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Riassunto del libro "Bubble Democracy" di Damiano Palano
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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La bubble democracy può essere vista come assetto alternativo a: o Parlamentarismo è caratterizzato dalla centralità delle assemblee rappresentative o Democrazia dei partiti è caratterizzato dalla fiducia riposta in un determinato partito, con un ridimensionamento dell’autonomia dei parlamentari o Democrazia del pubblico dove le appartenenze partitiche apparivano sempre meno forti L’assetto della bubble democracy è caratterizzato da alcuni elementi in comune con la democrazia del pubblico, come l’indebolimento delle identificazioni con i partiti. Elementi principali dell’ideal-tipo sono:
Philip Dick mise in scena un labirinto di complotti e manipolazioni. In cui le finzioni si intrecciavano con la realtà. Nel suo scritto l’intero sistema economico-politico si fondava su una falsificazione della realtà, dove la guerra che veniva descritta in realtà si era conclusa da molti anni. Le immagini della devastazione che la televisione trasmetteva erano solo una menzogna, così come lo era la guerra stessa fra Occidente e Oriente. In questo è facile riconoscere una critica alla democrazia americana. Dick riproponeva la stessa immagine della democrazia che emergeva dalla realtà americana. Questa realtà era molto diversa dal passato, sia per via delle trasformazioni avvenute a livello economico e sociale che avevano innescato un processo di centralizzazione in ognuno dei tre gruppi più potenti (militari, classe politica, élite economica), sia perché questi settori si fondavano fra di loro dando vita a un’oligarchia compatta. Nel clima degli anni Cinquanta, l’esplosione della società dei consumi e l’irruzione della televisione nella vita quotidiana rafforzarono la sensazione che il cittadino delle democrazie occidentali andasse trasformandosi in un “uomo a una dimensione”, privo di capacità critiche e totalmente succube delle manipolazioni del sistema comunicativo. Il bersaglio delle tecno-utopie sorte all’inizio degli anni Ottanta divenne il monopolio della televisione generalista, e molti videro nella rivoluzione micro-elettronica le condizioni per un rovesciamento della dinamica della “massificazione” e di quella stessa logica che aveva condotto il pubblico a essere solo uno spettatore passivo del piccolo schermo. In questi stessi anni il cyberpunk contribuì ad alimentare la possibilità che la tecnologia non fosse uno strumento solo nelle mani del potere economico o delle oligarchie politiche. Da questo proviene l’idea che la tecnologia non è più solo uno strumento nelle mani del potere totalitario, ma è anche uno strumento di emancipazione individuale. Negli anni Ottanta e Novanta nasce l’idea secondo la quale la Rete poteva dare vita a una nuova democrazia elettronica, e secondo cui Internet poteva rappresentare l’agorà virtuale per le discussioni tra i cittadini, al di fuori di qualsiasi organizzazione politica. A partire dall’inizio del nuovo secolo le logiche della commercializzazione iniziano a prendere possesso del web, lasciando poco spazio agli sviluppi democratici auspicati nei decenni precedenti. A partire dal 2008 l’emergere di leader e di movimenti definiti “populisti” iniziò ad accumunare pressoché tutti i sistemi politici occidentali; mentre la “polarizzazione” cominciò a diventare un elemento costante del confronto politico. L’ascesa politica di Trump ha portato gli studiosi da un lato a cercare le ragioni profonde nelle trasformazioni economiche e sociali della globalizzazione, dall’altro lato si sono rivolti a dinamiche di reazioni culturali. Ancora prima della propria campagna elettorale, Trump aveva attinto ad un arsenale di informazioni manipolari, scorrette o persino inventate. Questo viene definito “postverità”, termine con cui ci si riferisce a “circostanze in cui i
