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Analisi Funzionale del Comportamento: Strategie e Interventi Educativi - Prof. Fedeli, Appunti di Metodologia della ricerca

Le ricerche osservative e l'analisi funzionale del comportamento, strumenti fondamentali per comprendere e gestire i comportamenti problema nei bambini. Vengono descritti i fattori di disturbo alla validità esterna nelle ricerche educative e l'importanza di una corretta lettura dei comportamenti per interventi efficaci. Le diverse funzioni dei comportamenti problema, come scaricare l'iperattivazione, controllare l'ambiente, ricevere attenzione, ottenere oggetti o evitare situazioni avverse. Inoltre, vengono analizzati i rinforzi diretti e indiretti, le tipologie di rinforzi e gli effetti del rinforzo, come la generalizzazione e la saturazione. Infine, il documento illustra le fasi dell'analisi funzionale, dagli interventi indiretti su antecedenti e conseguenti agli interventi diretti sul comportamento, con l'obiettivo di individuare i fattori che influenzano il comportamento nel contesto specifico.

Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 25/06/2025

Astriaxa
Astriaxa 🇮🇹

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RICERCA EDUCATIVA
Tre macro-argomenti del corso:
1. Le metodologie della ricerca in campo educativo
2. Le procedure osservative (l’osservazione sistematica del comportamento e l’analisi funzionale): l’osservazione è lo
strumento più prezioso dell’insegnante, nessun comportamento dei bambini è imprevedibile!
3. La valutazione in ambito scolastico: dai voti numerici ai giudizi descrittivi
Noi insegnanti andiamo a scuola per creare il contesto migliore in cui la mente possa apprendere, non per valutare e mettere
un’etichetta. L’obiettivo è mettere i bambini nella condizione migliore per poter apprendere. La mente apprende nel momento in cui si
sente al sicuro. L’obiettivo è anche quello di infondere curiosità e voglia di imparare. I bambini non devono studiare solo per paura di
prendere un brutto voto. Il principio dell’insegnamento è accompagnare il bambino a crescere. Noi dobbiamo vedere dove il bambino
è arrivato, non da dove è partito, e non facendo una media dei voti che ha preso durante l’anno.
METODOLOGIE DELLA RICERCA IN CAMPO EDUCATIVO
Che cos’è la ricerca?
La ricerca non consiste nell’ accumulare dati perché, se raccolti in modo sbagliato non servono a nulla. La ricerca è una forma di
costruzione della conoscenza, realizzata attraverso il metodo scientifico che rispetta tre caratteristiche di fondo:
TRASPARENZA chi fa ricerca deve essere trasparente su tutto, deve raccontare e descrivere ogni dettaglio della sua
ricerca (come ha raccolto i dati, con quale strumento, con chi, come li ha organizzati)
CONTROLLO il metodo scientifico prevede di controllare tutte le variabili che possono influire sui dati (es. variabile della
stanchezza a scuola alla fine dell’anno scolastico porta risultati inaffidabili, oppure se faccio la verifica di italiano e tutti vanno
male, devo considerare tutte variabili, non solo quella che non hanno studiato)
REPLICABILITA’ il metodo scientifico richiede la replicabilità dello studio (es. applico un nuovo metodo di lettura: vedo
che gli alunni riescono ad apprendere meglio leggendo dal pc che dal libro. È attendibile se arrivo allo stesso risultato con
due persone diverse.
Queste tre caratteristiche devono riguardare anche l’insegnante deve essere trasparente nel modo in cui insegna e valuta, deve
controllare tutte le possibili variabili (come potrà essere la concentrazione di un bambino a cui viene chiesto di recuperare un compito
in classe durante un lavoro di gruppo? Se il bambino è spaventato, questa sensazione incide nel compito?) e poter replicare i risultati
(se un altro collega fa quello che ho fatto io deve ottenere gli stessi risultati).
In campo educativo si distinguono due tipi di ricerche:
1. RICERCA OSSERVATIVA osserviamo dei fenomeni senza intervenire su di essi, ad es. osservare le dinamiche relazionali,
come comunicano, interagiscono, etc. Mi LIMITO A OSSERVARE il fenomeno e le relazioni tra fenomeni
2. RICERCA CON INTERVENTO introduciamo un intervento per vedere leffetto sui bambini. Introduciamo una variabile,
che può essere sia migliorativa che peggiorativa (es. un nuovo metodo didattico, uno strumento) e ne osserviamo gli effetti.
Ad esempio, possono sperimentare l’apprendimento cooperativo e vedere poi se gli studenti imparano meglio.
L’altra distinzione che è trasversale alla prima è la differenza tra:
1. RICERCA QUANTITATIVA vado a quantificare, misurare il fenomeno, il dato. Introduco un nuovo metodo di
insegnamento della lettura e quantifico il numero di errori che fanno
2. RICERCA QUALITATIVA si attua quando il fenomeno non è facilmente quantificabile (passione). Vedo se l’utilizzo del
pc per il metodo di lettura aumenta l’interesse nei bambini
L E R I C E R C H E O S S E R V A T I V E
Servono a osservare e descrivere fenomeni, compiere comparazioni tra gruppi (maschi e femmine, stranieri e non), individuare
relazioni tra due fenomeni:
Inchiesta / indagine la prima studia un gruppo di riferimento più limitato, la seconda è più ampia
Osservazione sistematica si osservano i bambini in situazioni precise
Ricerca valutativa es. prove invalsi
Ricerca etnografica ricerca qualitativa
Studio di caso
Nelle ricerche osservative io posso studiare la relazione tra due variabili
C O N CE TT O D I C O R RE LA Z I O N E studia la relazione tra due variabili; si verifica quando due fenomeni variano al
variare di uno o dell’altro; la correlazione può essere:
Positiva allaumentare di una variabile aumenta laltra (allaumentare del numero di ore di studio aumenta il voto
scolastico). Indice di correlazione = +1
Negativa allaumentare di un fattore, diminuisce laltro (allaumentare le ore di allenamento diminuisce il peso). Indice di
correlazione = -1
Nulla non si rileva alcuna relazione tra i due fattori. Indice di correlazione = 0
Ma ATTENZIONE!
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RICERCA EDUCA TIVA

Tre macro-argomenti del corso:

  1. Le metodologie della ricerca in campo educativo
  2. Le procedure osservative (l’osservazione sistematica del comportamento e l’analisi funzionale): l’osservazione è lo strumento più prezioso dell’insegnante, nessun comportamento dei bambini è imprevedibile!
  3. La valutazione in ambito scolastico: dai voti numerici ai giudizi descrittivi Noi insegnanti andiamo a scuola per creare il contesto migliore in cui la mente possa apprendere, non per valutare e mettere un’etichetta. L’obiettivo è mettere i bambini nella condizione migliore per poter apprendere. La mente apprende nel momento in cui si sente al sicuro. L’obiettivo è anche quello di infondere curiosità e voglia di imparare. I bambini non devono studiare solo per paura di prendere un brutto voto. Il principio dell’insegnamento è accompagnare il bambino a crescere. Noi dobbiamo vedere dove il bambino è arrivato, non da dove è partito, e non facendo una media dei voti che ha preso durante l’anno.

METODOLOGIE DELLA RICERCA IN CAMPO EDUCATIVO

Che cos’è la ricerca? La ricerca non consiste nell’ accumulare dati perché, se raccolti in modo sbagliato non servono a nulla. La ricerca è una forma di costruzione della conoscenza, realizzata attraverso il metodo scientifico che rispetta tre caratteristiche di fondo:

  • TRASPARENZA → chi fa ricerca deve essere trasparente su tutto, deve raccontare e descrivere ogni dettaglio della sua ricerca (come ha raccolto i dati, con quale strumento, con chi, come li ha organizzati)
  • CONTROLLO → il metodo scientifico prevede di controllare tutte le variabili che possono influire sui dati (es. variabile della stanchezza a scuola alla fine dell’anno scolastico porta risultati inaffidabili, oppure se faccio la verifica di italiano e tutti vanno male, devo considerare tutte variabili, non solo quella che non hanno studiato)
  • REPLICABILITA’ → il metodo scientifico richiede la replicabilità dello studio (es. applico un nuovo metodo di lettura: vedo che gli alunni riescono ad apprendere meglio leggendo dal pc che dal libro. È attendibile se arrivo allo stesso risultato con due persone diverse. Queste tre caratteristiche devono riguardare anche l’insegnante →deve essere trasparente nel modo in cui insegna e valuta, deve controllare tutte le possibili variabili (come potrà essere la concentrazione di un bambino a cui viene chiesto di recuperare un compito in classe durante un lavoro di gruppo? Se il bambino è spaventato, questa sensazione incide nel compito?) e poter replicare i risultati (se un altro collega fa quello che ho fatto io deve ottenere gli stessi risultati). In campo educativo si distinguono due tipi di ricerche:
  1. RICERCA OSSERVATIVA → osserviamo dei fenomeni senza intervenire su di essi, ad es. osservare le dinamiche relazionali, come comunicano, interagiscono, etc. Mi LIMITO A OSSERVARE il fenomeno e le relazioni tra fenomeni
  2. RICERCA CON INTERVENTO → introduciamo un intervento per vedere l’effetto sui bambini. Introduciamo una variabile, che può essere sia migliorativa che peggiorativa (es. un nuovo metodo didattico, uno strumento) e ne osserviamo gli effetti. Ad esempio, possono sperimentare l’apprendimento cooperativo e vedere poi se gli studenti imparano meglio. L’altra distinzione che è trasversale alla prima è la differenza tra:
  3. RICERCA QUANTITATIVA → vado a quantificare, misurare il fenomeno, il dato. Introduco un nuovo metodo di insegnamento della lettura e quantifico il numero di errori che fanno
  4. RICERCA QUALITATIVA → si attua quando il fenomeno non è facilmente quantificabile (passione). Vedo se l’utilizzo del pc per il metodo di lettura aumenta l’interesse nei bambini

L E R I C E R C H E O S S E R V A T I V E

Servono a osservare e descrivere fenomeni, compiere comparazioni tra gruppi (maschi e femmine, stranieri e non), individuare relazioni tra due fenomeni:

  • Inchiesta / indagine → la prima studia un gruppo di riferimento più limitato, la seconda è più ampia
  • Osservazione sistematica → si osservano i bambini in situazioni precise
  • Ricerca valutativa → es. prove invalsi
  • Ricerca etnografica → ricerca qualitativa
  • Studio di caso Nelle ricerche osservative io posso studiare la relazione tra due variabili C O N C E T T O D I C O R R E L A Z I O N E → studia la relazione tra due variabili; si verifica quando due fenomeni variano al variare di uno o dell’altro; la correlazione può essere:
  • Positiva → all’aumentare di una variabile aumenta l’altra (all’aumentare del numero di ore di studio aumenta il voto scolastico). Indice di correlazione = +
  • Negativa → all’aumentare di un fattore, diminuisce l’altro (all’aumentare le ore di allenamento diminuisce il peso). Indice di correlazione = - 1
  • Nulla → non si rileva alcuna relazione tra i due fattori. Indice di correlazione = 0 Ma ATTENZIONE!

La correlazione non indica una relazione causale → sappiamo solo che c’è una relazione tra x e y, ma non sappiamo quale dei due fattori causi l’altro (es. correlazione tra la visione di episodi violenti in tv e condotta violenta → occhio a non considerare ciò una correlazione causale (episodi violenti in tv aumentano la condotta violenta) perché non sappiamo chi causa cosa (A potrebbe causare B e viceversa o potrebbe esserci anche una terza variabile). La relazione tra i due fattori potrebbe essere mediata da un terzo fattore ignoto!!

L E R I C E R C H E C O N I N T E R V E N T O

Introducono uno o più cambiamenti per verificarne gli effetti sui fenomeni studiati (introduco l’uso delle mappe concettuali per vedere se migliora l’apprendimento): Esperimento → introduco una variabile per studiare come cambia l’altra. In questo caso avrò ho un gruppo sperimentale a cui sottopongo un intervento e un gruppo di controllo al quale non viene sottoposto Quasi esperimento → quando non ho un gruppo di controllo. A scuola la maggior parte degli interventi sono quasi esperimenti perché non ho gruppi equivalenti (ogni classe ha le sue caratteristiche) Esperimenti su casi singoli → testo l’intervento su un singolo caso Ricerca azione → parte da un bisogno della scuola (es. ci sono casi di bullismo, quindi introduco un’educazione affettiva e allo stesso tempo faccio ricerca per verificare che l’azione educativa abbia avuto effetto). ESPERIMENTO: L’esperimento è una riproduzione artificiale, ripetibile, di un fenomeno in una condizione in cui si controllano tutte le possibili variabili intervenienti. È sempre composto da:

  • Variabile indipendente → la variabile/modificazione che gestisce/introduce lo sperimentatore (es. un nuovo metodo didattico in matematica o una diversa organizzazione dei banchi). Viene introdotta al gruppo sperimentale. Ho bisogno anche di un gruppo di controllo. I due gruppi (sperimentale e di controllo) devono essere ‘equivalenti’ per tutte le variabili che potrebbero incidere sugli esiti dell’intervento (quantità di alunni, condizioni socioeconomiche, presenza di BES, etc)
  • Variabile dipendente →i possibili effetti prodotti dalla V.I. (es. una velocizzazione delle procedure di calcolo da parte degli alunni e un aumento dei tempi di attenzione durante le lezioni). L’individuazione dei soggetti per la formazione dei gruppi si chiama ‘campionamento ‘e può avvenire in più modi:
  1. Per estrazione casuale o randomizzata → è efficace quando il campione è ampio (centinaio di persone)
  2. Per appaiamento o stratificazione → creare i gruppi in modo stratificato → ad es. so che il genere è una variabile che influisce sui risultati e quindi faccio in modo che il numero di maschi e femmine sia uguale in entrambi i gruppi
  3. In maniera ‘opportunistica’ (quasi-esperimento) → quando sfrutto l’opportunità di avere due gruppi già formati; questo però non mi garantisce l’equivalenza tra i due gruppi Io come insegnante devo chiedermi sempre quali sono tutte le variabili che incidono sui risultati delle mie azioni!! → i compiti per casa sono efficaci? Ci sono troppe variabili (il bambino ha un posto suo dove farli? ha un genitore che lo controlla?) LE IPOTESI La ricerca è sempre guidata da IPOTESI, che il ricercatore dovrà confermare o rifiutare. L’esperimento è guidato da due ipotesi ed è teso a rifiutare o accettare l’ipotesi cosiddetta ‘nulla’:
  • Ipotesi nulla H0 →al termine dell’intervento (utilizzo mappe concettuali in classe) non si registrano differenze significative tra gruppo sperimentale e gruppo di controllo. Questa ipotesi, quindi, afferma la mancata efficacia dell’intervento
  • Ipotesi alternativa H1 → al termine dell’intervento, si registrano differenze significative tra gruppo sperimentale e gruppo di controllo L’obiettivo della ricerca è sempre quello di rifiutare o confermare l’ipotesi nulla. In termini di ricerca si lavora sempre sull’ipotesi H0: ▪ Esempio → faccio un esperimento per vedere se le mappe concettuali migliorano l’apprendimento. Se confermassi l’ipotesi nulla significherebbe che l’introduzione delle mappe non è stata efficace, se invece rifiutassi l’ipotesi nulla significherebbe che l’intervento ha prodotto dei risultati ATTENZIONE!! In campo scientifico le conclusioni che raggiungo sono sempre probabilistiche → ad es. non potrò mai dire con assoluta certezza che le mappe siano efficaci perché non potrò mai essere sicuro di aver controllato tutte le possibili variabili intervenenti. In campo scientifico c’è SEMPRE una probabilità di errore (α) → dipende da quanto siamo stati in grado di individuare e controllare tutte le variabili confondenti/interferenti. L’obiettivo della ricerca è quello di ridurre il più possibile la probabilità di errore, anche se non potrà mai sparire, perché le variabili che potrebbero intervenire sono infinite. È possibile non avere sempre due gruppi (uno sperimentale e uno di controllo). Il gruppo sperimentale può fare da controllo a sé stesso. Es. → per un periodo faccio più pizzate e osservo i rendimenti scolastici e per un periodo non faccio le pizzate e osservo i rendimenti scolastici. LA RICERCA QUANTITATIVA → Ha l’obiettivo di descrivere, spiegare e prevedere eventi osservabili, testando le ipotesi nulla e alternativa attraverso la raccolta e misurazione di dati empirici al fine di generalizzare i risultati e formulare teorie generali (ricerca nomotetica), sempre con una minima probabilità di errore. Tipi:
  1. Esperimento
  2. Quasi-esperimento
  3. Esperimento su casi singoli
  4. Inchiesta

