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Riassunto Informatica, Dispense di Fondamenti di informatica

Sintesi del programma di informatica generale

Tipologia: Dispense

2024/2025

Caricato il 13/02/2026

noemi-noemi-22
noemi-noemi-22 🇮🇹

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Lezione 1.2 informatica
Come possiamo definire meglio il problema di un umanista di avvicinarsi all’informatica? L’obiettivo che si
vuole raggiungere è quello di portare il computer al centro delle attività degli umanisti, quindi fornire una
panoramica che possa essere un invito a riconsiderare il modo in cui ci si avvicina ai nostri oggetti di ricerca.
Informatica umanistica è il termine che si usava qualche tempo fa per indicare le digital humanities,
termine più recente utilizzato dal 2004. Una comunità di pratica è un modo di considerare chi sono gli
umanisti digitali in base a quello che fanno, cioè digital humanities. Si parla spesso di digital humanities
come una grande tenda dove vengono accolti tutti coloro che tentano di avvicinarsi alla tecnologia dal
punto di vista degli umanisti. Spesso la figura dell’umanista digitale può ritrovarsi anche negli studenti di
triennale che magari durante la pandemia hanno deciso di argomentare la tesi sulla didattica a distanza.
Quando le nostre discipline entrano in contatto con il mondo dell’informatica che cosa succede, cosa si
produce? Da un certo punto di vista ci sono delle zone di sovrapposizione o stravolgimenti ad esempio nel
settore della linguistica computazionale.
Lezione 1.3 informatica
Per definire meglio le digital humanities e la figura dell’informatico umanista è necessario ripartire dalle
origini, dall’opera di quello che fu il primo umanista digitale in assoluto, cioè una figura che ha avviato tutti i
tipi di ricerche che vedono coinvolte sia gli ambiti tradizionali delle discipline umanistiche che la tecnologia.
È una storia interessante da ricordare per vari aspetti e almeno all’inizio può essere sorprendente per due
motivi: innanzitutto perché si trattava di un italiano e poi perché questa persona era un religioso, un padre
gesuita, cioè Roberto Busa. Si trattava di una personalità del tutto particolare, con una visione particolare
sia della tecnologia che della religione. Era uno studioso di altissimo livello. La sua avventura parte negli
anni 40, padre Roberto Busa stava studiando l’opera di San Tommaso e per fare questo lui aveva una
precisa idea di metodo. Lui partiva, per l’interpretazione dottrinale, dall’analisi del sistema linguistico
dell’autore, era convinto che per capire il sistema concettuale, teologico o filosofico di un autore non si
poteva fare a meno di trovarlo nelle sue parole. Attraverso l’osservazione puntuale delle parole di San
Tommaso lui intendeva studiare la dottrina della presenza. Per la prima parte di questo percorso lui riuscì a
lavorare con criteri tradizionali, cioè aveva questi testi e pensò appunto di sviluppare la sua ricerca a partire
dall’analisi della parola presence e presenzia in tutti i testi; con un po’ di pazienza si mise a schedare
manualmente su fogli di carta tutte le volte in cui nelle opere di San Tommaso si trovavano queste parole.
Producendo questo sforzo si accorse di aver fatto un buco nell’acqua: questo tipo di ricerche quando sono
così mirate possono dare anche esiti negativi, lui si accorse che queste parole in realtà non veicolavano il
concetto o i presupposti teologici che lui voleva ideare quindi arrivato a un certo punto si accorse che il suo
lavoro non portò a niente. Svolgendo questo lavoro lui si accorse che il pensiero di San Tommaso non era
veicolato dalle parole prensence e presenzia ma dalla preposizione in quindi si accorse che avrebbe
dovuto rifare lo stesso lavoro su questa preposizione. Ciò sarebbe stato impossibile da riproporre sulla
parola in perché le parole grammaticali, che si dicono vuote poiché non hanno un significato lessicale ma
variano in base al contesto in cui si trovano, sono molto più frequenti nei testi quindi lavorare su tutti i testi
di San Tommaso con metodi tradizionali su un numero così alto di occorrenze (tutte le volte che quella
determinata parola si trova in un testo) sarebbe stato un lavoro enorme. Roberto Busa si trovò davanti un
bivio, la sua grande intuizione negli anni 40 fu quella di rivolgere la sua attenzione alle tecnologie digitali
(era appena nato il calcolatore digitale). I primi calcolatori erano grandi, costosi e riservati soltanto a chi di
competenza ma lui si mise in testa di riuscire ad accedere a uno di questi calcolatori per portare avanti le
sue ricerche sulla dottrina della presenza in San Tommaso. In realtà lo strumento che lui voleva costruire o
che avrebbe voluto avere sottomano quando cercava di studiare il sistema filosofico attraverso il suo
sistema verbale era la concordanza. La concordanza è un’opera che registra il lessico di un autore, di un
testo o di un insieme di testi suddividendolo per le diverse parole e dando la possibilità di osservare ogni
singola parola. Il primo numero che precede il lemma è un numero progressivo (esempio: 2345,2346), poi
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Lezione 1.2 informatica

Come possiamo definire meglio il problema di un umanista di avvicinarsi all’informatica? L’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di portare il computer al centro delle attività degli umanisti, quindi fornire una panoramica che possa essere un invito a riconsiderare il modo in cui ci si avvicina ai nostri oggetti di ricerca. Informatica umanistica è il termine che si usava qualche tempo fa per indicare le digital humanities , termine più recente utilizzato dal 2004. Una comunità di pratica è un modo di considerare chi sono gli umanisti digitali in base a quello che fanno, cioè digital humanities. Si parla spesso di digital humanities come una grande tenda dove vengono accolti tutti coloro che tentano di avvicinarsi alla tecnologia dal punto di vista degli umanisti. Spesso la figura dell’umanista digitale può ritrovarsi anche negli studenti di triennale che magari durante la pandemia hanno deciso di argomentare la tesi sulla didattica a distanza. Quando le nostre discipline entrano in contatto con il mondo dell’informatica che cosa succede, cosa si produce? Da un certo punto di vista ci sono delle zone di sovrapposizione o stravolgimenti ad esempio nel settore della linguistica computazionale.

