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Riassunto usato per esame, 28/30
Tipologia: Prove d'esame
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Helena Andreuzzi Alma Mater Studiorum-Università di Bologna Dipartimento di Filosofia e Comunicazione Antropologia culturale Prof.ssa Zelda Alice Franceschi Il testo Etnografia del Chaco argentino è stato pubblicato nel 2023 dalla casa editrice FrancoAngeli. Si tratta di un resoconto del lungo lavoro di campo condotto dall’antropologa Zelda Alice Franceschi, autrice del libro, la quale racconta i suoi viaggi nel Chaco argentino avvenuti a partire dal 2004 fino al 2022. Si tratta di un’etnografia e di un romanzo allo stesso tempo, in cui il tema del viaggio richiama un’odissea in cui si alternano ricordi lieti e dolorosi nei parajes wichís. La sua analisi sociale parte dalle testimonianze di diversi nuclei familiari, i quali “hanno composto una storia corale divenuta epica del gruppo” (2023) dando voce alle memorie di wichís, criollos e chaqueños che condividono la terra e il monte da secoli. Al centro di questa impresa c’è una donna in particolare, Teodora Polo, la quale grazie allo stretto rapporto creatosi con l’autrice durante i soggiorni le ha permesso di tessere^1 attraverso il racconto autobiografico la storia del territorio e della cultura a partire dalla sua esperienza. Fondamentale l’uso di materiale di ricordo, soprattutto di fotografie, e dell’impiego di esemplificazioni che ritroviamo nel testo sottoforma di metafore e descrizione di gesti, condivise dai testimoni per semplificare le spiegazioni e la comprensione. È il resoconto non solo di un lavoro di campo, ma anche della crescita personale dell’autrice, la quale non teme di mostrare tra le righe il suo lato più intimo, dando una maggiore autorevolezza e coinvolgimento al testo. Il testo permette a qualunque tipo di lettore di avvicinarsi a un mondo nuovo grazie alla prosa chiara e lineare e, allo stesso tempo, offre la possibilità di approfondire i temi sia da un punto di vista storico che antropologico. Non mancano, infatti, i numerosi e sottili riferimenti ad autori noti o collaboratori dell’autrice che regalano all’etnografia una spiccata originalità. Tra essi emerge il contributo di John Palmer, le cui riflessioni teoriche accompagnano molti temi del libro declinati nell’esperienza del Chaco. La prima parte del testo, infatti, si apre con il tormentato ricordo che ha caratterizzato i suoi primi viaggi, in una provincia difficile da raggiungere e dal paesaggio poco invitante. El Interior è un vastissimo territorio dell’Argentina che si espande su quasi 3.000.000 di chilometri quadrati, di cui fa parte la provincia del Chaco, riconosciuto dalla Costituzione Nazionale come territorio nazionale solo nel 1853. Prima di questo riconoscimento ufficiale, esso divenne una gettonata meta finale di numerosi migranti europei in cerca di fortuna, i quali però tra sofferenze e bugie si resero presto conto della cruda realtà che offriva il territorio. Si trattava di luoghi aridi e poveri, in cui ad attenderli trovarono la miseria dei campi di cotone. Durante il XIX secolo i coloni deturparono le terre e attentarono alla vita degli indigeni presenti sul territorio in una vera e propria conquista militare che si intrecciò con le vicende politiche interne all’Argentina stessa. Tra le vittime indigene spiccano i protagonisti dell’etnografia: i wichìs, il cui nome nella lingua natia significa esseri umani , i quali iniziarono a lavorare come braccianti nelle colonie di canna da zucchero presidiate dai coloni per fronteggiare fame e miseria. Ricompensati con cibi e beni materiali mai visti, essi riuscirono così ad alleggerire l’inferno a cui erano sottomessi. Si trattava di un popolo seminomade legato ad un modello di sussistenza a partire dalle risorse naturali che offrivano il bosco e il monte , un’entità particolarmente cara alla loro tradizione. (^1) La metafora della tessitura, Cfr Franceschi 2023, p. 17
Questo fu il primo passo di cui si servirono il capitalismo e lo Stato argentino, tra la fine del XIX e il XX secolo, per inglobare, pur mantenendo le distanze, gli indigeni nella sfera sociale e politica del Paese, con l’obiettivo di renderli autonomi e maggiormente “civilizzati”, in cambio della cittadinanza. Il passo successivo avvenne a partire dagli inizi del Novecento fino agli anni Sessanta e vide protagonista il cotone, El oro blanco (ibidem), che offrì lavoro a numerosi chaqueños e immigrati riuniti nella città di Castelli per cercare un’alternativa al lavoro negli ingenios , ossia le piantagioni di canna da zucchero il cui il lavoro era stremante. Dai ricordi dei collaboratori wichìs che emergono nel libro fu un’esperienza frustrante che causò molte vittime e in cui ancora una volta gli indigeni venivano trattati come uomini incompleti, indegni di condizioni lavorative e salariali dignitose. Tuttavia, allo stesso tempo, nei campi di cotone e zucchero iniziò a germogliare l’idea che il lavoro è una fonte di emancipazione e identità, una via d’uscita dalla povertà in cui versavano le famiglie da secoli e un’’alternativa concreta ad una vita di sussistenza. Nello stesso periodo il governo argentino riconobbe l’ufficialità delle missioni francescane, aprendo un nuovo capitolo nella storia della popolazione seminomade del Chaco. A partire dalla fine del XIX secolo si susseguirono numerosi frati e missionari, di cui l’autrice del testo cerca di esporre i progetti più significativi, che presero a cuore la causa wichì. In particolare, nel 1900 venne fondata dai francescani una missione nel villaggio di Nueva Pompeya, sulle sponde dell’arido fiume Bermejo, che riunì numerose famiglie di diversa provenienza, fino a quel momento senza una fissa dimora. I confini del territorio delineati dai missionari furono riconosciuti ufficialmente nel 1922, anno in cui fu affidata la proprietà della terra alla neonata associazione wichì, fondata sulle orme dei missionari dopo il loro abbandono. Oltre ad un progetto di educazione verso uno stile di vita più sedentario e meno di sussistenza, i francescani si impegnarono soprattutto nell’evangelizzazione. Inoltre, insegnarono le basi della lingua spagnola e mestieri pratici, grazie all’impiego di nuove tecniche e materiali di lavoro ricevendo un’inaspettata risposta positiva. Dal punto di vista religioso i nativi si mostrarono più diffidenti e restii all’abbandono di propri usi e costumi ed è in questo passaggio del libro che inizia ad emergere la natura “testarda” e poco flessibile dei wichís di cui, tuttavia, ne iniziò ad essere messa alla prova la cosmovisione. La missione nel Chaco terminò nel 1949 e la partenza dei francescani insieme alle vicende sociopolitiche e assistenzialiste diedero origine, negli anni Cinquanta, ad un periodo di forte crisi per i wichìs. Nei primi anni Sessanta intervennero in soccorso sacerdoti anglicani il cui obiettivo evangelico era “[…]il punto d’arrivo e non quello di partenza” (ibidem). Essi, a differenza dei francescani, furono maggiormente presenti fisicamente e si preoccuparono di comunicare e tradurre il messaggio della Bibbia nella lingua wichì. Cercarono di raccogliere attraverso la Parola tutti i diversi gruppi presenti a Mision Nueva Pompeya, con l’intenzione di ridurre con il tempo le discrepanze culturali nel nome di uno stesso credo. Gli anglicani si impegnarono anche nel campo pratico, come i francescani prima di loro, e anche in questo caso con risultati migliori. Grazie al loro intervento si accese nei wichìs uno spirito di iniziativa e autodeterminazione che si tradusse in viaggi verso la città di Resistencia per sottoporre al governatore le proprie richieste di aiuto. I protagonisti di questo evento fondante ricordano con orgoglio quel periodo lasciando una traccia indelebile sui quaderni dell’autrice. Tuttavia, la vera svolta per Pompeya avvenne con l’arrivo di Guillermina Hagen nel 1969 come risposta alle suppliche wichìs. Più volte nel testo viene citato il nome di questa donna, perché grazie a lei le sorti della comunità cambiarono davvero e accesero un lume di speranza che fatica a spegnersi tutt’ora. Riuscì a prendere in mano la situazione disastrosa in cui versavano le famiglie della Missione con l’obiettivo di renderle autosufficienti attraverso la fondazione di una nuova cooperativa di lavoro, senza interessi economici e religiosi. I wichìs divennero abilissimi costruttori di pali in legno, agricoltori e allevatori producendo e vendendo i propri beni.
travagliate e segnate da continui spostamenti dalla famiglia della madre, ai nonni, a famiglie creoli e a quella paterna che hanno generato profonde sfumature nel suo modo di vedere il mondo. Si autodefinisce “ cautiva criada por criollos ” (ibidem), un lungo epiteto per indicare la sua incompleta appartenenza al mondo wichì e la necessità di costruirsi una propria identità, in grado di includere tutte le esperienze che hanno segnato le sue memorie e che non devono essere nascoste. Nel libro si parla dei suoi animali che alleva con orgoglio, seppur questo la avvicinasse alla tradizione criolla , e della sua conseguente scelta di vivere isolata rispetto al centro della Missione, permettendole rapporti economici con i creoli. Prima di tutto, però, Teodora è una donna e in quanto tale la sua identità è inscritta nella cosmovisione wichì che ne orienta le aspettative a cui dare conto. Questo particolare apre nel testo la possibilità di analizzare il tema del lavoro e la dicotomia tra le attività maschili e quelle femminili. Prima dell’intervento capitalistico, tra gli indigeni non era presente un’idea consolidata del lavoro e anche dopo l’abbandono delle mansioni da braccianti nell’immaginario indigeno l’azione del lavorare ha continuato ad essere associata con disprezzo al mondo creolo. La vita indigena per secoli ha seguito il modello del nomadismo usufruendo della natura, attraverso caccia e raccolta, per la sussistenza. A seguito del contatto diretto e indiretto con l’Occidente, si è iniziato a comprende i vantaggi e la necessità del lavoro, non certo senza diffidenza. Gli uomini si impegnarono nella caccia e nella pesca attraverso strumenti ausiliari e in casi rarissimi anche nell’allevamento, mentre le donne iniziarono ad approcciarsi all’impiego con attività di artigianato, tessitura e lavoro della ceramica. Anche se apparentemente distanti, i due ruoli si intrecciano in una complementarità necessaria alla comunità e in un meccanismo che ricorda l’organicismo durkheimiano, ma in una società ben lontana dalla classica declinazione europea. In questo senso risulta fondamentale comprendere il rapporto tra Teodora e il lavoro, e la sua presa di coscienza sin dalla tenera età che esso è fatica, ma anche libertà. Da sempre occupata in numerose mansioni, in età adulta si specializza nelle attività di artigianato che esegue con passione e rigore. Attraverso il labor , etimologicamente sforzo, fatica, pena, si è costruita un proprio universo in cui pregiudizi e chiacchere non possono privarla di questo dono. Meticolosa è la scelta delle parole dell’autrice che descrive il lavoro come “uno strumento per stare al mondo” (ibidem), sottraendosi da un disegno di vita prestabilito. Teodora è consapevole di questo aspetto ed è anche per questo che con amore e dedizione insegna a figlie, nipoti e numerose allieve, l’arte del suo lavoro. La sensibilità trasmessa dall’autrice nel raccontare la storia di Teodora nella seconda parte del libro rende partecipe il lettore, il quale apprende tra le pagine il senso del tempo e dell’attesa che hanno caratterizzato il lavoro dell’antropologa totalmente slegato dalle opprimenti catene dell’ordine cronologico. L’osservazione partecipante offre un resoconto più approfondito e completo che non nasconde il lato emotivo della ricerca, ma che al contrario i sentimenti sia dell’autrice che della testimone, sono il punto di forza dell’opera. Grazie al coraggio di Teodora il lettore comprende la difficoltà di condividere ricordi dolorosi e la forte volontà di volerlo fare allo stesso tempo. L’infanzia turbolenta a casa dei nonni, l’abbandono ad una vita criolla , il padre cruzado e violento e l’assenza della madre hanno contribuito negli anni a indebolirla, sentendosi fuori luogo ovunque e senza una vera “casa”. Il matrimonio con Vitterman è stato l’inizio della vita wichì sempre desiderata e il punto di partenza per un nuovo capitolo: diventare lei stessa la sua casa. La fondazione del praje Arajuo da parte del marito segna una nuova fase per Teodora, diventando un luogo centrale per i loro figli e nipoti. È con questo evento che si apre la terza parte del libro, in cui l’autrice prende per mano e accompagna il lettore nel mondo della parentela indigena, nella la parte più difficoltosa del testo. Con l’ausilio di alberi genealogici e schemi riportati tra le pagine viene affrontato il tema delle alleanze attraverso i matrimoni, ossia la tendenza wichì dell’esogamia genealogica, a sposare i
parenti più lontani tra quelli stretti, o viceversa, per preservare la purezza indigena e i legami preferenziali. Ancora una volta il punto di partenza è la storia di Teodora a cui si aggiunge la parentela del marito e i legami con la prima, in cui il matrimonio, con una tradizione ed un significato estremamente lontano da quello occidentale, assume un ruolo centrale. La presentazione dei loro dieci figli offre la possibilità di indagare il delicato tema della maternità nel mondo wichì, in cui lo status di madre definisce il fondamento non solo di una famiglia, ma della società intera e, come tale, attribuisce aspettative a cui deve attenersi fino alle generazioni successive. Tuttavia, non è raro il precoce abbandono dei figli da parte della madre, come è stato per Teodora, e in questi casi entra in gioco il ruolo dei nonni o di altre famiglie che prendono in cura i criados , orfani, come figli propri. Per questo motivo ella decise di non replicare l’esempio di sua madre, ma tra le pagine veniamo a conoscenza che una tra le sue figlie non fece lo stesso, generando una profonda delusione in Teodora. La presentazione delle vite dei figli di Teodora sembra un espediente per osservare più da vicino i diversi modi di vivere nella comunità indigena, sia dal punto di vista maschile che femminile. Storie di ribellioni, di orfani accolti, di dolori e soddisfazioni da parte di una madre che ha coltivato con la fatica il germe wichì nella sua prole. I criados , orfani per decesso o abbandono dei genitori, sono una presenza costante nel libro ed è importante soffermarsi sulla loro integrità nelle nuove famiglie che se ne prendono cura. Diventano figli e potenziali membri per nuovi legami con altre parentele giovando all’intera struttura delle alleanze. Tuttavia, vi sono delle lacune che anche la più sincera inclusione degli orfani non può colmare. Il mancato riconoscimento da parte del padre è uno stigma che grava sulle vite dei criados e impossibile da colmare. In base alle circostanze essi sono classificati con nomi diversi che indicano la situazione di provenienza. Allo stesso tempo, emerge tra le pagine un senso di famiglia “costruita”, totalmente differente dal modello occidentale di nucleo predefinito. Nel contesto wichì la parentela viene coltivata nel tempo ed è sempre soggetta a variazione, a seguito di nuove alleanze o nuovi membri. È affascinante scorgere la collaborazione che vi è dietro, in cui l’etimologia latina di “collaborare” non potrebbe essere più appropriata. Costruire una famiglia è un arduo e fragile lavoro, dove ogni membro è chiamato a contribuire sotto la sorveglianza dei più anziani e in cui ogni frattura potrebbe determinare gravi conseguenze nell’intero paraje. Anche la scelta del luogo in cui insediarsi non è casuale, ma segue le regole del matrimonio o della parentela, in cui ci si trasferisce nel paraje della sposa o di parenti affini. Un ruolo centrale ha la memoria condivisa verso luoghi, eventi, sofferenze, che generano l’appartenenza al gruppo. Un modello che sembra riecheggiare il capolavoro di Verga, ma con una nota decisamente positiva e la tangibile consapevolezza che si possa invertire la rotta. In questo senso acquisisce fondamentale importanza la scelta del racconto autobiografico con la collaborazione di diverse persone disponibili a contribuire alla stesura della storia. Questo modello permette di guardare la comunità dal punto di vista dei suoi membri, lasciando una traccia autentica simile al genere autobiografico indigeno, in cui l’obiettivo è ripensare alla propria storia in modo consapevole. Teodora fa una scelta coraggiosa: condividere la sua storia, il suo nome, la sua “inautenticità” per comprendere il suo presente. Sembra, infatti, che la testimone abbia compiuto un viaggio di formazione in completa autonomia, lasciandosi guidare dal tempo e dal flusso di coscienza dei suoi ricordi confezionato con maestria dall’autrice. Al centro c’è Teodora in quanto persona, prima di tutto, con un complesso di esperienze che l’hanno condotta a fare i conti con il suo passato, con le scelte a cui non le è stato concesso di opporsi e alla sua decisione di coltivare il bene, preservando altri cautivi in difficoltà, come lo è stata lei, affinché non si sentissero esclusi o abbandonati.
Il testo è un omaggio ad una comunità vittima dell’ingiustizia della storia che ne ha oscurato gli eventi e le sofferenze subite, privandola dell’aiuto di cui aveva bisogno. È un’opera che invita il lettore ad una presa di posizione in cui è complicato immedesimarsi, perfetta per chi è alla ricerca di un nuovo punto di vista sugli eventi che la storia ha mistificato o a cui non ha dato voce. Grazie alle minuziose descrizioni del territorio e del complesso culturale wichì, alla conclusione del libro sembra di aver accompagnato Zelda Alice Franceschi nei suoi soggiorni e aver respirato, almeno per qualche secondo, la polverosa aria del Chaco.