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si tratta di una recensione del libro "etnografia del chaco argentino", utile per la comprensione e contiene un riassunto del testo; utile anche per un'eventuale e futura richiesta di recensione da parte della prof del libro in questione (caso personale: valutata in sede d'esame per poter accedere all'orale, con valutazione di 28/30)
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Etnografia del Chaco Argentino. Una storia di vita Etnografia del Chaco argentino, una storia di vita , è stato scritto dall’antropologa Zelda Alice Franceschi e pubblicato nel 2023 dall’Editore Franco Angeli (Milano). Il testo preso in analisi è una nuova edizione che offre una prospettiva rinnovata ed aggiornata rispetto alla precedente, la quale si intitola Tessere Storie. Etnografia del Chaco Argentino , pubblicata nel 2018 da I Libri di Emil. Il cambiamento di prospettiva lo si può notare sin dal cambiamento del titolo, in quanto è stato aggiunto un sottotitolo, Una storia di vita , che rimanda ad una vicenda umana, quella della testimone e protagonista Teodora Polo. In secondo luogo l’aggiornamento in questione riguarda l’aggiunta di eventi accaduti in seguito alla data di pubblicazione della prima edizione, questo perché dopo il 2018, l’autrice si è cimentata in ulteriori viaggi nella provincia del Chaco. Franceschi inizia il suo lavoro con la comunità wichì recandosi a Misiòn Nueva Pompeya per la prima volta nel 2004 e tornando quasi tutti gli anni sino al 2022. Si può dire che il libro non è altro che un resoconto dettagliato estrapolato dai diari di viaggio che l’autrice ha annotato e portato con sé durante tutta la durata della sua ricerca etnografica. Il volume è costituito da quattro capitoli, di cui il primo si concentra sul tentativo di spiegare le sfaccettature delle diverse realtà che si intersecano nella provincia del Chaco, mentre gli ultimi tre prestano attenzione alla vicenda umana annunciata nel sottotitolo, ossia una storia di vita , che si riferisce alla già citata Teodora Polo, testimone che introduce l’antropologa all’interno della sua famiglia, nel cuore della cultura che si appresta a studiare l’autrice. Sono presenti inoltre tre appendici, ognuna delle quali fondamentali per la comprensione del testo. Prima di analizzare la struttura del testo, le tematiche approfondite e gli strumenti utilizzati per spiegare al meglio ciò che viene trattato, è bene soffermarsi sul metodo di lavoro utilizzato dall’autrice, che chiarisce sin dall’introduzione l’approccio che vuole dare e che intende mantenere per tutta la durata del testo. Inoltre, sin dalle prime pagine viene anche dichiarato l’obiettivo che si intende raggiungere, ossia quello di “entrare negli abissi della cultura dopo aver smontato gli ingranaggi” e il racconto autobiografico si rivela essere lo strumento migliore per compiere questa scomposizione. Come già dichiarato, l’autrice vuole essere chiara su tutti i mezzi e i metodi da lei utilizzati, a partire dall’esplicazione del metodo tradizionale utilizzato, in aggiunta alla dichiarazione di aver consultato testi ufficiali di etnografi che hanno lavorato sul campo sino ad oggi. Per rendere esempio di ciò, a pagina 18, Franceschi dichiara di “aver cercato un equilibrio tra la metodologia biografica, l’oggetto del suo studio e la letteratura di area”, ciò riassume apertamente quanto scritto sopra, a partire dal fatto che si sia avvalsa di testi ufficiali, sino al metodo che predilige per la stesura del volume in questione. Metodo che tenta di mantenere sempre, tuttavia in alcuni contesti dichiara apertamente di aver utilizzato una “metodologia poco convenzionale”, soprattutto nel momento in cui si è ritrovata in una realtà, ossia quella chaquena di cui non aveva letto libri di etnografia. Per quanto concerne invece il modo in cui l’autrice annotava ciò che osservava, è importante dire che dal 2006, iniziò a tenere due diari, nel primo dei quali avrebbe tenuto nota di ciò che riteneva importante per la ricerca in sé, in cui cioè trascriveva le note e gli appunti, mentre nel secondo erano annotati “dubbi rispetto al campo, alla mia formazione professionale, le mie paure” e in cui erano presenti anche appunti sull’evoluzione del lavoro sul campo e del rapporto con Teodora. Questo secondo diario, chiamato “diario retrospettivo”, e definito da Franceschi come di “lontana memoria malinowskiana”, rimanda alla pratica cui diede vita Bronislaw Malinowski, ovvero l’”osservazione partecipante”, una tecnica che permette ai ricercatori di entrare in rapporto empatico con i nativi, prendere parte alla loro vita e cogliere il loro punto di vista, la loro visione del loro stesso mondo.