Lezione 1.3 informatica

Per definire meglio le digital humanities e la figura dell’informatico umanista è necessario ripartire dalle origini, dall’opera di quello che fu il primo umanista digitale in assoluto, cioè una figura che ha avviato tutti i tipi di ricerche che vedono coinvolte sia gli ambiti tradizionali delle discipline umanistiche che la tecnologia. È una storia interessante da ricordare per vari aspetti e almeno all’inizio può essere sorprendente per due motivi: innanzitutto perché si trattava di un italiano e poi perché questa persona era un religioso, un padre gesuita, cioè Roberto Busa. Si trattava di una personalità del tutto particolare, con una visione particolare sia della tecnologia che della religione. Era uno studioso di altissimo livello. La sua avventura parte negli anni 40 , padre Roberto Busa stava studiando l’opera di San Tommaso e per fare questo lui aveva una precisa idea di metodo. Lui partiva, per l’interpretazione dottrinale, dall’ analisi del sistema linguistico dell’autore , era convinto che per capire il sistema concettuale, teologico o filosofico di un autore non si poteva fare a meno di trovarlo nelle sue parole. Attraverso l’osservazione puntuale delle parole di San Tommaso lui intendeva studiare la dottrina della presenza. Per la prima parte di questo percorso lui riuscì a lavorare con criteri tradizionali, cioè aveva questi testi e pensò appunto di sviluppare la sua ricerca a partire dall’analisi della parola presence e presenzia in tutti i testi; con un po’ di pazienza si mise a schedare manualmente su fogli di carta tutte le volte in cui nelle opere di San Tommaso si trovavano queste parole. Producendo questo sforzo si accorse di aver fatto un buco nell’acqua: questo tipo di ricerche quando sono così mirate possono dare anche esiti negativi, lui si accorse che queste parole in realtà non veicolavano il concetto o i presupposti teologici che lui voleva ideare quindi arrivato a un certo punto si accorse che il suo lavoro non portò a niente. Svolgendo questo lavoro lui si accorse che il pensiero di San Tommaso non era veicolato dalle parole prensence e presenzia ma dalla preposizione “ in ” quindi si accorse che avrebbe dovuto rifare lo stesso lavoro su questa preposizione. Ciò sarebbe stato impossibile da riproporre sulla parola in perché le parole grammaticali, che si dicono vuote poiché non hanno un significato lessicale ma variano in base al contesto in cui si trovano, sono molto più frequenti nei testi quindi lavorare su tutti i testi di San Tommaso con metodi tradizionali su un numero così alto di occorrenze (tutte le volte che quella determinata parola si trova in un testo) sarebbe stato un lavoro enorme. Roberto Busa si trovò davanti un bivio, la sua grande intuizione negli anni 40 fu quella di rivolgere la sua attenzione alle tecnologie digitali (era appena nato il calcolatore digitale). I primi calcolatori erano grandi, costosi e riservati soltanto a chi di competenza ma lui si mise in testa di riuscire ad accedere a uno di questi calcolatori per portare avanti le sue ricerche sulla dottrina della presenza in San Tommaso. In realtà lo strumento che lui voleva costruire o che avrebbe voluto avere sottomano quando cercava di studiare il sistema filosofico attraverso il suo sistema verbale era la concordanza. La concordanza è un’opera che registra il lessico di un autore, di un testo o di un insieme di testi suddividendolo per le diverse parole e dando la possibilità di osservare ogni singola parola. Il primo numero che precede il lemma è un numero progressivo (esempio: 2345,2346), poi

c’è l’indicazione della categoria grammaticale. Sotto ogni lemma ci sono tutti i contesti di occorrenza che si rintracciano nell’opera. La concordanza funziona come un vero e proprio dizionario. Accanto ad ogni lemma e ogni categoria grammaticale si ha un numero che indica la frequenza assoluta , cioè il numero di volte in cui la parola appare nel testo. Il rapporto tra la frequenza di una parola e la lunghezza di un testo viene espressa con l’ultimo numero presente nella concordanza; mettendo in rapporto la frequenza assoluta col numero di occorrenze complessive otteniamo la frequenza relativa (se ad esempio la parola “legge” è presente 3 volte in un testo lungo non ci fa pensare che sia un indizio, ma se la stessa parola appare in un testo breve è molto probabile che la legge sia l’argomento principale). Le concordanze venivano compilate anche prima dell’informatica, con una grande dose di pazienza e di carta. Come fare una concordanza del genere su un insieme di testi che alla fine avrebbe contato 10 milioni e mezzo di concordanze? Busa chiaramente non poteva farlo da solo e quindi ricorse al nascente mondo delle tecnologie digitali. Durante un viaggio a New York incontrò un signore, Thomas Watson , che era a capo di una delle più grandi multinazionali per quanto riguarda le tecnologie dei calcolatori digitali. Busa riuscì a ottenere un appuntamento in cui spiego all’uomo le sue idee, chiaramente Watson conosceva perfettamente le tecnologie digitali ma le idee di Busa erano troppo innovative anche per Watson il quale non appoggiò l’uomo. A questo punto il resoconto che poi farà Busa di questo incontro diventa quasi leggendario, lui afferma di aver preso poco prima, nella sala d’attesa, un biglietto da visita con scritto “Pensa, il possibile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più tempo.”; a quanto pare Busa prese questo biglietto dalla tasca e lo getto sul tavolo di Watson con atteggiamento un po’ disilluso. Così Watson decide di provare a seguire le idee di Busa e ci si rende conto che il testo può trovarsi anche dentro il computer. Il lavoro di Busa durò comunque molti decenni e alla fine riuscì a consegnare alle stampe il suo lavoro. Dopodiché l’elaborato in formato elettronico venne stampato perché i computer erano costosi e non tutti potevano averne accesso.

Lezione 1.

