, insieme, la premessa e il supporto del tutto. Mentre le relazioni internazionali si fondano nel momento di concentrazione della produzione nello stato, il mercato mondiale si riferisce a una spazialità del capitale che eccede lo spazio topografico dello stato e il sistema collegato ad esso delle relazioni internazionali. Da qui emerge la tensione tra la fonte del capitale e i confini politici. Tre aspetti molto interessanti nell'analisi di Marx; in primo luogo, l'interesse di Marx per il mercato mondiale è cruciale nel forgiare il quadro analitico della critica del modo di produzione capitalistico. Tale critica è interamente costruita sul bisogno strutturale del capitale di espandersi continuamente. Marx scrive nei Grundrisse: “ La tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente con il concetto stesso di capitale. Ogni limite si presenta qui come un ostacolo da superare”. L’idea che il capitale non potesse fermarsi ai confini geopolitici dell’esistente era già un intuizione di Marx. Una possibilità era che le diverse parti del mondo fornissero materiali diversi alla macchina del capitale che voleva comprendere sempre più zone. Quello che è cambiato è che questa divisione non si è più tenuta secondo una spazializzazione ma secondo una riorganizzazione che tiene insieme il globale gerarchizzando non tanto lo spazio quanto regimi differenti e differenziati. La tendenza del capitale a divenire globale non regge più dentro i confini ma ne produce degli altri moltiplicando le forme del lavoro, i regimi produttivi e le forme di intensificazione della produzione.
È interessante rilevare che la parola tedesca Grenze usata da Marx è la stessa per denotare un confine politico. Benché la costituzione del mercato mondiale sia direttamente postulata come la tendenza corrispondente all'asse “estensivo” della produzione capitalistica, essa impone anche la regola per quella che chiamiamo espansione “intensiva”. La produzione capitalistica dello spazio è caratterizzata sin dall’inizio dall’intreccio di questi assi, che conduce al secondo aspetto dell'analisi di Marx. Il mercato mondiale stesso ha conseguenze dirette per la determinazione degli aspetti più concreti della vita quotidiana di ogni individuo entrato nel dominio del capitale. Ciò avveniva in un tempo in cui questi stessi individui nella maggior parte dei paesi europei erano piuttosto lontani dall'aver completato la loro trasformazione in cittadini determinati dai confini lineari dello stato moderno. Dopo aver messo in rilievo la natura concreta del mercato mondiale, il suo carattere astratto necessita di essere evidenziato= Il terzo elemento riguarda il carattere astratto del mercato mondiale, il mercato mondiale non è solo la scala su cui ogni capitalista industriale è obbligato a operare, confrontando i suoi propri pezzi di costo con i prezzi di mercato non solo del suo paese ma del mondo intero ma sempre più spesso diventa anche, con la socializzazione del capitale e la sua riproduzione su larga scala, la scena della rotazione del capitale e dell’autonomizzarsi del valore come pura e semplice astrazione che va considerata come astrazione in actu. L'autonomizzarsi del valore, il quale dà vita e consistenza al “capitale complessivo”, si realizza necessariamente nell'orizzonte del “mercato mondiale” Marx utilizza un approccio che offre la possibilità di cogliere la tendenza del capitale stesso, resa sempre più evidente dal progresso della sua socializzazione ossia della sua espansione estensiva e intensiva, a produrre uno spazio astratto e globale per il suo movimento. L’autonomizzarsi del valore che ha luogo all'interno di questo spazio tende oggi a imporre la sua legge contro i singoli capitali così come contro nazioni e popoli, complicando enormemente i rapporti tra le frontiere del capitale e i confini politici, legali e culturali. Il carattere astratto del valore come nuovo criterio per mezzo del quale venivano sempre più organizzati i rapporti sociali (attraverso la mediazione oggettiva del denaro) era parte integrante di ciò che alla