Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Riassunto del Patota, Schemi e mappe concettuali di Storia della lingua italiana

Riassunto del Patota, Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2017/2018

Caricato il 12/03/2025

annarosa-grieco
annarosa-grieco 🇮🇹

3 documenti

1 / 44

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
CAPITOLO I. L’italiano: definizione, storia, varietà
L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica italiana, secondo l’art. 1 della legge sulle minoranze
linguistiche storiche presenti sul territorio (albanese, tedesco, francese, friulano, ladino, sardo…), la
cui tutela ammette, per converso, l’ufficialità della lingua italiana come lingua nazionale. Affinché
l’italiano venga conosciuto ed utilizzato correttamente da tutti i cittadini, deve essere insegnato a
scuola, tramite lo studio di grammatiche e dizionari.
Oltre che nei confini nazionali, l’italiano viene parlato nello Stato del Vaticano e nella Repubblica di S.
Marino, autonomi rispetto allo Stato italiano, e in Svizzera nel Canton Ticino; mentre alcune varietà
dialettali sono state esportate da emigranti in America, in Australia e in altri Stati europei a partire
dagli inizi del 900. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un nuovo tipo di emigrazione, detta di
prestigio per via dei giovani altamente alfabetizzati che lasciano l’Italia in cerca di opportunità più
gratificanti.
Il modello linguistico di riferimento per la lingua italiana è il fiorentino, un dialetto o, meglio, un
VOLGARE che ha avuto fortuna rispetto agli altri, di cui si possono individuare tre fasi di affermazione
come lingua comune:
1. nel ‘300, il successo e la diffusione delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio consacrò il fiorentino
trecentesco come modello linguistico fin dal 300 ;
2. nel ‘400-‘500, tra la metà del 400 e gli inizi del 500 gli stampatori fecero emergere la necessità di
una lingua comune che permettesse la diffusione delle opere letterarie su tutto il territorio, da cui si
originò un dibattito linguistico che prese il nome di QUESTIONE DELLA LINGUA e che vide come
vincitore il fiorentino classicista-arcaizzante del ‘300, proposto da Pietro Bembo nelle sue PROSE
DELLA VOLGAR LINGUA (edite per la prima volta a Venezia nel 1525);
3. nell’‘800, Manzoni nella seconda edizione dei Promessi Sposi detta QUARANTANA, utilizzò il
fiorentino modernizzato sulla base di quello medio-alto a lui contemporaneo.
La scelta di inserire la lettura della Divina Commedia dantesca e dei Promessi Sposi manzoniani nei
programmi d’italiano delle scuole secondarie di primo e secondo grado del nostro paese è doverosa
e legata al ruolo assunto da entrambe le opere nella formazione del modello linguistico nazionale. Le
PROSE DELLA VOLGAR LINGUA bembiane sono rimaste escluse dalla lettura in ambito scolastico, la
loro esclusione è legata alla tipologia testuale, la grammatica, che poco si adatta ad una lettura
scorrevole e necessita di approfondire le riflessioni.
Essendo una lingua di matrice letteraria, l’italiano non si impara spontaneamente mediante
l’interazione con gli altri parlanti di una stessa comunità (L1); è una lingua normativa che
rappresenta uno standard non corrispondente alla lingua della comunicazione primaria, perciò
appresa solo mediante lo studio (L2=lingua seconda). Nell’oralità, questa è utilizzata solo da
professionisti (attori, doppiatori…), a seguito di un corso di dizione, da studiosi o da chi ricopre ruoli
istituzionali.
L’italiano spontaneo, invece, è una varietà non unitaria che si diversifica diatopicamente, cioè in base
al territorio di provenienza dei parlanti, e si può riferire all’italiano di un singolo centro, detto italiano
locale, di una zona più ampia, detto microareale, o di un’area vasta (che può includere anche regioni
diverse), detto macroareale; si parla, perciò, di diversi italiani.
Dagli anni ’80 è stata individuata un’altra varietà, definita da Sabatini nel 1985 italiano dell’uso
medio per indicare l’italiano meno ingessato che si utilizza nelle occasioni medie, cioè non formali;
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c

Anteprima parziale del testo

Scarica Riassunto del Patota e più Schemi e mappe concettuali in PDF di Storia della lingua italiana solo su Docsity!

CAPITOLO I. L’italiano: definizione, storia, varietà L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica italiana, secondo l’art. 1 della legge sulle minoranze linguistiche storiche presenti sul territorio (albanese, tedesco, francese, friulano, ladino, sardo…), la cui tutela ammette, per converso, l’ufficialità della lingua italiana come lingua nazionale. Affinché l’italiano venga conosciuto ed utilizzato correttamente da tutti i cittadini, deve essere insegnato a scuola, tramite lo studio di grammatiche e dizionari. Oltre che nei confini nazionali, l’italiano viene parlato nello Stato del Vaticano e nella Repubblica di S. Marino, autonomi rispetto allo Stato italiano, e in Svizzera nel Canton Ticino; mentre alcune varietà dialettali sono state esportate da emigranti in America, in Australia e in altri Stati europei a partire dagli inizi del 900. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un nuovo tipo di emigrazione , detta di prestigio per via dei giovani altamente alfabetizzati che lasciano l’Italia in cerca di opportunità più gratificanti. Il modello linguistico di riferimento per la lingua italiana è il fiorentino, un dialetto o, meglio, un VOLGARE che ha avuto fortuna rispetto agli altri, di cui si possono individuare tre fasi di affermazione come lingua comune:

  1. nel ‘300, il successo e la diffusione delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio consacrò il fiorentino trecentesco come modello linguistico fin dal 300 ;
  2. nel ‘400-‘500, tra la metà del 400 e gli inizi del 500 gli stampatori fecero emergere la necessità di una lingua comune che permettesse la diffusione delle opere letterarie su tutto il territorio, da cui si originò un dibattito linguistico che prese il nome di QUESTIONE DELLA LINGUA e che vide come vincitore il fiorentino classicista-arcaizzante del ‘300, proposto da Pietro Bembo nelle sue PROSE DELLA VOLGAR LINGUA (edite per la prima volta a Venezia nel 1525);
  3. nell’‘800, Manzoni nella seconda edizione dei Promessi Sposi detta QUARANTANA, utilizzò il fiorentino modernizzato sulla base di quello medio-alto a lui contemporaneo. La scelta di inserire la lettura della Divina Commedia dantesca e dei Promessi Sposi manzoniani nei programmi d’italiano delle scuole secondarie di primo e secondo grado del nostro paese è doverosa e legata al ruolo assunto da entrambe le opere nella formazione del modello linguistico nazionale. Le PROSE DELLA VOLGAR LINGUA bembiane sono rimaste escluse dalla lettura in ambito scolastico, la loro esclusione è legata alla tipologia testuale, la grammatica, che poco si adatta ad una lettura scorrevole e necessita di approfondire le riflessioni. Essendo una lingua di matrice letteraria, l’italiano non si impara spontaneamente mediante l’interazione con gli altri parlanti di una stessa comunità (L1); è una lingua normativa che rappresenta uno standard non corrispondente alla lingua della comunicazione primaria, perciò appresa solo mediante lo studio (L2=lingua seconda). Nell’oralità, questa è utilizzata solo da professionisti (attori, doppiatori…), a seguito di un corso di dizione, da studiosi o da chi ricopre ruoli istituzionali. L’italiano spontaneo, invece, è una varietà non unitaria che si diversifica diatopicamente, cioè in base al territorio di provenienza dei parlanti, e si può riferire all’italiano di un singolo centro, detto italiano locale, di una zona più ampia, detto microareale, o di un’area vasta (che può includere anche regioni diverse), detto macroareale; si parla, perciò, di diversi italiani. Dagli anni ’80 è stata individuata un’altra varietà, definita da Sabatini nel 1985 italiano dell’uso medio per indicare l’italiano meno ingessato che si utilizza nelle occasioni medie, cioè non formali;

nel 1987 Gaetano Berruto introdusse l’etichetta di neo-standard , riconoscendo questa varietà come nuovo modello dell’italiano contemporaneo, a cui affiancò la definizione di italiano regionale colto medio , riportandolo in uno schema, chiamato schema dell’italiano contemporaneo, che presenta al centro dei tre assi di variazione (diamesico, diastratico e diafasico) un’ellissi con due fuochi, rappresentanti l’italiano standard ( letterario) e neo-standard; in basso sono illustrate le varietà substandard (parlato colloquiale, regionale, informale, gergale), mentre in alto le superstandard (formale aulico, tecnico-scientifico, burocratico). Questo schema evidenzia la gamma di varietà di cui è composta la lingua italiana, varietà che non sono nettamente divise ma rappresentano un continuum, avendo tratti comuni con quelle contigue per descrivere la continuità si richiama la metafora delle onde del mare: nasce da quella precedente e degrada verso quella successiva senza soluzione di continuità. APPROFONDIMENTO 3: ASSI DI VARIAZIONE. Il linguista rumeno Eugenio Coseriu ha individuato 4 parametri fondamentali della variazione linguistica:

  1. Diacronia: la lingua cambia nel tempo
  2. Diatopia: la lingua cambia nello spazio
  3. Diastratia: la lingua cambia in base al livello culturale
  4. Diasfasia: la lingua cambia in base al contesto situazionale Nel 1983 ALBERTO MIONI, ha aggiunto a questa lista per l’italiano un quinto parametro DIAMESIA: la lingua cambia in base al mezzo comunicativo che può essere scritto o orale CAPITOLO II. Alle origini dell’italiano (dal latino alle lingue romanze) L’italiano non deriva dal latino, ma ne è l’evoluzione. Durante il periodo di espansionismo dell’Impero, i Romani estesero il loro dominio diffondendo il latino -lingua che avevano ereditato dai Latini (da Latium : Lazio) - attraverso un processo definito romanizzazione linguistica , che interessò la maggior parte dei territori (Europa nord-occidentale, Europa orientale fino al Mar Nero e Nord Africa), che costituirono così la Romània , cioè la terra in cui si parlava la lingua dei Romani, di cui non faceva parte la zona orientale, che rimase grecofona, e alcuni territori occidentali in cui il latino si affermò solo parzialmente. Il latino diffuso era il latino volgare, cioè la varietà popolare utilizzata dai soldati e dal popolo nelle comunicazioni quotidiane, e non il latino classico (da classicus : “appartenente alla prima classe”), che era una varietà scritta utilizzata nelle opere letterarie dell’età aurea o impiegata oralmente in contesti alti, quali orazioni e discorsi pubblici. Il latino si diffuse perlopiù per due motivazioni, la prima fu il prestigio di cui godeva, infatti, i Romani non imposero mai la loro lingua, ma fu scelta dei popoli vinti quella di adottarla, in virtù della superiorità che le attribuivano; la seconda fu l’esigenza di comprendersi negli scambi commerciali. L’adozione del latino portò alla formazione di lingue di contatto (lingue parlate nelle diverse Province dell’impero e presentavano delle basi autoctone locali ( lingue di sostrato) , ovvero le lingue locali parlate dai popoli vinti, con la lingua di superstrato , il latino volgare. LINGUE DI SOSTRATO: lingue autoctone che sono presenti su un territorio e vengono sostituite da un’altra lingua.

