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Riassunto Patota breve, Schemi e mappe concettuali di Grammatica e Composizione

riassunto breve patota discorsivo

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2025/2026

Caricato il 11/02/2026

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Nuovi lineamenti di grammatica di grammatica storica dell’italiano
Giuseppe Patota
CAPITOLO 1 - L’ITALIANO DERIVA DAL LATINO?
È consuetudine affermare che l’italiano, come tutte le altre lingue neolatine, derivi dal latino. Il verbo “derivare”,
però, è inappropriato: derivare rimanda a una lingua madre da cui sarebbero nate tante lingue figlie.
Ma l’italiano, in realtà, continua il latino: l’italiano è il latino parlato oggi in Italia.
Anche parlare di “latino” in maniera generica è scorretto: “da quale latino deriverebbe”? Il latino è una realtà
multiforme è una lingua storico-naturale di ceppo indoeuropeo e come tutte le lingue naturali è influenzata da
diversi fattori:
- diacronia
- diatopia
- diafasia
- diamesia
- diastratia
1. Il fattore tempo o variabile DIACRONICA.
DIACRONIA: è la variabile legata al tempo, quindi come l’italiano di oggi che non è l’italiano di 20 o 30 anni fa,
così anche il latino non è rimasto esente dal mutare in virtù del tempo.
Esistono 5 varietà di latino:
latino arcaico (dal VIII a. C. alla fine del II sec a.C.)
latino preclassico (dalla fine del II secolo a.C. alla prima metà del I secolo a.C.)
latino classico (dalla seconda metà del I secolo a.C., alla morte di Augusto nel 14 d.C.)
latino postclassico (dalla morte di Augusto alla fine del II secolo)
latino tardo (dalla fine del II secolo al VII-VIII secolo)
Tra i ritrovamenti abbiamo:
- Epigrafe di Garigliano: è un’iscrizione trovata nella zona del fiume Garigliano, tra Lazio e Campania. È
importante perché testimonia l’uso della scrittura e la presenza di contatti culturali e linguistici tra le
popolazioni dell’Italia centrale in età antica.
- Scodella del V secolo a.C. con 2 iscrizioni: si tratta di un oggetto di uso quotidiano che presenta 2 brevi
testi incisi. Il ritrovamento è significativo perché mostra che la scrittura non era usata solo in contesti
ufficiali o monumentali, ma anche nella vita quotidiana.
2. Il fattore spazio o variabile DIATOPICA.
DIATOPICA: è la variabile legata allo spazio, cioè man mano che ci si sposta nello spazio cambiano tutte le
caratteristiche di una stessa lingua tra cui:
- il lessico
- la pronuncia
- la sintassi
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Nuovi lineamenti di grammatica di grammatica storica dell’italiano

Giuseppe Patota

CAPITOLO 1 - L’ITALIANO DERIVA DAL LATINO?

È consuetudine affermare che l’italiano, come tutte le altre lingue neolatine, derivi dal latino. Il verbo “ derivare ”, però, è inappropriato: derivare rimanda a una lingua madre da cui sarebbero nate tante lingue figlie.

● Ma l’italiano, in realtà, continua il latino: l’italiano è il latino parlato oggi in Italia.

Anche parlare di “latino” in maniera generica è scorretto: “ da quale latino deriverebbe”? Il latino è una realtà multiforme è una lingua storico-naturale di ceppo indoeuropeo e come tutte le lingue naturali è influenzata da diversi fattori:

  • diacronia
  • diatopia
  • diafasia
  • diamesia
  • diastratia 1. Il fattore tempo o variabile DIACRONICA.

DIACRONIA : è la variabile legata al tempo , quindi come l’italiano di oggi che non è l’italiano di 20 o 30 anni fa, così anche il latino non è rimasto esente dal mutare in virtù del tempo.