Ai bambini bisogna insegnare in maniera concreta!! Le variabili sono utilizzate nella formulazione delle ipotesi di ricerca, CHE SONO:

  • H0– Ipotesi nulla → mi afferma che la variabile indipendente non ha avuto effetto. Esempio: gli alunni, che ricevono molti rinforzi sociali (gruppo sperimentale), non rimarranno seduti al proprio posto più a lungo di quelli che non ricevono molti rinforzi sociali (gruppo di controllo)
  • H1– Ipotesi alternativa → gli alunni, che ricevono molti rinforzi sociali (gruppo sperimentale), rimarranno seduti al proprio posto più a lungo di quelli che non ricevono molti rinforzi sociali (gruppo di controllo). Può essere unidirezionale o bidirezionale: - Unidirezionale → gli alunni, posti in una classe con modalità flipped (gruppo sperimentale), presenteranno migliori livelli di attenzione rispetto agli alunni posti in una classe tradizionale (gruppo di controllo). Quando sono in grado di prevedere la direzione dell’effetto. Mi aspetto un determinato risultato (ad esempio introduco il peer tutoring e ipotizzo che ci sarà un miglioramento dell’apprendimento) - Bidirezionale → gli alunni, posti in una classe con modalità flipped (gruppo sperimentale), presenteranno differenze nei livelli di attenzione rispetto agli alunni posti in una classe tradizionale (gruppo di controllo). Quando non sono in grado di prevedere la direzione dell’effetto. Non sono certa se il nuovo intervento sia migliorativo o peggiorativo; quindi, nella scrittura dell’ipotesi sarò più generica, come nell’esempio riportato Le variabili INDIPENDENTI (quelle gestite dall’insegnante) possono riguardare:
  • Caratteristiche del bambino (età, genere, livello di motivazione, assenza o presenza di deficit, ecc.)
  • Caratteristiche dell’ambiente (contesto sociale di vita, numerosità della classe, disposizione degli arredi, ecc.). Voglio vedere ad esempio se la numerosità di bambini in classe influisce positivamente o negativamente sulla manifestazione di comportamenti problema
  • Interventi educativi (approcci alla letto-scrittura, stile disciplinare, utilizzo di TIC, ecc.). Posso vedere se questi dispositivi aumentano i tempi di attenzione dei bambini. TIPOLOGIE DI VARIABILI:
  1. Indipendente → la variabile manipolata dal ricercatore (un nuovo intervento didattico per la lettura-ipotesi unidirezionale perché si presume che abbia un effetto positivo)
  2. Dipendente → la variabile che dovrebbe variare a seguito dell’introduzione della V.I. (la capacità di decodificare parole plurisillabe senza errori). È l’effetto della variabile indipendente
  3. Moderatrice → le variabili che potrebbero modificare, ampliandolo o riducendolo, l’effetto della V.I (il genere degli alunni). Non cambiano l’effetto, ma lo possono amplificare o ridurre; Può essere che un intervento didattico per la lettura abbia effetti migliori sulle bambine; Non cambia la direzione dell’effetto, perché tutti i bambini migliorano comunque e fanno meno errori, ma questo effetto è più ampio sul genere femminile ▪ Altro esempio: intraprendo una dieta per dimagrire, questa ha effetto, ma se faccio anche attività fisica, l’effetto si amplifica notevolmente (l’attività fisica è la variabile moderatrice
  4. Interveniente → le variabili, talvolta non previste in partenza, che possono alterare il rapporto tra V.I. e V.D (il clima d’ansia che può prodursi durante la ricerca). In genere ci si accorge dopo. Non modera gli effetti della variabile indipendente, ma mi spiega i cambiamenti della variabile indipendente (può succedere che i bambini non leggano meglio grazie al nuovo metodo di lettura ma grazie al clima emotivo in classe creato dall’insegnante, il quale quindi dovrà lavorare prevalentemente sul suo stile d’insegnamento e non sul metodo didattico). Cambiano totalmente la ricerca, fanno cambiare prospettiva di lavoro ▪ Mi spiega l’evento che ho attribuito alla V.I. Spiega qualcosa che NON AVEVVAMO PREVISTO
  5. Controllata → le variabili che il ricercatore riesce a controllare e mantenere stabili tra i gruppi (l’aver frequentato o meno la scuola dell’infanzia). Le variabili e le mutabili possono essere descritte da quattro tipologie di scale: Riepilogando, le relazioni tra le variabili possono essere di tre tipi:
  • Indipendenza →le variabili variano in modo indipendente l’una dall’altra
  • Correlazione → le variabili co-variano in modo diretto (all’aumentare di una, aumenta anche l’altra, ma non so cosa ha causato cosa) o inverso (all’aumentare di una, diminuisce l’altra);
  • Causalità → una variabile causa i cambiamenti nell’altra 6 .Piano della ricerca → Una volta scelte le variabili devo strutturare il piano della ricerca. L’attenta scelta e progettazione del piano della ricerca permette di controllare:
  • Validità interna → la ricerca misura effettivamente ciò che dice di studiare? C’è corrispondenza tra obiettivi, metodologia, strumenti, ecc.? Qualsiasi ricerca è valida quando effettivamente misura quello che dice di studiare
  • Validità esterna →i risultati della ricerca sono generalizzabili ad altri contesti? Entro quali limiti e condizioni? Una ricerca ha validità esterna se i risultati sono generalizzabili
  • Attendibilità/affidabilità → risultati ottenuti sono indipendenti da influenze del contesto (ricercatore, variabili ambientali, insegnante, valutatore) Ad. esempio, una verifica fatta alla prima ora o all’ultima cambierà i risultati? Si, avremo dei risultati inaffidabili, come li avremo anche se facessimo tante verifiche a maggio, quando i bambini sono stanchi. Il problema di validità e attendibilità riguarda anche i voti o i giudizi scolastici:
  • Validità interna → la verifica di matematica indaga davvero le capacità di calcolo e soluzione dei problemi? Oppure indaga la comprensione? O la Il problema di validità e attendibilità riguarda anche i voti o i giudizi scolastici velocità di esecuzione? O altro ancora?
  • Validità esterna → la modalità di verifica permette di evidenziare se e quanto l’alunno riuscirà ad usare le stesse abilità in altri contesti?
  • Attendibilità → l’alunno otterrebbe un voto o un giudizio simile anche se la sua prova fosse valutata da un altro insegnante? TIPOLOGIE DI PIANI DI RICERCA
  1. Il piano a gruppo unico
  2. Il piano a due gruppi
  3. Il piano a quattro gruppi
  4. I piani parziali
  5. Il piano fattoriale I L P I A N O S U S I N G O L O G R U P P O L’esperimento viene condotto su un unico gruppo (ad esempio, la classe = campione opportunistico). L’intervento sperimentale sarà confrontato con l’assenza di intervento o con un intervento ordinario, che agiscono come controllo (il gruppo è controllo di sé stesso, lo controlliamo confrontando il momento in cui ho inserito il cambiamento rispetto a quando non c’era). Si tratta del piano più semplice da realizzare ma con numerose debolezze metodologiche. Principali debolezze metodologiche del piano di ricerca con un gruppo singolo: Effetto maturazione →il risultato ottenuto, non è dovuto a un intervento, ma dalla maturazione dei bambini che crescono (es. settembre-dicembre, bachi a file = attenzione 5 minuti, gennaio-aprile, banchi ad isole = 15 minuti → ma è anche vero che i bambini sono cresciuti e maturati). Effetto storia →è accaduto un fatto in classe che ha cambiato qualcosa nella classe (es. l’arrivo da gennaio di una tirocinante che stimola molto di più del docente → quindi non sono i banchi ad isola) Interferenza tra metodi di insegnamento (Fo e Fe) → potrebbe essere che il metodo di insegnamento funzioni perché prima ce n’è stato un altro che ha fatto acquisire determinate abilità (può essere che i bambini lavorano bene in gruppo sull’analisi di fonti storiche grazie al fatto di aver seguito una didattica ordinaria che aveva già introdotto e affrontato l’argomento) Eccessivo ripetersi delle prove → non è l’intervento che porta al miglioramento, ma l’abitudine nell’effettuare quelle determinate prove/compiti/ Osservando il grafico n°3, non sapremmo mai al 100% se il miglioramento è dovuto grazie all’intervento oppure grazie ad altri fattori, quali maturazione, storia, o altri proprio perché non abbiamo un gruppo di controllo. Da un punto di vista statistico e di ricerca la situazione ideale è rappresentata nel grafico n° 4, ovvero quando vedo che ogni volta che introduco l’intervento i bambini migliorano e ogni volta che lo elimino peggiorano: così capisco che non ci sono altri fattori intervenienti (effetto storia o maturazione). Dal punto di vista educativo però non è significativo perché non dà effetti a lungo termine, non cambia realmente i bambini!!

valutazione iniziale; quindi, deduco che il miglioramento del gruppo 1 è stato causato dalla valutazione, poiché i soggetti si sono abituati a fare quel tipo di test. P I A N O P A R Z I A L E Questo piano viene utilizzato quando si ipotizza l’effetto di più variabili indipendenti separate tra loro, che vengono introdotte in modo sequenziale P I A N O F A T T O R I A L E Il piano fattoriale si utilizza quando voglio studiare l’effetto di più variabili indipendenti contemporaneamente, che interagiscono tra di loro. Questa tipologia di piano è il più frequente di tutti i piani di ricerca. Esempio: → in questo caso si vuole sapere se i bambini comprendono meglio il testo quando il carattere è maiuscolo o minuscolo e quando il carattere è a colori o in bianco e nero. Il colore e la tipologia di carattere sono le due variabili/fattori indipendenti che si vogliono controllare; da questi si possono ottenere quattro tipologie di risultati. Esempio: faccio un lavoro sulle emozioni e allo stesso tempo voglio vedere se impatta la numerosità degli studenti: G1 → lavoro sulle emozioni in grande gruppo G2 → lavoro sulle emozioni in piccolo gruppo G3 → lavoro ordinario in grande gruppo G 4 → lavoro ordinario in piccolo gruppo Fattori di disturbo alla validità interna: importanti!!

  • Effetto storia → accade qualcosa nella storia dei soggetti studiati durante la ricerca che spiega il risultato finale (arrivo di un nuovo insegnante)
  • Effetto maturazione →i bambini crescono rapidamente
  • Effetto prove o testing → il miglioramento è dovuto dall’abituazione al tipo di prova
  • Effetto strumentazione (effetto Hawthorne) → per il semplice fatto di sentirsi osservati, i bambini cambiano il loro modo di fare (alcuni migliorando il proprio comportamento e altri peggiorandolo)
  • Effetto selezione → quando due gruppi non sono realmente equivalenti = errori di campionamento
  • Mortalità sperimentale → quando durante le ricerche (quelle più durature) perdo dei soggetti perché non partecipano più alla ricerca per determinati motivi (es. se si vuole studiare dei bambini in un determinato sport da quando hanno cinque anni a quando ne hanno dieci, molto probabilmente alcuni cambieranno o smetteranno di fare quello sport)
  • Regressione statistica → i punteggi molto estremi tendono ad avvicinarsi sempre più alla media con il tempo
  • Casualità → quando interviene un fattore casuale di cui non ci si accorge
  • Interazioni tra fattori Fattori di disturbo alla validità esterna:
  • Errori di campionamento
  • Un limite particolare nella ricerca educativa riguarda la difficoltà ad effettuare studi chiaramente in “doppio cieco” → Effetto Rosenthal (Pigmalione): si fa avverare quello che ci si aspetta, essendo che si è condizionati! Si verifica quando ci facciamo condizionare dalle aspettative che abbiamo dei bambini. Le aspettative sui bambini pesano enormemente sull’ impegno che mettiamo per portarli verso una determinata direzione. Es. se un bambino è portato per la matematica si fa di tutto per farlo eccellere, mentre se si è convinti che un bambino non sia portato per la matematica si pretenderà di meno o lo si seguirà di meno → SBAGLIATO, ciò può anche influenzare il bambino nella sua percezione di sé creando dei problemi di autostima)
  1. Procedure di campionamento → Dopo aver scelto il piano di ricerca, si vanno a formare i gruppi attraverso la procedura di campionamento. La procedura di campionamento parte dalla popolazione statistica (insieme che deve essere descritto in modo specifico e dettagliato), da cui si estrae un campione rappresentativo. Se il campione è veramente rappresentativo della popolazione, sarà possibile generalizzare i risultati. Esistono varie tipologie di campionamento:
  2. CAMPIONI CASUALI/PROBABILISTICI → consentono di generalizzare i risultati alla popolazione di riferimento
  • Campione casuale semplice → prevede un’estrazione completamente casuale; è rappresentativo se è ampio/numeroso (es. tra tutti gli studenti universitari né si estraggono 2000 e le variabili si distribuiranno in maniera casuale)
  • Campione sistematico → rispetto alla variabile di controllo si procede in maniera sistematica (ad esempio si vuole essere sicuri che la variabile genere si distribuisca in maniera equa, quindi il numero di maschi e femmine all’interno dei gruppi sarà uguale)
  • Campione casuale stratificato → si stratifica il campione rispetto alla variabile che ci interessa e all’interno di ogni strato si deve estrarre a loro volta quelli che interessano (es. tra tutti gli studenti di scienze della formazione primaria l’80% sono femmine e il 20% maschi →pertanto, nel gruppo di campionamento si deve rispettare la stessa percentuale in proporzione)
  • Campione a grappoli → quando si estraggono gruppo di soggetti a caso (es. si estraggono 20 classe italiane per testare la modalità flipped)
  • Campione per stadi → quando si controllano più variabili ma si estraggono una per volta (es. su uno stesso gruppo di campionamento si studiano quanti fanno abuso di sostanze partendo prima dalla variabile alcol, poi dalla variabile droga, ecc.)
  1. CAMPIONI NON PROBABILISTICI → non consentono la generalizzazione, ma solo il trasferimento a contesti simili. Per questo è fondamentale descrivere con attenzione le caratteristiche di questi campioni.
  • Campione di volontari → non è veramente rappresentativo, essendo che spesso sono i più condizionati/interessati all’argomento di ricerca
  • Campione accidentale/opportunistico
  • Campione per quote ragionate → es. equilibrato rispetto al genere
  1. Gli strumenti di rilevazione
  • Questionari → semplice e rapido
  • Interviste strutturate o semi-strutturate → intervista con domande pre-definite, più o meno ampie (strutturata, es. “Quante ore dorme il bambino a notte?”) oppure con temi da adattare (semi-strutturata, es. tema del pasto → è più precisa perché si riescono a cogliere delle informazioni in più, ma è più lunga)
  • Check-list e rating-scale: Per le check-list si indica solo la presenza o l’assenza, ad esempio, di un comportamento o abilità o abitudine, etc. (es. “il bambino è in grado di mangiare con le posate?” SÌ o NO). Le rating-scale vanno anche a misurare il livello di padronanza o quanto è frequente, ad esempio, il comportamento → dà più informazioni rispetto alla check-list, è più raffinata (es. “il bambino sa mangiare con le posate?” PER NULLA, ABBASTANZA, MOLTO). Entrambe hanno il vantaggio di essere molto rapide e si possono compilare anche senza osservare direttamente il bambino
  • Schede di auto ed etero-osservazione (es. si compila una scheda mentre si osserva = direttamente)
  • Test psicologici, intellettivi, neuropsicologici, ecc.
  • Prove oggettive per l’apprendimento
  1. Rilevazione e analisi dei dati → L’analisi dei dati consente di organizzare, sintetizzare e rendere confrontabili i dati (va fatta per rappresentare i risultati emersi in modo grafico).
  • Rappresentazione tramite grafici, tabelle, ecc. (es. con Excel)
  • Calcolo di frequenze, frequenze cumulate, percentuali, ecc.
  • Calcolo di misure di tendenza centrale: moda, mediana, media
  • Calcolo degli indici di variabilità: es. deviazione standard
  • Calcolo di indici di correlazione tra variabili
  • Calcolo della significatività delle differenze tra gruppi (t-test, analisi della varianza, ecc.) Il tipo di analisi dipenderà dagli obiettivi della ricerca e dalla scala su cui sono state effettuate le rilevazioni (nominale, ordinale, a intervalli, a rapporti). L’obiettivo finale è la verifica delle ipotesi iniziali. In qualsiasi ricerca scientifica, si giunge sempre a conclusioni ‘probabilistiche’, con un minimo margine di errore non eliminabile. Tradizionalmente si accetta una probabilità di errore (α) inferiore all’1% o al 5%
  1. Socializzazione dei risultati → L’ultimo passo consiste nel diffondere e socializzare la propria ricerca tra ‘addetti ai lavori’ (psicologi scolastici, pedagogisti, insegnanti, ecc.) e/o non addetti ai lavori (ad esempio i genitori). Bisogna socializzare tre aspetti: COSA, COME e PERCHE’: • Cosa si deve condividere? Tutte le fasi della ricerca: metodologia, campionamento, risultati, ecc. • Come si possono condividere i risultati? Report, articoli scientifici e divulgativi, riunioni, conferenze, monografie, ecc. • Perché è importante socializzare? Per diffondere le proprie scoperte e sottoporsi al controllo della comunità. L A R I C E R C A Q U A L I T A T I V A La ricerca qualitativa, rispetto a quella quantitativa:
  • Presenta un’organizzazione maggiormente flessibile (non è strutturata e rigida come quella quantitativa e non porta a misurare qualcosa di predefinito → è molto complessa)
  • Si organizza in “momenti” piuttosto che in “fasi”
  • Si basa maggiormente sul corretto atteggiamento del ricercatore che su strumenti standardizzati Tipologie di ricerca qualitativa: LA RICERCA AZIONE La ricerca azione parte da un bisogno reale della scuola (es. problema di integrazione o di bullismo), che viene affrontato da un gruppo di interni/esterni alla scuola. Tale gruppo, dal problema iniziale, crea degli obiettivi più specifici in base alle variabili. Dopodiché si fa la rilevazione del fenomeno (es. tramite un questionario o delle domande), per poi capire come agire effettuando degli interventi efficaci. Infine, si deve verificare se vi è stato un miglioramento/una soluzione al problema reale La ricerca azione è una ricerca qualitativa educativa, in quanto gli interventi che subentrano servono per far “crescere” l’ambiente scolastico.
  1. Definire l’ordine delle domande e la lunghezza del questionario (effetto noia, stanchezza, ecc.), in base ai destinatari più che in base alla tematica
  2. Preparare la pagina introduttiva (istruzioni, privacy, identità del ricercatore, ecc.)
  3. Decidere le modalità di somministrazione (individuale – di gruppo, in presenza – online) L’INTERVISTA Un questionario in cui si volgono le domande direttamente all’interlocutore. VANTAGGI: possibilità di spiegare le domande e di ampliarle flessibilmente in itinere SVANTAGGI: lunghezza dei tempi, maggior rischio di influenzamento della risposta e di “desiderabilità sociale” (ti rispondo in base a quello che penso tu voglia sentirti dire)
  • Intervista strutturata → ho un elenco di domande fisse da fare
  • Intervista semi-strutturata → ho dei temi da trattare
  • Intervista libera → dialogo al momento senza una traccia specifica
  • Intervista biografica → ha come obiettivo quello di ricostruire la storia dell’intervistato
  • Focus group → intervista a un gruppo
  • Discussione collettiva (circle time) IL COLLOQUIO Strumento prezioso che ci permette di entrare in contatto con le famiglie o con altre figure adulte che conoscono il bambino, per capire meglio come funziona in ambito extrascolastico.
  • colloquio diagnostico
  • colloquio di orientamento
  • colloquio clinico
  • riflessione parlata → poniamo un tema e riflettiamo insieme
  • colloquio motivazionale Nella gestione del colloquio dobbiamo gestire tre aspetti importanti:
  • Cura degli aspetti di contesto (spazi, luoghi, tempi, disposizione, ecc.) → ci sono una serie di accorgimenti che facilitano il colloquio (non posso fare il colloquio nel corridoio della scuola, va fatto in aula con la porta chiusa per garantire riservatezza; non bisogna mettere la cattedra di mezzo tra me e il genitore perché crea separazione)
  • Attenzione agli aspetti para-linguistici (postura, prossemica, mimica e gestualità, ecc.) → la distanza deve essere tarata in base a chi abbiamo di fronte, c’è un aspetto privato intorno a noi che non dev’essere troppo invaso. Anche il contatto oculare deve essere ben gestito, perciò non è opportuno sedersi uno di fronte all’altro perché siamo obbligati a guardarci sempre negli occhi e questo crea disagio
  • Gestione attiva degli aspetti linguistici (terminologia usata, strutturazione della frase, stimolazione vs indottrinamento, ecc.). Attenzione alla terminologia che usiamo, dobbiamo usare un linguaggio che stimoli il genitore ad aiutare il bambino. TEST E REATTIVI Insieme di stimoli altamente strutturati, somministrati in un contesto controllato (setting). Le risposte vengono poi confrontate con:
  • Le prestazioni medie del gruppo di riferimento (norme)
  • I livelli prestazionali ritenuti necessari in specifiche situazioni (criteri) Tipologie:
  • Test intellettivi → misurano il Q.I per diagnosticare ritardi mentali
  • Test neuropsicologici → indagano specifiche funzioni compromesse (memoria, attenzione, pianificazione)
  • Test di rendimento scolastico → prove MT che valutano capacità di lettura, scrittura, comprensione
  • Test attitudinali → valutano l’attitudine di una persona a fare un certo lavoro
  • Test di personalità (oggettivi o proiettivi) → valutano la personalità Validità → la capacità di uno strumento di misurare proprio e soltanto la variabile per cui è stato costruito Validità di contenuto → gli stimoli del test costituiscono un campione rappresentativo dei contenuti che intende misurare? Le domande sono coerenti con una teoria di riferimento? Riguardano gli ambiti in cui si articola il costrutto indagato? Sono espresse in modo chiaro dal punto di vista formale? Validità rispetto ad un criterio esterno Analisi fattoriale → data la somministrazione di una serie di stimoli (domande, prove, esercizi di matematica), studia le correlazioni tra gli stessi al fine di individuare fattori comuni: Immaginiamo di dare 10 esercizi di matematica da fare; analizzando i risultati scopriamo che chi è andato bene nella prova 1, è andato bene anche nelle prove 5, 7, 8. Scopriamo così che alcune prove correlano tra loro e non con altre: le prove 1,5,7,8, indagano lo stesso ambito, cioè, sono basate soprattutto sugli algoritmi di calcolo (costituiscono quindi il fattore CALCOLO). le prove 2,3,6 sono basate sulla comprensione del problema (fattore COMPRENSIONE). le prove 4,9, sono basate soprattutto sull’inibizione di distrattori (fattore INIBIZIONE). Grazie a questa analisi posso individuare meglio quali sono le carenze del soggetto: c’è chi cade più nel calcolo, chi nella comprensione del problema e chi sull’inibizione.
  1. Il calcolo delle norme statistiche → si calcola media e deviazione standard della popolazione di riferimento, come norma rispetto alla quale misurare la prestazione del soggetto, Si considera fuori norma una prestazione standard che va oltre 2ds. Le norme statistiche si possono calcolare solo su scale a intervalli e a rapporti, non su scale ordinali
    1. L’item analysis → Individua gli item troppo semplici (effetto pavimento) o troppo difficili (effetto tetto) perché non permettono di discriminare bene chi sa e chi non sa. Questa analisi va fatta anche nelle verifiche che somministreremo! Individua gli item che non discriminano abbastanza. Verifica se gli item sono adatti alle varie fasce d’età, culture, ecc LE SCALE AUTO-ETERO DESCRITTIVE E AUTO-ETERO VALUTATIVE Scale likert →Scale ordinali, in genere di tipo numerico (0- 1 - 2 - 3), ma possono essere riportate anche a etichette ordinate (mai- talvolta-spesso-sempre). Si consiglia di ricorrere sempre ad un numero pari di livelli per evitare la regressione verso la media. Scale osgood → Scala di “differenziale semantico”, costruita intorno a coppie di termini opposti. L’OSSERVAZIONE DIRETTA attraverso l’osservazione capiamo come funziona il bambino in un contesto-situazione. VALUTAZIONE DELL’APPRENDIMENTO
  • Strumenti di valutazione sommativa (quella che si fa alla fine sul percorso)
  • Strumenti di valutazione formativa (mentre stiamo facendo un percorso faccio un questionario di autovalutazione)
  • Strumenti di valutazione diagnostica
  • Strumenti di valutazione prognostica Gli strumenti tradizionali:
  • Interrogazioni orali
  • Interrogazioni scritte (saggi di storia o geografia, ricerche, esercizi, relazioni, riassunti, ecc.)
  • Tema

L E ME TODOLO GIE OSSERVATI VE

PROCEDURE OSSERVATIVE:

Osservazione sistematica → permette di quantificare i comportamenti (es. iperattività, disattenzione, autolesionismo) Analisi funzionale → permette di spiegare i comportamenti in base agli stimoli presenti nel contesto. Si sofferma in particolare su quali sono gli eventi ambientali che hanno scatenato condotte particolari. Risulta quindi indispensabile perché senza di essa noi non riusciamo a capire perché i bambini fanno certe cose, perché si comportano in un determinato modo e ciò ci permette poi di intervenire proprio sui fattori che scatenano o rinforzano tali comportamenti L’OSSERVAZIONE SISTEMATICA Si chiama sistematica perché è una procedura osservativa altamente progettata: prima di andare in aula devo progettare tutto ciò che riguarda l’osservazione (come vogliamo osservare il bambino? Dove? Quando? Quali comportamenti voglio osservare? Come li osservo?). È uno strumento prezioso perché ha tutta una serie di vantaggi che i test non hanno:

  • Permette di osservare qualsiasi repertorio → abilità sociali, verbali, comportamenti, abilità di autonomia, attenzione, etc.
  • Non richiede strumentazioni → basta una scheda osservativa che costruisce l’osservatore
  • Non richiede analisi statistiche ma solo un calcolo dell’attendibilità del dato
  • È flessibile nel suo utilizzo rispetto luoghi, tempi e persone→ io posso osservare lo stesso comportamento in luoghi diversi per vedere se si manifesta in tutti gli ambienti; posso osservarlo in tempi diversi e anche rispetto a persone differenti per vedere se il comportamento si manifesta anche con altre persone
  • Assenza di mediazione → tra me e il bambino non c’è nulla di mezzo
  • Possibilità di reiterare l’osservazione → l’osservazione posso ripeterla spesso in modo tale da vedere se c’è un miglioramento Come costruire una procedura di osservazione sistematica? Per costruirne una valida e attendibile devo rispettare tre requisiti:
  1. Linguaggio operazionale → linguaggio che mi permette di tradurre ciò che osservo in atti osservabili dall’esterno. Questo permette di rendere chiaro su cosa voglio lavorare a scuola. Posso misurare meglio i progressi del bambino (se resto generico sul termine “si impegna di più” è più difficile quantificare quanto è migliorato)
  2. Discriminazione rispetto al contesto → bisogna tenere conto che, quando osservo il bambino devo tenere sempre conto del contesto classe, perché influisce molto su di lui. Esempio: voglio osservare il mantenimento del contatto oculare con l’insegnante; vedo che ad un certo punto il bambino si gira, però può essere che qualcuno lo ha chiamato, non ha perso l’attenzione, ha semplicemente orientato l’attenzione verso il suo compagno e quindi lo devo specificare nella mia scheda osservativa.
  3. Pluralità di osservatori → al fine di aumentare l’attendibilità dei dati è importante che ci siano più osservatori, almeno due

L ’ANA LISI FUNZ IONAL E

L’analisi funzionale è una metodologia osservativa attuata dopo l’osservazione sistematica (il cui scopo è quantificare un dato comportamento) e serve a spiegare e capire quali sono i fattori nel qui ed ora che scatenano un certo comportamento e quali sono i fattori che lo rinforzano. Esempio: L’episodio → durante un lavoro di gruppo in aula informatica, mentre Cristian è seduto ad una delle postazioni, Marco lo spinge via, cercando di farlo cadere dalla sedia La lettura dell’insegnante → l’insegnante ritiene che Marco non sappia attendere il suo turno, anche a causa di una ridotta capacità di tolleranza dell’attesa e della frustrazione L’intervento immediato dell’insegnante → non permette a Marco di prendere il posto di Cristian al pc e lo fa aspettare seduto in un angolo della stanza L’intervento a lungo termine dell’insegnante → cerca di trasmettere a Marco dei modi più funzionali di attendere il proprio turno, senza diventare aggressivo Il risultato → Marco continua a manifestare in modo più o meno saltuario le condotte aggressive Perché i comportamenti aggressivi di Marco continuano? La lettura dell’insegnante: Potrebbe essere sbagliata la lettura dell’insegnante, in quanto il comportamento di Marco potrebbe essere dovuto non alla volontà di passare avanti al compagno ma al tentativo di stabilire con quest’ultimo (dal quale non riceve attenzione) una qualche forma di rapporto, anche se in modo disfunzionale L’intervento immediato dell’insegnante: Chiaramente l’intervento immediato risulta inefficace ed addirittura controproducente, perché allontana ancor di più Marco dal suo obiettivo relazionale L’intervento a lungo termine dell’insegnante: Anche l’intervento a lungo termine risulta inadeguato, perché agisce su una capacità (saper attendere) che non è collegata al comportamento problematico di Marco, mentre sarebbe opportuno lavorare su un’altra abilità carente (saper approcciare gli altri in modo adeguato) Tutto ciò dimostra che, se non leggiamo correttamente i comportamenti dei bambini rischiamo di applicare degli interventi che non risultano efficaci e funzionali, anche se apparentemente lo sembrano → un passaggio fondamentale per la risoluzione dei comportamenti problema è leggere correttamente le situazioni!! L’analisi funzionale è quindi un’analisi che cerca di comprendere le funzioni cui assolve il comportamento problema. FUNZIONI DEL COMPORTAMENTO PROBLEMA

