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Riassunto dell'opera "For Space" di Doreen Massey
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Ho pensato allo spazio per tanto tempo. Ma ci sono entrato in contatto indirettamente, attraverso qualche altro tipo di rapporto. Le battaglie sulla globalizzazione, la politica del luogo, la questione di disuguaglianza regionale, i rapporti con la natura mentre cammino in campagna, le complessità della città. Raccogliendo cose che non sembrano abbastanza giuste. Perdendo argomentazioni politiche perché i termini non si adattano a ciò che stai cercando di dire. Trovando me stesso in dilemmi di apparenti sentimenti contradditori. E’ attraverso queste persistenti pensieri- che qualche volta non sembro andare da nessuna parte e a volte si- che sono diventato convinto che le ipotesi implicite che facciamo sullo spazio sono importanti e che, forse, possono essere produttive per pensare ad esso differentemente.
1 Gli eserciti si stavano avvicinando alla città dal quartiere chiamato Canna o Coccodrillo- la direzione in cui sorge il sole. Molto era già conosciuto su di loro. I racconti erano riecheggiati dalle province periferiche. I riscossori di imposte dalla città, collezionando tributi dai territori conquistati, si erano incontrati con loro. I delegati furono inviati per partecipare ad incontri per saperne di più. E ora i gruppi vicini, irritati dalla loro lunga subordinazione alla città azteca, si erano alleati con gli invasori. E nonostante tutti questi precedenti contatti, il flusso costante di messaggi, voci, interpretazioni che raggiungevano la città, l’esercito in avvicinamento era ancora un mistero. (Gli stranieri sedevano su un cervo alto come i tetti. I loro corpi erano completamente ricoperti, solo i loro volti erano visibili. Sono bianchi, come se fatti di calce. Hanno capelli biondi, sebbene alcuni neri. Lunghe sono le loro barbe) E loro stavano arrivando dalla direzione che, in questi spazi temporali, era ritenuta essere quella dell’ autorità. Era anche l’Anno Uno della Canna, un anno di importanza sia storica che cosmologica: un particolare punto nel ciclo degli anni. Nei cicli passati la città era diventata potentemente di successo. Solo qualche ciclo fa gli Aztechi si erano stabiliti per primi in questa enorme ed alta valle. Sono arrivati dalla direzione della selce e dopo lunghe peregrinazioni; persone incolte agli occhi delle città già stabilite intorno al lago. Ma sin dal loro arrivo, e con la fondazione della città di Tenochtitlàn, gli Aztechi hanno collezionato successi su successi. La città era ora la più grande nel mondo. Il suo impero si estendeva, attraverso la conquista e la continua violenta subordinazione, fino all’oceano in due direzioni. Finora gli Aztechi, avevano conquistato tutto prima di loro. Ma questi eserciti che si stanno avvicinando sono minacciosi. Gli imperi non durano per sempre. Solo recentemente Azcapotzalco, sulle sponde del lago, era stata abbattuta dopo un breve barlume di gloria. E Tula, sede dei venerati Toltechi, giace ora deserta così come le rovine di Tenochtitlàn. Tutte queste sono promemoria dei precedenti splendori e della loro fragilità. E ora tutti questi strani invasori stanno arrivando dalla direzione di acatl; ed è l’anno unno della canna. Cose del genere sono importanti. Le coincidenze degli eventi formano le strutture dello spazio-tempo. Per Montezuma completano la risposta all’intero infelice rompicapo. Potrebbe essere un momento di crisi per l’impero. Gli uomini nell’esercito vicino potevano difficilmente credere ai loro occhi quando guardarono giù lungo la città. Avevano sentito dire che era splendida, ma questa era cinque volte Madrid, nell’Europa del cambiamento che avevano lasciato pochi anni prima. Queste spedizioni in origine erano state inviate verso ovest nella speranza di trovare l’est. Quando , qualche anno prima, Cristoforo Colombo, si era diretto verso il grande inesplorato ovest di Christerdom, accettando la sfida della leggenda. Terribili tempeste avrebbero giocato con le sue navi come se fossero gusci e scagliato loro tra le fauci dei mostri; il serpente del mare, affamato di carne umana, avrebbe giaciuto attendendo nelle oscure profondità. I marinai parlavano di strani corpi e curiosi pezzi di legno intagliati che galleggiavano sul fronte occidentale. Era l’anno del nostro signore 1519. Questo piccolo esercito con Hernan Cortes alla sua guida, pochi cavalli e con le sue armature aveva
navigato da quella che i loro capi avevano scelto di chiamare Cuba all’inizio dell’anno, era adesso novembre. Il viaggio fu arduo e violento con battaglie e formazione di alleanze. Finalmente avevano raggiunto la cima di questo passaggio in mezzo a due vulcani innevati. Alla sinistra di Cortes e molto sopra di lui c’era Popocatepeti, che ribolliva senza sosta. Sotto di lui, in lontananza, giaceva un’ incredibile città come non aveva mai visto prima. Ci sarebbero stati due anni di subdole negoziazioni, errori di valutazione, spargimenti di sangue, sconfitte, ritirate e avanzate prima che Cortes conquistasse la città degli Aztechi, Tenochtitlàn, che oggi chiamiamo Città del Messico, Mexico City, distretto federale. Il modo in cui oggi spesso raccontiamo questa storia , o qualunque racconto riguardo i ‘viaggi di spedizione’ è in termini di attraversamento e conquista dello spazio. Cortes viaggiò attraverso lo spazio , trovando e conquistando Tenochtitlàn. Lo ‘spazio’ in questo modo di dire le cose, è un’espansione attraverso la quale noi viaggiamo. Sembra quasi tutto ovvio. Ma il modo in cui noi immaginiamo lo spazio ha effetti- così come li ha avuti in maniera diversa sia per Cortes e Montezuma. Il concepimento dello spazio nei viaggi di esplorazione, inteso come qualcosa che debba essere attraversato e conquistato, ha particolari ramificazioni. Implicitamente, compara lo spazio al territorio e al mare, con la terra che si estende intorno a noi. F anche sembrare lo spazio ad una superficie continua e data. Questo differenzia: Hernan, attivo, uno che ha scritto la storia, che ha fatto viaggi attraverso questa superficie, trovando Tenochtitlàn su di essa. E’ un’impensabile cosmologia, nel senso gentile del termine, ma che comporta effetti sociali e politici. Quindi semplicemente questo modo di concepire lo spazio ci può aiutare ad immaginare altri luoghi, persone, culture come fenomeni su questa superficie. Immobilizzati loro aspettavano l’arrivo di Corte. Erano lì , sullo spazio, nello spazio, senza le loro traiettorie (?). Un tale spazio rende ancora più difficile da vedere negli occhi delle nostre menti le storie che anche gli Aztechi hanno vissuto e prodotto. Cosa potrebbe significare riorientare questa concezione? Mettere in discussione quell’abitudine di pensare allo spazio come una superficie? Se, invece, lo pensassimo come ad un incontro di storie? Cosa succede alla nostra concezione di tempo e spazio? 