fatti oggettivi sono meno influenzati delle credenze personali o dell’appello alle emozioni nel condizionare l’opinione pubblica”. Non si tratta di un vero e proprio abbandono dei fatti, ma di una corruzione del processo attraverso cui i fatti vengono raccolti e utilizzati per plasmare le proprie credenze sulla realtà. La grande popolarità di questo neologismo è legata alla Brexit, durante la quale i sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non esitarono a ricorrere a deformazioni della realtà e a falsificazioni. La discussione sulla postverità si è spesso intrecciata con la denuncia sui rischi delle fake news. Le cause che sarebbero alla base della nostra attitudine di relativizzare i fatti sono state individuate in livelli ben differenti, che però solo in parte chiamano in causa i mutamenti tecnologici in cui hanno iniziato a proliferare le fake news. Nel corso del tempo, su ogni questione controversa, i media hanno iniziato a ospitare “entrambi i lati della storia”, concedendo a volte lo stesso spazio alla posizione largamente condivisa dagli scienziati e a posizioni minoritarie. Davanti a questa contrapposizione, un primo risultato è stato quello di disorientare il pubblico. Ma un secondo risultato è consistito nel rendere la faziosità il criterio principale di valutazione delle diverse posizioni. Il trionfo contemporaneo della postverità darebbe dunque maturato gradualmente nelle critiche ai “pensieri forti”: nel corso degli ultimi quarant’anni, si è proceduto a smantellare pressoché ogni fattore di identificazione collettiva, facendo così ulteriormente alimento intellettuale al processo di progressiva individualizzazione delle società occidentali. Per molti osservatori dell’esplosione populista, il tema della “postverità” si è legato alla denuncia della potenza dimostrata da attori invisibili che, inserendosi nelle reti di comunicazione globale, si sono rivelati capaci di manipolare informazioni, diffondere menzogne e anche di modificare le intenzioni di voto degli elettori. L’avvento dei social media ha radicalmente mutato tanto il contesto comunicativo quanto la logica delle campagne elettorali, aprendo il campo a individui capaci di accendere passioni e di mobilitare gli utenti in determinate direzioni, e ovviamente anche verso specifiche opzioni di voto. La propaganda politica è radicalmente cambiata rispetto al passato. Le campagne politiche prendono di mira il singolo consumatore, le sue preferenze e le sue aspirazioni. Dato che l’ingresso sulla scena della nuova “politica quantistica” modifica radicalmente lo scenario in cui si muovevano in precedenza gli attori politici, l’attenzione di molti osservatori si è soffermata soprattutto sulle manipolazioni di potenza straniere, intenzionate a orientare il voto dei cittadini e a destabilizzare il quadro delle democrazie occidentali. Lo sharp power è il potere di penetrare l’arena dei paesi democratici: un potere che trafigge, penetra o perfora il contesto mediatico e politico. Lo sharp power si muoverebbe lungo tre direttrici principali: a. Investire denaro per esportare le piattaforme mediatiche domestiche b. Comprare aziende o partecipazioni senza dover temere eccessive ostruzioni da parte del mercato c. Condurre campagne per delegittimare i sistemi democratici Dopo il 1989, gli Stati Uniti e l’Ue sposarono senza esitazioni la “politica dell’inevitabilità”, persuadendosi che la Storia fosse davvero finita e che democrazia e libero mercato fossero destinati a estendersi al mondo intero. Ma gradualmente la realtà ha mostrato che non si trattasse di processi inevitabili. Cominciata nel 2010, l’ascesa della “politica dell’eternità” conobbe un’ulteriore accelerazione con le elezioni americane del 2016. Walter Lippmann afferma che in ogni contesto il mondo con cui gli esseri umani hanno a che fare è fuori dalla loro portata e per questo deve essere esplorato e immaginato. Un esame realistico dei meccanismi con cui funzionava l’opinione pubblica rendeva più che problematici gli assunti su cui la teoria democratica si fondava. Lo sviluppo delle tecniche della manipolazione profilava una minaccia più evidente anche negli assetti democratici. Le riflessioni di Lippmann andavano a scontrarsi con una delle basi dell’immaginario politico statunitense che aveva affidato ai cittadini e all’opinione pubblica il compito di salvaguardare la democrazia. Dopo il primo conflitto mondiale, la teoria politica e le scienze sociali statunitensi iniziarono a operare sulla figura dell’ homo democraticus una metamorfosi che ne avrebbe alterato in modo sostanziale i tratti. Innanzitutto, adottarono una visione delle “masse” almeno in parte influenzata dalla riflessione europea e sicuramente assai meno ottimistica di quella coltivata a lungo nel Nuovo Mondo.
