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Riassunto "L'italiano. Strutture, comunicazione, testi" di Giovanardi e De Roberto, Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

Riassunto dei capitoli 1, 2, 7, 8, 10, 11, 12 e 13 della seconda edizione de "L'italiano. Strutture, comunicazione, testi" di Giovanardi e De Roberto.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 09/09/2023

brunopierpaolo
brunopierpaolo 🇮🇹

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LITALIANO
Strutture, comunicazione, testi
Capitolo 1: Norma e italiano standard
Il lungo processo di italianizzazione linguistica inizia a farsi intenso verso l’Unità d’Italia per poi accelerare
sensibilmente dopo la seconda guerra mondiale. Quale italiano? Dobbiamo distinguere fra italiano parlato
e italiano scritto: il concetto di italiano standard appare legittimo solo se applicato agli usi scritti, in quanto
non possono permeare differenze regionali (da uno scrivendo colto ci aspetteremmo l’osservanza della
norma). Con norma intendiamo una serie di regole che riguardano tutti i livelli della lingua accettato da una
comunità in un determinato periodo e contesto storico-culturale. La norma non è qualcosa di immutabile:
essa è la manifestazione concreta, in una determinata fase storica, del sistema linguistico dell’italiano, inteso
come serie di regole potenziali. L’italiano non presenta una norma sempre univoca: la frammentazione
politica e il policentrismo linguistico hanno fatto che la polimorfia dell’italiano non sia svanita (tra gli
esempi da poter citare, ricordiamo l’apocope vocalica facoltativa, o il fatto di utilizzare le forme “lui”, “lei” e
loro” come pronomi soggetto accanto alle tradizionali “egli”, “ella” e “essi, ma il campo può essere esteso
anche alla fonetica e alla morfologia). L’uso individuale della lingua può essere più o meno osservante della
norma, che può essere violata in due modi diversi: dall’alto, cioè da chi padroneggia perfettamente l’italiano
ma volutamente forza le regole; dal basso, da parte di coloro che hanno una conoscenza imperfetta della
norma. Possiamo identificare nell’italiano standard la varietà di lingua che tende a far aderire l’uso
individuale alla norma. I caratteri più salienti:
Conoscenza dell’ortografia e dell’interpunzione.
Padronanza della morfologia flessiva verbale e nominale.
Padronanza dei processi di formazione delle parole.
Adeguata conoscenza della microsintassi.
Uso corretto degli elementi coesivi e connettivi.
Uso corretto di tutti i tipi preposizionali e saper regolare e disporre correttamente i rapporti tra
principali e secondarie.
Buon dominio della testualità (capacità di costruire testi).
Buon dominio del lessico.
Uso appropriato di sinonimi, iperonimi, imponi, antonimi.
Nel parlato le infrazioni sono molto più numerose.
Norma esplicita: ciò di cui abbiamo detto finora. Fa riferimento all’insieme di regole che concorrono a
definire l’italiano standard e che individuano gli usi linguistici corretti. Tipo di norma esplicitamente codificato
nelle grammatiche.
Norma implicita: concetto che si è fatto strada a seguito degli studi del linguista Eugenio Coseriu. Fa
riferimento a quegli usi linguistici verso i quali i parlanti convergono senza che una qualche autorità li affermi
o li legittimi: comprende gli usi reali della lingua e riflette il comportamento linguistico della maggior parte
dei parlanti. È spesso la norma incipiente, nel senso che anticipa un riassestamento della norma tradizionale.
Le due norme non sono sempre perfettamente allineate: alcuni fenomeni facenti parte della norma implicita
possono essere censurati da quella esplicita (per esempio, la forma diatrìba è preferita dai parlanti
nonostante le grammatiche ritengano preferibile la forma diàtriba). Finché le forme alternative non
scalzeranno quelle riconosciute dalla norma, è bene attenersi a queste ultime negli usi più formali.
Il repertorio è l’insieme delle risorse linguistiche a disposizione di una data comunità linguistica per
soddisfare tutti gli aspetti della comunicazione (termine presto in prestito dal linguaggio musicale); tali risorse
possono essere rappresentate da altre lingue, dai dialetti e dalle varietà di una stessa lingua. Con varietà si
indicano le effettive realizzazioni di una lingua, calata in una concreta situazione comunicativa. Nel repertorio
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L’ITALIANO

Strutture, comunicazione, testi

  • Capitolo 1 : Norma e italiano standard Il lungo processo di italianizzazione linguistica inizia a farsi intenso verso l’ Unità d’Italia per poi accelerare sensibilmente dopo la seconda guerra mondiale. Quale italiano? Dobbiamo distinguere fra italiano parlato e italiano scritto : il concetto di italiano standard appare legittimo solo se applicato agli usi scritti, in quanto non possono permeare differenze regionali (da uno scrivendo colto ci aspetteremmo l’osservanza della norma). Con norma intendiamo una serie di regole che riguardano tutti i livelli della lingua accettato da una comunità in un determinato periodo e contesto storico-culturale. La norma non è qualcosa di immutabile : essa è la manifestazione concreta, in una determinata fase storica, del sistema linguistico dell’italiano, inteso come serie di regole potenziali. L’italiano non presenta una norma sempre univoca: la frammentazione politica e il policentrismo linguistico hanno fatto sì che la polimorfia dell’italiano non sia svanita (tra gli esempi da poter citare, ricordiamo l’apocope vocalica facoltativa, o il fatto di utilizzare le forme “ lui ”, “ lei ” e “ loro ” come pronomi soggetto accanto alle tradizionali “ egli ”, “ ella ” e “ essi ”, ma il campo può essere esteso anche alla fonetica e alla morfologia). L’uso individuale della lingua può essere più o meno osservante della norma, che può essere violata in due modi diversi: dall’alto, cioè da chi padroneggia perfettamente l’italiano ma volutamente forza le regole; dal basso, da parte di coloro che hanno una conoscenza imperfetta della norma. Possiamo identificare nell’ italiano standard la varietà di lingua che tende a far aderire l’uso individuale alla norma. I caratteri più salienti:
  • Conoscenza dell’ortografia e dell’interpunzione.
  • Padronanza della morfologia flessiva verbale e nominale.
  • Padronanza dei processi di formazione delle parole.
  • Adeguata conoscenza della microsintassi.
  • Uso corretto degli elementi coesivi e connettivi.
  • Uso corretto di tutti i tipi preposizionali e saper regolare e disporre correttamente i rapporti tra principali e secondarie.
  • Buon dominio della testualità (capacità di costruire testi).
  • Buon dominio del lessico.
  • Uso appropriato di sinonimi, iperonimi, imponi, antonimi. Nel parlato le infrazioni sono molto più numerose. Norma esplicita : ciò di cui abbiamo detto finora. Fa riferimento all’insieme di regole che concorrono a definire l’italiano standard e che individuano gli usi linguistici corretti. Tipo di norma esplicitamente codificato nelle grammatiche. Norma implicita : concetto che si è fatto strada a seguito degli studi del linguista Eugenio Coseriu. Fa riferimento a quegli usi linguistici verso i quali i parlanti convergono senza che una qualche autorità li affermi o li legittimi: comprende gli usi reali della lingua e riflette il comportamento linguistico della maggior parte dei parlanti. È spesso la norma incipiente , nel senso che anticipa un riassestamento della norma tradizionale. Le due norme non sono sempre perfettamente allineate: alcuni fenomeni facenti parte della norma implicita possono essere censurati da quella esplicita (per esempio, la forma “ diatrìba ” è preferita dai parlanti nonostante le grammatiche ritengano preferibile la forma “ diàtriba ”). Finché le forme alternative non scalzeranno quelle riconosciute dalla norma, è bene attenersi a queste ultime negli usi più formali. Il repertorio è l’insieme delle risorse linguistiche a disposizione di una data comunità linguistica per soddisfare tutti gli aspetti della comunicazione (termine presto in prestito dal linguaggio musicale); tali risorse possono essere rappresentate da altre lingue, dai dialetti e dalle varietà di una stessa lingua. Con varietà si indicano le effettive realizzazioni di una lingua, calata in una concreta situazione comunicativa. Nel repertorio

della comunità linguistica italiana rientrano l’italiano e le varietà in cui si articola, i dialetti e le lingue minoritarie. Le dimensioni attraverso le quali si realizzano le varietà linguistiche sono:

  • Diacroniche : la lingua cambia nel tempo.
  • Diatopiche : la lingua appare geograficamente differenziata.
  • Diafasiche : la lingua cambia in base alla situazione e al rapporto che lega i partecipanti della discussione, creando diversi registri.
  • Diastratiche : la lingua dipende dalle caratteristiche sociali del parlante.
  • Diamesiche : la lingua cambia in base al mezzo con cui avviene la comunicazione. Negli usi linguistici concreti, gli assi di variazione si intersecano. L’asse orizzontale coincide con la variazione diamesica; l’asse verticale coincide con la variazione diastratica; l’asse diagonale coincide con la variazione diafasica. Notiamo come il parlato colloquiale si avvicini al centro del grafico, nonostante sia un registro informale. L’ italiano regionale è una varietà della lingua collegata all’origine e alla distribuzione geografica dei parlanti. Ne esistono diverse realizzazioni, da quella più approssimata allo standard a quella che scivola verso il dialetto, condizionate da fattori esterni quali l’età o il livello di istruzione. Quanti sono gli italiani regionali? In genere distinguiamo cinque varietà principali : settentrione, toscano, mediano, sardo e meridionale. In cosa si distinguono dall’italiano comune? La prosodia e l’ intonazione rappresentano il punto di vista più veritiero riguardo alla nostra provenienza, ma non interessa per nulla la lingua scritta; è il lessico sottolinea quegli aspetti che caratterizzano gli italiani regionali. Il lessico regionale interessa da due punti di vista: i geosinonimi , sinonimi su base geografica, ai quali vanno aggiunti i geoomonimi , vocaboli che, a parità di forma hanno significato diverso in base alle aree geografiche (“ scodella ” è il “ piatto fondo ” al centro-sud mentre è la “ ciotola per il latte ” al nord), e i regionalismi , voci che hanno una diffusione limitata ad alcune aree geografiche anche se possono risalire nell’italiano comune. Il geosinonimo che tende a imporsi su scala nazionale è quello settentrionale, in quanto oggi ritenuta la varietà più prestigiosa. La regionalità è contenuta anche negli usi fraseologici. Per quanto riguarda l’ aspetto morfosintattico , la coloritura regionale tende a sbiadirsi (tra gli esempi citiamo il “ che ” pleonastico introduttore di domanda caratteristico della varietà romana, o l’uso di verbi intransitivi come transitivi proprio dell’italiano meridionale). A metà degli anni Ottanta , Francesco Sabatini individuò una nuova varietà di italiano, che chiamò “ dell’uso medio ”, in grado di essere usata sia nel parlato che nello scritto di media formalità. Negli stessi anni , Gaetano Berruto descrisse un “nuovo” italiano, che definì “ neostandard ”. L’italiano dell’uso medio ha diffusione panitaliana e si tratta, nella visione di Sabatini, di una sorte di rivincita che il parlato si è preso nei confronti della lingua scritta di tradizione letteraria: anche l’italiano pone, dunque, fine alla secolare divaricazione tra le due modalità della comunicazione. In cosa consistono le novità dell’italiano dell’uso medio? I tratti elencati da Sabatini sono 35 e riguardano fonologia, morfologia e sintassi per la frase semplice, mentre meno il lessico e la sintassi per la frase complessa. In ogni caso, questi tratti erano già presenti nella tradizione fiorentina della nostra lingua, ma erano stati oscurati dalle grammatiche scolastiche. La novità, dunque, risiederebbe nel fatto che si tratti per lo più di un riaffioramento. Tra i tratti da ricordare ci sono quelli che Ilaria Bonomi ha indagato nella stampa e nella lingua della narrativa:
  • Lui ”, “ lei ” e “ loro ” soggetto.
  • Gli ” pronome dativale.
  • Ciò ” pronome dimostrativo.
  • Alternanza tra “ che/cosa/che cosa ” come pronomi interrogativi.

e la caduta delle vocali finali diverse da “ - a ”; dialetti veneti, che non presentano le caratteristiche sopra menzionate. Tra i fatti fortemente distintivi dei dialetti toscani abbiamo, per esempio, la gorgia , la spirantizzazione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche, e il passaggio da “ - rj- ” a “ - j- ” nella desinenza latina “ - ARIUM ”; per i dialetti centrali ricordiamo l’assimilazione dei nessi consonantici; per quanto riguarda la sub-area alto meridionale, tratto distintivo è la metafonesi , la chiusura della “ e ” in “ i ” o della “ o ” in “ u ” in parole terminanti in “ - I ” e “ - U ” latina (nelle stesse condizioni si ha anche il dittongamento condizionato di “ è ” aperta in “ ” e di “ o ” aperta in “ ”); per la sub-area meridionale estrema ricordiamo i cinque livelli di apertura vocalica a fronte dei sette come avviene in Toscana. Certi eventi storici hanno pesato sulle sorti dei dialetti: l’analfabetismo che colpiva circa tre quarti della popolazione italiana nel 1861 fu progressivamente ridotto e la situazione mutò nuovamente dopo il secondo Dopoguerra per via del forte cambiamento dell’assetto economico e culturale dell’Italia. L’Italia subì una forte trasformazione dal punto di vista linguistico: il dialetto fu percepito come strumento inadeguato e rimosso dalle generazioni più giovani, nonché più istruite. Tuttavia, negli ultimi decenni , si assiste ad un risorgere dei dialetti : ci si trova, dunque, in una situazione in cui coesistono italiano e dialetto. Nell’odierna comunità linguistica italiana, convincono due tipi di dialetto : uno tradizionale, per la conversazione quotidiana, appannaggio delle generazioni anziane e scarsamente istruite; uno moderno, utilizzato come risorsa che affianca l’italiano in occasioni ludiche o marcatamente espressive, tipico delle generazioni più giovani. L’interazione lingua-dialetto può avvenire in modi diversi, ma il presupposto rimane sempre lo stesso: l’italiano è la varietà alta, mentre il dialetto rappresenta la varietà bassa. Nel 1959 , Charles A. Ferguson coniò il termine “ diglossia ”, con il quale indicò la compresenza di due codici diversi, ciascuno dei quali adibito a funzioni distinte. In passato, la lingua nazionale e i dialetti svolgevano funzioni sociolinguistiche differenziante, ma oggi non vi è più quella rigida ripartizione di competenze tra codici prevista nelle situazioni di diglossia, e, a tal proposito, è stato creato il termine “ dilalia ”, che prevede una distinzione meno netta fra le due varietà, pur restando salda quella tra varietà alta e bassa. Caso a sé stante è quello della Toscana e di Roma, in quanto la distanza strutturale tra l’italiano e le varietà locali è molto meno marcata rispetto al resto del paese. La situazione di dilalia ha determinato un’alternanza tra italiano e dialetto nella conversazione di tutti i giorni. Si è soliti distinguerne due: la commutazione di codice , che si verifica quando un parlante utilizza nel medesimo discorso due codici per specifiche esigenze comunicative e per produrre un certo effetto pragmatico; l’ enunciazione mistilingue , che si verifica quando l’utilizzo dei due codici avviene nello stesso enunciato, essendo dunque svincolata dalla ricerca di effetti pragmatici o da parametri sociocomunicativi. I vocabolari costituiscono il deposito del lessico di una lingua. In Italia vi è una forte tradizione di vocabolari dialettali , che si è sviluppata nel secondo Ottocento , ma molti di questi sono stati realizzati nel Novecento. Recentemente ha visto la luce il “ Vocabolario del romanesco contemporaneo ” di Paolo D’Achille e Claudio Giovanardi. Il novero delle lingue parlate in Italia comprende anche le minoranze linguistiche , distinguibili in minoranze storiche e minoranze di recente immigrazione. Le prime sono tutelate a livello legislativo dalla legge 482 del 15 dicembre 1999 , nella quale viene anche riconosciuto l’italiano come lingua ufficiale dello Stato, che si impegna a tutelare la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle paranti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo. Vengono citate sia varietà alloglotte, sia minoranze linguistiche, che molti studiosi definiscono con l’etichetta di “ lingue regionali ”. Il riconoscimento politico della coufficialità del sardo, friulano e ladino, oltre a sancirne l’impiego in contesti istituzionali, ha portato a un processo di standardizzazione e alla creazione di lingue scritte unificate. Le lingue delle minoranze nazionali sono tipicamente parlate nelle comunità di frontiera, dove si creò un situazione di bilinguismo; invece, le colonie linguistiche sono il risultato di fenomeni migratori avvenuti in varie epoche, che hanno determinato lo stanziamento nel territorio italiano di comunità che hanno continuato a usare la loro lingua. Al momento non sono riconosciute le varietà non territorializzate , lingue non radicate in un luogo preciso.

Tra le lingue delle minoranze nazionali rientrano:

  • Dialetti franco-provenzali, parlati in Val d’Aosta e il francese, lingua ufficiale anche in alcune località piemontesi.
  • Sloveno, parlato nella zona di confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia.
  • Tedesco, parlato in Alto Adige e nella provincia di Bolzano. Tra le colonie linguistiche rientrano:
  • Arbëreshe, che raggruppa dialetti albanesi uniformi tra loro, la cui presenza è documentata in Italia sin dal XV secolo in Sicilia, Molise, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata.
  • Catalano, parlato ad Alghero.
  • Grico o grecanico, un dialetto greco parlato in Salento, a Lecce e a Reggio Calabria.
  • Walser, antico dialetto di origine germanica, parlato in Valle d’Aosta e Piemonte.
  • Dialetti germanici, dislocati fra Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia.
  • Slavisano, dialetto croato parlato a San Felice del Molise. Un cenno a parte merita il tabarchino, un dialetto di origine ligure che si è formato nell’isola di Tabarca, Tunisia, i cui parlanti si sono trasferiti in Sardegna nel XVIII secolo. Lingue senza territorio sono le varietà romanés, originarie dell’India nord-occidentale. Sono molto diversificate tra loro e ognuna riporta i segni dei viaggi compiuti dalle popolazione rom e delle lingue con cui esse sono venute in contatto. Sono lingue di minoranze storiche religiose l’ebraico e l’armeno. L’Italia è oggi una fra le principali mete delle nuove correnti migratorie. Tale aspetto favorisce il formarsi e il consolidarsi di nuove minoranze linguistiche, nonché lo sviluppo di nuove condizioni di plurilinguismo. Il rumeno è la lingua di origine più parlata dagli stranieri in Italia, seguita da arabo e albanese. Chi indica l’italiano come lingua madre è nato e cresciuto in Italia ma non possiede ancora la cittadinanza, oppure è immigrato in giovane età. Generalmente la lingua d’origine è parlata in famiglia, mentre nella comunicazione con amici e conoscenti gli stranieri ricorrono all’italiano. Con italiano L2 si intende quell’italiano acquisto spontaneamente o in maniera guidata in Italia da parlati non nativi. Da questo, va distinto l’ italiano LS , appreso da un non madrelingua in paesi dove non è una lingua maggioritaria, e l’ italiano lingua d’origine , italiano degli emigrati. Il raggiungimento di una piena competenza dell’italiano L2 è un processo lungo, che avviene grazie all’esposizione all’input linguistico dei parlanti nativi, permettendo al parlante non nativo di interiorizzare il nuovo sistema. Le varie tappe attraverso le quali si snoda l’apprendimento dell’italiano L sono dette interlingua , stadio del processo di formazione di regole che conduce all’appropriarsi della grammatica dell’italiano L2. Le interlingue si sviluppano attraverso vari processi con cui il parlante non nativo organizza i dati linguistici in suo possesso:
  • Transfer : trasferimento di elementi della lingua materna al sistema della L2. Può essere positivo , se aiuta il parlante ad applicare in maniera corretta l’elemento della L2; negativo , se il modello della L Etnoletti / lingue etniche : nascono dal contatto tra la lingua maggioritaria e quelle immigrate. Tipici esempi sono il Black English Vernacular, o Ebonics, l’inglese parlato dagli afroamericani, o lo Spanglish, uno spagnolo fortemente contaminato dall’inglese. Sono fenomeni riconducibili al più ampio processo di interferenza linguistica. Anche in Europa si registra, negli ultimi anni, la loro formazione: basti pensare al Türkendeutsch, il tedesco dei turchi.

o Concordanza di numero : riguarda il rapporto tra soggetto e predicato, nonché tra aggettivo o articolo e nome. Errori in tal senso sono frequenti in parlanti stranieri, anche se non è infrequente che gli italiani sbaglino di fronte a un soggetto costituito da un nome collettivo, operando una “concordanza a senso”.

  1. Coerenza : riguarda i rapporti di significato all’interno del testo. Risponde a parametri soggettivi, soprattutto al rapporto che lega l’emittente al destinatario. o Coerenza logica : relazione logica che esiste fra i vari elementi del testo. Spesso la pubblicità fa uso di testi incoerenti perché questi attirano inevitabilmente l’attenzione del ricevente. o Coerenza semantica : utilizzo di vocaboli con il loro corretto significato. o Coerenza stilistica : mantenere lo stesso “stile” o registro all’interno del testo, scegliendo il registro adatto al tipo di testo che bisogna produrre. L’ intertestualità individua le relazioni che ogni testo intrattiene con altri testi. Questi rapporti potenziano il significato del testo stesso. Secondo Gérard Genette , critico letterario francese, l’intertestualità può realizzarsi in vari modi: vi rientrano meccanismi come l’allusione, la citazione, il plagio, l’imitazione, la parodia. Un tipo particolare di intertestualità è il riutilizzo di frasi famose, il cui fenomeno prende il nome di ripetizione polifonica , sfruttato soprattutto nella lingua dei giornali. I mezzi di cui la lingua si serve per ottenere una coesione testuale sono di due tipi:
  2. Mezzi grammaticali : si tratta delle congiunzioni semplici e complesse.
  3. Mezzi lessicali. La coesione di un teso è assicurata dal carretto uso di anafore , catafore e connettivi , strumenti che permettono di collegare le varie parti del testo attraverso un equilibrio tra ciò che è noto e ciò che rappresenta un’informazione nuova. Definiamo anaforici quegli elementi che si riferiscono a una o più parole che precedono e che agiscono come meccanismi di ripresa e di collegamento tra le parti del testo. La continuità del discorso avviene attraverso alcune “suture” rappresentate da questi elementi che ne riprendono altri espressi in precedenza. La ripresa cerca di eliminare la ripetizione ravvicinata dello stesso elemento per non ingenerare noia nel lettore. Occorre, però, fare attenzione a non applicare automaticamente questo principio, anche se vi sono dei testi che pretendono la ripetizione (un esempio è l’esordio del III canto dell’“ Inferno ”: la lingua letteraria sfugge ai canoni generali). Anche i testi scientifici e giuridici sono obbligati a usare termini che non ammettono sinonimi. La ripresa senza ripetizioni avviene in diversi modi: o Uso dei pronomi : il pronome svolge la funzione di sostituire un nome e di evitare una ripetizione. Sono utilizzati soprattutto i pronomi personali e dimostrativi. o Sostituzione lessicale : la ripresa di un nome o di un altro elemento può avvenire mediante un altro nome o gruppo nominale. Cinque possibilità di ripresa :
  4. Sinonimo.
  5. Iperonimo.
  6. Iponimo.
  7. Nome generale , vocabolo di carattere generico.
  8. Meronimo.
  9. Perifrasi , caso particolare di sostituzione, in quanto procedimento stilisticamente più elevato rispetto alle altre modalità. Presuppone che chi legge sappia interpretare correttamente il riferimento. Oltre ad una funzione coesiva, le sostituzioni nominali possono realizzare una valutazione del parlante su referente: in questo caso si parla di axionimi. o Ellissi : omissione di un elemento, ovvero non ripeterlo a breve distanza. È un mezzo di collegamento che rende comprensibile il discorso senza appesantire il testo. Talvolta è persino necessaria. Definiamo cataforici quegli elementi che si riferiscono a una o più parole che seguono e che agiscono come meccanismi di anticipazione e di collegamento tra le parti del testo. Sono strutture molto usate nel L’ insieme delle anafore che in un testo si riferiscono allo stesso referente testuale è chiamato catena anaforica.

linguaggio giornalistico, in quanto tendono a generare un effetto di attesa e di tensione del lettore, ma sono largamente utilizzate anche nei testi letterari. Gli elementi deittici rinviano alla realtà extralinguistica. È necessario, dunque, che l’emittente e il destinatario condividano lo stesso contesto comunicativo. Per loro natura, sono largamente diffusi nella comunicazione parlata e possono ricorrere nei testi scritti che imitano il parlato. Sono di diverso tipo: o Personali : individuano i partecipanti allo scambio conversazionale e si identificano nei pronomi personali. o Spaziali : tutti gli elementi che rinviano allo spazio in cui si svolge lo scambio conversazionale. Possono essere avverbi, dimostrativi, ma anche alcuni verbi. o Temporali : tutti gli elementi che rinviano al momento in cui si svolge lo scambio conversazionale. Possono essere avverbi, aggettivi, ma anche alcuni tempi verbali quando messi in rapporto con il momento dell’enunciazione. o Testuali : tutti gli elementi che attuano rinvii interni al testo. I connettivi servono a collegare fra loro le parti del testo, chiarendo il tipo di relazione (sintattica, semantica o discorsiva) che sussiste fra loro. Appartengono a svariate categorie grammaticali, anche se il concetto di connettivo non ne fa propriamente parte. La nozione di connettivo è valida solo se analizziamo un testo e ne comprendiamo la funzione che svolge. La connessione può essere di tre tipi :

  1. Funzione logico-semantica.
  2. Funzione demarcativa : scandire il testo, chiarendone l’organizzazione e agevolandone la lettura (“ innanzitutto ”, “ in secondo luogo ”, “ infine ”). Può anche svolgere il ruolo di riformulazione (“ cioè ”, “ ossia ”), correzione (“ anzi ”, “ ovvero ”) ed esemplificazione (“ ad esempio ”, “ in sintesi ”).
  3. Funzione interattiva : ruolo di segnali discorsivi , utili alla gestione dell’interazione e del dialogo. Nelle conversazioni spontanee possono cumularsi. Uno stesso connettivo può assumere valori diversi a seconda del contesto. Molte congiunzioni affiancano ad un uso frasale un uso testuale , assumendo il valore di congiunzione testuale , la quale collega porzioni di testo più ampie rispetto alla frase complessa. Esemplare è il comportamento della congiunzione “ e ”; può assumere il ruolo di congiunzione testuale anche “ ma ”, insieme ad altre congiunzioni coordinative o subordinative. Chiamiamo tema la parte dell’enunciato relativa a ciò di cui si parla; chiamiamo rema quella che dice qualcosa a proposito della prima. Il tema coincide con un quantum di informazione dato , cioè gli elementi già noti al destinatario; il rema coincide con il nuovo , cioè l’informazione ignota al destinatario. Generalmente, soggetto e tema coincidono, così come coincido predicato e rema, anche se questa sovrapposizione non sempre si verifica: il tema potrebbe essere costituito da un’informazione nuova. Le nozioni di tema e rema intervengono anche nella produzione di sequenze più ampie rispetto a quella della frase: un testo si costituisce attraverso la selezione e l’ordinamento di temi e remi. La progressione tematica può esser vista come lo scheletro del testo. L’articolazione fra varie unità avviene in base a cinque schemi :
  4. Progressione tematica lineare : il rema di un enunciato diventa tema in quello successivo.
  5. Progressione tematica a tema costante : più enunciati condividono lo stesso tema.
  6. Progressione tematica a temi derivati : le unità tematiche possono derivare da un ipertema (tema composto) e un iperrema (rema composto).
  7. Progressione tematica a salti : quando ogni enunciato prende avvio da un tema diverso da quello dell’enunciato precedente. Nei testi espositivi tende ad essere evitata, in quanto produce sequenze apparentemente slegate. Nella frase semplice, l’italiano presenta l’ordine SVO. Nel parlato, però, spesso si ha bisogno di un effetto pragmatico, di richiamare l’attenzione dell’interlocutore. Quando l’ordine SVO viene violato siamo di fronte ad una frase marcata. La marcatezza può essere sintattica, ma anche fonologico-intonativa nel parlato.
  1. Discorso indiretto libero : mistione di discorso diretto e indiretto, tipico della prosa otto- novecentesca. Impiegato per riportare in forma indiretta il discorso di un personaggio, mantenendo i tratti del discordo diretto. Le coordinate di persona, tempo e luogo del discorso citante e di quello citato si intersecano: il riferimento al personaggio è in terza persona, ma le espressioni id tempo e di luogo e i dimostrativi rimangono inalterati. Per quanto riguarda i tempi verbali, mostra un’oscillazione tra il punto di vista del narratore e del personaggio. In ogni testo, accanto a ciò che viene esplicitamente espresso, c’è una parte di comunicazione che non appare in superficie che arricchisce le informazioni che vengono fornite. Possono essere distinti due tipi di non detto :
  2. Presupposizioni : informazioni che sono richiamate in maniera incontrovertibile da determinate parole, espressioni o elementi grammaticali. Queste non possono essere negate, pena l’invalidità dell’enunciato.
  3. Implicature : aggiunte a ciò che l’enunciato dice esplicitamente. Non sono scontate e automatiche e, inoltre, possono essere false senza che abbiano ripercussioni sulla verità dell’enunciato. Il processo che porta a scoprirle è un processo deduttivo, basandosi sull’ inferenza. Ne distinguiamo tre tipi :
  4. Implicature conversazionali : si basano sul contesto conversazionale e sul principio di cooperazione che in vere regola gli scambi cooperativi umani.
  5. Implicature stereotipiche : si basano sulle conoscenze condivise dai partecipanti all’interazione e sulla loro enciclopedia.
  6. Implicature convenzionali : dipendono dall’uso di determinato materiale linguistico, in quanto attivate dal significato degli elementi presenti nell’enunciato. Sono più difficilmente cancellabili rispetto alle prime due.
  • Capitolo 8 : L’atto comunicativo e i suoi protagonisti Ogni testo rappresenta un evento comunicativo. La comunicazione è un processo molto complesso, che potremmo definire come la trasmissione volontaria di informazioni di varia natura grazie a un codice. Uno dei primi modelli della comunicazione è stato elaborato da Claude Shannon e Warren Weaver nel saggio “ Mathematical Theory of Communication ”. Secondo loro, la comunicazione consiste nel passaggio di dati da una sorgente a una destinazione attraverso un elemento codificatore , uno decodificatore e un canale. Un tale modello appare efficace se applicato a forme comunicative semplici, poiché i due studiosi non si pongono il problema né dell’interpretazione né dei fattori che possono influire sul processo comunicativo. Più articolato è il modello di Roman Jakobson in un saggio del 1960 : il modello assegna un ruolo fondamentale al linguaggio verbale. Concepisce la comunicazione umana come un processo che risulta dall’ interazione di sei elementi :
  1. Mittente.
  2. Ricevente.
  3. Contesto : la situazione e l’insieme delle circostanze in cui ogni atto comunicativo è inserito.
  4. Messaggio.
  5. Codice : sistema di segni comune. Il filosofo Herbert Paul Grice ha cercato di definire in che cosa consiste il principio di cooperazione, elaborando quattro massime:
  6. Massima di quantità : il contributo deve dare la quantità di informazione richiesta dalla buona riuscita dello scambio.
  7. Massima di qualità : il contributo deve essere vero e fondato.
  8. Massima di modo : il contributo deve essere espresso in modo chiaro, comprensibile e coerente.
  9. Massima di relazione : il contributo deve essere pertinente. Non sempre gli scambi comunicativi rispettano tali regole. Chi prende parte ad un discorso, può decidere di dissociarsi intenzionalmente dal principio di cooperazione. In alcuni casi, la violazione delle massime può assicurare un buon andamento della comunicazione e ciò avviene quando se ne viola una per rispettarne un’altra per non contravvenire ad una norma sociale o per rispetto di norme di cortesia, oppure per potenziare il nostro messaggio.
  1. Canale : mezzo fisico, ma anche connessione psichica, che consente a mittente e destinatario di stabilire un contatto. A ognuno di questi sei elementi corrisponde una specifica funzione linguistica :
  2. Funzione emotiva > mittente: comunicazione orientata su chi enuncia il messaggio.
  3. Funzione referenziale > contesto comunicativo: quando il parlante mette in relazione le parole con gli oggetti della realtà extralinguistica.
  4. Funzione poetica > messaggio: quando il mittente rivolge una particolare attenzione alla forma del messaggio.
  5. Funzione fàtica > canale e mezzo comunicativi: il mittente si assicura che il canale comunicativo stia funzionando.
  6. Funzione metalinguistica > codice: fornisce chiarimenti sul significato di termini o parole.
  7. Funzione conativa > destinatario: comunicazione orientata sul destinatario. Nel corso di un evento comunicativo queste funzioni sono compresenti, ma spesso determinate sequenze possono prevalere sulle altre. Negli anni settanta sono stati concepiti modelli poststrutturalisti : fra i più noti ricordiamo la fenomenologia dell’interpretazione di Umberto Eco , il quale pone l’accento sull’interpretazione, assegnando al ricevente un ruolo attivo, poiché, oltre a ricevere il messaggio, lo interpreta. Nell’elaborare un messaggio, il mittente dà per scontato che il ricevente parteciperà all’interpretazione, colmando eventuali lacune informative. Nella seconda metà del Novecento , la comunicazione non viene più vista come mero trasferimento di informazione codificata. Rappresentativa è la teoria della rilevanza di Dan Sperber e Deirdre Wilson : la teoria riprende e sviluppa quella delle massime conversazionali. Secondo gli studiosi, la comunicazione è sempre finalizzata al raggiungimento di un fine, riconosciuto da entrambi i partecipanti alla comunicazione e perseguito mediante il principio del massimo effetto con il minimo sforzo. Nel corso di un atto comunicativo, non tutta l’informazione viene codificata per motivi di economia linguistica : il ricevente tende ad interpretare il messaggio realizzato dal mittente in modo tale da enucleare quegli input che più riescono a soddisfare le sue rappresentazioni cognitive. Nel corso del Novecento , le teorie della comunicazione hanno abbandonato il modello del codice per adottare un modello inferenziale: emittente e ricevente giocano un ruolo attivo e paritario, ma sono condizionati da una serie di fattori contestuali ed enciclopedici. L’ emittente è colui che produce il messaggio e dà avvio all’atto comunicativo, realizzando un testo. Si possono individuare due tipi di emittente : chi produce testi in modo naturale e spontaneo; coloro che per mestiere o per informazione sanno manipolare i meccanismi linguistici per stimolare l’interlocutore. Tale distinzione è più evidente nel campo della scrittura: lo scrivente , chi scrive saltuariamente, produce testi molto diversi dallo scrittore , chi scrive per professione. Nonostante quanto detto, anche a livello orale possiamo rintracciare delle differenze tra i professionisti della parola e chi comunica quotidianamente. Gioca un peso importante, per quanto concerne il “profilo” del’emittente, la variazione diastratica, determinata dalle caratteristiche sociali del parlante. Tra le varietà diastratiche, troviamo varietà basse del repertorio linguistico italiano, come l’ italiano popolare , lingua con la quale i semicolti, chi ha appreso l’italiano in modo approssimativo, tentano di avvicinarsi alla lingua nazionale. È una varietà testimoniata soprattutto nei testi scritti, ma può accadere che anche in contesti orali si tenti di ricorrere ad una varietà percepita come standard. Presenta fenomeni ricorrenti:
  8. Livello grafico : errori di ortografia.
  9. Livello fonetico : ricadute delle pronunce locali sulla grafia.
  10. Livello morfologico : tendenza a regolarizzare i paradigmi per analogia.
  11. Livello sintattico : concordanze nell’accordo tra soggetto e verbo.
  12. Livello lessicale : parole dialettali o storpiate. Sono stati riscontrati fenomeni tipici di questa varietà nell’italiano di internet. Il racconto breve è un genere letterario discendente dalla novella e antagonista del romanzo, divenuto nel XX secolo una delle espressioni più adatte a comunicare il disagio esistenziale dell’uomo moderno. Il racconto breve contemporaneo propone all’attenzione del lettore frammenti di vira reale.

In base alla funzione cognitiva che attiviamo quando produciamo un testo, possiamo individuare cinque grandi tipi testuali : Il tipo è una categoria astratta, mentre il genere è una realizzazione culturalmente determinata del tipo. Ogni genere presente delle proprie caratteristiche formali e concettuali. A determinare la fisionomia testuale concorrono molteplici fattori, quali il pubblico, il canale, l’argomento, la forma metrica, il fine che guida l’emittente nella realizzazione e le convenzioni a cui obbedisce. Nella realtà prevalgono i testi misti , ovvero composti da un’alternanza di sequenze, anche se, a seconda della funzione che appare predominante, possiamo ascrivere un testo a un determinato tipo. Esistono altre classificazioni; una di queste, si fonda sulle modalità di elaborazione dell’esperienza extralinguistica. Rispetto al modello precedente, di Werlich , la classificazione verte su altri aspetti: per esempio, letteratura e scrittura progettuale sono riunite nella medesima categoria, poiché avrebbero come scopo quello di rappresentare stati di cose non reali.

Un’ulteriore proposta di classificazione dei tipi testuali è quella che si basa sul concetto di vincolo comunicativo. Esistono testi che richiedono un’interpretazione univoca e rigida da parte del destinatario e testi che ne ammettono una più ampia e flessibile. La scelta di un tipo si riflette sul piano formale. Francesco Sabatini ha distinto i seguenti tipi: o Testi molto vincolanti. Uso di molte anafore per assicurare la coesione del testo. o Testi mediamente vincolanti. o Testi poco vincolanti. Lessico e connettivi utilizzati appaiono meno legati alla ricerca di precisione e univocità. I testi narrativi mettono in sequenza gli eventi disponendoli lungo un arco temporale. Ve ne sono di due tipi:

  1. Quelli che riportano fatti realmente accaduti.
  2. Quelli che sono frutto della fantasia di uno scrittore. Possiamo individuare una struttura ricorrente : o Situazione iniziale modificata dall’ esordio. o Sviluppo della storia. o Conclusione. Il finale può prevedere la soluzione della situazione, ma può anche essere tragico o aperto. Forte utilizzo di connettivi ed espressioni temporali; molto importante è anche l’uso dei tipo verbali: solitamente, vengono utilizzati i tempi passati. L’ ordinamento degli eventi può essere di due tipi:
  3. Ordine lineare : racconto dei fatti secondo il loro naturale sviluppo cronologico.
  4. Ordine non lineare : attraverso analessi e prolessi è possibile alterare il normale susseguirsi degli eventi. Importante è anche il punto di vista secondo il quale viene condotta la narrazione, ovvero la focalizzazione. Ne esistono tre tipi:
  5. Zero : i fatti sono narrati da un narratore onnisciente.
  6. Interna : il narratore assume la prospettiva di un personaggio, adottando un punto di vista interno. Può essere fissa (unico personaggio), o multipla (più personaggi). È possibile che si utilizzi la terza persona.
  7. Esterna : il narratore è un testimone esterno, che segue le azioni dei personaggi senza conoscerne sentimenti e intenzioni. La leggenda è un tipo di racconto antico frutto di un’elaborazione collettiva, che si diffonde principalmente per via orale per poi essere messa per iscritto in un secondo momento. Alla base delle leggende vi è un elemento reale che viene trasformato dalla fantasia popolare: per secoli, queste sono servire a spiegare i fondamenti naturali, fisici e atmosferici. Non è raro che questi racconti contengano una morale. Una cronaca è un resoconto più o meno dettagliato di fatti, eventi o manifestazioni. Non presenta particolari approfondimenti o sequenze di commento: lo scopo principale è quello di riportare i fatti nella loro immediatezza. È un genere particolarmente presente nei quotidiani. Condividono alcuni tratti tipici del linguaggio giornalistico (frasi nominali; periodi brevi; lessico comune). L’ articolo di giornale è un testo dall’andamento informativo o narrativo, caratterizzato da una serie di elementi ricorrenti, tra i quali un apparato di titoli, che permette al lettore di farsi un’idea generale della notizia. Il sistema di titoli si compone di: o Titolo : messaggio fondamentale del testo, formulato in maniera brillante. o Occhiello : prima del titolo, in corpo minore. Fornisce informazioni di controllo. o Sommario : segue il titolo e riassume la notizia. o Catenacci : segnalati mediante carattere più grande. Impiegati per mettere in risalto alcuni passaggi del testo o per mettere in risalto determinate informazioni. Il linguista Émile Benventisse ha individuato due tipi di enunciazione :
  8. Enunciazione storica : narrazione di eventi che sono presentati come passati e non prevedono il minimo coinvolgimento da parte dell’emittente, come se gli accadimenti si stessero raccontando da soli. Un esempio è il romanzo tradizionale.
  9. Enunciazione discorsiva : l’enunciatore si pone come testimone dei fatti. È ammesso l’uso di più tempi e per le azioni al passato si preferisce il passato prossimo. Un esempio è la cronaca giornalistica.

L’ editoriale è un testo giornalistico incentrato su un problema di attualità: sono commenti alla più importante notizia del giorno a firma di famosi esperti. Si tratta di veri e propri saggi brevi. Nell’ambito della recensione rientrano testi molto diversi. Si tratta di un testo che coniuga due macroatti : informare il destinatario in merito ad un prodotto; fornire una valutazione che sia in grado di cogliere pregi e difetti. È importante la figura dell’emittente, che, soprattutto in rete, è il consumatore comune. Le recensioni di critici e specialisti possono presentare delle caratteristiche diverse a seconda del contenitore che li accoglie. A parte vanno considerate le recensioni accademiche : queste sono rivolte a membri della comunità scientifica in modo tale da aggiornarli in merito ai lavori svolti. Le recensioni presentano uno schema generale che si compone di sequenze informative e sequenze valutative. Ciò che accomuna i testi regolativi è l’azione che essi esercitano sul destinatario, indicando obblighi e doveri da rispettare. Vi sono una pletora di generi che possono essere ascritti all’interno di questa categoria: per citarne qualcuno, il codice della strada , l’insieme di norme che regolano la circolazione di autovetture e altri veicoli (si tratta di un testo giuridico), e la ricetta culinaria , la cui componente regolativa è indirizzata a fornire istruzioni che consentono il raggiungimento di un obiettivo, cioè la corretta esecuzione di un piatto. La struttura della ricetta culinaria, divisa in due parti, si impone a partire dall’ Ottocento grazie al modello di Pellegrino Artusi , ma le ricette in volgare iniziano a diffondersi nel XIV secolo (tra i più importanti ricettari in volgare ricordiamo il “ Libro de arte coquinaria ” di Mastro Martino ). Al giorno d’oggi i ricettari sono corredati da fotografie.

  • Capitolo 11 : Testi specialistici Le forme comunicative che nascono e si sviluppano in ambiti più o meno specializzati rientrano nel discorso specialistico , un tipo di discorso che viene incontro ai bisogni di chi opera in un determinato campo. Le realizzazioni concrete sono rappresentate da testi di tipo funzionale, che consentono lo sviluppo e la trasmissione di conoscenze. I linguaggi specialistici sono le varietà attraverso le quali si realizzano tali testi: essi si oppongono alla lingua comune. Questi variano in base al settore, ma cambiano anche in base alla varietà te diacronica, diamesica e diafasica. Il rapporto tra interlocutori non sempre è paritario: nella didattica, per esempio, chi fa lezione si rivolge ad un pubblico che non possiede lo stesso bagaglio di conoscenze. Viene utilizzato un lessico specialistico , costituito da termini, ovvero parole monosemiche e monoreferenziali, parole che hanno un solo significato e che individuano un unico referente extralinguistico. I lessici specialistici si formano attraverso vari procedimenti: o Neologia : può essere assoluta , quando un termine viene creato ex novo, ma la creazione solitamente avviene mediante altri meccanismi, quali la derivazione, la composizione o sigle e acronimi. o Rideterminazione semantica : molti termini sono parole della lingua comune cui si attribuisce un altro significato o uno più ristretto. o Transfert lessicale : passaggio di un termine da un settore all’altro. Vanno tenuti distinti i tecnicismi collaterali , i modi di dire, le locuzioni e le formule che gli appartenenti a una determinata comunità utilizzano. Anche a livello sintattico la comunicazione specialistica presenta delle caratteristiche: o Uso di frasi nominali. o Tendenza a ridurre l’uso di parole grammaticali. o Uso di strutture impersonali e del passivo. I processi metaforici sono alla base di molta tecnologia scientifica e settoriale e costituiscono uno strumento particolarmente sfruttato nel discorso specialistico. La metafora costituisce un tema centrale della linguistica cognitiva: mediante essa, è possibile spiegare concetti e realtà astratte con maggior semplicità. Alcuni dei meccanismi che rientrano nel campo metaforico sono: o Personificazioni e rimandi al corpo umano. o Uso di referenti comuni e concreti per indicare processi astratti. o Metonimia , che coinvolge due elementi dello stesso dominio. o Sineddoche , che si basa sulla relazione parte-tutto o su quella materia-oggetto. Si tratta di un meccanismo cognitivo estremamente sensibile alla diversità del contesto culturale.

Da un punto di vista testuale, non sempre è facile individuare i tratti tipici della comunicazione scientifica; possiamo però ricondurre i testi specialistici alla categorie dei testi molto vincolanti : l’interpretazione appare rigidamente guidata attraverso la scansione del testo, il ricorso a connettivi che disambiguano le relazioni logico-semantiche e un uso attento della punteggiatura. Si registra un maggiore uso dell’inglese, che viene registrato non solo come singola entrata lessicale, ma ultimamente interi studi vengono pubblicati in questa lingua per favorirne la diffusione nella comunità scientifica internazionale. La scelta dell’inglese come unica lingua della comunicazione scientifica potrebbe persino depotenziare l’italiano, da sempre lingua della cultura. I testi didattici rientrano nella comunicazione tra specialisti e profani. Le “ scienze dure ”, tra cui la fisica e la matematica, nella società odierna, godono di molto prestigio. Negli ultimi anni la divulgazione scientifica sembra incline ad abbracciare un discorso creativo, che possa trasmettere conoscenze in maniera suggestiva. Il linguaggio medico italiano nasce nel Medioevo , quando il volgare inizia a occupare gli spazi comunicativi propri del latino. I primi testi medici in volgare sono rappresentati dai ricettari, raccolte di rimedi, dai manuali di igiene e dietetica e dai volgarizzamenti di opere latine. Si osservi l’uso di termini latini accanto a quelli volgari. Il metodo scientifico-sperimentale diviene la base della medicina moderna, ma nel lessico tradizione e innovazione convivono. Oggi il lessico medico comprende molti anglicismi. Diffuse sono le formazioni eponime , nomi o espressioni deonomastiche, create mediante il nome di colui che ha descritto per primo una parte anatomica o un fenomeno. Un saggio scientifico può presentarsi in forma monografica, un volume strutturato in capitoli e paragrafi, oppure può essere costituito da un articolo, un contributo di minore estensione. In particolare, l’articolo di ricerca prevede una serie di elementi paratestuali che interagiscono con il testo ma non fanno parte di questo. Molto spesso l’articolo è preceduto da un abstract e dalle parole chiave, che consentono un’indicizzazione nei database. Il testo presenta alcune sequenze fisse: o Introduzione, che serve ad esplicitare il problema e a contestualizzare la ricerca. o Menzione della metodologia utilizzata e definizione dello stato dell’arte, ovvero si presenta la bibliografia sul tema e i risultati delle ricerche precedenti. o Presentazione dei dati. o Conclusioni, in cui si tirano le fila del discorso e si enunciano le soluzioni al problema affrontato. Il referto radiologico è ciò che il radiologo osserva nell’organo sottoposto a indagine. Si tratta di un testo che va alla lettura di un altro medico e che, dunque, abbonda di tecnicismi. In passato, l’assenza di strumenti e pratiche diagnostiche avanzati come quelli odierni rendeva più difficile il lavoro del medico. Era necessario che il paziente tenesse al corrente il medico delle proprio condizioni in modo molto puntuale: per far ciò, si ricorreva all’ epistolografia , consulti scritti in forma di lettera, grazie ai quali siamo in grado di ricostruire le pratiche mediche del passato. L’ economia fa parte delle scienze umane: si tratta di una scienza in cui è presente una componente umanistica. Il linguaggio economico si è costituito a partire dal Settecento , ma molti termini possono essere fatti risalire al Medioevo e al Rinascimento. Importante è l’afflusso di prestiti: presenta, infatti, molti punti di contatto con il linguaggio politico e giornalistico, ma molto frequenti sono anche i traslati medici, l’abitudine a paragonare il denaro a un liquido e il ricorso alla sfera semantica dei disastri naturali. Nei manuali e nei trattati scientifici, il dettato appare molto più neutro. Negli ultimi anni, l’economia ha registrato un aumento della propria produzione testuale in inglese. In genere, ogni quotidiani presenta una o più pagine dedicate all’economia: rendere accessibili tali argomenti a un vasto pubblico è uno dei principali compiti di un quotidiano. I testi giuridici si distinguono in tre categorie:

  1. Normativi : impongono regole e leggi.
  2. Interpretativi / Dottrinali : riflettono su questioni e teorie giuridiche.
  3. Applicativi : comprendono documenti processuali.

concessioni ai costrutti tipici del parlato: la grande novità del suo teatro sta tutta nella tecnica argomentativa del personaggio “filosofo”. La tradizione musicale non ha pari nel mondo, in quanto risalente già al Medioevo , anche se è indubbio che il momento di maggior splendore si ebbe con la stagione del melodramma. Questo si caratterizza per essere un vero e proprio fenomeno di massa in Italiano, raggiungendo ampi strati della popolazione. L’unione del canto dell’azione scenica fu immortalato da grandi artisti, tra i quali è giusto ricordare Giacomo Puccini e la sua “ Tosca ”, opera lirica ispirata al dramma omonimo di Victorien Sardou. Gli anni sessanta del Novecento conobbero una grande novità nel mondo della canzone italiana: si affermarono i primi cantautori e la canzone d’amore si caratterizza per il maggiore impegno intellettuali dei testi e per la ricerca di una musicalità non banale. La numerosa presenza di testi dialettali in Italia è dovuta alla storia linguistica del nostro paese: per secoli, mancando l’unità politica, è mancata anche una lingua comune disponibile per gli usi della comunicazione parlata e non confinata solo nella scrittura letteraria e scientifica. Tra i poeti in dialetto ricordiamo il milanese Carlo Porta e il romano Giuseppe Gioachino Belli , il quale attinge al dialetto del popolo e costruisce un ritratto impareggiabile della società romana del tempo. La tradizione dialettale è meno significativa nella prosa rispetto alla poesia, tuttavia non sono pochi gli scrittori che si servono del dialetto per accrescere l’espressività delle loro opere: un nome, fra tutti, Andrea Camilleri.

  • Capitolo 13 : I testi a scuola e all’università Cosa vuol dire riassumere? Individuare le informazioni più importanti che riguardano un fatto, o un testo, ed eliminare quelle di secondaria importanza. Vi è una notevole differenza tra un riassunto orale ed uno scritto: il primo consente integrazioni in corso d’opera; il secondo deve essere minuziosamente formulato per essere facilmente comprensibile. Non tutti i testi, però, sono riassumibili (per esempio, leggi o istruzioni). Alla base di un buon riassunto vi è la corretta comprensione del testo di partenza: vanno individuate le unità informative , le parti del testo che contengono informazioni autonome (non tutte rivestono la stessa importanza: alcune sono basilari, altre secondarie). Non esiste una mole predefinito per fare un riassunto: l’importante è che non vengano meno le unità informative di base. La parafrasi consiste nella riscrittura di un testo letterario in italiano corrente, risolvendo difficoltà di tipo morfologico, sintattico e lessicale. Una buona parafrasi presuppone una buona comprensione del testo di partenza. La distanza fra italiano antico e lingua di oggi si fa sempre più profonda. Il tema è ancora oggi la forma scritta per eccellenza della prassi didattica. Il modello di riferimento è il testo argomentativo: scrivere un tema significa, infatti, esporre degli argomenti in difesa di una tesi. Il punto di avvio è la traccia , fornita dall’insegnante; segue un problema , individuato dall’alunno, rispetto al quale deve formulare la propria opinione, la tesi ; dovranno essere portati all’attenzione diversi argomenti ; ogni argomento si divide in parti, il dato , la considerazione oggettiva di un fatto, e la regola , la conseguenza di carattere generale che ne deriva. L’ articolo giornalistico rappresenta la forma più rapida ed efficace per garantire l’informazione circa ciò che accade attorno a noi. Si tratta di un genere di scrittura documentaria, ovvero scrittura che trae origine da documenti, da illustrare in maniera chiara e sintetica. Occorre una solida documentazione e una corretta disposizione delle informazioni nel testo. Vi sono dei criteri redazionali inderogabili: lo spazio a disposizione; acquisizione di sufficienti dati; definizione precisa di tempo, luogo, protagonisti e contorno della vicenda; citazione di brevi brani di discorso diretto; scrittura di fasi brevi e utilizzo degli accapo. La relazione è un testo informativo, ma presenta alcune peculiarità: la relazione può essere più ampia e mediata rispetto all’articolo; diverso è l’ipotetico pubblico, in quanto destinata ad una platea selezionata e competente. Anch’essa deve seguire alcuni criteri redazionali: riportare solo le informazioni utili; pianificare

il testo in modo che le informazioni siano disposte nell’ordine più conveniente; spazio al commento e all’interpretazione; servirsi di materiali di supporto. Il saggio breve è un testo argomentativo destinato ad un pubblico di lettori specializzati, costruito dopo un’attenta verifica dei dati e delle loro fonti. Lo stile deve essere neutro, ma è necessario che venga espresso il parere dell’autore. Una tesi di laurea è un testo di carattere scientifico che richiede il possesso di strumenti di elaborazione raffinati. Si tratta di un saggio a tutti gli effetti, che deve prevedere una strutturazione interna ben precisa, ovvero un’organizzazione dei contenuti in sottounità, i capitoli e i paragrafi , alle quali dobbiamo aggiungere la bibliografia e le note , componenti essenziali ed indispensabili, in quanto completavano le informazioni date nel testo. Un tipo particolare di note sono quelle bibliografiche , nelle quali si indicano i principali studi relativi a un argomento, a un personaggio, a un problema. La bibliografia è l’insieme dei testi e degli studi di cui ci si è serviti nell’allestire il saggio; in taluni casi è presente una sitografia. Come si citano gli studi? O si cita per esteso l’intera unità bibliografica, o si ricorre ad una citazione chiave. Una corretta citazione bibliografia deve sempre contenere: nome e cognome dell’autore; titolo e sottotitolo del saggio; nome dell’editore; città di edizione; anno di pubblicazione. È necessaria una fase di pre-scrittura , la quale consiste nella raccolta e nello studio del materiale bibliografico; successivamente va predisposta una scaletta , nient’altro che un indice preliminare. Nei saggi lunghi si possono avere più tipi di indici: indice dei nomi , elenco in ordine alfabetico dei nomi propri citati nel testo con a fianco menzione delle pagine in cui compaiono; indice delle parole notevoli , elenco alfabetico di nomi ritenuti importanti rispetto agi argomenti trattati nel saggio con a fianco menzione delle pagine in cui compaiono. Strumento particolare è il glossario , raccolta e spiegazione alfabetica di voci. Un abstract è un breve riassunto nel quale si espongono i contenuti fondamentali del saggio. Deve essere redatto con molta attenzione ed è solitamente richiesto in inglese.