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Riassunto Storia del paesaggio agrario italiano, E. Sereni
Tipologia: Dispense
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Fin dall’età neolitica, sul nostro territorio si possono rilevare tracce delle prime attività agricole, riguardanti le primissime popolazioni. Prima della colonizzazione greca ed etrusca, i limiti delle aree agricole restarono relativamente ristretti. In questo contesto, i sistemi agrari dominanti erano i campi ad erba e quello del debbio, nei quali cultura viene praticata in modo precario, si terre vergini, che una volta esaurita la loro fertilità naturale, vengono abbandonate. Con il tempo, questa cultura viene abbandonata e lascia il posto alla cultura del maggese, nel quale le terre, una volta utilizzate, vengono lasciate a riposo per un anno. Con la prevalenza del maggese, il paesaggio agrario italiano inizia a prendere forma, e a differenziarsi dal paesaggio naturale. In questo ambito, si esprime un rapporto tecnico tra uomo e natura.
CAPITOLO 2: L’ITALIA ANTICA 1.Il sistema agrario del maggese e il paesaggio della colonizzazione greca. Secondo alcuni studi riguardanti la colonizzazione greca, si viene a conoscenza che la fondazione delle città fosse avvenuta tramite un piano regolatore geometrico. Si tratta di uno schema ortogonale utilizzato non solo nei piani urbanistici, ma anche nella distribuzione dei lotti di terre coltivabili ai coloni. La stabilità delle forme geometriche è strettamente legata al sistema agrario del maggese. A differenza del sistema dei campi a erba, le terre isolate da quelle incolte o quelle soggette al pascolo, sono divise da campi, i quali diventano una sorta di difesa del confine contro il pascolo abusivo. Quindi siepi, muri, fossi, strade pubbliche disegnano i lineamenti di un paesaggio agrario; i campi assumono forme geometriche regolari. La Tavola di Eraclea (Lucania, IV secolo a.C.) ci permette di ricostruire con esattezza questo paesaggio agrario: forma geometrica e regolare dei campi, divisi da strade pubbliche, e dei minori appezzamenti destinati alla cultura della vite.
2.La colonizzazione greca e il paesaggio agrario del <> in Sicilia. Nella fondazione coloniale, l’elaborazione di un paesaggio agrario non è affidata all’iniziativa individuale: la distribuzione dei lotti ai coloni o la locazione dei campi sono regolate da appositi magistrati. Ma fin dall’età della colonizzazione greca, il regime di appropriazione privata della terra, induce un elemento di casualità, che si complica con le divisioni ereditarie e trapassi di proprietà. La regolarità geometrica del paesaggio si frammenta e si contorce nella figurazione di appezzamenti, la cui forma sembra sfuggire ad ogni norma. In Sicilia e nella Magna Grecia, la diffusione delle culture arboree viene assumendo una maggiore importanza rispetto alle culture erbacee del maggese. Questo paesaggio sminuzzato e contorto, viene tutt’oggi riconosciuto con il nome di “giardino mediterraneo” La Tavola di Alesa (Messina, I secolo a.C.) mostra gli elementi di questo paesaggio: forma irregolare degli appezzamenti, divisi da muri, fossati… Il paesaggio del giardino mediterraneo è un paesaggio ad appezzamenti irregolari chiusi, dominato dalla necessità di proteggere le culture arboree e i loro frutti dai furti campestri. 3.Il sinecismo etrusco, l’invasione gallica e il paesaggio della piantata nell’Italia centro-settentrionale Lo schema geometrico del paesaggio rilevato nel piano urbanistico, si ritrova nella civiltà etrusca. Nell’elaborazione del paesaggio agrario dell’Italia centro-settentrionale, già in età etrusca sembra che inizia ad assumere importanza un particolare elemento: sistema di allevamento della vite (si lasciano correre alti sul terreno, spesso appoggiati ad un sostegno vivo). Mentre nell’ambito della colonizzazione greca, la vite ad alberello basso o a palo secco dà la sua impronta al paesaggio caratteristico del giardino mediterraneo, nel dominio etrusco si ha la vite allevata alta, e maritata al pioppo. A quest’ultima cultura si associa allo stesso campo, la cultura dei cereali. Ancora ai tempi delle guerre di Pirro (re dell’Epiro tra il 306 e il 300 a.C., considerato uno dei maggiori nemici della repubblica romana: campagne militari in Italia e in Sicilia, 275-278 a.C.), il sistema di allevamento della vite maritata a tralci lunghi, si trova diffusa solo in Valpadana, Toscana e a Capua, ma anche nelle vicinanze di Roma. In età romana la piantata di alberi vitati è denominata arbustum gallicum, cioè piantata all’uso gallico. Ciò avviene perché nella Valpadana, ovvero la Gallia cisalpina, erano stanziati gli invasori gallici. In età imperiale la diffusione dell’arbustum gallicum appare superiore quella che si può trovare in età moderna; in età romana i sistemi di allevamento della vite a tralcio lungo, si presentano in una varietà di tipi.
4.Il piano paesaggistico della conquista romana Con il piano geometrico dei lotti e dei campi nel sistema del maggese, con la squadratura dei filari, con la colonizzazione greca e lo sviluppo degli etruschi, si sono elaborati i più antichi elementi di un paesaggio agrario italiano. Ma solamente la conquista romana, ha dato forma a questo paesaggio; infatti è con le conquiste romane che si viene affermando la forma paesaggio agrario ed esso diviene il segno della condizione giuridica delle popolazioni vinte e delle terre conquistate. Per forma si intende la mappa catastale, nella quale il piano di colonizzazione si concreta per rispondere alle necessità del nuovo sistema agrario e dei nuovi rapporti giuridici che la conquista romana diffonde ed impone. Nella misurazione romana la divisione del suolo viene chiamata “limitatio”; essa si imprime nel paesaggio con il tracciato di due linee: il decumanus (da est a ovest) e il cardo (da nord a sud). Il risultato è una quadrettatura del suolo agrario, nella forma di centuriae (quadrati con 710 m di lato); l’intera operazione si chiama centuratio (es. pag 45 n. 3-4).
Come appare anche nelle mappe, non tutto il territorio veniva suddiviso e assegnato: una parte delle terre escluse dalla divisione restava adibita ad uso comune di pascolo, di legnatico…
5.Strada e acquedotto nel paesaggio agrario romano Le tecniche costruttivo, a Roma, assunsero talmente tanta importanza tanto da risultare come una “seconda Natura che opera a fini civili” (Goethe). Ciò vale anche per il paesaggio della limitatio romana, con il suo regolare reticolato. Un rilievo nuovo, anche dal punto di vista delle forme, assumono due elementi della limitatio romana: il decumanus e il cardo. Esse non rappresentano solo delle linee ideali, ma segnano e stabiliscono i confini dei lotti a cultura, e i percorsi della viabilità pubblica. Questi percorsi si inseriscono organicamente nella rete stradale di Roma. Sta di fatto che il sistema agrario e il piano paesaggistico romano non segnano un progresso nei confronti di quello greco e etrusco per quanto riguarda la sistemazione idraulica del suolo agrario. Fin dall’età romana, per l’approvvigionamento idrico di una popolazione di coloni, l’acquedotto diverrà, con la strada, un elemento costitutivo del paesaggio agrario italiano.
6.La forma romana nel paesaggio agrario italiano Nell’Italia antica la conquista romana porta al suo culmine la potenza delle nuove forze produttive sociali acquisite con il sistema del maggese e delle piantagioni arboree, alle quali ora di adeguano i rapporti di proprietà, giuridici e politici fra gli stati. Tutto ciò nasce grazie all’accumulazione delle energie umane e allo sfruttamento del lavoro servile portando allo sviluppo del reticolato urbano e non, che tutt’oggi è visibile. Esempio di Cesena: le grandi linee del paesaggio agrario sono segnate dal reticolo della limitatio romana, i cui lati sono ancora misurati dai 710 m. Queste linee della centuratio, condizionano tutt’oggi l’orientamento dei campi e dei filari, così come il tracciato dei confini e delle vie. Ci troviamo in questo caso, di fronte alle “legge d’inerzia” del paesaggio agrario; esso una volta fissato in varie forme, tende a tramandarle e fissarle nel tempo.
7.Le terre del compascuo e il paesaggio agricolo pastorale Nonostante i progressi che comporta il sistema a maggese, rispetto ai campi a erba, il limite allo sviluppo delle forze produttive agricole resta la carenza di un nesso fra agricoltura e allevamento; questo nesso rappresenta la piena reintegrazione della fertilità, e il massimo rendimento della trasformazione dell’energia solare, utilizzabile dall’uomo sotto forma di alimenti ricchi come la carne, grassi e latte. Fino all’introduzione della cultura dei prati artificiali, gli agricoltori sono ricorsi a due metodi, per far integrare col pascolo del bestiame, l’insufficiente base foraggera della loro azienda. Là dove le terre sono abbandonate dopo il raccolto, prevale un paesaggio di campi aperti, non interrotto da nessuno confine segnato dal suolo. Là dove invece, il bestiame degli estranei può essere incluso dal pascolo sui maggesi, prevale un paesaggio a campi chiusi, dove i confini sono stabilmente segnati. Il paesaggio della Roma antica si presenta come un paesaggio a campi chiusi, dove il diritto di proprietà esclude ogni forma di uso. Ciò comporta l’integrazione della base foraggiera dell’azienda agraria con il pascolo sulle terre pubbliche.
8.La villa rustica e il paesaggio della piantagione Nel sistema dell’agricoltura romana, le culture arboree e arbustive si diffondono tardi. Nell’età delle grandi tirannidi in Sicilia e nella Magna Grecia, queste culture si sono diffuse dai piccoli appezzamenti chiusi e irregolari, in grandi piantagioni, il cui impianto è affidato alla mano d’opera servile. Solo dopo le guerre puniche (264-149 a.C.), inizia a prendere piede l’economia della piantagione, fino ad incidere sul paesaggio agrario. Grazie al largo impiego della mano d’opera servile, e alla richiesta di un’economia di piantagione, prende piede l’azienda agraria schiavistica: la villa rustica , con i locali adibiti ad uso abitativo e di lavoro degli schiavi, con i depositi per i prodotti (villa fructuaria ) ed eventualmente l’abitazione di piacere padronale ( villa urbana ).
9.Il <> della villa urbana Nella prima metà del II secolo a.C., il senso del paesaggio agrario e la preoccupazione per il dettaglio delle forme, è ancora estraneo (dato che ci troviamo in un’epoca in cui le classi dominanti sono impegnate a fondare il potere economico, politico e militare). Dove l’uomo, con le sue attività agricole inizia ad imprimere al paesaggio agrario nuove forme elaborate, si dà il via ad una valutazione di queste, non più economica, ma estetica. Quindi non si mira più all’ utilitas ma anche ad esigenze estetiche e di diletto. In una villa ora, l’ordine delle piantagioni è kosmos , cioè bello. Il bell’ordine dei campi e delle piantagioni, oltre ad accrescerne la produttività, rappresenta anche un’attrattiva per gli acquirenti del fondo, accrescendone il valore. Su questa influenza di gusti influisce la nuova cultura ellenistica delle classi dominanti ; essa risponde anche ad uno sviluppo urbanistico che porta a cercare nel paesaggio rurale, un momento di relax dalla vita cittadina.
10.Il paesaggio silvo-pastorale del <> Il bel paesaggio della villa urbana non è il prodotto di un generale sforzo delle forze produttive sociali, ma è il prodotto di una enorme concentrazione di ricchezza nelle mani di gruppi privilegiati.
Questa tipologia di signoria si manifesta soprattutto nel nord Italia; ma curtes o massae, per quanto può essere diversa la loro struttura e la loro funzione, vengono definiti come centri di organizzazione della vita nelle campagne, con fini giuridici, economici, amministrativi, politici, religiosi e militari. L’unico elemento che accomuna tutto ciò, in questo clima di disgregazione, è la necessità comune di unità e di coesione. Tav. 8, mosaico a Damasco: immagine di un castra, cosale fortificato, che sorgono in Italia a partire dal VI secolo: non si parla ancora di unità di paesaggio come prima, ma iniziano a maturare gli elementi di una nuova coesione.
15.Il paesaggio della selva selvaggia e a caccia nell’Alto Medioevo Nei secoli dell’Alto Medioevo, e durante le invasioni barbariche il sorgere dei castra (a fortificazione della massae), se una parta assicura alle popolazioni delle campagne, elementi di difesa, dall’altra non basta a promuovere una ripresa della attività agricole; infatti in tutto questo periodo le terre a culture vengono riabbandonate al bosco o alla palude. Con il paesaggio scoperto, quello che prevale in Italia fino al 1000 e oltre, è un paesaggio di boschi e foreste: anch’esso teatro di importanti attività come l’allevamento brado di suini. Queste attività pastorali, non incidono per tutto l’Alto Medioevo, se non su una parte del territorio; la restante parte è invece dominata dalla selva oscura, piena di minacce ed insidie. Solo nei settori meno impervi, gli uomini si inoltrano per attività di caccia: non è più un momento di svago per le classi dominanti, ma diventa un’attività produttiva che fornisce grandi risorse di alimentazione. Tav. 9, bassorilievo: scena di caccia al cinghiale; nonostante la stilizzazione delle forme arboree, non si dissipa l’ombra della foresta.
16.La cultura dei cereali inferiori e il paesaggio agrario medievale dei campi aperti Per tutto l’Alto medioevo il paesaggio resta dominato da attività di tipo pastorale (caccia e allevamento brado). In queste condizioni, le attività dell’allevamento brado e della caccia, conservano la loro supremazia su quelle agricole, provocando una lenta crescita di rielaborazione del paesaggio agrario. Nei sistemi agrari si ricorre alla cultura dei cereali inferiori (segale, orzo, miglio), e si impone come una necessità tecnica. In questo periodo troviamo attività di allevamento brado e caccia, e un regime di campi aperti; infatti dopo il raccolto, nell’aperta campagna si esercitano i diritti di pascolo dei greggi. Tav. 10: in un campo di cereali inferiori, la mancanza di ogni chiusura o difesa, lascia la cultura esposta ai danni, quindi al bestiame brado: cinghiale nero, considerato vorace e devastatore, il gran nemico della cerealicoltura medievale.
17.Il borgo inerpicato nel paesaggio pastorale-agricolo nel Medioevo italiano Insieme ai castra, per le pendici dei monti, sorgono i borghi inerpicati. Questa forma di insediamento era stata quella prevalente di molte genti italiche, in età anteriore alla conquista romana; ma proprio i romani si adoperarono a distruggere questi borghi difficilmente espugnabili. Oltre a queste motivazioni di tipo politico-militare, c’erano anche motivazioni legate alle esigenze stesse di una colonizzazione fondata sul sistema agrario, e quindi sulla vicinanza dei coltivatori sul luogo o in prossimità del luogo di produzione. Per tutto l’Alto Medioevo, però, a causa delle scorrerie e delle continue invasioni barbariche, spingono le popolazioni a cercare fra le montagne un luogo di rifugio. Oltre a questi motivi sopra citati, ci si aggiunga l’impaludamento di molte pianure e quindi l’allargarsi della malaria. L’insediamento in borghi inerpicati è presente per tutto il medioevo, e fino ai giorni nostri come elemento caratteristico del paesaggio italiano.
18.Il paesaggio agrario a campi chiusi della città medievale in Italia Anche nei secoli più duri dell’Alto Medioevo, non solo nei castra e non solo nei borghi inerpicati, le popolazioni rurali cercano una difesa contro le invasioni barbariche. Le mura delle antiche città offrono un riparo contro le scorrerie; si vengono a creare dei veri e propri centri, con produzioni artigianali, attività economiche. Tra i vari esempi che seguono questa conformazione, ricordiamo Ravenna (diventa un centro di difesa militare, economico ed amministrativo), Venezia e Pavia. Con la decadenza della vita urbana, e con la disgregazione di un paesaggio agrario organizzata nell’aperta campagna, questi elementi trovano nella città, un territorio di rifugio. In questo processo, lo stesso paesaggio cittadino cambia: prende i lineamenti di un paesaggio agrario a campi chiusi di vigneti, frutteti, orti, e a volte anche pascoli (come Roma). Ma con l’addensarsi della popolazione, questa tipologia di paesaggio vedrà molto limitata la sua estensione soprattutto nel Basso Medioevo.
19.Il paesaggio agrario medievale dei campi chiusi: il vigneto basso. Nonostante la degradazione dell’agricoltura, e nonostante la disgregazione del paesaggio agrario organizzato, la cultura della vite rimane sempre presente. Ovviamente non si tratta di una vera e propria economia di piantagione, ma si tratta di modeste estensioni, con appezzamenti chiusi. Il terreno è recintato e sfruttato al massimo con una cultura ricca: vite allevata bassa (a filari ravvicinati), a alberello, o a palo secco. Nell’Alto Medioevo, le fonti letterarie, documentato come la cultura della vite, allevate alte e maritate, fosse molto sviluppata. Tav. 10: illustrazione di vite allevata bassa, del regime dei campi chiusi. Allevamento della vite a palo secco.
20.Il paesaggio agrario medievale dei campi chiusi: gli orti.
Per tutto l’Alto Medioevo, il paesaggio agrario è organizzato a campi chiusi: frutteti, vigneti, orti; questi confinano nelle cinte delle città dei borghi inerpicati. Di rilevante importanza sono soprattutto gli orti, i quali oltre a fornire le risorse alimentari, favoriscono la nascita delle erbe aromatiche e dei semplici (utilizzati soprattutto per la medicina). Il Theatrum sanitatis è un breviario di medicina medievale, il cui codice ci offre la più ricca documentazione dei semplici usati nel Medioevo. Tav. 13: orto medievale, raccolta degli spinaci (cultura diffusasi grazie ai contatti con il mondo arabo); cancelletto di chiusura = paesaggio a campi chiusi.
21.L’invasione araba e il paesaggio medievale del <> Tra l’VIII e il IX secolo, l’invasione araba sommerge la Sicilia, ed ha contribuito allo sviluppo dell’agricoltura del nostro paese. La cultura araba porterà nelle regioni del sud, la cultura del carrubbo, pistacchio, cotone, riso, canna da zucchero, melanzane, spinaci, arancio e limone. Fin dagli ultimi secoli del Medioevo, la diffusione della cultura degli agrumi, sarà quella che inciderà maggiormente sul paesaggio agricolo del Mezzogiorno. Per tutto il nord europea, e per il nord Italia, la Sicilia ed il Mezzogiorno diverranno i paesi dove fioriscono i limoni: il giardino mediterraneo d’aranci e limoni assumerà un fascino di paradiso.
22.Il castello nel paesaggio agrario dell’Italia feudale. Tra l’VIII e il X secolo, i processi di disgregazione del paesaggio agrario e di separazione della città dalla campagna, raggiungono il loro punto culminante. Già nell’VIII secolo, nella maggior parte delle città italiane, le mura romane erano andate in completa rovina; il moltiplicarsi dei castra e dei borghi fortificati, allenta sempre più il rapporto tra campagne e città. Le nuove incursioni degli Ungari e dei Saraceni, fanno precipitare ancora di più questi processi; mentre la conquista carolingia crea le condizioni per un’elaborazione del sistema politico feudale. La base dell’obbligo militare è il possesso fondiario, e i funzionari (conti e marchesi) in nome del re, proclamano l’eribanno, convocano e conducono gli uomini d’arme alle terre assegnate. Ma il beneficio, cioè la concessione di terre regie in cambio del servigio, di cui i conti e i marchesi godono, li rende praticamente indipendenti dal potere regio, e sono vincolati ad esso, solamente da un obbligo di vassallaggio. Queste figure interagiscono con il feudo, il quale rappresenta un territorio dove c’è fusione e confusione tra proprietà privata e sovranità pubblica; sul feudo, il feudatario esercita i diritti pubblici, che prima erano prerogativa del potere regio. Già precedentemente, si erano venuti a creare forme di proprietà e rapporti di produzione di tipo feudale. Il nuovo modo di produzione è fondato sulla proprietà feudale della terra, e sulla condizione di dipendenza personale dei diretti produttori. Nell’economia feudale, diretti produttori sono possessori di un appezzamento che essi coltivano in base ai propri mezzi di produzione, ricambiando il grande proprietario feudale con lavoro, natura o denaro. Il coronamento politico e giuridico che assumono gli istituti feudali, portano delle conseguenze: -Rapporto città-campagne: la concessione dell’immunità alle sedi vescovili, sottrae le città alla giurisdizione dei conti, ai quali verrò affidato il dominio del contado (=isolamento delle campagne). -La nascita del contado, porterà alla nascita dell’anarchia feudale. In questo sistema, la campagna (accentrata attorno al castello che dall’alto domina), afferma sulla città la sua prevalenza.
23.La ripresa delle piantagioni nel paesaggio agrario dell’Italia feudale. A partire dal XI secolo, in varie parti della penisola nascono nuove opere agricole, in aperte campagne dominate dalle torri feudali. Anche nei secoli più oscuri dell’Alto Medioevo, non erano mai mancate le concessioni di terre con patto di dissodamento o di piantagione; ma ora allontanata la minaccia degli Ungheri, al riparo dei castelli feudali, nascono nuove prospettive. Sono i feudatari laici che, per procurarsi fedeli ed armati (in rivalità con le signorie vicine), sono larghi di franchigia a chi corre al riparo del loro castello ; sono le chiese, le abbazie che per valorizzare economicamente i tesori accumulati, e gli enormi possedimenti di terre incolte, impegnano servi e conversi in opere di dissodamento e di bonifica. Là dove invece le enormi accumulazioni di ricchezze di abbazie o di chiese non permettono opere collettive di bonifica, l’iniziativa di ripresa agricola, avviene in modo individuale con le piantagioni arboree e arbustive. Tra le tante piantagioni, troviamo il castagno e l’ulivo; e queste sono spesso preferite alla vite.
24.L’età delle bonifiche e dei grandi dissodamenti e la riorganizzazione del paesaggio agrario nei soli XI-XIII. Nel XIII secolo, lo sviluppo delle forze produttive sociali non basta ad assicurare all’iniziativa individuale i successi decisivi per la rielaborazione del paesaggio agrario organizzato. Nonostante il progresso del popolamento della penisola sia ripreso, questo risulta essere molto lento ed incerto; lo stesso vale per le rivoluzioni tecniche del sistema a trazione animale. Anche i progressi stessi dell’economia mercantile e monetaria, piuttosto che creare nuove forme, ne provoca solamente la disgregazione di quelle vecchie. Nonostante ciò, il XIII secolo resta decisivo per la rielaborazione di un paesaggio agrario organizzato in Italia, grazie alle opere di bonifica, di irrigazione, di dissodamento e con nuove forme di organizzazione sociale. Già nell’Alto Medioevo, si erano create associazioni familiari, gentilizie tra servi o coloni dello stesso signore. Sempre spesso questi soggetti appaiono come soggetti non solo di diritti d’uso su terre comuni, ma di impegni per la difesa idraulica di un territorio con la costruzione e la manutenzione delle arginature, di fossati… Sono i signori feudali che, favoriscono l’impianto di abbazie cistercensi, le quali conservano le tradizioni dell’età classica, e dispongono inoltre, di ingenti tesori mobiliari, divenendo così vere e proprie imprese di trasformazione fondiaria.
L’iniziativa individuale viene assumendo una parte importante nello sviluppo dei dissodamenti e delle piantagioni. L’alto bisogno di combustibile e di legname da costruzione, fa del disboscamento un’impresa lucrosa, e le pendici collinari si vanno denudando del loro mantello boschivo. In questo periodo, molti statuti comunali, inoltre, fanno un obbligo a tutti i proprietari di piantare ogni anno, almeno un certo numero di alberi o di piedi di vite. Ed è proprio in collina che si concentra la produzione di frutta e di vini di qualità L’estendersi dei disboscamenti e delle culture di collina comincia a proporre agli agricoltori i problemi della difesa idrica e delle sistemazioni collinari; e anche qui si esercita l’inventiva dei singoli. Le piantagioni arboree e arbustive comportano una sistemazione di tipo estensivo, che si contrappone a quello intensivo, che richiede un maggior impegno e una maggiore complessità di opere. Sui terreni scoscesi, per le culture più ricche si ricorre ad una sistemazione del suolo collinare in <>. Si tratta però di pratiche poco diffuse, per il momento. Più frequenti invece, nei terreni collinari restano le sistemazioni di tipo estensivo. Tav. 21: dissodamenti individuali e sistemazioni estensive di collina. Borgo sito in riva al mare, la distesa delle terre a cultura si allarga per la pianura verso l’interno. L’appezzamento è stato sistemato in forme regolari.
30.Il paesaggio agrario suburbano Tav. 22: paesaggio agrario suburbano, “Buon Governo”. Riproduce un preciso realismo dell’Italia comunale. Si può vedere come l’iniziativa dei singoli, sia arrivata ad improntare le nuove forme regolari del paesaggio collinare. Queste nuove forme non sono le centuratio (romani) e non sono neanche preordinate e prefigurate da una pubblica iniziativa (Villafranca); sono state applicate secondo iniziative individuali, e in questo caso, si sono moltiplicati i dissodamenti e si sono allineati i filari delle vigne. Quindi nel suo complesso, l’elaborazione del paesaggio agrario, resta affidata alla casuale combinazione delle iniziative individuali. Nel contrasto tra la perfezione di un piano individuale, e la mancanza di un piano collettivo si esprime il limite nell’elaborazione del paesaggio. Neanche il buon governo riuscirà a far rispettare la disciplina urbanistica: il contadino in primo piano, sale verso la porta della città e lascia scorrazzare tranquillamente il suo maiale, in cerca di cibo tra l’immondizia. Questa tavola rappresenta un vero paradigma, perché difficilmente, nel paesaggio reale, tutti i filari delle vigne in collina, erano così precisamente allineati trasversalmente alle linee di massimo pendio. Al contrario, i documenti archivistici del tempo, ci mostrano come prevalesse la lavorazione <>, cioè quelle che segue le linee del massimo pendio, che favorisce la degradazione e l’erosione del suolo agrario, ad opera delle acque di scorrimento.
31.Il paesaggio del contado Le forme complesse del paesaggio agrario, non si allargano oltre i confini del territorio suburbano. Tav. 23: i lineamenti paesaggistici del contado. Le forme del paesaggio agrario vengono sfumando: alle culture arbustive, subentrano i campi nudi delimitati solo da una via vicinale, o da basse siepi. Due cacciatori a cavallo, e un pastore con gregge (solo la vigilanza del pastore potrà impedire al piccolo gregge di invadere qualche campo vicino). In questo paesaggio non mancano i segni dei tempi nuovi: una comoda strada che si inerpica verso le colline, una fattoria che segna la presenza di coloni, ed una casa in collina che ci documenta il cambiamento delle condizioni di sicurezza pubblica. Anche nel paesaggio del contado, il nuovo grado di sviluppo delle forze produttive e i nuovi rapporti di produzione, cominciano a segnare la loro impronta: man mano che ci si allontana dalla città, appaiono con minor rilievo, meno precise e più sfumate.
32. Il paesaggio pastorale nell’età dei comuni Le nuove forme del paesaggio agrario influenzano anche il paesaggio pittorico. Tav. 24: San Gioacchino e i pastori. Sensibilità e stile diversi. La sintesi geometrica del paesaggio si contrappone alle forme più avvolte del pittore in questione. I paesaggi hanno un tono nuovo e diverso, rispetto a quello antico: le curve delle rocce sono sensuali; i pastori, a differenza di altri pittori che li dipingono come pastori inselvatichiti, ora appaiono immersi in un idillio. L’arte dell’Italia comunale ci esprime il paesaggio pastorale di quell’età, ma non può dirci come i settori del sud e delle isole, siano rimasti estranei alla rinascita comunale. 33. Il paesaggio dei boschi e delle caccie Il processo dei disboscamenti continua anche nei secoli successivi, ma appare ancora localizzato solamente in alcune zone; in questi casi però l’iniziativa pubblica è rivolta alla tutela di un patrimonio forestale, ormai in via di degradazione. L’iniziativa privata invece, attorno ad attività marinare, edilizie… procede con i disboscamenti: che minacciano, con l’esaurimento del patrimonio forestale, una grave degradazione delle pendici collinari e montane. Là dove ci sono queste particolari condizioni vengono a mancare, il disboscamento tende ad arrestarsi. Nell’età comunale i disboscamenti appaiono maggiormente concentrati nelle vicinanze dei centri cittadini, mentre tra una città ed un’altra si estende la selva. I boschi rappresentano il punto di riparo per gli animali e per le fiere, come quelle dei lupi. La caccia resta così, un elemento importante per l’alimentazione delle popolazioni, anche se assume un carattere privilegiato, riservato alle classi dominanti. Tav. 25: la selva e la caccia.
34.La ripresa della cultura granaria e il paesaggio dei campi chiusi dall’età comunale al Rinascimento
Con lo sviluppo delle piantagioni arbustive e col diffondersi della pratica delle sistemazioni estensive in pianura, i fatti agronomici sono costituiti dalla ripresa del sistema del maggese, contro quello a campi ad erba, e dall’importanza della cultura del frumento contro quella dei cereali inferiori. Questi ultimi due processi sono in stretta connessione tra loro e a partire dal 200 il consumo di frumento viene ripreso con sopravvento su quello dei cereali inferiori. Questa evoluzione dei consumi attira l’attenzione sui limiti che lo sviluppo tecnico e le condizioni sociali, impongono al progresso delle culture erbacee. Tutti i documenti confermano che l’aumento dei rendimenti resta limitato per i cereali. Il limite è costituito dalla scarsa diffusione di una rotazione agraria a foraggiera, e dalla scarsità di letame. L’estensione dei paesaggi a campi chiusi priva il bestiame delle risorse per nutrirsi, e viene a mancare anche il pascolo e il fieno e si deve quindi alla raccolta delle frasche di alberi per assicurargli una base foraggera. Questa esigenza della frasca per il bestiame induce gli agricoltori a ricorrere a chiusure vive che offrono maggior sicurezza contro i furti e i danneggiamenti. Tav. 26: campi a chiusura viva nel periodo rinascimentale.
35.Le origini del paesaggio contemporaneo: chiusure, sistemazioni collinari a rittochino e paesaggio dei campi a pìgola nel primo Rinascimento Nel periodo del primo Rinascimento si assiste ad un cambiamento del paesaggio: da un paesaggio naturale appena segnato dall’iniziativa di pochi, si passa al moltiplicarsi delle iniziative dei singoli, che le porta ad incontrarsi e scontrarsi, intrecciando il reticolo irregolare dei campi. Nell’età comunale invece, è raro che il confluire delle iniziative individuali giunga a coprire il reticolo dei campi a pìgola (cioè a spigolo, a lati rettilinei ma non paralleli). Sono in età comunale avanzata, questo paesaggio tenderà ad affermarsi definitivamente. La presenza dei campi a pìgola, lo troviamo in particolar modo nella Francia provenzale. Essi nascono dal confluire di dissodamenti e di piantagioni allargatesi senza un piano ; esso inoltre, risponde all’uso prevalente del lavoro a zappa o con l’aratro semplice. Mentre il paesaggio a campi regolari e allungati, corrisponde all’uso dell’aratro con versoi. Con il tempo, e con l’aumento della popolazione, il campo a pìgoli, in Italia, è divenuto uno dei campi dominanti e caratteristici del paesaggio agrario. Nel primo Rinascimento, il suo sviluppo è dovuto all’estendersi della proprietà borghese e il prevalere del sistema mezzadrile. Tav. 27: lavorazione del terreno a rittochino, cioè secondo la linea del massimo pendio
36.Il paesaggio dei campi chiusi in pianura e le sistemazioni a porche In età comunale e nel primo Rinascimento, la forma più diffusa ed elementare di sistemazione dei terreni in collina è data dal “magolato”, cioè la sistemazione a porche. Questa forma si afferma soprattutto nell’Italia centrale. La sistemazione a porche è una sistemazione temporanea ed estensiva: richiede un impegno di lavoro limitato, ma deve essere ripetuto ogni qual volta si semina. Con i suoi acquai laterali e ravvicinati, assicura lo sgrondo dell’acqua piovana dal terreno, evitando così l’annegamento delle piante. Tale sistema è caratteristico oggi, per ambienti agronomicamente arretrati; ma se da un lato assicura lo sgrondo delle acque in inverno, d’estate finiscono per inaridire il suolo. Per questo, e per altri motivi, la sistemazione a porche è stata oggetto di critiche; ma nonostante ciò, nell’età comunale e nel primo Rinascimento, questa sistemazione rappresenta un progresso importante per le regioni centrali dell’Italia (perché induce un elemento di regolarità geometrica del paesaggio. Tav. 28). La diffusione del magolato, è connessa non solo alle esigenze sopra elencate, ma anche da altri agenti, come la mancanza di letame. Con la sistemazione a porche, il contadino realizza una economia nell’impiego del letame, in quanto il concime viene sparso solo sulla porca, e cioè solo nella parte del suolo che viene seminata, e non su tutto il terreno.
37.Verso un nuovo equilibrio foraggero: il paesaggio dei pascoli e prati chiusi Nel XV secolo, alla riduzione delle superfici disponibili per il pascolo negli incolti, fa contrasto la necessità di bestiame per la lavorazione del terreno e per la produzione di letame. In queste condizioni, si sente l’esigenza di trovare un nuovo equilibrio. Senza fieno dai prati, e con la riduzione di possibilità di pascolo, al podere manca la forza lavoro del bestiame, che non può dare il necessario rendimento se non è ben nutrito. Per tutto il Medioevo, la base foraggera del bestiame da lavoro era stato assicurato dal pascolo. Anche nel Basso Medioevo, una maggiore estensione della superficie a prato, aveva trovato degli ostacoli. Da un lato, i signori feudali si opponevano alla riduzione a prato dei terreni a cultura, per non essere privati delle percentuali sul raccolto che il sistema feudale prevedeva sulla cultura dei cereali e delle leguminose, ma non sulla produzione di fieno. Dall’altro lato, la maggioranza della popolazione rurale si opponeva alla chiusura dei prati da parte dei singoli: dopo il primo taglio di fieno riservato al proprietario, i prati dovevano restare aperti agli usi del pascolo, a favore di tutta la comunità. In questo contesto, la possibilità di un’estensione delle terre adibite a prato, resta molto limitata. Nel primo Rinascimento, a cambiare queste condizioni sfavorevoli alla chiusura dei pascoli e dei prati, intervengono degli agenti nuovi. Soprattutto nel Regno di Napoli, sono i feudatari stessi, che tendono ad estendere l’allevamento ovino,
Tav. 34: elaborazione del paesaggio agrario toscano nel Rinascimento. Domina un tono signorile di sobrietà e assenza di elementi fiabeschi. In questo panorama si trovano i tratti che tutt’oggi si possono vedere nel paesaggio agrario delle vallate veronesi. Lo sviluppo di questi territori è stata diversa da quelli della Toscana: erano meno frequenti gli acquisti di terre da parte dei nuovi ceti; meno vivace erano le iniziative individuali nella trasformazione dell’agricoltura e del paesaggio. Ne risulta quindi un paesaggio e un’evoluzione meno elaborati; nonostante ciò, il sistema del paesaggio agrario sembra essere più organizzato: ordine dei vigneti sistemati in filari. Equilibrio tra pascoli e agricoltura = produzione della manifattura laniera.
44.Il “bel paesaggio” della villa all’italiana Là dove l’uomo inizia ad imprimere nel paesaggio agrario, forme più elaborate, si ha una valutazione di esse non solo economica e tecnica, ma anche estetica. Dopo i paesaggi informi dell’Alto Medioevo, nel Rinascimento rinasce il gusto per il bel paesaggio, e si riafferma in un processo storico che rende agli uomini associati alla loro capacità di introdurre nel paesaggio nuove forme. Questa elaborazione del paesaggio, interessa una sfera molto più ampia. Ma in questa società divisa in classi, è la divisione stessa a riservare il privilegio della bellezza. Il contadino o l’artigiano, potrà mettere tutto il gusto o la creazione nella cura dei filari, ma il bel paesaggio, resta solamente un paesaggio per gli altri, per le classi privilegiate. La villa italiana del Rinascimento, in questo contesto, rimane un privilegio esclusivo delle classi privilegiate. Tav. 35: perfezione della villa; campi a cultura con sistemazione a porche; la forma della villa richiama quella dell’antico castello medievale. Nella seconda metà del XV secolo, il bel paesaggio della villa rinascimentale si allargherà in tutta Italia: grandiose costruzioni fastose, simmetrie del giardino, regolari allineamenti delle alberature.
45.Panorama agrario del Rinascimento: i paesaggi pastorali Tra il XV e XVI secolo si vengono elaborando in tutta Italia, i paesaggi pastorali. Nella Pianura Padana l’estensione dei prati irrigui permette un ricorso del bestiame bovino, porta alla trasformazione del sistema pastorale; le tecniche di allevamento si integrano a quelle dell’agricoltura. Tav. 36: recinto chiuso, alcuni bovini riposano e brulicano l’erba. Presenza del pozzo; vicinanza al borgo = ambiente di allevamento permanente o semipermanente de bovini, e connesso all’agricoltura. Nel Mezzogiorno, il Rinascimento porta allo sviluppo di nuove tecniche, a causa delle condizioni climatiche e ambientali. A sud si trova principalmente l’allevamento degli ovini, fondato sulla transumanza. In Italia centrale, l’allargarsi dei dissodamenti, i progressi del sistema del maggese, e la chiusura dei campi, hanno continuato a ridurre le superfici disponibili per il pascolo. In queste condizioni, si fa ricorso quindi, al pascolo nel bosco (paesaggio pastorale delle selve). 46.Il paesaggio dei dissodamenti collinari e montani Nel corso del XVI secolo il processo di estensione dei dissodamenti nei terreni collinari, si sviluppa ulteriormente, allargandosi sempre più a terreni montani. A determinare questa estensione del paesaggio, concorrono condizioni di varia natura: in primo luogo il rilievo geologico del nostro paese (pianura 41%, montagna 37%), quindi per il necessario rifornimento delle risorse alimentari della popolazione si deve ricorrere al dissodamento di questi terreni. Questi decenni sono anni di riflusso di uomini e di capitali: decadono attività manifatturiere e mercantili prima fiorenti. Così intorno alle maggiori come Genova, dove la popolazione era occupata in attività marinare, ora si dedica all’agricoltura, procedendo al disboscamento e alla sistemazione delle terre montane.
47.La degradazione del paesaggio collinare montano nell’età del Rinascimento Nel XVI secolo, le voci che denunciano i pericoli di una degradazione del paesaggio collinare e montano diventano più numerose. La lavorazione a rittochino è sempre stata caratterizzante dei terreni collinari e resta frequente nelle piantagioni. In questo periodo si assiste alla diffusione dell’aratura a rittochino, e con il tempo, questo sistema (insieme ai dissodamenti, i disboscamenti e al disordine idrico) ha portato alla degradazione del paesaggio collinare. Tav. 38: nesso tra l’erosione superficiale e la distribuzione dei disboscamenti a monte. Disgregazione del paesaggio montano.
48.Le sistemazioni collinari e montane nel Rinascimento italiano Se il Rinascimento è l’età della degradazione del paesaggio collinare e montano, è anche l’età in cui si diffondono nuovi tipi di sistemazioni. Tav. 39: elaborazione e progresso collinare. I campi sono orizzontali e ampi con culture e alberi. In tutti i documenti iconografici c’è l’elaborazione del paesaggio agrario, che porta ad una sistemazione collinare.
49.Le origini del paesaggio contemporaneo: le sistemazioni collinari a ciglioni nell’età del Rinascimento In questo periodo si assiste ad un accorgimento maggiore nella lavorazione del terreno, con la sistemazione a ciglioni: si realizza la ripartizione del declivio collinare in ripiani orizzontali, i cui argini vengono rassodati con piote erbose. Il ciglionamento avrà una larga diffusione nel nostro paese, e diventerà una delle sistemazioni collinari che troviamo nel paesaggio agrario italiano. Questa diffusione va datata a età più tarde, ma già nel Rinascimento, ha dato una sua impronta.
50.Le origini del paesaggio contemporaneo: le sistemazioni montane a lunette e a gradoni La sistemazione a ciglioni viene classificata come sistemazione intensiva, per il grande impegno di opere che essa comporta; un impegno che si esplica in movimenti di terra, piuttosto che in un regolamento idrico. Da qui nascono le critiche rivolte a questo nuovo tipo di sistema, nel quale manca ogni governo delle acque sotterranee. Nonostante ciò ha una grande diffusione, soprattutto nelle zone di collina. Fin dall’età comunale, con l’allargarsi dei dissodamenti e delle piantagioni in alta collina, si era fatta sentire l’esigenza di altri tipi di sistemazione, tra queste la sistemazione a “lunette”: attorno a ogni singolo albero, si trattiene un po' di terriccio e di umidità con un riparo o con un muretto di sostegno semicircolare fatto di sassi. Questa tipologia di sistemazione è stata utilizzata specialmente per gli ulivi in Sicilia, Costiera Amalfitana, Liguria… Là dove il terreno lo consente, la lunetta può essere costruita attorno a 2/3 piante. Da qui si passa alla sistemazione a “gradoni”: ripiani di forma irregolare, ricavati in corrispondenza dei tratti meno rocciosi delle pendici. Tav. 40: sistemazione a gradoni, con ripiani irregolari.
51.Le sistemazioni collinari a terrazze e le “costruzioni” nell’età del Rinascimento La sistemazione a “terrazze” è una sistemazione a superficie divisa, cioè costituiscono al declivio continuo della pendice. Mentre i muriccioli che sostengono i gradoni devono adattarsi alle accidentalità del terreno, i gradoni quindi risultano come ripiani irregolari e di piccola estensione. Le terrazze digradano regolarmente a valle. Il ciglionamento è tipico delle zone collinari e di accumulo, mentre il terrazzamento ha il suo ambiente di selezione nella collina strutturale, con sottosuolo roccioso. La sistemazione a terrazze si sviluppa in vere e proprie costruzioni, che fin dal Rinascimento diventano un elemento caratteristico del paesaggio agrario italiano.
52.Le origini del paesaggio contemporaneo: viabilità e sistemazioni collinari a cavalcapoggio e a girapoggio Con l’età dei comuni, e con l’estendersi dei dissodamenti e delle piantagioni, lo sviluppo della viabilità collinare assume un grande rilievo. Tav. 43: nuova funzione della viabilità. Le vie d’accesso ai borghi interrompono la continuità del declivio e delimitano i rilievi collinari; infatti per impedire lo smottano del terreno, sono stati costruiti dei muriccioli a secco. La forma dei ripiani, così come le piantagioni e le vie di accesso, si adattano all’andamento del suolo. L’adattamento al suolo è segnato dai filari delle piantagioni, disposti a cavaliere della pendice (sistemazione a cavalcapoggio). In questo tipo di sistemazione, resta deficiente la sistemazione delle acque. Ma anche senza gradi movimenti di terra, le vie di accesso ai campi, le fosse di scolo e i filari, ricalcano il livello della pendice migliorando così il governo delle acque ; i fenomeni di erosione del suolo vengono ad essere evitati grazie all’azione di frenamento che il giro per i fossi esercita sulle acque piovane (sistemazione a girapoggio).
53.Le piantagioni collinari nell’Italia centro-settentrionale e il paesaggio dei campi a pìgola nel tardo Rinascimento Tav. 44: paesaggio del centro di Montepulciano; varietà e ordine delle culture arboree. Il generale decadimento economico dell’Italia, a partire dal XVI secolo, promuove la diffusione di questo tipo di paesaggio agrario. La chiusura dei mercati, la crisi dell’artigianato, i disastri bancari, favoriscono il ritorno alla terra che fa rifluire verso le campagne importanti energie umane. La borghesia cittadina allarga i suoi acquisti di poderi; infatti attorno ai maggiori centri nascono cascine, ville e casini, sparsi per le campagne. Si sviluppa il paesaggio dei campi a pìgola (già presente in età comunale), ma viene allargato anche al paesaggio suburbano. Si tratta sempre di iniziative individuali, di diretti produttori e di contadini. Nel tardo Rinascimento, il paesaggio agricolo a pìgola pur raggiungendo il culmine della sua estensione, non segna più la punta di un effettivo progresso agrario, perché resta ristretto solamente a piccoli borghi isolati.
54.Il paesaggio meridionale delle starze e del “giardino mediterraneo” La cintura dei giardini e delle piantagioni arboree specializzate, si allarga solo per un breve tratto del territorio suburbano; oltre questo tratto si trovano territori incolti, pascoli e campi aperti. È interessante capire quindi, la forma che il paesaggio delle piantagioni assume. Nel mezzogiorno, nonostante ci sia stato un grande movimento comunale, nel paesaggio si possono rilevare gli effetti di iniziative individuali, grazie alle quali i contadini più agiati acquistano terre. Si arriva così a forme di paesaggio irregolari, con piccoli appezzamenti, fitte piantagioni arboree e con i muretti di divisone (tipicità del giardino mediterraneo). Altrove, dove vi è la presenza della feudalità, è stato possibili sviluppare questo tipo di paesaggio, tanto da dominare tutto il territorio. L’iniziativa non è solo dei coloni o di esponenti di ceti medi, ma è anche quella dei signori feudali ed ecclesiastici, nei cui possedimenti non mancano giardini e starze (piantagioni chiuse e ben difese per il diletto dei padroni). Le starze di viti, ulivi e agrumi ripetono le forme del giardino mediterraneo, ma le ripetono in una scala maggiore che risponde alla persistenza economica dei signori feudali ed ecclesiastici. Questi ultimi moltiplicano le loro chiusure e difese, anche a danno delle popolazioni: chiusura abusiva dei terreni demaniali i cui frutti spetterebbero ai coltivatori per diritto di colonia.
55.L’età delle grandi scoperte geografiche: la diffusione del mais e il paesaggio dei sistemi agrari a rotazione continua
svaghi. Con il loro fasto, queste ville, tolgono le linfe vitali alle campagne circostanti, portando così ad una disgregazione del paesaggio.
59.Paesaggio classico e paesaggio romantico nella realtà e nell’arte italiana del 600 Nonostante il processo di disgregazione del paesaggio, le nuove condizione economiche assicurano la conservazione e un notevole progresso nell’invenzione di nuove tecniche produttive e culturali. Nel paesaggio agrario, ciò che colpisce è il contrasto tra forme elaborate e forme degradate; questo contrasto è in stretto contatto con le forme di rifeudalizzazione della società italiana e con l’accentramento del potere economico e politico. Alla degradazione del paesaggio nel 600, non risponde una decadenza nelle tecniche e nel gusto del paesaggio pittorico, anzi porta alla nascita di forme molte ricche come ad esempio il Barocco. La pittura avrà la sua più alta vocazione quando le sue forme e il suo colore si libereranno dalla compostezza classica, lasciando il posto all’elemento realistico e romantico, come forme del paesaggio degradato e sconvolto.
60.Campi aperti, poderi e “prese” nel paesaggio agrario italiano dal XVII al XVIII secolo A degradare il paesaggio dell’Italia del 600 concorrono i terreni sodi, le macchie, gli acquitrini e gli usi di pascolo che le popolazioni esercitano sulle terre. Il processo di rifeudalizzazione favorisce il regresso verso un regime di campi aperti; e in questa situazione tornano ad essere di grande importanza, le terre comuni sulle quali si esercitano gli usi civici di semina, di pascolo… Da una parte all’altra dell’Italia, ci sono situazione diverse, ma quasi tutte le popolazioni usano le terre comuni. Diversa invece è la situazione nell’Agro romano, nel Napoletano e in Sicilia, dove sono scarsi lo jus serendi e lo jus coloniae sui demani feudali. Se lo jus coloniae dà spesso luogo alla costituzione di una stabile azienda agraria, lo jus serendi è legato ad un sistema agrario a campi ed erba, o a maggese. Nell’Italia settentrionale l’azienda agricola ha assunto una maggiore stabilità, con poderi e case coloniche, ma si tratta sempre di un fenomeno a macchie e non ancora del tutto sviluppato. Qui è sviluppato il diritto di “far presa” sui demani comunali, cioè di dissodare un appezzamento e di metterlo a cultura fino ad esaurimento della sua fertilità, dopodiché viene abbandonato all’uso di pascolo. Il diritto di far prese è assicurato al primo occupante o è regolato da una periodica lottizzazione.
61.Il paesaggio delle culture industriali e dei sistemi agrari a rotazione continua dal XVII al XVIII secolo La degradazione e la disgregazione del paesaggio, raggiungono il loro culmine nella seconda metà del 600. Infatti dalle culture a rotazione, si passa alle culture industriali come quella della canapa. Fin dall’alto medioevo la cultura della canapa era diffusa in tutta la penisola, integrandosi con gli usi tessili ed industriali (es. lino). Sempre nell’età dei comuni, queste due culture si trovano ancora associate. Nel Rinascimento si assiste invece, ad uno sviluppo mercantile dell’agricoltura che porta ad una specializzazione regionale della cultura della canapa, e altre culture industriali. La produzione di questa fibra tessile, si concentra in alcuni settori geografici, come ad esempio in Emilia Romagna. Lo stesso avviene per la cultura del lino. Tale processo di specializzazione regionale, comporta importanti trasformazioni nell’ordinamento delle singole aziende e nel sistema agrario. Nel Bolognese, la cultura della canapa è praticata in un sistema agrario a rotazione continua; lo stesso avviene in Val Padana.
62.Le origini del paesaggio contemporaneo: il paesaggio meridionale del “giardino mediterraneo” È nel meridione che si assiste maggiormente ad agenti di disgregazione e degradazione del paesaggio. Se nelle regioni settentrionali si assiste ad una specializzazione regionale delle culture, nel Mezzogiorno vi è una restrizione delle culture, e una crisi di alcune culture. Inizia a decadere la cultura del cotone e scomparire quella della canna da zucchero; le culture del riso e della seta invece, vedono ora il loro centro di gravità verso le province dell’Italia superiore dove trovano condizioni ambientali più favorevoli. Ci troviamo di fronte al maturare di quegli elementi di inferiorità del Mezzogiorno, legato all’inferiore grado di sviluppo delle tecniche agricole. In varie parti del Mezzogiorno, nel XVII e XVIII secolo, le piantagioni arboree e arbustive continuano ad allargarsi nelle distese di terra, dando vita a correnti di traffici che assumono importanza nel commercio estero di queste province. Si assiste quindi a culture di tipo capitalistico (viti, mandorli, agrumi…), e allo sviluppo del giardino mediterraneo grazie all’iniziativa di piccoli agricoltori e media borghesia terriera. È in questo periodo che il giardino mediterraneo inizia a prendere forma: piccoli appezzamenti, muretti, viuzze suburbane.
63.L’alberata tosco-umbro-marchigiana e la sistemazione a prode dal XVII al XVIII secolo Nel settore tosco-umbro-marchigiano, l’agente contrasta la degradazione del paesaggio agrario è rappresentato dalla diffusione delle piantagioni arboree ed arbustive. Nonostante tale disgregazione, la costruzione di poderi segna un progresso, e interrompono la monotonia del paesaggio degradato. In queste regioni, viene affermandosi la cultura del gelso per l’allevamento dei bachi da seta; così tali filari di gelsi, vengono a costituite il paesaggio tipico di queste zone. Queste zone, rispetto al resto della penisola, si differenziano per un’assoluta prevalenza delle culture arboree ed arbustive, caratteristica del paesaggio del giardino mediterraneo. Toscana, Umbria e Marche godono di un clima più mite, e quindi la cultura della vite è ben ambientata, fino ad assumere una rilevante importanza. I campi sono relativamente stretti e non troppo allungati, e le piantagioni si distribuiscono in filari avvicinati.
64.La piantata padana dal XVII al XVIII secolo La piantata padana si differenzia dalle altre culture per la maggiore larghezza e lunghezza dei campi. Le prese, collegati con le scoline, non comportano gli imponenti movimenti di terra che saranno necessari per assicurare l’efficace sistemazione idraulica. Nel 500, la piantata padana copre tutto il territorio, o almeno nelle vicinanze della città, e appare un paesaggio completamente elaborato, come viene descritto nelle fonti storiche. A fine 700 il paesaggio della piantata è ancora lontano dall’attuale estensione: tra una città e un’altra il paesaggio è ancora interrotto da seminativi nudi, prati scoperti, boschi… Dal 500 in poi però il progresso è notevole, e il paesaggio della piantata rappresenta un elemento di resistenza agli agenti di disgregazione del paesaggio. La piantata padana è costituita da: cultura del gelso, riso, prato artificiale, campi a foraggera di granoturco, canapa, lino e altre culture industriali. Non tutti gli affetti di questi miglioramenti sono visibili nel 600, ma negli decenni porranno la Pianura Padana all’avanguardia del progresso agronomico in Italia.
65.La manomorta ecclesiastica e il paesaggio sconvolto dell’Italia nel secolo dei lumi Nel XVII secolo ai processi di disgregazione fanno contrasto gli agenti storici che operano nella riorganizzazione di nuove forme. In questo periodo si assiste alla concentrazione delle proprietà terriere in mano di ceti ingordi e improduttivi; infatti si calcola che 1/3 delle terre era di proprietà delle manomorte ecclesiastiche, e quindi sottratte alla libera circolazione. Solo nella seconda metà del secolo, le nuove classi si preparano alla conquista della proprietà terriera e alla sua riorganizzazione.
CAPITOLO 7: L’ETA’ DELL’ASSOLUTISMO ILLUMINATO E DELLE RIFORME 66.Il paesaggio della villa settecentesca e la via di sviluppo <> del capitalismo nelle campagne Tra tuti gli stati italiani, la Rep. Di Venezia era l’unica fra le tante che era riuscita a sopravvivere meglio alle ingerenze ecclesiastiche (tra il XVII e XVII secolo con il declino dell’economia della Serenissima, i capitali si indirizzano verso le campagne e quindi verso la manomorta ecclesiastica). Molto importante resta il dominio feudale concentrato nelle mani dell’aristocrazia che conserva il potere economico e politico; si assiste infatti, ad una crescita delle ville, da 332 a più di 403. Quindi il paesaggio del 700 resta improntata da grandi ville, ma ora non rappresenta più il luogo d’ozio, ma diventa una vera e propria azienda agraria signorile, nella quale gli investimenti vanno alle opere di trasformazione delle terre. Questa linea di sviluppo capitalistico dell’azienda signorile, trova largo riscontro in Piemonte, in Lombardia, in Liguria e in Sicilia: villa padronale, annesso vigneto, locali per la lavorazione e conservazione dei prodotti agricoli. In questo periodo la Toscana diventerà il luogo caratteristico della “fattoria”, centro di organizzazione dell’azienda signorile annessa ad una grande villa padronale. L’evoluzione capitalistica non è legata solo alla trasformazione della villa padronale. Nel Napoletano infatti, molti feudatari abbandonano i loro castelli e trascorrono la maggior parte dell’anno nella capitale o nei centri maggiori.
67.Il paesaggio del podere nella Padana e la crisi della mezzadria nella seconda metà del 700 Per tutto il 700 nella Pianura Padana viene assumendo molta importanza il ceto medio e i medi affittuari. La forma di conduzione prevalente nell’azienda agricola, resta quella a mezzadria o quella di tipo colonico parziario. L’azienda signorile padana resta divisa in tanti poderi che, erano di una superfice uguale alla capacità lavorativa di una famiglia colonica. In queste condizioni, la funzione dei grandi e medi affittuari si riduce a quella di intermediari fra coloni e il signore proprietario dell’azienda. Ma più avanti questo quadro cambierà, fino a consentire ai grandi e medi affittuari un intervento ben più decisivo nel processo agrario. Nella seconda metà del 700 si assiste quindi ad una crisi del ceto e del sistema mezzadrile, e all’ascesa dei ceti di grandi e medi affittuari. Nella funzione capitalistica di questi, si vedrà una pressione e uno sfruttamento dei coloni. L’affermarsi del nuovo tipo di azienda agricola, porterà nella P. Padana, trasformazioni nel paesaggio agrario.
68.L’età delle riforme in Italia e il paesaggio agrario dei campi chiusi nella seconda metà del 700 Nella seconda metà del 700 lo sviluppo capitalistico dell’azienda agricola signorile si sviluppa in tutta la penisola, e gli investimenti capitalistici assumono altrettanta importanza nella trasformazione dei terreni. Alto Medioevo: regime a campi aperti (regime legato ai sistemi agrari primitivi che non comportano grandi miglioramenti e investimenti di capitali. Il regime dei campi aperti diventa un elemento decisivo di disgregazione del paesaggio agrario). Età dei Comuni/Rinascimento: processo di rielaborazione della disgregazione del paesaggio. Nei terreni vicino alla città, c’è la proprietà quiritaria, cioè il diritto del proprietario a chiudere il proprio fondo escludendolo dal pascolo e ad usi estranei (regime a campi chiusi). Nord Italia: campi a pìgola e prato irriguo. Sud Italia: giardino mediterraneo. Metà del 500: processo di rifeudalizzazione e ripresa della pastorizia, allargato anche ai campi con regime chiuso. Questa estensione della pastorizia anche nei campi chiusi, porterà a reclami tra i vari proprietari e l’uso comunitario. Campi a rotazione continua e cultura del prato artificiale. 700: evoluzione dei prezzi e dei profitti. Provvedimenti in ambito di limitazione dei terreni a pascolo ed eliminazione degli impedimenti della libertà di cultura e di rotazione. Esempio in Toscana: libertà di cultura e di rotazione, libertà di dissodamento, abolizione della servitù di pascolo.
69.Il capitalismo nelle campagne: disboscamenti, dissodamenti e degradazione del paesaggio montano nell’età delle riforme
solo ed esclusivamente dalla nuova impresa agricola. Ci troviamo così, all’affermarsi di rapporti di produzione tipici del capitalismo moderno. Si assiste così all’arricchimento delle grandi classi, e all’aggravata miseria delle popolazioni rurali. Dal XVIII secolo e per tutto il XIX secolo, l’affittanza capitalistica è diventata il modello dominante dell’impresa agraria ; ciò incide senz’altro, anche sulla struttura del paesaggio agrario e sulla dislocazione dell’habitat naturale.
75.Le colmate di monte e le sistemazioni <> ed <> in Toscana nell’età del Risorgimento Dalla seconda metà del 700, in Toscana, le varie riforme eliminano gli ostacoli che le istituzioni in passato avevano opposto il capitalismo nelle campagne, con le manomorte ecclesiastiche. Infatti una gran parte delle terre si concentra in mano dell’aristocrazia terriera, e in mano ai nuovi grandi proprietari terrieri. Si inizia così a parlare, nei primi dell’800, di uno sviluppo all’italiana del capitalismo nelle campagne, e dal tradizionale sistema di conduzione dell’azienda signorile (divisa in poderi a mezzadria), si passa a quello del grande affitto; ma si tratta comunque di casi isolati. Nel XVIII secolo, in buona parte dell’Italia centrale, la normale sistemazione è quella “a prode”, con campi di forma rettangolare stretti e divisi in porche, con alberi vitati in doppi filari lungo le scoline. La prima metà del XIX può essere considerata come l’età delle colmate di monte, i cui elementi essenziali sono: argini paralleli all’argine di base, permettendo così lo scolo delle acque a monte; lo sfioratore che serve a smaltire l’acqua raccolta a monte dell’argine; i solchi portatori aperti sulle pendici in modo da portare durante le piogge, la maggior quantità di materiale terroso. Si sviluppa anche la sistemazione a spina; si tratta di una sistemazione collinare a superfice unita, nella quale le fosse ad acqua sono linee di massima pendenza, disposte a tratti rettilinei che si incontrano ad angolo acuto (spina chiusa) o ottuso (spina aperta), a seconda dell’andamento delle pendici. Tra le varie sistemazioni collinari, questa è la più elaborata, ed è quella che risponde meglio alle esigenze di buon governo delle acque.
76.L’eversione della feudalità nel Mezzogiorno e il paesaggio agrario dei campi aperti nell’età del Risorgimento Nelle province dell’Italia centro-settentrionale, fin dall’età comunale, l’evoluzione dei sistemi agrari aveva condizionato la costruzione delle aziende contadine, e in ogni regione le leggi eversive operano in modo differente. Nel Napoletano, in Sicilia e in Sardegna, fin dal Medioevo, il mancato slancio della civiltà comunale ha messo in evidenza la precarietà dei rapporti fondiari e dell’azienda contadina fondata sugli usi di pascolo e di semina. Nella proprietà signorile, fino alla vigilia dell’eversione della feudalità, il barone si è venuto abusivamente allargando sulle migliori terre, ed è proprio su queste terre che si afferma l’evoluzione dell’azienda signorile, condotta in economia diretta con i lavoratori a giornata, con la concessione in affitto. In questo caso, tali rapporti non portano alla costituzione di una stabile azienda contadina, anzi la escludono. La maggior parte delle terre, prima dell’eversione della feudalità, è nelle mani dei demani feudali o comunali e da proprietà ecclesiastiche, sulle quali predomina la concessione precaria di singoli appezzamenti a braccianti che li lavorano con i propri mezzi. I campi sono a regime di campi aperti. L’equilibrio dell’impresa agricola è minacciato dalla prepotenza dei baroni che escludono dagli usi civici le loro terre feudali, riducendole abusivamente a difesa. Nella seconda metà del 700, questa pratica si accentua. La legislazione eversiva della feudalità, qui comporta due operazioni la prima riguarda la “ripartizione in massa”, con la quale i diritti che la popolazione e i baroni avevano sui terreni feudali, venivano sciolti e attribuiti una parte alla comunità, e una parte all’ex feudatario. Ma questa diretta concessione, si riconosceva esclusivamente sui demani dello jus coloniae, e dietro un pagamento di un canone. All’infuori di questo caso, al coltivatore non veniva riconosciuto nessun diritto. Alla ripartizione di massa avrebbe dovuto seguire la quotizzazione dei demani, ma le operazioni di questa seconda fase furono molto lente. In queste circostanze, il sistema agrario prevalente resta quello del maggese, e quello dei campi aperti. Nella metà del Risorgimento, nel Mezzogiorno e nelle isole, il paesaggio è quello dei campi nudi e aperti, con disboscamenti. Per quanto riguarda l’Agro romano, prevalgono i campi ad erba; nell’Agro pontino, dopo le opere di bonifica, prevale l’allevamento brado delle bufale. Nel Tavoliere di Puglia, si ha l’alternanza dei maggesi, i campi aperti e ad erba; le correnti della pastorizia transumante, vengono a diminuire.
CAPITOLO 9: L’UNITA’ D’ITALIA 77.Le strade ferrate nel paesaggio agrario italiano dall’età del Risorgimento all’Unità Dal Risorgimento all’Unità, assume molta importanza nel paesaggio agrario, la costruzione ferroviaria. La prima strada ferrata italiana è quella fra Napoli e Portici del 1839; l’anno successivo viene costruita la linea Milano-Monza. La nascita delle ferrovie, se da un lato ha modificato le forme del paesaggio agrario, dall’altro ha contribuito allo sviluppo delle forze produttive, mettendo a stretto contatto i rapporti mercantili e capitalistici dell’agricoltura italiana. Il periodo delle grandi costruzioni ferroviarie, coincide con quello dell’unificazione politica e dell’abbattimento delle barriere doganali interne; si viene così a formare un mercato nazionale di prodotti agricoli e la conseguente specializzazione (Mezzogiorno: ulivo). Lo sviluppo della rete ferroviaria inoltre, pone al secondo posto la produzione agricola e la ridistribuzione delle forme di paesaggio, e mette in evidenza le leggi della concorrenza capitalistica, non solo a livello nazionale, ma anche europeo e mondiale. L’impegno dell’Italia in una concorrenza capitalistica, provoca la specializzazione nazionale delle culture, che a sua volta porta alla rielaborazione delle forme del paesaggio agrario. Lo sviluppo ferroviario inoltre porta al distacco delle nuove branchie di attività artigianali e industriali dall’economia agricola, e la loro costruzione autonoma.
78.La piantata nella Padana asciutta dall’età del Risorgimento all’Unità d’Italia
Lo sviluppo delle opere irrigue ha condizionato le forme della piantata padana, che ha portato all’evoluzione di due tipi diversi di paesaggio agrario: la piantata irrigua e quella non irrigua. La piantata non irrigua si sviluppa più velocemente, tanto che lo sviluppo capitalistico non riesce a spezzare il tradizionale sistema mezzadrile. Questo nuovo impegno di capitali in opere come queste, ne comporta un’espansione estensiva ed intensiva. Esempio del paesaggio della piantata di Ferrara: ultimi anni del 700 superfice produttiva di 150000 ettari; la metà costituita da territori incolti, altri territori nudi e solo 58000 ettari seminati. Quindi a fine 700, gran parte della superfice non era sottoposta a cultura regolare. 25 anni dopo, grazie all’allargarsi dei dissodamenti, si assiste ad un’estensione delle terre a cultura. A fine 800, l’estensione della piantata è raddoppiata e negli anni successivi si assiste ad opere di bonifica e allo sviluppo di territori coltivati. Dal Risorgimento all’Unità, il paesaggio caratteristico della piantata padana di alberi vitati, si allarga in altre regioni come in Emilia, Veneto, Piemonte Lombardia, fino a diventare caratteristico di questo settore della Padana asciutta. Nella prima metà dell’800 nel territorio padano, si viene ad affermare un territorio tradizionale della cultura del gelso. Nella maggior parte della Pianura Padana asciutta, gli elementi costitutivi sono stati: i fossi di scolo per le acque e le cavedagne, le quali assicurano alle testate dei campi, il giro dell’aratro e il transito dei carri. La sistemazione interna del campo invece, era di tipo temporaneo: il campo veniva diviso in strisce separate da solchi acquai. Per tutto l’800 e oltre, con i movimenti di terra che interessano molti terreni, si vengono creando nella Pianura padana asciutta, delle nuove forme di piantata, che tutt’oggi si improntano in 3 sottotipi del paesaggio agrario. Il primo sottotipo è quello della sistemazione “a cavalletto” o alla bolognese, che tutt’oggi domina queste terre. I campi sono rettangolari, larghi e allungati e riservati a culture erbacee. In questo tipo di campo, i movimenti di terra assicurano la baulatura del suolo, che si presenta a colmo longitudinale (tipica della piantata emiliano-romagnola). La piantata tipica della Pianura veneta, invece è quella “a cavini”, dove la striscia di terreno occupata da viti alberate è larga dai 4 ai 5 mt. La caratteristica di questa sistemazione è la baulatura a colmo trasversale, che assicura lo sgrondo delle acque verso le cavedagne. Sempre nella pianura veneta si è diffusa la sistemazione “a prode”, con filari di viti alberate lungo le scoline che dividono i campi.
79.Il paesaggio agrario della Padana irrigua e della risaia Nel Rinascimento, le nuove forme caratteristiche della Pianura padana sono il prato irriguo e le risaie. Per quanto riguarda la cultura della risaia, ai primi del 700 occupava solo il 7% della superfice complessiva, ma attorno alla metà dello stesso periodo, arriva al 25%; mentre la superfice dei boschi e degli incolti risulta essersi ridotta del 20%. L’aumento della cultura della risaia, in varie regioni del nord, è dovuto al progresso delle tecniche culturali, delle concimazioni, delle rotazioni; infatti per tutto il XX secolo, la specializzazione regionale, ha portato ad ulteriori progressi in ambito della cultura del riso. La cultura del riso porta trasformazioni anche a livello delle forme del paesaggio agrario, infatti si assiste ad una diffusione del prato irriguo. Fin dai primi secoli del Basso Medioevo, con lo scavo dei canali di derivazione della rete fluviale, le province della pianura lombarda, si sono messe all’avanguardia di tutte le province italiane, per quanto riguarda l’estensione delle sistemazioni irrigue. Nei settori irrigui, l’estendersi del nuovo sistema agrario, contribuisce alla crisi del sistema mezzadrile, e ad una evoluzione dei rapporti di produzione agricoli in senso capitalistico. La trasformazione dei sistemi agrari, e lo sviluppo delle nuove tecniche, hanno assicurato alle regioni padane un aumento della produttività del lavoro agricolo: frumento dal 27% al 48%; riso 88%-98%; bovini 43%-63%...
80.L’alberata tosco-umbro-marchigiana dall’età del Risorgimento all’Unità italiana Nell’età delle riforme, i processi di trasformazione, nelle regioni di Umbria e Marche, hanno operato in modo differente rispetto alla Toscana. Ciò è dovuto all’amministrazione corrotta legata alla chiesa, che non ha permesso nessuno slancio agronomico, politico e sociale. Infatti fino alla prima metà dell’800 le due regioni si trovano in uno stato di arretratezza, e i progressi sono lenti. La maggior parte dell’evoluzione del paesaggio, si riscontra nel periodo seguente all’ Unità d’Italia, infatti è in questo periodo che si assiste alla massima estensione delle terre a cultura. Negli ultimi decenni dell’800, il paesaggio agrario delle 3 regioni risulta simile a quello attuale, e sono diventate quindi le terre classiche della mezzadria, la cui diffusione è legata all’alberata tosco-umbro-marchigiana. Inoltre tipiche di queste zone sono, la sistemazione a porche, i filari a vite alberata con campi regolari. Continua a prevalere il sistema agrario a rotazione, tralasciando quello del maggese.
81.I paesaggi meridionali dall’età del Risorgimento all’Unità italiana A differenza di ciò che avviene nella Padana irrigua, nell’Italia meridionale, l’evoluzione del paesaggio agraria è dominata dai rapporti di proprietà sulla terra. Infatti nel 1860, la ripartizione di massa dei demani, si concluse con l’attribuzione di 60000 ettari di terre ai Comuni; ma le piccole quote assegnate ai lavoratori agricoli, si concentravano nelle mani di signorotti, che pian piano ingrandivano i propri patrimoni. La maggior parte del patrimonio fondiario della borghesia, si viene costituendo a spese dei beni della manomorta, e in ultimo, a spese dei contadini. Quindi, con le proprietà della borghesia, si vengono a formare dei campi a regime chiuso e di conseguenza dei sistemi agrari a rotazione continua e a maggese. Per tutto il XX secolo la caratteristica del paesaggio agrario del Meridione, è il sistema a maggese, quasi del tutto abbandonato nell’Italia settentrionale.
In età contemporanea, la distribuzione geografica dei diversi tipi di terreno in Italia, è così divisa: Italia meridionale in seminativi nudi; Italia centro-settentrionale, seminativi alberati, piantata padana e alberata tosco-umbro-marchigiana. La piantata padana è caratterizzata dalla lunghezza e larghezza dei campi, dalle opere di sistemazione idraulica e dalle culture erbacee della vite allevata alta e lunga su un sostegno vivo. L’estensione della superfice vitata non coincide con quello del paesaggio della piantata; infatti il paesaggio delle viti risulta essere ridotto. Quali sono i motivi della progressiva riduzione della vita nella Padana? Sicuramente la morìa delle viti in conseguenza ad una gelata; diffusione di malattie della vite in particolar modo l’infezione fillosserica. La fase di crisi della piantata è dovuta anche al poco utilizzo del legname: se prima veniva utilizzato per le abitazioni e per il riscaldamento, con la nascita dell’energia elettrica, questa pratica viene abbandonata. Nella seconda metà del 700, si assiste (Lombardia, Piemonte e Veneto) all’estensione del prato irriguo e della risaia, sia sulle nuove terre indotte a cultura, sia a spese della piantata tipica. La Padana irrigua è caratterizzata dalle reti di canali e dagli argini, lungo i quali si dispongono gli allineamenti arborei. Così nel corso dell’800, si ha uno sviluppo della piantata irrigua. Italia settentrionale: prato artificiale, pascolo montano. Territori alpini: sistemazioni a terrazze e a ciglioni. Piantagione di fruttiferi: mele, pere, pesche. Regioni meridionali: agrumeti. Italia centrale: maggiore stabilità nelle forme del paesaggio agrario. Superfici nude e alberate (settore tosco-umbro- marchigiano). Nel paesaggio agrario tosco-umbro-marchigiano, con la liquidazione del maggese e con la diffusione dei sistemi a rotazione continua, il regime dominante è divenuto quello dei campi chiusi ciò vale per le terre messe a cultura). Con le due guerre, e con le politiche di investimenti pubblici e privati perseguitate dai governi e dalle classi dominanti italiane seguendo i criteri della “produttività” (cioè del massimo profitto capitalistico), portano ad un evidente mancanza di nuove tecnologie, e quindi si assiste ad una degradazione del paesaggio. Tutt’oggi, gran parte del paesaggio agrario, nel Mezzogiorno e nelle Isole, resta dominato da pascoli magri e brulli, tipici del meridione. La scarsa produttività non è dovuta solo alle meno favorevoli condizioni ambientali, ma anche ad una degradazione dei terreni montani, come conseguenza alla forte crescita del bestiame e di una mancata politica di difesa del suolo. Paesaggio agrario tipico del Mezzogiorno: la cultura della vite alberata, meno diffusa nel Mezzogiorno, ma limitata al Lazio, Abruzzo e Campania. Tale paesaggio della “piantata meridionale” si distingue da quello della piantata padana, per la minore importanza che in esso assumono le sistemazioni idrauliche, e per la forma irregolare dei campi. Il paesaggio si allarga anche sui vasti territori della pianura, dando origine al paesaggio del vigneto con medi e piccoli appezzamenti di terre, ai quali corrispondono analoghe dimensioni aziendali, e insieme segnano le tipiche forme del giardino mediterraneo. Nel meridione, il paesaggio del vigneto è segnato da campi chiusi e costruzioni rurali. Tali lineamenti del giardino mediterraneo, si ritrovano anche negli agrumeti, o nei terreni destinati alle culture legnose tipiche (ulivo, fico, albicocco, mandorlo…); la cultura del fico invece risulta essere poco praticata nella forma di grande piantagione.