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sintesi libri memorie di un fuggiasco
Tipologia: Appunti
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Frederick Douglass (1818-1895) Nato schiavo («diplomato della scuola della schiavitù, col diploma scritto a frustate sulla schiena»), Frederick Douglass trova nella passione per la libertà, nel desiderio di conoscenza, e nell'aiuto della comunità nera di Baltimore la forza per liberarsi. Ma non resta a godere nell'ombra i frutti modesti di una condizione di proletario di seconda classe sui moli di New Bedford (dove, mentre lui rotolava barili nelle stive, Herman Melville cercava imbarco su una baleniera). La forza della sua parola ne fa prima un «esortatore» nella chiesa metodista, poi eloquente oratore antischiavista, fra i più ammirati della cosiddetta «età dell'oro» oratoria americana, infine scrittore e giornalista indipendente. Nella prima assemblea del movimento per i diritti delle donne (Seneca Falls, 1848), è l'unico delegato di sesso maschile che si esprime inequivocabilmente per il voto alle donne. Sconsiglia il tentativo di John Brown di suscitare un'insurrezione di schiavi in Appalachia, ma gli porta soldi e cibo. Durante la guerra civile, attacca Lincoln per le sue esitazioni, lo appoggia per le sue azioni, recluta soldati neri per il fronte. Si batte, in gran parte invano, per garantire i diritti politici e una base economica indipendente ai neri precariamente liberati; ottiene incarichi politici, diventa ambasciatore degli Stati Uniti presso la repubblica nera di Haiti, trascorre gli ultimi anni in una dura campagna contro la nuova piaga del linciaggio. E scrive: tre autobiografie, infiniti discorsi, centinaia di articoli ed editoriali. Di tutto questo, il libro che abbiamo sotto mano – Narrative of the Life of Frederick Douglass, an American Slave, Written by Himself – pubblicato nel 1845, narra la prima fase: la formazione di una coscienza, la costruzione di sé come passaggio ineludibile per una liberazione spirituale e materiale insieme. Non è un documento umano, i patetici ricordi di un fuggiasco e di una vittima, ma l'orgogliosa affermazione di una irriducibile coscienza intellettuale che crea se stessa attraverso la voce e la scrittura, svelando i paradossi dell'identità personale e nazionale. Più tardi, Douglass continuerà a scrivere l'unico libro di cui è capace e che gli interessi veramente, il libro della sua vita: My Bondage and My Freedom (1855) rilegge l'esperienza di schiavo nel contesto della lotta per l'emancipazione; Life and Times of Frederick Douglass (1881, rivisto nel 1892) è il consuntivo, deluso e orgoglioso, di una vita che ha segnato il suo tempo. «I am myself, you are yourself»: io sono io, voi siete voi; siamo «due persone distinte e uguali». Così Douglass annuncia nella lettera all'ex padrone il compimento del suo processo di liberazione: sono parole banali e sovversive insieme, sovversive perché sono banali, perché non dovrebbe esserci bisogno di dirle. Ma uno schiavo non ha un «sé»; e, se lo ha, non può chiamarlo «mio», perché è di proprietà di un altro uomo. Douglass ha dovuto «farsi uomo» sia storicamente, sia narrativamente: emanciparsi materialmente dagli Auld e dai Covey, e creare una persona autobiografica, un'immagine di sé nella scrittura. È, in un certo senso, il compito di ogni atto autobiografico: la narrazione è sempre legittimata dall'avvenuta emancipazione o trasformazione del soggetto che si narra. In questo senso, Douglass è apparentato al canone americano che nasce con l'autobiografia di Benjamin Franklin, la storia del «farsi da sé» di un individuo autonomo e distinto. Con Franklin, Douglass condivide alcuni elementi non trascurabili: una storia anche di successo materiale (da schiavo ad ambasciatore); persino il suo successivo dialogo con l'ex padrone da cui è fuggito ha un parallelo nella ricomposizione tra Franklin e il fratello-padrone da cui si era emancipato con un trucco
legale all'inizio della sua carriera. Ma il tratto comune più rilevante è il tono fortemente individualistico del racconto. Nella Narrative, Douglass è significativamente solo: anche i ricordi familiari della nonna, l'amicizia con i compagni di schiavitù da Mr. Freeland, la cerchia di amicizie nella comunità nera di Baltimore, restano sullo sfondo, né sembrano influire in modo decisivo sulla formazione di Douglass e sulla sua liberazione. Di sua moglie Anna apprendiamo l'esistenza solo dopo che è fuggito: come dire che lei con la sua liberazione non c'entra niente, anche se fu lei a trovare i soldi grazie ai quali Douglass riuscì a fuggire. Al di là dei dati materiali, Douglass intende rappresentarci la sua liberazione come un fatto interno dovuto interamente a se stesso. Per tutta la vita fu orgoglioso, a volte addirittura arrogante, non privo di vanità; nella Narrative senz'altro si costruisce un'immagine eroica («The Heroic Slave» è il titolo del suo solo tentativo di fiction, in parte anche una fantasia autobiografica), ma insiste anche sul fatto che lo schiavo che vuole farsi uomo deve farsi da sé. Dopo tutto, la più popolare e richiesta delle sue conferenze, presentata in pubblico dal 1859 fino agli ultimi anni della sua vita, aveva per titolo «Self Made Men». È titolo ambiguo nella tradizione di Franklin e negli anni di Horatio Alger e del mito della mobilità sociale, dall'ago al milione. Ma, dette da un ex schiavo, tutte e tre queste parole – uomo fatto da sé – acquistano una nuova radicalità polemica. «Uomo», uno che era stato legalmente oggetto e culturalmente assimilato alle bestie. «Fatto», soggetto di volontà e di azione, un essere che era stato definito nient'altro che «un'estensione del volere del padrone». E soprattutto, come abbiamo visto, «sé». La costruzione del sé, lo abbiamo detto, è il lavoro di tutte le autobiografie. Ma le condizioni in cui avviene nell'autobiografia afroamericana sono differenti. Basta confrontare l'apertura della Narrative con quella dell' Autobiografia di Franklin. Sebbene si prepari a rifondare il genere autobiografico sulla base di un'autonoma costruzione di sé, Franklin si preoccupa di garantirsi le basi tradizionali dell'autorità ricapitolando la storia dei propri antenati, e ritrovandone la documentazione scritta fin dal 1555. Douglass, invece, comincia proprio con l'assenza di qualunque «documento ufficiale» sulla sua nascita e i suoi antenati. Franklin giustifica la scrittura dell'autobiografia con la richiesta di potenziali lettori, mentre Douglass si scontra con un divieto radicale di scrivere e di raccontare. La costruzione di sé comincia dunque per Franklin sulla base del sicuro possesso dell'identità e del nome, della scrittura, del pubblico. Per Douglass, le condizioni di partenza sono tutte da costruire. | << | < | > | >> | Pagina 19 «...AN AMERICAN SLAVE...» «Uno schiavo americano»: Douglass è il primo autobiografo nero a usare nel titolo del suo libro questa formula disarmante e sovversiva, anziché la più diffusa e rassicurante definizione di «schiavo fuggiasco» («runaway» o «fugitive»). Dietro il velo denotativo, Douglass enuncia un paradosso lacerante: come si può essere Americano, nato nella terra della libertà e della democrazia, e insieme schiavo? Qui non si tratta più solo di definire l'identità dello schiavo Douglass, ma l'identità dell'America.
che «C'è fra noi la differenza più grande che possa esistere fra due razze... Credo che la vostra razza soffra molto finché tanti di voi vivono fra noi, mentre la nostra soffre della vostra presenza». Pertanto, Lincoln concludeva proponendo l'emigrazione dei neri in colonie da fondare nell'America Centrale. «Mr. Lincoln,» rispondeva Douglass in un editoriale, «rivela tutta la sua incoerenza, tutta la sua superbia razziale e di sangue, il suo disprezzo per i neri, la sua vuota ipocrisia». E applica a Lincoln la metafora del serpente che aveva usato per Covey: «È incredibile che un uomo onesto possa strisciare così in basso da assumere un simile carattere». Eppure è proprio attraverso gli incontri e gli scontri con Lincoln che Douglass passa dalla posizione di rifiuto delle istituzioni americane, a una rivendicazione di partecipazione in esse: dal diritto a dirsi americano per residenza, alla piena cittadinanza; dallo smascheramento dell'«inganno» delle istituzioni americane, alla rivalutazione e rivendicazione dei principi democratici. Reclutando soldati neri per combattere nella guerra civile, e battendosi per il diritto di voto, Douglass afferma che gli afro-americani sono protagonisti non solo della propria liberazione, ma della vita americana nel suo complesso. Quando gli verranno conferiti incarichi politici (assai modesti), Douglass li vedrà, senza falsa modestia, come un doveroso riconoscimento dei suoi meriti e qualità, ma anche come affermazione del diritto dei neri a partecipare al governo del paese. CAPITOLO UNDICESIMO Vengo ora alla parte della mia vita, durante la quale meditai e riuscii finalmente ad attuare la fuga dalla schiavitù. Ma, prima di narrarne le peculiari circostanze, ritengo opportuno notificare l'intenzione di non esporre tutti i fatti connessi a quest'avvenimento. È importante insistere sull’aspetto della scrittura e dello stile perché -e Douglass stesso lo sapeva- i pregiudizi nei confronti degli schiavi si traducevano allora, e accade ancora oggi, in pregiudizi nei confronti delle loro opere letterarie. Le si considera dei documenti, testimonianze di persone che riescono a dare delle informazioni per aver vissuto personalmente qualcosa, come se non si riuscisse a dar loro credito di una capacità di interpretazione in grado di collegare l’esperienza personale a quella di un’intera nazione. Il testo di Douglass è un testo modernissimo anche per un lettore odierno. Quando Douglass parla del suo arrivo nel nord e c’è la sua descrizione di cosa vuol dire trovarsi in un posto dove non si conosce nessuno, di com’è trovarsi in una terra ricchissima, ed essere povero, non leggiamo solamente una testimonianza. C’è poi il modo in cui Douglass riesce ad anticipare luoghi comuni del pubblico che l’avrebbe letto. Ci riesce perché quando ha scritto questo testo era già stato conferenziere per molti anni, cosa che significava trovarsi in trincea; le presentazioni cui partecipava erano molto combattute, erano frequenti le risse, anche agli oratori capitava spesso di venire picchiati, e non erano solo gli abolizionisti neri che rischiavano le botte. Douglass parla di quello che ha dovuto affrontare, di questioni di sfruttamento e marginalità, di immigrazione in modo particolarmente complesso. E quello della complessità, oggi come allora, rimane uno dei problemi fondamentali nel trattare queste cose, al di là della compassione, al di là del sentimento che si può esprimere o meno in favore delle persone soggette a schiavitù. Douglass sapeva che il solo sentimento, se non collegato a un’analisi complessa, si poteva trasformare molto facilmente in accondiscendenza, oppure fermarsi facilmente di fronte a un conflitto d’interessi.
Colpisce il rapporto con una padrona, la signora Auld, che inizialmente è gentile, ma poi si rivela perfida come gli altri. Douglass nota come lo stesso padrone diventi vittima del rapporto di schiavitù... Questa era una argomentazione di base contro la schiavitù, e Douglass la rende in modo particolarmente efficace. Gli abolizionisti volevano convincere il pubblico che la schiavitù non era un danno solamente per gli schiavi, ma che era in grado di corrompere l’intera nazione. La cosa che fa impressione nell’episodio della signora Auld, che prima di lui non aveva mai avuto schiavi, è che se inizialmente lo tratta come una persona invece che come un oggetto, poi cade preda della schiavitù. Alla fine si riscatta: è lei che lo aiuta quando viene malmenato dai colleghi che non volevano neri sul lavoro, ma se anche non è la persona più orribile che incontriamo nel racconto, quello che fa più impressione è il suo mutamento. Negli altri schiavisti troviamo persone psicologicamente danneggiate dalla schiavitù fin dall’inizio. Douglass, che conosceva benissimo la Bibbia, ci presenta gli schiavisti come inclini a tutti i peccati: lussuria, violenza, tendenza al furto e all’omicidio; sono anche ipocriti, perché usano brani della Bibbia per giustificare l ... [continua]