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Percezioni di rischio: pratiche sociali e disastri ambientali in prospettiva antropologica.
Tipologia: Sintesi del corso
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presentazione prof. Gianluca Ligi L’Antropologia del rischio è una branchia dell’Antropologia culturale contemporanea, nata in Gran Bretagna ma molto diffusa negli atenei di tutto il mondo. Il RISCHIO va inteso come una variabile che gioca un ruolo fondamentale all’interno di eventi naturali esterni di emergenze di massa, di contaminazioni ambientali… Definizione di RISCHIO E’ l’eventualità di un avvenimento che può provocare un danno. Definizione di PERICOLO situazione oggettivamente dannosa per qualcuno o per qualcosa. Per esempio un incendio è un pericolo perché oggettivamente causa un danno. Il rischio, rispetto al pericolo, non registra semplicemente l’evento dannoso ma introduce: l’aspetto probabilistico, ovvero la probabilità che l’evento dannoso si verifichi. un rapporto con la scala del tempo (chissà quando capiterà) Il rischio si valuta attraverso due operazioni:
Nella prima metà del 900, l’industria chimica Hoocker prende in gestione le strutture vuote per la propria attività produttiva. Le scorie vengono smaltite nel canalone, seppellendo i bidoni tossici. Nel 1953, in pieno boom economico, l’area viene acquisita dal Comune di Niagara Falls e sorge una cittadina con scuole, negozi, case, ecc. Questo è storicamente il primo grande caso di contaminazione ambientale e anche le autorità non erano preparate ad affrontarlo. Dopo la notizia al telegiornale, vengono fatti evacuare sei donne incinte e 20 bambini. Le persone si chiedono quali siano stati i criteri del provvedimento… Il governo poco dopo emana un secondo provvedimento: evacuazione di tutte le famiglie che vivono attorno all’area del canalone. Ma le polemiche non si placano. Le persone intuiscono che l’inquinamento riguarda un’area molto più vasta e il governo non riesce a risalire a dei dati certi. Le scorie seppellite nel canalone avrebbero potuto provocare un particolare tipo di cancerogenesi: leucemie linfatiche acute di tipo infantile. Esisteva una connessione fra l’esposizione attraverso l’acqua, la terra e l’aria e i casi di tumori infantili. Si pose innanzitutto il problema scientifico, epistemologico e antropologico di stabilire in modo certo e provato il nesso tra contaminazione ambientale e sviluppo di patologie gravi. Questo problema corrisponde alla crisi del concetto di CAUSA in medicina. Alla fine dell’800, il cosiddetto periodo classico era determinato dal PARADIGMA DETERMINISTA della CAUSA EFFICIENTE spazialmente e temporalmente prossima al danno: ho male alla guancia perché qualcuno mi ha appena dato un ceffone. Ma il paradigma determinista è concettualmente povero. Con lo studio delle malattie degenerative gravi, la medicina ha compreso che non esiste una sola causa. Si passò allora gradualmente al PARADIGMA PROBABILISTICO che emerge osservando che le malattie degenerative gravi sono tutte caratterizzate da un lungo periodo di latenza e quindi diverse esposizioni a fattori di rischio peggiorano lo stadio della malattia. Si tratta quindi di malattie con processi a più stadi e non è prevedibile con certezza come si evolvono. Oggi si parla di RETI DI CAUSAZIONE o CAUSAZIONE MULTIPLA: le malattie degenerative gravi sono collegabili a più cause, provocate dalla successione di esposizioni nel tempo e dalla costituzione stessa del singolo individuo. La dinamica causa-effetto non è più di tipo deterministico ma stocastico (ovvero probabilistico). Quindi alla domanda: un uomo di 30 anni che fuma due pacchetti di sigarette al giorno si ammalerà di tumore ai polmoni a 70 anni? La risposta può essere solo di carattere probabilistico. Ma le persone hanno bisogno di sapere l’esito della sorte individuale e non dei dati statistici. Sul piano antropologico, la trasformazione del concetto di causa in medicina rende impossibile predire la sorte individuale. Nel caso di un disastro ecologico, per esempio, non si tratta solo di sapere quante persone ma anche quali persone si sono ammalate: questa informazione è fondamentale soprattutto nel momento in cui si deve definire un piano di evacuazione, con tanto di indirizzi di persone che devono essere portate via. Per poter dare una misura probabilistica più concreta, si effettua uno studio su un campione di persone, che però richiede un tempo piuttosto lungo. In contesti di emergenza di massa, spesso le istituzioni devono prendere delle decisioni in assenza di tutte le informazioni necessarie.