Unico” stava proprio in quegli elementi che contraddistinguono ciascun individuo: l’amore, la passione, la gelosia, l’invidia. Nel corso del secolo, gradualmente, molti dei tratti psicologici riconosciuti nella “folla” iniziarono ad essere estesi anche alla “massa”, e cioè a gruppi di individui stabilmente organizzati all’interno di partiti, eserciti, chiese e persino negli Stati. Le “masse” del Ventesimo secolo si caratterizzavano per la loro salda adesione a una fede incrollabile e per la dedizione assoluta a bandiere, ideologie e leader. Tarde affermò che la stagione che si stava aprendo era l’”era del pubblico”, dove con “pubblico” si identificava quella specifica condizione che scaturiva dall’esposizione di individui fisicamente separati a una stessa fonte persuasiva. Il pubblico era cioè la forma di collettività resa possibile dall’invenzione e dalla diffusione della stampa, che consentiva la formazione di “correnti di opinione” ben diverse dagli assembramenti in piazza, più o meno spontanei. Il Novecento è stato segnato dal protagonismo delle masse e del pubblico, e questi due soggetti stilizzati hanno presentato due modalità alternative di organizzazione politica. Il nuovo medium televisivo consentiva all’aspirante leader di rivolgersi direttamente agli elettori, senza dover utilizzare propri apparati comunicativi. A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale si possono individuare alcune grandi tendenze (modernizzazione, individualizzazione, secolarizzazione, estetizzazione, razionalizzazione, mediatizzazione) e, partendo da queste tendenze, è possibile riconoscere tre distinte sequenze evolutive, che scandiscono i mutamenti della comunicazione politica:
imperativo era ormai impegnarsi nella contesa elettorale per ottenere cariche pubbliche, e che, per raccogliere voti in ogni settore sociale, finiva di fatto con l’ammainare la propria bandiera ideologica. I grandi partiti formano di fatto dei “cartelli”, nel senso che sottoscrivono fra loro una sorta di patto con cui cercano di minimizzare i rischi derivanti da una possibile sconfitta elettorale e dunque dall’esclusione dall’area di governo. E per quanto l’immagine del cartel party non risulti del tutto convincente, è dunque difficile contestare due elementi centrali: da un lato, l’indebolimento del rapporto tra partiti e società; dall’altro, il progressivo inserimento dei partiti nelle istituzioni statali. Per un verso i partiti tengono ancora le redini del potere, conservano una sorta di monopolio per quanto concerne la strutturazione del voto. Per l’altro verso, l’inserimento all’interno delle istituzioni statali ha comportato il loro distacco dalla società, con la conseguenza che il triangolo che in precedenza legava fra loro partito, società e Stato risulta ormai spezzato. Per comprendere davvero il complesso di dinamiche che conducono al tramonto del partito di integrazione di massa è anche necessario tenere conto del quadro geo-politico e geo-economico, segnato innanzitutto dalla crisi fiscale dello Stato, dalla fine dell’era americana e dalla crisi dell’ordine internazionale liberale. L’incubo della “massificazione”, nella seconda metà del Novecento, venne a legarsi stabilmente all’idea che fosse in atto un processo di omologazione consumistica, di cui la televisione risultava l’agente principale. La conseguenza di una simile omologazione appariva, oltre all’estensione dei nuovi modelli di consumo, la riduzione dello spirito critico e dell’autonomia di giudizio da parte dei cittadini. La nuova “folla solitaria” della società consumistica era il prodotto di una trasformazione culturale innescata dal processo di industrializzazione. La più coerente denuncia della massificazione giunse dagli autori della Scuola di Francoforte e dalla loro analisi dell’”industria culturale”. In Italia fu probabilmente Pier Paolo Pasolini a tradurre la protesta contro la standardizzazione culturale in un vero e proprio grido di battaglia contro la società di consumo e contro la “mutazione antropologica” innescata dalla televisione. In Europa, a partire dagli anni Ottanta, molti studiosi hanno sostenuto che le trasformazioni del servizio pubblico televisivo e l’ingresso della tv commerciale abbiano contribuito al crescente cinismo dei cittadini e alla crescita della sfiducia nei confronti della classe politica. All’inizio del XXi secolo, Colin Crouch ha individuato