Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Riassunto PERCEZIONI DI RISCHIO, Sintesi del corso di Antropologia Culturale

Riassunto libro per esame di Antropologia Culturale

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 15/01/2019

chiaralias
chiaralias 🇮🇹

4.5

(132)

21 documenti

1 / 14

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
PERCEZIONI DI RISCHIO
Pratiche sociali e disastri ambientali in prospettiva antropologica
A cura di Gianluca Ligi
Introduzione
Disastri e percezioni sociali di rischio
Lo scopo di questo volume è invece mostrare come, al contrario, proprio gli aspetti socio culturali siano le dimensioni premi-
nenti, centrali e fondamentali di un evento naturale estremo o di un disastro tecnologico, in ogni sua fase. Si potranno fare
passi avanti verso la comprensione e la prevenzione dei disastri, e la mitigazione dei danni post impatto, soprattutto concet-
tualizzando in modo più sofisticato e approfondito l’importanza delle componenti sociali di un disastro e la loro variabilità
trans-culturale.
In che modo il sapere e le metodologie tipiche delle scienze etno-antropologiche possono apportare un contributo efficace e
originale allo studio dei disastri?
Il punto di partenza è costituito dal problema teorico di base relativo alla definizione stessa di disastro: i disastri sono feno-
meni complessi e multifattoriali. Le definizioni tecno centriche di disastro, proposte dalle scienze fisiche, sono indispensabili
ma tendono a comprimere la complessità di un disastro nell’ambito delle caratteristiche degli agenti di tipo fisico e dei loro
effetti in termini di danni a cose e persone. I disastri procurano effetti fisici in termini di danni a cose e a persone. In questo
tipo di definizioni l’approccio interpretativo globale e le strategie di intervento e di gestione del disastro sono di tipo tecnico
e fisico-ingegneristico. Il disastro è inteso come evento grave, improvviso e spesso imprevisto. Non ci si pone sufficientemen-
te il problema della predittività, ovvero dell’analisi delle condizioni preimpatto, se non in termini di miglioramento dei model-
li esplicativi geofisici. La gravità dell’evento è misurata esclusivamente attraverso parametri tecnici.
Il necessario miglioramento dei modelli geofisici o informatici e delle tecniche di gestione degli impianti si è rivelato pauro-
samente insufficiente per comprendere, prevedere ed evitare un disastro. In Giappone sono stati inventati anche i cosiddetti
EWS (Early Warning Systems), ovvero i Sistemi di Allertamento Anticipato per le tsunami. Malgrado si riesca con gli EWS ad
anticipare l’onda di circa venti minuti, non più del 2-3% della popolazione ha risposto positivamente in casi concreti. Recenti
ricerche di psicologia dinamica hanno mostrato che un’alta percentuale di persone aspetta di vedere l’onda prima di metter-
si in salvo. Gli aspetti tecnologici si pensa non siano gli unici fattori da considerare nell’analisi dei disastri perché non esiste
mai un rapporto lineare, di proporzionalità diretta, fra intensità dell’impatto e gravità del danno. Il problema non è soltanto
dentro l’evento, ma è anche esterno all’evento: è nel sistema sociale colpito, è un problema di relazione culturale.
Accanto alle definizioni tecno centriche, vi è dunque l’esigenza di elaborare delle concettualizzazioni; socio antropologiche di
disastro, nelle quali si fa una sostanziale differenza fra agente fisico distruttivo e disastro. Un terremoto è un agente distrut-
tivo, mentre invece il diastro è il tipo e il grado di disgregazione sociale che segue l’impatto di un agente distruttivo su una
comunità umana e si parla di disastro solo se si verifica questa situazione: la semplice minaccia di un impatto può essere so-
cialmente dirompente tanto quanto un impatto effettivo.
Da un punto di vista strettamente antropologico, i disastri sono eventi sociali, in cui entità sociali subiscono uno sconvolgi-
mento delle loro attività sociali quotidiane. Secondo le definizioni tecno centriche il disastro è un evento fisico, secondo quel-
le socio-antropologiche il disastro è invece un fenomeno sociale. William Torry ha evidenziato che nel modello interpretativo
complessivo dell’evento critico, la cultura e le strutture organizzative sono spesso valutate in termini di “costanti”, rendendo
questi fattori trascurabili ai fini della previsione e dell’attenuazione della vulnerabilità. Il concetto di pericolo, secondo Torry,
viene assunto in modo oggettivo, a prescindere dalla percezione che ne hanno i singoli individui.
Per Hewitt i discorsi non rappresentano mai passivamente i loro oggetti, essi di fatto li producono. L’errore interpretativo,
ovvero il pericolo di utilizzare modelli descrittivi sbagliati delle situazioni critiche che non contribuiscono a comprenderle
per prevederle e attenuarne il danno, e che invece ne accrescono la gravità si annida per Hewitt innanzitutto nelle strategie
retoriche con le quali la nozione di disastro è costruita e con le quali i discorsi sul disastro sono proferiti dagli esperti della
visione dominante: bisogna sottolineare la radicale diversità del problema (the “un”-ness of the problem). In nord America,
nell’eufemismo che suona ufficiale, i disastri sono “eventi non-programmati” (“unscheduled events”).
Anthony Olivier-Smith, oggi è l’esponente senz’altro più autorevole dell’approccio antropologico allo studio dei disastri. Per
Olivier: si manifesta in termini di percepita distruzione dei dispositivi che assicurano il normale ottemperamento dei bisogni
individuali e sociali di una comunità.
Il disastro è un fenomeno che si manifesta nel punto di connessione fra società, tecnologia e ambiente, e può essere inter-
pretato come effetto particolarmente eccezionale causato dalle interazioni profonde di questi tre elementi.
Gli elementi innovativi che pone questa nozione di disastro si possono riassumere in una analisi più approfondita del concet-
to chiave di vulnerabilità. Il disastro si configura come relazione complessa fra un impatto con un agente fisico, naturale o
tecnologico e la vulnerabilità socio culturale specifica della comunità colpita. Le istituzioni sociali e gli organi di informazione
preposti a “raccontare” i disastri, contribuiscono profondamente a costruire la percezione del rischio e le categorie di colpa,
pericolo e causalità. Chi sopravvive deve affrontare la sofferenza derivante dalla cosiddetta “sindrome del sopravvissuto” o
PTSD (post traumatic stress disorder): ricordi incancellabili dell’esperienza traumatica, del senso di colpa per essere soprav-
vissuti, di tristezza, ansia, depressione e ritiro sociale, e soprattutto di ricerca di senso del’evento accaduto.
Bisogna stabilire delle varianti socio culturali per determinare il livello di vulnerabilità e il grado di disarticolazione sociale del-
la comunità colpita. Gli effetti della crisi sono già potenzialmente contenuti dentro il sistema sociale colpito. Questo approc-
cio sposta dunque la portata dell’analisi alle condizioni precedenti l’impatto, in modo preventivo sulla vita “normale” di una
comunità.
I disastri sono processi complessi che si attivano gradualmente durante un lungo periodo di incubazione e che alla fine preci-
pitano dando luogo a una situazione catastrofica. Questi processi hanno delle precondizioni, sono determinati da errori “si-
stemici”. Il periodo di incubazione sociale di un disastro è costellato da numerosi piccoli segnali di avvertimento che però
vengono tragicamente ignorati o male interpretati.
Le variabili percezioni di rischio, che orientano pratiche quotidiane, scelte politiche e strategie d’azione differenti, determi-
nano direttamente la vulnerabilità di un sistema sociale e svolgono un ruolo essenziale nell’amplificare o diminuire gli effetti
fisici dell’impatto di un agente distruttivo, su una comunità umana colpita da un disastro.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe

Anteprima parziale del testo

Scarica Riassunto PERCEZIONI DI RISCHIO e più Sintesi del corso in PDF di Antropologia Culturale solo su Docsity!

PERCEZIONI DI RISCHIO

Pratiche sociali e disastri ambientali in prospettiva antropologica

A cura di Gianluca Ligi

▪ Introduzione Disastri e percezioni sociali di rischio Lo scopo di questo volume è invece mostrare come, al contrario, proprio gli aspetti socio culturali siano le dimensioni premi- nenti, centrali e fondamentali di un evento naturale estremo o di un disastro tecnologico, in ogni sua fase. Si potranno fare passi avanti verso la comprensione e la prevenzione dei disastri, e la mitigazione dei danni post impatto, soprattutto concet- tualizzando in modo più sofisticato e approfondito l’importanza delle componenti sociali di un disastro e la loro variabilità trans-culturale. In che modo il sapere e le metodologie tipiche delle scienze etno-antropologiche possono apportare un contributo efficace e originale allo studio dei disastri? Il punto di partenza è costituito dal problema teorico di base relativo alla definizione stessa di disastro: i disastri sono feno- meni complessi e multifattoriali. Le definizioni tecno centriche di disastro, proposte dalle scienze fisiche, sono indispensabili ma tendono a comprimere la complessità di un disastro nell’ambito delle caratteristiche degli agenti di tipo fisico e dei loro effetti in termini di danni a cose e persone. I disastri procurano effetti fisici in termini di danni a cose e a persone. In questo tipo di definizioni l’approccio interpretativo globale e le strategie di intervento e di gestione del disastro sono di tipo tecnico e fisico-ingegneristico. Il disastro è inteso come evento grave, improvviso e spesso imprevisto. Non ci si pone sufficientemen- te il problema della predittività, ovvero dell’analisi delle condizioni preimpatto, se non in termini di miglioramento dei model- li esplicativi geofisici. La gravità dell’evento è misurata esclusivamente attraverso parametri tecnici. Il necessario miglioramento dei modelli geofisici o informatici e delle tecniche di gestione degli impianti si è rivelato pauro- samente insufficiente per comprendere, prevedere ed evitare un disastro. In Giappone sono stati inventati anche i cosiddetti EWS (Early Warning Systems), ovvero i Sistemi di Allertamento Anticipato per le tsunami. Malgrado si riesca con gli EWS ad anticipare l’onda di circa venti minuti, non più del 2-3% della popolazione ha risposto positivamente in casi concreti. Recenti ricerche di psicologia dinamica hanno mostrato che un’alta percentuale di persone aspetta di vedere l’onda prima di metter- si in salvo. Gli aspetti tecnologici si pensa non siano gli unici fattori da considerare nell’analisi dei disastri perché non esiste mai un rapporto lineare, di proporzionalità diretta, fra intensità dell’impatto e gravità del danno. Il problema non è soltanto dentro l’evento, ma è anche esterno all’evento: è nel sistema sociale colpito, è un problema di relazione culturale. Accanto alle definizioni tecno centriche, vi è dunque l’esigenza di elaborare delle concettualizzazioni; socio antropologiche di disastro, nelle quali si fa una sostanziale differenza fra agente fisico distruttivo e disastro. Un terremoto è un agente distrut- tivo, mentre invece il diastro è il tipo e il grado di disgregazione sociale che segue l’impatto di un agente distruttivo su una comunità umana e si parla di disastro solo se si verifica questa situazione: la semplice minaccia di un impatto può essere so- cialmente dirompente tanto quanto un impatto effettivo. Da un punto di vista strettamente antropologico, i disastri sono eventi sociali, in cui entità sociali subiscono uno sconvolgi- mento delle loro attività sociali quotidiane. Secondo le definizioni tecno centriche il disastro è un evento fisico , secondo quel- le socio-antropologiche il disastro è invece un fenomeno sociale. William Torry ha evidenziato che nel modello interpretativo complessivo dell’evento critico, la cultura e le strutture organizzative sono spesso valutate in termini di “costanti”, rendendo questi fattori trascurabili ai fini della previsione e dell’attenuazione della vulnerabilità. Il concetto di pericolo, secondo Torry, viene assunto in modo oggettivo, a prescindere dalla percezione che ne hanno i singoli individui. Per Hewitt i discorsi non rappresentano mai passivamente i loro oggetti, essi di fatto li producono. L’errore interpretativo, ovvero il pericolo di utilizzare modelli descrittivi sbagliati delle situazioni critiche – che non contribuiscono a comprenderle per prevederle e attenuarne il danno, e che invece ne accrescono la gravità – si annida per Hewitt innanzitutto nelle strategie retoriche con le quali la nozione di disastro è costruita e con le quali i discorsi sul disastro sono proferiti dagli esperti della visione dominante: bisogna sottolineare la radicale diversità del problema (the “un”-ness of the problem). In nord America, nell’eufemismo che suona ufficiale, i disastri sono “eventi non-programmati” (“unscheduled events”). Anthony Olivier-Smith, oggi è l’esponente senz’altro più autorevole dell’approccio antropologico allo studio dei disastri. Per Olivier: si manifesta in termini di percepita distruzione dei dispositivi che assicurano il normale ottemperamento dei bisogni individuali e sociali di una comunità. Il disastro è un fenomeno che si manifesta nel punto di connessione fra società, tecnologia e ambiente, e può essere inter- pretato come effetto particolarmente eccezionale causato dalle interazioni profonde di questi tre elementi. Gli elementi innovativi che pone questa nozione di disastro si possono riassumere in una analisi più approfondita del concet- to chiave di vulnerabilità. Il disastro si configura come relazione complessa fra un impatto con un agente fisico, naturale o tecnologico e la vulnerabilità socio culturale specifica della comunità colpita. Le istituzioni sociali e gli organi di informazione preposti a “raccontare” i disastri, contribuiscono profondamente a costruire la percezione del rischio e le categorie di colpa, pericolo e causalità. Chi sopravvive deve affrontare la sofferenza derivante dalla cosiddetta “sindrome del sopravvissuto” o PTSD ( post traumatic stress disorder ): ricordi incancellabili dell’esperienza traumatica, del senso di colpa per essere soprav- vissuti, di tristezza, ansia, depressione e ritiro sociale, e soprattutto di ricerca di senso del’evento accaduto. Bisogna stabilire delle varianti socio culturali per determinare il livello di vulnerabilità e il grado di disarticolazione sociale del- la comunità colpita. Gli effetti della crisi sono già potenzialmente contenuti dentro il sistema sociale colpito. Questo approc- cio sposta dunque la portata dell’analisi alle condizioni precedenti l’impatto, in modo preventivo sulla vita “normale” di una comunità. I disastri sono processi complessi che si attivano gradualmente durante un lungo periodo di incubazione e che alla fine preci- pitano dando luogo a una situazione catastrofica. Questi processi hanno delle precondizioni, sono determinati da errori “si- stemici”. Il periodo di incubazione sociale di un disastro è costellato da numerosi piccoli segnali di avvertimento che però vengono tragicamente ignorati o male interpretati. Le variabili percezioni di rischio , che orientano pratiche quotidiane, scelte politiche e strategie d’azione differenti, determi- nano direttamente la vulnerabilità di un sistema sociale e svolgono un ruolo essenziale nell’amplificare o diminuire gli effetti fisici dell’impatto di un agente distruttivo, su una comunità umana colpita da un disastro.

Che cos’è il rischio? Come lo si determina? La determinazione che un dato evento costituisca un pericolo e la determinazione delle probabilità che quel dato evento pericoloso si verifichi davvero, non sono mai operazioni completamente oggettivabili , cioè trattabili esclusivamente con una modellistica matematica, ma sono in gran parte delle costruzioni culturali che pongono problemi eminentemente socio-antropologici. L’antropologia culturale estende l’analisi dai sistemi di azioni ai sistemi di significato che sorreggono e orientano le pratiche sociali. Gli attori sociali attribuiscono dei significati alle proprie esperienze e azioni. Le azioni non si riducono mai a semplici “reazioni”, in quanto sono mediate da processi di attribuzione di senso. Il concetto di sicurezza non si riferisce mai a un dato completamente oggettivo, ma si basa sempre su una componente di finzione sociale. Come dimostrano gli studi ormai classici di Mary Douglas, in ogni luogo e in ogni tempo l’universo viene interpretato in ter- mini di etica e di politica. Fra i “primitivi” come da noi, all’interno di qualunque tipo di organizzazione ogni disgrazia (o disa- stro) di una certa gravità suscita sempre una serie di interrogativi sulle responsabilità. APPUNTI SEMINARIO (puoi anche non guardarli) Definizione di rischio : eventualità di un avvenimento che può causare un danno. Non si ferma a registrare un evento danno- so, ma introduce un aspetto probabilistico. È la probabilità che questo evento dannoso si verifichi, mettendosi in rapporto con il fattore tempo. Percezione di probabilità che si verifichi un evento dannoso. Come si valuta un rischio?

  1. Per dare una misura di rischio, dobbiamo stabilire se un tale evento è pericoloso o dannoso;
  2. dobbiamo stabilire la probabilità che questo evento si verifichi davvero. Queste due operazioni non sono mai facili, non comportano soltanto la manipolazione di dati tecnici, non possono essere af- fidate solamente al “sapere esperto”. Queste due operazioni, in circostanze importanti e gravi, sono costruzioni sociali rela- zionali, che non hanno niente di oggettivo e deterministico. Non possono essere esclusivamente trattati con modellistica lo- gico-matematica. Interare l’analisi dei saperi esperti con l’aiuto delle scienze sociali. COSTRUZIONI SOCIALI RELAZIONALI : caso della contaminazione ambientale di Love Canal (Niagara Falls). Agosto 1978, contaminazione pericolosa per la salute. In questo paese si avvia un progetto per una area industriale molto ampia, che però fallisce, tutto rimane vuoto. Enorme canale viene utilizzato per stoccare un enorme quantità di residui tossici, circa 21.000 tonnellate di scorie sepolte in questo canale. L’area viene comprata dal comune di Niagara Falls, nasce un’intera cittadina (1950-1960). Le autorità iniziano a diffondere notizie vaghe (questo è il primo caso importante di contaminazione ambientale), non erano preparate:
  • evacuazione di 6 donne incinte e 20 bambini;
  • dopo una serie di critiche, evacuazione di tutti quelli che vivevano a ridosso del canale;
  • scelta cautelativa massima: evacuazione di massa. Scoppia il caso, per la prima volta si capisce che l’inquinamento è molto più vasto di quello che era stato ipotizzato, nessuno riesce a capire l’estensione e i possibili danni. Si parla di sostanze di scarto che dovrebbero provocare un particolare tipo di cancerogenesi: tumori del sangue in bambini. Allarme: nesso di connessione tra esposizione ambientale e tumori. Evacuazione di massa. Come reagisce la popolazione? È qui che vediamo l’effetto delle percezioni di rischio, come la gente percepisce il rischio, i problemi che vengono spiegati loro.

La prima considerazione da fare, la popolazione di frammenta, si spacca. Le culture non sono mai omogenee, non ci sono “scatole”. Qualcuno ci occupiamo di fenomeni sociali, è la frammentazione dei corpi sociali, le contraddizioni tra corpi sociali.

