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Riassunto libro per esame di Antropologia Culturale
Tipologia: Sintesi del corso
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▪ Introduzione Disastri e percezioni sociali di rischio Lo scopo di questo volume è invece mostrare come, al contrario, proprio gli aspetti socio culturali siano le dimensioni premi- nenti, centrali e fondamentali di un evento naturale estremo o di un disastro tecnologico, in ogni sua fase. Si potranno fare passi avanti verso la comprensione e la prevenzione dei disastri, e la mitigazione dei danni post impatto, soprattutto concet- tualizzando in modo più sofisticato e approfondito l’importanza delle componenti sociali di un disastro e la loro variabilità trans-culturale. In che modo il sapere e le metodologie tipiche delle scienze etno-antropologiche possono apportare un contributo efficace e originale allo studio dei disastri? Il punto di partenza è costituito dal problema teorico di base relativo alla definizione stessa di disastro: i disastri sono feno- meni complessi e multifattoriali. Le definizioni tecno centriche di disastro, proposte dalle scienze fisiche, sono indispensabili ma tendono a comprimere la complessità di un disastro nell’ambito delle caratteristiche degli agenti di tipo fisico e dei loro effetti in termini di danni a cose e persone. I disastri procurano effetti fisici in termini di danni a cose e a persone. In questo tipo di definizioni l’approccio interpretativo globale e le strategie di intervento e di gestione del disastro sono di tipo tecnico e fisico-ingegneristico. Il disastro è inteso come evento grave, improvviso e spesso imprevisto. Non ci si pone sufficientemen- te il problema della predittività, ovvero dell’analisi delle condizioni preimpatto, se non in termini di miglioramento dei model- li esplicativi geofisici. La gravità dell’evento è misurata esclusivamente attraverso parametri tecnici. Il necessario miglioramento dei modelli geofisici o informatici e delle tecniche di gestione degli impianti si è rivelato pauro- samente insufficiente per comprendere, prevedere ed evitare un disastro. In Giappone sono stati inventati anche i cosiddetti EWS (Early Warning Systems), ovvero i Sistemi di Allertamento Anticipato per le tsunami. Malgrado si riesca con gli EWS ad anticipare l’onda di circa venti minuti, non più del 2-3% della popolazione ha risposto positivamente in casi concreti. Recenti ricerche di psicologia dinamica hanno mostrato che un’alta percentuale di persone aspetta di vedere l’onda prima di metter- si in salvo. Gli aspetti tecnologici si pensa non siano gli unici fattori da considerare nell’analisi dei disastri perché non esiste mai un rapporto lineare, di proporzionalità diretta, fra intensità dell’impatto e gravità del danno. Il problema non è soltanto dentro l’evento, ma è anche esterno all’evento: è nel sistema sociale colpito, è un problema di relazione culturale. Accanto alle definizioni tecno centriche, vi è dunque l’esigenza di elaborare delle concettualizzazioni; socio antropologiche di disastro, nelle quali si fa una sostanziale differenza fra agente fisico distruttivo e disastro. Un terremoto è un agente distrut- tivo, mentre invece il diastro è il tipo e il grado di disgregazione sociale che segue l’impatto di un agente distruttivo su una comunità umana e si parla di disastro solo se si verifica questa situazione: la semplice minaccia di un impatto può essere so- cialmente dirompente tanto quanto un impatto effettivo. Da un punto di vista strettamente antropologico, i disastri sono eventi sociali, in cui entità sociali subiscono uno sconvolgi- mento delle loro attività sociali quotidiane. Secondo le definizioni tecno centriche il disastro è un evento fisico , secondo quel- le socio-antropologiche il disastro è invece un fenomeno sociale. William Torry ha evidenziato che nel modello interpretativo complessivo dell’evento critico, la cultura e le strutture organizzative sono spesso valutate in termini di “costanti”, rendendo questi fattori trascurabili ai fini della previsione e dell’attenuazione della vulnerabilità. Il concetto di pericolo, secondo Torry, viene assunto in modo oggettivo, a prescindere dalla percezione che ne hanno i singoli individui. Per Hewitt i discorsi non rappresentano mai passivamente i loro oggetti, essi di fatto li producono. L’errore interpretativo, ovvero il pericolo di utilizzare modelli descrittivi sbagliati delle situazioni critiche – che non contribuiscono a comprenderle per prevederle e attenuarne il danno, e che invece ne accrescono la gravità – si annida per Hewitt innanzitutto nelle strategie retoriche con le quali la nozione di disastro è costruita e con le quali i discorsi sul disastro sono proferiti dagli esperti della visione dominante: bisogna sottolineare la radicale diversità del problema (the “un”-ness of the problem). In nord America, nell’eufemismo che suona ufficiale, i disastri sono “eventi non-programmati” (“unscheduled events”). Anthony Olivier-Smith, oggi è l’esponente senz’altro più autorevole dell’approccio antropologico allo studio dei disastri. Per Olivier: si manifesta in termini di percepita distruzione dei dispositivi che assicurano il normale ottemperamento dei bisogni individuali e sociali di una comunità. Il disastro è un fenomeno che si manifesta nel punto di connessione fra società, tecnologia e ambiente, e può essere inter- pretato come effetto particolarmente eccezionale causato dalle interazioni profonde di questi tre elementi. Gli elementi innovativi che pone questa nozione di disastro si possono riassumere in una analisi più approfondita del concet- to chiave di vulnerabilità. Il disastro si configura come relazione complessa fra un impatto con un agente fisico, naturale o tecnologico e la vulnerabilità socio culturale specifica della comunità colpita. Le istituzioni sociali e gli organi di informazione preposti a “raccontare” i disastri, contribuiscono profondamente a costruire la percezione del rischio e le categorie di colpa, pericolo e causalità. Chi sopravvive deve affrontare la sofferenza derivante dalla cosiddetta “sindrome del sopravvissuto” o PTSD ( post traumatic stress disorder ): ricordi incancellabili dell’esperienza traumatica, del senso di colpa per essere soprav- vissuti, di tristezza, ansia, depressione e ritiro sociale, e soprattutto di ricerca di senso del’evento accaduto. Bisogna stabilire delle varianti socio culturali per determinare il livello di vulnerabilità e il grado di disarticolazione sociale del- la comunità colpita. Gli effetti della crisi sono già potenzialmente contenuti dentro il sistema sociale colpito. Questo approc- cio sposta dunque la portata dell’analisi alle condizioni precedenti l’impatto, in modo preventivo sulla vita “normale” di una comunità. I disastri sono processi complessi che si attivano gradualmente durante un lungo periodo di incubazione e che alla fine preci- pitano dando luogo a una situazione catastrofica. Questi processi hanno delle precondizioni, sono determinati da errori “si- stemici”. Il periodo di incubazione sociale di un disastro è costellato da numerosi piccoli segnali di avvertimento che però vengono tragicamente ignorati o male interpretati. Le variabili percezioni di rischio , che orientano pratiche quotidiane, scelte politiche e strategie d’azione differenti, determi- nano direttamente la vulnerabilità di un sistema sociale e svolgono un ruolo essenziale nell’amplificare o diminuire gli effetti fisici dell’impatto di un agente distruttivo, su una comunità umana colpita da un disastro.
Che cos’è il rischio? Come lo si determina? La determinazione che un dato evento costituisca un pericolo e la determinazione delle probabilità che quel dato evento pericoloso si verifichi davvero, non sono mai operazioni completamente oggettivabili , cioè trattabili esclusivamente con una modellistica matematica, ma sono in gran parte delle costruzioni culturali che pongono problemi eminentemente socio-antropologici. L’antropologia culturale estende l’analisi dai sistemi di azioni ai sistemi di significato che sorreggono e orientano le pratiche sociali. Gli attori sociali attribuiscono dei significati alle proprie esperienze e azioni. Le azioni non si riducono mai a semplici “reazioni”, in quanto sono mediate da processi di attribuzione di senso. Il concetto di sicurezza non si riferisce mai a un dato completamente oggettivo, ma si basa sempre su una componente di finzione sociale. Come dimostrano gli studi ormai classici di Mary Douglas, in ogni luogo e in ogni tempo l’universo viene interpretato in ter- mini di etica e di politica. Fra i “primitivi” come da noi, all’interno di qualunque tipo di organizzazione ogni disgrazia (o disa- stro) di una certa gravità suscita sempre una serie di interrogativi sulle responsabilità. APPUNTI SEMINARIO (puoi anche non guardarli) Definizione di rischio : eventualità di un avvenimento che può causare un danno. Non si ferma a registrare un evento danno- so, ma introduce un aspetto probabilistico. È la probabilità che questo evento dannoso si verifichi, mettendosi in rapporto con il fattore tempo. Percezione di probabilità che si verifichi un evento dannoso. Come si valuta un rischio?
La prima considerazione da fare, la popolazione di frammenta, si spacca. Le culture non sono mai omogenee, non ci sono “scatole”. Qualcuno ci occupiamo di fenomeni sociali, è la frammentazione dei corpi sociali, le contraddizioni tra corpi sociali.