2 Gli attuali governi di UK e USA (anche altri) ci raccontano una storia sull’inevitabiltà della globalizzazione. (o meglio ci raccontano una storia sull’inevitabilità di quella particolare forma di globalizzazione neoliberale capitalista di cui stiamo facendo esperienza- quella duplice combinazione di glorificazione del libero movimento del capitale da una parte e del saldo controllo sul movimento dei lavoratori dall’altra. Comunque, ci dicono che questo è inevitabile) Se notate le differenze in giro per il mondo, dal Mozambico, Mali o Nicaragua, ti diranno che questi paesi sono solo ‘indietro’; che eventualmente seguiranno la strada che il capitalista occidentale gli indicherà. Nel 1998 B. Clinton ha rilasciato che non possiamo più resistere alle attuali forze della globalizzazione come non possiamo più resistere alla forza di gravità. Passiamo oltre alla possibilità di resistere alla forza di gravità, notando semplicemente che questo è un uomo che trascorre gran parte della sua vita volando su aerei … Seriamente , questa frase fu detta da un uomo che ha speso gran parte della sua carriera cercando di proteggere e promuovere (attraverso il GATT, il WTO e la crescita della NAFTA/TLC) questa forza apparentemente implacabile della natura. Conosciamo il contro-argomento: l’ attuale globalizzazione non è il risultato di una legge della natura. E’ un progetto. Le affermazioni come quelle di Clinton stanno tentando di persuaderci che non c’è un’alternativa. Questa non è la descrizione del mondo, in quanto è solo un frammento di come il mondo è fatto. Questo è chiaramente stabilito nelle critiche riguardanti l’attuale globalizzazione. Ma forse è reso meno esplicito che una delle cruciali manovre a lavoro al suo interno, convincerci dell’ineluttabiltà della globalizzazione, è un gioco di prestigio nei termini della concettualizzazione di spazio e tempo. La frase trasforma la geografia in storia, lo spazio in tempo. Questo ha ancora effetti politici e sociali. Dice che il Mozambico e il Nicaragua non sono così diversi da noi, non dobbiamo immaginarli come se avessero le loro traiettorie/direzioni (?), le loro particolari storie e il potenziale, anche se differente, per il proprio futuro. Sono semplicemente in una fase primitiva in cui la sola e unica narrazione può essere raccontata. Quella cosmologia di un’unica narrazione cancella le molteplicità , le eterogenità contemporanee dello spazio. Ciò riduce la coesistenza
non lo fanno in conseguenza di riflessioni ponderate sulla natura dello spazio e del tempo. La loro concezione di spazio, è ridotta ad una dimensione per la manifestazione/rappresentazione di differenti momenti impliciti. In questo non sono soli. Uno dei ricorrenti motivi in ciò che segue è quanto lo spazio sia poco pensato esplicitamente. Tuttavia, le persistenti associazioni lasciano un residuo di effetti. Sviluppiamo metodi per incorporare una spazialità nei nostri modi di essere nel mondo, modi per affrontare sfide che la grande realtà dello spazio ci getta. Questi coinvolgimenti dello spazio alimentano e sostengono una visione più ampia del mondo. Le traiettorie degli altri possono essere immobilizzate quando procediamo con le nostre; la vera sfida della contemporaneità degli altri può essere deviata dalla loro retrocessione in un passato (arcaico); le custodie difensive di un luogo essenziale sembrano consentire un più ampio disimpegno , fornire una base sicura. In questo senso, ciascuna delle precedenti riflessioni fornisce un esempio di un qualche tipo di fallimento della visione spaziale. Fallimento nel senso di essere inadeguati ad affrontare le sfide dello spazio, incapacità di prendere in considerazione le sue molteplicità, di accettare la sua radicale contemporaneità, di affrontare la sua complessità costitutiva. Cosa succede se lasciamo andare quelle, ormai intuitive, conoscenze?
Traduzione for Space da pag 9 a pag 14 1 Proposizioni di apertura Questo libro tratta un approccio alternativo allo spazio. Di conseguenza come tutti i compromessi presenta sia vantaggi che svantaggi. Già solo le riflessioni suddette, e quelle che verranno fatte, implicano la necessità di un'ulteriore elaborazione di questo concetto. E' più facile iniziare col riassumere poche proposizioni. Esse sono le seguenti. In primis , che riconosciamo lo spazio come un prodotto di interrelazioni; come costituito per mezzo di interazioni, dall'immensità del globale all'infinitamente piccolo. (Questa è una proposizione che apparirà senza sorprese per tutti coloro che avranno letto la recente letteratura geografica anglosassone). In secundis , che comprendiamo lo spazio come una sfera di possibilità di esistenza del molteplice nell'accezione di pluralità contemporanea; come la sfera nella quale coesistono distinte traiettorie; come la sfera pertanto dell'eterogeneità coesistente. Senza spazio non c'è molteplicità; senza molteplicità non c'è spazio. Se lo spazio è in effetti il prodotto di interrelazioni, allora deve essere basato sull'esistenza della pluralità. Molteplicità e spazio come co-costitutivo. In tertiis , che riconosciamo lo spazio come sempre in costruzione. Precisamente perchè lo spazio in questa ottica è un prodotto di "intra-relazioni", relazioni nelle quali sono necessariamente integrate pratiche materiali che sono state effettuate, esso è sempre nel processo di fabbricazione e mutazione. Esso non è mai finito; mai chiuso. Forse dobbiamo immaginare lo spazio come una simultaneità di "storie - finora". Ora queste proposizioni risuonano con recenti svolte in taluni ambienti nella modalità nella quale la politica progressista può anche essere immaginata. Infatti è parte del mio ragionamento, non solo che lo spaziale è politico (il quale concetto, dopo molti anni e dopo molti scritti sull'argomento, può essere dato per assodato), ma piuttosto che pensare lo spaziale in un particolare modo può scuotere la maniera in cui certe questioni politiche sono formulate, può contribuire al dibattito politico già in corso, e - più profondamente - può essere un elemento essenziale nella struttura immaginativa che abilita in primo luogo un'apertura alle più alte sfere della politica. Alcune di queste possibilità possono già essere derivate dai brevi enunciati delle proposizioni. Quindi, sebbene possa essere sbagliato, e vincolato troppo rigidamente, per proporre una semplice mappatura uno a uno, è possibile delucidare da ciascuno un aspetto lievemente differente della potenziale serie di collegamenti tra l'immagine dello spazio e quella della politica. Così, in primis , si comprende lo spazio come un prodotto di interrelazioni ben accordate con i recenti anni di politiche che hanno perseguito un impegno verso l'anti - essenzialismo. Al posto di un liberalismo individualistico od un altro tipo di identità politica la quale prende codeste identità come già, e sempre, precostituite, e discute per i diritti (di), o si batte, per l'eguaglianza (di), codeste identità precostituite; (,) questa politica prende la costituzione delle identità stesse e le relazioni mediante le quali sono costruite, per essere uno dei punti centrali della sua politica. "Relazioni" qui, poi, sono intese come pratiche incorporate. Piuttosto che accettare e lavorare con entità/identità già costituite, questa politica pone il suo sforzo sopra il costruzionismo relazionale delle cose (includendo quelle cose chiamate soggettività politiche e circoscrizioni politiche). E' prudente quindi sulle affermazioni di autenticità basate su nozioni di identità immutabile. Invece, propone una comprensione relazionale del mondo ed una politica che risponda a questo. La politica rispecchia quindi il primo concetto che anche lo spazio stesso è un prodotto di interrelazioni. Lo spazio non esiste a priori rispetto alle identità/entità ed alle loro relazioni. Più in generale desidero argomentare che le identità/entità, le relazioni "tra" di esse, e la spazialità che è parte di dette identità, sono tutte co-costitutive.
Ora, qui ancora - come nel caso della prima proposizione - c'è un parallelo con la concettualizzazione dello spazio. Non solo la storia ma anche lo spazio è aperto. In questo spazio interazionale aperto ci sono sempre connessioni ancora da fare, giustapposizioni ancora da far fiorire in interazioni (o no, per non aver ancora stabilito tutte le potenziali connessioni), relazioni che potranno o non potranno essere compiute. Qui poi, lo spazio è infatti un prodotto di relazioni (prima proposizione) e perciò per essere così ci deve essere molteplicità (seconda proposizione). Però, queste non sono le relazioni di un coerente, chiuso sistema entro cui, come dicono, tutto è già correlato a tutto il resto. Lo spazio non può mai essere quella completa simultaneità nella quale tutte le interconnessioni sono state già stabilite, e nel quale tutto è già correlato con ogni altra cosa. Uno spazio, poi, il quale non è né un contenitore per identità sempre - già costituite né una completa chiusura dell'olismo. Questo è uno spazio di estremità libere e collegamenti mancanti. Perché il futuro sia aperto, anche lo spazio dovrà essere aperto. (Foglia) Tutte queste parole portano con se nuvole di connotazioni. Scrivere di sfidare l'opposizione tra spazio e luogo potrebbe legittimamente richiamare pensieri di Heidegger (ma ciò non è quello che intendo). Parlare di "differenza" può generare supposizioni sull'alterazione (modificazione o alterità?) (ma non è ciò a cui voglio arrivare). La menzione delle molteplicità evoca tra gli altri, Bergson, Deleuze, Guattari (e ci saranno alcune consonanze più tardi con questo filone di pensiero). Un po' di precisazioni preliminari potranno aiutare. Con "traiettoria" e "storia" intendo semplicemente enfatizzare il processo di cambiamento all'interno di un fenomeno. I termini sono così temporali nella loro accezione anche se, come vorrò argomentare, la loro necessaria spazialità, (il posizionamento in relazione ad altre traiettorie o storie, per esempio) è inseparabile dalla temporalità ed intrinseca al loro carattere. Il fenomeno in questione può essere una cosa vivente, un atteggiamento scientifico, una collettività, una convenzione sociale, una formazione geologica. Sia "traiettoria" che "storia" hanno altre connotazioni che non sono intese qui. "Traiettoria" è un termine che figura nei dibattiti sulla rappresentazione che sono stati importanti ed hanno avuto durevoli influenze sul concetto di spazio e tempo (vedi la discussione nella parte due ). "Storia" porta con se connotazioni di qualcosa di detto, di una storia interpretata; ma ciò che intendo è semplicemente la storia, il cambiamento, il movimento, delle cose in se stesse. Questo fascio di parole differenza/ eterogeneità/ molteplicità / pluralità ha suscitato anch'esso molta contesa. Tutto ciò che intendo in questo punto è la contemporanea esistenza di una pluralità di traiettorie; una simultaneità di storie - finora. Quindi la minima differenza suscitata dall'essere posizionato solleva già il fatto dell'unicità. Questo è, poi, non "differenza" come contrario alla classe, come in alcune vecchie battaglie politiche. E' semplicemente il principio di coesistenza di eterogeneità (eterogenetica). Non è la particolare natura delle eterogeneità, ma il fatto di esse, che è intrinseco allo spazio. Invece mette in discussione quali possano essere le linee di differenziazione pertinenti in ogni particolare situazione. Né è questa "differenza" come nello spostamento decostruttivo dello spazzi ando : come nella decostruzione dei discorsi di autenticità, per esempio. Questo non vuol dire che tali discorsi non siano significativi nel modellamento culturale dello spazio; né che non dovrebbero essere portati a termine. La letteratura (i romanzi) di coerente nazionalità, come nel terzo ragionamento, potranno operare precisamente su tali principi del costituire l'identità/ differenza. David Sibey (1995,
un'alternativa positiva. Così nel caso particolare dello spazio, ci può forse aiutare ad esporre alcune delle sue presunte coerenze, ma non ce lo trasporta propriamente nella vita. E' questa vivacità, la complessità, ed apertura dello stesso configurazionale, la positiva molteplicità, che è importante per apprezzare lo spaziale. Questo libro è un saggio sulla sfida dello spazio, gli stratagemmi multipli attraverso i quali questa sfida è stata così persistentemente elusa, e le implicazioni politiche dell'esercitare ciò differentemente. Alla ricerca di questo c'è un inevitabile impegno con molti altri approcci teorici e teoretici, includendo molti il cui focus esplicito non è sempre sulla spazialità. Essi sono citati nel testo. Ma è importante forse ora dire che il mio ragionamento non è semplicemente nello stampo di nessuno di loro. Non ho lavorato a partire dai testi sullo spazio, ma attraverso situazioni ed impegni nei quali la questione dello spazio è stata in qualche modo sollevata, toccata. Piuttosto, la mia preoccupazione di respingere lo spazio/ politica ha plasmato le posizioni della ( sulla ) filosofia, e su gamma di concetti. I dibattiti sopra l'eterogeneità/ differenza e costruzionismo sociale/discorso sono casi in questione. Le equazioni di rappresentazione mediante la spazializzazione mi ha dato molti problemi. Le associazioni dello spazio con la sincronia mi hanno esasperato; i persistenti presupposti dello spazio come l'opposto del tempo mi hanno dato da pensare; quelle analisi che sono rimaste all'interno del discorso non sono state abbastanza positive. E' stato un impegno reciproco. Ciò a cui sono interessata è come possiamo immaginare lo spazio per questi tempi; come possiamo ricercare un immaginazione alternativa. Ciò che è necessario, io penso, è di sradicare lo "spazio" da quella costellazione di concetti tra i quali senza saperlo è stato spesso incorporato (stasi; chiusura; rappresentazione) e sistemarlo in un altro set di idee (eterogeneità, relazionalità, coevità...vivacità davvero) dove rilascia un più sfidante paesaggio politico. Ci deve, come spesso ora raccontato, essere una lunga storia del comprendere lo spazio come "il morto, il fissato" nella famosa retrospezione di Foucault. Più recentemente ed in totale contrasto c'è stata una vera stravaganza di non euclidee, buco nero (geometria differenziale?), riemaniana... ed una varietà di altre improbabili evocazioni topologiche precedenti. Da qualche parte tra queste due, giacciono i ragionamenti che voglio fare. Ciò che troverete qui è un tentativo di risvegliare lo spazio dal lungo sonno generato dalla disattenzione del passato, ma un tentativo dei quali rimane forse il più prosaico, anche se non il più ardito, rispetto ad alcune formulazioni recenti. Questo è ciò che ho trovato essere il più produttivo. Questo è un libro sullo spazio ordinario; lo spazio ed i luoghi attraverso i quali, nella negoziazione di relazioni dentro la molteplicità, il sociale è costruito. E' in questo senso una modesta proposta, eppure la stessa persistenza, l'apparente ovvietà, di altre mobilizzazioni dello "spazio", puntano verso la sua continua necessità. Ci sono molti che hanno ponderato le sfide e i diletti della temporalità. Qualche volta questo è stato fatto attraverso la lente di quel filone di (pensiero) filosofico di antropocentrico miserabilismo che preoccupa se stesso con l'inevitabilità della morte. In altre forme la temporalità è stata esaltata come la dimensione vitale della vita, dell'esistenza stessa. Il ragionamento qui è che lo spazio è ugualmente vivace ed ugualmente temerario, e ciò, lontano esso dall'essere morto e fissato la vera enormità delle sue sfide ha significato che le strategie per addomesticarlo sono state molte, varie e persistenti.
sopravvivenza? (aliveness) per il mondo al di là della torba, se quello è se stesso, una città, o le parti particolari del pianeta dove ognuno vive e lavora; un impegno per quella radicale contemporaneità che è condizione di, condizione per la spazialità. PARTE DUE UNPROMISING ASSOCIATION ( associazioni poco promettenti??) Henry Lafabre sottolinea nell’apertura argomenti di “The production of space (1991)” che noi usiamo spesso la parola “spazio”, in discorsi sia popolari che accademici, senza essere pienamente coscienti di cosa intendiamo per esso. Abbiamo ereditato un immaginario profondamente radicato che molto spesso non è attivamente pensato. Basato su asserzioni non più riconosciute come tali, è un immaginario dominato dalle implacabili forze dell’ovvio palese. Questo è il problema. Quell’immaginario implicito è stato nutrito da ogni tipo di influenza. In molti casi loro sono , voglio precisare, associazioni poco promettenti che tolgono consapevolmente dallo spazio la sua caratteristica più avvincente. L’ influenza ad essere chiamata in questa parte deriva dagli scritti filosofici nella più ampia concezione del termine. La parte tre si occuperà della comprensione più pratica-popolare e teorico-sociale dello spazio, nel contesto particolare della politica della modernità e del capitalismo globalizzato. L’obiettivo di entrambe le Parti è di disseppellire alcune delle influenze sull’egemonica visione di “spazio”. Quello che segue subito dopo quindi, è un tentativo di tirar fuori qualche filo di argomenti particolari che esemplificheranno i modi in cui lo spazio può arrivare, attraverso discorsi filosofici importanti, per aver associato ad esso caratteristiche, almeno per la mia visione, disabilitano il suo pieno inserimento nella politica. Non è un libro di filosofia, gli argomenti qui sono particolari e incentrati unicamente su come alcune posizioni sono comunemente accettate. Anche se non direttamente immaginate. I particolari filoni filosofici citati qui servono come esempio. Il risvolto intorno a Henry Bergson: strutturalismo e decostruzione: una selezione fatta da entrambe a causa del loro significato come filoni di pensiero e perché nei loro argomenti più grandi hanno, in modi differenti, molto da offrire per il tipo di progetto in cui questo libro è impegnato. In altre parole, sono impegnate per le loro promesse piuttosto che per i loro problemi. Nessuno di questi filosofi ha la ri-concettualizzazione dello spazio come obbiettivo. Più spesso, e in un contesto di più ampio dibattito, lo spazio è concettualizzato come( o piuttosto inteso come)semplicemente il negativo opposto al tempo. E’ invero ,voglio precisare, in parte quella lacuna in relazione al pensiero attivo sullo spazio, e le contraddizioni che in tal modo sorgono, che possono provocare un suggerimento su come fare breccia nei limiti apparenti di alcuni degli argomenti su cui stanno adesso. Uno dei temi è che spazio e tempo devono essere pensati insieme: che non è mera fiorente retorica, ma che l’influenza come pensiamo di ambedue i termini; che pensare spazio e tempo insieme non significa che siano identici (per esempio in qualche non identificata quarta dimensione), piuttosto significa che l’immaginario di uno ha ripercussioni (non sempre chiare) sull’immaginario degli altri e che spazio e tempo sono implicati reciprocamente; il che apre ad alcuni problemi che prima d’ora erano sembrati (logicamente, inequivocabilmente) irrisolvibili; e che da spunti per pensare a politica e spazialità. La caunterpisitional (BHO!) etichettatura dei fenomeni come temporalità e spazialità, e comportando tutto il bagaglio della riduzione dello spazio alla sfera politica di una chiusura casuale o riduzione reazionaria delle istituzioni, continuata fino a questo giorno. Il primo obiettivo delle filosofie esplorate qui era generalmente esplorare gli argomenti presentati in questo libro. Mi sono rallegrato con Bergson nelle sue discussioni sul tempo, approvazione di determinazione strutturalistica per non lasciare che la geografia sia trasformata in storia , plaudo l’insistenza di Laclau sull’intima connessione tra dislocazione e possibilità della politica… E’ quando inizia a parlare di spazio che mi sento (rinvigorito?). Confuso dalla mancanza di attenzione che danno, alle loro asserzioni, confuso dal tipo di doppio utilizzo (dove lo spazio è sia il grande “fuori” sia il termine di scelta per caratterizzazione della rappresentazione, o di chiusura ideologica), e , finalmente, placato dal trovare la fine del problema (la loro dislocazione interna) il che rende possibile la rivelazione di codeste asserzioni e doppi utilizzi e che, a sua volta, provoca una re- immaginazione di spazio che dovrebbe essere non solo più della mia simpatia (BHO!), ma anche in sintonia con lo spirito delle loro indagini. C’è una distinzione che deve essere fatta fin dall’inizio.
Doveva essere affermato che, almeno in secoli recenti, lo spazio è stato trattato con meno stima , e con meno attenzione, così il tempo( con geografia, Ed Soja(1989) è stato fatto questo argomento con la forza). È spesso affermato il “dominio del tempo sullo spazio”, ed è stato sottolineato e preso come impegno da tanti. Non è comune questa mia preoccupazione. Ciò che mi preoccupa è il modo in cui immaginiamo lo spazio. A volte la caratteristica problematica risulta inoltre dalla perdita della priorità – la contestualizzazione sia come pensiero posteriore, sia come residuo di tempo. Tuttavia i primi pensatori dello strutturalismo possono, si può dire così, aver teorizzato tempo e immobilità, o come posso argomentare, l’effetto del loro approccio era una problematica visione dello spazio. Inoltre, la scoperta di tali contestualizzazione problematiche dello spazio( come statico, chiuso, immobile, al contrario del tempo) porta alla luce altri tipi di connessioni, con la scienza, scritture e rappresentazioni con questioni di soggettività e le sue connessioni in cui tutta l’immaginazione dello spazio ha giocato un ruolo importante. E queste entwinings(BOH!) sono a sua volta relazionati al fatto che lo spazio è così spesso escluso da, o inadeguatamente concettualizzato in relazione, e ha in tal modo debilitato la nostra concezione di politici e politica. Quello che segue è un ingaggio con alcune di queste debilitanti associazioni. Alcuni di questi filoni di filosofia hanno sviluppato particolari congetture storico-geografiche. Loro stessi sono intervenuti in qualcosa già in movimento. A volte quello che è un problema lo districa in alcuna misura dall’orientamento provocato da questi momenti, i dibattiti nei quali erano parte. Riorientandoli ai miei concetti possono produrre nuove linee di pensiero. A volte ciò che è un problema è ciò che lo spinge avanti. L’effetto alla fine, spero, è liberare lo spazio da alcune catene di significato(che lo ha incastrato con “chiusura” e “stasi”, o con “scienza”, “scritti” e “rappresentazioni”) che ha tutto ma soffocato a morte, con l’intento di bloccarlo con altre catene( in questo capitolo accanto “apertura”, “eterogeneità”, “vitalità”) dove può avere una nuova e produttiva vita.
