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Riassunto libro "Italiani che lasciano l'Italia" di Fabio Berti e Marco Alberio, Sintesi del corso di Sociologia

Il libro illustra le motivazioni della fuga di cervelli italiana. È una ricerca qualitativa sull'emigrazione italiana, illustra e riporta interviste di italiani che vivono a Londra, Parigi, Berlino, New York, Atene. Si parla di identità e integrazione, di migrazioni altamente qualificate, brain drain, mobilità accademica (e non solo), problematiche riguardo la Brexit. "Restare, tornare o ripartire" é la domanda che anima la tesi.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021
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Caricato il 27/01/2022

Alexia-Maria-Lupu
Alexia-Maria-Lupu 🇮🇹

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ITALIANI CHE LASCIANO L'ITALIA
Le nuove emigrazioni tra continuità e cambiamenti
1. Brain drain, mobili o semplicemente emigranti?
L'emigrazione all'estero è stato uno dei fenomeni più rilevanti dell'Italia
moderna. L'emigrazione come esperienza non si è mai esaurita e anche a
seguito della crisi del 2009 è tornata ad essere un fenomeno di "massa".
È necessario analizzare meglio il fenomeno di emigrazione, e non solo quello
di emigrazione italiana. Tomei (professore di sociologia presso unipi) parla di
eterogeneizzazione delle dinamiche migratorie e di una vera e propria
complementarietà funzionale di questi flussi in relazione alle dinamiche globali
contemporanee: nel caso italiano, l'arrivo dei lavoratori stranieri che vanno ad
inserirsi nei settori a più bassi salari e a più alta intensità di lavoro, e la
partenza di giovani istruiti alla ricerca di occupazioni di qualità, che
rappresentano le due facce della stessa medaglia.
Anche la ricerca sociale è tornata ad interessarsi del fatto che siamo di nuovo
un paese di emigranti. Emigranti di tutti i tipi, non solo cervelli ma anche
braccia, come accadeva più di un secolo fa al tempo delle migrazioni
transoceaniche. Questi spostamenti sono dovuti prevalentemente all'assenza
di opportunità nel paese di provenienza. L'Italia occupa la nona posizione
nella graduatoria mondiale dei paesi di emigrazione.
Anche l'opinione pubblica è tornata ad occuparsi di emigrazione; in un articolo
dei primi anni 2000, analizzando le posizioni storiche, Sciortino (prof.
sociologia uni Trento) individuava due tendenze:
- una più di destra, che tendeva a sancire una separazione radicale tra la
migrazione italiana e l'immigrazione in Italia;
- una più di sinistra, che tende a vedere le emigrazioni degli italiani
assimilate agli attuali flussi migratori in ingresso in Italia.
La prima Sottolinea come gli emigrati italiani sono fortemente richiesti
all'estero contrariamente agli stranieri in arrivo nel nostro paese.
Letture così divergenti esprimono la stessa tendenza a considerare
l'emigrazione come un fenomeno "tragico e anormale"cioè un fenomeno
sintomatico di una società molto vulnerabile.
L'attualità e la rinnovata attenzione nei confronti delle nuove migrazioni la
troviamo anche nella pluralità dei termini a cui si ricorre per spiegare tali
fenomeni ; ciò è sintomatico della mancanza di un paradigma unico e univoco:
i migranti si comparano con gli expat, il brain drain alla brain circulation.
Il termine brain drain nasce in contesto inglese durante gli anni '60 quando la
royal society si occupava degli scienziati che si recavano negli Stati Uniti.
Questo oggi descrive il depauperamento di un paese del suo capitale umano
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ITALIANI CHE LASCIANO L'ITALIA