nella personalizzazione della comunicazione e nella gestione delle campagne da parte di professionisti due sintomi qualificanti della deriva “postdemocratica”. La “postdemocrazia” descrive infatti un assetto in cui le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore, mentre la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, con la conseguenza di una perdita si attrattiva, sempre più accentuata, da parte di argomenti a favore dell’egualitarismo. Esito del tentativo delle forze politiche di far fronte alla disaffezione dei cittadini, il ricorso alle tecniche dello “spin”, secondo Crouch avrebbero però finito per innescare un’ulteriore regressione. Non tutti gli studiosi di comunicazione politica hanno però condiviso una lettura così pessimista. Norris ha contestato piuttosto severamente la tesi del “videomalessere” e l’idea secondo cui il cinismo e la disaffezione dei cittadini nei confronti della sfera politica sarebbero determinati dalla spettacolarizzazione della comunicazione, oltre che dal notevole ridimensionamento della carta stampata. Norris ha sostenuto che buona parte delle premesse che sorreggono la tesi del “videomalassere” sia infondata, e che il nuovo contesto informativo in realtà abbia aumentato le opportunità di essere informati sulle questioni pubbliche su differenti canali, programmi, formati, livelli. Ma, soprattutto, che l’attenzione nei confronti delle campagne dei partiti e la fruizione dei mezzi di informazione risultano associati positivamente a molti indicatori di conoscenza, di fiducia e di mobilitazione politica. È largamente condivisa, invece, l’idea che la rivoluzione televisiva abbia contribuito in misura significativa a dissolvere le appartenenze subculturali, a erodere le identificazioni politiche più solide e, dunque, a intaccare la compattezza di quelle masse su cui i partiti novecenteschi avevano incardinato la loro struttura organizzativa, portando alla ribalta un pubblico tendenzialmente omogeneo per gusti estetici, scelte di consumo, orientamenti valoriali e politici. A metà degli anni Novanta fu in particolare Bernard Manin a fissare la logica della trasformazione che si stava realizzando e a sostenere che una nuova “democrazia del pubblico” stava ormai sostituendo la vecchia “democrazia dei partiti”. Manin si soffermava anche sulla “metamorfosi” che il governo rappresentativo aveva subito nell’arco di poco più di un secolo. Il punto di partenza era proprio il venir meno del rapporto di identificazione che in passato legava cittadini e partiti.
Lo stesso Manin ha in seguito ridimensionato la portata della propria diagnosi, riconoscendo che nel periodo successivo alla pubblicazione del volume la democrazia dei partiti non è stata abbandonata del tutto. Manin sembrava sottostimare anche la stessa capacità di persistenza dei partiti. Ciò che allora si stava delineando era la lenta metamorfosi del partito di integrazione di massa in un modello differente. L’ideal-tipo della democrazia del pubblico dovrebbe arricchirsi di un riferimento al tipo di partito più nettamente connesso con la centralità del mezzo televisivo, la personalizzazione e lo spostamento delle energie verso la campagna elettorale. La democrazia del pubblico riconosceva implicitamente l’esistenza di barriere all’ingresso piuttosto elevate, che rendevano estremamente per formazioni outsider sfidare i vecchi partiti. L’architettura del sistema dei media nella democrazia del pubblico non era sostanzialmente differente rispetto a quella della democrazia dei partiti, se non altro perché in entrambi i casi le barriere di ingresso al mercato risultavano estremamente elevate. La centralità del “pubblico” non implicava soltanto una spinta consistente verso la personalizzazione, ma anche una tendenziale convergenza verso il centro dei principali attori politici. L’affermazione di un grande media generalista come la tv rendeva pressoché inevitabile che i leader dei grandi partiti cercassero la vittoria elettorale al “centro”: era cioè scontato che la battaglia si concentrasse sul tentativo di conquistare il voto dell’elettore mediano, collocato in una posizione “moderata” tra i due estremi della sinistra e della destra. Solo in alcuni casi la democrazia del pubblico si è davvero materializzata, e in alcuni contesti in particolare (es. Italia della Seconda Repubblica) sono rimaste a lungo le tracce della democrazia dei partiti.