fine del XIX sec veniva percepito come una sfida radicale alle nozioni classiche di ordine sociale da un'intera generazione di studiosi europei (sociologia classica Weber, Tonnies, Spencer, Durkheim). Il concetto stesso di capitalismo si è evoluto nello sforzo di fare i conti con quella sfida. Il dibattito sul capitalismo alla fine del XIX era sospinto dalle tensioni crescenti tra la scala mondiale dell'accumulazione capitalistica e i processi di valorizzazione all'interno dei confini nazionali. Il concetto di imperialismo riporta nell’analisi la scala mondiale dell’accumulazione e della valorizzazione del capitale. (= imperialismo : nell’accezione più moderna, indirizzo di politica mondiale, tipico delle grandi potenze e sollecitato dal loro sempre crescente sviluppo tecnologico-industriale, rivolto al conseguimento di un egemonico predominio politico-economico nonché culturale sulle nazioni meno sviluppate). La crescente rilevanza della dimensione astratta del mercato mondiale, così attentamente analizzata da Marx, destabilizzava i progetti imperialisti fin dal loro inizio. Benché nei dibattiti sull’imperialismo fosse in gioco l’organizzazione della scala mondiale dell’accumulazione e della valorizzazione del capitale, erano evidenti i limiti del progetto di accostare la logica del capitale ed espansione territoriale degli stati imperialisti. Il concetto di mercato mondiale, inteso da Marx come presupposto e risultato della produzione capitalistica, indica lo spazio astratto al cui interno tali riorganizzazioni hanno luogo, creando geografie eterogenee della produzione capitalistica, della valorizzazione e dell'accumulazione. Le frontiere del capitale stabiliscono anche le proprie linee di connessione e sconnessione, sempre eccedenti rispetto ai confini politici. Wallerstein sottolinea questo punto, introducendo il concetto di “confine spaziale e temporale” di un sistema economico e indicando l'impossibilità di sovrapporlo al confine lineare dello stato. Per operare una simile sovrapposizione si dovrebbe considerare il confine statale come il contenitore naturale delle attività economiche, una supposizione sfidata continuamente dalle trasformazioni storiche e dal dinamismo dei sistemi economici rispetto al tempo e allo spazio.
Transizioni del capitalismo Le divisioni internazionali non hanno mai conciso perfettamente con quelle che chiamiamo “frontiere del capitale”. L’episodio dell’imperialismo ha stabilito, rafforzato e compromesso il ruolo dei confini nazionali nel contenere e organizzare i rapporti tra capitale e lavoro. Un ruolo importante nel cogliere i collegamenti tra l'imperialismo e il modellamento globale del lavoro è stato giocato dalle diverse teorie del capitalismo monopolistico e organizzato, oppure dal capitalismo finanziario, emerse all'inizio del XX sec. Lenin affermava che il solo delle banche e degli investimenti nella creazione di trust e monopoli nazionali era inseparabile dall’internazionalizzazione del capitale. ha notoriamente sostenuto che “per l'imperialismo non è caratteristico del capitale industriale ma quello finanziario”. Egli collegava la crescente egemonia del capitale finanziario alla produzione di quella che chiamava una “divisione del mondo vera e propria”. Lenin poneva in contrasto la divisione del mondo vera e propria, stabilita in proporzione al capitale, al modo in cui i paesi esportatori di capitale si sono spartiti il mondo sulla carta, cioè territorialmente, mantenendo un'importante distinzione analitica tra la divisione economica e la divisione territoriale del mondo. In questa distinzione tra divisione economica e territoriale del mondo troviamo un importante precedente per la distinzione tra l'espansione delle frontiere del capitale e la proliferazione di confini politici, giuridici e sociali che informa l'approccio di confine come metodo. È un compito cruciale seguire l'evoluzione di questa complessità e delle sue implicazioni per la separazione, pur graduale e incompiuta, del modellarsi globale del lavoro rispetto alle divisioni territoriali internazionali. La nozione di una “assiomatica del capitale” sviluppata da Deleuze e Guattari (1972) è utile perché spiega come il capitalismo istituisca un isomorfismo tra situazioni e scenari che sono in realtà piuttosto eterogenei. Una caratteristica comune a molti approcci alla transizione del capitalismo, indipendentemente dalla nomenclatura adottata, è l'accento posto sui processi di finanziarizzazione nell'economia mondiale (dichiarazione inconvertibilità dollaro 1971 evento chiave). La teoria del sistema-mondo ci ha insegnato che l'espansione finanziaria è stata una fase caratteristica dei cicli storici di accumulazione. Il ruolo della finanza nelle attuali mutazioni del capitalismo, tuttavia, non può essere definito in questi termini. Marazzi sostiene che “l'economia finanziaria è oggi pervasiva, si spalma cioè lungo tutto il ciclo economico, lo accompagna dall'inizio alla fine”. Citando esempi come quello dell’uso di carte di credito nel fare shopping al supermercato, Marazzi afferma che la finanza è diventata della stessa sostanza a tutta la produzione stessa di beni e servizi. Questo non implica che la produzione industriale di beni e servizi sia in declino ma al contrario è un’attività produttiva in ascesa in un ampio spettro di territori, zone, corridoi ed enclave in giro per il mondo. A essere diverso è il ruolo della finanza nell’articolare e nel comandare questa produzione e la divisione del lavoro per essa necessaria Marazzi identifica questo cambiamento con il volgersi ai mercati finanziari di imprese che non erano più in grado di “succhiare” il plusvalore dal lavoro vivo operaio; risultati: riduzione del costo del lavoro, attacco ai sindacati, automazione in paesi a bassi salari, precarizzazione del lavoro e diversificazione dei modelli di consumo. Di questi risultati, la delocalizzazione dei processi produttivi per trarre vantaggio dai bassi salari ha dominato la discussione sulla divisione internazionale del lavoro. Per come è stato originariamente elaborato, il concetto descrive lo spostamento della produzione internazionale dai paesi più sviluppati a quelli meno sviluppati, come risultato di una frammentazione della produzione in cui differenti fasi sono svolte in paesi diversi, spesso dalla stessa impresa. Facilitata dai cambiamenti nei trasporti e nelle tecnologie di comunicazione, le implicazione di questa nuova divisione internazionale del lavoro sono una crescita della manifattura in paesi meno sviluppati, la deindustrializzazione delle nazioni sviluppate, la decentralizzazione della produzione la centralizzazione del controllo, l’intensificassi della competizione sui mercati delle merci e del lavoro. Per molti versi, la nozione di nuova divisione internazionale del lavoro è una continuazione della teoria della dipendenza, perché postula che il parziale sviluppo della manifattura finalizzata all'esportazione nei paesi meno sviluppati li manterrà dipendenti dalle aree più ricche del mondo.
Mentre l'economia politica classica tendeva a focalizzarsi sulla specializzazione delle mansioni lavorative dentro l'impresa e tra le imprese, la tesi della nuova divisione internazionale del lavoro suggerisce che la più importante tendenza contemporanea sia la divisione e distribuzione di processi differenti nella produzione di merci all'interno di una rete di imprese. C’è poca attenzione alla creazione e alla riproduzione delle forze lavoro, cosicchè questi approcci tendono a elidere proprio ciò che il confine come metodo cerca di mettere in evidenza e spiegare politicamente: la produzione di soggettività. La difficoltà di fondo dell'approccio della nuova divisione internazionale del lavoro consiste nel suo essere principalmente una teoria della mobilità del capitale più che una teoria di come le divisioni, i processi, le mobilità e le lotte del lavoro si relazionino alle transizioni del capitalismo nella finanziarizzazione pervasiva e nella profonda eterogeneizzazione dello spazio globale che la accompagna. Come spiega Cohen, i teorici della nuova divisione internazionale del lavoro usano le misure della migrazione del capitale per valutare i cambiamenti nella divisione del lavoro mentre un approccio migliore consisterebbe nel misurare il movimento del lavoro per cogliere i cambiamenti nella divisione del lavoro. La mobilità del lavoro (insieme alle lotte di confine e alla produzione di soggettività che le accompagna) è centrale per comprendere la divisione del lavoro nel mondo globalizzato contemporaneo. È importante inoltre riconoscere che il movimento del lavoro non può essere valutato senza prestare attenzione al movimento del capitale. Ciò dipende dal fatto che nel capitalismo il lavoro è sempre astratto oltre che sociale, poiché nelle sue concrete manifestazioni è un momento della divisone sociale del lavoro mediata attraverso lo scambio di merci. Se la faccia soggettiva del lavoro è rimasta quello dell’operaio-massa industriale è necessario invece prendere in considerazione le lotte e i movimento di uno spettro più eterogeneo di soggetti. L’idea secondo cui il lavoro salariato libero rappresenta uno standard del capitalismo deve essere messa in discussione. Le pratiche di mobilità sono parte integrante della conseguente eterogeneità del lavoro vivo comandato e sfruttato dal capitale. Dobbiamo cogliere l’eterogeneità del lavoro se vogliano spiegare la proliferazione dei limiti e i confini che caratterizza il presente a livello globale. Destabilizzano la reale possibilità di assumere grandi partizioni come quella fra centro e periferia dandole per assodate, e mettono al contempo in discussione la capacità dei confini nazionali di circoscrivere spazi economici omogenei. Questo non significa sostenere che il concetto di divisione internazionale del lavoro sia diventato inutile ma piuttosto significa suggerire che questo concetto non organizza più una struttura mondiale stabile. Tornando al concetto di un'assiomatica del capitale, possiamo dire che mai come oggi è reale la sua tendenza a produrre un isomorfismo; nel capitalismo contemporaneo il più alto grado di isomorfismo sembra coesistere con il più alto grado di eterogeneità. In precedenti età del capitalismo, era possibile identificare un singolo ciclo produttivo egemone (la produzione tessile o quella automobilistica) e mappare la sua distribuzione spaziale per avere una rappresentazione cartografica della geografia generale del capitalismo. Oggi sembra molto più difficile. Una delle più evidenti caratteristiche cel capitalismo contemporaneo è la sua flessibilità che si manifesta nella varietà di beni di consumo, nella rapida ascesa di nuovi prodotto e nelle nuove modalità d consumo di vecchi prodotti. Silver identifica almeno 4 industrie emergenti che potrebbero candidarsi a raccogliere il ruolo dell’automobile nell’egemonia del ciclo produttivo: industri dei semiconduttori, i servizi all’impresa, l’industria della formazione esercizi alla persona. Ognuno di questi settori produce il proprio spazio economico a livello mondiale con squilibri e gerarchie geografiche Per comprendere queste trasformazioni, connessioni e sconnessioni, sovrapposizioni, p utile introdurre il concetto di moltiplicazione del lavoro.
Il passo in più di Marx è che questo sistema economico sarebbe divenuto cosi potente da divenire autonomo rispetto anche alla capacità di regolarlo e dargli obiettivi. Quella idea di divisone del lavoro mettendosi a confronto con l’idea più contemporanea di moltiplicazione del lavoro ci spinge verso un altro concetto: eterogeneità. Perché l’eterogeneità è un concetto importante? Perché in questo ridefinirsi del mondo attraverso i confini, i fenomeni e i processi che si ci pongono davanti si misurano secondo gradi di diversità e di molteplicità che sono caratterizzati dalla capacità di non poter essere letti tutti attraverso le stesse categorie. La scomposizione del lavoro e la fabbricazione del mondo a partire dalla produzione dell’attraversamento del confine (la globalizzazione) ci obbliga a guardare i fenomeni che ne provengono come fenomeni eterogenei che non si possono leggere tutti attraverso l’uso delle stesse categorie. La