Esistono 5 varietà di latino:

latino arcaico (dal VIII a. C. alla fine del II sec a.C.) ● latino preclassico (dalla fine del II secolo a.C. alla prima metà del I secolo a.C.) ● latino classico (dalla seconda metà del I secolo a.C., alla morte di Augusto nel 14 d.C.) ● latino postclassico (dalla morte di Augusto alla fine del II secolo) ● latino tardo (dalla fine del II secolo al VII-VIII secolo)

Tra i ritrovamenti abbiamo:

  • Epigrafe di Garigliano: è un’iscrizione trovata nella zona del fiume Garigliano, tra Lazio e Campania. È importante perché testimonia l’uso della scrittura e la presenza di contatti culturali e linguistici tra le popolazioni dell’Italia centrale in età antica.
  • Scodella del V secolo a.C. con 2 iscrizioni: si tratta di un oggetto di uso quotidiano che presenta 2 brevi testi incisi. Il ritrovamento è significativo perché mostra che la scrittura non era usata solo in contesti ufficiali o monumentali, ma anche nella vita quotidiana. 2. Il fattore spazio o variabile DIATOPICA.

DIATOPICA : è la variabile legata allo spazio , cioè man mano che ci si sposta nello spazio cambiano tutte le caratteristiche di una stessa lingua tra cui :

  • il lessico
  • la pronuncia
  • la sintassi

Questo cambiamento interessò anche il latino , lingua di diffusione intercontinentale e nel momento di massima estensione (II-III sec d.C.): la Romània comprendeva territori vastissimi e chiaramente il latino non era un blocco linguistico uniforme.

Il fattore geografico si fuse + con il fattore etnico : nascono altre realtà linguistiche riconducibili al concetto di sostrato prelatino.

● Prima della conquista romana, le popolazioni della penisola italica parlavano lingue diverse , ciascuna propria del territorio di appartenenza. ● Con l’espansione di Roma, quasi tutti i popoli sottomessi adottarono progressivamente il latino , anche se questo non fu imposto ufficialmente.

► Il latino divenne :

  • la lingua del potere
  • dell’amministrazione
  • della vita pubblica
  • quindi una lingua prestigiosa.

Quando 2 lingue entrano in contatto e competono tra loro , si tende ad affermarsi quella socialmente e politicamente più prestigiosa e per questo motivo nei territori conquistati si avviò un ampio processo di latinizzazione.

►Fa eccezione il greco , che riuscì a sopravvivere perché considerato culturalmente superiore al latino, soprattutto nell’ambito intellettuale e artistico.

► Le lingue parlate prima dell’arrivo del latino non scomparvero del tutto, ma:

  • influenzarono il latino parlato nei vari territori
  • lasciarono tracce nel lessico e nella pronuncia

Queste lingue preesistenti sono definite lingue di sostrato.

Primo esempio:

- bello —> formosus e bellum

  • italiano: bello
  • francese: beau
  • provenzale: bel
  • spagnolo: hermoso
  • portoghese: formoso
  • rumeno: frumos

Secondo esempio:

in latino classico abbiamo EDERE (= mangiare) e nel latino parlato abbiamo 2 modi:

  1. comedere (=mangiare insieme)
  2. manducare (=masticare dimenando le mascelle).

Le lingue preesistenti lasciano traccia e per questo vengono definitedi sostrato ”:

i dialetti centromeridionali trasformano il nesso consonantico -nd > -nn (mondo > monno). ● in italiano viene trasformato il nesso consonantico -ct > -tt (noctem > notte).

8. Latino classico e latino volgare

Il latino non è comunque una realtà monolitica. Fra le varietà di latino, spiccano 2 per importanza:

  1. latino classico → è il latino scritto delle opere letterarie dell’età aurea (50 a.C. – 50 d.C.) una lingua colta e codificata, usata da scrittori e poeti, che non è usata per il parlato e per questo non è mutata nel corso della storia.
  1. latino volgare → è il latino parlato quotidianamente dalle persone nelle diverse zone dell’Impero , ● non era uguale ovunque, ma variava da territorio a territorio e in base a fattori sociali e culturali. ● per queste diverse varietà di latino volgare, nel tempo si sono sviluppate le lingue neolatine come:
  • italiano
  • francese
  • spagnolo 9. Dal latino volgare all’italiano.

Come questa varietà di latino si è affermata sull’altra? Come si è passati dal latino volgare all’italiano?

Questi 2 processi sono stati influenzati da diversi fenomeni:

  1. perdita di potere della classe aristocratica → l’instaurazione dell’Impero ha favorito la perdita di potere della classe aristocratica, di conseguenza decade il ceto degli intellettuali che ne era l’espressione culturale.
  1. diffusione del Cristianesimo → la diffusione del cristianesimo, modificava fortemente il lessico del latino, importando dal greco un lessico nuovo o alterando il significato di parole già esistenti.

Con la diffusione del Cristianesimo, il messaggio del Vangelo, doveva arrivare a tutte le persone, non solo ai colti. Per questo le opere religiose vennero scritte con uno stile semplice (“ stile basso ”), usando un linguaggio chiaro e vicino al parlato, così da essere comprensibili a ogni strato della società, anche ai meno istruiti.

  1. invasioni barbariche → le invasioni barbariche decretarono la fine del latino , mentre:
  • il latino volgare si diffondeva velocemente.
  • il latino colto non finiva nel dimenticatoio solo grazie all’azione della Chiesa.

Il latino parlato continuava a esistere in tutto l’Impero sotto forma di lingua romana, ma le differenze si accentuavano sempre di più, finché al posto del latino non comparvero delle vere e proprie lingue: le lingue romanze.

10. Parole popolari e parole dotte

Le trasformazioni fonetiche che hanno interessato tutte le parole di origine latina entrate nel patrimonio delle varie lingue coinvolsero solo le parole di origine popolare:

le parole di tradizione dotta non hanno subito nessun cambiamento , ma solo qualche adattamento morfologico.

Queste parole non hanno subito cambiamenti, perché:

  • non sono mai entrate nell’uso comune.
  • sono rimaste nei testi scritti.

Esse sono riprese direttamente dal latino e vengono inserite nell’italiano soprattutto per scopi stilistici, con minimi adattamenti grammaticali e senza subire trasformazioni significative.

Esempi:

  • aureus > aureo
  • flora > flora
  • gloria > gloria
  • niveus > niveo

► Gli allotropi : sono 2 forme derivate dalla stessa base latina (deriva da un termine chimico).

L’errore è errore considerare dotta una parola rara o ricercata.

  • disco e vizio: sono parole comunissime eppure sono latinismi
  • desco (tavola imbandita)
  • vezzo (capriccio, smorfia) —> parole rare di sapore antico e letterario

le parole di tradizione popolare sono passate dal latino all’italiano.

Queste parole sono passate di bocca in bocca per generazioni, subendo ogni tipo di mutazione.

Esempi:

  • aurum > oro
  • florem > fiore
  • glaream > ghiaia
  • nivem > neve

I latinismi, erano tipici dell’italiano scritto, non certo di quello parlato.

► Quindi l’italiano deriva da parole di tradizione popolare.

CAPITOLO 2 - FONI E FONEMI DELL’ITALIANO

Nozioni di fonetica e fonologia.

1. Fonemi dell’italiano

Foni : sono tutti i suoni che si possono pronunciare in una lingua. Non tutti cambiano il significato delle parole, servono solo a parlare.

● Fonemi : sono i suoni che fanno differenza nel significato delle parole, quindi se cambi un fonema,

cambi il significato della parola.

Il fonema quindi è la più piccola unità di suono dotata di valore distintivo.

  • I fonemi che formano le parole si trascrivono in sbarrette oblique //.
  • L’accento viene indicato da un apice prima della sillaba accentata.
  • I fonemi sono presi per il loro aspetto fisico (come semplici fatti di suono), allora si trascrivono tra parentesi quadre [].

I segni adoperati per trascrivere i fonemi si dicono lettere o grafemi e il loro insieme costituisce l’alfabeto di una lingua.

Non sempre l’alfabeto di una lingua corrisponde con l'alfabeto fonetico Associazione Fonetica Internazionale (API).

3. Fonemi sordi e fonemi sonori

I fonemi si pronunciano attraverso l’emissione di aria: → dai polmoni → ai bronchi l’aria passa → nella laringe dove incontra → le corde vocali , che al suo passaggio possono:

  1. restare ferme
  2. chiudersi
  3. vibrare.