Sul finire degli anni Settanta, Jean Baudrillard riconobbe nella resistenza a ogni manipolazione mostrata dalla “maggioranza silenziosa” il segno del decadimento politico e una testimonianza della “morte del sociale”. Lo stacco dalla sfera del “politico” si realizzava nella forma di una “morte del sociale”, e cioè in una condizione nella quale la specificità del sociale veniva a dissolversi e nella quale non esisteva nessun significato sociale capace di dar forza a un significante politico. La “maggioranza silenziosa” era una prima prefigurazione dell’audience che sarebbe diventata la principale destinataria dei messaggi dei leader politici dopo la crisi della democrazia dei partiti. Il pubblico protagonista delle scelte democratiche poteva apparire in fondo come il composto osservatore di una competizione politica sostanzialmente “centripeta”, nella quale la vittoria elettorale sembrava dipendere dalla conquista del voto dell’elettore mediano, collocato al centro dello spettro politico e indeciso tra destra e sinistra. E la “maggioranza silenziosa” pareva essere la severa custode della stabilità politica. A partire dall’esplosione della crisi del 2008 il pubblico delle democrazie occidentali si è dimostrato molto più radicale di quanto si fosse pensato in precedenza. E la “maggioranza silenziosa” si è rilevata spesso disposta a concedere il proprio sostegno elettorale a partiti radicali o addirittura estremisti. La stagione inaugurata dalla crisi globale dell’economica ha in effetti visto nascere nuovi partiti outsider, che in alcuni casi sono stati in grado di ottenere notevoli performance elettorali. Le performance degli outsider diventano invece davvero più significative dopo il 2008, quando la loro sfida si fa molto più insidiosa per i partiti tradizionali. E a partire dal 2016 l’esplosione populista assume sempre più evidentemente portata globale. I segnali che sembrano sancire la definizione di un nuovo assetto erano principalmente l’affermazione di nuove formazioni (Movimento 5 Stelle in Italia), la frammentazione del pubblico in segmenti più ridotti e infine la crescita costante della sfiducia nei confronti della classe politica. La stagione della democrazia del pubblico si è conclusa probabilmente perché, proprio a seguito della progressiva affermazione del web come canale informativo per molti cittadini, ha cominciato a modificarsi l’ambiente in cui i cittadini si formano le loro opinioni ed esprimono le loro identità. Seguite alla crisi del 2011 si sono iniziati a perdere i caratteri della democrazia del pubblico e ad assumere le fattezze di una “democrazia ibrida”. Nella stagione compresa fra il 1994 e il 2011, la mediazione tra partiti e cittadini era garantita principalmente dai media, mentre i reticoli fiduciari subculturali risultavano sempre più indeboliti. Con l’irruzione della crisi economica, quell’assetto aveva però cominciato a sfaldarsi, combinandosi con la frammentazione dell’offerta comunicativa.