o Fenomeni del latino volgare La caduta delle consonanti in posizione finale (APOCOPE), è un fenomeno determinante che ebbe delle conseguenze molto importanti nella riorganizzazione linguistica:

  • Caduta della M, desinenza dell’accusativo singolare, per cui cadendo ROSA(M) abbiamo ROSA
  • Caduta della T, desinenza della terza persona singolare, per cui cadendo AMA(T) abbiamo AMA
  • Caduta della S, al nominativo masch sing e accusativo masch plur e quindi avremo LUPO(S)--- LUPO
  • Vocalizzazione della S, nei monosillabi si è vocalizzata nella palatale /I/, quindi NOS sarà NOI
  • S palatalizza la vocale precedente prima di cadere, CAPRA(S) sarà CAPRE, o ha aumentato il grado di palatalità della vocale, ad esempio CANE(S) sarà CANI.

La conseguenza della caduta delle consonanti in posizione finale causò il collasso del sistema dei casi, che rese necessaria la messa in atto di strategie linguistiche sostitutive per distinguere la funzione degli elementi in una frase, quali:

  • lo spostamento sull’ accusativo di molte funzioni precedentemente ricoperte da altri casi, infatti la maggior parte delle parole italiane derivano dall’accusativo delle fome latine (FLORE(M) > fiore), anche se vi sono parole derivanti dal nominativo (MULIER > moglie, REX > re) e parole grammaticali derivanti dal genitivo ((IL)LORU(M) > loro) e dal dativo ((IL)LUI > lui);
  • il potenziamento delle preposizioni , necessario per esplicitare il valore assunto dalle forme dell’accusativo, per cui fu introdotta la preposizione DE (DE VINU > di vino) per esprimere il complemento di specificazione. In realtà già durante la fase del latino arcaico le PREPOSIZIONI erano utilizzate nell’uso orale (come testimoniano i dialoghi delle commedie plautine), e anche nel latino classico avevano un ruolo attivo nella formazione dei complimenti obliqui ( ad esempio AD + ACCUSATIVO= MOTO A LUOGO, IN+ ABLATIVO= STATO IN LUOGO).
  • L’ordine fisso degli elementi è quello SOGGETTO, VERBO, COMPLEMENTO OGGETTOO ALTRI COMPLIMENTI ( SVO)

o Differenza della posizione accentuale tra latino classico e latino volgare NEL LATINO VOLGARE ALLA QUANTITÀ COMINCIÒ AD AFFIANCARSI ANCHE LA DISTINZIONE QUALITATIVA: le vocali brevi vennero pronunciate più aperte, mentre quelle lunghe più chiuse. Poi il latino volgare perse la distinzione di durata mantenendo soltanto quella di qualità, e questa pronuncia è continuata poi nelle lingue romanze dove si hanno solamente VOCALI CHIUSE O APERTE. In gran parte dell’area italiana, ma anche in altre zone della Romania, il nuovo sistema presentava in posizione tonica (cioè, accentata) 7 vocali (eptavocalico); si tratta di un sistema a 3 timbri: anteriore, centrale e posteriore e 4 gradi di apertura: alto, medio-alto, medio-basso e basso. Il sistema atono (non accentato) corrisponde a cinque vocali (pentavocalico). Nel latino classico le parole avevano un accento musicale consistente nell’innalzamento della voce. La posizione dell’accento era determinata dalla quantità della penultima sillaba (legge della penultima) : L'accento cade sulla penultima se questa è lunga; cade sulla terzultima se la penultima è breve: monē′re ma lègĕre.