Per sintetizzare l’origine delle digital humanities: l’iniziativa di una persona, il gesuita Roberto Busa che aveva in mente un problema metodologico, quello di fondare l’analisi del sistema verbale dell’autore che stava studiando su tutta l’informazione disponibile quindi non da un problema tecnico, il quale fu solo una conseguenza. Nello Specifico il problema tecnico dal suo punto di vista era quello di analizzare all’interno di una concordanza anche le parole grammaticali, cioè quelle parole che trovano il loro significato solo all’interno della struttura della frase. Non era stato l’unico ad avere questa esigenza solo che tutti gli altri hanno deciso di mettere queste idee da parte. Nello stesso periodo, anno più anno meno, si pensava ad un nuovo dizionario storico , si stava allestendo un corpus di testi da analizzare proprio su questo fine e studiosi di altissimo livello hanno proposto di creare il vocabolario storico ma l’Accademia della Crusca sostenne che ciò avrebbe implicato una crescita esponenziale del lavoro. Con l’iniziativa delle clipon , le concordanze della lingua italiana poetica dell’800/900, Giuseppe Savoca ha proseguito l’esplorazione dei testi tramite elaborazione di concordanze realizzate con il calcolatore. Già dalle sue indagini cominciò a rilevare dati sulle frequenze relative, ad esempio la congiunzione “e” occorre a inizio del testo con una frequenza molto più alta ad esempio nell’Incendiario di Palazzeschi o molto più bassa in altre opere come il Canzoniere di Petrarca, perché da un lato Petrarca incarna in questo ideale la misura, la regolarità del verso mentre invece Palazzeschi si trova nel polo opposto della libertà espressiva. C’è uno studio sulla e nell’Infinito di Leopardi dove si osserva che per esempio la frequenza relativa dell’Infinito di Leopardi è all’incirca il doppio della frequenza relativa dei Canti. Chiaramente si tratta di indici da osservare e poi interrogare, per Savoca questo era sostanzialmente la manifestazione di una precisa dimensione di totalità e di unione nell’Infinito in cui gli opposti si toccano, coincidono e si annullano. L’ingegnere, l’informatico di IBM hanno manifestato lo stesso senso di resistenza che avrebbero manifestato gli umanisti nei decenni successivi (adesso non più).

come ad esempio negli scacchi. Quindi l’algoritmo in sé è una procedura per risolvere i problemi in una serie di passi definiti. Ci sono 2 diversi tipi di linguaggi di programmazione: quelli a bassissimo livello, che nelle loro istruzioni prevedono soluzioni molto vicine a quelle realmente eseguibili dai componenti hardware della macchina; e quelli invece di alto livello, che non invece più semplici da maneggiare perché si avvicinano al linguaggio naturale, quindi sono dei linguaggi più semplici che vengono scritti attraverso questi diversi linguaggi di programmazione e ce ne sono tanti, hanno delle caratteristiche diverse e vengono appunto usati per scrivere il codice sorgente, che poi viene riconvertito in istruzioni di basso livello per essere eseguito dai singoli componenti fisici della macchina. Questa riconversione è eseguita automaticamente.

Lezione 2.

La codifica e l’elaborazione del testo sono il cuore dell’informatica umanistica. Il testo è spesso l’oggetto delle nostre ricerche, uno o più testi definiscono l’ambito entro cui lavoriamo. L’umanista finito il lavoro su un testo ne produce uno nuovo, una concordanza con altri strumenti come vocabolari. Vista la centralità del testo, sin dall’inizio è stata richiesta all’informatica umanistica di elaborare dei modelli e dei metodi per consentire una adeguata rappresentazione ed elaborazione del testo, in questo modo l’informatica umanistica ha avuto modo di elaborare nei decenni molte teorie e modelli per l’elaborazione dei testi che oggi risulta uno degli ambiti di ricerca più sviluppati all’interno dell’intero settore disciplinare. Come funzione la codifica dei testi? Il codice binario 0/1 possiamo codificare qualunque forma di informazione, bastano questi 2 simboli per codificare. Il valore 0/1 prende il nome di “ bit ”. Con soli due simboli possiamo codificare un numero infinito di fenomeni a patto che: i simboli possano essere messi in sequenza con catene più o meno lunghe; la posizione del singolo simbolo nella catena sia significativa. Quando noi lavoriamo sul computer stiamo riconoscendo dei simboli senza difficoltà e li vediamo comparire sullo schermo, in realtà sta succedendo una codifica e una ricodifica dele informazioni. Il processo di conversione e riconversione è continuo. L’informatica ci ha dato vari strumenti che usiamo continuamente. Codifica del testo: dobbiamo provare a dare una definizione di testo all’internodi “codifica del testo”. Proviamo a dare una definizione: qualsiasi prodotto dell'attività linguistica che sia elaborato o trascritto in forma di caratteri: o ancora “enunciato scritto autonomo e autosufficiente (entro una gamma che può andare da una frase o un’intera opera letteraria)”. Quando diciamo che 2 testi sono uguali stiamo affermando la cosiddetta “ identità per compitazione ” cioè stiamo affermando che i testi sono identici quanto è identica la sequenza di lettere e stiamo affermando che il testo è l’invariante tra 2 testi (cioè quello che non cambia tra 2 testi). Nei testi medievali non possiamo dire che tra testo e trascrizione dell’esperto non ci siano delle differenze; infatti, il testo nella sua forma materiale ci dà delle informazioni in più (scioglimento delle abbreviazioni,

info sulla scrittura che ci permettono di datare in testo, ecc.), se codificando da una forma all’altra perdiamo delle informazioni non possiamo dire di avere davanti lo stesso testo. Parliamo di dipendenza dagli ambiti disciplinari: I filologi hanno bisogno dell’esemplare fisico, non saranno soddisfatti, mentre ad altri potrebbe bastare questo. Ora facciamo una differenza tra informatiche umanistiche specifiche (IU specifiche ) e informatica umanistica trasversale (IU trasversale ). Infatti ci sono tanti tipi di codifiche diverse in base agli ambiti disciplinari però questa non è una regola generale, infatti sulla codifica del testo c’è un aspetto trasversale di importanza fondamentale. La codifica infatti è un'operazione preliminare a qualsiasi trattamento, può assumere una sua dignità autonoma se la si considera nel suo aspetto conservativo ho qualora si decida di produrre un considerevole numero di esemplari dei materiali messi in memoria (Gigliozzi). Da ora in poi noi continueremo a tramandare la cultura nella versione digitale dei testi. Si opera anche una selezione dei testi che verranno tramandati grazie alla digitalizzazione. Però implica che alcune cose del testo originale verranno perse. Ci sono inoltre altri interrogativi da stabilire, come in che forma portare il testo, in che formato digitale, con che codifica e con quale supporto. Tutte queste questioni dovrebbero portarci a pensare che la codifica come a un fatto trasversale non dipendente dal singolo punto di vista, ha un suo valore autonomo e una sua grande importanza. Per tutto ciò la codifica è il momento iniziale ma centrale di qualsiasi indagine (GIGLIOZZI); non è semplicemente una procedura tecnica ma si tratta di una tematica filologica e semiotica, come lo sono l'elaborazione della scrittura o quello della stampa. Ogni codifica è un atto di interpretazione che presuppone un concetto di testo, presuppone quindi che noi definiamo prima che cos’è un testo. La codifica non riguarda solo il testo, ma un’ampia gamma di informazioni, con il digitale noi abbiamo ricodificato qualsiasi aspetto della nostra esistenza. La codifica del testo va interpretata secondo due livelli: codifica di basso livello (livello zero); codifica di alto livello.