Infine, relativamente alla modalità di stesura del testo e di assimilazione delle informazioni durante gli incontri con Teodora, anche in questo caso l’autrice è stata esauriente nel fornire dettagli a riguardo, descrivendo anzitutto Teodora come la sua “testimone privilegiata”, con cui è riuscita a ricostruire la sua traiettoria biografica, grazie soprattutto alla coincidenza dell’oggetto, ossia l’autobiografia, con lo strumento, cioè il metodo biografico. Nonostante oggetto e strumento coincidessero, ciò non significa che si sia avuta una stesura semplificata, anzi, il racconto autobiografico non si presentava rettilineo e non aveva un ordine cronologico, soprattutto perché Teodora ricordava quando credeva fosse più opportuno, sotto un punto di vista significativo e di possibilità. Questo il motivo per cui non le vengono proposte interviste strutturate, anche perché con il passare del tempo e con l’aggiungersi di altri racconti, la storia si faceva sempre più nitida. In aggiunta a ciò, è importante sottolineare il fatto che il racconto autobiografico di Teodora presenti la caratteristica di essere una storia corale, con le figli, i figli, nipoti ed alcune donne del villaggio, e tramite questo insieme di voci e testimonianze l’”io” di Teodora “diventa testimoniale”. Franceschi ha dichiarato di “rispettare il tempo del suo racconto”, questo perché aveva inteso che la testimone si voleva avvicinare cautamente al racconto autobiografico, in quanto ricordava parti brevi e coincise della sua vita passata, ciò portò l’autrice a cambiare anche la maniera di scrivere il suo diario , annotandovi le parole o la parafrasi di quanto le veniva raccontato e poi in un secondo momento passava ad un’analisi della prossemica. Questo cambio di prendere appunti, il fatto di non impostare le interviste, fu perché era sempre più chiara, dopo ogni incontro, la complessità del lavoro che Franceschi dovesse svolgere. Il testo è strutturato in quattro capitoli e tre appendici, ognuna delle quali non solo importante per la comprensione, ma anche fondamentale per orientarsi all’interno del volume, infatti nella prima appendice sono presenti riferimenti cartografici per la comprensione della provincia del Chaco, nella seconda si trova invece una galleria di foto le quali mostrano i testimoni indigeni che hanno partecipato alla stesura del libro. La terza ed ultima appendice è invece cruciale per la comprensione delle relazioni di parentela tra le famiglie che compaiono nel testo. In merito alle quattro parti di cui consta il libro, queste sono divise a loro volta in sottocapitoli, per una migliore scansione degli eventi, in particolare si può notare questa divisione nel primo capitolo, il quale occupa quasi la metà del testo e che tratta di un viaggio nello spazio, quello compiuto dall’autrice per raggiungere l’ Impenetrable , e nel tempo, affrontando la tematica della colonizzazione del Chaco a partire dal XVIII secolo sino ad oggi. La provincia del Chaco argentino, è un luogo abitato da popolazioni indigene da tempo indefinito e che rappresenta la meta prescelta di migrazioni specialmente da parte dei popoli del mondo occidentale, chiamati dalle popolazioni native gringos , riferito a coloro che parlano una lingua incomprensibile per i nativi, e criollos , che è un termine che inizialmente indicava i discendenti degli spagnoli nati in America, in un secondo momento è arrivato a definire le generazioni figlie di coppie miste. La vicenda del Chaco, presenta diverse analogie con la storia ma soprattutto con il metodo di colonizzazione attuato in altre regioni sudamericane, vennero infatti istituite diverse missioni, con l’obiettivo di sottomettere le popolazioni che abitavano la regione, ma queste, civili, militari o religiose che fossero, avevano tutte lo scopo di rendere le popolazioni indigene sedentarie e civili attraverso la colonizzazione e il lavoro produttivo. Infatti, i coloni che entrano in questi territori non solo sconvolgono le popolazioni che già vi abitavano precedentemente, ma anche la natura, imponendo uno sfruttamento intensivo delle terre con monocoltura, prima con lo sfruttamento del tannino, poi con la coltivazione intensiva della canna da zucchero e infine la scoperta del cotone. È proprio in questo modo che fra la fine XIX e l’inizio del XX secolo, il capitalismo irrompe nel Chaco insediandosi su diversi fronti, ognuno dei quali presenta connotazioni diverse in base alle specifiche del territorio, tuttavia qualunque siano le implicazioni, spiega l’autrice, i nativi sono destinati a diventare lavoratori salariati.
criollos , bianchi e altri gruppi etnici, noti per essere in conflitto fra loro, portando alla messa in atto di un nuovo stile di vita fraterno che avrebbe dovuto ridurre le differenze interetniche. La situazione cambia notevolmente alla fine degli anni ’60, con l’arrivo di una donna missionaria anglicana, Guillermina Hagen, il cui lascito è testimoniato dall’autrice in persona. Franceschi infatti, durante il suo primo viaggio nel 2004 ricorda che la memoria di Guillermina fra la popolazione wichìs era talmente viva in tutti i racconti, che la indussero a credere che la missionaria se ne fosse andata da Misiòn Nueva Pompeya da molto meno tempo. In realtà Guillermina era giunta alla Missione nel 1969, arrivata in risposta alle richieste dei giovani. Sin da subito Guillermina prende posizione e agisce anzitutto fondando una cooperativa, che è autonoma in quanto riceve il sostegno delle Suore del Bambino Gesù, della diocesi e del governo provinciale e della quale è protagonista. Aveva un braccio destro, Sabino Polè, il quale lascia testimonianza di quanto fosse una donna instancabile, giacché guidava la cooperativa ma si occupava anche della salute, istituendo un presidio medico, inoltre testimonia che grazie al lavoro della missionaria, la Direzione Provinciale degli Aborigeni, favorì l’agricoltura distribuendo sementi gratuitamente a tutti i wichì che si dimostravano intenti a seminare. Guillermina, si presentò comunque in una situazione che vedeva protagonisti conflitto sociale e violenza politica e in cui i wichìs tornavano dalla raccolta del cotone, e davanti a questo scenario riorganizzò il lavoro a Misiòn Nueva Pompeya grazie alla cooperativa da lei fondata. Questa aveva avuto il permesso per “utilizzare il legno, produrre pali e venderli” e in pochi anni si venne a creare una segheria, grazie alla quale la migrazione nelle piantagioni era quasi del tutto scomparsa, tuttavia nel 1972 si presentò una primi crisi data dal fatto che ci fossero più prodotti di quanti ne potessero vendere, portando quindi all’istituzione di limitazioni. Nel 1973, Guillermina viene arrestata a seguito di accuse mai provate, tuttavia quando fu rilasciata non fece ritorno a Nueva Pompeya e in merito a ciò nessuno è stato in grado di spiegare all’autrice le ragioni della partenza della missionaria. Quello che è chiaro è l’obiettivo che Guillermina si era preposta nei quattro anni di permanenza, ovvero renderli economicamente indipendenti e liberi dalle pressioni locali e nazionali. Il concetto di lavoro è spesso ricorrente all’interno del manuale, ma è solo grazie ai francescani prima e a Guillermina in seguito, che il lavoro assume tutta un’altra implicazione all’interno della popolazione wichì. Infatti, dopo la partenza della missionaria, i wichìs tentarono di riorganizzare la cooperativa, che funzionò per qualche anno, ma risulta evidente la loro incapacità di condurre un lavoro di questo tipo in autonomia. La prima parte del libro termina con il riconoscimento del diritto di avere un territorio, che viene concesso dalla grandezza di circa 20.000 ettari, all’interno del quale si possono distinguere il territorio comunale e il territorio indigeno, ma soprattutto la localizzazione del territorio ha comportato una dispersione geografica in funzione dei legami familiari. Tale acquisizione territoriale comunque produce un duplice risultato, infatti da un lato avviene la dispersione della popolazione in un territorio più ampio, dall’altro c’è una concentrazione di famiglie in luoghi limitrofi secondo i legami di parentela, ovvero i parajes. In questo modo termina il viaggio dell’autrice che ha compiuto nel tempo, esponendo i fatti sino ad oggi, e nello spazio, in quanto finalmente giunta nel paraje che fa da sfondo ai successivi tre capitoli del libro, Araujo, dove vive Teodora. Il termine paraje è una conseguenza della sedentarizzazione ed è utilizzato per indicare uno o più gruppi residenziali, all’interno del quale trovano la loro dislocazione vari legami di parentela, generalmente è costituito da un nucleo centrale, ovvero quello domestico, intorno al quale si sviluppano in modo concentrico altri settori. La parentela è alla base del paraje , a capo di questa vi è un niyat , ossia un capofamiglia e solitamente la “parentela dominante” coincide con la coppia più anziana che ha fondato il luogo. Non è così semplice tuttavia la definizione del paraje , anzi vi sono molte nozioni che possono arricchire questo termine, ma è sufficiente una breve descrizione per
introdurre la seconda metà del libro, all’interno della quale Teodora è la protagonista e racconta la sua storia attraverso Araujo, il paraje da lei fondato, più specificamente dalla sua casa, all’interno della quale racconta mentre lavora. Come già citato, Teodora Polo è la protagonista e la testimone principale del libro preso in analisi, che compare principalmente nella seconda metà del testo, o meglio negli ultimi tre capitoli, i quali sono esplicativi non solo della vita che Teodora conduce da quando si è stabilita ad Araujo, ma anche delle vicende che l’hanno condotta sino a quel momento. Oltre a ciò sono presenti delle tematiche che fungono da ritornello in tutta la vicenda oltre che in tutta la vita di Teodora, in particolare il lavoro e la famiglia. Ci sono due termini che definiscono quella che è stata la vita di Teodora, principalmente fino ai 18 anni circa, ossia nemek e cautiva , la prima descrive una condizione di orfanilità non affatto rara nella comunità wichì, che descrive generalmente la mancanza del padre, la seconda descrive invece una condizione di relegazione, o meglio le donne specialmente sono definite in questo senso quando sono costrette a vivere in un determinato luogo. Queste parole implicano una condizione di insicurezza ed inautenticità. Sin da quando era bambina quindi, la vita di Teodora si presenta come travagliata, a partire dall’abbandono del padre, poi viene abbandonata dalla madre e affidata ai nonni, ma all’età di 10 anni si ritrova a vivere con i criollos , con cui ha imparato tutte le mansioni domestiche. In seguito, in età da ragazza viene riaccolta dalla madre, che nel frattempo si era risposata e aveva avuto altri figli, all’età di 18 anni conosce suo padre Eduardo Polo. Quest’ultimo vuole riconoscerla come figlia e le promette una documento d’identità, ma durante il viaggio cerca di aggredirla, ragion per cui si rivolge alla zia paterna che denuncia il fratello. A proposito del padre, Teodora nei primi anni di lavoro con l’autrice non ne parla, ma rimane legata alla famiglia paterna per la zia Argentina e la nonna. Se la condizione in cui il padre l’aveva lasciata, ossia quella di nemek , era caratterizzata da un senso di abbandono e di rifiuto, Teodora riesce ad interiorizzare questo senso di abbandono, e riesce a farlo tramite le persone che l’hanno accolta e che si sono prese cura di lei nell’arco della sua vita. La sua vita giunge ad una svolta quando nel 1970 fonda Araujo insieme al marito Vitterman Gomez, che aveva conosciuto, sposato e con cui aveva avuto già cinque figli, ma con la fondazione del paraje , avviene quella sedentarizzazione che non le era mai appartenuta in quanto si era sempre spostata, era sempre stata semi – nomade. La vita nel paraje è la sua autobiografia, si racconta tramite questo e tramite quello che fa entro questo spazio. A questo punto avviene l’intervento di Franceschi, in quanto tenta di collocare questa storia di vita in un contesto più ampio, ovvero etnico, geografico, storico – politico, ma il suo lavoro non termina qui, bensì è vero, Teodora ha tracciato oralmente un racconto biografico, ma l’autrice l’ha riorganizzato in forma biografica, forma tipica che viene assunta per questo tipo di lavoro etnografico. La sua storia inizia ad Araujo, con lei che espone e spiega i legami che la uniscono con la famiglia, una famiglia allargata, infatti il paraje in cui vive ospita molta gente, tra cui anche parenti arrivati di recente, come alcune sorelle di Teodora, in quanto vige la regola della residenza post – matrimoniale uxorilocale, che consente di avere quindi una grande famiglia, quella che lei non ha mai avuto e che è riuscita a ricreare qui. Araujo inoltre è molto importante per la protagonista perché dotato di un ampio spazio che ha consentito una libera organizzazione della sua vita, potendosi permettere di porre la sua casa lontana da quella del marito, in quanto vuole vivere più isolata per avere un posto dove può dedicarsi a ciò che vuole: a partire dal poter lavorare il suo telaio, sino al prendersi cura dei suoi animali, allevandoli, macellandoli per poi venderne la carne. In questo contesto comunque Teodora non è sola, le sue giornate sono scandite da visite con i figli e i nipoti, anch’essi importanti nella storia, perché arricchiscono ciò che racconta Teodora stessa, parlano di relazioni di alleanza e ricordano eventi fondamentali che danno forma ad un nucleo che riproduce e concretizza la parentela che è alla base della famiglia. Un altro termine che definisce Teodora è wichì , lei è una donna wichì, la quale non ha mai dimenticato le sue origini, nemmeno quando viveva con i criollos , tuttavia troviamo un conflitto d’interessi che
Per quanto riguarda la tessitura, Teodora utilizza un verbo wichì per indicare la tessitura e il lavoro con il changuar , ovvero ipatsin , che non viene usato solo per indicare la tessitura bensì all’attività femminile ed è anche una conferma linguistica rispetto al ruolo delle donne come tessitrici. Tutte le donne wichì tessono, è un lavoro compiuto da diverse generazioni, la tessitura riempie la quotidianità delle donne sin da quando sono bambine, anni in cui iniziano a prendere confidenza con questo mondo, sino alla gioventù, quando iniziano a produrre i primi lavori per se stesse e per i fratelli più piccoli o quelli non sposati, sino a quando sono adulte, producendo per i propri mariti e figli. I lavori che le donne portano a termine per gli uomini creano legami e sono dei veri e propri strumenti che vengono utilizzati nelle attività maschili, sono fondamentali affinché gli uomini possano riuscire nelle loro