● Quando le corde vocali restano chiuse si produrrà un suono sordo :

► le consonanti possono essere sorde o sonore.

● Quando le corde vibrano il suono sarà sonoro come:

_- le vocali

  • le semivocali_
  • le semiconsonanti 4. Fonemi orali e fonemi nasali

Quando l’aria raggiunge il canale fonatorio, può fuoriuscire:

dalla bocca → cioè suoni orali. ● dal naso → cioè suoni nasali.

5. Vocali

Se l’aria al suo passaggio non incontra ostacoli si produrrà una VOCALE.

Le vocali toniche sono quelle accentate e si pronunciano con maggiore intensità o durata. Nell’italiano standard esse sono 7 : a, è, é, i, ò, ó, u.

Le vocali toniche sono 7 e si distinguono in base alla posizione della lingua:

● anteriori (lingua in avanti) ● centrali (lingua in posizione centrale) ● posteriori (lingua all'indietro), che a loro volta si dividono in:

  • aperte ” con l’accento grave (`).
  • chiuse ” con l’accento acuto (´).

Le vocali atone , sono quelle non accentate e si pronunciano in modo più debole. In questo caso il sistema vocalico si riduce a 5 vocali: a, e, i, o, u, senza distinzione tra aperte e chiuse.

Le SEMICONSONANTI sono in pratica una “ i ” e una “ u ” non accentate seguite da un’altra vocale , ma hanno durata più breve. (esempio la i di colu-i )

Le SEMIVOCALI , sono precedute da un’altra vocale (esempio la u di pa-ura )

6. Dittonghi

Il dittongo è l’insieme di 2 vocali che si pronunciano insieme in un’unica sillaba.

Di solito una delle 2 non è una vocale “ forte , ma:

  • una i
  • una u non accentate

che funzionano come semiconsonanti o semivocali.

Si parla di dittongo ascendente quando la sillaba inizia con una semiconsonante cioè: i oppure u non accentate + seguita da una vocale vera e propria.

Si dice ascendente perchè il suono “ sale ” verso la vocale principale, ad esempio:

  • piatto (p + ia)
  • piede (ie)
  • piuma (iu)

Si parla di dittongo discendente quando si uniscono una vocale “forte” + una semivocale (i / u non accentata).

Si dice discendente perché il suono parte dalla vocale principale e “ scende ” verso la semivocale, ad esempio:

  • mai → (a + i)
  • noi → (o + i)
  • causa → (a + u) 7. Trittonghi

Un trittongo può essere formato da:

semiconsonante + vocale + semivocale → il trittongo è formato da:

  • una semiconsonante all’inizio
  • una vocale
  • termina con una semivocale.

Esempi:

  • miei → /mjei/ → [j] + e + i
  • cambiai → /kamˈbja:i/ → [j] + a + i
  • suoi → /swɔi/ → [w] + o + i
  • guai → /gwai/ → **[w] + a + i

● 2 semiconsonanti + vocale** → il trittongo ha 2 semiconsonanti ai lati della vocale principale: semiconsonante - vocale- semivocale.

Esempi:

aiuola → /aˈjuo.la/ → [j] + [w] + vocale (o)inquiete → /iŋˈkwi.e.te/ → [w] + [j] + vocale (e)

8. Iato

Quando 2 vocali consecutive si pronunciano separate , cioè ognuna in una sillaba diversa, si forma uno iato.

Esempi:

  • paese → pa-e-se (le vocali a ed e sono in sillabe diverse)
  • poeta → po-e-ta
  • riguardo → ri-guar-do

10. Come si scrivono le consonati nella grafia corrente.

L’italiano ha 21 fonemi consonantici, cioè 21 suoni diversi prodotti dalle consonanti.

Il nostro alfabeto, però, ha solo 21 lettere, e molte lettere possono rappresentare più suoni o alcuni suoni non hanno una lettera dedicata.

Perciò, per scrivere tutti i suoni, si usano:

  1. Digrammi → 2 lettere che insieme rappresentano un 1 suono. ● Esempio:
  • ch in chi
  • gh in ghe
  1. Trigrammi → 3 lettere che insieme rappresentano 1 solo suono. ● Esempio:
  • gli in famiglia
  • sci in sciare
  1. Grafemi diacritici → lettere che non si pronunciano, ma servono a distinguere due suoni diversi che altrimenti si scriverebbero nello stesso modo. ● Esempio:
  • i in ciao
  • h in che

In pratica, alcune combinazioni di lettere (2 o 3) o l’aggiunta di lettere “mute” permettono di rappresentare correttamente tutti i suoni dell’italiano.

11. Consonati scempie e doppie

Le consonanti si distinguono per il grado di intensità in scempie e doppie. L’intensità riguarda quanto viene pronunciata “ forte ” o allungata una consonante:

una consonante scempia → è pronunciata normalmente breve. ● una consonante doppia → è pronunciata più a lungo , con un piccolo rafforzamento o “stacco” prima della consonante.

In posizione intervocalica (cioè tra 2 vocali), alcune consonanti hanno un comportamento fisso:

la consonante [z] → è sempre scempia, quindi breve. ● le consonanti [ts] - [dz] - [ʎ] - [ʃ] - [ɲ] → si pronunciano sempre doppie, quindi lunghe , anche se non sono scritte come tali.

CAPITOLO 3 - I MUTAMENTI FONETICI

Trasformazioni fonetiche verificate nel passaggio dal latino all’italiano.

1. Vocali latine e vocali italiane

Il latino aveva 10 vocali, poiché ognuna di esse erano dipendenti dalla diversa durata o qualità della pronuncia.

Ī Ĭ Ē Ĕ Ā Ă Ŏ Ō Ŭ Ū

In italiano si distingue in:

vocale lunga —> vocale + consonante semplicevocale breve —> vocale + consonante doppia

Consonante semplice e doppia:

la consonante semplice (o scempia) è pronunciata normalmente, breve , senza particolare allungamento. ● la consonante doppia (o geminata) è pronunciata più a lungo , con un piccolo “ stacco ” o rafforzamento che ne aumenta l’intensità.

In latino l’opposizione tra lunga o breve era ben percepita dai parlanti e si coglieva a orecchio, invece in italiano non risulta così facile da distinguere. Nel latino volgare la differenza fra vocali brevi e vocali lunghe non sopravvisse.

3. Fenomeni del vocalismo.

3.1. Monottongamento di AU, AE, OE

Il latino classico aveva questi 3 tipi di dittonghi e nel parlato ci fu la tendenza di monottongare cioè pronunciarli come un’unica vocale che avrebbe dovuto essere lunga.

  1. AU = monottongato in Ō -> [o] (solo in poche parole) [ɔ] (maggioranza delle parole).
  2. AE = monottongato in Ē -> [e] (solo in poche parole) [ɛ] (maggioranza delle parole).
  3. OE = monottongato in Ē -> [e] (maggioranza delle parole).

3.2. Dittongamento toscano è dittongamento di Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera.

  • Ĕ = si trasforma in [ɛ] -> se tonica in sillaba aperta si dittonga in [jɛ] —> piede
  • Ŏ = si trasforma in [ɔ] -> se tonica in sillaba aperta si dittonga in [wɔ] —> buono

La regola cosiddetta del “dittongo mobile”

In alcuni verbi con Ĕ e Ŏ nella radice la flessione registra un’alternanza tra forme con dittongo e forme senza. Il dittongo mobile si ha nelle:

forme rizotoniche → cioè quelle in cui l’accento cade sulla radice e la vocale è quindi tonica.

Non si manifesta nelle forme rizoatone dove l’accento:

  • non cade sulla radice
  • non cade nelle forme in cui la vocale pur essendo tonica, si trova in una sillaba implicata.

Il dittongamento non implica corradicali cioè parole con stessa radice nominale o verbale.

Contesto generale

Periodo : Italiano antico, fino alla fine del ‘. ● Fenomeno principale : dittongamento delle vocali [ɛ] e [ɔ]. ● Condizione : la vocale tonica:

  • [ɛ] - [ɔ] segue un gruppo consonante.
  • r cioè C+R (br, tr, pr, cr, fr).