Non esiste una razionalità oggettiva, contest free, astratta. Per razionalità si intende l’insieme delle ragioni che una persona porta rispetto al proprio comportamento. Qualunque forma di razionalità è collegata alle categorie culturali dell’individuo. Le razionalità quindi sono MULTIPLE e solo OLISTICHE, ovvero il condizionamento sociale complessivo dell’attore gli permette di verbalizzare quelle ragioni. Costruiamo le nostre visioni del mondo attraverso migliaia di fattori diversi che costituiscono la nostra soggettività. La razionalità scientifica è per definizione una razionalità analitica, ovvero una razionalità che determina delle variabili standard. n° eventi osservati dagli esposti = se la frazione si discosta dalla previsione, c’è allarme n° eventi attesi dai non esposti Questa valutazione però è di carattere prettamente statistico. L’antropologia è una scienza sociale che per definizione si immerge nel contesto, con una tradizionale abitudine a considerare la cultura in modo olistico (credenze religiose, biografia personale, codici etici… possono sicuramente influire sul calcolo della speranza). Fare etnografia nella percezione di rischio significa immergersi nel contesto e tentare di cogliere le differenti razionalità e capire come queste condizionino le varie azioni. Anche di fronte a un’informazione oggettiva sui rischi reali di una determinata azione, le persone la rielaborano e si comportano a volte in modo opposto a quello atteso. Esempi: Chi ha paura di volare sa benissimo che esistono statistiche oggettive che dimostrano sia molto più alta la probabilità di morire a causa di un incidente domestico rispetto a quella di un aereo che precipita. Quindi non basta dare l’informazione scientifica per ottenere un dato comportamento da parte delle persone. Perché le persone, prima di fare una scelta, evocano tutta la loro vita. Mary Douglas (1921 – 2007), antropologa britannica allieva di Evans Pritchard, ha elaborato uno schema tra gli anni 80-90 sulle razionalità multiple. Condusse le sue ricerche in Africa, fra i Lele. Libri: “Purezza e pericolo” – Il Mulino 1966 “Rischio e cultura” – 1982 “Come pensano le istituzioni” – 1991 “Rischio e colpa” – 1996 Ha tentato una tipologizzazione di alcune forme di razionalità per comprendere l’azione del singolo e dei gruppi sociali. In contesti di emergenze di massa (come per esempio i disastri ambientali) è interessante capire quali siano le concezioni implicite delle persone e delle organizzazioni sul concetto di natura: alcune idee di natura sono esse stesse dei fattori di rischio che possono spingere alcuni eventi verso il disastro. Mary Douglas afferma che alcune forme di razionalità hanno in sé il Mito della natura. Razionalità AUTOSUFFICIENTE natura BENIGNA (l’individualista) E’ la razionalità dei mercati, della libera scelta a oltranza, il massimo interesse nel rapporto profitti/perdite, stimolo fortissimo all’iniziativa privata. Per quanto l’uomo violi la natura, la
natura non si rovina. Il mito della natura benigna fornisce una potente giustificazione all’azione. Razionalità CRITICA natura EFFIMERA (l’egualitario) Riguarda i critici esagerati, i no global, i no TAV, gli alternativi a tutti i costi, rifiutano le forme di controllo sociale, si basano sulla cooperazione, cementano l’identità di gruppo in nome di una critica condivisa allo status quo. La natura è effimera ovvero delicatissima, basta poco per rovinarla. Razionalità PROCEDURALE natura PERVERSA e TOLLERANTE Tipica di quelle organizzazioni (economiche o politiche) che fondano la loro sicurezza sui regolamenti, sulle strutture gerarchiche fisse. La Natura perversa e tollerante impone un modo di fare impresa iper controllato, iper proceduralizzato. Esiste un margine oltre il quale si crea il disastro. La RISK ANALYSIS per esempio è una disciplina di scienze statistiche nata negli anni 80 che si occupa di costruire procedure per l’abbattimento del fattore rischio. Un sistema però caratterizzato da regolamenti troppo rigidi non ha la flessibilità di reagire in modo adeguato a un imprevisto e può diventare disastrogeno. Razionalità FATALISTA natura CAPRICCIOSA (Fatalista) Riguarda l’individuo mai protagonista delle proprie scelte e allo stesso tempo isolato, escluso, si sente succube di subordinazioni esterne. La natura è capricciosa perché non si può far niente per ostacolare il suo processo (assorbitori passivi del rischio: con questo atteggiamento, il fattore rischio aumenta). Le razionalità possono essere molte e sono sempre DINAMICHE: nel corso della vita le persone possono passare da una razionalità all’altra. Esistono anche forme di razionalità NATIVA. Per esempio alla fine degli ’70, una spedizione di medici che raggiunse alcune popolazioni del Congo colpite da un’epidemia di Ebola (che prende il nome dal fiume Ebola, Congo) furono aggredite e respinte. Queste popolazioni (tra cui i BaNande) stavano applicando una quarantena al contrario: nessuno poteva entrare nel villaggio. Abituati a questi tipi di eventi, anziché isolare le persone contaminate, tutto il villaggio chiudeva i rapporti con l’esterno. Il libro PERCEZIONI DI RISCHIO analizza come forme di Razionalità EMICHE differenti siano la causa dell’aumento della vulnerabilità o della diminuzione del danno