Soja sostiene che Bergson era una dei più potenti provocatori di una più generale devalutazione e subordinazione di spazio relativo al tempo la quale prese campo dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. La classica smentita di Focault sulla lunga storia della denigrazione dello spazio comincia così : “Comincia con Bergson o prima?”. Il problema comunque affonda molto più profondamente di una semplice concessione di priorità. Piuttosto vi è una domanda nel modo di concettualizzazione. Non è così tanto che Bergon diede meno priorità allo spazio, privando però quest’ultimo del relativo dinamismo, e contrapponendolo radicalmente al tempo. Una delle cruciali provocazioni per Bergson, e un costante punto di riferimento, è il paradosso di Zeno. Il messaggio che il paradosso usa ribattere è che il movimento (Un continuo) non può essere suddiviso in instanti “discreti” “Ciò perché la continuità non può essere ridotta a un’aggregazione di punti e che il movimento non può essere ridotto a ciò che è statico. Continuità e movimento si implicano l’un l’altro” (Boundas, 1996, p.84). Questo è un importante argomento, ma è un argomento che riguarda la natura del tempo, e a proposito dell’impossibilità di ridurre il reale movimento/il divenire a stasi molteplici all’infinito; Ne deriva l’impossibilità di una storia derivata da una successioni di parti attraverso il tempo (Massey 1997). Perciò la linea dei pensieri si trova annodata con un’idea(non propriamente esplicitata) di spazio. Così, in Materia e Memoria di Bergson troviamo: Gli argomenti di Zeno di Elea non hanno altra origine se non questa illusione. Tutti consistono nel far coincidere tempo e movimento con la linea la quale sottende i paradossi, e nell’attribuire loro la stessa divisione della linea. In questa confusione Zeno fu incoraggiato da un senso comune, il quale usualmente trasporta dal movimento le proprietà della sua traiettoria, e anche dal suo linguaggio, e che trasla sempre i movimenti e la durata in termini di spazio. L’appena rifiutata concezione di tempo come suddivisione di più parti del tempo stesso, attrae l’etichetta “spaziale”. Immediatamente questa associazione rende lo spazio in una luce negativa. Quindi, il dualismo con il quale queste filosofie stanno combattendo (a pro delle continuità e non delle discontinuità, e dei processi più che delle cose), vi si aggiunge il tempo più che lo spazio. Ora, questi argomenti, hanno preso ad essere discussi in varie situazioni. Un altro fattore che deve essere sconfitto (ma di cui se ne parla ancora oggi) è il “tempo vuoto”. Vuoto, diviso e reversibile, nel quale nulla cambia; dove non vi è evoluzione ma mera successione; un tempo come multiplo di molteplicità discrete. La concezione di Bergson era che il tempo è molto spesso concettualizzato nello stesso modo dello spazio (come multiplo discreto). Noi fraintendiamo la natura della durata, ha sostenuto, quando lo “spazializziamo”- quando pensiamo ad esso come quarta dimensione dell’estensione. (Vi è qui una preveggente critica di una semplicistica tendenza a parlare di spazio- tempo, o di quadri-dimensionalità , senza investigare la natura dell’integrazione delle dimensioni, la quale è il problema). L’istantanea parcellizzazione attraverso la quale il tempo era presentato come statico, nella forma in cui è analizzato dal paradosso di Zeno, ha portato da allora all’etichetta “spaziale”. Finalmente, però, è stata discussa: in qualunque caso, se deve esserci un vero divenire(in una continua produzione del nuovo), allora tale supposta statica parcellizzazione del tempo è impossibile, statiche successioni del tempo, anche se moltiplicate all’infinito non portano un divenire. Lo spazio poi, per Bergson, come è evidente, in “Materia e memoria” è caratterizzato come quantitativo divisibile. Ciò è fondamentale per capire che la rappresentazione è spazializzazione: “Il movimento è visibilmente costituito dal passaggio da un punto ad un altro e conseguentemente all’attraversamento dello spazio. Ora lo spazio che è attraversato è infinitamente divisibile; e come il movimento è, per così dire, applicato alla linea lungo il quale passa, finendo per sembrare come una linea, anch’essa divisibile”. Questo carattere dello spazio come dimensione di pluralità, molteplicità discrete, è importante, sia concettualmente, sia politicamente. Nella formulazione di Bergson qui fatta si ha una molteplicità discreta senza durata. Sempre Bergson in “Time and Free will” afferma: “non possiamo tirar fuori movimento dall’immobilità, e tempo dallo spazio”. Ancora, in “Materia e memoria” scrive: “l’illusione fondamentale consiste nel trasferire alla durata stessa, nel suo flusso continuo, la forma di parti istantanee”. Nel suo intento appoggio questo argomento; ma dissento ad altre sue condizioni. Perché non possiamo conferire a queste istantanee parti la loro
propria vitale qualità di durata? Una dinamica simultaneità sarebbe una concezione abbastanza diversa da un attimo congelato(Massey,1992). (Poi, se continuiamo a persistere nella nomenclatura di “spaziale” potremmo davvero, in gergo, “prendere tempo dallo spazio”). Da una parte ciò genera dubbi fra l’uso del termine “spazio” nella precedente accezione, presa da Bergson; dall’altro lato , tuttavia, dimostra come il vero impulso del suo argomento fornisca un ulteriore step, un interrogativo dell’uso del termine di spazio stesso, interrogativo già implicito nell’argomentazione di Bergson. Il problema è che la connotazione della caratterizzazione dello spazio attraverso la rappresentazione, non solo come entità discreta, ma anche come priva di vita, si è dimostrata estrema e fuori luogo. Perciò Gross scrive di Bergson argomentando che “la mente razionale fa una mera spazializzazione “ e che concettualizza le attività scientifiche in termini di “categorie immobilizzanti dell’intelletto”: Per Bergson la mente è per definizione spazialmente orientata. Ma tutto ciò che è creativo, espansivo e attivo con energia a tale punto non lo è. Quindi, l’intelletto non può mai aiutarci ad arrivare a ciò che è essenziale perché uccide e frammenta tutto ciò che incontra….Noi dobbiamo, conclude Bergson, rompere la spazializzazione impostaci dalla mente, per riguadagnare contatto con il nucleo del vero vivente, che sussiste solo nella dimensione del tempo… Come Deleuze persistentemente sottolinea, spazio e tempo non sono due tendenze uguali, al contrario sono opposte; tutto è impilato tendenzialmente sul lato della durata. Questa “principale divisione Bergsonina: quella spazio e durata” fornisce la sua strada da seguire attraverso il suo evidente squilibrio; in Bergsonism, però, la difficoltà sembra scomparire. In Creative evolution (di Bergson) la distinzione fra spazializzazione e spazio è reso effettivo. Pur mantenendo l’equazione fra intellettualizzazione e spazializzazione , Bergson arriva a riconoscere anche, all’inizio in forma di domanda, il durevole nelle cose esterne, e ciò si dirige verso un punto di cambiamento radicale in una potenziale concettualizzazione dello spazio. Questo riconoscimento della durata negli aspetti esterni e perciò nell’ inter penetrazione , anche se non nell’equivalenza, di spazio e tempo, è un importante aspetto dell’argomento in questo libro. E’ ciò che io sto chiamando spazio come dimensioni di molteplici traiettorie, e come dimensione di una molteplicità di durate. Il problema è stato che il vecchio canale di intendere: spazio-rappresentazione-stasi, continua ad ampliare la sua diffusione; l’eredità e il suo fardello rimangono. PP.25-30 CLARISSA DECEMBRI Per Ernesto Laclau lo sviluppo dell'argomento è piuttosto diverso da quello di Bergson, ma la conclusione è simile: lo spazio è equivalente alla rappresentazione che a sua volta equivale alla chiusura ideologica. Per Laclau la spazializzazione è equivalente di egemonizzazione: la produzione di una chiusura ideologica, un'immagine del mondo essenzialmente dislocato è in qualche modo coerente. Così: qualsiasi rappresentazione di una dislocazione implica la sua spazializzazione. Il modo per superare la natura temporale, traumatica e non rappresentabile della dislocazione è costruirlo come un momento in una struttura strutturale permanente, una relazione con altri momenti, nel qual caso viene eliminata la pura temporalità dell'evento, questo addomesticamento spaziale del tempo. Laclau identifica la crisi di ogni spazialità (come conseguenza dell'affermazione della natura costitutiva della delocalizzazione) con l'assoluta impossibilità di ogni rappresentazione. La dislocazione distrugge tutto lo spazio e, di conseguenza, la stessa possibilità di rappresentazione, e così via. I riferimenti a una potenziale riformulazione sono evidenti ed eccitanti (se tutto lo spazio viene distrutto ...) ma non vengono seguiti, e l'assunzione di un'equivalenza tra spazio e rappresentazione è inequivocabile e insistita. In contrasto ancora con Laclau, che tende piuttosto ad assumere che la rappresentazione sia la spazializzazione, de Certeau, che detiene la stessa posizione, spiega in alcuni dettagli le sue ragioni, che sono simili a quelle di Bergson. Per de Certeau, l'emergere della scrittura (distinta dall'oralità) e del metodo scientifico moderno, ha comportato proprio l'annullamento della dinamica temporale, la creazione di uno spazio vuoto (uno spazio proprio) sia dell'oggetto della conoscenza che un luogo per un'iscrizione, e l'atto di scrivere (in quello spazio).