Questo dittongamento non avviene più nell’italiano attuale.

Origine delle vocali coinvolte

  • [ɛ] → Ĕ breve o AE
  • [ɔ] → Ŏ tonica

Esempio:

● Ĕ / AE → [ɛ] → piede, cielo ● Ŏ tonica → [ɔ] → fuoco, nuovo

Le 3 trasformazioni principali nel periodo post-medievale

Dopo il ‘300, si osservano 3 riduzioni del dittongo:

  1. 1450 il dittongo diventa → è
  • Esempio: filiēre → filère
  1. 1550 dittongo → diventa ò
  • Esempio: brieve → breve
  1. dopo il 1550 :
  • queste riduzioni si diffondono tra gli scrittori.
  • i dittonghi e uò non spariscono subito: sopravvivono fino ai primi dell’800 tra i più tradizionalisti.

Italiano attuale

● Le forme con uò precedute da suoni palatali ([j], [dʒ], [ʎ], [ɲ]) sono in forte declino. ● Esempi:

  • fagiuolo → fagiolo
  • figluolo → figliolo
  • vaiuolo → vaiolo

Alessandro Manzoni ha avuto un ruolo decisivo: nella revisione dei Promessi Sposi ha eliminato quasi tutti i dittonghi uò, ma alcuni sono rimasti: aiuole, giuoco.

Influsso siciliano → alcune forme senza dittongo sono dovute all’influenza della Scuola Siciliana e della poesia siciliana medievale:

  • Esempi: core, foco, novo, fero

Questo spiega perché non tutte le parole si sono adattate al modello “ridotto” senza dittongo.

3.3. Anafonesi

L’anafonesi è l’innalzamento di alcune vocali: le vocali toniche [e] e [o] passano rispettivamente a [i] e [u] in determinati contesti.

  1. Primo caso : la [e] tonica si chiude in → [i] quando è seguita da: ● [ʎ][ɲ] ●
  • Esempi : familiam → fameglia → famiglia
  • Attenzione : all’inizio del passaggio dal latino al volgare, le sequenze -lj e -nj si trasformano in [ʎ] e [ɲ].
  1. Secondo caso : le vocali [e] + [o] si chiudono in → [i] + [u] quando sono seguite da una nasale velare. ● eng ● enk ● ong
  • Esempio : lingua → lengua → lingua

In entrambi i casi, l’anafonesi avviene dopo la normale evoluzione del vocalismo latino nel volgare.

  • La sequenza -onk, in cui la vocale è seguita da una velare sorda, non dà luogo all’anafonesi.
  • Esempio: truncum → tronco (non trunco).

Chiusura di e in protonica sintattica

La chiusura della E protonica è stata uniforme e generale nei monosillabi, dove la vocale si trovava in posizione protonica, cioè all’inizio della frase.

3.6. Chiusura della o protonica in u

Anche la O protonica si chiude in U e in questo la chiusura:

  • non coinvolge le forme verbali che si uniformano alle forme rizotoniche
  • molte parole non presentano alcuna chiusura.

3.7. Chiusura di e postonica in sillaba non finale

La E postonica cioè in sillaba successiva a quella tonica, ma non in sillaba finale di parola si chiude in:

I solo se la E proviene da Ĭ → non da Ĕ e non appartiene mai alla sillaba finale, ma sempre a una sillaba interna.

Il fenomeni si verifica sempre con parole di almeno 3 sillabe:

  • DOMINICA > DOMENECA > domenica

3.8 Passaggio di AR intertonico e protonico a ER

Il nesso AR tende a trasformarsi in ER quando si trova:

● in posizione intertonica , cioè in una sillaba compresa tra l’accento secondario e quello principale. ● in posizione protonica , cioè prima della sillaba tonica.

