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Riassunto del Patota, Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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CAPITOLO I. L’italiano: definizione, storia, varietà L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica italiana, secondo l’art. 1 della legge sulle minoranze linguistiche storiche presenti sul territorio (albanese, tedesco, francese, friulano, ladino, sardo…), la cui tutela ammette, per converso, l’ufficialità della lingua italiana come lingua nazionale. Affinché l’italiano venga conosciuto ed utilizzato correttamente da tutti i cittadini, deve essere insegnato a scuola, tramite lo studio di grammatiche e dizionari. Oltre che nei confini nazionali, l’italiano viene parlato nello Stato del Vaticano e nella Repubblica di S. Marino, autonomi rispetto allo Stato italiano, e in Svizzera nel Canton Ticino; mentre alcune varietà dialettali sono state esportate da emigranti in America, in Australia e in altri Stati europei a partire dagli inizi del 900. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un nuovo tipo di emigrazione , detta di prestigio per via dei giovani altamente alfabetizzati che lasciano l’Italia in cerca di opportunità più gratificanti. Il modello linguistico di riferimento per la lingua italiana è il fiorentino, un dialetto o, meglio, un VOLGARE che ha avuto fortuna rispetto agli altri, di cui si possono individuare tre fasi di affermazione come lingua comune:
nel 1987 Gaetano Berruto introdusse l’etichetta di neo-standard , riconoscendo questa varietà come nuovo modello dell’italiano contemporaneo, a cui affiancò la definizione di italiano regionale colto medio , riportandolo in uno schema, chiamato schema dell’italiano contemporaneo, che presenta al centro dei tre assi di variazione (diamesico, diastratico e diafasico) un’ellissi con due fuochi, rappresentanti l’italiano standard ( letterario) e neo-standard; in basso sono illustrate le varietà substandard (parlato colloquiale, regionale, informale, gergale), mentre in alto le superstandard (formale aulico, tecnico-scientifico, burocratico). Questo schema evidenzia la gamma di varietà di cui è composta la lingua italiana, varietà che non sono nettamente divise ma rappresentano un continuum, avendo tratti comuni con quelle contigue per descrivere la continuità si richiama la metafora delle onde del mare: nasce da quella precedente e degrada verso quella successiva senza soluzione di continuità. APPROFONDIMENTO 3: ASSI DI VARIAZIONE. Il linguista rumeno Eugenio Coseriu ha individuato 4 parametri fondamentali della variazione linguistica:
o Fenomeni del latino volgare La caduta delle consonanti in posizione finale (APOCOPE), è un fenomeno determinante che ebbe delle conseguenze molto importanti nella riorganizzazione linguistica:
La conseguenza della caduta delle consonanti in posizione finale causò il collasso del sistema dei casi, che rese necessaria la messa in atto di strategie linguistiche sostitutive per distinguere la funzione degli elementi in una frase, quali:
o Differenza della posizione accentuale tra latino classico e latino volgare NEL LATINO VOLGARE ALLA QUANTITÀ COMINCIÒ AD AFFIANCARSI ANCHE LA DISTINZIONE QUALITATIVA: le vocali brevi vennero pronunciate più aperte, mentre quelle lunghe più chiuse. Poi il latino volgare perse la distinzione di durata mantenendo soltanto quella di qualità, e questa pronuncia è continuata poi nelle lingue romanze dove si hanno solamente VOCALI CHIUSE O APERTE. In gran parte dell’area italiana, ma anche in altre zone della Romania, il nuovo sistema presentava in posizione tonica (cioè, accentata) 7 vocali (eptavocalico); si tratta di un sistema a 3 timbri: anteriore, centrale e posteriore e 4 gradi di apertura: alto, medio-alto, medio-basso e basso. Il sistema atono (non accentato) corrisponde a cinque vocali (pentavocalico). Nel latino classico le parole avevano un accento musicale consistente nell’innalzamento della voce. La posizione dell’accento era determinata dalla quantità della penultima sillaba (legge della penultima) : L'accento cade sulla penultima se questa è lunga; cade sulla terzultima se la penultima è breve: monē′re ma lègĕre.