  • Comunicare una richiesta, un disagio, un’emozione, ecc. → il pianto del bambino piccolo è un comportamento problema perché è il suo modo per comunicare una richiesta
  • Scaricare uno stato di iperattivazione fisiologica → il comportamento problema emerge per scaricare un eccessivo carico emotivo
  • Controllare l’ambiente → il bambino scopre che attraverso il comportamento problema riesce a controllare l’ambiente (impara ad esempio che il modo migliore per ottenere la pausa in classe è cominciare a disturbare e urlare)
  • Ricevere attenzione → il bambino impara fin da subito che il comportamento problema attira l’attenzione dell’adulto o Ottenere oggetti o attività gradite
  • Evitare conseguenze sgradite e fuga da situazioni avverse → il comportamento problema è un buon modo per interrompere una conseguenza sgradita (pur di calmare il bambino gli tolgo il compito ma in questo modo lui impara che emettendo il comportamento problema non avrà più il compito)
  • Auto stimolazione interna: → per produrre sensazioni piacevoli: spesso il rinforzo è interno al soggetto stesso (il dondolamento continuo può provocare nel bambino una situazione piacevole) → per ridurre sensazioni spiacevoli: il bambino si può ciucciare il dito per scaricare tensione emotiva. Il nostro obiettivo è quello di insegnare al bambino ad assolvere a quella determinata funzione con un altro comportamento → principio dell’equivalenza funzionale (es. bambino che piange aspetto che dica “pappa” e solo allora porterò il biberon → così scoprirà che dicendo pappa ottiene da mangiare senza dover piangere). L’obiettivo è quello di rendere il comportamento problema inutile! Questo lo possiamo fare se capiamo bene la funzione di quel determinato comportamento. COME E DOVE NASCE? L’analisi funzionale è un costrutto teorico introdotto nel 1953 da Skinner. A lui si deve il concetto di condizionamento operante: afferma che noi manteniamo quei comportamenti che producono conseguenze positive nell’ambiente e abbandoniamo invece tutti quelli che non hanno conseguenze → anche il bambino, quindi, mantiene tutti quei comportamenti che gli permettono di ottenere conseguenze gradite nell’ambiente o di evitare conseguenze sgradite. L’analisi funzionale è una procedura osservativa basata sul modello A-B-C volta ad individuare le funzioni di un comportamento.

IL MODELLO A-B-C

  • “A” rappresenta gli antecedenti, cioè tutto ciò che causa il comportamento problema. L’antecedente si chiama anche stimolo discriminante (sd) → è lo stimolo che mi informa che potrei ottenere un rinforzo
  • “B” (behaviour) rappresenta il comportamento
  • “C” rappresenta le conseguenze che il comportamento causa: possono essere tre:
    1. Rinforzo positivo → consiste nell’ottenere qualcosa di gradito (attenzione dall’adulto, un oggetto, un’attività gradita ecc.)
    2. Rinforzo negativo → consiste nell’eliminare una conseguenza sgradita al soggetto
    3. Sanzione → dovrebbe ridurre il comportamento problema ma raramente hanno questo effetto perché spesso non vengono comprese dal bambino Contingenza di rinforzamento positivo Nel momento in cui, in seguito ad uno stimolo indifferenziato, si ottiene un certo rinforzo, questo diventerà uno stimolo DISCRIMINANTE → il bambino, quindi, impara che ogni volta che vede uno stimolo di quel tipo (nonna), emetterà un determinato comportamento (chiede “mella”) che serve ad ottenere un certo rinforzo (la caramella) Contingenza di rinforzamento negativo Anche qui la vista dello stimolo ricorda al bambino che può ottenere un rinforzo → impara che ogni volta che c’è qualcosa che produce rumore prende l’oggetto e lo sbatte per terra. In questo caso il comportamento problema viene tenuto in vita da un rinforzo negativo. Il rinforzo lo possiamo distinguere anche in DIRETTO e INDIRETTO: Conseguenza avversativa positiva (punizione di primo tipo, consiste nel punire mettendo qualcosa in più) Contingenza avversativa negativa (punizione di secondo tipo, che consiste nel togliere al bambino qualcosa di gradito) → è un po' più efficace e va annunciata prima (“chi spinge tornerà in classe e non giocherà più”)

ANALISI FUNZIONALE INDIRETTA - INFORMATIVA

È un’analisi che si effettua senza un’osservazione diretta del comportamento, ma attraverso informatori privilegiati → dunque l’obiettivo è ricostruire a posteriori l’episodio problematico, attraverso le figure che stavano con il bambino quando ha manifestato il comportamento problema. Tale ricostruzione può avvalersi di tre strumenti:

  • Colloquio → deve essere molto mirato perché lo scopo è capire nel dettaglio il contesto presente un attimo prima che il bambino manifestasse il comportamento problema (es. “come erano posizionati i banchi?”, “cosa stavate facendo?”)
  • Interviste semi-strutturate → intervista in cui non ci sono delle domande rigide prestabilite ma si indagano alcune tematiche con domande piuttosto ampie
  • Rating scale → scale comportamentali che vanno a valutare ad esempio l’intensità o la frequenza del comportamento Aree da indagare:
  • Topografia del comportamento → si deve descrivere in termini operazionali la forma del comportamento (in concreto, cosa fa il bambino?)
  • Storia evolutiva → si deve indagare da quanto tempo il bambino manifesta il comportamento; ciò mi permette di capire: ▪ se vi è un disturbo strutturato o se è vi è una risposta reattiva all’ambiente ▪ quanto tempo ci vorrà per modificare il comportamento (se il comportamento problema si trascina da tre anni, richiede molto tempo per essere modificato!)
  • Antecedenti e conseguenze → si deve indagare:
  • Cosa è avvenuto un attimo prima che comparisse il comportamento: bisogna essere estremamente specifici nell’analisi del contesto perché molto spesso i comportamenti problema del bambino sono indotti da dettagli degli ambienti o delle situazioni, difficili da individuare. Tra gli antecedenti rientra anche l’insegnante!
  • Cosa ha seguito il comportamento problema
  • Repertori di abilità alternative → si deve capire se nel repertorio del bambino ci sono delle abilità alternative, cioè degli equivalenti funzionali → comportamenti alternativi che gli permettono di assolvere alla stessa funzione del comportamento problema. Io devo eliminare il comportamento problema rendendolo inutile e sostituendolo quindi con comportamento alternativo
  • Impatto di variabili personali che incidono sul bambino → livello di stanchezza (ci sono dei bambini che risentono molto della stanchezza, altri meno), frustrazione, ansia, ecc. Bisogna ricostruire più episodi per vedere se ci sono delle ricorrenze (posso scoprire che il lavoro di gruppo è un fattore scatenante del comportamento problema, oppure vedo che ogni volta che l’adulto si allontana da lui, manifesta il comportamento problema). Non bisogna fare interpretazioni precoci, in quanto rischiamo facilmente di dare una spiegazione sbagliata al comportamento. VANTAGGI: Maggiore facilità di impiego, in quanto, ad esempio, si parla successivamente con il collega.; possibilità di coinvolgere più informatori; possibilità di indagare la pervasività in ambienti diversi. SVANTAGGI: Possibile influenza della soggettività dell’informatore (es. c’è chi al minimo rumore durante una verifica si irrita e chi no); possibile distorsione legata ad effetti di memoria, essendo che non è fotografica. ANALISI FUNZIONALE DIRETTA – DESCRITTIVA – NARRATIVA È la tipologia più attendibile perché si basa sull’osservazione diretta del bambino nel momento in cui si manifesta il comportamento problema. Noi aspettiamo che esso si manifesti spontaneamente, dunque è una metodologia che richiede maggior tempo. È impegnativa e lunga/complessa perché mi obbliga nel più breve tempo possibile a descrivere in modo dettagliato ed operazionale:
  • Antecedenti → luogo fisico luogo fisico, tipo di attività, persone presenti, consegne ricevute, ecc.
  • Comportamento
  • Conseguenze → ossia l’ottenimento dell’attenzione, l’ottenimento di rinforzi tangibili e/o l’evitamento di compiti sgraditi ANALISI SPERIMENTALE – ANALOGA In entrambi i casi andiamo a condurre dei veri e propri esperimenti comportamentali → cioè, non aspettiamo che il comportamento si verifichi spontaneamente nell’ambiente ma andiamo a manipolare attivamente quelle variabili ambientali (antecedenti e conseguenze) che sappiamo provocare il comportamento problema. Nel caso della analisi sperimentali, andiamo a manipolare solo quelle variabili che ipotizziamo abbiano un impatto sul nostro specifico bambino (es. ci si concentra solo sull’attenzione). Nel caso dell’analisi analoga, andiamo a manipolare tutte le variabili che sono all’origine, in generale, dei comportamenti problema (ottenimento dell’attenzione, evitamento del compito, ecc.). È quindi una metodologia più generica. ANALISI SPERIMENTALE - esempio: Marco è un bambino con tratti dello spettro dell’autismo; manifesta con una certa frequenza condotte autolesioniste di lieve entità. Dalle osservazioni condotte in classe e dal colloquio con gli insegnanti degli anni precedenti, si ipotizza che tali condotte compaiano soprattutto durante attività lunghe, senza pause, e nelle quali non è prevista alcuna possibilità di scelta da parte dei bambini (antecedenti). Inoltre, sembra che tali condotte siano più frequenti nelle ultime ore della mattina, quando il bambino appare più stanco (establishing operation). Infine, spesso in passato per calmarlo, gli insegnanti hanno permesso a Marco di uscire momentaneamente dall’aula, interrompendo il compito (conseguenze). Si decide quindi di manipolare una alla volta queste variabili, registrando le variazioni del comportamento, in termini di frequenza e durata delle condotte aggressive. Establishing operation: è la variabile moderatrice; rappresenta le condizioni psico-fisiche del bambino, la condizione di partenza. QUINDI COME AVVIENE L’ANALISI? Descrivo il bambino e faccio delle ipotesi sulla funzione del suo comportamento. Si confrontano quindi situazioni in cui Marco è stanco (ultime ore) con situazioni in cui è riposato (prime ore). Oppure lo si osserva prima in attività più lunghe, senza pause e senza possibilità di scelta, poi in attività lunghe ma con pause e possibilità di scelta, e in attività più brevi, con pause e possibilità di scelta. Il livello di stanchezza viene usato come variabile moderatrice → innanzitutto modificando gli

antecedenti, poi modificando le conseguenze → si confrontano situazioni in cui si permette a Marco di allontanarsi dal compito (la conseguenza che lui vuole) e situazioni in cui resta nel compito e vediamo come cambia il comportamento. L’analisi funzionale sperimentale è costruita sullo specifico bambino! ATTENZIONE! Se un comportamento assolve a due funzioni (ad esempio, evitamento del compito e ottenimento dell’attenzione), è fondamentale individuarle ed intervenire su entrambe. Altrimenti, il comportamento sarà mantenuto dalla funzione non trattata. Quando interveniamo su establishing operation, antecedenti e conseguenze si parla di INTERVENTO INDIRETTO Quando interveniamo sul comportamento si parla di: INTERVENTO DIRETTO ABILITATIVO, volto a trasmettere comportamenti alternativi per assolvere alle medesime funzioni. Il comportamento alternativo deve avere tre caratteristiche:

  • Semplice da emettere e nel repertorio comportamentale del soggetto (se un bambino ha difficoltà nella sfera verbale non posso dirgli di comunicarmi verbalmente quando un compito è complesso, ma di indicarlo magari con una paletta rossa) ▪
  • Efficace rispetto al tasso di rinforzi ottenuti (es. ogni volta che alza la pallina rossa anziché graffiarsi, il compito gli va tolto → sennò non si rinforza il comportamento alternativo/equivalente funzionale e il bambino non lo impara).
  • Rapido nel generare i rinforzi ambientali ANALISI FUNZIONALE ANALOGA Ha l’obiettivo di manipolare le contingenze ambientali. Differentemente dall’AF Sperimentale, è costruita su quelle che sono generalmente le funzioni del comportamento problema. Se ne indagano principalmente tre:
  • Funzione mediata socialmente, tramite rinforzo positivo: es. se il bambino ricerca l’attenzione
  • Funzione di evitamento del compito tramite rinforzo negativo
  • Funzione di auto stimolazione tramite rinforzo automatico LA PROCEDURA DI IWATA 1982: una delle più note procedure analoghe. Consiste nel far passare il bambino attraverso cinque situazioni diverse per comprendere la vera motivazione del comportamento problema (evidenziata in grassetto); consiste nel
  • porlo in una situazione di disapprovazione sociale (richiesta di attenzione) sui comportamenti problema
  • chiedergli di svolgere un compito (evitamento)
  • porlo in una condizione di gioco non strutturato (controllo)
  • Porlo in una condizione da solo (auto stimolazione) in condizione di ipostimolazione ambientale
  • Permettergli l’accesso ad attività e oggetti graditi (rinforzo tangibile) Se si vede la stessa coincidenza tra comportamento-problema e tutti i momenti a cui viene sottoposto il bambino, vuol dire che il bambino ha automatizzato il comportamento e sarà molto difficile modificarlo. Limiti dell’Analisi Funzionale Analoga → Difficoltà a cogliere le sottili differenze negli antecedenti e nelle conseguenze, difficoltà nell’intercettare le contingenze idiosincratiche → quelle proprie per quel particolare singolo bambino. PROBABILITA’ OPERANTE che un bambino emetta un certo comportamento dipende:
  • dal tasso di rinforzi (es. il bambino quando salta sul banco ottiene sempre l’attenzione dell’insegnate, mentre quando alza la mano non sempre)
  • e/o dall’immediatezza dei rinforzi (es. appena il bambino salta sul banco, l’insegnate corre da lui, mentre quando si alza la mano ci vuole magari un minuto prima che l’insegnate gli dia attenzione → è meno immediato il rinforzo)
  • e dallo sforzo richiesto (es. saltare sul banco è sicuramente meno impegnativo che stare seduti al proprio posto). Per modificare il comportamento-problema, si DEVE AGIRE su almeno uno di questi tre fattori! Quali sono gli antecedenti che tipicamente elicitano il comportamento problema?
  • Richieste troppo elevate
  • Riduzione di rinforzi e attenzione
  • Interventi eccessivamente puniti (non si deve mai esagerare con le punizioni, in quanto gli ambienti punitivi sono quelli che generano più comportamenti-problema)
  • Ambienti caotici e disorganizzati (serve un ambiente ordinato perché è prevedibile)
  • Frustrazioni di varia natura DUE principali funzioni cui assolvono i comportamenti problema:
  1. EVITAMENTO DEL COMPITO (in generale - anche riordinare la camera)→ perché? ▪ Il compito è avvertito come troppo difficile → segno di autostima bassa (bisogna far salire l’autostima ai bambini “dai che l’altra volta siete stati bravissimi, oggi alziamo un pochetto il livello”) ▪ Non è il momento adatto per il compito (es. quando il bambino è emotivamente turbato da un litigio con un compagno o ha preso un brutto voto in un'altra materia la verifica va rimandata) ▪ L’evitamento ottiene più attenzione dell’esecuzione ▪ La richiesta è confusa