  • la ricomposizione verbale : già in età arcaica, nei verbi composti con una preposizione, le radici con penultima breve avevano perso l’accento (TÈNET > CÙMTENET), ma nel latino volgare fecero nuovamente slittare su essa l’accento (CÙMTENET > CUMTÈNET);
  • lo slittamento dell’accento con le vocali in iato : in latino classico, le parole con due vocali contigue di cui la seconda breve erano accentate sulla terz’ultima (ARÌETE, FILÌOLU), mentre nel latino volgare l’accento slittò sulla seconda vocale ( ariète , filiòlu ). Nelle Province dell’Impero, le lingue di contatto diventarono lingue autonome, definite lingue romanze per l’appartenenza alla Romània; mentre nelle altre Province, alla caduta dell’Impero, queste furono sostituite dalle lingue dei nuovi conquistatori: gli Arabi in Africa; i Germani in Britannia e in Renania; gli Slavi in Dalmazia (Croazia) e Dacia (Romania). Le lingue romanze, formatesi tra il IV e il VIII secolo d.C., vengono dette neolatine , cioè nuovi latini, in quanto evoluzioni del latino volgare. Si possono distinguere quattro raggruppamenti in base alle Province:
  1. gruppo ibero-romanzo (Lusitania, Hispania)-> portoghese, castigliano, catalano, galiziano;
  2. gruppo gallo-romanzo (Gallia)-> francese, provenzale, franco-provenzale, dialetti italiani settentrionali;
  3. gruppo italo-romanzo (Italia)-> italiano, dialetti italiani centro-meridionali, sardo, ladino, corso;
  4. gruppo balcano-romanzo (Dacia (Romania), Dalmazia (Croazia))-> rumeno (in seguito slavinizzato), dalmatico (fino agli inizi del ‘900). L’evoluzione dal latino volgare alle lingue romanze durò vari secoli, anche se per molto si continuò ad utilizzare il latino classico nella scrittura (e ad essere lingua della cultura). Le prime testimonianze ufficiali di varietà diverse dal latino risalgono al IX secolo in Francia: -nell’ 813 , il Concilio di Tours sancì che per le omelie dovesse essere impiegata la rusticam romana linguam per farsi comprendere dai fedeli e quindi si abbandonò il latino; -nell’ 842 , durante il Giuramento di Strasburgo tenutosi nella cattedrale della città il 14 febbraio di quell’anno fu utilizzato il francese antico come lingua ufficiale con valore politico, come attestato da Nitardo che nelle sue Historiae afferma che Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico giurarono la pace

L’albo versorio teneba = e un bianco aratro teneva (cioè, la penna) come notava lo scopritore, Schiaparelli, la & può essere considerata una caratteristica del corsivo degli scribi veronesi poiché si ritrova in altri codici cittadini, mentre è rara nei secc. VII-VIII in altre aree;

  • il tipo lessicale versorio con il significato di aratro è in uso in area veneta; & negro semen seminaba= e un nero seme seminava (cioè, i caratteri neri scritti con l’inchiostro) -L’Iscrizione della Catacomba di Commodilla, si trova a Roma nei pressi della Basilica di S. Paolo fuori le mura e si trova al lato di un affresco raffigurante la Madonna in trono con il bambino insieme a Commodilla e ai due martiri, probabilmente incisa da un chierico per i suoi confratelli con il fine di ammonirli a non recitare il canone della messa (le cose segrete ovvero loratio secreta ) ad alta voce nella prima metà del IX secolo. Segnalata da un archeologo nel 1904, se ne occupò per primo il gesuita Gervasio Celi nel 1906, ma fu Francesco Sabatini a darne una interpretazione esaustiva, individuando all'interno di una facies latineggiante i punti di contatto con il territorio romano, linguisticamente di tipo centrale: l’imperativo negativo formato da NON + linfnico DICERE (coincidente con il tipo latino) si contrapponeve a NE DICAS; tale forma infiniti-vale non sincopata, era diffusa a Roma in modo esclusivo in tutta l'epoca medievale, e in molte varietà dialettali centro-meridionali si ritrova ancora oggi sebbene nella forma apocopata dice;
  • 'occlusiva velare sarda C presente in SECRITA segrete era tipica del romanesco antico (ma il fenomeno si ritrova anche in molte forme centro-meridionali spesso anche per ipercorrettismo);
  • la I di SECRITA è da leggere e; la resa con I di e romanza è uno dei tratti ripici delle scritture latine precarolinge
  • la spia più evidente è però la segnalazione del betacismo (B al posto della V) in A BOCE nel suo aspetto "forte" ovvero nella geminazione, in questo caso legata al raddoppiamento fonosintattico innescato da AD: la seconda B viene infatti aggiunta in seguito - più piccola e in alto poiché mancava lo spazio - dopo la rilettura a voce alta -Il Glossario di Monza, contenuto in un codice di scritti religiosi, è composto da 65 coppie di sinonimi in romanzo e greco bizantino con lo scopo di fornire ai chierici che viaggiavano in Oriente un piccolo vocabolario. Il testo presenta senza dubbio tratti settentrionali come:
  • la sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche: coglari 'cucchiai', mandegare '(lett. manducare) mangiare', flademario medico' (< *FLATO-MARIUS);
  • la spirantizzazione lavro 'labbro' (< LABRUM);
  • la degeminazione delle consonanti doppie intervocaliche: scutela 'scodel- la, talone 'tallone, vaca 'vacca', saco 'sacco', favela 'favella'. Gli studiosi non concordano però sulla zona di provenienza, poiché Sabatini propende per l'Emilia, area di raccordo tra la Lombardia (Monza appunto) e il Veneto, mentre Contini pensava senza dubbio alla Lombardia.