▪ Narrare le cause, attribuire le colpe Un percorso interpretativo nella concezione e nell’esperienza dell’uranio tra i Navajo
rose zone e la conseguente difficoltà a rapportarvisi nel modo profondo che ha sempre caratterizzato queste comunità). La raccolta di erbe per le cerimonie, ad esempio, è oggi interdetta in alcune zone dichiarate “contaminate”. E questi sono alcuni esempi di quanto quello che a prima vista può sembrare un problema soltanto ambientale sia, in realtà e da subito, un pro- blema radicalmente culturale. E’ credenza locale che l’unico modo per combattere un essere potente sia quello di conoscerlo e il primo fondamentale mo- do per conoscerlo sia quello di dargli un nome. E’ così che i Navajo si sono rapportati all’uranio e alla radioattività: il nome che gli hanno dato lo ha reso conoscibile, incastonandolo nella rete narrativa dello storytelling(loro privilegiato mezzo di co- noscenza delle cose), e lo ha reso più facile da gestire e da sconfiggere, poiché la narrazione tradizionale indica quale deve essere il suo posto corretto nell’ordine delle cose.
In secondo luogo, queste persone vivono oltre una delle più impenetrabili “cortine di ferro” contemporanee tra purezza e pericolo. Questo confine, in parte segnato da recinzioni e cartelli, in buona parte implicito, mentale, ma sempre ben presente nella coscienza collettiva, delimita un territorio in cui l’ecumene della normalità sociale si è ritirato.
Ernesto De Martino ha descritto la situazione precaria e drammatica dello sradicamento con la nozione di angoscia territoria- le: “una situazione in cui la presenza non è decisa e garantita, ma fragile e labile, e quindi continuamente esposta al rischio di non mantenersi di fronte al divenire, e soggiacente per ciò stesso all’angoscia”. My zalisalis sob zyty, “siamo rimasti per vivere”, afferma orgogliosamente la poetessa e pittrice polischk Anna Dimitrovna.
Cernobyl’ sia un simbolo ma anche un’escrescenza della quotidianità, intima e reale, a portata di mano e crocevia delle espe- rienze più diverse. In questo senso il disastro di Cernobyl’ si è trasformato dall’essere un’emergenza di tipo sanitario ed am- bientale, all’essere un’emergenza di tipo sociale. Il legame controverso tra Cernobyl’ e la fine dell’Unione Sovietica viaggia, da una parte, sui binari arrugginiti della burocrazia sovietica e del mito del progresso che hanno catalizzato il disastro; dall’altra sul sentiero nascosto di una centrale nucleare percepita come un vero e proprio “reattore comunista”. L’intreccio di questi due elementi impedisce una distinzione netta tra le conseguenze della catastrofe e quelle della fine di un’ideologia. Le famiglie appartenenti ai diversi comitati locali sono fortemente attratte più dall’aspetto umanitario, che dura solo un me- se e appaga la loro sete di beneficenza, che da quello culturale, che va ad interferire con i loro impegni quotidiani durante tutto l’anno. A mio parere, in questo dislivello, conta molto anche il significato che ogni famiglia dà al disastro di Cernobyl’: i responsabili dell’associazione e i membri a loro più affini sono consapevoli di quello che è accaduto nel 1986, si impegnano nel cercare informazioni a riguardo e sono interessati a conoscere la situazione attuale delle conseguenze radioattive; le fa- miglie, invece, sono molto spesso estranee a queste tematiche: durante gli incontri che ho avuto in questi anni mi è capitato di incontrare famiglie ospitanti che non sapevano nemmeno l’anno e il luogo in cui era avvenuto l’incidente. Gli effetti sanitari del risanamento sono indiscutibili, un po’ meno quelli psico-sociali: le famiglie molto spesso esagerano il loro ruolo pretendendo di farsi chiamare “mamma” e “papà” e passando ogni minuto della loro giornata assieme al piccolo ospite. I bambini, una volta ritornati in patria, non si riconoscono più nel loro ambiente, provano nuovi disagi, possono an- che arrivare a disprezzarlo; rifiutando così la propria cultura. Il famoso “caso Maria” che, nel settembre del 2006 il “seque- stro” di una bambina bielorussa di dieci anni da parte di una famiglia di Cogoleto, contro le regole stabilite sia dall’associazione di riferimento, sia dalle legislazioni nazionali italiana e bielorussa, può essere visto come un piccolo disastro provocato proprio dal divario tra responsabili e famiglie.