Suggerirò che una via di sviluppo per questa equazione ora egemonica dello spazio e della rappresentazione possa farsi strada tra le battaglie del diciannovesimo secolo e dell'inizio del ventesimo secolo sul significato del tempo. Ovviamente, questo non è affatto un modo per criticare: tale incorporamento è inevitabile. È solo per sottolineare che questa posizione intellettuale è il prodotto di un processo: non è in qualche modo evidente. Secondo , anche se siamo d'accordo sul fatto che la rappresentazione si risolve e si stabilizza, ciò che si stabilizza non è semplicemente il tempo, ma lo spazio. Laclau scrive "la massima inesprimibilità della storia", ma ciò che non è realmente rappresentabile non è la storia concepita come temporalità ma lo spazio temporale (storia / geografia se lo si desidera). Anzi, due pagine prima, riconosce entrambi (riferendosi alla società), ma poi lo fa col suo uso della terminologia spaziale: la società, quindi, non è in definitiva rappresentabile perchè ogni rappresentazione, e quindi ogni spazio, è un tentativo di costituire la società, non dire cosa sia. Sarebbe meglio riconoscere che la società è sia temporale che spaziale e abbandonare interamente quella definizione di rappresentazione come spazio. Ciò che è in discussione, nella produzione di rappresentazioni, non è la spazializzazione del tempo (inteso come il rendering del tempo come spazio), ma la rappresentazione dello spazio temporale. Ciò che concettualizziamo (dividere in organi, metterlo come si vuole) non è solo il tempo, ma lo spazio. Anche nelle argomentazioni di Bergson e de Certeau la questione è formulata come se il mondo vivace che è lì per essere rappresentato (concettualizzato / trascritto) sia solo temporale. È certamente temporale; ma è anche spaziale. E la rappresentazione è un tentativo di catturare entrambi gli aspetti di quel mondo. Terzo , è facile vedere come la rappresentazione possa essere intesa come una forma di spazializzazione. Quel lavoro di sistemare le cose fianco a fianco; anzi la produzione di una simultaneità, una discreta molteplicità. Su queste basi sarebbe anche facile rappresentare lo spazio, se quello fosse solo lo spazio; così Bergson scrisse di sostituire la strada per il viaggio, de Certeau di sostituire una traccia per atti. Nella formulazione di de Certeau, una traccia è di per sé una rappresentazione; non è lo spazio. La mappa non è il territorio. In alternativa, ciò che Bergson scrive è: "Tu sostituisci la strada per il viaggio, e ed poiché il viaggio è sotteso dal percorso che i due coincidono". Possiamo, qui, sebbene sia inserito in una più ampia discussione sulla rappresentazione, prendere la strada per essere un vero percorso (non una rappresentazione / concettualizzazione). Non è la mappa; è il territorio stesso. Ma allora un territorio è integralmente spazio temporale. Il percorso non è un'istantanea statica. In effetti, ora possiamo trarre le conclusioni di Laclau. Tutto lo spazio, scrive come abbiamo visto, è dislocato. Una prima conseguenza è che lo spazio stesso, lo spazio del mondo, lungi dall'essere equivalente alla rappresentazione, deve essere irrappresentabile in quest'ultimo, mimetico, senso. Questo modo storicamente significativo di immaginare spazio / spazializzazione deriva non solo dall'assunzione che lo spazio debba essere definito come una mancanza di temporalità (tempo di attesa), ma ha anche contribuito in modo sostanziale al suo continuare a essere pensato in questo modo. Ha rafforzato l'immaginazione dello spazio come pietrificazione e come rifugio dal temporale, e (nelle immagini che quasi inevitabilmente evoca l'orizzontalità piatta della pagina) rende ulteriormente evidente la nozione di spazio come superficie. Tutti questi immaginari non solo diminuiscono la nostra comprensione della spazialità ma, attraverso questo, rendono anche più difficile il progetto che era centrale per tutti questi autori: quello di aprire la temporalità stessa. Negli ultimi anni ci sono state delle sfide sia alla rappresentazione come a qualsiasi tipo di "specchio della natura" (Rorty 1979) e come tentativo di de-temporizzare. Su quest'ultimo, Deleuze e Guattari, ad esempio, sostengono che un concetto dovrebbe esprimere un evento, un avvenimento, piuttosto che un'essenza de- temporizzata e (attingendo in effetti a Bergson) discutere contro ogni idea di una divisione tripartita tra realtà, rappresentazione e soggettività. Qui ciò che potremmo chiamare rappresentazione non è più un processo di fissazione, ma un elemento essenziale in una produzione continua; una parte di tutto questo, e se stesso costantemente diventando. Questa è una posizione che rifiuta una stretta separazione tra mondo e testo e che comprende l'attività scientifica come se fosse semplicemente un'attività, una pratica, un ingaggio incorporato nel mondo di cui fa parte. Non rappresentazione ma sperimentazione. È un argomento che è stato fatto da molti (ad esempio Ingold 1993, Thrift 1996) in una vasta gamma di discipline. Insieme alla nozione di testo / rappresentazione come se fosse una rete di diffusione aperta, almeno inizia a mettere in discussione la comprensione della pratica
scientifica come rappresentazione, come stabilizzazione in tal senso. I geografi Natter e Jones (1993) tracciano paralleli tra le storie della rappresentazione e dello spazio, suggerendo che la critica post-strutturalista della rappresentazione-come specchio potrebbe essere rimessa in scena come una critica parallela dello spazio. Poiché il testo è stato destabilizzato nella teoria letteraria, lo spazio potrebbe essere destabilizzato in geografia (e in realtà in una più ampia teoria sociale). Il problema è comunque complesso. Perché se l'attività scientifica / intellettuale è davvero da intendersi come un impegno attivo e produttivo nel / del mondo, è nondimeno un particolare tipo di pratica, una forma specifica di impegno / produzione in cui è difficile negarlo (assolvere noi stessi dalla responsabilità di?) ogni elemento di rappresentazione (vedi anche Latour 1999, Stengers 1997), anche se è, certamente, produttivo e sperimentale piuttosto che semplicemente mimetico, e una conoscenza incarnata piuttosto che una mediazione. Tuttavia, non deve essere concepito come produzione di uno spazio, né le sue caratteristiche sono trasferite per influenzare la nostra immaginazione implicita dello spazio. Farlo è rubare spazio a quelle caratteristiche di libertà (Bergson), dislocazione (Laclau) e sorpresa (de Certeau) che sono essenziali per aprirlo al politico. È strano che lo spazio sia immaginato così tanto come "tempo di conquista". Sembra in generale essere percepito che lo spazio è in qualche modo una dimensione inferiore al tempo: uno con meno gravità e magnificenza, è il materiale / fenomenale piuttosto che l'astratto; è essere piuttosto che diventare e così via; ed è femminile piuttosto che maschile (vedi Bondi 1990; Massey 1992, Rose 1993). È la categoria subordinata, quasi la categoria residuale, la non-A al tempo A, contrapposizionalmente