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Riassunto completo del testo sopracitato. Ottimo per affrontare particolarmente l'esame di filosofia della scienza presso l'università degli studi di Messina.
Tipologia: Sintesi del corso
Offerta a tempo limitato
Caricato il 15/01/2017
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Raccontare o Narrare può essere considerato il centro della comunicazione umana. Ciò che caratterizza il raccontare è la dialogicità, il piacere di fare due chiacchiere e, tramite il racconto, dare un senso a quello che è successo, condividerlo con gli altri, stringere e mantenere rapporti sociali. Nei secoli scorsi, raccontare vicino al fuoco, era il modo di trasmettere cultura. In molte lingue si utilizza la stessa parola per parlare e contare, raccontare e calcolare, con un intreccio stretto tra parole e numeri (in siciliano ad esempio, cuntu e cuntari ). Così, i numeri entrano nel narrare quotidiano, nell’interagire con le parole, dandosi ad esempio un numero di cellulare per ritrovarsi o chiedendo di aspettare “due minuti”, ben sapendo che non saranno “due”.
1.2.Il senso dei numeri Il “senso dei numeri” è quella forma elementare di intuizione numerica, già presente nei bambini e in varie specie animali. Abbiamo ereditato il senso dei numeri dalla nostra storia evolutiva come il germe che favorisce le successive abilità matematiche: “l’impiego dei numeri arabi, così familiare da far pensare che sia sempre esistito, è in realtà frutto di un lento processo di invenzione”. Perché, il sistema numerico è a base 10? Perché dieci sono le dita delle mani, lo strumento più semplice per memorizzare semplici operazioni. Le dieci dita della specie umana, hanno lasciato un’orma permanente: ad esempio in alcune lingue i numerali fino a quattro, sono uguali ai nomi delle quattro dita. In tutte le lingue indoeuropee, i numerali fino a dieci sono indipendenti, così come cento e mille. Si utilizza un sistema di combinazione a base
Dehaene nel ’97 ha proposto una distinzione fondamentale tra due sistemi cognitivi relativo al senso dei numeri: non-simbolico ( si basa sulla variazione di quantità e può includere operazioni elementari di addizione e sottrazione) e simbolico ( tipico degli esseri umani adulti, si basa sul contare, è un sistema basato su tutte le operazioni aritmetiche). L’uso non simbolico rimanda alla numerosità , cioè la semplice valutazione percettiva di differenti insiemi di oggetti e la capacità di confrontarla, e quindi corrispondere alla cosiddetta interpretazione approssimata. Questa capacità è presente nei bambini piccoli (che sanno scegliere un contenitore più pieno da uno più vuoto) e negli animali. Crescendo, i bambini sviluppano anche l’uso simbolico dei numeri, nelle sue varie forme e in relazione ad altre capacità cognitive, mentre i primati non umani, rimangono sostanzialmente limitati all’interpretazione approssimata. La specie umana, adulta, può alternare nell’uso quotidiano i due tipi di uso, simbolico e non-simbolico, in relazione agli scopi dell’interazione specifica in cui
un determinato numerale viene usato. Come in tutti gli aspetti comunicativi, le diverse componenti giocano sull’interpretazione di un numerale: spesso è richiesta assoluta esattezza (pin bancomat – matricola universitaria) pena, il non riconoscimento/malfunzionamento.
1.3.Precisi al cento per cento 1.3.1.Cardinalità e false credenze. Utilizzare un numero in modo preciso, riferendosi alla quantità esatta indicata con il numero stesso, corrisponde alla cardinalità, quella che viene subito in mente quando pensiamo ai numeri. Questi, nell’interpretazione precisa ricorrono frequentemente nella lingua quotidiana: nelle estrazioni della lotteria, nei limiti vi velocità, nei bilanci, nelle multe e, in tutte le transazioni commerciali. Notiamo, che l’uso di orologi digitali sembra favorire l’indicazione precisa ai secondi dell’ora, anche in situazioni quotidiane che non richiederebbero tale esattezza. L’uso preciso dei numeri è naturalmente la funzione più importante, in particolare negli studi matematici, degli economisti e statistici che, si basano, su dati numerici. Non sempre però i dati numerici forniti corrispondono a quelli reali, come nel caso dei dati scientifici volontariamente falsificati per far tornare gli esperimenti. Le false certezze sono frequenti anche nelle statistiche che, possono mentire, come oppure distorcere, quando si utilizzano nozioni confuse di “media statistica” o propongono associazioni non correlate da causa/effetto. Le statistiche possono manipolare intenzionalmente in pubblicità come in politica: una statistica ben confezionata funziona meglio di una “grande bugia”. È vero che in molti, che non abbiano una certa familiarità con la matematica, di fronte a numeri, percentuali, frazioni, equazioni ecc., scatta una specie di rispetto e accettazione senza controllo, che rende convincenti le affermazioni o le argomentazioni generali basate su di essi, anche se imprecise. Solo nel caso di un forte contrasto tra cifre dichiarate da fonti diversa non può non sorgere il dubbio, ad esempio, le cifre riguardanti manifestazioni di massa, basate ad esempio su calcolo relativi ai metri quadrati di suolo occupato e alla densità media, non risultano esatte. Oppure, i numeri della mafia: i 500 latitanti più pericolosi della mafia, sono diventati di colpo 30. Non crediamo siano stati presi 470 mafiosi, piuttosto la selezione è divenuta maggiormente “elitaria”. Queste alterazioni, diventano confortanti per il pubblico. In Italia si preferisce cambiare la nomenclatura anziché la realtà. Un’altra possibilità, rara, è quella di una successiva dichiarazione di inesattezza, ad esempio, a New York, i poliziotti confessano di aver manomesso di tati sulla criminalità per presentare al mondo “l’immagine di una città che ha sconfitto la criminalità”.
1.3.2.Quando è impossibile o irrilevante essere precisi In alcuni casi è impossibile essere precisi con i numeri, come succede con le prime stime relative alle vittime dei disastri naturali. In altri casi può non essere rilevante stabilire con esattezza il numero di partecipanti ma interessa semplicemente l’ordine di grandezza (eravamo una ventina ).
1.3.3.Indicatori linguistici di interpretazione precisa di un numerale
affievolendo. Partendo dal principio pragmatico di economia, che preferisce espressioni semplici a quelle complesse, è logico preferire interpretazioni numerali approssimate piuttosto che precise. L’uso dei numerali nella lingua, è sensibile, da una parte, alla convenzionalizzazione; lo abbiamo accennato prima. Dall’altra parte, al contesto specifico che offre delle “piste” per interpretare. Quando leggiamo su un cartellone per elezioni, accanto al viso di una candidata “1 sola parola!”, chiunque capisce che la candidata dichiara essere una sua specifica qualità, che si può considerare una espressione correlata a “essere uomo di parola” (dare la parola e mantenerla). In molti casi, nella lingua di tutti i giorni, i numeri vengono usati nella loro interpretazione approssimata, assumendo, un valore vago: invece di corrispondere alla quantità indicata dalla cardinalità esatta, indicano il limite inferiore o superiore; uno spazio più o meno ampio. Se chiediamo due fagiolini , indichiamo un numero minimo, ma ci aspettiamo una quantità maggiore, oppure, dicendo: “con questa promozione posso chiamarti 10 volte al giorno”, indico un tetto massimo che, se pur non raggiunto, mi fa piacere che esista come possibilità. Se parliamo di quattro gatti , vogliamo dire che sono pochi, non 4. Allo stesso modo se ringraziamo con “ mille grazie” , vogliamo indicare generalmente “tante”. La stessa estensione verso il limite superiore entra in gioco con altri numeri grandi come miliardi: “ho miliardi di ricette”. Ciò che intendiamo analizzare qui, è l’uso dei numeri cardinali quando assumono un valore approssimato, contando sul contesto o sulla convenzionalizzazione.
2.1.2.Intensità e approssimazione Approssimare con i numerali presenta vari gradi, dal semplice arrotondare di una cifra superiore alla decina, al restare nel vago senza indicare esplicitamente il numero. L’arrotondamento numerico si ritrova frequentemente quando si tratta di cifre grandi con possibile valore iperbolico: “ ti mando un milione di baci”. Interessante il fenomeno per cui uno stesso numero, in determinati usi, può assumere valori di polarità opposta: o una riduzione o un aumento della portata: “hai fatto 4 cose precise…” o “gliene dirò 4!”. Che si tratti di un’interpretazione approssimata appare chiaro dalla possibilità di sostituzione del numero con un altro. Talvolta il valore approssimato è correlato al significato dell’elemento quantificato o, è correlato ad un contesto determinato: “gliene conterò 10” (contesto della boxe – in cui 10 sono i secondi a terra per vincere). Il contesto, può comunque essere del tutto arbitrario. L’uso dei numeri come meccanismo di approssimazione, si inserisce nel fenomeno più ampio di intensità, basata su un continuum graduale che si distribuisce tra i due poli dell’attenuazione e del rafforzamento. L’intensità è stata collocata al cuore dell’espressione sociale ed emozionale nel “dar voce” alle emozioni. Accenniamo, sia pure sinteticamente, agli altri parametri che agiscono sul significato complessivo di quello che si dice in una determinata interazione o testo in generale:
Oppure, al contrario, si può rafforzare con avverbi tipo sicuramente, senza dubbio;
Le variazioni, relative all’uso dell’indeterminatezza, risultano significativamente correlate alla situazione, come appare ad esempio dai dati rispetto a una vasta gamma di contesti analizzati: è molto forte la tensione tra l’esigenza di fornire un’informazione precisa ai pazienti e quella di farsi capire e non allarmare troppo
È inoltre rilevante anche il contesto grafico/iconico come nell’esempio della pubblicità elettorale. Vediamo ora un esempio interessante dello sviluppo di un numero:
2.1.3.Lepri e pesci al posto di quattro – variabilità dei numeri e delle cose nei proverbi Nell’interpretazione approssimata, i numeri cardinali possono addirittura funzionare da “segnaposto variabile”, nel senso che risultano sostituibili con altri numeri nelle loro varianti, in cui solo il latino e l’italiano mantengono, ad esempio, centum/cento , mentre in francese tedesco e inglese assume forme impersonali:
fare un corso…” (frequentare un corso o tenere un corso???). Allo stesso modo spesso restare sul vago risulta un vantaggio, ad esempio nel linguaggio legale; l’indeterminatezza e l’ambiguità possono anche essere utilizzati per fini umoristici, con fraintendimento:
2.3.Indicatori di approssimazione nell’uso dei numeri Per evitare gli effetti negativi dell’indeterminatezza, come eventuali incomprensioni, in certi casi si utilizzano specifici indicatori linguistici che servono a esplicitare il valore non preciso. Possiamo distinguere, a grosse linee, tre tipi di indicatori di approssimazione.
2.3.1.Primo tipo – aggiunta di modificatore Il primo tipo, consiste nell’aggiunta di un modificatore come “all’in(circa)”, “tipo”, “intorno”, “più o meno” ecc. Alcuni di questi indicatori sono usati in particolare per indicazioni temporali o per lasciare un margine temporale a un’altra persona, invitandola all’elasticità:
2.3.2.Secondo tipo – risorsa lessicale Il secondo tipo di indicatore, assente nell’interpretazione precisa, consiste in una risorsa lessicale che permette di indicare che si tratta di una quantità indeterminata, vicina alla cardinalità esatta ma non coincidente con questa. Sono espressioni basate su un valore numerico, come decina, dozzina, quindicina, ventina , e le altre successive a base 10 fino a centinaio. Troviamo in altre lingue termini lessicalmente corrispondenti. Per dozzina in francese troviamo douzaine, inglese dozen, spagnolo docena… In italiano sono registrate sia una funzione enfatica di dozzina , verso il polo del rafforzamento, che una funzione di devalorizzazione verso il polo di diminuzione: “ dozzinale -> di poco pregio”. In spagnolo spesso questi sono tradotti con numeri decisamente maggiori: “a decine -> a cientos (centinaia)”. Francese e tedesco privilegiano entrambi il ruolo del rafforzamento.
2.3.3.Terzo tipo – quantificatori generici Il terzo tipo di indicatori di approssimazione, che non approfondiremo, è relativo a lessemi che, non contenendo nessun tipo di riferimento numerico, fungono da quantificatori generici come pugno, pizzico, per indicare una quantità piccola, e sacco, mucchio per indicare una quantità grande. Se in alcuni casi il senso letterale sembra ancora presente, come in un “mucchio di soldi”, l’estensione metaforica è evidente in “un mucchio di grane”. Un caso particolare, intermedio tra secondo e terzo tipo, è
rappresentato da paio, che in genere corrisponde a due oggetti, ma può indicare anche una quantità leggermente superiore:
2.4.Tra approssimazione e precisione Riprendiamo adesso, concludendo questa parte introduttiva sull’uso dei numerali per approssimare, alcune considerazioni generali, sull’oscillazione tra approssimazione e precisione:
2.5.Comprensione e conoscenze condivise Naturalmente, la creatività linguistica, ha dei limiti imposto dal “successo comunicativo, cioè, dal fatto che si venga capito rispetto a quello che si intende dire, anche se ciò che viene detto, letteralmente comporterebbe un altro senso. Tali usi, non comportano difficoltà di comprensione all’interno di una comunità linguistica, anzi, di solito, passano inosservate e si capiscono, come le metafore. Non ci si capisce solo nei casi in cui, come per i “due fagiolini”, la conoscenza di una seconda lingua
3.1.2.Da uno a dieci Come abbiamo visto nel primo capitolo, la frequenza d’uso è maggiore con i numeri piccoli (uno, due, tre), gli stessi che i bimbi imparano per primo. Usiamo l’espressione contare fino a… anche per indicare un “temporeggiare” prima di agire.
Il numero dieci sembra oscillare tra quantità determinata e approssimativamente minore: indica la “moltitudine”.
3.1.3.Tra dieci e cento Consideriamo ora alcuni numerali tra dieci e cento. Ciò che accomuna alcuni di questi è l’uso correlato a un fatto storico o politico, a un avvenimento religioso oppure ad una frase pronunciata da un personaggio illustre. Partiamo da tredici e da una divertita comparazione con dodici, proposta da Achille Campanile:
3.1.4.Cento, mille, milioni, miliardi. Dieci decine, dieci volte cento, un milione e mille milioni: le quantità grandi con valore indeterminato, sono spesso usate in contrapposizione a quelle piccole: “ un silenzio potrebbe esprimere cento intenzioni diverse”. Può manifestarsi confrontando una quantità precisa maggiore di uno/a e una indeterminata
Cento Con il significato indeterminato di “molti” cento ha un uso diffusissimo. Può diventare metafora di velocità ( cento all’ora ), allusione all’affanno della quotidianità ( cento cose ), e alla “multidisposizionalità” di un individuo moderno: “una mamma a cento all’ora”. Anche gli usi statistici sono idiomatici: “una volta su cento ( quasi mai ) / novantanove volte su cento ( quasi sempre ).
Mille Mille si presenta oltre che negli usi già accennati, in un impiego singolare:
Milioni How much is one million? Apparentemente tautologica, la domanda ci riconduce all’acquisizione dell’uso simbolico dei numeri. Non è improbabile vederla formulata in una situazione comunicativa riferita ad adulti. Ad esempio l’esclamazione “ siamo un milione! ”, riferendosi a piazze che non contengono più di 150000 persone, enfatizza la portata della frase. Diverso è il valore indeterminato, è visibilmente enfatico di milione , nel titolo che segue:
Miliardi È irrealistico conteggiare a mano o a mente una cifra come un miliardo: questa è una ovvietà naturalmente. Riscontriamo, in un breve racconto, una connotazione di una quantità inaccessibile alla mente umana:
figurata di un’architettura urbana, di un luogo ordinario che si trasforma via via in un inquietante panopticon , una prigione circolare, un gruppo di celle sorvegliate da una posizione centrale. Numeri dunque, usati per scopi creativi, per esprimere un sovrappiù di senso, anche leggero, come in questo refrain (dalla canzone Per ogni matematico di Angelo Branduardi) su un matematico innamorato, intento a meditare sull’incertezza dei numeri: nel due per tre, so cosa 6 per me. In uno stretto rapporto con l’intensità, i numeri partecipano nel “dar voce alle emozioni”. Alle volte i loro significati emotivi si sviluppano in una sequenza per mezzo di metafore e similitudini che possono racchiudere i numeri “bassi” e i numeri “alti”, rispetto alla linea di demarcazione rappresentata dallo zero , come in questo frammento narrativo tratto da un blog: I numeri bassi sono buoni perché sono i numeri dei bambini. Sono la misura della vicinanza. I numeri alti sono quelli dei grandi. Misurano le distanze e le cose dei grandi. Lo zero è la misura esatta dell’amore. I numeri alti sono il tempo che cresce. Vedono i giorni, i mesi, gli anni passare, sono la distanza dallo zero, lo spazio tra terra e cielo. Io con te non voglio fare i numeri alti, voglio sempre contare al contrario. Io voglio essere per sempre zero con te. La prossima volta che ti vengo a trovare ti porto in dono uno zero. Io a te vorrei regalare mille zerità.
Perché il danese come lingua di confronto con l’italiano? Non è una lingua molto diffusa: è la lingua ufficiale in Danimarca, una terra di circa 5,2 milioni di abitanti. La scelta non è quindi motivata dalla rilevanza internazionale della lingua, quanto dal fatto che si sia appena iniziato a lavorare in questa direzione, oltre che per alcune particolarità interessanti di questa lingua rispetto alla tematica qui in esame. Sia il che l’italiano derivano dall’indoeuropeo, quindi, esiste una parentela tra le due lingue. Il danese, appartiene al gruppo delle lingue germaniche, delle quali, insieme al norvegese, lo svedese e il faroese, costituisce il sotto gruppo delle lingue scandinave. Il sistema numerico presenta punti di contatto ma anche di diversità rispetto all’italiano, in quanto, ha conservato i tratti di sistemi numerici vigesimali e dodicesimali. Il confronto tra le due lingue ci permetterà di riprendere alcune tematiche fondamentali degli usi approssimati dei numerali da un altro punto di vista. Non dimentichiamo anche che un numero non trascurabile di danesi studia i classici italiani di Dante, Boccaccio, Petrarca e Manzoni. Ma anche più moderni come Pirandello, Svevo, Moravia, Calvino e Magris.
4.1.Le sfide del traduttore Tradurre da una lingua all’altra, implica anche la traduzione da una cultura all’altra. Le scelte linguistiche nella traduzione non possono sempre mantenere quella della lingua originaria. I vocabolari bilingui sono ordinati alfabeticamente secondo le singole parole e, vi vengono proposte, parole equivalenti nella lingua d’arrivo. In molti casi, una traduzione letterale, parola per parola, non è però soddisfacente a garantire il successo comunicativo. Nonostante ciò, spesso, la traduzione risulta essere letterale e parola per parola e, di conseguenza, il numerale di una lingua, corrisponde al numerale di un’altra. Ma quando i numerali rientrano in unità differenti, il processo diventa più complicato. Il secondo punto da tenere in considerazione è la strategia traduttiva. Vi sono strategie globali e locali. Quelle globali, riguardano il testo come unità, mentre le locali, riguardano le unità specifiche da tradurre. Rispetto all’uso dei numerali, si tratta di una questione di precisione. Quindi la strategia corretta sarebbe
una traduzione letterale, però ci sono anche altre strategie. Vinay e Darbelnet descrivono sette strategia di traduzione, distinte in tre dirette:
4.2.Iniziamo a contare L’attuale sistema di numerazione danese è un sistema decimale posizionale con le dieci cifre da en (uno) a ni (nove) più nul (zero). Oggi il sistema di numerazione prevalente è quello decimale, ma, ci sono tracce di altri sistemi: vigesimale e dodicesimale. Nei multipli di dieci, troviamo resti del sistema vigesimale: venti, trenta e quaranta (tyve – tredive – fyrre) sono composti dal significato di due, tre e quattro più dieci. Troviamo tracce del sistema vigesimale anche in testi antichi e dialettali, ad esempio, nisindstyw (nove-per-venti). In danese, esistono per i numerali da venti a novanta, forme cosiddette “nordiche”: toti (venti – lett. Due-dieci) etc… Queste forme sono spesso usato nel mondo bancario ma, in generale, non ha mai avuto molto successo; ciò è dimostrato dal loro inutilizzo nelle banconote. Krifka, accenna al ruolo particolare di quaranta in sistemi di numerazione come quello danese, in cui, le interpretazioni approssimative sono correlate alla complessità di espressione dei singoli numerali. Per i parlanti danesi i numerali fyrre e tres (20 – 30) invitano più facilmente a un’interpretazione approssimativa che il numerale halvtreds (50), mentre per i norvegesi è esattamente l’opposto.