  1. è emerso un primo grande orientamento: MINIMALISTI (1/3 delle famiglie):
  • sottovalutazione del problema (misura eccessiva, dati non veri, il solito allarmismo, …): dubbio minimalista sull’informazione;
  • sfiducia implicita nell’istituto superiore di Sanità
  1. secondo corpo: MASSIMALISTI (2/3 della popolazione):
  • allarmismo (la situazione è più grave di quello che hanno detto)
  • sopravvalutazione del problema
  • delegittimazione riguardo alla competenza
  • cover up (pregiudizio di dolosità, “sanno cosa succede, ma non ce lo vogliono dire”). Le scienze sociali approfondiscono le analisi: si guarda l’età, la composizione familiare, l’occupazione, si comincia a fare l’analisi del POSIZIONAMENTO SOCIALE. Il posizionamento sociale dei minimalisti: pensionati, pensionati con figli grandi, che avevano finito di pagare il muto, ex ope- rai (avevano maturato un rapporto quasi familiare per l’impresa per la quale avevano lavorato). Le percezioni di rischio si traducono in azioni. Qual è l’azione?
    • Minimalisti: l’evacuazione è una forma di violenza, non deve essere obbligatoria, ma volontaria. Lo Stato non deve avere il potere di impormi un cambio di vita così radicale, ma dare la libera scelta. Non puoi neanche obbligare altri ad ospitare gli evacuati. Il problema dei minimalisti: come fa l’autorità a gestire tutte queste persone?
    • Massimalisti: giovani coppie con figli piccoli, temono per la salute dei bambini, appartamento in affitto, sorgono dei piccoli nuclei sociali di condominio, di prossimità abitativa e cominciano a reperire le informazioni in modo autono- mo. Si apre un canale di soggettivazione popolare, anche rispetto alla soluzione dell’informazione. Esiste un contesto che io devo prendere in esame le persone malate, che nel momento dell’evacuazione, si trovano in ospe- dale. Anche qui si ha una frammentazione molto ampia:
    • Minimalisti: associato a persone che ti riferiscono, narrazione del loro disagio, del loro malessere che non è un’esposizione di sintomi, o una serie di diagnosi con lo stesso lessico dei medici;
    • Massimalisti: il campione tende verso persone che riferiscono sintomi non convenzionali, verbalizzano sintomi estremamente generici. Indeterminatezza nella loro esposizione.

▪ Narrare le cause, attribuire le colpe Un percorso interpretativo nella concezione e nell’esperienza dell’uranio tra i Navajo

  1. Abitare terre contaminate: le miniere di uranio nella riserva navajo Circa 1.200 miniere di uranio, di varie tipologie e dimensioni, sono state aperte in terra navajo nel periodo tra il 1948 ed il 1 971, l’epoca di più intensa ricerca e lavorazione del grezzo da parte degli Stati Uniti d’America: il sottosuolo ricco di depositi di uranio domestico fu estratto fino agli anni ’70 per le necessità militari poi per il fabbisogno energetico del Paese. Già dalla fine degli anni ’60, i Navajo assunti per lavorare nelle miniere lamentavano la mancanza di misure protettive nell’ambiente di lavoro ed accusavano gravi problemi di salute. I minatori stessi divennero gli inconsapevoli veicoli della con- taminazione. Dopo la loro chiusura massiva, avvenuta all’inizio degli anni ’80, questi siti non sono stati bonificati se non in minima parte. Ormai da alcuni decenni, dunque, la popolazione navajo si confronta con un problema di contaminazione ambientale dovuta alle miniere abbandonate: la roccia sterile e gli ammassi degli scarti di estrazione ivi presenti contengono circa l’85& dell0originale radioattività del grezzo e sono tutt’ora composti dei prodotti di decadimento dell’uranio. La contaminazione sta quindi gradualmente coinvolgimento tutti gli ambiti di vita delle comunità navajo. E’ la vita a contatto con le miniere che molti Navajo indicano come causa dell’insorgenza attuale di alcune patologie. Il corposo apparato delle narrazioni mitiche, il comportamento verso la malattia e le aspettative per il futuro vengono tessuti assieme in una fitta maglia di descrizioni emiche dei nessi causali, che rappresentano veri e propri processi di blaming e che hanno a che fare tanto con le cause quanto con i futuri effetti del’uranio e della sua capillare presenza nel territorio navajo. Lo scopo di questo saggio è proporre un percorso analitico - descrittivo attraverso le connessioni che ritengo sia indispensa- bile percorrerle come via d’accesso preferenziale alla percezione del rischio tra i Navajo.
  2. Estrarre, incidere, ferire. Il rapporto con la Terra attraverso il mito Il significato locale assunto da una pratica molto specifica: l’estrazione di un elemento dalla terra. La necessità di analizzare questo problema alla luce del contesto comunitario navajo, dove il tessuto culturale si costruisce e ricostruisce di un continuo attorno allo stretto legame tra i Diné e la loro Terra, che concepiscono come una madre fonte di vita a cui si deve un minuzioso e continuo rispetto. Secondo il mito navajo della creazione, infatti, il Popolo è emerso sulla superficie terreste dopo un viaggio attraverso vari mondi sotterranei. E bisogna dire una preghiera, dire una benedizione, se si vuole rimuovere o portare via qualcosa. Biso- gnava rinunciare a qualcosa perché stavano andando lì dentro e avrebbero smosso il suolo e avrebbero rimosso il carbone dalla Madre Terra e questo è sbagliato. Margarita e il suo popolo considerino offensivo fare violenza al suolo con strumenti artificiali, prelevare dalla Terra degli ele- menti naturali senza chiedere il permesso e, soprattutto senza una valida ragione. Un’anziana donna navajo ha parlato delle estrazioni come di un grande atto di vero e proprio “stupro”, di penetrazione vio- lenta ed inaccettabile imposta dalle compagnie estrattive alla Terra del suo popolo. Questo processo di sacralizzazione del territorio aiuta a capire le connotazioni che ha assunto l’economia delle attività mine- rarie: essa contraddice un intero principio vitale di rapporto delle comunità al proprio ambiente. L’uranio naturale è l’elemento più radioattivo presente sul pianeta conferisce al proprio minerale ospite un colorito tipica- mente giallognolo. La radioattività è del tutto invisibile ed inodore, e i danni che può provocare al corpo umano non si mani- festano se non dopo un lungo periodo di latenza. Alcuni di loro ricordano di stare procurando delle ferite irreparabili alla loro stessa fonte di sussistenza: per questo, le comu- nità navajo precedevano le estrazioni da offerte e richieste di perdono rivolte alle rocce, per proteggere chi doveva scender nel sottosuolo da eventuali infortuni ed incidenti causati dalla loro colpa. Cioè la necessità di bilanciar eun atto di privazione e superbia con uno di donazione e sottomissione di cui mi parlava Margarita. Gli Anazasi, la popolazione che abitava queste terre fino a poco prima del loro arrivo qui e che ha lasciato notevoli tracce di sé nel territorio, principalmente insediamenti e petroglifi. La loro repentina scomparsa sarebbe dovuta ad una grave siccità che avrebbe colpito la regione poco dopo l’anno 1000. L’azione dissacrante delle estrazioni è portatrice di effetti negativi non tanto nell’immediato, quanto sul lungo periodo: una colpa di cui l’uomo si è macchiato. La “cosa terribile” di cui mi parlava Margarita: alla scomparsa storica degli Anazasi corri- sponde la scomparsa attuale dei Navajo. Nell’odierno processo di deculturazione di cui le generazioni più mature stanno prendendo atto e a cui tentano di porre rimedio mediante interventi educativi. I Navajo concepiscono l’universo “a san orderly, all-incluvice, unitary of interralated elements” in un continuum nel quale ogni componente ha una sua posizione precisa. Vi sono oggetti e situazioni potenzialmente più negativi di altri, e l’uranio è uno di questi: l’uranio sta dalla parte negativa della natura, mentre il polline di grano sta dalla parte positiva. Il polline di grano, sostanza consumata nelle cerimonie ed usata per le benedizioni. L’uranio viene quindi pensato in antitesi a quello che è probabilmente l’elemento più fortemente sacralizzato da tutti i Nativi del Sudovest. Il ruolo fondamentale svol- to presso il popolo navajo dallo storytelling: esso è costituito da una rete di vere e proprie “geographical stories”, ossia nar- razioni fortemente localizzate relative ai viaggi dei protagonisti mitici navajo. Che giustificano i nomi dei luoghi o le loro ca- ratteristiche e sono il concreto modo navajo di far proprio il territorio, per l’appunto sacralizzandolo: di abitarlo.
  3. Leetso e la concezione navajo dell’uranio Nella loro lingua, non era mai esistita una parola precisa per indicare né uranio è tantomeno la radioattività. Più recentemen- te, tuttavia, l’Uranium Education Program attivo nelle scuole della riserva ha sviluppato una sorta di glossario specifico sul tema, coniando i termini: la “radioattività” è stata chiamata bideezla’na’alkidgo (da bideezla, “arma”, e na’alkidgo, “qualcosa che si muove”), mentre uranio ha ricevuto il nome di Leetso. Leetso significa letteralmente “giallo” ma, richiama l’idea di un rettile serpente figura che nel sistema di credenze è considerata mostruosa. Leetso è quindi “il grande mostro giallo”. La pericolosità dell’uranio non è percepita semplicemente in rapporto all’elemento in quanto tale, ma piuttosto in relazione a ciò che se ne fa e a chi lo fa : si innesca così il processo dell’attribuzione di responsabilità. Per usare i termini dell’antropologia dei disastri, avviene qui il trapasso dalla sfera del natural a quella del man-made. I Navajo, quindi, hanno avuto a che fare con le conseguenze dell’uranio in più modi: quelli diretti (la morte di centinaia di mi- natori per effetto dei gas radioattivi respirati nelle miniere) e quelli indiretti (un ambiente attualmente contaminato in nume-

rose zone e la conseguente difficoltà a rapportarvisi nel modo profondo che ha sempre caratterizzato queste comunità). La raccolta di erbe per le cerimonie, ad esempio, è oggi interdetta in alcune zone dichiarate “contaminate”. E questi sono alcuni esempi di quanto quello che a prima vista può sembrare un problema soltanto ambientale sia, in realtà e da subito, un pro- blema radicalmente culturale. E’ credenza locale che l’unico modo per combattere un essere potente sia quello di conoscerlo e il primo fondamentale mo- do per conoscerlo sia quello di dargli un nome. E’ così che i Navajo si sono rapportati all’uranio e alla radioattività: il nome che gli hanno dato lo ha reso conoscibile, incastonandolo nella rete narrativa dello storytelling(loro privilegiato mezzo di co- noscenza delle cose), e lo ha reso più facile da gestire e da sconfiggere, poiché la narrazione tradizionale indica quale deve essere il suo posto corretto nell’ordine delle cose.