Esempi:

  • margaritam → margherita
  • fruttaria → frutteria

Il gruppo AR si è invece conservato in alcune parole, come:

● sigaretta, mozzarella ● acquarello, casareccio ● bustarella, pennarello, spogliarello

3.9 Labializzazione della vocale protonica

In alcune parole, le vocali E + I in posizione protonica , quando sono seguite da una consonante labiale, si trasformano in vocali labiali:

**- O

  • U**

Esempio: demandare → dimandare → domandare

4.1 Caduta delle consonanti finali

In latino le parole potevano terminare in: T - M - S.

Nel passaggio al latino parlato:

  • T + M cadono facilmente.
  • S non scompare subito e dà origine a 2 esiti diversi , a seconda del tipo di parola:

1. nei monosillabila S finale : ● può palatalizzarsi, cioè trasformarsi in un suono simile ad i ( NOS → noi). ● oppure può assimilarsi alla consonante iniziale della parola successiva, producendo il raddoppiamento fonosintattico.

2. nei polisillabila S finale : ● non si conserva, ma modifica la vocale che la precede, palatalizzandola (CAPRAS → capre).

- FACIO → [fakjo] → [fatʃjo] → [fattʃjo] → faccio

Dentale + j il nesso → TJ ha 2 esiti

  1. nel primo caso si trasforma nell’affricata dentale [ts], doppia in posizione intervocalica e semplice in posizione interconsonantica _- PLATEA → piazza
  • FORTIA → forza_
  1. nel secondo caso dà una sibilante palatale sonora [ʒ], che in italiano viene resa come [dʒ] - RATIONE → ragione

Il nesso –DJ segue le stesse regole, ma nel primo caso evolve in [dz].

Altri nessi consonante + j

1. Nasale + j ● il nesso MJ produce il raddoppiamento della nasale labiale ( SIMIA(M) → scimmia) ● il nesso NJ produce:

  • dapprima NNJ
  • poi j palatalizza la nasale trasformandola in una nasale palatale intensa [ɲɲ] IUNIUM → iunnium → giugno
  1. Laterale + j ● il nesso LJ produce inizialmente LLJ successivamente:
  • j palatalizza la laterale trasformandola in
  • una laterale palatale intensa [ ʎʎ ] ( FILIA(M) → fillja → figlia)
  1. Vibrante + j ● in Toscana il nesso RJ si riduce a j (AREA(M) → aia) ● i suffissi AIO + OIO derivano dai latini:
  • ARIUM – ORIUM
  • GRANARIU(M) → granaio

In molti dialetti italiani il nesso si conserva, in altri si riduce a r.

  1. Sibilante + j ● il nesso SJ ha avuto 2 esiti paralleli:
  • [ʃ]
  • [ʒ]

poiché entrambi non appartengono al sistema dell’italiano standard, sono stati resi rispettivamente come [tʃ] e [dʒ].

4.8. Nessi di consonante + L

Quando in latino una consonante è seguita da L come: CL - PL - BL - FL ecc., nell’evoluzione verso l’italiano questo gruppo non resta uguale, ma tende a trasformarsi in consonante + j.

A seconda della posizione del nesso, succedono cose diverse:

● all’inizio di parola il gruppo consonante + L diventa consonante + j , senza altre modifiche (cioè: non c’è raddoppiamento)

● In posizione intervocalica (tra 2 vocali) il gruppo consonante + j provoca il raddoppiamento della consonante.

_- PL: PLANU(M) > piano

  • AMPLU(M) > ampio
  • CAP(U)LU(M) > cappio.
  • BL: BLASIU(M) > Biagio
  • FIB(U)LA(M) > fibbia.
  • CL: CLAVEA(M) > chiave
  • CIRC(U)LU(M) > cerchio
  • SPEC(U)LU(M) > specchio
  • GL: GLAREA(M) > ghiaia
  • UNG(U)LA(M) > unghia
  • TEG(U)LA(M) > tegghia (attuale “teglia”)._

NOTA BENE: il nesso GL ha seguito un’evoluzione particolare , sostituito nel ‘400 dal nesso -ʎʎ- (derivato da GJ come figlio, foglia paglia).

Questo perché i parlanti corressero non solo là dove c’era effettivamente da correggere, ma anche dove non si sarebbe dovuto correggere e questo è definito ipercorrettismo.