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Memorie di uno schiavo fuggiasco, Appunti di Filosofia

Riassunto "Memorie di uno schiavo fuggiasco"

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 06/04/2025

Cynthia-Stoneangels
Cynthia-Stoneangels 🇮🇹

4.4

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30 documenti

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MEMORIE DI UNO SCHIAVO FUGGIASCO DI FREDERICK DOUGLASS
Pubblicato nel 1845, dalla narrazione va detto che non è la semplice ricostruzione della vita di
Douglass in quanto schiavo, ma è anche la sua ridefinizione di cosa significhi essere umani. L’opera
viene ricordata più delle altre soprattutto per la posizione sociale occupata da Douglass: in seguito
alla sua liberazione, infatti, l’autore divenne un’importantissima figura politica, sociale e letteraria
soprattutto nel periodo della guerra civile il peccato della schiavitù e negli anni successivi.
Ci sono due elementi fondamentali che risultano subito evidenti guardando il titolo: in primo luogo,
l’articolo indeterminativo “uno” che identifica Douglass come esponente degli schiavi americani ed
in secondo luogo, quello “scritta da lui stesso” alla fine che, prima di iniziare la lettura del libro, ci
fa capire che siamo di fronte ad uno schiavo più colto rispetto ai suoi compagni di sventura,
soprattutto se consideriamo che era profondamente proibito dalla legge che un padrone insegnasse
ai suoi schiavi a leggere e a scrivere.
Questo denota in Douglass anche una certa furbizia, soprattutto nel momento in cui scopriamo
come acquisirà queste capacità (ovvero sfruttando l’ingenuità di alcuni bambini bianchi per
imparare quello che nessuno gli avrebbe mai insegnato volontariamente).
La narrazione essendo tale procede in ordine cronologico: si apre con gli scardi dati biografici di
Douglass ovvero il luogo di nascita, Tuckahol in Maryland, ma non la data precisa perché non si
conoscono documenti che la possano certificare. Segue una breve storia della sua famiglia, usata per
spiegare comportamenti e azioni comuni a tutti i padroni nei confronti dei loro schiavi: la prima
informazione importante che ci viene data è che la schiavitù è un sistema matriarcale e che era
abitudine separare i figli dalle madri prima che questi vi si potessero affezionare.
Del padre di Douglass non ci viene detto nulla con certezza, se non che si suppone fosse un uomo
bianco, forse addirittura il padrone della madre.
Anche qui la storia personale di Douglass seppur incerta, viene sfruttata come pretesto per
descrivere la difficile condizione di quei bambini il cui padrone è anche il padre, supportando
sempre di più la tesi che la narrazione fosse stata scritta con l’intento di aiutare l’abolizionismo
rendo note certe pratiche a chiunque leggesse il libro.
Nel secondo capito infatti Douglass, fa anche una breve descrizioni delle condizioni di vita degli
schiavi e di come all’interno di questo gruppo, fosse possibile distinguere alcuni privilegiati, alcuni
per le mansioni meno faticose e altri per i buoni rapporti che il padrone instaurava con loro.
A tal proposito, Douglass dice di aver avuto due padroni: il primo è il capitano Anthony, così
chiamato perché possessore di una barca a vela, presso il cui servizio il protagonista è testimone di
alcuni degli atti più terribili a cui assisterà mai, spesso per mano dei suoi sovraintendenti, il cui
aggettivo più ricorrente per definirli è sempre “crudele”; fino all’arrivo di Hopkins che invece viene
definito “umano”.
La relativa pace conosciuta con Hopkins però ha vita breve: tutto cambia quando questo viene
sostituito nella sua carica di guardiano da Austin Gore, un uomo “orgoglioso, ambizioso e tenace,
quanto era scaltro, crudele e incallito” famoso per la sua “selvaggia barbarie” di cui non esitava a
dar prova, come dimostra l’uccisione senza rimorso di uno degli schiavi, pur sapendo che avrebbe
arrecato un danno al suo padrone sottraendogli forza lavoro.
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MEMORIE DI UNO SCHIAVO FUGGIASCO DI FREDERICK DOUGLASS