Nel secondo periodo , in cui il volgare viene utilizzato in maniera consapevole, compaiono testimonianze provenienti anche dal Sud , come i Placiti campani o cassinesi, ovvero tre iudicata e un memoratorium, composti tra il 960 e il 963 nel territorio dell’abbazia di Montecassino, precisamente a CAPUA, SESSA ARUNCA E TEANO. La scoperta dei placiti avvenne nel 1734 grazie all’Abate benedettino ERASMO GATTOLA, mentre il ritrovamento del memoratorio di Teano si deve al D’OVIDIO (1896): -lo iudicatum di Capua, il più antico (960), è il giudizio (i udicatum ) di un giudice in cui viene sancito il possesso di alcune terre da parte del monastero di Montecassino grazie alla testimonianza di tre confratelli che attestano che quei possedimenti vengono coltivati da trent’anni dal monastero. La testimonianza, però, non viene trascritta nel modo in cui è stata pronunciata, ma attraverso una formula testimoniale, cioè la traduzione in volgare di un formulario in latino, che rende evidente la volontà da parte della cultura benedettina di promuovere l’impiego del volgare per scritti giuridici ( volgare cancelleresco ), per garantirne la comprensione, anche in futuro. Le testimonianze del PLACITO CAPUANO vengono considerate la prima attestazione dell’uso scritto del volgare in Italia, si tratta di un volgare di area campana anche se Cassino oggi si trova nel Lazio meridionale, ai confini con la Campania, dove si rivelano molti fenomeni locali ancora oggi presenti nei dialetti di quella zona : La forma incipitaria sao 'so' (probabilmente analogica sulla 2a pers. sing *SAS > sai) era compresente nell'Italia meridionale con la forma saccio ‹SAPIO (ancora oggi più regolare in questa zona), ma forse proprio per l'uso popolare considerata non adeguata ad un testo giuridico-notarile;

  • il tipo ko che al posto del più frequente (in area meridionale) ka è un tratto locale; anche il f. pl. fini "limiti di proprietà' è una forma lessicale in uso localmente con questo significato;
  • in ko (< QUOD), kelle (< ECCUM ILLAE) e ki (< QUI) si individua la tipica (per l'arca campana) perdita dell'appendice labiale nel nesso labiovelare primario e secondario; il perfetto forte possette (<* POSSEDUTT, attraverso la forma intermedia possedde > posette per influsso di stette < STETUIT) è tipo morfologico ancora oggi frequente in area campana. Le concessioni grafiche al latino (k, ct) sono talmente radicate nella scrittura di area italiana da restare vive fino a tutto il Quattrocento, e pertanto non possono considerarsi latinismi grafici significativi; volutamente latina è invece la formula conclusiva parte sancti benedicri la parte di S. Benedetto' ovvero il monastero benedettino (con l'antroponimo al genitivo, riprodotto poi nelle forme italiane del tipo Piazza (di) S. Giovanni, Via (di) S. Pancrazio). -lo iudicatum di Sessa Aurunca (963) presenta una formula testimoniale simile a quello capuano; anche qui vengono chiamati tre personaggi a testimoniare, davanti al giudice Maraldo si presentano Gaido, abate del monastero di S. Salvatore e Gualfrid che sostiene di aver ricevuto in eredità dai suoi
  • le Carte sarde (1070-1103) documenti giuridici che presentano un uso meno sporadico del volgare probabilmente perché le varietà locali non si discostavano molto dal latino;
  • la Formula di confessione umbra (1075-1080) è contenuta in un codice liturgico tra le formule sacramentali del rito penitenziale dei monaci di un monastero vicino Norcia;
  • conservazione di -u nelle forme derivate da -UM (ad es. in petru paulu, dalu, baptismu) in opposizione a forme con -o (ad es. nno, no, como);
  • Norcia insiste nella zona metafonetica dell'Umbria e infatti il testo presenta il fenomeno quasi sistematicamente (illi' quelli, dibbi debbi', nui 'noi', puseru 'posero', ipsu 'esso', prisu 'preso');
  • plausibile ma non comprovabile (trattandosi di testo scritto) la metafonesi delle medio-basse di tipo sabino (ovvero chiusura delle e e o aperte in e e o chiuse, per cui probabilmente si diceva conféssu, mé) dato che non era presente all'epoca il dittongo metafonetico sviluppatosi in
  • la Postilla amiatina (1087), una glossa di tre righe scritte dal notaio Rainerio e apposta ad un documento con cui una coppia cedeva i propri beni al monastero di S. Salvatore per risanare un debito; Dal punto di vista interpretativo gli studiosi non concordano pienamente: una prima tesi infatui scioglie la glossa in 'questa carta è di capocotto egli (Dio) l'aiuti dal Maligno (deil rebottu) che il mal consiglio [dello sperpero) gli mise in corpo; la seconda invece in questa carta è di capocotto egli (Dio) l'aiuti dal vizio (deil rebottu) che il mal consiglio [dello sperpero] gli mise in corpo.Il rapporto tra oralità e scrittura è chiaro in questa formula apotropaica avente quasi il valore di un amuleto scritto: Capocotto, il soprannome di Miciarello, l'equivalente dell'odierno "testa calda" (a testimonianza della scarsa stima nutrita dal resto della comunità nei suoi confronti, oppure un nomignolo per non farlo riconoscere e tutelarlo da eventuali ritorsioni), deve essere salvato da questa carta dalla maledizione del rebottu che sia esso 'il Maligno' o invece il vizio del gioco e dello sperpero dato che il fr. ant. ribaut valeva sia 'cattivo' che 'vizio. Il testo, reso noto nel 1909, ha una facies a prima vista tutta latineggian-te, ma in realtà contiene almeno un tratto locale di tipo centrale: la presenza di -u (caput cogr, rebottu, consilin) per designare il masch. sing. ancora oggi tipica dell'area mediana, e in Toscana presente unicamente proprio nell'area amiatina. l’Iscrizione di S. Clemente (XI secolo) dipinta nella parte inferiore di un grande affresco della Basilica Inferiore di S. Clemente, che raffigura l’episodio della passione del santo in cui si trasforma in una pesante colonna per punire Sisinnio che aveva ordinato ai suoi servi di legarlo e portalo via credendolo un mago, viene definita il primo fumetto della storia, per via della posizione delle scritte che ricordano vignette, anche se le uniche che possono essere abbinate a chi le pronuncia sono quelle di S. Clemente e di Sisinnio che recita:

DVRITIAM CORDIS VESTRIS SAXA TRAERE MERVISTIS

(A causa della durezza del vostro cuore avete meritato di trasportare pietre). Nonostante il latino approssimativo (DVRITIAM al posto dell'ablativo di causa DVRITIA, VESTRÍS al posto del genitivo VESTRI, TRAERE invece di TRAHERE) al Santo si confà infatti l'uso di una varietà più alta rispetto a quella degli altri personaggi raffigurati. Appartiene invece quasi certamente al patrizio Sisinnio, posizionato sulla destra dell'affresco con il caratteristico ampio mantello rosso dei nobili romani, la frase: FILI DELE PVTE TRAITE (Figli di puttana, tirate!) SI HA LA PRIMA TESTIMONIANZA DI PUTA(PROSTITUTA) E DEL MODO DI DIRE FIL DE LE PUTE; puta derivato di PUTTUS o PUTUS 'bambino' (da cui l'italiano putto/puttino angioletto'), aveva il significato primario di 'ragazza' (ancora presente in molti dialetti del Nord Italia accanto a forme correlate come putin '"bambino', puterin 'neonato), ma evidentemente già nel XII sec. in arca romana aveva assunto il valore spregiativo di 'cattiva ragazza e poi di 'prostituta' (ad identificare più specificatamente questa accezione si è aggiunto poi nel tempo il suffisso -ana. Più difficile appare invece l'attribuzione delle altre due battute: probabil-mente, a differenza di quelle di S. Clemente e di Sisinnio, posizionate rispettivamente sopra e accanto ai due interlocutori, questi baloon sono incrociati, per cui Albertel e Gosmari dicono, rivolgendosi indietro verso Carboncello che ha un palo in mano per fare leva: FALITE DERETO COLO PALO CARVONCELLE (Fagliti dietro col palo, Carboncello!) mentre Carboncello rintuzza i compagni di sventura che hanno una corda in mano: ALBERTEL GOSMARI TRAI(TE) (Albertello, Gosmari: tirate!) Le forme antroponimiche presenti nella scritta sono certamente interessanti perché evidenziano l'attenzione alla situazione pluriculturale romana del tempo: ALBERTEL è infatti un nome di origine germanica in cui si individua la radice BERT luce, fama, lustro' (presente negli antroponimi Alberto perlappunto ma anche Adalberto, Roberto, Norberto e così via) accanto però al suffisso latino diminutivo/vezzeggiativo -ello (< lat. -ËLLUM); GOSMARI è invece nome di origine greca (Koquaç) con il suffisso germanico -ari forse sovrappostosi a -ario (< lat. - ARIUM); CARVONCELLE è infine dal lat. CARBONEM 'carbone (con la spirantizzazione di B > u, tratto frequente in area centro-meridionale) e il suffisso -ello (cfr. supra). Dal punto di vista linguistico si notano inoltre:

  • la Legge Porena (dal nome dello studioso che per primo l'ha individuata): un fenomeno molto importante delle varietà volgari di area centrale (quale è il romanesco) consistente nello scempiamento della preposizione articolata davanti a parola iniziante per consonante (DELE PVTE, COLO PALO);
  • la forma TRAITE (da leggere tràite) derivante da TRAGITE (a sua volta variante del lat. class. TRAHITE) in cui è presente l'assorbimento di G da parte della vocale omorganica I;
  • la dissimilazione di R in DERETO (<de retro: dietro).
  • gli antroponimi Pisanello e Gualandello. la Carta osimana (1151), un rogito, in cui il vescovo di Osimo dona all’abate dell’Abazia di Chiaravalle la chiesa di S. Maria in Selva, scritto in latino mentre il volgare è presente sporadicamente ma risulta molto interessante per la contestualizzazione linguistica del testo: VEDERE LIBRO PER TRADUZIONE PAGINA 74: Dal punto di vista linguistico risultano di notevole interesse le forme appartenenti alla varietà volgare della zona:
  • da mo nnanti da ora in avanti in cui si ha la prima testimonianza di MO 'adesso' (< MODO) ancora oggi presente nell'Italia centro-meridionale;
  • nu 'nello' (< (en)nu < en lu; assimilazione progressiva nl > nn);
  • qualeungua 'qualunque' (< QUALEM + UMQUAM, conservazione di -a tipica dell'area mediana). 3.4. Le testimonianze di Travale (a. 1158) le Testimonianze di Travale (1158) sono le prime testimonianze in volgare rese spontaneamente e registrate in un documento ufficiale, in latino, date da sei uomini in merito a casolari della corte di Travale, situata vicino Volterra (tra Grosseto e Siena, in Toscana); Le tre testimonianze in volgare sono intrecciate al resconto delle deposizioni riportato invece dal giudice in latino e recitano così: (lo presi pane e vino per i muratori a Travale) il tipo maccioni deriva dal germ. makjon 'coloro che fanno, che costruiscono' (<*MAKON 'fare); focit la guaita a Travale (Fece la guardia a Travale); ...et ah eodem Ghiso/foto audivit quod Malfredus fecit Ja guarta a Travale. Sero ascendit murum et dixit: Guaita, guaita male, non mangiar ma mezo pane. et of id remissum fuit siti servitium. Et amplius non tornò mai a far guaita... (Si traducono solo le parti in volgare: [...] Guardia guarda male: non mangiai fuorché mezzo pane l...) Non tornò mai a fare la guardia)
  • la forma guaita è dal franco *WAHTA 'sentinella' < germ. WARDON 'guardare;
  • la forma mangiai è la prima attestazione di mangiare (< fr. manger) in italiano. il Memoratorio del Monte Capraro (1171), fatto da FRATE RUELE, priore della chiesetta che si trovava sul monte Capraro, probabilmente oggetto di contenzioso, per stabilirne la giurisdizione ed evitare future rivendicazioni;

