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Riassunto "Numeri per parlare" - Bazzanella Carla., Sintesi del corso di Filosofia

Riassunto completo del testo sopracitato. Ottimo per affrontare particolarmente l'esame di filosofia della scienza presso l'università degli studi di Messina.

Tipologia: Sintesi del corso

2016/2017
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luigi.tripiciano
luigi.tripiciano 🇮🇹

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Numeri per parlare – Bazzanella
1.Numeri per contare e per parlare
1.1.Contare e raccontare.
Raccontare o Narrare può essere considerato il centro della comunicazione umana.
Ciò che caratterizza il raccontare è la dialogicità, il piacere di fare due chiacchiere e,
tramite il racconto, dare un senso a quello che è successo, condividerlo con gli altri,
stringere e mantenere rapporti sociali. Nei secoli scorsi, raccontare vicino al fuoco, era
il modo di trasmettere cultura. In molte lingue si utilizza la stessa parola per parlare e
contare, raccontare e calcolare, con un intreccio stretto tra parole e numeri (in
siciliano ad esempio, cuntu e cuntari). Così, i numeri entrano nel narrare quotidiano,
nell’interagire con le parole, dandosi ad esempio un numero di cellulare per ritrovarsi
o chiedendo di aspettare “due minuti”, ben sapendo che non saranno “due”.
1.2.Il senso dei numeri
Il “senso dei numeri” è quella forma elementare di intuizione numerica, già presente
nei bambini e in varie specie animali. Abbiamo ereditato il senso dei numeri dalla
nostra storia evolutiva come il germe che favorisce le successive abilità matematiche:
“l’impiego dei numeri arabi, così familiare da far pensare che sia sempre esistito, è in
realtà frutto di un lento processo di invenzione”. Perché, il sistema numerico è a base
10? Perché dieci sono le dita delle mani, lo strumento più semplice per memorizzare
semplici operazioni. Le dieci dita della specie umana, hanno lasciato un’orma
permanente: ad esempio in alcune lingue i numerali no a quattro, sono uguali ai
nomi delle quattro dita. In tutte le lingue indoeuropee, i numerali no a dieci sono
indipendenti, così come cento e mille. Si utilizza un sistema di combinazione a base
10. Vi sono altre basi:
Il sistema binario: fondamentale in matematica e in informatica.
La base 5: il cinque si dice luna, ovvero “mano”.
Il sistema a base 12: signicativo in quanto divisibile per 2,3,4 e 6, e
apparentemente preferibile alla base 10, divisibile solamente per 2 e 5. Era
usato dagli assiro-babilonesi per lunghezze, volumi e superci. È ancora
presente come unità di misura (pollice – piede –dozzina).
Il sistema vigesimale: conta anche le dita dei piedi (base 20); è utilizzato
ancora, in Sicilia ad esempio: du vintini e ddeci per dire 30.
In altre culture si usano anche, per conteggi gestuali, dierenti parti del corpo
(palmo della mano…)
Dehaene nel ’97 ha proposto una distinzione fondamentale tra due sistemi cognitivi
relativo al senso dei numeri: non-simbolico (si basa sulla variazione di quantità e
può includere operazioni elementari di addizione e sottrazione) e simbolico (tipico
degli esseri umani adulti, si basa sul contare, è un sistema basato su tutte le
operazioni aritmetiche). L’uso non simbolico rimanda alla numerosità, cioè la semplice
valutazione percettiva di dierenti insiemi di oggetti e la capacità di confrontarla, e
quindi corrispondere alla cosiddetta interpretazione approssimata. Questa capacità è
presente nei bambini piccoli (che sanno scegliere un contenitore più pieno da uno più
vuoto) e negli animali. Crescendo, i bambini sviluppano anche l’uso simbolico dei
numeri, nelle sue varie forme e in relazione ad altre capacità cognitive, mentre i
primati non umani, rimangono sostanzialmente limitati all’interpretazione
approssimata. La specie umana, adulta, può alternare nell’uso quotidiano i due tipi di
uso, simbolico e non-simbolico, in relazione agli scopi dell’interazione specica in cui
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Numeri per parlare – Bazzanella

1.Numeri per contare e per parlare

1.1.Contare e raccontare.

Raccontare o Narrare può essere considerato il centro della comunicazione umana. Ciò che caratterizza il raccontare è la dialogicità, il piacere di fare due chiacchiere e, tramite il racconto, dare un senso a quello che è successo, condividerlo con gli altri, stringere e mantenere rapporti sociali. Nei secoli scorsi, raccontare vicino al fuoco, era il modo di trasmettere cultura. In molte lingue si utilizza la stessa parola per parlare e contare, raccontare e calcolare, con un intreccio stretto tra parole e numeri (in siciliano ad esempio, cuntu e cuntari ). Così, i numeri entrano nel narrare quotidiano, nell’interagire con le parole, dandosi ad esempio un numero di cellulare per ritrovarsi o chiedendo di aspettare “due minuti”, ben sapendo che non saranno “due”.

1.2.Il senso dei numeri Il “senso dei numeri” è quella forma elementare di intuizione numerica, già presente nei bambini e in varie specie animali. Abbiamo ereditato il senso dei numeri dalla nostra storia evolutiva come il germe che favorisce le successive abilità matematiche: “l’impiego dei numeri arabi, così familiare da far pensare che sia sempre esistito, è in realtà frutto di un lento processo di invenzione”. Perché, il sistema numerico è a base 10? Perché dieci sono le dita delle mani, lo strumento più semplice per memorizzare semplici operazioni. Le dieci dita della specie umana, hanno lasciato un’orma permanente: ad esempio in alcune lingue i numerali fino a quattro, sono uguali ai nomi delle quattro dita. In tutte le lingue indoeuropee, i numerali fino a dieci sono indipendenti, così come cento e mille. Si utilizza un sistema di combinazione a base

  1. Vi sono altre basi:
    • Il sistema binario: fondamentale in matematica e in informatica.
    • La base 5: il cinque si dice luna , ovvero “mano”.
    • Il sistema a base 12: significativo in quanto divisibile per 2,3,4 e 6, e apparentemente preferibile alla base 10, divisibile solamente per 2 e 5. Era usato dagli assiro-babilonesi per lunghezze, volumi e superfici. È ancora presente come unità di misura (pollice – piede –dozzina).
    • Il sistema vigesimale : conta anche le dita dei piedi (base 20); è utilizzato ancora, in Sicilia ad esempio: du vintini e ddeci per dire 30.
    • In altre culture si usano anche, per conteggi gestuali, differenti parti del corpo (palmo della mano…)

Dehaene nel ’97 ha proposto una distinzione fondamentale tra due sistemi cognitivi relativo al senso dei numeri: non-simbolico ( si basa sulla variazione di quantità e può includere operazioni elementari di addizione e sottrazione) e simbolico ( tipico degli esseri umani adulti, si basa sul contare, è un sistema basato su tutte le operazioni aritmetiche). L’uso non simbolico rimanda alla numerosità , cioè la semplice valutazione percettiva di differenti insiemi di oggetti e la capacità di confrontarla, e quindi corrispondere alla cosiddetta interpretazione approssimata. Questa capacità è presente nei bambini piccoli (che sanno scegliere un contenitore più pieno da uno più vuoto) e negli animali. Crescendo, i bambini sviluppano anche l’uso simbolico dei numeri, nelle sue varie forme e in relazione ad altre capacità cognitive, mentre i primati non umani, rimangono sostanzialmente limitati all’interpretazione approssimata. La specie umana, adulta, può alternare nell’uso quotidiano i due tipi di uso, simbolico e non-simbolico, in relazione agli scopi dell’interazione specifica in cui

un determinato numerale viene usato. Come in tutti gli aspetti comunicativi, le diverse componenti giocano sull’interpretazione di un numerale: spesso è richiesta assoluta esattezza (pin bancomat – matricola universitaria) pena, il non riconoscimento/malfunzionamento.

1.3.Precisi al cento per cento 1.3.1.Cardinalità e false credenze. Utilizzare un numero in modo preciso, riferendosi alla quantità esatta indicata con il numero stesso, corrisponde alla cardinalità, quella che viene subito in mente quando pensiamo ai numeri. Questi, nell’interpretazione precisa ricorrono frequentemente nella lingua quotidiana: nelle estrazioni della lotteria, nei limiti vi velocità, nei bilanci, nelle multe e, in tutte le transazioni commerciali. Notiamo, che l’uso di orologi digitali sembra favorire l’indicazione precisa ai secondi dell’ora, anche in situazioni quotidiane che non richiederebbero tale esattezza. L’uso preciso dei numeri è naturalmente la funzione più importante, in particolare negli studi matematici, degli economisti e statistici che, si basano, su dati numerici. Non sempre però i dati numerici forniti corrispondono a quelli reali, come nel caso dei dati scientifici volontariamente falsificati per far tornare gli esperimenti. Le false certezze sono frequenti anche nelle statistiche che, possono mentire, come oppure distorcere, quando si utilizzano nozioni confuse di “media statistica” o propongono associazioni non correlate da causa/effetto. Le statistiche possono manipolare intenzionalmente in pubblicità come in politica: una statistica ben confezionata funziona meglio di una “grande bugia”. È vero che in molti, che non abbiano una certa familiarità con la matematica, di fronte a numeri, percentuali, frazioni, equazioni ecc., scatta una specie di rispetto e accettazione senza controllo, che rende convincenti le affermazioni o le argomentazioni generali basate su di essi, anche se imprecise. Solo nel caso di un forte contrasto tra cifre dichiarate da fonti diversa non può non sorgere il dubbio, ad esempio, le cifre riguardanti manifestazioni di massa, basate ad esempio su calcolo relativi ai metri quadrati di suolo occupato e alla densità media, non risultano esatte. Oppure, i numeri della mafia: i 500 latitanti più pericolosi della mafia, sono diventati di colpo 30. Non crediamo siano stati presi 470 mafiosi, piuttosto la selezione è divenuta maggiormente “elitaria”. Queste alterazioni, diventano confortanti per il pubblico. In Italia si preferisce cambiare la nomenclatura anziché la realtà. Un’altra possibilità, rara, è quella di una successiva dichiarazione di inesattezza, ad esempio, a New York, i poliziotti confessano di aver manomesso di tati sulla criminalità per presentare al mondo “l’immagine di una città che ha sconfitto la criminalità”.

1.3.2.Quando è impossibile o irrilevante essere precisi In alcuni casi è impossibile essere precisi con i numeri, come succede con le prime stime relative alle vittime dei disastri naturali. In altri casi può non essere rilevante stabilire con esattezza il numero di partecipanti ma interessa semplicemente l’ordine di grandezza (eravamo una ventina ).

1.3.3.Indicatori linguistici di interpretazione precisa di un numerale

  • Quando, al contrario, nella vita quotidiana, vogliamo indicare che ci stiamo riferendo a un’interpretazione precisa di un numerale, possiamo sottolinearlo con degli indicatori linguistici, ad esempio “ in punto”, come: “ Ci vediamo alle 9 in punto, ok?”
  • Oppure, quando richiediamo una quantità precisa di un prodotto alimentare aggiungiamo “di numero”: “ Dieci zucchine di numero.”

affievolendo. Partendo dal principio pragmatico di economia, che preferisce espressioni semplici a quelle complesse, è logico preferire interpretazioni numerali approssimate piuttosto che precise. L’uso dei numerali nella lingua, è sensibile, da una parte, alla convenzionalizzazione; lo abbiamo accennato prima. Dall’altra parte, al contesto specifico che offre delle “piste” per interpretare. Quando leggiamo su un cartellone per elezioni, accanto al viso di una candidata “1 sola parola!”, chiunque capisce che la candidata dichiara essere una sua specifica qualità, che si può considerare una espressione correlata a “essere uomo di parola” (dare la parola e mantenerla). In molti casi, nella lingua di tutti i giorni, i numeri vengono usati nella loro interpretazione approssimata, assumendo, un valore vago: invece di corrispondere alla quantità indicata dalla cardinalità esatta, indicano il limite inferiore o superiore; uno spazio più o meno ampio. Se chiediamo due fagiolini , indichiamo un numero minimo, ma ci aspettiamo una quantità maggiore, oppure, dicendo: “con questa promozione posso chiamarti 10 volte al giorno”, indico un tetto massimo che, se pur non raggiunto, mi fa piacere che esista come possibilità. Se parliamo di quattro gatti , vogliamo dire che sono pochi, non 4. Allo stesso modo se ringraziamo con “ mille grazie” , vogliamo indicare generalmente “tante”. La stessa estensione verso il limite superiore entra in gioco con altri numeri grandi come miliardi: “ho miliardi di ricette”. Ciò che intendiamo analizzare qui, è l’uso dei numeri cardinali quando assumono un valore approssimato, contando sul contesto o sulla convenzionalizzazione.

2.1.2.Intensità e approssimazione Approssimare con i numerali presenta vari gradi, dal semplice arrotondare di una cifra superiore alla decina, al restare nel vago senza indicare esplicitamente il numero. L’arrotondamento numerico si ritrova frequentemente quando si tratta di cifre grandi con possibile valore iperbolico: “ ti mando un milione di baci”. Interessante il fenomeno per cui uno stesso numero, in determinati usi, può assumere valori di polarità opposta: o una riduzione o un aumento della portata: “hai fatto 4 cose precise…” o “gliene dirò 4!”. Che si tratti di un’interpretazione approssimata appare chiaro dalla possibilità di sostituzione del numero con un altro. Talvolta il valore approssimato è correlato al significato dell’elemento quantificato o, è correlato ad un contesto determinato: “gliene conterò 10” (contesto della boxe – in cui 10 sono i secondi a terra per vincere). Il contesto, può comunque essere del tutto arbitrario. L’uso dei numeri come meccanismo di approssimazione, si inserisce nel fenomeno più ampio di intensità, basata su un continuum graduale che si distribuisce tra i due poli dell’attenuazione e del rafforzamento. L’intensità è stata collocata al cuore dell’espressione sociale ed emozionale nel “dar voce” alle emozioni. Accenniamo, sia pure sinteticamente, agli altri parametri che agiscono sul significato complessivo di quello che si dice in una determinata interazione o testo in generale:

  1. Il modo in cui si dice qualcosa: scelte lessicali, volumi, ripetizioni, figure retoriche. - “vede in un tratto cento relazioni cento conseguenze cento cose da salvare; - “si prende una pausa laica, torna tra i parenti a Roma: un manicomio, egoismi e zero sentimenti.
  2. Chi lo dice e il suo atteggiamento nei confronti di quanto dice: ad esempio se si tratta di una persona precisa. Si usano avverbi come probabilmente che dimostrano l’incertezza. - Saranno le 8.

Oppure, al contrario, si può rafforzare con avverbi tipo sicuramente, senza dubbio;

  1. Chi interagisce con il parlante e i loro rapporti di simmetria/asimmetria, solidarietà/conflittualità - A. scusa…10 minuti di ritardo B. veramente 17!!
  2. A che scopo lo dice: ad esempio per creare degli effetti poetici, allusivi o retorici: - ieri, oggi, mille anni fa, qui ci è proibito avere orologi e calendari… Oppure l’approssimazione è funzionale alla cortesia, alla convenzione sociale, come nel caso dei “due fagiolini”. Lo stesso meccanismo si mette in gioco usando un diminuitivo combinato con uno : “mi aspetti un minutino?”; in altri casi, costituisce una manovra di rafforzamento (come i mld di torte). Si può anche approssimare per incertezza sostanziale, perché non si conosce il numero: - ho speso 40 euro al mercato (sicuramente saranno poco meno di 40…e ha arrotondato)
  3. In quale situazione , cioè il contesto fisico, emotivo, interazionale del numero, comporta un maggior controllo su quanto si dice - …dopo quattro…quattro o cinque squilli, scatta la segreteria.

Le variazioni, relative all’uso dell’indeterminatezza, risultano significativamente correlate alla situazione, come appare ad esempio dai dati rispetto a una vasta gamma di contesti analizzati: è molto forte la tensione tra l’esigenza di fornire un’informazione precisa ai pazienti e quella di farsi capire e non allarmare troppo

  1. In relazione a quanto viene detto prima o dopo nel testo (cioè il contesto linguistico) ad esempio, sottolineando un contrasto, o un crescendo - Duemila libbre di pensiero non pagano due once di debito - Lavare la fodera del divano, 25 euro di tintoria, invece, 1 euro e 1 centesimo (cifra testuale) di sapone di Marsiglia, e ottieni lo stesso risultato.

È inoltre rilevante anche il contesto grafico/iconico come nell’esempio della pubblicità elettorale. Vediamo ora un esempio interessante dello sviluppo di un numero:

  • Insegnante: quante volte ti ho detto che sul libro non si scrive con la penna? Alunno: 1000. Insegnante: allora non hai una matita? Alunno: 1730!!!!!! (La risposta, non proprio rispettosa, rimanda a un valore approssimativo e non sarebbe comprensibile senza il contesto linguistico precedente; questi usi sono tipici sia di chi parla che di chi ascolta).

2.1.3.Lepri e pesci al posto di quattro – variabilità dei numeri e delle cose nei proverbi Nell’interpretazione approssimata, i numeri cardinali possono addirittura funzionare da “segnaposto variabile”, nel senso che risultano sostituibili con altri numeri nelle loro varianti, in cui solo il latino e l’italiano mantengono, ad esempio, centum/cento , mentre in francese tedesco e inglese assume forme impersonali:

  • Cento ladri non possono spogliare un uomo nudo. Centum viri unum pauperem spoliare non possunt

fare un corso…” (frequentare un corso o tenere un corso???). Allo stesso modo spesso restare sul vago risulta un vantaggio, ad esempio nel linguaggio legale; l’indeterminatezza e l’ambiguità possono anche essere utilizzati per fini umoristici, con fraintendimento:

  • A: passa di qui il 18? (bus…) B: No, il 18 sono in ferie (inteso come giorno)

2.3.Indicatori di approssimazione nell’uso dei numeri Per evitare gli effetti negativi dell’indeterminatezza, come eventuali incomprensioni, in certi casi si utilizzano specifici indicatori linguistici che servono a esplicitare il valore non preciso. Possiamo distinguere, a grosse linee, tre tipi di indicatori di approssimazione.

2.3.1.Primo tipo – aggiunta di modificatore Il primo tipo, consiste nell’aggiunta di un modificatore come “all’in(circa)”, “tipo”, “intorno”, “più o meno” ecc. Alcuni di questi indicatori sono usati in particolare per indicazioni temporali o per lasciare un margine temporale a un’altra persona, invitandola all’elasticità:

  • Ci vediamo verso le 9 In certi casi, troviamo più di un indicatore di approssimazione:
  • Il film inizia intorno alle 10, tipo. Indicatori simili, di approssimazione si trovano in spagnolo come màs o menos, alrededor, a lo mejor e, sono usati, in altre lingue, per misure e dati quantitativi. In francese si possono usare environ, prés de, dans. In inglese troviamo around, about, approximately, almost. In latino circa, fere, praeterpropter , in olandese Ongeever, in tedesco, gegen. Può essere interessante notare che buona parte di questi indicatori si basa su rapporti spaziali, di movimento, vicinanza/prossimità e contenimento. In cinese mandarino, sono anche usati dei segnali discorsivi come ba, ma, ya, che funzionano in generale per dimostrare incertezza
  • Si ge xiaoshi ba (circa quattro ore).

2.3.2.Secondo tipo – risorsa lessicale Il secondo tipo di indicatore, assente nell’interpretazione precisa, consiste in una risorsa lessicale che permette di indicare che si tratta di una quantità indeterminata, vicina alla cardinalità esatta ma non coincidente con questa. Sono espressioni basate su un valore numerico, come decina, dozzina, quindicina, ventina , e le altre successive a base 10 fino a centinaio. Troviamo in altre lingue termini lessicalmente corrispondenti. Per dozzina in francese troviamo douzaine, inglese dozen, spagnolo docena… In italiano sono registrate sia una funzione enfatica di dozzina , verso il polo del rafforzamento, che una funzione di devalorizzazione verso il polo di diminuzione: “ dozzinale -> di poco pregio”. In spagnolo spesso questi sono tradotti con numeri decisamente maggiori: “a decine -> a cientos (centinaia)”. Francese e tedesco privilegiano entrambi il ruolo del rafforzamento.

2.3.3.Terzo tipo – quantificatori generici Il terzo tipo di indicatori di approssimazione, che non approfondiremo, è relativo a lessemi che, non contenendo nessun tipo di riferimento numerico, fungono da quantificatori generici come pugno, pizzico, per indicare una quantità piccola, e sacco, mucchio per indicare una quantità grande. Se in alcuni casi il senso letterale sembra ancora presente, come in un “mucchio di soldi”, l’estensione metaforica è evidente in “un mucchio di grane”. Un caso particolare, intermedio tra secondo e terzo tipo, è

rappresentato da paio, che in genere corrisponde a due oggetti, ma può indicare anche una quantità leggermente superiore:

  • Questa estate ho visto solo un paio di film. Ricordiamo anche lo schema (N/N+1): ho comprato questo portafogli due o tre anni fa”. Accenniamo infine, all’espediente grafico di utilizzare la tilde (~) davanti a un numero per indicare approssimazione (corrisponde a “circa”); oppure ricorrendo al trattino tra i due punti (…10-12 volte). Infine, volutamente paradossale è l’utilizzo dei trattini con le bassissime percentuali ( c’è il 4-5-6% di possibilità…).

2.4.Tra approssimazione e precisione Riprendiamo adesso, concludendo questa parte introduttiva sull’uso dei numerali per approssimare, alcune considerazioni generali, sull’oscillazione tra approssimazione e precisione:

  1. Si gioca spesso tra mille usato per approssimare verso una quantità elevata e una, corrispondente paradossalmente a un indicatore generico di aumento: - “La gastronomia è sostanzialmente bipartita: ci sono da un lato mille e una piadina della quale è possibile sia scegliere l’impasto che il contenuto. Ritroviamo la stessa espressione e lo stesso contrasto anche in francese (mille et une…)
  2. Nella lingua standard alcuni usi, apparentemente precisi ma sostanzialmente approssimati, si impongono nel tempo e si convenzionalizzano, diffondendosi: - “Non ci soffermeremo su questo argomento centocinquanta anni”
  3. Nelle varie lingue, l’idiomaticità sfrutta dei nuclei comuni, ma li “declina” con numerali diversi, ad esempio: al due spagnolo di dos pasos, corrisponde il tre tedesco in drei Scritte; alle quattro gocce in spagnolo di cuatro gotas, il tre in francese e tedesco ( trois gouttes, drei Tropfen). Ancora più sorprendente l’esempio del millepiedi che rimane mille- in francese, tedesco e danese, ma diventa cento- in spagnolo e in inglese, scendendo drasticamente a “quaranta” in greco moderno ( sarantapodarousa). I cinesi, conoscono molte tipologie di millepiedi e ciascuno di essi, ha un nome diverso.
  4. Sempre in cinese mandarino, varie frasi fisse o proverbi e modi di dire, usano san (tre) non con un significato letterale, ma con un valore di approssimazione che nella traduzione deve essere modificato, spesso assume il valore di many (alcuni)
  5. A parte questi casi emblematici del cinese, molto spesso, in tutte le lingue, i numeri possono ricevere, a seconda del contesto, un’interpretazione approssimata o precisa. Molto dipende dai fattori culturali; in tali casi, la traduzione in altre lingue, richiede variazioni significative, se non la completa cancellazione del riferimento numerico originale o l’inserimento di note esplicative. I significati che i numeri inseriti in determinate locuzioni possono assumere variano da una lingua all’altra e all’interno della stessa lingua.

2.5.Comprensione e conoscenze condivise Naturalmente, la creatività linguistica, ha dei limiti imposto dal “successo comunicativo, cioè, dal fatto che si venga capito rispetto a quello che si intende dire, anche se ciò che viene detto, letteralmente comporterebbe un altro senso. Tali usi, non comportano difficoltà di comprensione all’interno di una comunità linguistica, anzi, di solito, passano inosservate e si capiscono, come le metafore. Non ci si capisce solo nei casi in cui, come per i “due fagiolini”, la conoscenza di una seconda lingua

  • […] ZERO nasce per questo e si pone al fianco delle aziende per andare all’essenziale, tralasciando il superfluo […]

3.1.2.Da uno a dieci Come abbiamo visto nel primo capitolo, la frequenza d’uso è maggiore con i numeri piccoli (uno, due, tre), gli stessi che i bimbi imparano per primo. Usiamo l’espressione contare fino a… anche per indicare un “temporeggiare” prima di agire.

  • Prima di rispondere bisogna contare fino a…
  1. L’aggettivo numerale uno ricorre spesso nella formulazione uno o due , che non ha valore disgiuntivo ma inclusivo. L’equivalenza, dunque, con “uno o poco più”, anche per delimitare in modo preciso, un periodo breve o un intervallo di indeterminatezza. Possiamo notare, nella comunicazione quotidiana giochi linguistici che sfruttano l’effetto di sorpresa suscitato dal trasformare una consuetudine verbale. Ne è un esempio questa espressione di congedo dove: - Ti mando un sacco, anzi, due sacchi di baci! La possibilità di usa una , al femminile, per designare una notizia, una storiella viene sfruttata in un crescendo di incoerenza:
  • Ne dice una , ne pensa un’altra , ne fa un’altra ancora. Al contrario, secondo uno schema fisso che correla positivamente uno con cento, è solito dire:
  • Una ne fa, cento ne pensa. In generale, sembrano frequenti anche le correlazioni con uno-mille:
  • Un’ immagine vale più di mille parole. Un/uno/una può avere una collocazione fissa e un significato variabile all’interno, ad esempio, della locuzione idiomatica fare un passo avanti.
  1. Due indica una quantità ridotta ( un po’, qualche…). La sua presenza nel parlato quotidiano mostra che il numero predilige il “parlare” insieme ai modi di eseguirla o agli effetti che può avere. - Non sapevo di dovervi parlare, quindi vi dico in due parole Associato al parlare, il due, ha reso molto comune questo suo senso approssimato. A volte si può perfino cogliere una sfumatura di senso vago sovrapposta all’accezione quantitativa:
  • Queste sono già due parole di troppo! L’espressione, in due parole , vale come promessa di un discorso sintetico o, di poche parole, che ne condenseranno molte di più. Dal parlare comune a una metafora del parlare popolare, per massime e sentenze. Due parole possono, infatti, racchiudere il mondo, quella quintessenza conoscitiva di temi esistenziali che è contenuta nei proverbi:
  • Proverbi, il cosmo in due parole. Può assumere il valore retorico di un’iperbole per presentare le cose con ironia:
  • Le donne adorano chi sa mettere due parole in rima. L’espressione due volte , costruisce il significato di “indugiare”:
  • La commissione costringe il comune a pensarci due volte A seconda del contesto linguistico, senza pensarci due volte e in men che non si dica potranno equivaler. Secondo alcuni giovani francesi, oggi è più abituale l’espressione “ prima di parlare gira sette volte la lingua in bocca”. È ovvio che un’espressione simile non sollecita un’interpretazione letterale. Ancora in francese il numero due fornisce lo schema formale a proverbi. Svariate sono inoltre le locuzioni con funzione avverbiale, nelle quali il numero può riferirsi allo spazio o al tempo:
  • A due passi / in due minuti. In spagnolo è diffusa anche l’espressione en dos patadas (“in due pedate”) per indicare “in un batter d’occhio”. Oppure con il significato di “molto spesso” abbiamo l’accezione “ ogni due per tre”. Due numeri in coppia, possono attenuare o rinforzare : “devo vedere due tre cosette…” Ritroviamo la coppia anche in alcuni modi di dire: “non c’è due senza tre”. Infine, non manca chi apprezza una espressione molto utilizzata da Paulo Coelho:
  • “lo que sucede una vez puede que no vuelva a suceder jamàs. Lo que sucede dos veces, sucederà una tercera” “ciò che succede una volta, può non succedere più. Ciò che succede due volte, accadrà quasi sicuramente una terza volta.”
  1. Anche il tre appare collegato, nell’interpretazione approssimata, alla sfera di attività del parlare. Inseparabile dal contesto di una classe elementare in cui è giunto il momento di ripristinare l’ordine: “ Marco! E tre!!!”. L’avvertimento di tempo scaduto e l’ordine relativo di smettere sono espressi nella forma di “ uno, due, tre” con una routine linguistica prodotta sempre con una pronuncia scandita. È funzionale a marcare, e quindi a rendere esplicito agli alunni il passaggio da un’attività all’altra. Può inoltre designare una porzione brevissima di tempo, talvolta in una costruzione avverbiale:
  • È pronto a sostenere diverse tesi nell’arco di tre secondi. Il numero tre è spesso usato per classificare attività eventi, tipi umani, anche in senso paradossale:
  • Ogni uomo ha tre caratteri: quello che ha, quello che dimostra e quello che crede di avere. Tre può servire ad accentuare un rifiuto o una protesta anche quando il numero resta implicito:
  • No, no e poi no!! Tramite la regola del tre (es. Veni, vidi, Vici) si può rendere “molto più efficace e definitiva una richiesta:
  • “Ti prego ti prego ti prego!” – “presto presto presto!”.
  1. Trattiamo il 4 in relazione con il 3.
  • ho visto un tre quattro persone… Si trova un uso particolare con l’articolo indeterminativo che di solito “con un numerale indica approssimazione e corrisponde all’avverbio circa ”. Un, precede due numerali e vale come una più estesa formulazione verbale (“una quantità di tre o quattro…”). Il numero quattro appare in svariate locuzioni idiomatiche. Un esempio illustre in cui constatiamo una permanenza tematica del parlare/dire come per due e per tre è:
  • giusto quattro battute spicce… è inevitabile notare la concomitanza di due numeri indeterminati ed è inoltre facile cogliere quel fare la somma come una valutazione della giornata:
  • quattro battute, due risate e vi assicuro che quando fate la somma della giornata siete contenti. Torna una locuzione idiomatica d’uso non raro: spaccare il cappello in quattro. Usata per caratterizzare “l’argomentare”. Verte invece l’espressione parlare a quattr’occhi , cioè, faccia a faccia. Il “chiacchierare” si abbina allo stesso
  1. Escludendo gli usi approssimati di una sua derivazione lessicale (decina), dieci , appare soprattutto con quantità indeterminate di valore superiore, a seconda del contesto discorsivo, assumerà il valore di “pochi”:
    • Meglio dieci donare che cento prestare.

Il numero dieci sembra oscillare tra quantità determinata e approssimativamente minore: indica la “moltitudine”.

3.1.3.Tra dieci e cento Consideriamo ora alcuni numerali tra dieci e cento. Ciò che accomuna alcuni di questi è l’uso correlato a un fatto storico o politico, a un avvenimento religioso oppure ad una frase pronunciata da un personaggio illustre. Partiamo da tredici e da una divertita comparazione con dodici, proposta da Achille Campanile:

  • Mi preoccupo di essere a tavola in tredici solo quando c’è cibo per dodici. Proseguiamo con l’espressione nominale quindici minuti di celebrità di Andy Warhol, che designa una quantità piuttosto breve. Ritroviamo questo numerale anche nella locuzione un quarto d’ora. Volgendoci a un classico della letteratura italiana vale la pena soffermarsi sui famosi venticinque lettori dei Promessi Sposi. Essi sono oggetto di una interpretazione attenuativa, che il fato ha trasformato in venticinque milioni di lettori considerando gli studenti obbligati allo studio di questa opera. Nel parlato quotidiano troviamo il trenta nella frase “fatto trenta, facciamo trentuno” con cui si intende “portare a compimento”. Gli impliciti linguistici nel parlato quotidiano rispondono anche a un’esigenza di economia linguistica: con l’uso dei numeri indeterminati come zero. In francese trente-six è usato per indicare milioni o addirittura miliardi. Procedendo nella successione accenniamo a cinquanta usato per indicare un gran numero “te l’ho detto cinquanta volte”. Di settanta si ricorda la locuzione “ settanta volte sette” che indica “tantissimo, molto di più di quanto non pensi”. Nei dizionari non troviamo attestazioni di usi idiomatici per quaranta sessanta e ottanta. Novanta invece, assume anche valori indeterminati, come nel proverbio la paura fa novanta (la paura fa fare qualsiasi cosa), oppure pezzo da novanta (uomo influente, termine utilizzato inizialmente dalla mafia, ormai senza implicazioni negative).

3.1.4.Cento, mille, milioni, miliardi. Dieci decine, dieci volte cento, un milione e mille milioni: le quantità grandi con valore indeterminato, sono spesso usate in contrapposizione a quelle piccole: “ un silenzio potrebbe esprimere cento intenzioni diverse”. Può manifestarsi confrontando una quantità precisa maggiore di uno/a e una indeterminata

  • I vent’anni di “volevo i pantaloni” sembrano cento. Oppure si può opporre una unità a variazioni d’aumento di mille e milione.

Cento Con il significato indeterminato di “molti” cento ha un uso diffusissimo. Può diventare metafora di velocità ( cento all’ora ), allusione all’affanno della quotidianità ( cento cose ), e alla “multidisposizionalità” di un individuo moderno: “una mamma a cento all’ora”. Anche gli usi statistici sono idiomatici: “una volta su cento ( quasi mai ) / novantanove volte su cento ( quasi sempre ).

Mille Mille si presenta oltre che negli usi già accennati, in un impiego singolare:

  • Mille settimane di residenza, tante servono a fare diciotto anni Il numerale è utilizzato per evocare ricordi e sensazioni. Tale numero, ricorre in varie lingue e in frammenti discorsivi in cui si avverte ancora una traccia di cardinalità, riferita ad azioni, cose, storie che si assommano:
  • Un corpo di donna fa mille cose diverse, fatica, corre, studia, fantastica, inventa, si sfianca… Mille sembra stemperarsi in una quantità indefinita, soprattutto quando è associato ad “azioni della mente” (avere mille idee). Oppure, si perde in una moltitudine di immagini e metafore (es. una nave soccorritrice si carica di mille passeggeri anziché dieci). Con mille, si può condurre un gioco linguistico, interpretando, anzi, simulando una interpretazione precisa, laddove è presupposta quella vaga, oppure accostando due espressioni idiomatiche con uno e mille:
  • È un uomo tutto d’ un pezzo. Di quelli che si rompono in mille appena li tocchi. Ripetuto con enfasi o per indicare svariate migliaia, mille dà luogo alla locuzione mille e mille.

Milioni How much is one million? Apparentemente tautologica, la domanda ci riconduce all’acquisizione dell’uso simbolico dei numeri. Non è improbabile vederla formulata in una situazione comunicativa riferita ad adulti. Ad esempio l’esclamazione “ siamo un milione! ”, riferendosi a piazze che non contengono più di 150000 persone, enfatizza la portata della frase. Diverso è il valore indeterminato, è visibilmente enfatico di milione , nel titolo che segue:

  • Un milione di ragioni per andare in piazza il 19 settembre! L’esagerazione numerica si ritrova spesso anche negli slogan pubblicitari, per le loro potenzialità evocative (milioni di amici) oppure per gli effetti sonori prodotti dalle sillabe allitteranti, in inizio di parola:
  • Hai ogni giorno mille minuti e cento messaggi verso 20milioni di amici! Numero vago e iperbole riconosciuta come tale, l’accrescitivo di mille. Ad esempio “non ti vedo da un milione di secoli”, raddoppiando l’iperbole con l’improbabile intervallo temporale dei secoli. Accanto a questi usi, si collocano alcune convenzionalizzazioni quali, ad esempio, non lo farei nemmeno per un milione. In rapporto al web si motiva il seguente umoristico contrasto tra uno e una variazione approssimata di milione:
  • Lei non sa chi sono io. Con l’avvento di Internet si mette un nome, si clicca e si sa tutto di tutti. La frase sta quindi cadendo in disuso. Viene pronunciata ormai soltanto da pochi milioni di persone che credono di essere qualcuno e non sanno che ancora c’è internet. La formulazione lessicale preceduta da un indicatore linguistico (pochi) e dagli avverbi (ormai;soltanto) costruisce ironia e raffigura efficacemente una illusione.

Miliardi È irrealistico conteggiare a mano o a mente una cifra come un miliardo: questa è una ovvietà naturalmente. Riscontriamo, in un breve racconto, una connotazione di una quantità inaccessibile alla mente umana:

  • Se la pianta della città fosse rappresentata da tutte le maioliche sulle quattro pareti della mia piccola cella, la popolazione della metropoli sarebbe di oltre mezzo miliardo.

figurata di un’architettura urbana, di un luogo ordinario che si trasforma via via in un inquietante panopticon , una prigione circolare, un gruppo di celle sorvegliate da una posizione centrale. Numeri dunque, usati per scopi creativi, per esprimere un sovrappiù di senso, anche leggero, come in questo refrain (dalla canzone Per ogni matematico di Angelo Branduardi) su un matematico innamorato, intento a meditare sull’incertezza dei numeri: nel due per tre, so cosa 6 per me. In uno stretto rapporto con l’intensità, i numeri partecipano nel “dar voce alle emozioni”. Alle volte i loro significati emotivi si sviluppano in una sequenza per mezzo di metafore e similitudini che possono racchiudere i numeri “bassi” e i numeri “alti”, rispetto alla linea di demarcazione rappresentata dallo zero , come in questo frammento narrativo tratto da un blog: I numeri bassi sono buoni perché sono i numeri dei bambini. Sono la misura della vicinanza. I numeri alti sono quelli dei grandi. Misurano le distanze e le cose dei grandi. Lo zero è la misura esatta dell’amore. I numeri alti sono il tempo che cresce. Vedono i giorni, i mesi, gli anni passare, sono la distanza dallo zero, lo spazio tra terra e cielo. Io con te non voglio fare i numeri alti, voglio sempre contare al contrario. Io voglio essere per sempre zero con te. La prossima volta che ti vengo a trovare ti porto in dono uno zero. Io a te vorrei regalare mille zerità.

4.Quando è difficile tradurre i numerali: il caso del danese

Perché il danese come lingua di confronto con l’italiano? Non è una lingua molto diffusa: è la lingua ufficiale in Danimarca, una terra di circa 5,2 milioni di abitanti. La scelta non è quindi motivata dalla rilevanza internazionale della lingua, quanto dal fatto che si sia appena iniziato a lavorare in questa direzione, oltre che per alcune particolarità interessanti di questa lingua rispetto alla tematica qui in esame. Sia il che l’italiano derivano dall’indoeuropeo, quindi, esiste una parentela tra le due lingue. Il danese, appartiene al gruppo delle lingue germaniche, delle quali, insieme al norvegese, lo svedese e il faroese, costituisce il sotto gruppo delle lingue scandinave. Il sistema numerico presenta punti di contatto ma anche di diversità rispetto all’italiano, in quanto, ha conservato i tratti di sistemi numerici vigesimali e dodicesimali. Il confronto tra le due lingue ci permetterà di riprendere alcune tematiche fondamentali degli usi approssimati dei numerali da un altro punto di vista. Non dimentichiamo anche che un numero non trascurabile di danesi studia i classici italiani di Dante, Boccaccio, Petrarca e Manzoni. Ma anche più moderni come Pirandello, Svevo, Moravia, Calvino e Magris.

4.1.Le sfide del traduttore Tradurre da una lingua all’altra, implica anche la traduzione da una cultura all’altra. Le scelte linguistiche nella traduzione non possono sempre mantenere quella della lingua originaria. I vocabolari bilingui sono ordinati alfabeticamente secondo le singole parole e, vi vengono proposte, parole equivalenti nella lingua d’arrivo. In molti casi, una traduzione letterale, parola per parola, non è però soddisfacente a garantire il successo comunicativo. Nonostante ciò, spesso, la traduzione risulta essere letterale e parola per parola e, di conseguenza, il numerale di una lingua, corrisponde al numerale di un’altra. Ma quando i numerali rientrano in unità differenti, il processo diventa più complicato. Il secondo punto da tenere in considerazione è la strategia traduttiva. Vi sono strategie globali e locali. Quelle globali, riguardano il testo come unità, mentre le locali, riguardano le unità specifiche da tradurre. Rispetto all’uso dei numerali, si tratta di una questione di precisione. Quindi la strategia corretta sarebbe

una traduzione letterale, però ci sono anche altre strategie. Vinay e Darbelnet descrivono sette strategia di traduzione, distinte in tre dirette:

  • Il prestito – il calco – la traduzione letterale E quattro indirette:
  • La trasposizione – la modulazione – l’equivalenza – l’adattamento La traduzione parola per parola, è spesso praticabile perché l’italiano e il danese seguono lo stesso sistema numerico. In altri casi, si deve ricorrere ad altre strategie, indirette, fra cui la trasposizione, consistente in cambiamenti al livello morfosinstattico; si tratta di scelte che richiedono profonde conoscenze linguistiche per rispettare le differenze tra le due lingue, ad esempio, il passaggio da numerale cardinale a numerale ordinale: “3 gennaio va tradotto den 3.januar (lett. <>). Lo stesso, vige per la traduzione di “ogni otto giorni”, cui corrisponde “hver ottende dag <<lett. Ogni ottavo giorno>>”. Altra strategie è quella dell’equivalenza dove, “ a due passi ” viene tradotto con “ lige om hjornet ” <<lett. Proprio dietro l’angolo>>. La traduzione sarebbe potuta avvenire in modo letterale, ma con un risultato poco soddisfacente. Ad esempio per convenzione vi sono dei numerali che risultano differenti: “quindici” italiano è “fjorten” <>, a un danese viene naturale parlare di quattordici giorni di vacanze, l’italiano invece, include anche la terza domenica e arriva a contare “quindici giorni”. Anche in tedesco l’equivalente di quindici giorni è “vierzebn Tage (quattordici gg.). La strategia dell’ adattamento riguarda espressioni legate a situazioni spesso intraducibili. Un esempio è il concetto italiano di terza pagina , lo spazio dedicato alla cultura sui quotidiani. Non trova traduzione nelle altre lingue. Un’altra espressione intraducibile, però danese, è il side 9 pige (lett. Pagina nove ragazza ): originariamente, a pagina 9 di un tabloid scandalistico danese comparivano regolarmente foto di ragazze nude/ seminude. Ancora, l’uso della parola tredicesima per la mensilità aggiunta allo stipendio, così come quattordicesima e quindicesima, non è traducibile in danese. Un uso particolare dei numerali arabi è quello che si trova nel linguaggio delle chat, dove il numerale 6, sta per “sei” in italiano, 1 sta per “uno” così come in inglese 4 sta per “for”. Si tratta di convenzione grafica e sonora dei numerali che, di per se, sono “polisemici”. Il significato di molti numerali, dipende anche dal contesto in cui sono usati: a volte espandono il significato “canonico” in modo quantitativamente inferiore o superiore, ed è qui, che compaiono le sfide per il traduttore.

4.2.Iniziamo a contare L’attuale sistema di numerazione danese è un sistema decimale posizionale con le dieci cifre da en (uno) a ni (nove) più nul (zero). Oggi il sistema di numerazione prevalente è quello decimale, ma, ci sono tracce di altri sistemi: vigesimale e dodicesimale. Nei multipli di dieci, troviamo resti del sistema vigesimale: venti, trenta e quaranta (tyve – tredive – fyrre) sono composti dal significato di due, tre e quattro più dieci. Troviamo tracce del sistema vigesimale anche in testi antichi e dialettali, ad esempio, nisindstyw (nove-per-venti). In danese, esistono per i numerali da venti a novanta, forme cosiddette “nordiche”: toti (venti – lett. Due-dieci) etc… Queste forme sono spesso usato nel mondo bancario ma, in generale, non ha mai avuto molto successo; ciò è dimostrato dal loro inutilizzo nelle banconote. Krifka, accenna al ruolo particolare di quaranta in sistemi di numerazione come quello danese, in cui, le interpretazioni approssimative sono correlate alla complessità di espressione dei singoli numerali. Per i parlanti danesi i numerali fyrre e tres (20 – 30) invitano più facilmente a un’interpretazione approssimativa che il numerale halvtreds (50), mentre per i norvegesi è esattamente l’opposto.