Pubblicato nel 1845, dalla narrazione va detto che non è la semplice ricostruzione della vita di Douglass in quanto schiavo, ma è anche la sua ridefinizione di cosa significhi essere umani. L’opera viene ricordata più delle altre soprattutto per la posizione sociale occupata da Douglass: in seguito alla sua liberazione, infatti, l’autore divenne un’importantissima figura politica, sociale e letteraria soprattutto nel periodo della guerra civile il peccato della schiavitù e negli anni successivi. Ci sono due elementi fondamentali che risultano subito evidenti guardando il titolo: in primo luogo, l’articolo indeterminativo “uno” che identifica Douglass come esponente degli schiavi americani ed in secondo luogo, quello “scritta da lui stesso” alla fine che, prima di iniziare la lettura del libro, ci fa capire che siamo di fronte ad uno schiavo più colto rispetto ai suoi compagni di sventura, soprattutto se consideriamo che era profondamente proibito dalla legge che un padrone insegnasse ai suoi schiavi a leggere e a scrivere. Questo denota in Douglass anche una certa furbizia, soprattutto nel momento in cui scopriamo come acquisirà queste capacità (ovvero sfruttando l’ingenuità di alcuni bambini bianchi per imparare quello che nessuno gli avrebbe mai insegnato volontariamente). La narrazione essendo tale procede in ordine cronologico: si apre con gli scardi dati biografici di Douglass ovvero il luogo di nascita, Tuckahol in Maryland, ma non la data precisa perché non si conoscono documenti che la possano certificare. Segue una breve storia della sua famiglia, usata per spiegare comportamenti e azioni comuni a tutti i padroni nei confronti dei loro schiavi: la prima informazione importante che ci viene data è che la schiavitù è un sistema matriarcale e che era abitudine separare i figli dalle madri prima che questi vi si potessero affezionare. Del padre di Douglass non ci viene detto nulla con certezza, se non che si suppone fosse un uomo bianco, forse addirittura il padrone della madre. Anche qui la storia personale di Douglass seppur incerta, viene sfruttata come pretesto per descrivere la difficile condizione di quei bambini il cui padrone è anche il padre, supportando sempre di più la tesi che la narrazione fosse stata scritta con l’intento di aiutare l’abolizionismo rendo note certe pratiche a chiunque leggesse il libro. Nel secondo capito infatti Douglass, fa anche una breve descrizioni delle condizioni di vita degli schiavi e di come all’interno di questo gruppo, fosse possibile distinguere alcuni privilegiati, alcuni per le mansioni meno faticose e altri per i buoni rapporti che il padrone instaurava con loro. A tal proposito, Douglass dice di aver avuto due padroni: il primo è il capitano Anthony, così chiamato perché possessore di una barca a vela, presso il cui servizio il protagonista è testimone di alcuni degli atti più terribili a cui assisterà mai, spesso per mano dei suoi sovraintendenti, il cui aggettivo più ricorrente per definirli è sempre “crudele”; fino all’arrivo di Hopkins che invece viene definito “umano”. La relativa pace conosciuta con Hopkins però ha vita breve: tutto cambia quando questo viene sostituito nella sua carica di guardiano da Austin Gore, un uomo “orgoglioso, ambizioso e tenace, quanto era scaltro, crudele e incallito” famoso per la sua “selvaggia barbarie” di cui non esitava a dar prova, come dimostra l’uccisione senza rimorso di uno degli schiavi, pur sapendo che avrebbe arrecato un danno al suo padrone sottraendogli forza lavoro. 1

Date queste premesse, si può capire perché Douglass dica al momento della sua partenza, di lasciare la piantagione con gioia per recarsi a Baltimora, dove servirà la famiglia Auld in qualità di sorvegliante del figlio della coppia per sette anni. Gli Auld sono per Douglass dei padroni essenzialmente buoni e anche se il comportamento della signora Auld peggiorerà nel tempo, non verranno mai descritti con nessuno degli aggettivi usati nei capitoli precedenti. In seguito a numerosi avvenimenti che complicano la sua storia, Douglass giunge al servizio di Thomas Auld e della moglie e di nuovo si parlerà di crudeltà, che scatenerà in lui un comportamento tale da dover essere mandato prima presso un tale signor Covey, conosciuto come “domatore di schiavi” e poi presso il signor Freeman, da lui considerato come il migliore tra i padroni che ebbe. È presso Freeman che nasce in Douglass un sincero e profondo attaccamento ai suuoi fratelli schiavi, che sarà ciò che guiderà le sue azioni anche dopo aver guadagnato la sua libertà, continuando a combattere per quella degli altri. SPESSO SI TENDE A GIUSTIFICARE LO SCHIAVO DICENDO CHE E’ LUI E’ SCHIAVO E DI CONSEGUENZA E’ LA SUA RESPONSABILITA’ DI ESSERLO E IL SUO RUOLO NATURALE E’ QUELLO DI FARSI SCHIAVIZZARE. Lo schiavo è stato talmente tanto umiliato da permanere in lui l’idea di non poter essere nient’altro che uno schiavo. La figura dello schiavo perfetto per Douglass è lo schiavo al quale il padrone regal aun’altro schiavo e lui lo accetta, si deduce che dalla concezione di desiderare la libertà si passa ad essere il peggiore schiavista. Come si diseduca alla schiavitù? Svolgendo un lavoro sulle concezioni e su ciò che permette un determinato comportamento. 2