moltiplicazione del lavoro va letta in questo senso in relazione al confine, anche come moltiplicazione delle forme in cui i corpi accedono o non accedono al mercato del lavoro, accedono al mercato del lavoro secondo regimi moltiplicati e resi eterogenei proprio dal passaggio del confine. Al tempo stesso questo passaggio complicato e perverso che eseguono i corpi al confine è la condizione di un altro concetto: Intensificazione della produzione Questo concetto è molto legato alle teorie del valore ossia al coinvolgimento diverso del lavoro vivo nelle nuove forme di produzione del valore. È molto più complesso e circolare il rapporto di produzione del valore nel rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto: tutta la produzione sociale diventa terreno di produzione del profitto e questo rende i campi della vita sociale più sensibili alla produzione e meno facilmente identificabili come zone chiare, definibili, circoscrivibili di lavoro. Il rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto, tra il lavoro astratto e quello concreto si indebolisce: il lavoro morto è il lavoro prodotto dalle macchine, in una certa idea del fordismo il rapporto tra lavoro vivo e morto è identificabile in un super lavoro delle macchine e l’uomo che entra in supporto (catena di montaggio, l’uomo che si perde nei grandi ingranaggi delle macchine). Nel fordismo il rapporto tra il lavoro vivo e lavoro morto era chiaro mentre oggi non è più cosi perché nel tipo di innovazione tecnologica che vi è stata il lavoro morto è di tipo diverso, l'automazione anche nelle sue versioni semplificate richiede un intervento umano di altro tipo, un interazione con la macchina che si è modificata in quanto serve un sapere in più, competenze in più in quanto le macchine stesse sono più complesse. La riproduzione della vita sociale e produzione per il mercato, con il passaggio dal fordismo al capitalismo biocognitivo , si confondono e il lavoro si moltiplica perché tutta quella chiarezza con cui era possibile distinguere il lavoro astratto da quello concreto, il lavoro vivo dal lavoro morto, in realtà diventa un campo di connessioni molto più grandi. In questo senso l’intensificazione della produzione diventa uno dei fattori legati alla moltiplicazione dei lavoro. Non solo, con l’intensificazione del lavoro si intende l‘intensificazione dello sfruttamento e l’intensificazione di questo ciclo vitale che è sottoposto e regolato anche dai regimi di produzione che sono anche regimi di diverse forme di confinamento. Per capire come il lavoro si sia intensificato con la crisi generale degli anni settanta, è utile confrontare i regimi del lavoro contemporanei con quelli descritti da Marx. Nel capitolo 8 del primo libro de “il capitale” Marx distingue tre fattori principali che incidono sull’estrazione di plusvalore: il prolungamento della giornata lavorativa il tasso di produttività, l’intensità de lavoro. Sebbene tutti e tre i fattori possono variare allo stesso tempo, c’è un limite all’estensione della giornata lavoro mentre si accresce la sua intensità. Questo limite è imposto dalla corporeità dell’operaio, la materia vivente che “contiene” l’astratta quantità di forza lavoro C’è una soglia a quanto il corpo può resistere prima ci spezzarsi o esibire inefficienze risultati dall’esaurimento, dalla malattia o dall’incapacità del lavoro di riprodursi su base quotidiana. Da questo limite, su cui il capitale esercita una costante pressione, deriva una serie di interventi nella divisione tecnica del lavoro (l’istituzione dei turni lavorativi, per esempio). Non è un caso che il movimento operaio e democratico abbia molto lavorato sulla questione dell’orario di lavoro e pagato perché la questione dell’orario è stato un unità di misura per quanto riguarda il valore del lavoro tanto’è che ora che siamo usciti d questo tipo di sistema di coerenza è molto più complicato attribuire un valore chiaro alla giornata di un lavoratore che è impegnato nel suo lavoro dentro delle linee e coordinate che non sono più quelle che sta guardando Marx.
