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riassunto breve patota discorsivo
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Nuovi lineamenti di grammatica di grammatica storica dell’italiano
Giuseppe Patota
CAPITOLO 1 - L’ITALIANO DERIVA DAL LATINO?
È consuetudine affermare che l’italiano, come tutte le altre lingue neolatine, derivi dal latino. Il verbo “ derivare ”, però, è inappropriato: derivare rimanda a una lingua madre da cui sarebbero nate tante lingue figlie.
● Ma l’italiano, in realtà, continua il latino: l’italiano è il latino parlato oggi in Italia.
Anche parlare di “latino” in maniera generica è scorretto: “ da quale latino deriverebbe”? Il latino è una realtà multiforme è una lingua storico-naturale di ceppo indoeuropeo e come tutte le lingue naturali è influenzata da diversi fattori:
DIACRONIA : è la variabile legata al tempo , quindi come l’italiano di oggi che non è l’italiano di 20 o 30 anni fa, così anche il latino non è rimasto esente dal mutare in virtù del tempo.
Esistono 5 varietà di latino:
● latino arcaico (dal VIII a. C. alla fine del II sec a.C.) ● latino preclassico (dalla fine del II secolo a.C. alla prima metà del I secolo a.C.) ● latino classico (dalla seconda metà del I secolo a.C., alla morte di Augusto nel 14 d.C.) ● latino postclassico (dalla morte di Augusto alla fine del II secolo) ● latino tardo (dalla fine del II secolo al VII-VIII secolo)
Tra i ritrovamenti abbiamo:
DIATOPICA : è la variabile legata allo spazio , cioè man mano che ci si sposta nello spazio cambiano tutte le caratteristiche di una stessa lingua tra cui :
Questo cambiamento interessò anche il latino , lingua di diffusione intercontinentale e nel momento di massima estensione (II-III sec d.C.): la Romània comprendeva territori vastissimi e chiaramente il latino non era un blocco linguistico uniforme.
Il fattore geografico si fuse + con il fattore etnico : nascono altre realtà linguistiche riconducibili al concetto di sostrato prelatino.
● Prima della conquista romana, le popolazioni della penisola italica parlavano lingue diverse , ciascuna propria del territorio di appartenenza. ● Con l’espansione di Roma, quasi tutti i popoli sottomessi adottarono progressivamente il latino , anche se questo non fu imposto ufficialmente.
► Il latino divenne :
Quando 2 lingue entrano in contatto e competono tra loro , si tende ad affermarsi quella socialmente e politicamente più prestigiosa e per questo motivo nei territori conquistati si avviò un ampio processo di latinizzazione.
►Fa eccezione il greco , che riuscì a sopravvivere perché considerato culturalmente superiore al latino, soprattutto nell’ambito intellettuale e artistico.
► Le lingue parlate prima dell’arrivo del latino non scomparvero del tutto, ma:
Queste lingue preesistenti sono definite lingue di sostrato.
Primo esempio:
- bello —> formosus e bellum
Secondo esempio:
in latino classico abbiamo EDERE (= mangiare) e nel latino parlato abbiamo 2 modi:
Le lingue preesistenti lasciano traccia e per questo vengono definite “ di sostrato ”:
● i dialetti centromeridionali trasformano il nesso consonantico -nd > -nn (mondo > monno). ● in italiano viene trasformato il nesso consonantico -ct > -tt (noctem > notte).
8. Latino classico e latino volgare
Il latino non è comunque una realtà monolitica. Fra le varietà di latino, spiccano 2 per importanza:
Come questa varietà di latino si è affermata sull’altra? Come si è passati dal latino volgare all’italiano?
Questi 2 processi sono stati influenzati da diversi fenomeni:
Con la diffusione del Cristianesimo, il messaggio del Vangelo, doveva arrivare a tutte le persone, non solo ai colti. Per questo le opere religiose vennero scritte con uno stile semplice (“ stile basso ”), usando un linguaggio chiaro e vicino al parlato, così da essere comprensibili a ogni strato della società, anche ai meno istruiti.
Il latino parlato continuava a esistere in tutto l’Impero sotto forma di lingua romana, ma le differenze si accentuavano sempre di più, finché al posto del latino non comparvero delle vere e proprie lingue: le lingue romanze.