Su una patina latineggiante (attesa nelle produzioni appartenenti ai contesti clericale-monastici come questo) si innestano molti elementi del volgare di tipo centro-meridionale come:

  • la forma lessicale iurni 'giorni' in cui si ha la prima attestazione in area italiana dei continuatori del lat. DIURNUM 'giorno' (come in area gallo-romanza, in luogo del tipo DIES) per influsso della letteratura d’oltralpe;
  • la metafonesi delle medio-alte (quilli, iurni);
  • la palatalizzazione della S davanti a I tonica, tipico tratto molisano (scì così, scia sia'). la Dichiarazione di Paxia (1178-1182), è un elenco contenente beni, dote e spese sostenute alla morte del marito, dettato dalla vedova Paxia al notaio di Savona; si tratta di una pergamena sciolta contenuta nel cartulario ( un registro pergamenaceo) che appartiene al notaio Arnaldo Cumano, al servizio del comune di Savona dal 1178 al 1182. Vedere testo originale sul libro pagina 78: La dichiarazione contiene tratti settentrionali, in alcuni casi più specificatamente tipici dell'area nord- occidentale; alcuni fenomeni sono invece caratteristici proprio della Liguria:
  • l'apocope delle vocali finali diverse da -a dopo Ur (ad es. sepellir, oreger);
  • la sonorizzazione della -T- intervocalica (ad es. vergada, encantado, buada);
  • lo scempiamento delle geminate (ad es. rota, bruneta) con eccezione di Il, re nn, resistenti ancora almeno fino al Duecento in area nord-occidentale (sepellir, pelle, agnello, gonnelle, barril);
  • la preposizione inter 'nel' < INT(US) + el (< ILLUM), con rotacismo l> r;
  • il passato remoto di 3a pers. sing. in -à (< lat. volg. -AVIT, ad es. costa 'costò");
  • 'esito CL > & tipicamente ligure (ad es. oreger 'guanciale, cuscino' < AU-RICULARIUM);
  • la grafia x per indicare la fricativa prepalatale sonora (Paxia, dispexi, ca-mixoto, pixion) segnalato da Baldelli come un tratto caratteristico delle carte vergate in latino in Liguria nei secc. XI-XII, e tipico dei testi in volgare redatti a Genova dal Duecento (dalle rime dell'Anonimo genovese in poi). Paxia è nome cristiano da PAX pace;
  • l'esito ligure L] > j (vermeion 'vermiglio, toaia 'tovaglia");
  • l'esito ligure RJ > jr nel suffisso < -ORIUM (tesoire 'forbici < TONSO-RIAE); Tra le forme lessicali rilevanti, si vedano almeno:
  • ei io che non può essere sviluppo di EGO (> eo/io); Castellani postula che si tratti di una torma atona proclitica e ‹ e(o) con pronuncia chiusa, che in sillaba libera tonica si sarebbe sviluppata nel dittongo discendente éi;
  • carpite coperte', ma la forma lessicale è attestata in area settentrionale anche can val dieri come rapiro o reta an ata di forme deriva- base deriva il carpet della locuz. inglese red carpet tappeto rosso' usata per indicare la passerella di Cannes, nella vicina Costa Azzurra);
  • l'assibilazione (zo ciò);
  • la degeminazione consonantica (apeso 'appeso, impiccato', scanero scannerò, sozo 'sozzo, mozo sciocco, lett. mozzato);
  • la lenizione fino alla sincope consonantica (proenzai provenzale', malaurao 'sciagurato', frar 'fratello', amia 'amica, mari 'marito'):
  • l'apocope (mari' marito', escalva 'pelato', meillaura 'migliorato');
  • lo sviluppo palatale di CL, PL reso con ch (chaidejai" chiedete, chu più');
  • lo sviluppo fricativo G + E, I reso con j (jujar 'giullare, ja già');
  • la forma lessicale negota 'niente'. La struttura del contrasto è riproposta anche nel Ritmo cassinese (fine XII secolo), il più antico ritmo giullaresco, scritto da un monaco-giullare, in cui un nobile orientale e uno occidentale si confrontano su quale sia lo stile di vita migliore tra quello ascetico promosso dal primo (che usa latinismi) sostenendo che i beni materiali portano al vizio e quello legato ai bisogni terreni a cui è legato il secondo, il quale alla fine ammette la superiorità di quello dell’avversario. L’anonimo monaco giullare si rivolge ai popolani perché l’intento è quello di edificare i fedeli così come promuoveva la cultura benedettina dell’epoca; infatti, il testo è conservato presso il Monastero di Montecassino, da cui il nome del ritmo. Dal punto di vista linguistico, il ritmo cassinese rientra nel tipo di mediano caratteristico della produzione benedettina coeva e si possono rilevare:
    • distinzione -ol- u (fabello, parlo; compello, chiedo; altu, alto)
    • metafonesi dalle medio-alte (senjuri, signori)
    • betacismo (bostro, vostro e bita, vita, bia, via) Di argomento simile, ma strutturalmente diverso, è il Ritmo su Sant’Alessio (fine XII secolo), che racconta la vita del santo, per promuovere l’ideale di vita ascetica orientale: il patrizio romano, infatti, si sposò ma poi lasciò tutto per condurre una vita da mendicante in Siria. Composto da 257 versi- ottonari- novenari- endecasillabi divisi in lasse monorime, fu scritto così come quello cassinese, da un anonimo monaco- giullare sempre alla fine del 1100 ma in area marchigiana. Il RITMO SU S. Alessio inizialmente era conservato nel monastero benedettino di S. Vittoria in Matenano, ora è custodito nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno; risulta incompleto perché racconta solo una parte della vita del santo, dalla nascita al matrimonio, fino alla scelta di lasciare tutto e partire per l’oriente per vivere in povertà. Tra i tratti mediani si notano:
    • la distinzione -o (spoliao, volio) vs -u alla finale (ipsu, santu, Alesiu, multu, mondu);
    • la metafonesi delle medio-alte (quistu, questo)
    • le forme del passato remoto di terza persona singolare ( spoliao, vestiuse) I Ritmi erano spesso utilizzati dai giullari per lodare i potenti di turno ( ritmi giullareschi ), ma anche dagli storiografi per raccontare eventi storici ( ritmi storici ):