La divisione del lavoro usa anche la giornata lavorativa come uno di quelli elementi su cui giocare le forme di intensificazione del lavoro Un modo per caratterizzare l’intensificazione del lavoro in un’era in cui la finanziarizzazione del capitale ha aperto nuovi canali di valorizzazione è dire che questo limite e il rapporto inverso che determina tra intensificazione ed estensione del lavoro sono stati squilibrati. Queste sono le cose già accennate con la teoria del valore con il concetto di plus valore assoluto e plus valore relativo: c’è consapevolezza già da Marx del fatto che il plus valore poteva essere aumentato o allargando i fattori materiali come il numero di ore lavorate però scontrandosi con il limite del corpo, oppure intensificando il lavoro ed è in questa seconda strada ossia aumentando la capacità di produttività individuale del lavoratore con investimenti in tecnologia o con coinvolgimento della sua vita nella produzione di valore che si va a esplorare. Ciò che abbiamo in precedenza definito come la rottura delle mura della fabbrica da parte del capitale comporta anche la separazione del lavoro dalla misura del tempo socialmente necessario. Un modo per intensificare la produzione non è stato più giocare sul termine del lavoro, della giornata lavorativa, dell’operaio, del corpo ma quando il lavoro ha subito questo processo spiegato da un lato con la finanziarizzazione ma soprattutto con la svolta economica dell’economia, una chiave dell’intensificazione è la caduta simbolica delle mura della fabbrica e questo vuol dire che il lavoro si è sovrapposto alla produzione sociale In gioco non c’è semplicemente un prolungamento della giornata lavorativa ma piuttosto la tendenza del lavoro stesso a occupare sempre di più i tempi e le forme di vita. Che voi volga lo sconfinamento del lavoro nella sfera domestica o la più generale messa al lavoro delle facoltà di comunicazione e socialità dell’individuo, la propensione del lavoro a colonizzare sempre di più la vita è un fattore osservato da molti critici e commentatori. Con l’intensificazione si intende questo processo qui ed è questo che serve a creare continuate e discontinuità tra lavori diversi in regimi simili: il lavoro che aumenta la sua intensificazione prolungando la forma dell’estrazione del lavoro su tutta la vita e non solo sulle ore di lavoro. Quello che Marx osservava nell’organizzazione della vita operaia è una cosa per cui lavori molti diversi possono assomigliarsi. Una lavoratrice di cura che riesce a costruire servizi di cura sulla capacità di prevedere i bisogni cosi come il trader finanziario riesce a sentire l’aria che circola sul mercato e sulla base di questa stabilire, spostare investimenti di ordine diverso: quello che permette loro di valorizzare la propria forza lavoro non è tanto la capacità tecnica del sapere che hanno ma quella che Mezzadra chiama la “capacità di diventare quello che ci si aspetta da loro”. C’è qualcosa di stringibile in un etichetta, in un sistema di coerenze che ne definiscono l’identità e che permette loro di sostenere il proprio percorso e di essere produttivi, di mettere in circolo produzione e riproduzione e essere dentro questo meccanismo di intensificazione. Il rapporto di proporzionalità inversa tra estensione e intensificazione del lavoro descritto da Marx è divenuto più elastico e negoziabile. Sono qui in gioco la produzione del plusvalore assoluto e relativo, l’allocazione del lavoro retribuito e non retribuito, cosi come il crescente intreccio tra lavoro produttivo e riproduttivo. Il regime di fabbrica tendeva a bilanciare le domande di estensione e intensificazione del lavoro esattamente nel punto in cui il corpo dell’operaio cominciava a spezzarsi. Nell’era fordista si è sviluppata un’intera serie di istituzioni sociali volte a sostenere l’integrità fisica della forza lavoro. La divisione sessuale del lavoro tra il nucleo familiare e il luogo di lavoro era centrale laddove il nucleo familiare era il dominio femminilizzato del lavoro riproduttivo non pagato e il luogo di lavoro era il dominio maschile del lavoro retribuito. Con l’ascesa della finanziarizzazione questa divisione è andata a scemare e lo stesso nucleo familiare è divenuto luogo di calcolo capitalistico: il nucleo familiare sempre più visto come un insieme di esposizioni finanziarie da gestire.. come le spese educative, assicurazione sanitaria , muti, investimenti pensionistici, sono soltanto alcune delle questioni finanziarie di cui i nuclei familiari sono spinti a farsi carico. Corollario di questi processi di finanziarizzazione è un intensificazione del lavoro. Cosi come il capitale è spinto ad assicurare più alti livelli di produttività e profitto, il lavoro assume elevati fattori di rischio ed è soggetto a domande di maggiore produttività, flessibilità oraria e pagamento di salari reali più bassi. La condizione di precarietà lavorativa squilibra la proporzionalita inversa tra i momenti di intensificazione e di estensione del lavoro.