Le nuove emigrazioni tra continuità e cambiamenti

1. Brain drain, mobili o semplicemente emigranti? L'emigrazione all'estero è stato uno dei fenomeni più rilevanti dell'Italia moderna. L'emigrazione come esperienza non si è mai esaurita e anche a seguito della crisi del 2009 è tornata ad essere un fenomeno di "massa". È necessario analizzare meglio il fenomeno di emigrazione, e non solo quello di emigrazione italiana. Tomei (professore di sociologia presso unipi) parla di eterogeneizzazione delle dinamiche migratorie e di una vera e propria complementarietà funzionale di questi flussi in relazione alle dinamiche globali contemporanee: nel caso italiano, l'arrivo dei lavoratori stranieri che vanno ad inserirsi nei settori a più bassi salari e a più alta intensità di lavoro, e la partenza di giovani istruiti alla ricerca di occupazioni di qualità, che rappresentano le due facce della stessa medaglia. Anche la ricerca sociale è tornata ad interessarsi del fatto che siamo di nuovo un paese di emigranti. Emigranti di tutti i tipi, non solo cervelli ma anche braccia, come accadeva più di un secolo fa al tempo delle migrazioni transoceaniche. Questi spostamenti sono dovuti prevalentemente all'assenza di opportunità nel paese di provenienza. L'Italia occupa la nona posizione nella graduatoria mondiale dei paesi di emigrazione. Anche l'opinione pubblica è tornata ad occuparsi di emigrazione; in un articolo dei primi anni 2000, analizzando le posizioni storiche, Sciortino (prof. sociologia uni Trento) individuava due tendenze:

  • una più di destra, che tendeva a sancire una separazione radicale tra la migrazione italiana e l'immigrazione in Italia;
  • una più di sinistra, che tende a vedere le emigrazioni degli italiani assimilate agli attuali flussi migratori in ingresso in Italia. La prima Sottolinea come gli emigrati italiani sono fortemente richiesti all'estero contrariamente agli stranieri in arrivo nel nostro paese. Letture così divergenti esprimono la stessa tendenza a considerare l'emigrazione come un fenomeno "tragico e anormale"cioè un fenomeno sintomatico di una società molto vulnerabile. L'attualità e la rinnovata attenzione nei confronti delle nuove migrazioni la troviamo anche nella pluralità dei termini a cui si ricorre per spiegare tali fenomeni ; ciò è sintomatico della mancanza di un paradigma unico e univoco: i migranti si comparano con gli expat, il brain drain alla brain circulation. Il termine brain drain nasce in contesto inglese durante gli anni '60 quando la royal society si occupava degli scienziati che si recavano negli Stati Uniti. Questo oggi descrive il depauperamento di un paese del suo capitale umano

e viene utilizzato per indicare la migrazione di persone altamente qualificate che si trasferiscono e lavorano in un altro. Diverso è il fenomeno della brain circulation, che rimanda ad una circolazione fluida dei lavoratori qualificati. Nel primo caso ci sono paesi che perdono e paesi che guadagnano, mentre nel secondo tutti sembrano trarre vantaggio dalla situazione. Anche in Italia si è parlato di brain drain, che nell'immaginario collettivo incarna la dimensione prevalente della mobilità degli italiani. Non sempre al concetto di fuga di cervelli corrisponde uno status reale di successo e stabilità. Il brain drain non esaurisce il fenomeno di cui stiamo parlando; parlare solo di cervelli in fuga è riduttivo in quanto gli emigrati hanno diversi livelli di istruzione e qualificazione personale, ma anche perchè potrebbe risultare offensivo pensare che un emigrante con licenza elementare o media non abbia un cervello né possegga un qualche talento. Per quanto riguarda gli spostamenti in territorio europeo talvolta si preferisce parlare di "mobilità" (non distingue tra ""poveri"" che arrivano in Italia e italiani che migrano); nonostante la definizione di migrante sia neutra, ha nell'immaginario collettivo un altro significato , che spesso viene utilizzato come un insulto. Così non solo le persone mobili sono diverse dai migranti, ma il processo di mobilità e migrazione si diversificano.

2. Le nuove emigrazioni tra continuità e cambiamenti Tra le migrazioni del passati e quelle di oggi ci sono molte più similitudini di quanto si pensi. Possono essere migranti qualificati o non qualificati, temporanei… ma restano in ogni caso migranti, come gli stranieri che arrivano in Italia oggi o come chi ha lasciato l'Italia oltre un secolo fa. Anche all'idea della grande mobilità europea sostenuta dalle politiche europee, sembra superata a causa di una brusca inversione di tendenza dell'idea stessa di Europa: brexit e anche tante nuove forme di nazionalismo protezionistico e antieuropeista stanno mettendo in discussione il diritto di libera circolazione che sembra resistere solo per le migrazioni qualificate. Il caso del Regno Unito resta sotto questo punto di vista emblematico: la retorica populista dei partiti di centro destra ha giocato facile nell'indicare l'aumento dell'immigrazione come causa del malessere economico sociale di ampie fasce della popolazione britannica. I sentimenti razzisti ed antieuropeisti diffusi tra la working class, colpita dalle trasformazioni economiche, ha avuto un ruolo cruciale nella campagna a favore della Brexit. In passato non sono mancati i tentativi da parte di alcuni paesi di limitare il diritto di circolazione agli stessi cittadini comunitari per non gravare sui propri sistemi di Welfare. Già adesso una quota non trascurabile dei nuovi emigranti italiani si sta dirigendo verso paesi extra europei dove le regole di accesso

4. Regioni di origine, paesi di destinazione Per quanto riguarda le regioni di origine dei migranti possiamo rilevare che se in passato si partiva dalle regioni meridionali, tra il 2012 e il 2017, più della metà delle migrazioni sono costituite da emigranti delle regioni settentrionali. Questo fenomeno lascia ipotizzare che ancora una volta ci troviamo di fronte a schemi già rivisti in altri contesti: da un lato chi vive in condizioni economiche di difficoltà, e che quindi è più impossibilitato a spostarsi all'estero e dall'altro, la crisi economica sembra aver innescato una tendenza all'emigrazione delle persone residenti nelle regioni più vicine non solo geograficamente all'Europa. Analizzando invece l'età di chi parte è evidente che la nuova emigrazione italiana è prevalentemente giovanile; secondo i dati dell'AIRE del 2017 il 37,4% delle nuove iscrizioni riguardano i giovani 18-34 anni, mentre il 25% dei casi riguarda la fascia di età 35-49. Inoltre notiamo un aumento degli anzini e degli adulti: 11% tra i 50 e i 64 anni mentre invece il 7,1% oltre i 64. In linea con la retorica del brain drain, uno degli elementi che distingue la nuova migrazione italiana da quella vecchia è il peso crescente della sua componente istruita. I laureati restano nonostante questo una componente minoritaria dell'emigrazione italiana, anzi nella fascia di età 25-34 anni la propensione ad emigrare aumenta proprio tra le persone che si trovano nelle condizioni di istruzione opposte, mentre tra i giovanissimi aumenta la propensione ad emigrare dei laureati. L'emigrazione italiana è molto articolata. Inoltre, le nuove migrazioni interessano anche i "nuovi italiani", ovvero i figli degli immigrati stranieri arrivati in Italia che ad un certo punto decidono di spostarsi nuovamente. Le mete predilette degli italiani negli anni rimangono sostanzialmente le stesse, dopo il boom della Gran Bretagna, la Germania è tornata la meta più popolare. I paesi extraeuropei ricevono un minor numero di migranti italiani ma presentano esperienze particolarmente significative, come nel caso di Montreal o di New York. Nei paesi più lontani i nuovi arrivati tendono di più ad entrare in contatto con la comunità italiana stabilitasi in loco già anni prima, anche se poi raramente vi si integrano. 5. Alla ricerca delle cause Per provare a spiegare i motivi dei nuovi processi emigratori non possiamo non prendere in considerazione alcune dinamiche economiche e del mercato del lavoro. Un dato è quello della disoccupazione. In alcuni paesi come Germania e Regno Unito, il tasso di disoccupazione è molto basso a differenza di paesi quali Italia, Spagna e Grecia, la disoccupazione è di almeno 5 punti percentuali superiore.

Per quanto riguarda i giovani, i dati eurostat 2018 mostrano che l'Italia registra un tasso di occupazione tra i più bassi d'Europa nella fascia 25-34 anni. Questi pochi dati riescono a darci una prima spiegazione circa l'aumento dei flussi migratori dall'Italia. Concetto di drivers di Pugliese: non si deve ricercare il motivo delle nuove migrazioni solo nelle dinamiche push/pull ma si predilige il concetto di dirvers, che prevede l'esistenza di una pluralità di fattori da tenere in considerazione che cambiano in base alle situazioni. In ogni caso le migrazioni, anche quelle recenti, sembrano essere innescate dagli squilibri e dalle differenze di opportunità tra i diversi paesi e dal tentativo di realizzare le aspirazioni personali e professionali: fattori oggettivi si intrecciano con fattori soggettivi determinando diverse spinte propulsive , diversi progetti migratori e diverse tipologie di nuovi migranti italiani. Le ricerche empiriche mettono in evidenza una pluralità di motivazioni alla base delle scelta di partire: La ricerca di un lavoro è l'asse centrale della scelta di partire. Altri si concentrano su motivazioni private e altri ancora su motivazioni materialistiche. Sulle nuove emigrazioni italiane, Elena Caneva ha individuato 3 tipologie di migranti:

  • delusi/insoddisfatti→ la migrazione appare come una necessità, si emigra perché i salari italiani sono bassi e le opportunità lavorative sono scarse;
  • esploratori→ desiderio di vivere nuove esperienze;
  • mobili per indole→ sono quei giovani nati e cresciuti in un contesto globale che hanno fatto proprio e interiorizzato un habitus transnazionale. Trasferirsi da una città all'altra per loro è un evento ordinario. Un ultimo aspetto da prendere in considerazione non riguarda tanto le cause ma le conseguenze in seguito a questi nuovi processi migratori che si avranno in Italia. Da un lato l'approccio ottimista che vede la migrazione come un fenomeno favorevole sia per i paesi d'origine che per quelli di destinazione: i migranti altamente qualificati mantengono legami con il paese d'origine, soprattutto attraverso investimenti in campo imprenditoriale o della ricerca, avviando collaborazioni tra Italia e paesi di arrivo, che innescano poi una crescita sociale ed economica. Dall'altro lato ci sono i sostenitori di un approccio pessimista che considerano gli impatti negativi, conseguenti all'uscita di capitale umano. Le migrazioni qualificate diventano una sorta di "perdita economica".

7. Note conclusive I dieci anni appena trascorsi sono risultati particolarmente difficili per il nostro Paese. Queste difficoltà risultano ancora più amplificate analizzando ciò che è avvenuto in altri paesi, l'Italia sembra particolarmente colpito dalla sua incapacità di reazione e di rilancio. In questo quadro di sfondo, l'Italia è tornata ad essere un paese di emigranti. Grazie alle ricerche presentate in questo volume svolte soprattutto secondo il metodo dell'intervista qualitativa, abbiamo adesso alcune conferme alle molte ipotesi. In particolare siamo in grado di ribadire almeno 4 caratteristiche principali:

  • la rilevanza quantitativa che mostra un'accelerazione delle partenze proprio negli ultimi anni;
  • l'eterogeneità di coloro che partono, che ci allontana dalla percezione diffusa in Italia secondo la quale sarebbero solo i giovani laureati a partire per scelta e non per necessità;
  • la complessità del fenomeno, che per molti versi lo differenzia dalle esperienze del passato pur rimanendo la centralità della ricerca di nuove e migliori occasioni di vita;
  • la difficoltà che spesso i nuovi emigranti incontrano all'estero: si sommano i problemi di integrazione e di ricostruzione dell'identità e del sistema delle appartenenza, soprattutto quando il progetto migratorio non è ben definito.

PARTE I

LE MIGRAZIONI QUALIFICATE

Gabriele Tomei - TALENTI IN FUGA E STRANIERI IN ARRIVO Quali complementarietà dietro l'eterogeneizzazione dei flussi migratori?

1. Introduzione Una tra le più recenti tendenze migratorie della popolazione italiana residente è costituita dall'emigrazione di un numero crescente di giovani studiosi altamente qualificati. Questo nuovo fenomeno ha realizzato un singolare contrappunto rispetto ad altri due cambiamenti:

  • il rallentamento dei flussi di immigrazione tradizionale a causa della recessione;
  • il consolidamento di un nuovo flusso di immigrazione di migliaia di richiedenti asilo che hanno cercato in Europa migliori opportunità lavorative e anche di vita. Questi eventi hanno stimolato un nuovo sviluppo degli studi sulle migrazioni; solo poche ricerche però hanno riflettuto sui nessi che intercorrono sulle diverse direzioni e tendenze migratorie, esplorando i processi e i meccanismi sociali che si innescano alla base di tutte le migrazioni. Si fa sempre più necessario portare alla luce questi nessi che spingono le tendenze nelle mobilità contemporanee. Con riferimento al caso italiano, Pugliese ha specificato come all'interno delle diverse tipologie e direzioni dei flussi migratori che attraversano il paese vi siano elementi coerenti e comuni che dipendono dal processo di SEGMENTAZIONE del mercato del lavoro. La correlazione che Pugliese individua è centrale, eppure il nesso non è così diretto, ma dipende dalla presenza di una terza dimensione, che esercita la propria influenza sui primi due. Questa terza dimensione è costituita dalla congiunzione della trasformazione degli equilibri geopolitici e geoeconomici internazionali. Da essa dipendono sia la segmentazione del mercato del lavoro sia la conseguente differenziazione dei flussi migratori. Con riferimento al caso italiano, l'impatto della trasformazione del modello produttivo globale ha determinato due tendenze:
  • ha alimentato una potente eterogeneizzazione di tutte le dinamiche migratorie;
  • ha reso tutte queste differenze sempre più complementari, mobilitando i diversi flussi secondo logiche coerenti alle nuove geometrie della domanda di lavoro globale.
  • Belgio 1,
  • Regno Unito 0,
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  • Svezia 0,
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  • Unione Europea 0,
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  • Estonia 0,
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Slovenia 0, Grecia -0, Finlandia -0, L'Italia si sta rapidamente trasformando da una delle economie più industrializzate del mondo ad una delle più eccellenti perdenti della competizione globale. Nel corso degli anni, l'Italia ha perduto la competitività industriale che aveva raggiunto nel dopoguerra; per questo gruppi pubblici e privati hanno progressivamente disinvestito nel settore di ricerca e sviluppo. Per questi motivi l'Italia ha registrato un livello medio di investimento in ricerca e sviluppo nel periodo 2007-2017 pari al 1.27% del proprio PIL. Parallelamente, le imprese operanti nei settori industriali a bassa intensità di tecnologia ed ad alta intensità di lavoro hanno cercato di rimanere competitive riducendo il costo del lavoro, comprimendo i salari. L'effetto combinato di queste tendenze sono alla base dell'aumento delle emigrazioni qualificate dei giovani che dal nostro paese muovono verso i nuovi attrattori mondiali di forza lavoro altamente specializzata. 2.2 Segmentazioni, eterogeneità, complementarietà Gli effetti di questi processi di sradicamento e di mobilitazione umana non sono ne generalizzati ne omogenei. Piuttosto sono selettivi e orientano la mobilità delle persone in base alla distribuzione delle possibilità concrete, alla posizione relativa che gli individui e i gruppi mantengono nel sistema globalizzato di stratificazione sociale. Il principale stimolo nella selezione e stratificazione dei migranti è costituito dalle prospettive di collocamento occupazionale all'interno di un qualche spazio del mercato del lavoro internazionale. Tuttavia il funzionamento dei dispositivi amministrativi nazionali e dei modelli di integrazione nel mercato del lavoro rendono evidente come i processi di inclusione non possano avvenire in un regime di "libera" competizione ma solo all'interno di regimi di segmentazione e confinamento. Riferendosi alla definizione politica e linguistica dello status del migrante, Cohen ha rivelato gli effetti segreganti del riconoscimento legale degli immigrati che al momento del loro arrivo sono differenziati con:

  • status di cittadini a pieno titolo;
  • residenti temporanei;
  • nuovi iloti.

consenso dei soggetti viventi. I corpi vivi diventano il capo dove le logiche sistemiche e l'agency personale si scontrano. L'approccio biopolitico fornisce una lente che svela un rapporto di interdipendenza tra la soggettività dei migranti e le dinamiche strutturali dei sistemi socio-economico e politico- istituzionale: secondo questo approccio la decisione di migrare è da comprendere come adesione ad un sistema che promuove la migrazione quale componente di valore della soggettività auto- imprenditrice. È al livello della formazione e legittimazione di questa soggettività che vanno ricondotti i processi sociali alla base dell'eterogeneizzazione complementare. 3.2. I meccanismi dell'agency attiva I dispositivi biopolitici operano selezionando alcune delle dimensioni strategiche della soggettività, anche di quella migrante. Nella prospettiva di analisi inaugurata da Foucault, il potere opera attraverso la costruzione di rappresentazioni proposte come veritiere, che in quanto tali richiedono ai soggetti adesione e fedeltà. Ma come si costituisce il senso interiore? Un utile punto di partenza è offerto dal dibattito sulla natura dell'agency attiva, che la definisce quale il prodotto dell'attualizzazione dell'esperienza personale del tempo. I modi specifici in cui le persone ricordano e danno un senso agli eventi passati, i significati attribuiti alle memorie personali, ai possibili futuri immaginati costituiscono 3 meccanismi fondamentali attraverso i quali si forma l'agency attiva dei soggetti. Nel caso delle pratiche migratorie, i tre meccanismi identificati da Emirbayer e MIsche svolgono un ruolo strategico nell'orientamento cognitivo ed emotivo. Essi sono:

  • responsabilizzazione dei migranti → viene promossa dall'azione neoliberista attraverso la ridefinizione in termini di debito contratto dell'esperienza di aiuto ricevuto in passato: dall'approvazione della scelta migratoria, al sostegno psicologico e economico della famiglia. Al tempo stesso, la traduzione del rapporto con la propria comunità favorisce la parallela rilettura del rapporto con il proprio passato in termini di investimento. Questo sarà più legittimo e degno di rispetto in quanto la cosa più vicina alla figura di auto-imprenditorialità abbracciata dal neoliberismo. Attraverso questo dispositivo il discorso pubblico dominante e gli schemi di verità corrispondenti spingono i giovani qualificati che risiedono sulla sponda meridionale europea a spostarsi al nord;
  • aspirazione → nel caso dei nuovi espatriati italiani qualificati e istruiti, il discorso pubblico dominante utilizza questo meccanismo per assegnare alla soggettività il valore di progetto e per riorientare il sistema di aspettative verso il perseguimento di obiettivi legittimati, in quanto coerenti con il modello di autosfruttamento che sta alla base del capitalismo moderno: accettare lavori precari e sottopagati per inserirsi in un paese straniero e raggiungere l'autonomia ed una posizione sociale commisurato a quello delle generazioni precedenti di migranti della sua stessa comunità. La retorica dei "cervelli in fuga" costituisce un esempio di come i giovani talenti dei paesi dell'Europa meridionale maturino desideri secondo cui il riconoscimento del proprio successo professionale si associ sempre all'esperienza dell'emigrazione. La prospettiva dell'eterogeneità complementare spinge anche i migranti che arrivano a sud a accettare le dure condizioni sociali e lavorative;
  • percezione del rischio → rappresenta una dimensione decisiva nell'attivazione delle prime due. Essa infatti opera come una leva cognitiva, in grado di riorientare le responsabilità quanto le aspirazioni dei candidati migranti sulla base della valutazione del livello di possibile rischio che incombe o potrebbe incombere sulla situazione presente. La sola credenza nella possibilità che la situazione del proprio paese possa peggiorare è sufficiente per innescare il fenomeno migratorio. Nei giovani altamente qualificati la percezione della crisi coinvolge anche la considerazione dell'intera vita pubblica e della tenuta morale del paese. Nel caso dei migranti storicamente residenti in Italia e in quello dei richiedenti asilo la percezione delle crisi si definisce lungo le dimensioni della riduzione delle opportunità di lavoro e di reddito.
  1. Conclusione Il disinvestimento nel settore industriale a favore del collocamento dei principali attori economici nel settore finanziario, hanno prodotto una espulsione di molti lavoratori e ha dato vita alla necessità di espatriare nei giovani. Contemporaneamente ha prodotto uno smantellamento del sistema di relazioni industriali e del regime di welfare post-bellici. Questa situazione fa sì che i migranti regolari accettino lavori a basso costo e alta intensità, i disoccupati a diventare lavoratori irregolari e i richiedenti asilo a rimanere in un limbo socio-legale. Questa eterogeneità si dimostra

formative, relazionali ed esperienziali, che saranno il suo personale valore aggiunto. Conseguentemente secondo questi studi le migrazioni di soggetti altamente qualificati sarebbero il risultato di scelte autonome, razionali e ottimizzanti degli individui che si muovono verso luoghi in cui il proprio capitale umano possa essere maggiormente valorizzato;

  1. NEO-CLASSICAL APPROACH → teorie marxiste legate al rapporto tra centro e periferia. Definisce il centro come l'insieme dei paesi sviluppati e invece quelli in via di sviluppo sono considerati periferia. Secondo questa teoria, i flussi migratori dei soggetti altamenti qualificati avrebbero una direzione univoca della periferia verso il centro, con la conseguenza di espropriare gli stati periferici del valore aggiunto che i soggetti che si sono formati e hanno ottenuto un alto grado di competenze all'interno degli stessi potrebbero portare alle economie dei paesi d'origine; I due approcci non sono antitetici ma anzi si completano, fornendo una lettura coerente dei fenomeni migratori dei soggetti altamente qualificati. Seppur queste impostazioni teoriche mantengano il proprio ricnoscimento all'interno del contesto degli studi sui processi migratri contemporanei, a partire dagli anni NOvanta l'osservazione di movimenti di personale altamente qualificiato, che vedevano un nuovo polo di attrazione nei paesi emergenti del Golfo del Persico e del Sud est asiatico hanno messo in discussione alcuni degli assunti con ui si era sostanziato questo filone di studi. Inannzitutto, le teorie legate al concdtto del capitale umano sono state criticate rispetto alla presunta autonomia soggettiva con cui si tentava di raccontare la scelta migratoria degli individui: alcuni studiosi affermavano che le dinamiche migratorie erano determinate da differenti istituzioni politiche ed economiche. In secondo luogo, sono state le dinamiche legate all'imporsi dei processi di globalizzazione e allo sfumare della dicotomia centro-periferiaa a determinare dei limiti alla lettura classica delle migrazioni qualificate: essi si definiscono quindi "policentrici" (non c'è più una chiara e unica direzione). L'insieme di queste teroizzazioni strutturano un nuovo paradigma nella lettura di questi fenomeni definito come approccio circolazionista. Nell'economia del presente contributo è importante sottolineare almeno due livelli di problematicità delle letture presentate rispetto alla attuale fase storica, politica ed economica. Le teorie del capitale umano, che rimangono comunque dominanti, assumono come il mercato e le relezioni sociali che questo istruisce siano elementi naturali, auto-evidenti, che non necessitano di essere sostanziati anche dal punto di vista empirico. Inoltre, nel capitalismo

cognitivo il lavoro dei soggetti altamente qualificati non appare più essere un eccezione nella complessità con cui oggi si struttura il mercato del lavoro globale: precarietà, svalutazione materiale e gerarchizzazione intersezionale intervengono anche nelle biografie dei "knowledge workers", e costringono chi vuole concentrarsi nello studio dei processi migratori che li vede coinvolti a problematizzare e ad aggiornare le letture sociologiche in questo ambito.

  1. MIgrazioni accademiche e università neoliberale Nonostante la definizione di knowledge workers presenti delle difficoltà nell'individuazione di una precisa categoria analitica in grado di rappresentare la complessità, i vari approcci che hanno considerato i ricercatori universitari come "paradigmatici"nel descriverne forme e significati. Per comprenderne l'importanza è quindi fondamentale individuare quali sono le caratteristiche principali di quella che è stata definita come università neoliberale. È necessario quindi ripartire dalla rilevanza che le istituzioni accademiche hanno assunto all'interno delle forme di produzione contemporanee: da un lato si presentano come luoghi in cui si elaborano e si condividono saperi e conoscenze, dall'altro però sono spazi in trasformazione in relazione alla crescente pervasività dei modelli organizzativi improntati al new public management. In anni recenti la crisi finanziaria delle università, il blocco delle assuzioni e un mercato del lavoro interno fortemente segmentato siano fenomeni comuni a tutti i paesi a capitalismo avanzato e non solo. L'insieme di queste dinamiche hanno spinto le accademie globali a seguire le forme organizzative del settore privato, con l'obiettivo di ottimizzare la produttività delle istituzioni universitarie nel contesto neoliberale. Una delle conseguenze più visibile nei processi di assoggettamento dei ricercatori precari all'interno dei sistemi accademici contemporanei è il manifestarsi di un self neoliberale. Questo sarebbe un il risultato dell'azione della competizione, della meritocrazia e della retorica dell'eccellenza come dispositivi privilegiati nel determinare la definizione delle esperienze biografiche e professionali. Queste dinamiche mostrano come l'idea individualizzante del capitale umano sia integrata nelle relazioni sociali interne a questi specifici luoghi della produzione. Dagli ultimi anni del secolo scorso gli stati membri dell'UE hanno avviato un percorso denominato il Processo di Bologna , attraverso il quale ci si prefiggeva l'obiettivo di rendere questo spazio transnazionale maggiormente competitivo nel mercato globale dei saperi e della consocenza. Tramite una lunga serie di direttive comunitarie sono state incentivate da un lato le collaborazioni tra atenei presenti all'interno dei territori UE e dall'altro si è invece posta l'attenzione sulla creazione di uno spazio politico e sociale di

gerarchizzanti per governare un mercato del lavoro europeo e transnazionale, che rende i soggetti sempre più precari e vulnerabili.

  1. Le parole dei soggetti: ambivalenze della mobilità accademica Guardando alle narrazioni che i soggetti hanno proposto delle proprie esperienze di mobilità, un primo dato trasversale rintracciabile è legato ad ua visione ambivalente del valore che le esperienze aggiungono al proprio valore professionale. Per i ricercatori precari al centro dell'indagine lo spostarsi in un altro paese per svolgere attività di ricerca, permette di confrontarsi con approcci e modalità pratiche del "fare ricerca" differenti, di sviluppare la capacità di fare ricerca in un'altra lingua ecc.. Dall'altro lato i soggetti affermano come le retoriche legate all'internalizzazione che infarciscono il discorso pubblico italiano, siano molto problematiche se paragonate alle loro esperienze incarnate. In Italia una delle tematiche più ricorrenti è legata al fatto che nelle rappresentazioni pubbliche della mobilità dei ricercatori italiani si tende a definire il ricercatore come un lavoratore, esaltandone il suo capitale umano, senza prendere in considerazione il fatto che i ricercatori sono allo stesso tempo delle persone. Questa dinamica tende a nascondere il fatto che non tutti partono dalle stesse condizioni (sociali, economiche...) approcciandosi alla professione di ricercatore. Molti intervistati menzionano questi fattori che creano delle asimmetrie nel mondo dei ricercatori. Da questo punto di vista, se la creazione dello spazio europeo ci racconta il tentativo di costruire un mercato del lavoro di questo settore produttivo su scala transnazionale, allora anche i processi di gerarchizzazione di cui sopra si giocheranno su scala transnazionale. Le retoriche neutralizzanti all'internalizzazione si scontrano con la materialità delle vite di questi soggetti: Anche dal punto di vista della crescita professionale i soggetti al centro dell'indagine problematizzano in modo radicale il valore aggiunto che queste esperienze potrebbero portare al proprio percorso. Molto diffusa l'idea che spostarsi non garantisca alcuna nuova prospettiva di lungo corso, ma rischi invece di minare le relazioni e i network professionali che il soggetto ha stabilito nei sistemi universitari locali. Si scommette sul progetto professionale creato nel paese d'origine per un percorso all'estero che non fornisce alcuna sicurezza. I processi di mobilità che questi soggetti affrontano sono percepiti da loro stessi per lo più come una strategia da adottare per rincorrere nuovi contratti e

nuove possibilità di breve termine e ridefinita a partire dalle possibilità contestuali che di volta in volta si presentano. In questo senso la mobilità riflessiva potrebbe essere un processo che potrebbe durare anche tutta la vita. Un ultimo tema che i soggetti intervistati mettono in evidenza con ua forza critica è la definizione pubblica dei processi di mobilità in analisi che in Italia vengono rappresentati con l'idea della fuga dei cervelli. Molte delle interviste mettono in luce come il mercato della ricerca europeo come il mercato della ricerca europeo sia fortemente competitivo e che non è per niente scontato riuscire ad ottenere una posizione in un paese estero. La definizione di fuga di cervelli è contestata anche dal punto di vista lessicale e semantico, Diversi soggetti criticano sia l'idea della "fuga" contrapponendo loro il valore della scelta personale, sia l'idea dei "cervelli" sottolineando come la loro soggettività definita a partire dalla loro specificità professionale. I ricercatori intervistati enfatizzano il carattere riflessivo con cui i soggetti pensano ai propri spostamenti: se da un lato la "scelta" di un processo di decisione razionale, l'idea di pensare a queste soggettività non solo come cervelli, ma anche come "anime e corpi" mette in discussione l'idea che le traiettorie lavorative e biografiche di un soggetto possono essere determinate unicamente da quella definizione di capitale umano che le teorie neoliberali hanno strutturato parallelamente all'evolversi del capitalismo cognitivo.

  1. Conclusioni La standard view e le teorie circolazioniste, seppur rimangano approcci indispensabili, non sono sufficienti a comprendere la specificità della mobilità di questi soggetti all'interno di un paradigma in cui la precarietà e la dimensione transnazionale del mercato del lavoro della ricerca sono elementi strutturali e tendenzialmente definitivi. Se la narrazione legata al concetti di fuga di cervelli è uno dei discorsi che i sistemi di governance universitari nazionali e transnazionali utilizzano per gerarchizzare il mercato del lavoro della ricerca, per chi desidera mettere a disposizione i propri saperi, l'esigenza di criticare le teorie che centralizzano il concetto di capitale umano, diviene necessaria.