attività, hanno bisogno dei lavori prodotti dalle donne per compiere il loro lavoro. Il lavoro delle donne è complementare a quello degli uomini. La vita di Teodora si svolge quindi intorno alle due attività femminili archetipiche del mondo wichì: “fare fili torcendo e ritorcendo la fibra e lavorare la terracotta per oggetti in argilla”. La donna inoltre deve anche saper riconoscere quando e dove raccogliere le piante giuste, saper distinguere le fibre che raccoglie nelle due classi esistenti è il lavoro archetipico della donna wichì. L’autrice offre una descrizione completa del processo a cui lei stessa ha preso parte e a cui Teodora ha spiegato e insegnato come fare, a partire dalla raccolta, sino all’estrazione della fibra fino al prodotto finito. Le donne compiono questi lavori per tutta la vita, fin quando l’età avanza, allora viene riservato loro il compito di educare le ragazze. Infatti, all’interno del sistema uxorilocale accade che sia la nonna a decidere il momento in cui i nipoti abbandonano la madre per vivere con loro, è molto comune di fatto che i giovani adolescenti vivano con la nonna e le ragioni per farlo sono solitamente personali, ma possono essere anche strutturali. Per i primi anni però sono le madri a prendersi cura dei propri figli, curandone i bisogni fisiologici, mentre i nonni partecipano alla vita dei nipoti e si occupano di loro a livello “educativo-pedagogico”: il nonno trasmettendo, se ne ha, competenze specifiche, il ruolo della donna è specifico quando le bambine si preparano a diventare donne allora plasmano e modellano il sesso e il genere della nipote. Le donne anziane quindi ricoprono un ruolo cruciale nell’educazione delle ragazze. L’altra tematica trattata approfonditamente all’interno del testo, è la famiglia, o meglio le parentele. Anche in questo caso la donna ha un ruolo molto rilevante nelle relazioni che coinvolgono la parentela, soprattutto perché la donna ha una migliore memoria genealogica, la quale è in grado non solo di istituire e sciogliere alleanze, ma in questo specifico caso, è presente una genealogia tutta femminile di itinerari biografici, data da Teodora e da tutte le donne che hanno dato un contributo alla stesura di questo libro. Le donne che hanno dato uno stampo corale al testo, oltre alle figlie di Teodora, sono principalmente Teresa Juliet, Argentina Polo, Elda Rojis ed Elena Calerno che hanno condiviso alcuni percorsi comuni rinegoziando infine la loro identità indigena. La parentela che viene spiegata in questi capitoli è di fondamentale importanza per la ricerca etnografica in quanto le viene dedicato un settore disciplinare specifico nell’ambito dell’antropologia. L’autrice spiega, attraverso la biografia di Teodora, che quando si parla di parentela nella comunità wichì, si entra nel mondo di una cultura basata sulla discendenza patriarcale e sulla matrilocalità, infatti generalmente dopo il matrimonio sono gli uomini a stabilirsi nel gruppo domestico della sposa, inoltre, visto che non è prevista una cerimonia nuziale, il suocero mette alla prova il futuro genero per un certo periodo di tempo. Gli obblighi che derivano dall’ufficializzazione del matrimonio, danno origine a famiglie nucleari, la cui esistenza dipende dai legami dei membri affini del gruppo residenziale. Nel momento in cui l’uxorilocalità viene rispettata, se il genero resta nel paraje fino a quando i figli diventano adulti, alla morte del suocero questo prende il suo posto in maniera graduale, inoltre il “passaggio di consegne” tra genero e suocero è un momento delicato, in quanto colui che era diverso prima di essere accolto in famiglia, ora diventa un simile, appartenente allo stesso gruppo.