  1. Where the lightnigh struck , ovvero le eziologie locali e i percorsi di cura: guarire gli uomini, guarire la Terra La formulazione locale di un sistema di “cause” si comprende facendo nuovamente riferimento alle storie tradizionali. Le ca- ratteristiche fisiche dei depositi di uranio incontrati dai minatori nel sottosuolo hanno stimolato la loro assimilazione a due figure: quella del serpente e quella simbolicamente analoga del fulmine. Il primo quanto il secondo fanno parte dell’inventario dei contatti considerati potenzialmente pericolosi. Il rapporto tra persone e fulmine è fortemente tabuizzato e rappresenta “the most frequent and most culturally distinct cause (of illness) cited by Navajo patients”. La costruzione cultu- rale della relazione tra il fulmine e i problemi di salute si avvolge esattamente attorno all’esperienza dell’uranio e della radia- zione. In opposizione al concetto di hòzho la malattia viene pensata come “dis-equilibrio”. Si basa sostanzialmente su una teoria del male per contagio e contempla quattro casi possibili: la stregoneria, la violazione di tabu e il contatto improprio con poteri pericolosi che a sua volta non è altro che una forma di “esposizione”. Il fulmine è appunto uno di questi e può por- tare alla malattia sia per contatto diretto (quando se ne viene colpiti) sia per contatto indiretto. Il cancro è rimasto pressoché sconosciute come malattia fino agli anni ’60. In questo periodo esso ha fatto la sua comparsa in modo piuttosto massiccio con la notevole incidenza di tumori al polmone tra i Navajo assunti nelle miniere di uranio. Questo dato rivela due cose: si diffonda tra i Navajo la parola inglese cancer; poi che i Navajo hanno fatto la conoscenza di questa patologia proprio in connessione a, e attraverso, l’esperienza dell’uranio. Uno degli uomini di medicina ha collocato la genesi del cancro nel terzo dei mondi sotterranei, il Mondo Giallo, i cui abitanti avevano osato abusare di alcune forze naturali messe loro a disposizione sotto forma di energia radiante. Il raggio viene as- sociato al fulmine, che a questo punto è concepito come un “contatto interdetto” da tre punti di vista: appartiene alla classe delle cose potenzialmente pericolose, il lampo è un fatto meteorologico che caratterizza l’ecologia del Sudovest, dove im- provvise tempeste inumidiscono l’aria secca degli altipiani semidesertici; infine il fulmine viene esteso a tutte le forme di energia radiante. I moderni processi di degenerazione cellulare dovuti al cancro con l’esposizione alla radiazione ionizzante, non sono scono- sciuti all’etnomedicina navajo. La categoria nosologica “cancro” e viene indicata mediante due etnemi: naaldzid che significa “ciò che continua ad imputridire; l’altro è lood doo nadziihii, “un dolore/infiammazione che non guarisce”. Le posizioni degli hataalii sono infatti abbastanza consistenti nell’assegnarlo a quel tipo di malattia (sickness) che deriva dall’essersi avvicinati a dove un fulmine ha colpito (where the lightning struck), e quindi può essere guarita attraverso appro- priate cerimonie. Shootingway questo canto risulta infatti essere quello più usato per ovviare agli squilibri che la persona accusa dal contatto con il fulmine. Lightningstruckway se l’esposizione al lampo è stata diretta. Il sistema cerimoniale navajo è fortemente orien- tato all’eliminazione della causa. Poiché uno dei principi cardine del processo curativo è quello omeopatico secondo cui il si- mile cura il simile, di modo che si riscontra una similarità tra fattore causale e canto di guarigione (dove gli uomini di medici- na colpiscono simbolicamente il paziente con frecce). Trattare in modo inopportuno la terra può voler dire far ammalare gli uomini; di contro, per poter veramente “guarire gli uomini” è necessario ad un tempo “guarire la terra” dalle ferite delle sue superfici e dal materiale contaminante che ne è scaturito, di modo che tra le comunità locali e l’ambente si possa riannodare il legame che i Navajo definiscono k’è.
  2. Governi, risorse ed ecologia: i processi di blaming ed il contributo della profezia narrativa contemporanea La percezione del rischio legato all’uranio segue una linea di pensabilità molto precisa e ne viene quotidianamente struttura- ta: oltre alla forte preoccupazione per l’insorgenza delle malattie e il propagarsi invisible della radioattività nell’ambiente, domina infatti il timore per la perdita della cultura tradizionale, a cui l’economia di sfruttamento delle risorse starebbe dando una spinta decisiva. I Navajo ritengono che scavare nel sottosuolo alla ricerca dell’uranio sia stata la violazione radicale di un tabu e che, se si continua a farlo, il loro popolo sarà portato alla distruzione da quelle stesse Entità che hanno punito i loro predecessori, gli Anazasi: il passato funziona come una sorta di anticipazione del futuro possibile, e canalizza il blaming lungo direzioni molto precise. L’estrazione dell’uranio (e delle altre risorse naturali) non è soltanto la causa immediata di malattie e problemi ambientali, ma, più in generale, l’ennesimo passo verso l’autodistruzione da parte dei gruppi umani, perché detonatore di veri e propri disastri naturali che avrebbero la funzione di purificare il pianeta e rendere possibile una sua rigenerazione ecologica. L’uranio non deve essere estratto perché, in virtù della similarità fra radiazione e fulmine, la sua presenza nel sottosuolo sti- mola la venuta della pioggia, fenomeno assolutamente indispensabile nell’ambiente semiarido del Sudovest. Le vicende rela- tive all’uranio abbiano implicazioni molto più ampie di quelle economiche, e anche di quelle ecologiche più immediate: che portare via l’uranio abbia significato – e significhi – ad un tempo privare questi popoli di ben altro che di un elemento territo- riale. Una delle connessioni più interessanti che ho rilevato è quella tra il massiccio utilizzo di acqua per il funzionamento degli im- pianti estrattivi e i processi di inaridimento che stanno mettendo a dura prova le terre del Sudovest americano, dove la sicci- tà è vista come una vera e propria catastrofe ambientale. Ancora una volta il riferimento all’uranio è essenziale dato che i suoi impianti estrattivi richiedono enormi quantitativi d’acqua. In questo complesso apparato di reinterpretazioni profetiche c’è dunque una sorta di “freccia orientata nel tempo” che con- nette le politiche ambientali governative e i fenomeni di siccità critica che hanno interessato questo territorio. Cultura e natura transitano una nell’altra nel medesimo viluppo causale.
  1. Conclusione I proverbi marinari giapponesi comunicano chiavi essenziali di comprensione sintetica, da un lato degli schemi di relazioni che implicano una percezione culturale dei fenomeni meteorologici locali, dall’altro dei comportamenti umani di fronte ai fenomeni meteorologici potenzialmente pericolosi. L’assunto di questo saggio è che i proverbi obbediscano sia a un “piano normativo elementare” sia a determinati meccanismo di interiorizzazione culturale, processi di percezione e costruzione di senso, pratiche di valutazione del rischio, che mettono in luce una forma di sapere storicamente derivata da “pratiche am- bientali situate” prodotte dall’esperienza di generazioni di pescatori giapponesi. ▪ Dieci anni, nove siccità La costruzione sociale del rischio in un villaggio rurale cinese Il più costoso progetto infrastrutturale di trasferimento idrico mai tentato dall’uomo, 44,8 miliardi m^3 /anno di acqua dal cor- so del fiume Yangzi all’arida Piana Cinese del Nord ha preso ufficialmente vita il 12 dicembre 2014. Questo sforzo di risolvere il ciclico problema della siccità nella zona geografica denominata Piana del Nord che è la sede di tre bacini idrografici molto importanti per la Cina. Lo Huang, lo Hai e lo Huai “il bacino delle tre H” è uno dei bacini idrici più sfruttati del paese ma con l’indicatore pro capite di acqua disponibile fra i più bassi del mondo. La principale responsabile del consumo incentivo delle risorse idriche del paese è l’impressionante crescita economica degli ultimi decenni. A ciò si somma il peculiare sistema meteorologico di questa area. Enso è ritenuta essere causa dei bassissimi indici pluviometrici della Piana del Nord. Dunque, ad una causa storica e politica, la crescita cinese risalente a pochi decenni fa, si somma una causa naturale, le cui origini, ciclicità e sviluppo rimangono og- getto di studi statistici non ancora del tutto accettati. La crescente urbanizzazione generata da un mercato del lavoro in costante ricerca di mano d’opera non specializzata, ha fat- to si che, col tempo, si aprisse una frattura profonda fra due segmenti della popolazione e del territorio cinese. Da una parte i cittadini dall’altra la popolazione rurale. I primi localizzati nelle metropoli, i secondi nella campagna retrostante le città. Lungo questa frattura, scorre l’acqua, bene inestimabile in quanto materia prima per la produzione e il consumo della mag- gior parte delle merci presenti sul mercato, ma anche risorsa naturale su cui si sviluppa il villaggio agricolo cinese e con esso la su aspecifica forma di socialità e cultura
  2. La siccità in prospettiva antropologica In Cina la siccità è la causa diretta del 48% delle perdite economiche del paese. Il termine siccità (hanzai)è attribuito ad un variegato set di condizioni ambientali ed economiche che inducono una riduzione dell’output dell’industria agricola superiore al 30% annuo. Siccità si distingue sia da aridità, per la natura casuale del suo pre- sentarsi e sia da desertificazione. Si deve necessariamente precisare se si stia parlando di siccità meteorologica, di siccità idrologica o, infine di siccità agricola. A seconda della definizione adottata, si dovrà ricorrere ad una metodologia diversa per predirne le occorrenze e stimarne l’entità. L’efficacia di questi modelli però rimane ancora tutta da dimostrare. La scarsa capacità di controllo dell’evento dato dall’approccio scientifico sia dovuta all’utilizzo che esso fa di uno spettro di variabili ridotto alle sole componenti fisiche della siccità. L’analisi antropologica sui disastri tenta di de-costruire l’approccio tecno centrico identificando nei limiti. L’impossibilità per la meteorologia, ad esempio, di delimitare un arco di tempo so- cialmente rilevante in cui distribuire le occorrenze del fenomeno siccità è uno dei più lampanti. Contrariamente, ciò che l’approccio antropologico ci permette di indagare è proprio la temporalità con cui la siccità si mani- festa. Dando una storia all’evento; cercare di descrivere allora il “nesso”1) in cui i fattori sociali, naturali e culturali si intrec- ciano, diventa il metodo più appropriato per poter valutare nella sua interezza il fenomeno. Intendo dunque problematizzare l’interpretazione più comune del fenomeno siccità, sostenendo che questa, per poter esse- re compresa e dunque affrontata concretamente, debba essere studiata nella sua globalità, prendendo in considerazione l’intrecciarsi di condizioni fisiche e condizioni di vulnerabilità socialmente prodotte.