Lezione 2.

Codifica del testo

Per riuscire a far entrare i 22 simboli della tabella deve usare 5 caselline, quindi 5 “bit” che possono assumere il valore di 01. Abbiamo costruito un set di caratteri/codici/charset: una tabella di associazioni biunivoche e convenzionali tra gli elementi di un repertorio di caratteri e codici numerici (punti codice). Alcune definizioni terminologiche: i simboli di un determinato sistema di scrittura prende il nome di character set ; la sequenza di valori binari code set ; i due set e le relazioni che li collegano definiscono un coded character set. NB. In questo contesto un carattere è inteso come entità astratta, distinta dalla possibile rappresentazione grafica (glifo). In questo modo riusciamo a creare una codifica di livello 0, e con questa mappatura tra lettere e numeri riusciamo a riprodurre la sequenza ordinaria dei caratteri di un testo, associando a ciascun carattere del testo un codice numerico. Per costruire realmente un set di caratteri quanti bit ci servono? Abbiamo capito che se aumentiamo i numeri dei simboli che vogliamo trasportare nel mondo digitale dobbiamo aumentare il numero di caselle, di bit, per codificare queste cifre. Se un bit può assumere 2 configurazioni possibili, dobbiamo provare a fare le varie combinazioni. Se un bit può assumere solo 2 configurazioni possibili 0 e 1, se usiamo un solo bit possiamo codificare correttamente solo due caratteri, se usiamo 2 bit 4 caratteri (le combinazioni sarebbero00, 01, 10, 11) in termini formali è 2 ^2. Se mettiamo 3 bit le sequenze possibili sono 8, quindi 2 ^3; con un gruppo di 8 bit abbiamo 256 possibilità. Quindi utilizzando n bit: 2^n sequenze possibili. Uno dei primi standard per la codifica dei caratteri ASCII. Esso nella sua prima versione utilizzava 7 bit per rappresentare tutte le lettere dell’alfabeto quindi 128 punti (2^7), con questa famiglia c’era anche un ottavo bit utilizzato come bit di parità, per controllare la correttezza delle informazioni. Tabella del primo ASCII:

Ciascuna lettera è presente in 2 formati maiuscola e minuscola, mancano gli accenti perché non ritenuti fondamentali. ASCII sta per American Standard Code for Information Interchange. Successivamente il numero di bit aumenta, e con l’aumentare dei bit aumenta anche la memoria, che ha un costo, soprattutto nei primi tempi. I limiti dell’ASCII tradizionale sono stati risolti con la famiglia ISO- 8859 , infatti sono state create diverse specifiche per favorire la standardizzazione anche al di fuori dell’Europa occidentale. Ogni tabella della famiglia coincide ed è compatibile con ASCII e con le altre famiglie nei primi 128 punti e riserva le restanti posizioni per i caratteri dei diversi sistemi grafici. In questa famiglia troviamo tanti set di caratteri dedicati a determinate aree e a determinati sistemi linguistici che estendono l’ASCII a 8 bit effettivi, quindi a 256 caratteri e includono anche tutte le lettere accentate e altri tipi di carattere. Il problema di questi ASCII estesi è che sono tutti uguali nelle prime 128 posizioni, cioè quelle che coincidono con il codice ASCII, poi però divergono e quindi non possiamo passare da una famiglia all’altra. Ad esempio ci accorgiamo dei problemi dell’ASCII esteso quando apriamo male un testo o una pagina web, la codifica non viene riconosciuta normalmente e saltano tutte le lettere accentate, in questo caso è successo che il sistema ha riconosciuto una estensione dell’ASCII diversa, quindi come si è detto le prime 128 posizioni sono tutte uguali e coincidono, per gli altri caratteri che vanno fuori dalla tabella ASCII ci sono dei problemi, quindi il nostro browser o il nostro testo comincia ad apparire con dei quadratini o punti interrogativi. Molti di questi problemi sono stati risolti grazie all’elaborazione di un set di caratteri universali che si chiama Unicode, tutti i caratteri fanno parte della stessa tabella e quindi non ci sono problemi di incompatibilità tra estensioni diverse. Ora abbiamo circa 143.859 caratteri, ma è in continuo aggiornamento. Dobbiamo tenere in mente una cosa, per quanto riguarda la codifica del testo a livello zero, a livello di testo semplice quello che abbiamo provato a creare è stata una catena ininterrotta di bit che rappresentano a loro volta una catena ininterrotta di lettere, segni di punteggiatura, spazi. Quindi a questo livello abbiamo solo una catena di lettere maiuscole, minuscole, numeri, segni di punteggiatura, e pochi caratteri di controllo; mancano molti altri caratteri però come la possibilità di mettere in grassetto e mancano le divisioni in capitoli, sotto capitoli, il cambio pagina, ecc. Tutto quello che manca verrà integrato con la codifica di alto livello.

Lezione 2.

XR è un campo di studi molto recente che ha a che fare con lo studio di come l’uomo percepisce

la realtà e di come si può interagire con la realtà anche dal punto di vista virtuale. Qualsiasi

esperienza in realtà virtuale ha un impatto molto forte sull’uomo rispetto a una lezione passiva,

questo perché ha una influenza diretta sui neuroni specchio. Ci sono vari esempi di realtà virtuale:

VR  virtual reality; AR  augmented reality; MR  mixed reality.

VR usate per la trasmissione culturale: ha lati positivi e negativi, si può godere di immersività

totale, ma è dispendiosa e rischiosa; è utile per ricostruire elementi non più esistenti o troppo

fragili.

Fotogrammetria: tecnologia sulla quale fa leva principalmente la realtà virtuale per poter traslare

un elemento dal reale al digitale.

AR: immersività parziale ed è meno dispendiosa.