Un'altra usanza molto praticata che si affianca all’uxorilocalità è quella dell’ipergamia femminile, la quale consiste in un matrimonio tra una donna di un gruppo considerato “inferiore” e un uomo considerato “superiore”. Nonostante le sopracitate pratiche, le norme di alleanza matrimoniale nel Chaco sono proscrittive, escludono un comportamento o un insieme di comportamenti, tuttavia queste non prescrivono, non ordinano in modo esplicito le regole dell’alleanza. Questa carenza, se interpretata con la massima semplificazione, fa in modo che qualsiasi potenziale affino possa godere di un certo margine di libertà. Quindi questo sistema di parentela guida ad un’alleanza matrimoniale attraverso l’unione con i più lontani parenti stretti, ma sebbene tra i wichìs la preferenza è quella di sposarsi “tra i più vicini dei più lontani, tra i più lontani dei più vicini”, esistono legami tra famiglie che si ripetono ciclicamente tramite matrimoni preferenziali, anche se in questo modo si rischia una tendenza ad “un’endogamia sociologica”. Attraverso la storia della parentela di Teodora, si viene a conoscenza di diverse alleanze che sono portate dall’autrice come esempio di ciò che è appena trattato, oltre che dare uno sguardo più approfondito all’interno della famiglia Gomez-Polo. Un esempio che viene portato a favore dei “più lontani tra i più vicini” e discusso anche dall’antropologo John Palmer è quello del “coniuge paradigmatico: la sorella della moglie del fratello o la sorella del marito della sorella”. Ci sono altri esempi in questa vicenda, che risaltano anche di più, come quello del “matrimonio privignatico”, che consiste nell’unione di un uomo con la figlia del precedente matrimonio della moglie, che riguarda Hilda, una criada , ovvero cresciuta da genitori non biologici perché orfana o abbandonata. La presenza non poco frequente di criados e orfani all’interno di una famiglia consente un ampliamento di possibilità di alleanza, creando legami emotivi, costituiscono una soluzione fra le parentele nei parajes , ma l’orfano specialmente acquisisce uno “status speciale” in quanto rappresenta una flessibilità e una sicurezza maggiori di alleanze matrimoniali, rispetto a quelle che offre un criado. La parentela quindi diventa fondamentale per la creazione di legami, che vengono mantenuti e consolidati tramite una sorta di cerimonia, ovvero la visita, questa infatti consolida amicizie e reitera legami di parentela. È un rito che viene compiuto nello spazio e nel tempo, e oltre che essere necessario è anche dovuto, non solo serve a mantenere i legami e a consolidarli ed è in questo modo che i wichìs riescono ad instaurare delle alleanze restando all’interno della parentela. Non presentarsi ad una visita o rimandarla significa infrangere le regole, il che porta ad una limitazione delle alleanze e a volte anche all’interruzione di rapporti, come nel caso della figlia minore di Teodora, Susana, la quale non faceva visita alla madre e alle sorelle, compiendo quindi un’infrazione. Teodora racconta e ricompone in questo modo la sua genealogia, all’interno della quale, come già detto, ci sono donne, di cui non solo le figlie, hanno aiutato con la loro coralità a ricostruire non solo la sua genealogia appunto, ma anche la sua storia, inoltre spicca molto spesso quanto Teodora tenga ai legami di parentela e quanto sia importante rispettare le regole. Araujo è in conclusione formato da cerchi concentrici: nel primo si trovano Teodora e Vitterman, nel secondo si trovano i figli, le figlie, il fratello di Teodora e i nipoti, mentre nel terzo anello sono presenti persone non considerate parenti, vivono parenti affini a quelli del nucleo centrale che sono legati dai rapporti di parentela, vi sono poi altri gruppi domestici, ma con questo terzo settore, il nucleo domestico non condivide l’attività economica. Infine, non perché siano meno importanti, è bene ricordare strumenti che si sono rivelati fondamentali per la stesura della storia di Teodora e per la comprensione del testo, non solo a livello logico, ma anche a livello sentimentale, ovvero le fotografie. Queste sono presenti in gran numero nella seconda appendice del testo, è infatti presente una galleria fotografica dei testimoni che hanno aiutato l’autrice nella stesura del testo. Sono anche presenti delle immagini durante l’arco narrativo, ma le fotografie