definita semplicemente dalla mancanza di temporalità, e ampiamente vista come, all'interno della modernità, avendo sofferto di de-prioritizzazione in relazione al tempo. Eppure questa dimensione denigrata è spesso vista come un tempo di conquista. Per Laclau, "attraverso questa posizione il tempo è superato dallo spazio, ma mentre possiamo parlare di un egemonizzazione del tempo per lo spazio (attraverso la ripetizione), bisogna sottolineare che non è possibile il contrario: il tempo non può egemonizzare nulla dato che è un puro effetto della dislocazione "(1990). Per de Certeau, il "giusto" è una vittoria dello spazio nel tempo (1984). La vittoria è ovviamente una "rappresentazione" della "realtà", di stabilizzazione sulla vita, dove lo spazio è equiparato alla rappresentazione e alla stabilizzazione (e quindi il tempo, si è costretti a presumere, con la realtà e la vita). Il linguaggio della vittoria rafforza l'immaginazione di inimicizia tra i due. Ma la vita è spaziale e temporale. Walker (1993), scrivendo la teoria delle relazioni internazionali, sostiene che "i resoconti moderni della storia e della temporalità sono stati guidati da tentativi per catturare il momento che passa all'interno di un ordine spaziale". Indica quella "fissazione della temporalità all'interno delle categorie spaziali che è stata così cruciale nella costruzione delle tradizioni più influenti della filosofia occidentale e del pensiero socio-politico". Allo stesso modo, in Antropologia, Fabian (1983) sviluppò a lungo un argomento che un'arma centrale, e debilitante, di quella disciplina era la sua spazializzazione del tempo: "il discorso temporale dell'antropologia così come era formato decisamente sotto il paradigma dell'evoluzionismo poggiava su un concezione del tempo che non solo è stato secolarizzato e naturalizzato ma anche spazialmente ". Quindi il termine apparentemente più debole di un dualismo cancella le caratteristiche positive di quello più forte, il firmatario privilegiato. E lo fa attraverso la fusione dello spazio con la rappresentazione. Lo spazio conquista il tempo essendo impostato come la rappresentazione della storia / vita / il mondo reale. In questa lettura lo spazio è un ordine imposto alla vita inerente del reale. L'ordine (spaziale) cancella la dislocazione (temporale). L'immobilità spaziale attenua il divenire temporale. È, tuttavia, la più lugubre delle vittorie piriche per il momento in cui lo "spazio" conquistatore del trionfo si riduce alla stasi. La stessa vita, e certamente la politica, ne sono tolti. Per Ernesto Laclau lo sviluppo dell'argomento è piuttosto diverso da quello di Bergson, ma la conclusione è simile: lo spazio è equivalente alla rappresentazione che a sua volta equivale alla chiusura ideologica. Per Laclau la spazializzazione è equivalente di egemonizzazione: la produzione di una chiusura ideologica, un'immagine del mondo essenzialmente dislocato è in qualche modo coerente. Così: qualsiasi rappresentazione di una dislocazione implica la sua spazializzazione. Il modo per superare la natura temporale, traumatica e non rappresentabile della dislocazione è costruirlo come un momento in una struttura strutturale permanente, una relazione con altri momenti, nel qual caso viene eliminata la pura temporalità dell'evento, questo addomesticamento spaziale del tempo. Laclau identifica la crisi di ogni spazialità (come conseguenza dell'affermazione della natura costitutiva della delocalizzazione) con l'assoluta impossibilità di ogni rappresentazione. La dislocazione distrugge tutto lo spazio e, di conseguenza, la stessa possibilità di rappresentazione, e così via.
Primo , è importante in sé riconoscere che questo modo di pensare ha una storia. Deriva, come tutte le posizioni, dall'insediamento sociale e dall'impegno intellettuale / scientifico. Fin dai primissimi giorni della filosofia occidentale, la cattura del tempo in una sequenza di numeri è stata pensata come la sua spazializzazione. Il ricorso a questo è già stato riconosciuto. Il problema sta nel passaggio dalla spazializzazione alla caratterizzazione dello spazio. La citazione che traccia la persistenza di quell'immaginazione potrebbe essere numerosa e noiosa. Forse uno solo, per dare l'essenza del caso: Whitehead (1927/1985) scrive della "immediatezza presentazionale" dello spazio che "consente allo spazio di parlare per la dimensione meno accessibile del tempo, con le differenze di spazio utilizzate come surrogati per differenze di tempo”. Suggerirò che una via di sviluppo per questa equazione ora egemonica dello spazio e della rappresentazione possa farsi strada tra le battaglie del diciannovesimo secolo e dell'inizio del ventesimo secolo sul significato del tempo. Ovviamente, questo non è affatto un modo per criticare: tale incorporamento è inevitabile. È solo per sottolineare che questa posizione intellettuale è il prodotto di un processo: non è in qualche modo evidente. Secondo , anche se siamo d'accordo sul fatto che la rappresentazione si risolve e si stabilizza, ciò che si stabilizza non è semplicemente il tempo, ma lo spazio. Laclau scrive "la massima inesprimibilità della storia", ma ciò che non è realmente rappresentabile non è la storia concepita come temporalità ma lo spazio temporale (storia / geografia se lo si desidera). Anzi, due pagine prima, riconosce entrambi (riferendosi alla società), ma poi lo fa col suo uso della terminologia spaziale: la società, quindi, non è in definitiva rappresentabile perchè ogni rappresentazione, e quindi ogni spazio, è un tentativo di costituire la società, non dire cosa sia. Sarebbe meglio riconoscere che la società è sia temporale che spaziale e abbandonare interamente quella definizione di rappresentazione come spazio. Ciò che è in discussione, nella produzione di rappresentazioni, non è la spazializzazione del tempo (inteso come il rendering del tempo come spazio), ma la rappresentazione dello spazio temporale. Ciò che concettualizziamo (dividere in organi, metterlo come si vuole) non è solo il tempo, ma lo spazio. Anche nelle argomentazioni di Bergson e de Certeau la questione è formulata come se il mondo vivace che è lì per essere rappresentato (concettualizzato / trascritto) sia solo temporale. È certamente temporale; ma è anche spaziale. E la rappresentazione è un tentativo di catturare entrambi gli aspetti di quel mondo. Terzo , è facile vedere come la rappresentazione possa essere intesa come una forma di spazializzazione. Quel lavoro di sistemare le cose fianco a fianco; anzi la produzione di una simultaneità, una discreta molteplicità. Su queste basi sarebbe anche facile rappresentare lo spazio, se quello fosse solo lo spazio; così Bergson scrisse di sostituire la strada per il viaggio, de Certeau di sostituire una traccia per atti. Nella formulazione di de Certeau, una traccia è di per sé una rappresentazione; non è lo spazio. La mappa non è il territorio. In alternativa, ciò che Bergson scrive è: "Tu sostituisci la strada per il viaggio, e ed poiché il viaggio è sotteso dal percorso che