  3. Da siccità a carenza idrica “shi nian jiu han” dieci anni nove siccità. La siccità è qualcosa che accade nel tempo e si esperisce attraverso di esso. Lo stes- so termine che qui traduco “siccità”, han, descrive uno stato di cose che si osserva. Il primo problema sta nel tentativo di rintracciare nel tempo le singole esperienze che permettono, a che ne sopporta le con- seguenze, di nominarla e darle un significato. Il fenomeno siccità è prima di tutto un fenomeno “trasparente”: vivendoci co- stantemente a contatto, immersi nelle sue conseguenze, ci si adatta a non vederlo. A Lingshui il jingxi aveva conosciuto ben otto anni di totale assenza di piogge. Il livello delle falde profonde si era conseguen- temente abbassato, costringendo gli abitanti alla trivellazione di pozzi sempre nuovi, i quali, sul lungo periodo, hanno aggra- vato ulteriormente il problema della disponibilità idrica. Indagare questa serie di adattamenti all’interno della comunità di- ventava dunque prioritario per comprendere la percezione sociale del rischio legato alla mancanza d’acqua. La degenerazione del sistema ecologico regolato dal fiume interpretata come un processo di lunga durata che ha come vet- tore le progressive ondate di inurbamento verso la capitale Pechino. Le acque dello Hai e i suoi affluenti diventarono “il cen- tro di un impero transnazionale che era in continuo bisogno di grandi quantitativi di grano”. Per supplire a questa necessità si dovette riparare e potenziare la rete fluviale già allora esistente. Già al tempo della dinastia Mongola, Pechino soffriva di problemi idrici e si dovette ricorrere alla diversione delle acque dalle fonti delle Colline Occidentali. Nuove terre poterono essere convertite all’agricoltura, nuovi villaggi si stabilirono e ci fu una forte crescita demografica. Per ovviare a questa crescita le soluzioni ingegneristiche hanno determinato il cronicizzarsi dell’emergenza. La siccità viene fuori, emerge, quando le catene di supporto, la mutualità di villaggio, il sistema di gestione della crisi, perdo- no, per un certo numero di motivi, efficacia. Abbiamo bisogno di nuovi termini, per poter parlare della vasta gamma di interazioni che il fenomeno della carenza improv- visa di disponibilità idrica intrattiene con la società colpita. Passiamo da siccità a carenza idrica: intendiamo la serie di rappor- ti complessi intrattenuti da società con l’acqua. Potremmo tenere così conto sia dello stress idrico del bacino del fiume Hai, che dell’allocazione asimmetrica delle risorse idriche; del deterioramento dei suoli, sia delle ingerenze politico-economiche che hanno agevolato l’instaurarsi di tale pratica.
  1. Come usi l’acqua? Come l’acqua venisse usata: in cucina, le operazioni di lavaggio domestiche, l’igiene personale, la preparazione del carbone per la caldaia e le pratiche agricole. Queste attività, comprese la quantità di acqua bevuta e il modo in cui essa veniva offerta, sembravano non solo calibrate sulla scarsa disponibilità idrica ma anche soggette ad una notevole “attenzione” culturale. Data l’importanza culturale dell’acqua, la quasi totale assenza di questa nel lavoro agricolo veniva percepita più come man- canza che come presupposto. I metodi per sopperire alla scarsità d’acqua, erano avvertiti dagli agricoltori stessi come sotto- prodotti di un lungo periodo di siccità e come tecniche di ripiego. Il vuoto che l’acqua lascia, diventa a Lingshui un pieno culturale. L’acqua e la sua mancanza hanno informato una precisa pra- tica sociale, chiamata tiaoshui, la quale consiste nell’uscire dalla propria casa alla ricerca d’acqua. Il tiaoshui, letteralmente” trasportare l’acqua per mezzo di un palo posto sulle spalle”, è l’azione minima all’interno di una serie di strategie volte alla ridistribuzione delle risorse idriche in tempo di difficoltà. Con la chiusura dei pozzi tradizionali e di quelli più moderni, gli abitanti del jingxi hanno sopperito alla mancanza in loco di sistemi di coping, utilizzando, o meglio applicando, la parentela e altre reti conoscenza, all’emergenza. Le pratiche sono dunque la prima fonte di informazione sulla crisi idrica che crea contesti specifici ed esperienze di riferimen- to grazie alle quali parlare di carenza idrica acquista un significato trasmissibile.
  2. Non c’è nessun pericolo La carenza di acqua disponibile è un evento privo di pericoli. Il governo era in grado risolvere questa situazione e quindi la gente non era preoccupata. Che lettura possiamo dare alla sottovalutazione così esplicita del rischio in cui mi sono imbattuto sul campo? Forse l’intervento statale riuscì e riesce tutt’oggi a controllare in maniera efficace il fenomeno. Non si può certo concludere che a Lingshui non vi sia un reale problema di approvvigionamento. L’acquedotto voluto dalle autorità locali è stato ben lungi da funzionare senza intoppi. Lingshui trave beneficio un tempo dal sistema di canalizzazione del Longmen. L’acqua inoltre è un elemento fondamentale per le comunità contadine. La costante riduzione della produttività della terra ha fatto si che i contadini hanno abbandonato la terra per cercare lavoro in città, mantenendosi col solo sussidio per l’agricoltura. Per capire il problema non dobbiamo presupporre la reticenza costante delle istituzioni nei confronti del problema siccità, ma bensì, dobbiamo prestare attenzione al modo in cui questa reticenza è operata selettivamente. Inoltre, dobbiamo rivol- gerci e studiare il modo in cui singoli e i gruppi costruiscono il proprio panorama esperienziale con i pezzi a loro disposizione. I villaggi rurali stessi sono sede di relazioni di potere e di agency ed è dunque l’interazione fra comunicazione e contesto che va indagata. Dobbiamo studiare i motivi e le modalità in cui determinati discorsi pubblici, direttive istituzionali e strategie di risoluzione vengano rimosse da una parte, e allo stesso tempo come queste vengano recepite dall’altra. Il modo in cui viene esperita la propria vita sociale influisce grandemente sul tipo, la quantità e le modalità di assorbimento di nuove informazioni. In questo processo, l’ annidamento del rischio – ovvero la ridistribuzione asimmetrica del rischio siccità operata mediante la creazione di zone più o meno sensibili agli effetti di questa – è determinante per la comprensione qualitativa del problema: esperienze sociali diverse tendono a formalizzare metodi di trasmissione dell’informazione differenti. Comprendere il rischio siccità significa indagare la quotidianità entro la quale la siccità veniva esperita da questi. Significa cercare di capire cosa vuol dire e come si usa la parola siccità e in che contesto questa si venga a trovare.
  3. Fattori rilevanti per l’analisi del rischio La vita sociale nel suo essere un insieme di azioni, comportamenti e abitudini, genera habitus che caratterizzeranno il modo concreto in cui la siccità viene discussa, compresa, narrata e vissuta dagli abitanti di Lingshui. Per una analisi dei processi di costruzione del rischio, diventa importante allora studiare:
  1. lo spazio fisico, l’ambiente, come elemento portatore di significato e i modi socialmente elaborati di relazione con questo;
  2. il consumo attivo dei mezzi di comunicazione come fonte di una informazione contestualizzata. La locuzione “battere il lavoro” (da gong) definisce i lavori accessibili ai contadini-operai per brevi periodi di occupazione. La- vori scarsamente remunerati e quasi sempre richiedono una bassa qualificazione tecnica; “battere il lavoro” rappresenta l’extrema ratio per quei contadini non più in grado di mantenersi col solo prodotto della terra. Il siheyuan (i) la casa tradizionale della Cina del Nord dove ogni singolo elemento di passaggio nelle abitazioni viene cultural- mente marcato dalla presenza di dittici augurali. L’accento sul passaggio, l’augurio di benvenuto o di buon viaggio iscritto sul- la porta o sul muro in fronte ad essa, raccontano di un’attenzione specifica verso ciò che entra e ciò che esce. Occupiamoci ora del consumo attivo di informazione (ii), la fonte principale di informazioni esterne all’ambiente rurale era la televisione. Nella famiglia Lin si evita di prestare ascolto a telegiornali o altri programmi troppo distanti dalla vita vissuta. I quotidiani, invece, erano totalmente sconosciuti. Alla disattenzione nei confronti della carta stampata concorre l’effettiva difficoltà nel leggere per intero un articolo, dato l’elevato numero di caratteri conosciuti richiesti per farlo. La rarefazione della socialità che ho cercato di descrivere, dovuta alle condizioni economiche del villaggio, alla pianta di que- sto, alla particolare attenzione dedicata all’interazione fra chi ospita e chi è ospitato, alla disattenzione intenzionale verso fonti di informazioni de-contestualizzate, va inserita in un processo più ampio, sottoprodotto degli ultimi decenni di crescita economica, che sta traghettando la società cinese da un modello tradizionalmente agrario ad uno industriale. Il senso da dare all’operato del governo va verso la nozione di “ricordo selettivo” proposta da Jing Jun; il ricordo permette di accompagnare la storia sociale delle comunità contadine verso posizioni più vicine alle esigenze della Cina contemporanea e di chi la governa. L’ingresso dello stato nella riproduzione del sapere locale de-cultura ulteriormente la socialità del villaggio e, indicando cosa vada scartato e cosa vada promosso, rende in definitiva le comunità rurali affette da siccità dipendenti dall’azione di governo. Lingshui potremmo descrivere come un contesto conservativo e a basso scambio di informazione ; due caratteristiche che sicuramente influenzano la percezione del rischio siccità. La natura delle pratiche legate all’acqua invece, tende a parcellizza- re il fenomeno, impedendone una percezione integrata e a – problematica.
  1. Ordine e Parole In città, sui quotidiani, in rete o nei comunicati ministeriali la siccità è comunemente appellata tianhan, “ secchezza del cielo”. Quando questa siccità produce effetti dannosi sulla società prende il nome di hanzai , ovvero un disastro generato dalla sicci-

In secondo luogo, queste persone vivono oltre una delle più impenetrabili “cortine di ferro” contemporanee tra purezza e pericolo. Questo confine, in parte segnato da recinzioni e cartelli, in buona parte implicito, mentale, ma sempre ben presente nella coscienza collettiva, delimita un territorio in cui l’ecumene della normalità sociale si è ritirato.

  1. I poliscuky della Terza Zona La scelta di rimanere in un territorio tanto estremo stride fortemente con le categorie e i valori ampiamente diffusi nell’opinione pubblica globale, suscitando perplessità e sorpresa. In un’imponente ricerca a vent’anni dal disastro, classifi- cando l’atteggiamento dei reduci di Cornobyl come “fatalismo paralizzante”, incubato da ignoranza e miseria e aggravato da forme di sindrome da stress post-traumatico. Ciò che è ancora più importante è che le popolazioni interessate non si riconoscono in questo ritratto. L’atteggiamento delle persone che ho incontrato durante la ricerca, in contraddizione con le interpretazioni di molti esperti, non è meramente rubricabile come inerte fatalismo, disperata rassegnazione, né incoscienza rispetto alla peculiarità della propria condizione. Ho riscontrato una sorprendente serenità, una consapevole determinazione a decidere della propria vita in modo autonomo, un insieme di potenti disposizioni culturali e di pratiche che legano strettamente le comunità locali al lo- ro territorio: espressioni di uno specifico habitus che va compreso e rispettato. La scelta di “abitare” può essere letta come una scelta deliberata e consapevole, volta a salvaguardare il proprio paesaggio domestico in quanto componente centrale del proprio vivere culturale. È indispensabile l’analisi inserendo la situazione socio-sanitaria dell’area in un quadro articolato, che tenga conto tanto dell’azione dei radio contaminanti, quanto dell’impoverimento della regione dopo il disastro, quanto delle condizioni di fragi- lità del tessuto sociale collegate alla crisi generalizzata che ha travolto il paese dopo il crollo dell’Urss. È importante sottrarre la scelta di questi uomini e queste donne ad una prospettiva paternalista che da oltre vent’anni li stigmatizza come “irrazionali” e “fatalisti”. E’ lo scopo primario dell’etnografia quello di tentare l’accesso alle forme locali di pensiero, che possono smentire in modo sorprendente le rigidità del pensiero unico egemonico occidentale. In secondo luo- go, perché è solo alla luce di quelle forme locali che si possono ipotizzare e co-costruire strategie efficaci di reazione al disa- stro, in cui le popolazioni colpite siano protagonisti attivi e non ottuse pedine. L’impatto è avvenuto su un territorio in cui le componenti geofisiche, sociali e culturali sono reciprocamente e inscindibil- mente embedded l’una dentro l’altra. I riferimenti principali dell’autoidentificazione poliscuk sono la lingua e la terra. La pri- ma è un surzik con forti influenze bielorusse. Assai più importante è il sentimento di appartenenza a uno specifico territorio: vale a dire, si è poliscuky in quanto si abita – o si è nati- in Polissja. Questo è una terra leggendaria per la sua bellezza straordinaria e per la natura rigogliosa, ed è motivo di vero e proprio “or- goglio” per i suoi abitanti. La lingua ucraina distingue il concetto di bat’kivscina ossia “patria”in senso macronazionale, da quello di batkivscina che si- gnifica “patria” come luogo specifico in cui si nasce e a cui si attribuiscono le proprie radici; quest’ultimo implica un legame affettivo e spirituale estremamente più forte. Dunque la terra , un certo tipo di paesaggio è dunque al cuore stesso della vita poliscuk. L’esodo dei profughi di Cornobyl ha lasciato sul territorio villaggi deserti. La Zona è oggi un territorio selvaggio: senza la presenza dell’uomo, altre specie hanno preso il controllo del territorio. Infatti la Terza Zona con i suoi villaggi e i suoi orti rigogliosi e apparentemente sani, rispecchia ancora tutti i canoni estetici, valoriali ed emozionali del Polissja ucraino: una terra generosa e fertile, ingentilita da una presenza umana discreta e rispet- tosa.
  2. Cornobyl’s’ka Pusca Il discorso egemonico identifica la “Zona di Cornobyl” come sinonimo di pericolo radioattivo. I poli concettuali intorno a cui si articola la rappresentazione egemonica di Zona sono le idee di malattia e di contaminazione. La Zona è percepita e “raccontata” soprattutto come luogo disabitato , più che pericoloso. Emerge l’aspetto peculiare del territorio-Zona: è un luogo prima di tutto selvaggio, disordinato, caratterizzato da foreste osti- li, steppa incolta e animali aggressivi. I poliscuk riconoscono una marcata alterità alla Zona di Alienazione, riconducono quest’alterità a un’idea di abbandono, sel- vatichezza, e dunque ferinità, disordine, de-antropizzazione. E’ Cornobyl Pusca: la parola “pusca”, nella terminologia locale, è quasi sinonimo di pustinja (deserto), ma nelle lingue slavo- orientali questa parola indica specificamente “il più folto del bosco”. Comunque gli abitanti della Zona conoscono perfettamente gli effetti biologici della radioattività. Su che basi socio – culturali, dunque, poggia il discorso locale sulla Zona? Interventi umani accorti avevano sapientemente modificato il paesaggio, caricandone di significato ogni singolo luogo. Il diastro e le sue conseguenze- su tutte, l’evacuazione dell’area- hanno agito profondamente su queste strutture di significa- to. Proprio concentrandosi sul processo di evacuazione si può comprendere quale sia oggi il senso del luogo chiamato Zona, e per quale motivo chi abita ai suoi confini ne parla come di un luogo infido perché abbandonato, più che come un luogo pe- ricoloso perché radioattivo. 4.”Siamo rimasti per vivere” Nonostante le trasformazioni dei modelli culturali ed economico-sociali nel corso dei secoli, il tema della “terra” con tutto il complesso di ideologie, valori e pratiche ad esso legati, è sempre rimasto centrale nella cultura poliscuk. Il vero”disastro di Cornobyl” sia stato l’ evacuazione della Zona, rappresentando un vero “geocidio”. Esiste una simbologia e una retorica culturale locale, che affronta i temi della “tuha” e della perdita, legati all’evacuazione- desertificazione della Zona. Nel centro del villaggio di Krasiatici c’è un vero e proprio cimitero, un complesso monumentale dedicato alle vittime del disastro. Dalle 30 lapidi si luoghi: i 30 “punti d’insediamento” spazzati via dall’evacuazione. La Zona è dunque soprattutto un problema affettivo e spirituale: la rimozione forzata dell’elemento umano ha sconvolto il territorio tanto nelle sue strutture fisiche quanto nelle strutture di sentimento. Nelle rappresentazioni locali del disastro, piuttosto che la paura per la salute è predominante il dolore della rottura del nesso uomo-luogo. Nella forma emica, il suo dominio bersaglio è diventato il territorio in quanto territorio evacuato piuttosto che l’area conta- minata in generale. Per la stessa ragione esso include l’idea di abbandono e di perdita piuttosto che quella di radioattività. Nelle esperienze di sradicamento e di estraneità, il mondo “perde la sua conoscibilità e la sua familiarità, non solo geografica, ma soprattutto paesaggistica”, dunque spirituale ed esistenziale.

Ernesto De Martino ha descritto la situazione precaria e drammatica dello sradicamento con la nozione di angoscia territoria- le: “una situazione in cui la presenza non è decisa e garantita, ma fragile e labile, e quindi continuamente esposta al rischio di non mantenersi di fronte al divenire, e soggiacente per ciò stesso all’angoscia”. My zalisalis sob zyty, “siamo rimasti per vivere”, afferma orgogliosamente la poetessa e pittrice polischk Anna Dimitrovna.

  1. Razionalità culturale (abitare) e razionalità scientifica (evacuare) La scelta di rimanere non si possa ridurre alla categoria di “irrazionalità”, ma sia l’espressione di una logica culturale specifica, in cui il legame fra la persona e il territorio è un valore non negoziabile. La risposta più ovvia e pragmatica che la ragion scientifica (e politica) ha offerto in merito alla situazione di emergenza del post-Cornobyl è stata l’evacuazione rapida e definitiva dell’area. Secondo la razionalità sociale locale, imperniata sul senso del luogo e su una forma emica, specifica, di abitare, fare posto al vuoto e annientare- letteralmente – il proprio paesaggio, sradicando e de-localizzando la propria cultura, è una faccenda molto più problematica. Il problema è nato dalla mancanza di forme di comunicazione efficaci tra differenti forme di razionalità. La razionalità ege- mone scientifico-tecnocentrica, si è semplicemente imposta sugli abitanti della Zona con un atto di forza. L’evento- evacuazione è stato dunque percepito come enormemente traumatico per le popolazioni locali. Gli strumenti della scienza egemone rischiano di essere inefficaci se viene a mancare un dialogo autentico e paritario fra sapere tecno centrico e le for- me di mentalità locali. L’impermeabilità al dialogo ha sinora impedito agli abitanti della Zona di utilizzare quali strumenti culturalmente utili quelle risorse cognitive che tale sapere effettivamente mette a disposizione per identificare e fronteggiale la contaminazione. E’ così, stretti tra l’anomia causata da una realtà sociale e istituzionale sempre più precaria, e l’angoscia di veder svanire il proprio orizzonte culturale e spirituale, per molti abitanti della Zona quella di restare rimane l’alternativa più credibile. ▪ Il turismo atomico nella Zona Il disastro di Cernobyl attraverso l’esperienza turistica nei luoghi contaminati
  2. Il disastro di Cernobyl’ Una delle maggiori tragedie nucleari della storia avvenne la notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, quando nella centrale nucleare di Cernobyl’, tra le più efficienti e rinomate di tutta l’Unione Sovietica il reattore numero 4 esplose irrimediabilmente. Il nucleare era stato dipinto in precedenza come la forma di energia più sicura, pulita e affidabile, ed era stata perseguita una vera e propria opera di esaltazione delle centrali atomiche. Le conseguenze immediate del disastro colpirono ogni aspetto della vita delle persone che vivevano nelle vicinanze della centrale e invasero tutto il mondo, scavalcando ogni confine. Dal punto di vista ambientale il disastro rappresentò uno sconvolgimento radicale del territorio. I 30km intorno al reattore in fiamme furono sgomberati dalle autorità e delimitati come zona più contaminata a seguito dell’incidiente. Fu così istituita uf- ficialmente la “Zona”, un’area militarizzata dai contorni arbitrariamente definiti, non più adatta alla vita dell’uomo. Furono evacuate in pochi mesi 116.000 persone prelevate dalle loro case e reinsediate altrove. Anche gli abitanti della cittadina di Pripyat conosciuta come ideale di città sovietica furono evacuati e dovettero lasciare per sempre la casa e il territorio, imposizione che incise drasticamente sulle loro vite e sul sistema dio valori che l’esistenza in quel luogo aveva rappresentato. Se consideriamo infatti un disastro come fenomeno “interno” al sistema sociale – un processo dato da una combinazione di agenti e non da un unico fattore – questo si configura in gran parte come un fenomeno sociale, cioè in grado di disgregazione sociale che spesso segue l’impatto di un agente distruttivo, e un fenomeno culturale, la disarticolazione del sistema simboli- co dei significati che rende pensabile la propria presenza nel mondo. Cernobyl’ ha rappresentato un punto di svolta nella re- lazione dell’uomo con la tecnologia, che non si è più manifestata sicura al 100%. Il rischio è divenuto una componente onni- presente della relazione dell’uomo con l’energia nucleare, ma anche con la tecnologia in generale, a tal punto che oggi vi- viamo in una vera e propria “società del rischio”. C’è un aspetto in grado di mettere in evidenza sfumature del disastro da un punto di vista antropologico, con una serie di questioni irrisolte e a volte dal sapore surreale: il “turismo atomico” nella Zona.
  3. Il turismo atomico Rivolgendosi ad agenzie turistiche di Kiev si può ottenere per un giorno il permesso di entrare nella Zona d’esclusione e visi- tare con una guida esperta i luoghi contaminati del disastro. Questa formulazione turistica appare assolutamente problema- tica e di difficile comprensione. Da un lato esiste una zona interdetta da parte del governo che ne esclude e proibisce il passaggio perché radioattiva e quin- di pericolosa, dall’altro un turismo promosso dallo stesso governo che va nella direzione opposta, che porta dei visitatori fino al cuore della centrale stessa. Da un lato si vendono le immagini drammaticamente reali di Cernobyl’, per attirare visitatori, dall’altro si riporta l’esperienza a una dimensione conosciuta, tipica del linguaggio da depliant delle agenzie. Non si parla apertamente di radiazioni, né di pe- ricolosità, tranne un rapido cenno alla “qualità del cibo garantita”, cioè non contaminata, si suppone. Chiedendosi quale sia la funzione della gita, ed è inevitabile pensare all’importanza della memoria: visitare è un modo per ricordare alla memoria di tutti ciò che è successo attraverso l’esperienza sensoriale, facendolo sentire cioè al turista sulla propria pelle. Ho cercato di capire quali siano le rappresentazioni locali del disastro, della situazione attuale della Zona, del turismo stesso, cominciando con il vivere sulla mia pelle l’esperienza del tour.
  4. L’invisibilità del pericolo Le aspettative di tutti di incontrare una natura scheletrica e grigia a causa delle radiazioni venivano smentite ed era incredibi- le pensare che tutta la bellezza del paesaggio fosse invece soltanto apparente, che vicino ai fiori c’erano più di 300 micoro- rentgen all’ora. Con quali criteri era stata delimitata la Zona? È un problema: il processo che porta a decidere quale sia la soglia di accettabilità del rischio. Così coesistono differenti com- portamenti alla base di diversi tipi di razionalità, ognuna legittima nel contesto in cui agisce. Si crea uno scarto, un conflitto tra il mondo degli esperti e quello dei non esperti.
  1. L’impatto del disastro di Cernobyl’ L’Italia si è trovata impreparata di fronte alle conseguenze del disastro di Cernobyl a causa del vuoto scientifico attorno agli effetti dell’esposizione a basse dosi di radiazione. La risoluzione dei problemi, quindi, non poteva essere un’attività giuridica basata su leggi e ragionamenti razionali, ma un’attività sociale. L’informazione è un elemento essenziale per l’analisi di un disastro. Il sociologo Barry Turner lo definisce la somma tra l’energia di un evento e l’informazione su di esso; l’informazione si basa sulla conoscenza e sulla gestione dei dati, ma sulla comunicazione dei dati stessi all’intero tessuto sociale. Turner, oltre a mostrare come le catastrofi abbaino delle precondizioni, rivela anche come tali precondizioni abbiano spesso delle caratteristiche comuni. Lo studioso ha costruito uno schema con sette tipologie di “errori” basate tutte sulla difficoltà comunicativa interna al sistema esperto, in particolare, e alla società colpita, in generale. Il primo errore riguarda la rigidità delle convinzioni e delle percezioni che, assieme al problema “civetta”, cioè la presenza di altri fenomeni di minore rilevanza che monopolizzano l’attenzione, lasciano passare inosservati certi eventi; ogni istituzione che maneggiava l’informazione lo ha fatto secondo i suoi parametri ben definiti senza mai confrontarsi con altri punti di vista, ciò ha irrigidito le concessioni sociali rendendole in questo modo fragili di fronte all’urto violento della notizia. Dopo questi indizi di catastrofe dovuti ad assunzioni errate seguono la difficoltà della comunicazione e il coinvolgimento di estranei. Il mancato rispetto di norme scientificamente obsolete o screditate nel quale le direttive di sicurezza passano inosservate a causa di un ritardo culturale che non le ha viste crescere e modellarsi con lo scorrere delle esperienze. La situazione è stata ben più grave perché le istituzioni e il popolo italiano si ritrovarono a maneggiar eun argomento, la pre- senza di altri livelli di radioattività, fino ad allora sconosciuto e ignorato. Ciò era possibile anche per un atteggiamento diffuso di minimizzazione del rischio. L’incubo del buco energetico, inoltre fu l’argomento bandiera di questa bassa percezione del pericolo, usato in modo esagerato per convertire il popolo angosciato dall’atomo in una massa di cultori del progresso ener- getico e dell’indipendenza dalle risorse degli altri Paesi.
  2. La prima fase di soccorso e recupero Quando si riconosce la scarsità dell’informazione presente e una nuova conoscenza inizia a modellarsi sulla scia degli eventi significa che il disastro sta passando dalla fase di innesco alla prima fase di adeguamento culturale completo, detta di soccor- so e recupero, nella quale i cittadini colpiti mettono in gioco tutti i loro saperi, misti alla rinnovata percezione del rischio, per riconoscere le caratteristiche del fallimento e cercare di porvi rimedio. Il movimento antinucleare è il primo protagonista di questo passaggio. Un movimento dell’essere umano contro il declino inaspettato del suo stesso potere. Il mezzo fondamentale per contrastare l’aumento dei rischi e l’abbassamento della sicu- rezza dovuti a questo potere fu il concetto di responsabilità ovvero di conoscenza delle conseguenze, perché “sappiamo ciò che è in gioco soltanto se sappiano che esso è in gioco”, scriveva il filosofo Hans Jonas. Il movimento antinucleare ricercava e coltivava lui stesso la differenza con il sistema politico, era caratterizzato da una plura- lità di forze e, soprattutto si mobilitava sulla scia di un progetto etico con lo scopo di trasformare ognuno individualmente. I movimenti degli anni Ottanta, inoltre, godevano della presenza di scienziati, fisici, medici e insegnati che offrivano le loro competenze specifiche e le loro interpretazioni tecniche fornendo così elementi comunicativi necessari per contrastare il pa- radigma dominante. E’ per questo che Gianni Mattioli e Massimo Scalia definiscono “scientifico” l’ambientalismo nato con il movimento antinucleare italiano, per non confonderlo con l’ambientalismo “protezionista” che già c’era. Ogni informazione tecnica veniva tradotta con chiarezza per un pubblico poco esperto, ma molto interessato e coinvolto. Nel frattempo in Italia tutti volevano sapere dell’atomo e questa ancora informativa gettata dal mondo scientifico nel mare della confusione massmediatica fu la salvezza di molte persone che furono capaci, in questo modo, di ignorare gli abbagli dei tecnici ENEL o ENI che cercavano in tutti i modi di convincere la popolazione della sicurezza degli impianti nucleari. Fu proprio nei paesi toccati dalla costruzione degli impianti nucleari che il dissenso prese forma, diffondendosi poi nel resto della penisola sotto la spinta della paura risvegliata con il disastro di Cernobyl’; il modello di partenza di questi movimenti, quindi fu il cosiddetto NIMBY (Not In My Back Yard), legato alla presenza invadente del rischio nei luoghi della propria quoti- dianità. Fu chiaro che un incidente nucleare grave non avrebbe di certo rispettato il limite dei confini nazionali, e il movimen- to antinucleare divenne, più in generale, di tipo LULU (Loally Unwanted Land Use), cioè avverso a tutti gli impianti percepiti come pericolosi nel proprio territorio. L’unità di misura di questo movimento era l’accettabilità del rischio: concetto strettamente connesso agli stili di vita e all’etica di una data comunità, tanto da poter essere definito “accettabilità sociale” o “convenzioni socialmente standardizza- ta che stabiliscono quali rischi siano accettabili”. I livelli di accettabilità del rischio nucleare in Italia andavano, quindi, di pari passo con la cultura nucleare italiana: una cultura ancora alle prime armi, sostenuta dai pochi. Ed è per questo motivo che l’Italia fu l’unico paese europeo in cui ci fu una manifestazione antinucleare nazionale, quella del 10 maggio a Roma. Ma quanto sarebbe durata la sindrome di Cernobyl’? a quanto pare durò fino all’8 novembre dell’anno successivo, data d’inizio dei due giorni di referendum. Dietro queste richieste particolari, era chiaro che l’obiettivo principale era l’abolizione del nucleare nella penisola o, almeno, una sua revisione in vista di un uso limitato. Quella nuova forma di democrazia che sarebbe dovuta nascere dopo Cernobyl’ per gestire le contraddizioni tecnologiche del mondo post-moderno, chiamata da Daniele Ungaro “democrazia ecologica”, non è ancora maturata. Le decisioni sul rischio tecnologico e ambientale, oggi, sono ancora in mano ai singoli esperti: il controllo sociale non conta e la politica non riesce a svolgere il proprio ruolo di mediatrice tra le parti in causa creando quei rapporti di fiducia così necessari in una realtà com- plessa come la nostra. Manca però la capacità costruttiva di un dialogo che riesca a smuovere le coscienze dei cittadini e le istituzioni verso una soluzione unanimemente approvata.
  3. Soccorso e recupero dell’Altro: il fenomeno dell’accoglienza Una mobilitazione massiccia che si è venuta a creare nei primi anni Novanta ha spostato infatti l’attenzione verso l’esterno, cioè verso coloro che subirono direttamente le conseguenze del disastro: gli ucraini che abitavano nella Zona e i bielorussi sui quali ricadde la maggior parte dei radionuclidi. La mobilitazione prese il nome di “accoglienza” e si strutturò attorno a numerose famiglie, che ospitarono a casa propria, i cosiddetti “bambini di Cernobyl’” per periodi di 2-3 mesi all’anno. I bambini erano colore che maggiormente erano esposti alla radioattività, cioè quei bambini che si erano ritrovati ad abitare in territori contaminati e che, assorbivano con foga, lo iodio radioattivo sprigionato dal reattore.

Cernobyl’ sia un simbolo ma anche un’escrescenza della quotidianità, intima e reale, a portata di mano e crocevia delle espe- rienze più diverse. In questo senso il disastro di Cernobyl’ si è trasformato dall’essere un’emergenza di tipo sanitario ed am- bientale, all’essere un’emergenza di tipo sociale. Il legame controverso tra Cernobyl’ e la fine dell’Unione Sovietica viaggia, da una parte, sui binari arrugginiti della burocrazia sovietica e del mito del progresso che hanno catalizzato il disastro; dall’altra sul sentiero nascosto di una centrale nucleare percepita come un vero e proprio “reattore comunista”. L’intreccio di questi due elementi impedisce una distinzione netta tra le conseguenze della catastrofe e quelle della fine di un’ideologia. Le famiglie appartenenti ai diversi comitati locali sono fortemente attratte più dall’aspetto umanitario, che dura solo un me- se e appaga la loro sete di beneficenza, che da quello culturale, che va ad interferire con i loro impegni quotidiani durante tutto l’anno. A mio parere, in questo dislivello, conta molto anche il significato che ogni famiglia dà al disastro di Cernobyl’: i responsabili dell’associazione e i membri a loro più affini sono consapevoli di quello che è accaduto nel 1986, si impegnano nel cercare informazioni a riguardo e sono interessati a conoscere la situazione attuale delle conseguenze radioattive; le fa- miglie, invece, sono molto spesso estranee a queste tematiche: durante gli incontri che ho avuto in questi anni mi è capitato di incontrare famiglie ospitanti che non sapevano nemmeno l’anno e il luogo in cui era avvenuto l’incidente. Gli effetti sanitari del risanamento sono indiscutibili, un po’ meno quelli psico-sociali: le famiglie molto spesso esagerano il loro ruolo pretendendo di farsi chiamare “mamma” e “papà” e passando ogni minuto della loro giornata assieme al piccolo ospite. I bambini, una volta ritornati in patria, non si riconoscono più nel loro ambiente, provano nuovi disagi, possono an- che arrivare a disprezzarlo; rifiutando così la propria cultura. Il famoso “caso Maria” che, nel settembre del 2006 il “seque- stro” di una bambina bielorussa di dieci anni da parte di una famiglia di Cogoleto, contro le regole stabilite sia dall’associazione di riferimento, sia dalle legislazioni nazionali italiana e bielorussa, può essere visto come un piccolo disastro provocato proprio dal divario tra responsabili e famiglie.

  1. Immaginare un futuro migliore Pierre Dupuy nell’opera Piccola metafisica degli tsunami sfida il pensiero comune proponendo una nuova ideologia di vita: il catastrofismo illuminato. L’umanità è chiamata a sviluppare la propria immaginazione, a ipotizzare le conseguenze delle pro- prie azioni. Gli individui sono chiamati a seguire un’etica basata sulla capacità di rendere sufficientemente reale il futuro. È quella che Han Jonas definisce “futurologia comparata” e che pone le basi sui timori dell’umanità perché sono proprio i timo- ri i rivelatori di ciò che ogni individuo veramente apprezza. Bisogna dunque trasformare la paura di un ignoto minaccioso in progetti di vita, evitando così all’umanità di sprofondare in atteggiamenti fatalistici e controproducenti; è per questo che Dupuy definisce il suo catastrofismo “illuminato”. Hannah Arendt ha tirato in ballo il concetto di thoughtlessness che può essere tradotto con miopia, totale mancanza d’immaginazione, incapacità di mettersi al posto degli altri e lontananza dalla realtà. Le associazioni che accolgono i bambini ucraini e bielorussi possono essere accusate di mancanza di immaginazione. Tra le varie proposte va innanzitutto preso in considerazione l’arricchimento del soggiorno all’estero. Il viaggio di risanamen- to ha assunto così ulteriori valenze: di viaggio educativo e di scambio culturale. In secondo luogo si vede il fiorire di attività collaterali: incontri con specialisti per conoscere meglio il mondo ucraino e bielorusso. Infine, la redazione di regolamenti in- terni sempre più ragionati e dettagliata, utili per non lasciare i bambini in balia della famiglia ospitante e la famiglia in balia dei bambini accolti.
  2. Considerazioni finali Il disastro di Cernobyl’ in Italia non ha dato grandi lezioni riguardo alla percezione del rischio radioattivo: la vulnerabilità so- ciale resta sempre e comunque elevata, la consapevolezza dei cittadini sulle misure da adottare in caso di contaminazione non è migliorata e la responsabilità individuale nei confronti delle tematiche energetiche solo a distanza di vent’anni ha ini- ziato a svegliarsi, ma più che altro sotto la spinta dei cambiamenti climatici e del recente disastro giapponese di Fukushima del 2011. Si stente forte il bisogno di fornire maggiori incentivi: da una parte alle popolazioni dell’Ucraina e della Bielorussia per quanto riguarda le tematiche dello sviluppo e della radioprotezione; dall’altra agli italiani stessi, chiamati a risvegliare la consapevo- lezza della propria solidarietà, a riprendere i contatti con la questione nucleare.