Lezione 4.

Rete di calcolatori: insieme di due o più computer collegati tra loro attraverso un canale di comunicazione fisico, che condividono alcuni protocolli per riuscire a comunicare tra di loro al fine di collaborare ed eseguire vari compiti. Attraverso questi dispositivi per la trasmissione delle informazioni in tutto il mondo si è delineato il sogno di un accesso universale alla conoscenza al di là delle barriere geografiche e della frammentazione del patrimonio culturale. Internet e il web C’è una differenza tra Internet e il web. Internet è la rete che attraverso un collegamento fisico connette tutti i calcolatori e dispositivi digitali in tutto il pianeta. Mentre il web è una grande struttura informativa che però non coincide con internet, esso lavora su Internet. È un sistema di documenti, dislocati in tutti questi dispositivi diversi che consente agli utenti di accedere a moltissime informazioni e dunque si è configurato negli ultimi anni come il principale strumento di internet, nonostante non sia l’unico: per esempio quando ci colleghiamo su Whatsapp, stiamo accedendo ad internet ma non al web; invece accediamo al “Word Wide Web” quando utilizziamo i nostri browser (Safari per esempio). Definizioni di web (dai manuali) “Principale strumento di internet in qualità di architettura informativa e sistema di accesso interattivo a oggetti multimediali”. “Il web è costituito da documenti localizzati su dispositivi diversi, collegati tra loro e consultabili per mezzo di programmi detti browser”. La confusione, da parte della società, nel non distinguere internet e il web come due sistemi diversi si è consolidata agli inizi degli anni 2000: in un primo momento tutto sembrava confluire nel web, successivamente intorno al 2010/2011 le cose cominciarono a cambiare, il web iniziò ad essere sostituito dalle app, con l’avvento degli smartphone. Ma per quanto il web sia stato ridimensionato nell’ultimo decennio, rimane ancora il principale strumento di internet, moltissime app hanno una loro controparte sul web: Teams, per esempio, può essere installato o come app oppure può essere consultato sul web. Il web è molto importante per noi umanisti per permettere la diffusione delle conoscenze e del patrimonio culturale. Esso rimane una comodissima piattaforma accessibile a tutti, per questo motivo dovrebbe essere per L’umanista un punto di riferimento costante. Siti web: “ l’insieme dei documenti o pagine web gestiti da un’organizzazione o da un singolo autore viene chiamato sito web”. Quando dobbiamo accedere al un sito web, generalmente il nostro browser fa una richiesta a un altro sistema che chiamiamo “server”, di uno specifico documento. Questo documento viene preso dai server remoti e viene visualizzato sul nostro browser. Questo collegamento che avviene attraverso la rete internet fa uso di un protocollo particolare, “HTTP”, ovvero l’insieme di regole e convenzioni che permettono al server di spedire una richiesta comprensibile alla nostra macchina, in altre parole è il protocollo di trasferimento degli ipertesti. Invece i documenti che il nostro browser visualizza sono regolati da una tecnologia chiamata “HTML”, ovvero un linguaggio di marcatura di ipertesti. L’ultimo pilastro di questa architettura è l’ “URL”, un particolare tipo di identificatore che ci permette di localizzare una determinata risorsa. Lezione 4. Ipertesto “Documento informatizzato costituito da diverse porzioni di testo collegate tra loro da nessi logici implementati come collegamenti che consentono al lettore il passaggio da un blocco di testo all’altro”. “Ogni forma di testualità- parole, immagini, suoni- che si presenta in blocchi o lessìe o anche in unità di lettura collegati tra loro da link (che appaiono sotto forma di parole attive)”. Le pagine web possono avere anche una propria suddivisione interna, pensiamo per esempio a Wikipedia.

Dunque le nostre informazioni testuali possono essere divise in blocchi, questi blocchi possono essere collegati tra di loro creando l’ipertesto. Ma qual è la differenza rispetto a un testo normale? Il testo normale ha una lettura lineare dalla quale non si può prescindere, mentre l’ipertesto ci fornisce una lettura multilineare (multisequenzialità). In questa operazione scatta un meccanismo che è quello dell’ interattività : l’utente interagisce col testo, perchè di volta in volta crea nuove sequenze e nuovi percorsi. Un ulteriore aspetto è quello della multimedialità , le pagine web includono generalmente al loro interno diversi media (immagini, video, file). Quando utilizziamo contenuti multimediali e ipertestuali in genere si parla di ipermedia. Gli umanisti ancora oggi sono scettici riguardo le edizioni digitali. Lezione 4. Il web va considerato come una delle tante dimensioni in cui si può concretizzare l’ipertesto. Già in passato il testo aveva provato a staccarsi dal materiale cartaceo: parzialmente ci sono riusciti i nostri antenati con le opere di consultazione che attraverso l’ordine alfabetico ci consentivano di andare direttamente a un elemento di informazione testuale ben circoscritto. Il memex La riflessione si concretizza nelle sue fondamenta teoriche nel Novecento, il memex di Bush era sostanzialmente una scrivania. Egli si occupa di immaginare un sistema di interconnessione delle informazioni, appunto il memex. Era un dispositivo del tutto analogica, non c’era nulla di digitale. Il fine era quello di fornire un modello di lavoro più evoluto. Il progetto non si concretizzò mai, ma ricordiamo ancora oggi la sua particolarità: navigare da pagina in pagina. Come concepire l’ipertesto: Il nostro manuale ci suggerisce di concepire l’ipertesto come una mappa concettuale, partendo dall’organizzazione delle informazioni: l’ipertesto come qualunque testo va adeguatamente elaborato, scegliendo i nodi di informazione da inserire e pensandoli come blocchi di informazione collegati tra di loro. Creare un ipertesto: Il processo di creazione di un ipertesto dovrebbe essere guidato da queste domande: bisogna identificare con esattezza il tipo di informazione che vogliamo trasmettere; qual è l’utente finale, ovvero il “mittente”; quando parliamo di mezzi di comunicazione, ricordiamoci che il web è solo uno dei mezzi dell’ ipertesto; la navigazione dell’ ipertesto va adeguata da un elemento che non deve far perdere chi sta navigando, magari sintetizzandone il percorso;

LEZIONE 5

5.1 HTML

Abbiamo definito il web come un'architettura informativa, un sistema d'accesso ad alcuni documenti multimediali e ipermediali caratterizzato da tre componenti fondamentali:

- URL: Indirizzo, il locator che ci dà la possibilità di accedere direttamente ad un singolo documento, ad un singolo elemento di questo ecosistema informativo; - HTTP : protocollo di trasferimento per gli ipertesti che consente ai nostri dispositivi di connettersi al web; - HTML : il formato con cui questi documenti sono codificati realmente, con cui questi documenti vengono impaginati, composti e messi a disposizione sul web. Quindi HTML è un elemento fondamentale che ci dice come sono realmente fatti questi documenti, come viene implementato nel concreto quell’ ipertesto, che è il modello testuale costitutivo del web. HTML è un pilastro di questo sistema. HTML per l'umanista in quanto specialista del testo è uno strumento fondamentale, perché ci dà la possibilità di accedere in questa infrastruttura l'informativa, che dà la possibilità di andare online con i nostri documenti. L'umanista digitale non può prescindere dalla conoscenza di questo linguaggio perché fonda tutto il web e secondariamente è che si tratta di un linguaggio di markup. Che cos’è un linguaggio di markup? I linguaggi di programmazione sono quelli che traducono l'algoritmo in istruzioni comprensibili dalla macchina; dicono alla macchina cosa fare. I linguaggi di markup non sono linguaggi di programmazione, HTML non è un linguaggio di programmazione, sono linguaggi che ci permettono di marcare il testo che noi codifichiamo, che ci permettono di creare una di quelle rappresentazioni del testo che noi cerchiamo di creare. Quindi in quanto linguaggio di markup interessa l'umanista digitale che vuole avvicinarsi all’ipertesto. HTML è un linguaggio di markup semplice, perché se non fosse stato così il web non avrebbe avuto questa diffusione, con un linguaggio difficile gli utenti non avrebbero partecipato al progetto collettivo del web, non avrebbero cominciato a produrre contenuti per il web. Il web è una struttura che ha bisogno della collaborazione degli utenti, sono tecnologie che diventano veramente rilevanti quando superano una certa soglia di utenti, impegnati sia nella fruizione ma anche nella produzione dei contenuti. Il web con un linguaggio difficile probabilmente non avrebbe avuto quella spinta iniziale che è stata capace di appartare all'affermazione di questa tecnologia. HTML è semplice. Ci serve da un lato come semplice strumento, per avere un'arma in più nelle nostre competenze, dall'altro un modo facile per riuscire a introdurre i linguaggi di markup e passare poi alle cose più specialistiche, che riguarda nello specifico la codifica del testo letterario. La codifica è fatta da due livelli gerarchici sovrapposti, codifica di basso livello e codifica di alto livello:

  • codifica di basso livello : si istituisce questa tabella di corrispondenza tra segno e il codice, con questo livello fondamentale riusciamo a creare dei testi che sono costituiti essenzialmente da una catena ininterrotta di caratteri (tra questi simboli possiamo trovare l'accapo, lo spazio, caratteri minuscoli, maiuscoli, segni di punteggiatura) producendo un testo molto semplice che chiamiamo “testo semplice”. Come funziona il testo semplice nel sistema Windows? Lo possiamo vedere attraverso due programmi che sono già preinstallati in questo sistema operativo:
  • blocco note: che si incarica di lavorare il testo semplice su Windows;
  • wordpad: un editor di testi, più ricco. Blocco note ci permette di scrivere digitando sulla tastiera. Si riscontra una sequenza ininterrotta di caratteri, dove ci si può muovere con il cursore, che comprende: minuscole, maiuscole, segni di punteggiatura, spaziatura e accapo. Ha meno comandi rispetto al programma Word, ma è possibile cercare

il testo, selezionarlo, copiarlo, incollarlo. Il testo è codificato come testo manipolabile. Se provo a modificare il carattere, viene cambiato tutto non solo la visualizzazione del carattere, perché non sta agendo direttamente sul testo così come ce l'ho codificato, ma sta cambiando il suo carattere predefinito, con cui visualizzerà tutti i testi. Se noi salviamo un file con un altro carattere diverso da quello predefinito, questo salvataggio non produrrà effetti nel contenuto del file. Se noi passiamo questo file su un altro blocco note sparirà, e lui visualizzerà il mio testo con il suo carattere predefinito. Con il programma Wordpad possiamo notare nella barra in alto, nuove funzioni (es. il corsivo, il grassetto). Qui possiamo ingrandire, selezionare, cambiare le proprietà del testo, delle mie singole parole. Posso inserire oggetti multimediali, posso cambiare il colore del carattere. Questo programma produce un testo diverso. Questi due testi hanno due formati diversi, il primo quello di blocco note “txt”, mentre wordpad “.rtf”. L ’estensione è quella stringa di caratteri che viene messa dopo l’ultimo punto dopo il nome di un file, e indica di che tipo di documento si tratta. Ogni file ha dopo il suo nome un insieme di caratteri, ad esempio “.pdf”, l’estensione ci dice di che documento si tratta. Per quanto riguarda il sistema operativo MAC, c’è un programma (“TextEdit”) dedicato al testo, in questo caso si può osservare la presenza di varie opzioni di formattazione. Cliccando su “formato” è possibile decidere se usare il formato “solo testo” quindi solo testo semplice, sparisce la formattazione oppure la conversione in formato “.rtf”. Questi sono due formati che ci danno l’idea di cos’è il testo semplice e di quello che è il testo “ricco”. Il testo semplice risulta ancora oggi fondamentale per molte cose. Se consideriamo Word come piattaforma più utilizzata per lavorare; per quanto riguarda i formati file sappiamo ne possiede due predefiniti, entrambi sviluppati dall’azienda che ha ideato il software, proprio per funzionare con Microsoft Word:

  • formato .doc: formato difficile da aprire con altri programmi, perché ideato per funzionare all’interno di word;
  • formato .docx. Con Word possediamo una vasta gamma di opzioni. Se noi copiamo un testo da word e lo incolliamo su il programma note, possiamo notare che il testo perde la formattazione. Concetti fondamentali del Web: il web è una struttura informativa caratterizzata da 2 assunti principali:
  • la decentralizzazione delle risorse: i dati web, le nostre pagine Web, non sono tutte collocate all’interno della stessa macchina.
  • universalità d’acceso: presuppone la possibilità per qualunque macchina, per qualunque utente di riuscire ad accedere a questi dati. Se noi ci trovassimo di fronte a 2 utenti con 2 versioni di Word differenti, entrambi non riuscirebbero a visualizzare correttamente il documento nello stesso modo. Cambiando la versione del programma, con incluse nuove funzionalità, si cambia anche il formato del file; ma questo blocca il principio di base dell’universalità dell’accesso, blocca la portabilità di questi dati da un sistema a un altro. I formati Word erano dei formati chiusi, difficili da aprire con piattaforme diverse. Non avrebbero potuto conferire al Web quella necessaria apertura (fondamentale per la codifica del testo letterario). Il formato Word è estremamente difficile da lavorare con altri programmi a parte Word, non c’era universalità d’accesso perché altri programmi non potevano accedere allo stesso modo, con la stessa facilità a questi documenti. Un sistema come quello che utilizziamo per Word sul Web non avrebbe consentito la creazione di questa architettura informativa, semplicemente perché non rispettava i presupposti alla base. Si potrebbe sottolineare come l’orientamento di Word sia fatto alla pagina, mentre il Web persegue l’obiettivo dell’ipertestualità, della multimedialità, dell’ipermedialità. Il modello di testo che

Secondo punto per una necessaria premessa: il nostro manuale, dopo aver parlato dei fogli di stile, ci dice che “All’ HTML si sta progressivamente sostituendo l’XHTML, che è una ridefinizione dell’HTML 4 in versione XML.” Possiamo dire che XHTML è sempre più in disuso, perché HTML 4 è stato poi sostituito con HTML 5, che è riuscito a dare risposte molto convincenti a parecchi problemi dell’HTML 4, quindi ha messo da parte anche XHTML che poi risente anche del fatto, che passata anche il periodo XML di gran moda e quindi XHTML è una tecnologia che oggi sì un po’ ridimensionata. Questo serve per aggiornare la parte relativa al manuale dato che è un po’ datato, e fa riferimento a un HTML in cui ancora si usavano i tag font color, o altri tipi di tag che facevano riferimento alla struttura percettiva. Apriamo textedit su Mac, utilizziamo il formato solo testo, scriviamo il nostro testo, salviamo il file. L’estensione sarà “.txt”, sto creando un file di testo semplice, codificato in Unicode (UTF-8), codifica che include già diversi tipi di caratteri, ha una tabella estremamente estesa che ci permette codificare la maggior parte delle lingue del mondo. Salviamo il file. Lo rinominiamo cambiando semplicemente l'estensione, rimuovendo .txt e inserendo .html, manteniamo inalterato il contenuto però il file HTML viene aperto come programma predefinito con un browser, ad esempio Google Chrome e grazie a quest'ultimo si può lavorare su questo file. Perché il browser è perfettamente in grado di aprire questo tipo di file. Non è un file HTML, ma viene gestito come tale ma ancora non è correttamente codificato come file HTML, perché su questo file mancano ancora molti tipi di informazioni, pertinenti con la marcatura. Se apriamo questo file con un editor di testo semplice “visual studio code.app”. Se si vuole aggiungere informazioni a questo testo, è possibile farlo semplicemente con dei tag. Un tag ha questa forma: Ciao **** mondo ****! Si apre una parentesi uncinata o angolare e si richiude, e scrivo il nome del tag. Un tag delimita una parte del mio testo codificato (mondo) attraverso due marcatori che sono: **** (di apertura) **** (di chiusura, che oltre le due parentesi uncinate possiede anche uno slash/ che chiude) in questo modo stiamo indicando al nostro documento, utilizzando degli strumenti interni alla codifica di livello zero, perché anche questi sono semplicemente caratteri maiuscole, minuscole, segni di punteggiatura nello specifico sulle parentesi. Se noi inseriamo un tag che in HTML esiste come **** questo ci farà capire che si tratta di un testo enfatizzato. Se noi proviamo a salvare il file e ad aprirlo con il browser, la porzione delimitata dai miei tag viene visualizzata in corsivo; perché riproduce graficamente questa segnalazione che si è fatta precedentemente dell'enfasi della parola “mondo”. Il browser visualizza questo testo in assenza di ulteriori indicazioni a partire dai fogli di stile che lui ha incorporati, che gli dicono semplicemente di visualizzare a schermo la parte enfatizzata con il corsivo. In questo caso l’enfasi è l’indicazione di questa stringa testuale e non un immediato riscontro tipografico che può essere modificato con i fogli di stile. In passato c’era il tag dove viene indicato il corsivo. Il tag

indica un paragrafo e inerendo questi tag. il nostro testo verrà segmentato in diversi paragrafi. Se io ridimensiono la pagina gli a capo vengono fatti in automatico. Il tag che non si apre e non si chiude serve per andare a capo

Fino a qui si tratta di uno spezzone di testo, di un ritaglio di testo che non può essere considerato un documento HTML, perché quando facciamo un documento HTML abbiamo una struttura precisa che dobbiamo rispettare. Ecco come è composto un documento HTML, nel suo scheletro fondamentale: Tutto quello che vediamo qui può essere fatto semplicemente con il blocco note, con texedit o con qualunque testo semplice noi riusciamo ad aggiungere informazioni supplementari utilizzando tutti gli strumenti già presenti nel testo semplice. Stringhe di caratteri con qualche segno particolare, con virgolette, segno uguale, delimitati da parentesi uncinate. Possiamo osservare che all'inizio si apre con **** , che dice semplicemente con questa sintassi particolare, qui le parentesi angolari segnano il confine con la DOCTYPE, sta a indicare che stiamo lavorando su un file HTML. Tutto il file HTML è contenuto all'interno di un tag che è **** , si apre subito dopo la DOCTYPE e si chiude alla fine del documento, è un requisito fondamentale della struttura interna di un file HTML, qui dentro noi mettiamo il contenuto della pagina che vogliono codificare. Separato da uno spazio troviamo anche la dicitura lang=“en” (lang corrisonde a language) è un attributo per mezzo del quale possiamo specificare ulteriori informazioni da associare a questo tag. In questo caso l’ulteriore informazione è la lingua di questo documento, en sta per inglese, se voglio creare un documento in italiano userò it. Vediamo poi altri tipi di tag, che hanno una struttura gerarchica, questi tipi di tag li possiamo mettere uno all’interno dell’altro: il primo è **** , contiene a sua volta altri tag particolari, tag meta, che ci danno delle informazioni su questo documento, si tratta di metadati, per esempio il tag **** , dando così un titolo al documento. Ad esempio: Se noi salviamo il file, aprendolo nel browser, comparirà una schermata bianca, questo perché questo titolo non fa parte del corpo della pagina, il body che si apre dopo; ma fa parte dei metadati le informazioni, i dati che descrivono il mio contenuto, in Google Chorme questo aspetto viene indicato nell’etichetta delle tab di Chrome. I metadati vengono inseriti nella sezione head. Gli spazi che mettiamo prima dei tag sono irrilevanti, vengono ignorati.