i due coincidono". Possiamo, qui, sebbene sia inserito in una più ampia discussione sulla rappresentazione, prendere la strada per essere un vero percorso (non una rappresentazione / concettualizzazione). Non è la mappa; è il territorio stesso. Ma allora un territorio è integralmente spazio temporale. Il percorso non è un'istantanea statica. In effetti, ora possiamo trarre le conclusioni di Laclau. Tutto lo spazio, scrive come abbiamo visto, è dislocato. Una prima conseguenza è che lo spazio stesso, lo spazio del mondo, lungi dall'essere equivalente alla rappresentazione, deve essere irrappresentabile in quest'ultimo, mimetico, senso. Questo modo storicamente significativo di immaginare spazio / spazializzazione deriva non solo dall'assunzione che lo spazio debba essere definito come una mancanza di temporalità (tempo di attesa), ma ha anche contribuito in modo sostanziale al suo continuare a essere pensato in questo modo. Ha rafforzato l'immaginazione dello spazio come pietrificazione e come rifugio dal temporale, e (nelle immagini che quasi inevitabilmente evoca l'orizzontalità piatta della pagina) rende ulteriormente evidente la nozione di spazio come superficie. Tutti questi immaginari non solo diminuiscono la nostra comprensione della spazialità ma, attraverso questo, rendono anche più difficile il progetto che era centrale per tutti questi autori: quello di aprire la temporalità stessa. Negli ultimi anni ci sono state delle sfide sia alla rappresentazione come a qualsiasi tipo di "specchio della natura" (Rorty 1979) e come tentativo di de-temporizzare. Su quest'ultimo, Deleuze e Guattari, ad esempio, sostengono che un concetto dovrebbe esprimere un evento, un avvenimento, piuttosto che un'essenza de- temporizzata e (attingendo in effetti a Bergson) discutere contro ogni idea di una divisione tripartita tra
realtà, rappresentazione e soggettività. Qui ciò che potremmo chiamare rappresentazione non è più un processo di fissazione, ma un elemento essenziale in una produzione continua; una parte di tutto questo, e se stesso costantemente diventando. Questa è una posizione che rifiuta una stretta separazione tra mondo e testo e che comprende l'attività scientifica come se fosse semplicemente un'attività, una pratica, un ingaggio incorporato nel mondo di cui fa parte. Non rappresentazione ma sperimentazione. È un argomento che è stato fatto da molti (ad esempio Ingold 1993, Thrift 1996) in una vasta gamma di discipline. Insieme alla nozione di testo / rappresentazione come se fosse una rete di diffusione aperta, almeno inizia a mettere in discussione la comprensione della pratica scientifica come rappresentazione, come stabilizzazione in tal senso. I geografi Natter e Jones (1993) tracciano paralleli tra le storie della rappresentazione e dello spazio, suggerendo che la critica post-strutturalista della rappresentazione-come specchio potrebbe essere rimessa in scena come una critica parallela dello spazio. Poiché il testo è stato destabilizzato nella teoria letteraria, lo spazio potrebbe essere destabilizzato in geografia (e in realtà in una più ampia teoria sociale). Il problema è comunque complesso. Perché se l'attività scientifica / intellettuale è davvero da intendersi come un impegno attivo e produttivo nel / del mondo, è nondimeno un particolare tipo di pratica, una forma specifica di impegno / produzione in cui è difficile negarlo (assolvere noi stessi dalla responsabilità di?) ogni elemento di rappresentazione (vedi anche Latour 1999, Stengers 1997), anche se è, certamente, produttivo e sperimentale piuttosto che semplicemente mimetico, e una conoscenza incarnata piuttosto che una mediazione. Tuttavia, non deve essere concepito come produzione di uno spazio, né le sue caratteristiche sono trasferite per influenzare la nostra immaginazione implicita dello spazio. Farlo è rubare spazio a quelle caratteristiche di libertà (Bergson), dislocazione (Laclau) e sorpresa (de Certeau) che sono essenziali per aprirlo al politico. È strano che lo spazio sia immaginato così tanto come "tempo di conquista". Sembra in generale essere percepito che lo spazio è in qualche modo una dimensione inferiore al tempo: uno con meno gravità e magnificenza, è il materiale / fenomenale piuttosto che l'astratto; è essere piuttosto che diventare e così via; ed è femminile piuttosto che maschile (vedi Bondi 1990; Massey 1992, Rose 1993). È la categoria subordinata, quasi la categoria residuale, la non-A al tempo A, contrapposizionalmente definita semplicemente dalla mancanza di temporalità, e ampiamente vista come, all'interno della modernità, avendo sofferto di de-prioritizzazione in relazione al tempo. Eppure questa dimensione denigrata è spesso vista come un tempo di conquista. Per Laclau, "attraverso questa posizione il tempo è superato dallo spazio, ma mentre possiamo parlare di un egemonizzazione del tempo per lo spazio (attraverso la ripetizione), bisogna sottolineare che non è possibile il contrario: il tempo non può egemonizzare nulla dato che è un puro effetto della dislocazione "(1990). Per de Certeau, il "giusto" è una vittoria dello spazio nel tempo (1984). La vittoria è ovviamente una "rappresentazione" della "realtà", di stabilizzazione sulla vita, dove lo spazio è equiparato alla rappresentazione e alla stabilizzazione (e quindi il tempo, si è costretti a presumere, con la realtà e la vita). Il linguaggio della vittoria rafforza l'immaginazione di inimicizia tra i due. Ma la vita è spaziale e temporale. Walker (1993), scrivendo la teoria delle relazioni internazionali, sostiene che "i resoconti moderni della storia e della temporalità sono stati guidati da tentativi per catturare il momento che passa all'interno di un ordine spaziale". Indica quella "fissazione della temporalità all'interno delle categorie spaziali che è stata così cruciale nella costruzione delle tradizioni più influenti della filosofia occidentale e del pensiero socio-politico". Allo stesso modo, in Antropologia, Fabian (1983) sviluppò a lungo un argomento che un'arma centrale, e debilitante, di quella disciplina era la sua spazializzazione del tempo: "il discorso temporale dell'antropologia così come era formato decisamente sotto il paradigma dell'evoluzionismo poggiava su un concezione del tempo che non solo è stato secolarizzato e naturalizzato ma anche spazialmente ". Quindi il termine apparentemente più debole di un dualismo cancella le caratteristiche positive di quello più forte, il firmatario privilegiato. E lo fa attraverso la fusione dello spazio con la rappresentazione. Lo spazio conquista il tempo essendo impostato come la rappresentazione della storia / vita / il mondo reale. In questa lettura lo spazio è un ordine imposto alla vita inerente del reale. L'ordine (spaziale) cancella la dislocazione (temporale). L'immobilità spaziale attenua il divenire temporale. È, tuttavia, la più lugubre delle vittorie piriche per il momento in cui lo "spazio" conquistatore del trionfo si riduce alla stasi. La stessa vita, e certamente la politica, ne sono tolti.