La crescente sfiducia non comportava però un allontanamento dalla politica, quanto piuttosto un aumento della partecipazione, seppur in forme fortemente critiche rispetto agli attori della democrazia rappresentativa, e che si incontrano con la prospettiva della “democrazia della Rete”, e con l’ambizione di una piena disintermediazione politica: una “democrazia ibrida”, collocata in una zona intermedia fra passato e futuro. Questo mutamento è destinato, almeno in parte, a influire sulla dinamica complessiva e a dar forma a un quadro sostanzialmente differente rispetto a quello della democrazia del pubblico. La formula bubble democracy è capace di registrare sia la rilevanza che assumono le “bolle” in cui l’audience generalista si frammenta, sia la tendenziale autoreferenzialità che tende a contrassegnare i segmenti in cui si divide il pubblico. I tratti della bubble democracy sono costruiti estremizzando alcuni dati riconoscibili nella realtà, con l’obiettivo di enfatizzare una tendenza e di coglierne le implicazioni. La sagoma della bubble democracy non deve essere interpretata come la descrizione fedele di ciò che sono oggi le democrazie occidentali, e neppure nei termini di una previsione deterministica sui mutamenti nel comportamento di voto, sulle scelte di consumo mediale, sulla crisi dei media tradizionale o della tv generalista. La funzione di questa immagina è piuttosto finalizzata a comprendere in quale misura i sistemi politici occidentali risultino oggi vicini al modello della democrazia dei partiti, alla democrazia del pubblico o alla bubble democracy. Gli aspetti della bubble democracy:
traduca soltanto nella diminuzione dei tassi di partecipazioni alle consultazioni elettorali, ma anche nello spostamento degli elettori verso le estremità dello spettro politico. Se negli anni Cinquanta e Sessanta il voto appare influenzato dalla ricerca di sicurezza e protezione, dagli anni Settanta subentra la componente dell’abitudine (elettore fedele). È a partire dagli anni Ottanta che la sfiducia comincia ad aumentare, traducendosi dapprima in un incremento graduale dell’astensione, per poi rivolgersi a partiti radicali, protagonisti dell’ondata populista. Negli anni Dieci invece le cose cambiano piuttosto sensibilmente, dal momento che “l’elettore riprende a votare e sceglie un partito nuovo”. La disaffezione tende a tradursi in “rabbia”, in un risentimento che assume come bersagli privilegiati la classe politica, i partiti “tradizionali”, l’enstablishment o addirittura le élite. La dissoluzione di ciò che resta delle vecchie identificazioni partitiche e delle appartenenze subculturali ereditate dal passato non si traduce semplicemente in disillusione e in un incremento dell’astensionismo, ma va a incrementare la spinta alla polarizzazione. Ciò significa che quell’elettore disilluso, apatico, tendenzialmente alienati che nella democrazia del pubblico era periferico, nella logica della bubble democracy diventa invece praticamente cruciale. Ed è d’altronde proprio questa logica che alimenta la polarizzazione propria della bubble democracy. Un tassello cruciale dell’ideal-tipo della bubble democracy riguarda proprio la tendenza alla polarizzazione e, dunque, la presenza di forti spinte centrifughe. Ciò rappresenta un tratto di marcata discontinuità rispetto alla democrazia del pubblico, nella quale i leader politici si rivolgono a un pubblico unitario e a un’audience costituita tendenzialmente dall’intero elettorato. Nella bubble democracy il pubblico si frammenta in una serie di segmenti distinti, ognuno dei quali può diventare oggetto di un flusso informativo orientato in senso “partigiano”. Grazie alle frammentazioni del pubblico e alla personalizzazione dei suggerimenti, i leader politici possono rivolgersi a una specifica nicchia, con un messaggio centrato su uno specifico tema. Dato che la comunicazione non deve essere indirizzata a un pubblico omogeneo, ma a una porzione limitata, l’obiettivo, più che quello di convincere con argomentazioni moderate, può diventare quello di mobilitare al voto puntando su temi identitari e tendenzialmente piuttosto radicali, magari capaci di alimentare o sfruttare i meccanismi di polarizzazione propri delle echo chambers. Nel delineare l’ideal-tipo di una bubble democracy, si può infatti già oggi riconoscere come, all’aumento della sfiducia e alla frammentazione del pubblico, si accompagni, quasi come conseguenza logica, una marcata tendenza alla polarizzazione politica e, più in generale, alla radicalizzazione delle posizioni. La chiusura nella “bolle” sembrerebbe destinata a favorire un processo di crescente polarizzazione. Se la discussione avviene all’interno di un gruppo di persone con posizioni ideologiche simili, il risultato sarà quello di una crescente radicalizzazione di ciascuno dei membri del gruppo e, dunque, di un progressivo allontanamento dalle posizioni di altri gruppi. Se un simile meccanismo riguarda ogni tipo di gruppo, esse risulterebbe però rafforzato proprio dalla tendenza alla frammentazione del pubblico, dalla formazione delle “bolle” e dalla logica delle echo chambers. Proprio i meccanismi di polarizzazione e omofilia possono spiegare la proliferazione delle fake news. A giocare un ruolo rilevante sono innanzitutto, secondo Sunstein, le cyber-cascate , che favoriscono la diffusione sia di opinioni fondate su fatti accertati, sia di dicerie e fake news. In secondo luogo, i bozzoli informativi costruiti dai social media e dal filtro degli algoritmi rafforzerebbero la tendenza alla polarizzazione. In terzo luogo, negli scambi comunicativi sarebbe sempre all’opera ciò che gli psicologi definiscono la biased assimilation , ossia una sorta di pregiudizio che induce inconsapevolmente a filtrare le informazioni sulla base di convinzioni di partenza. Le echo chambers favoriscono, da un lato, la diffusione di menzogne sempre più difficili da smentire; dall’altro, un’opinione fortemente polarizzata e un sistema comunicativo frammentato favoriscono la paralisi politica e mettono in pericolo l’edificio democratico. Se la libertà di parola è uno dei pilastri dell’architettura costituzionale americana, l’ambiente in cui oggi questa libertà si esercita potrebbe finire col rendere instabile l’intero assetto pluralistico. Il termine “polarizzazione” può essere utilizzato per indicare processi piuttosto differenti. In primo luogo, si può parlare di “polarizzazione” a proposito della tendenza degli individui che partecipano a discussioni di gruppo su un tema specifico ad aggregarsi attorno a posizioni e argomentazioni tra loro nettamente distanti. In secondo luogo, ci si può riferire invece alla tendenza dei cittadini ad aggregarsi politicamente attorno a due poli nettamente ostili l’uno dall’altro. Infine, si può intendere per “polarizzazione” l’aumento della distanza ideologica tra le forze politica che partecipano alla competizione elettorale.
Da una trasformazione dell’ambiente comunicativo sarebbe lecito attendersi anche una trasformazione nei partiti. Con una logica simile che vide i partiti di integrazione di massa assumere i tratti propri dei catch-all-party, ci si potrebbe aspettare che il partito professionale elettorale o il cartel party debbano modificare la loro struttura interna e spostare il baricentro della loro azione con l’obiettivo prioritario di intercettare i segmenti in cui l’elettorato risulta diviso. L’abbondanza informativa ha indebolito le appartenenze ideologiche, per poi consentire a nuove strutture di interazione di sostituirsi alle vecchie, dal momento che anche organizzazioni scarsamente dotate di risorse finanziarie e umane possono oggi fruire delle possibilità offerte dalla proliferazione di comunicazione a basso costo. La sfiducia nei confronti dei partiti registrata in tutte le democrazie occidentali non è solo un dato occasionale, ma il segnale della conclusione di una lunga vicenda storica che ha segnato il XX secolo. Sempre più privi di stabili connessioni con la società, i partiti sono allora indotti a volgersi verso i loro potenziali elettori solo sfruttando i canali della comunicazione politica. E lo spazio della “sovranità” del partito sembra dissolversi, stretto dentro un “triangolo a geometria variabile”, i cui vertici sono rappresentati dal potere mediatico, dal potere economico-finanziario e dall’insieme dei movimenti. La trasformazione avviene a due livelli:
Benché l’essere umano, almeno nell’esperienza occidentale, fosse fino ad allora rimasto un soggetto autonomo, non era da escludere a priori che il tipo emergente di propaganda non potesse intaccare quel patrimonio storico confuso con “l’essenza dell’uomo”. In sostanza, le qualità dell’”uomo-soggetto”, ovvero ragionante e capace di discussione razionale, non sono connaturate necessariamente all’essere umano. La minaccia principale all’autonomia dell’”uomo- soggetto” proveniva dalla propaganda leninista e nazista, che avevano puntato alla creazione di un uomo nuovo. A differenza delle tradizionali forme di propaganda, quella totalitaria si apriva consapevolmente al problema di fare gli uomini, volta a instaurare uno pseudo-soggetto, cioè un essere senza verità provvisto delle stesse sembianze e della stessa certezza del genuino sapere. Negli anni seguenti la contrapposizione bipolare si attenuò, dopo la morte di Stalin, l’edificio della propaganda sovietica iniziò ad avere qualche crepa. Senza dubbio le tensioni che oggi investono i sistemi democratici occidentali non sono solo il risultato dei mutamenti comunicativi. Il successo ottenuto dai “neopopulismi” nel corso dell’uomo decennio è dovuto all’intreccio di tre crisi differenti: