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Il Professionista dell'Educazione: Teoria, Pratica e Riflessione - Prof. Zizioli, Sintesi del corso di Pedagogia

-i casi unici -le caratteristiche del professionista rifessivo -le competenze del professionista dell'educazione -percorso legislativo dal 68 ad oggi

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 03/06/2024

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IL PROFESSIONISTA DELL’EDUCAZIONE TRA TEORIA E PRATICA
Lo studio della teoria, nel campo dell’educazione, è relativamente importante. Questo permette di saper sì
riconoscere di volta in volta le situazioni che si presentano, tuttavia è necessario entrare nell’ottica che si ha
costantemente a che fare con casi unici e non ripetibili. Il sapere professionale non può e non deve essere
prettamente riconducibile alla sua conoscenza e successiva applicabilità: questo fornisce semplicemente
delle basi, delle quali la più importante è che nessun caso è identico agli altri, e che quindi il trovarsi ogni
volta dinanzi a esperienze di sorpresa è fondamentale per mettersi nella condizione di porsi delle domande
diventando un professionista riflessivo.
L’azione riflessiva dev’essere:
- contemporanea avvenire in modo istantaneo nel presente dell’azione
- retrospettiva come ripensamento dell’azione vissuta e relazione con le proprie esperienze e
conoscenze
- prospettica/anticipata effettuata in funzione delle azioni future e delle strategie che potrebbero essere
impiegate
Non basta fare esperienza per imparare, ma è necessario saper riflettere in modo critico su di essa in modo
da renderla educativa; a tal proposito Dewey parla del continuum dell’esperienza: ogni esperienza riceve
qualcosa da quelle che l’hanno preceduta e in qualche modo modifica la qualità di quelle che seguiranno.
Questa logica secondo cui l’esperienza è l’insegnante più saggia si pone in perfetta antitesi con la visione
dell’insegnamento come qualcosa di trasmissivo e depositario di chi trasmette il sapere a chi non ne ha; in
questo senso imparare dall’esperienza significa anche educare ed essere educati all’affettività e
all’emotività: educare significa guidare in un processo di autopercezione delle proprie emozioni, per poter
poi sviluppare autonomamente le proprie potenzialità. Chi ha intelligenza emotiva si trova avvantaggiato
anche nell’atteggiamento riflessivo.
L’agire riflessivo impone anche al professionista dell’educazione di riconoscere gli errori e saperli
condividere come occasione di crescita personale e professionale, considerando la documentazione e la
comunicazione di un’esperienza necessaria per la riflessione di quanto è avvenuto. Come insegna Dewey, la
sola attività non costituisce esperienza.
Oltre che riflessivo, il professionista dell’educazione dev’essere anche in grado di creare il perfetto
connubio tra tecnica e motivazione: l’una non può esistere senza l’altra, né sovrastarla. In questo modo la
sola tecnica renderebbe l’agire pedagogico asettico e impersonale; la sola motivazione, invece, si
configurerebbe prettamente come un voler agire vocazionale e paternalistico. A proposito di vocazione,
essa si definisce come attributo di una professione che l’individuo si sente attratto a perseguire con l’idea
che sia divertente e significativa e perché la vede come parte centrale della propria identità. Seguire la
propria vocazione ha effetti positivi anche sul benessere personale: sentirsi appagati nel contesto lavorativo
previene lo stress (insieme di reazioni emotive e fisiologiche scaturite da aspetti nocivi del contenuto,
dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro) che può, nei casi peggiori, sfociare in burnout
(disallineamento tra la natura del lavoro e la natura della persona che lo svolge), ansia, depressione, bassi
livelli di autostima. Tutti questi eventi stressanti possono attivare processi di coping (processo adattivo che
consiste nello sforzo di affrontare la situazione stressante riducendola o eliminandola) e resilienza (insieme
di processi che facilitano un adattamento efficace in contesti avversi) che può, quest’ultima trovare un
sostegno essenziale nella creazione di reti (=famiglia, equipe di lavoro, governo, amici, economia…) e in
risorse individuali, quali:
- robustezza capacità di trovare obiettivi di vita significativi, imparando sia dalle esperienze positive che
da quelle negative
- autostima consapevolezza e riconoscimento del proprio valore che aumenta l’autoefficacia, e cioè la
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IL PROFESSIONISTA DELL’EDUCAZIONE TRA TEORIA E PRATICA

Lo studio della teoria, nel campo dell’educazione, è relativamente importante. Questo permette di saper sì riconoscere di volta in volta le situazioni che si presentano, tuttavia è necessario entrare nell’ottica che si ha costantemente a che fare con casi unici e non ripetibili. Il sapere professionale non può e non deve essere prettamente riconducibile alla sua conoscenza e successiva applicabilità: questo fornisce semplicemente delle basi, delle quali la più importante è che nessun caso è identico agli altri, e che quindi il trovarsi ogni volta dinanzi a esperienze di sorpresa è fondamentale per mettersi nella condizione di porsi delle domande diventando un professionista riflessivo. L’azione riflessiva dev’essere:

  • contemporanea  avvenire in modo istantaneo nel presente dell’azione
  • retrospettiva  come ripensamento dell’azione vissuta e relazione con le proprie esperienze e conoscenze
  • prospettica/anticipata  effettuata in funzione delle azioni future e delle strategie che potrebbero essere impiegate Non basta fare esperienza per imparare, ma è necessario saper riflettere in modo critico su di essa in modo da renderla educativa; a tal proposito Dewey parla del continuum dell’esperienza : ogni esperienza riceve qualcosa da quelle che l’hanno preceduta e in qualche modo modifica la qualità di quelle che seguiranno. Questa logica secondo cui l’esperienza è l’insegnante più saggia si pone in perfetta antitesi con la visione dell’insegnamento come qualcosa di trasmissivo e depositario di chi trasmette il sapere a chi non ne ha; in questo senso imparare dall’esperienza significa anche educare ed essere educati all’affettività e all’emotività: educare significa guidare in un processo di autopercezione delle proprie emozioni, per poter poi sviluppare autonomamente le proprie potenzialità. Chi ha intelligenza emotiva si trova avvantaggiato anche nell’atteggiamento riflessivo. L’agire riflessivo impone anche al professionista dell’educazione di riconoscere gli errori e saperli condividere come occasione di crescita personale e professionale, considerando la documentazione e la comunicazione di un’esperienza necessaria per la riflessione di quanto è avvenuto. Come insegna Dewey, la sola attività non costituisce esperienza. Oltre che riflessivo, il professionista dell’educazione dev’essere anche in grado di creare il perfetto connubio tra tecnica e motivazione: l’una non può esistere senza l’altra, né sovrastarla. In questo modo la sola tecnica renderebbe l’agire pedagogico asettico e impersonale; la sola motivazione, invece, si configurerebbe prettamente come un voler agire vocazionale e paternalistico. A proposito di vocazione , essa si definisce come attributo di una professione che l’individuo si sente attratto a perseguire con l’idea che sia divertente e significativa e perché la vede come parte centrale della propria identità. Seguire la propria vocazione ha effetti positivi anche sul benessere personale: sentirsi appagati nel contesto lavorativo previene lo stress (insieme di reazioni emotive e fisiologiche scaturite da aspetti nocivi del contenuto, dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro) che può, nei casi peggiori, sfociare in burnout (disallineamento tra la natura del lavoro e la natura della persona che lo svolge), ansia, depressione, bassi livelli di autostima. Tutti questi eventi stressanti possono attivare processi di coping (processo adattivo che consiste nello sforzo di affrontare la situazione stressante riducendola o eliminandola) e resilienza (insieme di processi che facilitano un adattamento efficace in contesti avversi) che può, quest’ultima trovare un sostegno essenziale nella creazione di reti (=famiglia, equipe di lavoro, governo, amici, economia…) e in risorse individuali, quali:
  • robustezza  capacità di trovare obiettivi di vita significativi, imparando sia dalle esperienze positive che da quelle negative
  • autostima  consapevolezza e riconoscimento del proprio valore che aumenta l’autoefficacia, e cioè la

consapevolezza di poter influire positivamente sulla propria vita a partire dalle proprie potenzialità.

  • ottimismo  aspettative favorevoli sugli eventi futuri che favoriscono strategie di coping
  • emozioni positive
  • risorse ambientali  fattori protettivi familiari e sociali

LE COMPETENZE RELAZIONALI, SOCIALI, PERSONALI, COMUNICATIVE, EMOTIVE

o Interagire in modo positivo e costruttivo con i colleghi, adoperando un adeguato linguaggio a seconda del professionista con cui ci si trova ad interloquire. Comunicare di volta in volta non solo l’azione educativa funzionale, ma anche le esperienze fallimentari, permette di riflettere sul caso a mente lucida e in maniera distaccata e di impadronirsi del vissuto. o Capacità di lavorare in gruppo , inteso come una totalità dinamica basata sull’interdipendenza dei membri, coinvolti nella gestione delle situazioni che porta a cambiamenti instabili ma durevoli perché condivisi. Lavorare in gruppo significa rendersi disponibili all’ascolto dell’altro accettando la diversità dei punti di vista o Tener presente che quella tra educatore ed educando è una relazione asimmetrica e tale deve rimanere. Di conseguenza il professionista dell’educazione deve saper comunicare con svariati soggetti diversi, utilizzando strumenti adeguati a ciascuno di essi. L’ascolto deve essere attivo e non giudicante, empatico il tanto che basta per stabilire un legame di fiducia reciproca, che non sfoci in rapporti morbosi che non contribuiranno all’empowerment del singolo. o Possedere un’adeguata auto- o percezione delle proprie emozioni ( competenza emotiva ). Si deve trovare il giusto connubio tra empatia e distanza. Porre troppa distanza tra educando ed educatore significherebbe imporre un modello educativo troppo freddo e cinico, e lo scarso coinvolgimento emotivo può portare a livelli di burnout. o Fare rete e lavorare in equipe con altri professionisti facendo riferimento a un sistema di supervisione, consulenza e formazione e soprattutto alle tecniche narrative * e autobiografiche o Gestire adeguatamente i conflitti** può attivare strategie di mediazione e negoziazione, secondo le quali i diretti interessati ragionano secondo la logica dell’”e” e non dell’”o”, entrando nell’ottica che cooperare è più conveniente che competere. o Saper lavorare in una dimensione interculturale. La competenza culturale prevede la capacità di rispettare e valorizzare culture differenti dalla propria, garantendo la privacy degli educandi, e sospendendo il giudizio e mantenendo la curiosità e il desiderio di scoperta ***** la narrazione è tra le principali strategie mediante cui si attua una riflessione critica sull’esperienza, e può essere sia collettiva, che individuale (autobiografia ****** ); quest’ultima è intesa come modo di sentire che consente di ordinare l’esperienza, costruire la realtà, rappresentare alternative e possibilità diverse e rappresenta un senso di appartenenza reciproca: attraverso il racconto e la condivisione di un vissuto si gettano le basi per la costruzione di un’empatia. Oltre alla narrazione, al diario e all’autobiografia, un’altra strategia funzionale per la competenza riflessiva è la tecnica dell’incidente critico , atta a stimolare la riflessione individuale e collettiva e ad analizzare i comportamenti messi in atto dai professionisti in situazioni critiche per capire in qualche modo si consolidano convinzioni, regole e abitudini, anche sbagliate, durante la pratica professionale e formativa.