Il documento verrà strutturato con questo livello di dettaglio sempre crescente. Ogni elemento html, ha un elemento genitore, ad esempio un paragrafo che è contenuto in div. Quest’ultimo è l’elemento padre, mentre p sono gli elementi figli. Il markup sta facendo passare una visione particolare di quello che è il testo: perché il testo che stiamo confezionando con questi tag assume la forma di una struttura gerarchica in cui i vari elementi sono incapsulati in questa struttura che parte da una radice, che è quello del tag html per arrivare ai vari rami di ordine inferiore. Non è un aspetto secondario perché in questo modo stiamo già adocchiando una visione di un testo, stiamo così modellando il nostro testo secondo questa forma precisa e molto rigida. Ed è importante sottolinearlo perché in altre forme, in altri linguaggi questo sistema si riproporrà più avanti quando andremo ad affrontare la codifica dei testi letterari, quindi nell’ambito umanistico. Adottare questo tipo di tecnologia significa adottare anche questo modello di rappresentazione di testo. Anni fa quando si diffuse l’utilizzo di SGML, l’antenato di HTML, questa struttura imposta dalla tecnologia spinse alcuni studiosi ad affermare che questa conformazione gerarchica era la vera natura del testo in sé; quindi, che il testo è semplicemente una gerarchia ordinata di elementi di contenuto, questa teoria si chiamava OHCO. Alcuni umanisti, specialisti del testo ispirati dal grande successo dei linguaggi di markup come questo, furono spinti ad affermare che la vera natura del testo è quella di una struttura gerarchica. Se ad esempio prendiamo un romanzo lo dividiamo in capitoli, poi in paragrafi, all’interno di questi ultimi abbiamo elementi di categoria inferiore, segmenti con discorso diretto ecc. Questo è uno dei possibili modelli con cui noi possiamo formalizzare la struttura di un testo, ed è uno dei modelli più efficaci per farlo al giorno d’oggi con le tecnologie di cui disponiamo, però l’importante è osservare la struttura che noi stiamo imprimendo ai nostri oggetti e non farla passare inosservata perché questo produce a partire da piccole esigenze pratiche delle implicazioni teoriche che ritroveremo più avanti. È possibile ricondurre qualunque testo a una struttura unica, gerarchica in questo modo? Pensiamo a una poesia, anche questa può essere scomposta in strutture gerarchiche, ad esempio il sonetto, tutto il sonetto si scompone a sua volta in due quartine e due terzine, ognuno di questi elementi è divisa a sua volta da versi, però ci sono delle strutture, come quelle sintattiche gerarchiche dovute all’enjambement che oltrepassano i confini del verso. Si può rappresentare questo in una struttura rigidamente gerarchica? No, perché un elemento non può stare a

cavallo tra due. L’elemento semplice deve chiudersi correttamente prima del suo elemento genitore. Questa è una caratteristica di HTML che poi vedremo anche in XML.

Abbiamo visto la struttura del file HTML che si apre con DOCTYPE, ovvero la dichiarazione del contenuto; ci dice che siamo in presenza di un file HTML. L’ elemento radice () che contiene tutto il documento e la struttura di quest’ultimo, che a sua volta è scomposto nelle due unità fondamentali ( **** e **** ) che allora volta contengono metadati e il contenuto della mia pagina. Il contenuto può essere suddiviso in sezioni annidate, una principale e due sottosezioni e poi alcuni paragrafi. Si è detto che HTML sta per l' HyperText Markup Language = linguaggio di marcatura per ipertesti, e affinché un testo diventi un ipertesto deve essere possibile leggerlo in maniera non sequenziale attraverso una scomposizione in unità testuale che vengono tra loro collegati da alcuni link. Uno dei principali strumenti per creare dei link è quello di creare dei link interni alla stessa pagina; ad esempio, su Wikipedia troviamo all'inizio un indice che è composto da link, cliccando questi link si arriva direttamente a quella parte di pagina che mi interessa. Questa pagina, quindi, è suddivisa in unità testuali che possono essere lette con una loro autonomia, sono autosufficienti per certi versi. Questo stesso procedimento possiamo farlo in un file: per creare un link in un file HTML utilizziamo il tag **** insieme a un attributo, **href ** , successivamente si indica dove si vuole puntare il collegamento. Inseriamo all’interno del tag il testo linkabile in questo caso “La famiglia” ad es: La famiglia. Per rimandarci al testo che ci interessa dobbiamo utilizzare un identificativo univoco all’elemento in questione attraverso l’attributo id. Sono dei collegamenti interni. È possibile collegare a questo documento ad altre pagine. Il tag **** serve a tracciare una linea orizzontale all’interno del testo. Possiamo anche inserire all’interno del nostro documento un collegamento a un sito esterno. La multimedialità era una delle promesse del web. Come facciamo se abbiamo deciso di lavorare sul testo semplice? Come facciamo a inserire all’interno di un testo un’immagine? Le immagini possono essere caricate sul web come file autonomi. Ogni immagine, ogni elemento multimediale, ogni file caricato sul web, obbedisce a quella regola che impone ad ognuno di questi elementi di avere un indirizzo, un url, che lo prendiamo dalla barra degli indirizzi : Se si vuole inserire un’immagine utilizziamo il tag **** che si apre ma non si chiude. Un tag che indica un unico punto della pagina dove io voglio piazzare l’immagine. SRC indica la sorgente che vogliamo includere nella pagina. Inserisco l’indirizzo dell’immagine che si trova già nel web. Possiamo inserire tabelle con il tag , ogni tabella è composta da un insieme di righe e ogni riga è composta da un insieme di celle, anch’esse indentificate da tag come .