il Ritmo laurenziano (1188-1207) viene scritto da un giullare di Volterra per ingraziarsi il vescovo Grimaldesco, con lodi e un augurio di salute, affinché gli concedesse un cavallo; è in LASSE (le prime due monorime, la terza con rime imperfette) di ottonari e novenari. A differenza del ritmo cassinese e su S. Alessio, qui non ci sono fini edificanti e nemmeno ruoli didascalici, questo è solo un panegirico volto a ingraziarsi un personaggio importante al fine di ottenere dei favori. Dal punto di vista linguistico si possono notare francesissimi come drudo, alluminare e anche alcuni elementi di area centrale, compatibili sia con l’area mediana che con quella toscana come:

  • alternanza della forme forte e debole dell’articolo determinativo m.s LO vs l’(lo vescovo, lo mellior vs lpapa, lmondo)
  • esito palatale del nesso SJ (bascio, marchisciano) il Ritmo bellunese (1196) è il più antico ritmo storico e commemora la vittoria dei cavalieri di Belluno e Feltre su quelli di Treviso. I tratti che possiamo evidenziare in questo ritmo sono: l'uso della 3a pers. sing. anche con valore di 3a pers. plur., fenomeno tipico di alcune zone quali la Lombardia, il Veneto e la Romagna (avi'ebbero' < *HABIT < HABUTT; dusé condussero' < DUXIT);
  • le forme alternanti lili 'essi' (< ILLI);
  • l'apocope (castel, cavaler, part, dard, flum, fer);
  • il mantenimento dei nessi con L (flum 'fiume', plui più);
  • la vocalizzazione della -S in -i (plui < PLUS);
  • l'antico toponimo Tarvis 'Treviso' < TARVISIUM; -
  • la forma intro dentro' (dovuto a latinismo o a metafonesi delle medio-alte). La poesia didattica o didascalica o moraleggiante nasce in Italia tra il XII e il XIII secolo, nell’area settentrionale, con i Proverbi sulla natura delle donne, il primo testo misogino in un volgare italiano (area veneta), che si rifà ad un poemetto anonimo francese e ai bestiari medievali, in cui si paragona la donna ad una lonza, che rappresenta la lussuria, al basilisco, un serpente che uccide con lo sguardo, alla gatta, associata al diavolo, e alla pantera, bellissima ma pericolosa. Dal punto di vista linguistico sono presenti tratti genericamente settentrionali come:
  • la sonorizzazione (perigolosa, segolo, mestega 'addomesticata");
  • la degeminazione (santisemo, speso, gata, paça 'pazza', strabelisema, apro-sema);
  • l'apocope (om/hom uomo', no non); a cui si può aggiungere l'uso grafico di ç con valore di affricata alveolare sorda. Sono però rappresentati anche alcuni elementi più peculiarmente di area veneta (o in alcuni casi più latamente nord-orientali come:
  • l'uso della 3a pers. sing, con valore anche di 3a pers. plur. (faria farebbe- ro, posa 'stanno');