10. Parole popolari e parole dotte
Le trasformazioni fonetiche che hanno interessato tutte le parole di origine latina entrate nel patrimonio delle varie lingue coinvolsero solo le parole di origine popolare:
● le parole di tradizione dotta non hanno subito nessun cambiamento , ma solo qualche adattamento morfologico.
Queste parole non hanno subito cambiamenti, perché:
Esse sono riprese direttamente dal latino e vengono inserite nell’italiano soprattutto per scopi stilistici, con minimi adattamenti grammaticali e senza subire trasformazioni significative.
Esempi:
► Gli allotropi : sono 2 forme derivate dalla stessa base latina (deriva da un termine chimico).
L’errore è errore considerare dotta una parola rara o ricercata.
● le parole di tradizione popolare sono passate dal latino all’italiano.
Queste parole sono passate di bocca in bocca per generazioni, subendo ogni tipo di mutazione.
Esempi:
I latinismi, erano tipici dell’italiano scritto, non certo di quello parlato.
► Quindi l’italiano deriva da parole di tradizione popolare.
CAPITOLO 2 - FONI E FONEMI DELL’ITALIANO
Nozioni di fonetica e fonologia.
1. Fonemi dell’italiano
● Foni : sono tutti i suoni che si possono pronunciare in una lingua. Non tutti cambiano il significato delle parole, servono solo a parlare.
cambi il significato della parola.
Il fonema quindi è la più piccola unità di suono dotata di valore distintivo.
I segni adoperati per trascrivere i fonemi si dicono lettere o grafemi e il loro insieme costituisce l’alfabeto di una lingua.
Non sempre l’alfabeto di una lingua corrisponde con l'alfabeto fonetico Associazione Fonetica Internazionale (API).
3. Fonemi sordi e fonemi sonori
I fonemi si pronunciano attraverso l’emissione di aria: → dai polmoni → ai bronchi l’aria passa → nella laringe dove incontra → le corde vocali , che al suo passaggio possono:
● Quando le corde vocali restano chiuse si produrrà un suono sordo :
► le consonanti possono essere sorde o sonore.
● Quando le corde vibrano il suono sarà sonoro come:
_- le vocali
Quando l’aria raggiunge il canale fonatorio, può fuoriuscire:
● dalla bocca → cioè suoni orali. ● dal naso → cioè suoni nasali.
5. Vocali
Se l’aria al suo passaggio non incontra ostacoli si produrrà una VOCALE.
Le vocali toniche sono quelle accentate e si pronunciano con maggiore intensità o durata. Nell’italiano standard esse sono 7 : a, è, é, i, ò, ó, u.
► Le vocali toniche sono 7 e si distinguono in base alla posizione della lingua:
● anteriori (lingua in avanti) ● centrali (lingua in posizione centrale) ● posteriori (lingua all'indietro), che a loro volta si dividono in:
► Le vocali atone , sono quelle non accentate e si pronunciano in modo più debole. In questo caso il sistema vocalico si riduce a 5 vocali: a, e, i, o, u, senza distinzione tra aperte e chiuse.
► Le SEMICONSONANTI sono in pratica una “ i ” e una “ u ” non accentate seguite da un’altra vocale , ma hanno durata più breve. (esempio la i di colu-i )
► Le SEMIVOCALI , sono precedute da un’altra vocale (esempio la u di pa-ura )
6. Dittonghi
Il dittongo è l’insieme di 2 vocali che si pronunciano insieme in un’unica sillaba.
Di solito una delle 2 non è una vocale “ forte ” , ma:
che funzionano come semiconsonanti o semivocali.
► Si parla di dittongo ascendente quando la sillaba inizia con una semiconsonante cioè: i oppure u non accentate + seguita da una vocale vera e propria.
Si dice ascendente perchè il suono “ sale ” verso la vocale principale, ad esempio:
► Si parla di dittongo discendente quando si uniscono una vocale “forte” + una semivocale (i / u non accentata).
Si dice discendente perché il suono parte dalla vocale principale e “ scende ” verso la semivocale, ad esempio:
Un trittongo può essere formato da:
● semiconsonante + vocale + semivocale → il trittongo è formato da:
Esempi:
● 2 semiconsonanti + vocale** → il trittongo ha 2 semiconsonanti ai lati della vocale principale: semiconsonante - vocale- semivocale.
Esempi:
● aiuola → /aˈjuo.la/ → [j] + [w] + vocale (o) ● inquiete → /iŋˈkwi.e.te/ → [w] + [j] + vocale (e)
8. Iato
Quando 2 vocali consecutive si pronunciano separate , cioè ognuna in una sillaba diversa, si forma uno iato.
Esempi:
10. Come si scrivono le consonati nella grafia corrente.
L’italiano ha 21 fonemi consonantici, cioè 21 suoni diversi prodotti dalle consonanti.
Il nostro alfabeto, però, ha solo 21 lettere, e molte lettere possono rappresentare più suoni o alcuni suoni non hanno una lettera dedicata.
Perciò, per scrivere tutti i suoni, si usano:
In pratica, alcune combinazioni di lettere (2 o 3) o l’aggiunta di lettere “mute” permettono di rappresentare correttamente tutti i suoni dell’italiano.
11. Consonati scempie e doppie
Le consonanti si distinguono per il grado di intensità in scempie e doppie. L’intensità riguarda quanto viene pronunciata “ forte ” o allungata una consonante:
● una consonante scempia → è pronunciata normalmente breve. ● una consonante doppia → è pronunciata più a lungo , con un piccolo rafforzamento o “stacco” prima della consonante.
In posizione intervocalica (cioè tra 2 vocali), alcune consonanti hanno un comportamento fisso:
● la consonante [z] → è sempre scempia, quindi breve. ● le consonanti [ts] - [dz] - [ʎ] - [ʃ] - [ɲ] → si pronunciano sempre doppie, quindi lunghe , anche se non sono scritte come tali.
Trasformazioni fonetiche verificate nel passaggio dal latino all’italiano.
1. Vocali latine e vocali italiane
Il latino aveva 10 vocali, poiché ognuna di esse erano dipendenti dalla diversa durata o qualità della pronuncia.
Ī Ĭ Ē Ĕ Ā Ă Ŏ Ō Ŭ Ū
In italiano si distingue in:
● vocale lunga —> vocale + consonante semplice ● vocale breve —> vocale + consonante doppia
Consonante semplice e doppia:
● la consonante semplice (o scempia) è pronunciata normalmente, breve , senza particolare allungamento. ● la consonante doppia (o geminata) è pronunciata più a lungo , con un piccolo “ stacco ” o rafforzamento che ne aumenta l’intensità.
In latino l’opposizione tra lunga o breve era ben percepita dai parlanti e si coglieva a orecchio, invece in italiano non risulta così facile da distinguere. Nel latino volgare la differenza fra vocali brevi e vocali lunghe non sopravvisse.
3. Fenomeni del vocalismo.
3.1. Monottongamento di AU, AE, OE
Il latino classico aveva questi 3 tipi di dittonghi e nel parlato ci fu la tendenza di monottongare cioè pronunciarli come un’unica vocale che avrebbe dovuto essere lunga.
3.2. Dittongamento toscano è dittongamento di Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera.
La regola cosiddetta del “dittongo mobile”
In alcuni verbi con Ĕ e Ŏ nella radice la flessione registra un’alternanza tra forme con dittongo e forme senza. Il dittongo mobile si ha nelle:
● forme rizotoniche → cioè quelle in cui l’accento cade sulla radice e la vocale è quindi tonica.
Non si manifesta nelle forme rizoatone dove l’accento:
Il dittongamento non implica corradicali cioè parole con stessa radice nominale o verbale.
Contesto generale
● Periodo : Italiano antico, fino alla fine del ‘. ● Fenomeno principale : dittongamento delle vocali [ɛ] e [ɔ]. ● Condizione : la vocale tonica:
Questo dittongamento non avviene più nell’italiano attuale.
Origine delle vocali coinvolte
Esempio:
● Ĕ / AE → [ɛ] → piede, cielo ● Ŏ tonica → [ɔ] → fuoco, nuovo
Le 3 trasformazioni principali nel periodo post-medievale
Dopo il ‘300, si osservano 3 riduzioni del dittongo:
Italiano attuale
● Le forme con uò precedute da suoni palatali ([j], [dʒ], [ʎ], [ɲ]) sono in forte declino. ● Esempi:
Alessandro Manzoni ha avuto un ruolo decisivo: nella revisione dei Promessi Sposi ha eliminato quasi tutti i dittonghi uò, ma alcuni sono rimasti: aiuole, giuoco.
Influsso siciliano → alcune forme senza dittongo sono dovute all’influenza della Scuola Siciliana e della poesia siciliana medievale:
Questo spiega perché non tutte le parole si sono adattate al modello “ridotto” senza dittongo.
3.3. Anafonesi
L’anafonesi è l’innalzamento di alcune vocali: le vocali toniche [e] e [o] passano rispettivamente a [i] e [u] in determinati contesti.
In entrambi i casi, l’anafonesi avviene dopo la normale evoluzione del vocalismo latino nel volgare.
Chiusura di e in protonica sintattica
La chiusura della E protonica è stata uniforme e generale nei monosillabi, dove la vocale si trovava in posizione protonica, cioè all’inizio della frase.
3.6. Chiusura della o protonica in u
Anche la O protonica si chiude in U e in questo la chiusura:
3.7. Chiusura di e postonica in sillaba non finale
La E postonica cioè in sillaba successiva a quella tonica, ma non in sillaba finale di parola si chiude in:
● I solo se la E proviene da Ĭ → non da Ĕ e non appartiene mai alla sillaba finale, ma sempre a una sillaba interna.
Il fenomeni si verifica sempre con parole di almeno 3 sillabe:
3.8 Passaggio di AR intertonico e protonico a ER
Il nesso AR tende a trasformarsi in ER quando si trova:
● in posizione intertonica , cioè in una sillaba compresa tra l’accento secondario e quello principale. ● in posizione protonica , cioè prima della sillaba tonica.
Esempi:
Il gruppo AR si è invece conservato in alcune parole, come:
● sigaretta, mozzarella ● acquarello, casareccio ● bustarella, pennarello, spogliarello
3.9 Labializzazione della vocale protonica
In alcune parole, le vocali E + I in posizione protonica , quando sono seguite da una consonante labiale, si trasformano in vocali labiali:
**- O
Esempio: demandare → dimandare → domandare
4.1 Caduta delle consonanti finali
In latino le parole potevano terminare in: T - M - S.
Nel passaggio al latino parlato:
1. nei monosillabi → la S finale : ● può palatalizzarsi, cioè trasformarsi in un suono simile ad i ( NOS → noi). ● oppure può assimilarsi alla consonante iniziale della parola successiva, producendo il raddoppiamento fonosintattico.
2. nei polisillabi → la S finale : ● non si conserva, ma modifica la vocale che la precede, palatalizzandola (CAPRAS → capre).
- FACIO → [fakjo] → [fatʃjo] → [fattʃjo] → faccio
● Dentale + j il nesso → TJ ha 2 esiti
► Il nesso –DJ segue le stesse regole, ma nel primo caso evolve in [dz].
Altri nessi consonante + j
1. Nasale + j ● il nesso MJ produce il raddoppiamento della nasale labiale ( SIMIA(M) → scimmia) ● il nesso NJ produce:
In molti dialetti italiani il nesso si conserva, in altri si riduce a r.
poiché entrambi non appartengono al sistema dell’italiano standard, sono stati resi rispettivamente come [tʃ] e [dʒ].
4.8. Nessi di consonante + L
Quando in latino una consonante è seguita da L come: CL - PL - BL - FL ecc., nell’evoluzione verso l’italiano questo gruppo non resta uguale, ma tende a trasformarsi in consonante + j.
A seconda della posizione del nesso, succedono cose diverse:
● all’inizio di parola il gruppo consonante + L diventa consonante + j , senza altre modifiche (cioè: non c’è raddoppiamento)
● In posizione intervocalica (tra 2 vocali) il gruppo consonante + j provoca il raddoppiamento della consonante.
_- PL: PLANU(M) > piano
NOTA BENE: il nesso GL ha seguito un’evoluzione particolare , sostituito nel ‘400 dal nesso -ʎʎ- (derivato da GJ come figlio, foglia paglia).
Questo perché i parlanti corressero non solo là dove c’era effettivamente da correggere, ma anche dove non si sarebbe dovuto correggere e questo è definito ipercorrettismo.