L’albo versorio teneba = e un bianco aratro teneva (cioè, la penna) come notava lo scopritore, Schiaparelli, la & può essere considerata una caratteristica del corsivo degli scribi veronesi poiché si ritrova in altri codici cittadini, mentre è rara nei secc. VII-VIII in altre aree;
Nel secondo periodo , in cui il volgare viene utilizzato in maniera consapevole, compaiono testimonianze provenienti anche dal Sud , come i Placiti campani o cassinesi, ovvero tre iudicata e un memoratorium, composti tra il 960 e il 963 nel territorio dell’abbazia di Montecassino, precisamente a CAPUA, SESSA ARUNCA E TEANO. La scoperta dei placiti avvenne nel 1734 grazie all’Abate benedettino ERASMO GATTOLA, mentre il ritrovamento del memoratorio di Teano si deve al D’OVIDIO (1896): -lo iudicatum di Capua, il più antico (960), è il giudizio (i udicatum ) di un giudice in cui viene sancito il possesso di alcune terre da parte del monastero di Montecassino grazie alla testimonianza di tre confratelli che attestano che quei possedimenti vengono coltivati da trent’anni dal monastero. La testimonianza, però, non viene trascritta nel modo in cui è stata pronunciata, ma attraverso una formula testimoniale, cioè la traduzione in volgare di un formulario in latino, che rende evidente la volontà da parte della cultura benedettina di promuovere l’impiego del volgare per scritti giuridici ( volgare cancelleresco ), per garantirne la comprensione, anche in futuro. Le testimonianze del PLACITO CAPUANO vengono considerate la prima attestazione dell’uso scritto del volgare in Italia, si tratta di un volgare di area campana anche se Cassino oggi si trova nel Lazio meridionale, ai confini con la Campania, dove si rivelano molti fenomeni locali ancora oggi presenti nei dialetti di quella zona : La forma incipitaria sao 'so' (probabilmente analogica sulla 2a pers. sing *SAS > sai) era compresente nell'Italia meridionale con la forma saccio ‹SAPIO (ancora oggi più regolare in questa zona), ma forse proprio per l'uso popolare considerata non adeguata ad un testo giuridico-notarile;
(A causa della durezza del vostro cuore avete meritato di trasportare pietre). Nonostante il latino approssimativo (DVRITIAM al posto dell'ablativo di causa DVRITIA, VESTRÍS al posto del genitivo VESTRI, TRAERE invece di TRAHERE) al Santo si confà infatti l'uso di una varietà più alta rispetto a quella degli altri personaggi raffigurati. Appartiene invece quasi certamente al patrizio Sisinnio, posizionato sulla destra dell'affresco con il caratteristico ampio mantello rosso dei nobili romani, la frase: FILI DELE PVTE TRAITE (Figli di puttana, tirate!) SI HA LA PRIMA TESTIMONIANZA DI PUTA(PROSTITUTA) E DEL MODO DI DIRE FIL DE LE PUTE; puta derivato di PUTTUS o PUTUS 'bambino' (da cui l'italiano putto/puttino angioletto'), aveva il significato primario di 'ragazza' (ancora presente in molti dialetti del Nord Italia accanto a forme correlate come putin '"bambino', puterin 'neonato), ma evidentemente già nel XII sec. in arca romana aveva assunto il valore spregiativo di 'cattiva ragazza e poi di 'prostituta' (ad identificare più specificatamente questa accezione si è aggiunto poi nel tempo il suffisso -ana. Più difficile appare invece l'attribuzione delle altre due battute: probabil-mente, a differenza di quelle di S. Clemente e di Sisinnio, posizionate rispettivamente sopra e accanto ai due interlocutori, questi baloon sono incrociati, per cui Albertel e Gosmari dicono, rivolgendosi indietro verso Carboncello che ha un palo in mano per fare leva: FALITE DERETO COLO PALO CARVONCELLE (Fagliti dietro col palo, Carboncello!) mentre Carboncello rintuzza i compagni di sventura che hanno una corda in mano: ALBERTEL GOSMARI TRAI(TE) (Albertello, Gosmari: tirate!) Le forme antroponimiche presenti nella scritta sono certamente interessanti perché evidenziano l'attenzione alla situazione pluriculturale romana del tempo: ALBERTEL è infatti un nome di origine germanica in cui si individua la radice BERT luce, fama, lustro' (presente negli antroponimi Alberto perlappunto ma anche Adalberto, Roberto, Norberto e così via) accanto però al suffisso latino diminutivo/vezzeggiativo -ello (< lat. -ËLLUM); GOSMARI è invece nome di origine greca (Koquaç) con il suffisso germanico -ari forse sovrappostosi a -ario (< lat. - ARIUM); CARVONCELLE è infine dal lat. CARBONEM 'carbone (con la spirantizzazione di B > u, tratto frequente in area centro-meridionale) e il suffisso -ello (cfr. supra). Dal punto di vista linguistico si notano inoltre:
Su una patina latineggiante (attesa nelle produzioni appartenenti ai contesti clericale-monastici come questo) si innestano molti elementi del volgare di tipo centro-meridionale come:
il Ritmo laurenziano (1188-1207) viene scritto da un giullare di Volterra per ingraziarsi il vescovo Grimaldesco, con lodi e un augurio di salute, affinché gli concedesse un cavallo; è in LASSE (le prime due monorime, la terza con rime imperfette) di ottonari e novenari. A differenza del ritmo cassinese e su S. Alessio, qui non ci sono fini edificanti e nemmeno ruoli didascalici, questo è solo un panegirico volto a ingraziarsi un personaggio importante al fine di ottenere dei favori. Dal punto di vista linguistico si possono notare francesissimi come drudo, alluminare e anche alcuni elementi di area centrale, compatibili sia con l’area mediana che con quella toscana come: