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Rolf Petri, Storia economica d’Italia. Dalla Grande guerra al miracolo economico (1918-1963), Sintesi del corso di Storia Economica

Riassunto del libro di Rolf Petri "Storia economica d’Italia. Dalla Grande guerra al miracolo economico (1918-1963)", Bologna, 2002

Tipologia: Sintesi del corso

2014/2015

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j.bernardini12
j.bernardini12 🇮🇹

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Rolf Petri, Storia economica d’Italia. Dalla Grande guerra al
miracolo economico (1918-1963), Bologna, Il Mulino, 2002
Obiettivo di Petri è convincere il lettore che il processo di industrializzazione in Italia , portato a compimento durante il miracolo
economico , sia stato sostenuto e caratterizzato da un orientamento neomercantilista quasi costante della politica economica , il
quale è stato accompagnato , come causa e come effetto , da un continuato e selettivo mutamento e innovamento della base
produttiva.
Lo sviluppo economico italiano nel contesto internazionale
Tra il 1881 e il 1991 abbiamo un raddoppio della popolazione , senza variazioni di rilievo tra le tre macroregioni (nonostante le
emigrazioni) ; sia la natalità che la mortalità rimangono in calo
Molto più dinamica della crescita demografica è stata la crescita della produzione , con un aumento notevole del reddito pro
capite (Il reddito pro capite può essere definito come la quantità di prodotto interno lordo ,ipoteticamente posseduta, in un certo
periodo di tempo, da un gruppo di persone )in cui si possono distinguere 4 fasi :
1. Aumento di soli 4 punti nei primi 35 anni di unità nazionale
2. Grande balzo in avanti nei due decenni precedenti alla Grande Guerra ( 36 punti )
3. Nei quarant'anni successivi , la crescita , con 56 punti , proseguì a ritmi più moderati
4. Dopo il 1951 l'economia italiana si dimostra capace di partecipare a pieno titolo alla straordinaria fase espansiva
dell'economia mondiale , triplicando il reddito pro capite entro il 1973
La forma basilare dell'andamento economico italiano non differisce molto dalle modalità e dai ritmi evolutivi dell'economia
mondiale
Fanno parte della storia economica non solo i risultati dell'attività economica ma anche i suoi presupposti , e non solo
l'allocazione ottimale delle risorse ma anche la loro creazione ( nell'immediato i processi di ricerca e di apprendimento costano
anziché rendere)
Se il reddito pro capite viene scomposto per le 3 macroregioni emerge un noto problema strutturale italiano : la distribuzione
geografica eterogenea della ricchezza e della capacità di produrla
Fino al 1951 il Nordovest ha accentrato in modo crescente la produzione della ricchezza ; dopo questa data è riemerso il Nordest
insieme con l'Italia centrale
1. Il mutamento strutturale
Il periodo 1918-63 si inquadra in un mutamento secolare dell'economia italiana che può essere riassunto con il termine
“industrializzazione” (ascesa industria , declino agricoltura)
In Italia tale processo non si è risolto compiutamente prima del 1960 : è dalla seconda metà degli anni 20 che il prodotto
industriale tende a superare quello agricolo , ma l'occupazione in agricoltura rimane più consistente di quella industriale sino alla
seconda metà degli anni 50
L'agricoltura soffriva di problemi di produttività , sottoccupazione rurale e sovrappopolamento delle campagne , problemi che tra
gli anni 20 e 40 , quando le vie delle emigrazione si chiusero , giunsero al loro apice
La pressione demografica eccessiva poteva portare in Italia il rischio di far arenare l'industrializzazione nel circolo vizioso della
povertà : questo fu uno dei problemi che ostacolò il mutamento strutturale
La scarsa dotazione del sistema di materie prime ed energetiche creò disturbi di produzione in periodi di strozzatura di materie
prime importate : un timore costante dei decisori della politica economica era che sotto la spinta di stimoli di domanda parziali ,
solo domestici e per giunta settorialmente circoscritti , la dipendenza dell'industria dalle importazioni si potesse aggravare
2. L'industria
Una parte degli investimenti operati prima e durante la seconda guerra mondiale ha dato frutti rilevanti , in termini di produzione
e reddito , soltanto negli anni 50
Tra il 1901 3 il 1955 in termini reali la produzione italiana aumentò di ben 6,5 volte , nonostante recessioni durante e dopo la
prima guerra mondiale , durante la grande crisi e durante la seconda guerra mondiale
L'industria , secondo Sidney Pollard , si è sempre diffusa grazie ai dislivelli regionali , in alcuni casi accentuando tali dislivelli
Piuttosto equilibrati appaiono l'articolazione in branche dell'industria manifatturiera italiana : la crescita della meccanica , della
metallurgia , delle produzioni chimiche , della gomma , della carta e dei materiali edili è in linea con i ritmi e le tendenze propri
dei paesi europei
Una certa peculiarità nazionale risiede nel peso persistente dell'industria tessile
Tuttavia dietro all'equilibrata composizione dell'industria italiana si nasconde una assenza di integrazione e complementarità
soprattutto a livello tecnologico , frutto dello storico dualismo tra regioni industriali e regioni agricole , ciascuna integrata con
determinati mercati esteri che non con le altre , e della scarsa integrazione tra le industrie esportatrici leggere e quelle pesanti , che
fino al 1950 si dovettero dedicare al soddisfacimento della domanda interna
3. L'apertura strutturale
Il processo di industrializzazione è stato accompagnato dall'integrazione tendenzialmente crescente dei mercati
La dipendenza tecnica dell'Italia dai rifornimenti esteri trovava eguali solo nel Giappone : lo sviluppo industriale significava
quindi sviluppo delle importazioni , dovendo necessariamente l'industria alimentarsi di materie prime provenienti dall'estero .
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Rolf Petri, Storia economica d’Italia. Dalla Grande guerra al

miracolo economico (1918-1963), Bologna, Il Mulino, 2002

Obiettivo di Petri è convincere il lettore che il processo di industrializzazione in Italia , portato a compimento durante il miracolo economico , sia stato sostenuto e caratterizzato da un orientamento neomercantilista quasi costante della politica economica , il quale è stato accompagnato , come causa e come effetto , da un continuato e selettivo mutamento e innovamento della base produttiva.

• Lo sviluppo economico italiano nel contesto internazionale

Tra il 1881 e il 1991 abbiamo un raddoppio della popolazione , senza variazioni di rilievo tra le tre macroregioni (nonostante le emigrazioni) ; sia la natalità che la mortalità rimangono in calo Molto più dinamica della crescita demografica è stata la crescita della produzione , con un aumento notevole del reddito pro capite (Il reddito pro capite può essere definito come la quantità di prodotto interno lordo ,ipoteticamente posseduta, in un certo periodo di tempo, da un gruppo di persone )in cui si possono distinguere 4 fasi :

1. Aumento di soli 4 punti nei primi 35 anni di unità nazionale

2. Grande balzo in avanti nei due decenni precedenti alla Grande Guerra ( 36 punti )

3. Nei quarant'anni successivi , la crescita , con 56 punti , proseguì a ritmi più moderati

4. Dopo il 1951 l'economia italiana si dimostra capace di partecipare a pieno titolo alla straordinaria fase espansiva

dell'economia mondiale , triplicando il reddito pro capite entro il 1973 La forma basilare dell'andamento economico italiano non differisce molto dalle modalità e dai ritmi evolutivi dell'economia mondiale

Fanno parte della storia economica non solo i risultati dell'attività economica ma anche i suoi presupposti , e non solo l'allocazione ottimale delle risorse ma anche la loro creazione ( nell'immediato i processi di ricerca e di apprendimento costano anziché rendere) Se il reddito pro capite viene scomposto per le 3 macroregioni emerge un noto problema strutturale italiano : la distribuzione geografica eterogenea della ricchezza e della capacità di produrla Fino al 1951 il Nordovest ha accentrato in modo crescente la produzione della ricchezza ; dopo questa data è riemerso il Nordest insieme con l'Italia centrale

1. Il mutamento strutturale

Il periodo 1918-63 si inquadra in un mutamento secolare dell'economia italiana che può essere riassunto con il termine “industrializzazione” (ascesa industria , declino agricoltura) In Italia tale processo non si è risolto compiutamente prima del 1960 : è dalla seconda metà degli anni 20 che il prodotto industriale tende a superare quello agricolo , ma l'occupazione in agricoltura rimane più consistente di quella industriale sino alla seconda metà degli anni 50 L'agricoltura soffriva di problemi di produttività , sottoccupazione rurale e sovrappopolamento delle campagne , problemi che tra gli anni 20 e 40 , quando le vie delle emigrazione si chiusero , giunsero al loro apice La pressione demografica eccessiva poteva portare in Italia il rischio di far arenare l'industrializzazione nel circolo vizioso della povertà : questo fu uno dei problemi che ostacolò il mutamento strutturale La scarsa dotazione del sistema di materie prime ed energetiche creò disturbi di produzione in periodi di strozzatura di materie prime importate : un timore costante dei decisori della politica economica era che sotto la spinta di stimoli di domanda parziali , solo domestici e per giunta settorialmente circoscritti , la dipendenza dell'industria dalle importazioni si potesse aggravare

2. L'industria

Una parte degli investimenti operati prima e durante la seconda guerra mondiale ha dato frutti rilevanti , in termini di produzione e reddito , soltanto negli anni 50 Tra il 1901 3 il 1955 in termini reali la produzione italiana aumentò di ben 6,5 volte , nonostante recessioni durante e dopo la prima guerra mondiale , durante la grande crisi e durante la seconda guerra mondiale L'industria , secondo Sidney Pollard , si è sempre diffusa grazie ai dislivelli regionali , in alcuni casi accentuando tali dislivelli Piuttosto equilibrati appaiono l'articolazione in branche dell'industria manifatturiera italiana : la crescita della meccanica , della metallurgia , delle produzioni chimiche , della gomma , della carta e dei materiali edili è in linea con i ritmi e le tendenze propri dei paesi europei Una certa peculiarità nazionale risiede nel peso persistente dell'industria tessile Tuttavia dietro all'equilibrata composizione dell'industria italiana si nasconde una assenza di integrazione e complementarità soprattutto a livello tecnologico , frutto dello storico dualismo tra regioni industriali e regioni agricole , ciascuna integrata con determinati mercati esteri che non con le altre , e della scarsa integrazione tra le industrie esportatrici leggere e quelle pesanti , che fino al 1950 si dovettero dedicare al soddisfacimento della domanda interna

3. L'apertura strutturale

Il processo di industrializzazione è stato accompagnato dall'integrazione tendenzialmente crescente dei mercati La dipendenza tecnica dell'Italia dai rifornimenti esteri trovava eguali solo nel Giappone : lo sviluppo industriale significava quindi sviluppo delle importazioni , dovendo necessariamente l'industria alimentarsi di materie prime provenienti dall'estero.

A sua volta , lo sviluppo delle importazioni esige uno sviluppo parallelo delle esportazioni , e quindi un'apertura commerciale crescente Di apertura crescente si poteva però parlare solo fino alla Grande Guerra e dopo la fine degli anni 40 : l'Italia ha dunque compiuto il passaggio dalla iniziale alla piena industrializzazione in un contesto a lei avverso per l'industrializzazione stessa L'indebolimento dei mercati esteri e la successiva fase di protezionismo generalizzato colpirono l'Italia con vigore Il protezionismo e l'autarchia furono , contrariamente al pensiero di Einaudi , Demaria e Rossi , una reazione alla disintegrazione dei mercati mondiali Le industrie pesanti italiane produttrici di merci dedicate al mercato domestico furono poi le stesse che negli anni 50 sarebbero diventante le industrie esportatrici più dinamiche tra tutte : queste produzioni quindi non furono antieconomiche , come ipotizzato da Einaudi e soci Non pare verosimile che una strategia diametralmente opposta a quella fascista potesse aver potuto conseguire risultati più apprezzabili , in virtù del basso grado di integrazione dello scenario del mercato internazionale Gli sforzi intrapresi per aumentare le esportazioni furono molteplici , secondo il dettame neomercantilista di portare in equilibrio la bilancia dei pagamenti ( schema statistico che registra le transazioni economiche realizzatesi, in un determinato periodo di tempo, tra residenti e non residenti in un’economia )

3.4.Problemi e costi del rifornimento energetico

L'apertura strutturale vincolava il processo di industrializzazione alle necessità inderogabile delle importazioni energetiche Una parte crescente della classe dirigente , a cui diede voce Nitti , si convinse che l'Italia , se voleva diventare una potenza industriale , non poteva rinunciare a una consistente produzione di beni di investimento affinché la struttura dei costi delle imprese e la produttività del sistema nel lungo periodo migliorassero e accelerassero il mutamento strutturale : una simile strategia di sviluppo dovette confrontarsi con il problema delle materie prime in generale L'Italia poteva svincolarsi dalla dipendenza energetica dall'estero , secondo Nitti ed altri esponenti della classe dirigente , attraverso le risorse idrauliche Le importazioni energetiche si svilupparono in modo più dinamico della produzione industriale negli anni precedenti la prima guerra mondiale , la grande crisi e negli anni 50 in modo marcato Il problema del periodo precedente il miracolo economico non consisteva solo nel fatto che ogni conquista di una maggiore indipendenza dalla importazioni energetiche venisse pagata con costi di produzione elevati : accanto a questo pesò un limite tecnico delle capacità di sostituzione delle importazioni 5.Il contesto internazionale Rossi e Toniolo , confrontando la crescita del Pil pro capite italiano con quello degli altri sei paesi Ocse , notano come , nonostante il dinamismo dell'economia italiana , il divario relativo tra PIL nostro e francese/tedesco fosse ancora lontano dall'essere colmato Essendo le guerre , la depressione e altri fattori shock esogeni comuni a tutti , gli autori imputano la colpa della mancata convergenza dell'Italia con i livelli di reddito dei suoi vicini continentali al fascismo Queste affermazioni , secondo Petri , devono esigere un'investigazione per singolo caso sulle micro fondazioni concrete del cambiamento

  • Conseguenze economiche della Grande Guerra

La politica economica del periodo esaminato rimase a lungo segnata dall'esperienza della Grande Guerra 3 grandi insegnamenti:

1. Esperienza dell'azione interclassista all'interno di nuove istituzioni economiche e politiche

Durante la guerra vennero sanciti progetti di ricerca e sviluppo , lanciate nuove produzioni meccaniche , elettriche e chimiche che godevano del sostegno dello stato Venne costituito un sistema di comitati per la mobilitazione industriale basato su una divisione gerarchica , funzionale e comparativa dei compiti Questa fu un'esperienza decisiva che molti percepirono come vera e propria “scuola della nazione” e che venne ripresa nella riorganizzazione corporativa dell'assetto economico del 1926

2. Il successo della mobilitazione fu tutt'altro che univoco : il fervore industrialista e la laboriosità patriottica si interruppero

nel 1917 , a scorte di materie prime estere terminate La dipendenza strategica dai rifornimenti esteri di materie prime , sopratutto energetiche fu la seconda esperienza della Grande Guerra a lasciare il segno nell'economia italiana

3. Se i rifornimenti fossero stati più cospicui , si sarebbe posto il problema dell'indebitamento con l'estero : nemmeno in età

giolittiana le esportazioni da sole erano bastate a bilanciare l'accrescimento delle importazioni causato dallo sviluppo industriale I debiti di guerra sarebbero stati vissuti ancora a lungo come segno umiliante di una dipendenza dall'estero dovuta all'iniqua distribuzione delle risorse naturali ed economiche tra stati civilizzati Il deficit della bilancia commerciale (conto nel quale viene registrato l'ammontare delle importazioni e delle esportazioni di merci di un paese. Il saldo di bilancia commerciale corrisponde alla differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci ) e l'indebitamento con l'estero vennero quindi indicati come sintomi di una dipendenza strutturale che andava ridotta ad ogni costo

1.Congiunture postbelliche Alla fine della guerra alcune branche dell'industria di base e mineraria , in particolare siderurgica , cantieristica e degli armamenti , entrarono in una gravissima crisi dovuta alla strozzatura dei trasporti marittimi e del mercato delle materie prime , oltre che dalle difficoltà di riconversione

Nel corso della guerra e del dopoguerra alcuni tra gli industriali più importanti si legarono a gruppi e correnti politiche per poter sopravvivere : con i mercati bruscamente ridimensionati , sopravvivere significava eliminare la concorrenza e influire sulle decisioni dello stato Il risanamento del bilancio operato dal ministro De Stefani rivelò una duplice strumentalità :

1. Attraverso le riduzioni di spesa venivano liberate risorse per gli investimenti industriali

2. Alla maggiore disponibilità di mezzi liquidi attinsero non solo le imprese prospere bensì’ anche quelle in difficoltà per i

fallimenti , contribuendo a vanificare una politica monetaria che doveva tenere sotto controllo l’inflazione Tra i personaggi che durante questo periodo si mossero assieme al direttore generale della Banca d’Italia ve ne furono alcuni destinati ad assumere particolare rilievo per le vicende economiche successive , come Alberto Beneduce ( ispiratore Imi e Iri ) , Donato Menichella ( direttore generale Iri) In questo contesto c’erano già le linee di una precisa strategia dell’intervento pubblico che fissava con chiarezza gli stadi ulteriori di costruzione di interdipendenze finanziarie che sarebbero culminate con la nascita dello stato industriale all’inizio degli anni 30

5.Esportazioni , crescita industriale , inflazione e bilancia dei pagamenti

Dal 22 al 25 crebbe la produzione manifatturiera (18% annuo) , l’occupazione si sviluppò mentre i salari ristagnarono ; la crescita annua dei profitti si muoveva attorno al 25% in termini reali e gli investimenti crebbero del 19 % Le esportazioni , in crescita del 15% , venivano favorite dal ribasso forzoso del costo del lavoro e dalla continua svalutazione della lira in regime di cambi flessibili , oltre che all’apertura di nuovi mercati di sbocco Veniva confermato l’aumento verso una protezione daziaria di una serie di prodotti manifatturieri La struttura eccessivamente tradizionale dei prodotti da esportazione italiani (tessile , prodotti agricoli) costituiva un punto debole per le prospettive future Il boom delle esportazioni non servì neppure a far superare i problemi della bilancia dei pagamenti ( disavanzo di 2 mld di lire) a causa del mancato apporto delle partite invisibili (rimesse emigrati , turismo ) Gli investimenti sostenevano le importazioni , ma i capitali esteri non affluivano ; tutto ciò si rifletteva negativamente sulla stabilità esterna della lira Ingenti investimenti affluirono nelle produzioni chimiche (Montecatini) , nella produzione siderurgica e meccanica (Fiat) e soprattutto nelle produzioni elettriche di Edison , Sip , Sade , Sme ecc Furono questi i settori in cui intervennero le banche miste , mettendo le basi per il definitivo fallimento del connubio proprietario tra istituti di credito e industria L’ostilità di De Stefani di accendere nuovo credito all’estero , dopo che il piano Dawes aveva prospettato una sistemazione globale dei debiti di guerra e l’afflusso in Europa di capitali americani , convinse Mussolini a cambiare cavallo ; fu Giuseppe Volpi che ebbe il compito di pilotare una stabilizzazione deflativa

  • La stabilizzazione monetaria e la grande crisi (26-33)

Dietro la caduta di De Stefani vi fu l’esigenza di introdurre una nuova stabilità nel cambio della lira , che la sua politica aveva contribuito a svalutare La lira era caduta in pochi anni da un cambio di 90 a uno a uno di circa 150 sulla sterlina Le incertezze avvertite negli ambienti finanziari internazionali furono legate all’indebitamento tra alleati di guerra , che il piano Dawes si preparava a scongiurare tramite la stabilizzazione del marco tedesco Si riattivò così il circuito di flussi finanziario transoceanico che poteva aiutare i paesi debito a stabilizzare le proprie monete La crisi economica internazionale simboleggiata dal crollo della borsa statunitense nell’ottobre del 29 portò anche in Italia la recessione , più lunga rispetto ad altri paesi (fino al 34) ma con un’ampiezza più contenuta rispetto ai paesi maggiormente colpiti , effetto del peso relativamente minore che il settore industriale aveva nel contesto italiano La riduzione della produzione non raggiunse i livelli critici di altri paesi grazie alla capacità di assorbimento delle famiglie e al grande serbatoio della sottoccupazione agricola

1. La battaglia del grano e la fondazione dell’Agip

La stabilizzazione della moneta presupponeva una riapertura delle linee di credito estero nonché il risanamento della bilancia commerciale e di quella dei pagamenti , da ottenersi , secondo Volpi , con la diminuzione delle importazioni non necessarie e la soppressione delle spese inutili , rivalutando la virtù del risparmio Queste furono le avvisaglie di quella impostazione protezionistica che si andò generalizzando dopo il 34 e , per il momento , ebbero 3 effetti di rilievo :

I. Rialzo dei dazi doganali per proteggere i produttori domestici dal rafforzamento della lira sull’estero

II. La battaglia del grano , per fornire il sostegno necessario al mutamento strutturale , eliminando il fardello delle

importazioni alimentari dalla bilancia dei pagamenti che minava la creazione di risparmio nazionale da reinvestire in capitale industriale La battaglia venne aperta con la creazione , nel 1925 , del comitato permanente del grano , alle dirette dipendenze del consiglio dei ministri

III. La creazione dell’azienda generale italiana petroli , fondata nel 3 aprile 1926 ( regio decreto n.556) con lo scopo di

svolgere ogni attività relativa all’industria e al commercio di prodotti petroliferi (secondo intervento statale nell’industria degli oli minerali dopo Romsa) Obiettivi erano la ricerca del petrolio nel sottosuolo nazionale , l’esplorazione geologica all’estero e nelle colonie , l’acquisizione dei diritti di trivellazione per assicurarsi un rifornimento indipendente da Standard Oil e Shell Questi obiettivi erano in linea con il tentativo di migliorare , nel lungo periodo , l’assetto produttivo interno per ragioni economiche e prepararsi ad una sfida bellica (documento inviato dal ministero a Volpi)

2. I debiti di guerra e la stabilizzazione monetaria

Nel novembre del 1925 una delegazione italiana guidata da Volpi si recò negli stati uniti per siglare un accordo favorevole all’Italia che dilazionava la restituzione di 2 mld di dollari in un periodo di 62 anni ad un tasso di interesse irrisorio ; con ancora più facilità si risolse il negoziato con l’Inghilterra (rinuncia all’85% del debito) I residui effetti sulla bilancia dei pagamenti poterono essere compensati attraverso l’afflusso delle riparazioni tedesche e l’apertura di una linea di credito con le banche centrali inglesi e americane Fra i privati , la parte del leone la giocò il settore elettrico , che assorbì i 2/3 dei finanziamenti L’effettivo afflusso di capitali esteri tuttavia non frenò gli attacchi speculativi a cui la lira era abitualmente esposta : con il rischio di perdere credibilità , il governo Mussolini reagì alle attese con una serie di misure annunciate nell’estate del 26

A. Trasformazione Banca d’Italia in banca unica di emissione , rafforzamento delle ruolo della banca centrale e le sue

funzioni regolatrici nel settore del credito e nel mercato dei capitali

B. Battaglia della lira , “quota novanta” attraverso il “prestito del littorio” ( prestito pubblico forzoso a interesse ridotto per

i titoli del debito pubblico con scadenza inferiore a 7 anni ) e la limitazione della velocità di circolazione della moneta Volpi avrebbe preferito fermare le operazioni di stabilizzazione a quota 120 , poiché una sopravvalutazione avrebbe leso gli interessi commerciali del paese e prodotto squilibri nel rapporti con l’estero ; tuttavia durante il 27 la bilancia dei pagamenti migliorò grazie alla battaglia del grano , alle misure protezionistiche e alla caduta della domanda interna dovuta ai tagli imposti ai salari e agli affitti La stabilizzazione , che pur richiedeva al risparmiatore colpito dal prestito forzoso del littorio qualche rinuncia , ebbe un effetto rassicurante e contribuì alla stabilità del regime Ancor meno motivi di lamentarsi ebbero le industri che producevano soprattutto per il mercato domestico e potevano operare ingenti investimenti grazie al protezionismo doganale e all’afflusso di capitali Nemmeno gli esportatori potevano lamentarsi , essendo la lira rimasta sopravvalutata solo per pochi mesi : il rincaro delle merci italiane sull’estero veniva ricompensato da una più che favorevole struttura interna dei costi , in particolare il basso costo del lavoro La riduzione del potere d’acquisto delle famiglie fece ridurre la domanda di prodotti esteri , quindi , durante il 1927 , le importazioni si contrassero di più delle esportazioni

3. La grande crisi

Con il successo della stabilizzazione ripresero a salire , nel 28/29 , l’occupazione e la produzione industriale I mercati e le istituzioni finanziarie e monetarie furono più integrati che mai , senza però disporre di un’adeguata architettura istituzionale ne di una politica regolamentatrice adatta ; in altre parole le istituzioni finanziare offrirono alla crisi che colpì l’economia statunitense nel 28/29 un ottimo canale di trasmissione senza disporre di difese immunitarie Le conseguenze macroeconomiche della grande crisi in Italia furono meno gravi che in altri paesi , anche se per Toniolo vi furono una serie di incognite che rendono difficile una valutazione definitiva della gravità che la depressione assunse in quegli anni Le conseguenze che la grande crisi ebbe per l’Italia non vanno solo valutate in termini congiunturali bensì in termini qualitativi , per le alterazioni strutturali che la crisi introdusse e accellerò in modo permanente

4. La creazione dell’Iri

Una innovazione istituzionale , lascito della crisi , fu la creazione , nel 1933 , dell’istituto di ricostruzione industriale Già da tempo la strada aveva piegato in direzione del finanziamento e del sostegno pubblico alle attività produttive , grazie al convincimento diffuso che per il completamento dell’industrializzazione del paese fosse necessaria una grande mobilitazione del risparmio a disposizione di “mani adatte” ; tuttavia fu grazie alla crisi che in questa strada si superò il punto di non ritorno Nel 1926 venne operato un tentativo da parte delle maggiori banche miste di difendersi da sole dal rischio del finanziamento industriale , attraverso la creazione della Società finanziamento titoli , esperimento che risultò fallimentare Fino al 29 le pur modeste restrizioni di credito della banca centrale , volte a non minare la stabilità monetaria con continue immissioni di liquidità nel sistema , poterono essere compensate con i prestiti accesi all’estero Nel 1931 , con l’intero circuito di finanziamenti internazionali caduto in malora , molte banche miste dell’Europa centrale giunsero al fallimento e la crisi si espanse anche in Italia , date le caratteristiche del connubio banca-industria La crisi industriale minacciava di trascinare alla deriva le più importanti banche commerciali , esponendo al rischio anche la stessa Banca d’Italia e con essa l’intero sistema finanziario e monetario del paese Venne perciò decisa la creazione dell’Imi , ente pubblico che doveva disimpegnare le banche fornendo alle industrie credito a medio e lungo termine mediante l’emissione di obbligazioni : tuttavia l’Imi operò non come da semplice socializzatrice delle perdite ma come vera e propria azienda bancaria , secondo effettive valutazioni di rischio Nel gennaio del 33 venne creato l’Iri che assunse il controllo diretto delle partecipazioni azionarie delle tre banche miste , trovandosi a controllare il 100& dell’industria siderurgica bellica e dell’estrazione del carbone , il 90% dei cantieri navali , il 40% della siderurgia , quasi tutta la telefonia e il 30% dell’elettricità L’Iri venne diviso in due tronconi ; i “finanziamenti industriali” e gli “smobilizzi” , poiché l’azione dell’istituto doveva dirigersi , secondo gli ideatori , verso il risanamento e la successiva riprivatizzazione del patrimonio industriali di cui era venuto in possesso

Nel tentativo di portare in pareggio la bilancia dei pagamenti il contenimento del deficit nel bilancio pubblico doveva essere un altro obiettivo ; tuttavia sia il modesto riarmo , sia gli investimenti in infrastrutture , sia le sovvenzioni per l’industria furono inconciliabili con un pareggio nel bilancio di cassa Fu per questo motivo che il livello di spesa pubblica rimase modesto ed invece si alzarono le entrate erariali mediante 12 nuovi tributi tra il 35 ed il 40 , tributi che andavano a colpire il capitale produttivo e i redditi da lavoro dipendente di fascia superiore Con l’imposta generale sull’entrata si colpì direttamente il consumo , contribuendo , insieme alle altre imposte alla crescita degli introiti La lotta all’inflazione rimase un punto qualificante anche dopo la svalutazione : i controlli repressivi sul costo del lavoro rimasero un punto essenziale della politica autarchica , mentre dovevano essere favoriti il risparmio e il suo investimento Le contribuzioni ripresero a crescere il termini reali solo dopo il 38 con la ripresa dell’occupazione : il controllo dei salari e dei prezzi perciò ritardava , ma non annullava , l’inflazione

2. Obiettivi e risultati dei piani autarchici

I piani autarchici dovevano fissare obietti di produzione domestica da raggiungere entro il 1941 ; alla formulazione di questi piani parteciparono corporazioni e imprese Questi piani tuttavia rimasero meramente indicativi ed approssimativi , senza una pianificazione concreta Tutte le industrie di beni di consumo erano chiamate ad usare materiali nazionali anziché esteri , a realizzare semplici prodotti di massa piuttosto che beni di lusso La pianificazione autarchica vera e propria riguardava solo le produzioni più importanti per l’agricoltura e una parte dell’industria di base : attività minerarie , metallurgia , estrazione e trattamento di combustibili Neanche in questi casi , tuttavia , vennero messe in atto misure coercitive verso le imprese private : per mantenere il modo delle imprese sul percorso stabilito gli organi statali dovevano ricorrere ad altri strumenti di premiazione e di coercizione L’impostazione dei piani autarchici era perciò del tutto estranea a un economia di comando centralizzato : essa doveva fornire un orientamento concreto all’azione dei singoli e alle strutture sindacali , corporative ed amministrative Per le sole industrie a proprietà pubblica tale orientamenti fu in pratica tassativo Nel complesso , solo una parte dei piani poté essere realizzata : presentati come utili alla preparazione bellica , i piani contenevano obiettivi inconciliabili proprio con una preparazione ad un conflitto L’impedimento principale contro un rafforzamento decisivo delle produzioni domestiche risiedeva nel problema energetico , ma nessuno si illudeva di eliminare la dipendenza dell’economia energetica dell’estero : l’eccesso di ottimismo riguardò solo la gravità di tale dipendenza , che avrebbe frapposto un ostacolo insormontabile all’economia bellica Troppo ottimista era anche la previsione riguardante la produzione alimentare , nonostante il suo incontestabile contributo al pareggio della bilancia alimentare e al miglioramento della bilancia dei pagamenti: il mancato raggiungimento degli obiettivi è da imputare al fatto che non si realizzò quell’appiattimenti qualitativo sugli alimenti di base (frumento , mais) che i pianificatori avevano previsto L’agricoltura rimase subordinata all’autarchia industriale , ponendo al regime il dilemma di dover sottrarre ulteriori risorse all’alimentazione della popolazione oppure rinunciare ad una parte della produzione di input industriali domestici L’autarchia come politica industriale servì a riallocare le risorse in modo selettivo verso le industrie di base , tuttavia per incanalare gli investimenti servì il controllo statale su una quota significativa di produzioni di base e del finanziamento industriale nonché :

I. Il regime di controllo sugli scambi con l’estero

II. Il coinvolgimento dell’economia privata attraverso il sistema corporativo

III. La mobilitazione industriale

IV. Gli incentivi dati a ricerca e sviluppo

V. Il controllo corporativo sugli investimenti

VI. Le agevolazioni tributari , doganali e finanziarie

VII. Il controllo politico dei prezzi

I. Instaurato nel contesto del crescente bilateralismo e protezionismo che stava dilagando nell’economia mondiale ,

rappresentava l’obiettivo centrale di tutta la politica autarchica poiché doveva conciliare la crescita di alcuni comparti selezionati e la formazione di nuovo capitale industriale con la stabilizzazione della bilancia dei pagamenti Vennero introdotti così correttivi che salvaguardassero la stabilità della moneta e l’equilibrio esterno : tutte le importazioni vennero assegnate a 4 classi in base alle limitazioni a cui venivano sottoposte ( nessuna limitazione , permesso autorità doganali , ministeriali , beni importati a regime speciale di monopolio ) , le esportazioni dovevano invece essere agevolate Con il monopolio del commercio valutario l’Istcambi aveva assunto la funzione di una stanza di compensazione tra esportatori e importatori , con contratti bilaterali di clearing stipulati con un numero crescente di paesi In un simile contesto il regime doganale si ridusse a un mera funzione discale e solo genericamente protettrice dei produttori esterni , senza più agire sulla struttura geografica e merceologica degli scambi e quindi senza più rappresentare un ausilio a qualsivoglia politica industriale ; tale funzione veniva svolta dalla contrattazione bilaterale sul clearing Era però inevitabile che gli ostacoli burocratici e i regolamenti sempre più restrittivi frenassero le attività commerciali , nonostante il progetto di sveltire le pratiche burocratiche per venire incontro alla propria clientela di Guarnieri

II. Le corporazioni accrescevano la partecipazione delle imprese alle decisioni politiche in campo economico , soprattutto

per quello che riguarda l’allocazione delle risorse La cartelizzazione era finalizzata a gestire le capacità produttive in eccesso e a calmierare la concorrenza dannosa attraverso riduzioni dell’offerta concordate da nelle branche interessate ma venne usata per stabilire i criteri di accesso

alle partite importate e ai diritti di importazioni nonché a creare sistemi di distribuzione che creassero un minimo di trasparenza e di equità ; perciò si crearono consorzi tra acquirenti e consorzi tra distributori di materie prime e semilavorati I produttori non aderenti ai consorzi dovevano comunque sottostare al regime di assegnazione di materie prime poiché anche un singolo produttore non aderente poteva , con una quota di mercato di qualche rilievo , vanificare gli sforzi di regolamentazione Se per alcuni versi l’organizzazione consortorile rafforzava il potere di alcune grandi industrie , da altri proteggeva le piccole dall’uscita dal mercato ; tutto ciò significavo non eliminare ma calmierare la concorrenza

III. Riattivata nel Luglio del 35 con l’istituzione del Cogefag , che accentrava una serie di competenze per le fabbriche

comprese nell’elenco di stabilimenti ausiliari , la mobilitazione industriale fu di scarsa efficacia Il provvedimento rafforzava la selettività della politica industriale poiché gli stabilimenti ausiliari godettero di trattamenti di favore sia nell’allocazione di beni importati sia nell’assegnazione di materie prime scarse sia nell’autorizzazione di nuovi investimenti

IV. Il CNR ebbe un ruolo istituzionale importante nel Comitato per le materie prime insufficienti ; questo fu il

riconoscimento quanto meno simbolico che senza l’incentivazione scientifica gli obiettivi autarchici sarebbero rimasti irraggiungibili La ricerca industriale si affermò nel settore chimico , mentre nel settore meccanico ed elettrotecnico era già affermata da anni Vennero creati gruppi di lavoro che intensificassero lo scambio di informazioni , coordinando progetti di ricerca ; tentativi che rappresentarono almeno un inizio di una collaborazione più sistematica tra ricerca pubblica ed industria

V. Gli investimenti dovevano sottostare a un nulla osta del CSD ; dopo il 35 , questo strumento legislativo si trasformò da

misura disincentivante a misura incentivante progetti nuovi a cui l’autarchia aveva dato priorità Il blocco generale degli investimenti disposto per il 41 conferì alle misure ancora concesse il carattere di eccezionalità ; le autorità cercavano di contrastare il fenomeno delle numerose domande tattiche , tese non a costruire ma ad anticipare e bloccare i possibili concorrenti ( ES Montecatini)

VI. Furono cospicue le agevolazioni tributarie , doganali e fiscali concesse alle industrie localizzate nelle zone industriali

conformi al modello della legge Nitti per Napoli del 1904 6 assunsero posizioni di rilievo : Porto Marghera , Livorno , Massa - Carrara , Roma , Bolzano e Ferrara Il settore chimico e le produzioni metallurgiche assorbirono l’84% dell’occupazione , gettando le basi per ulteriori sviluppi nel dopoguerra L’istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale , cerato nel 1938 , rimase scarsamente dotato per operare a un livello rilevante

VII. Nell’ottobre del 35 venne creato un comitato centrale per il controllo dei prezzi , con finalità inflattive ,

assumendo una forma generalizzata nel 36 e irrigidito nel 38 Durante il conflitto l’aggiustamento dei prezzi finì per essere soggetto ad una continua negoziazione tra consumatori industriali , produttori e autorità di controllo Le industrie che offri vani simili bene non esitarono a ricattare le autorità competenti , facendo capire che la loro adesione ai piani autarchici dipendeva da un livello di prezzo compatibile con il rapido ammortamenti degli immobilizzi

3. L’economia bellica

Il basso profilo della mobilitazione si protrasse oltre l’entrata nella guerra dell’estate del 40 ; il momento di entrare nel conflitto non fu scelto ne opportunamente , ne liberamente Crebbero le spese militari , il debito , il disavanzo di bilancio e l’inflazione dopo il 41 , quando si avvertirono di più gli effetti del conflitto Il ribasso degli interessi effettuato per limitare il debito pubblico contribuì a logorare il consenso ; l’inflazione rimase sotto termini sopportabili fino al 42 grazie al sistema di controlli , per poi sfuggire di mano durante l’occupazione tedesca e alleata Nell’autunno del 39 il Ciss stilò un consultivo dei fabbisogni militari e delle scorte di materie prime che non lasciava dubbi sull’impossibiltà economica di combattere per più di pochi mesi ; il successo iniziale della Germania sulla Francia incuteva il timore di venire esclusi da una successiva spartizione di risorse , quindi era meglio salire sul carro del vincitore La politica degli accordi tra Germania e Italia si era incentrata sulle materie prime : la manodopera italiana avrebbe saldato la bolletta del carbone tedesco Le produzioni autarchiche furono preziose per l’acquisizione tecnico –scientifica e l’accumulo di potenziale industriale , ma non furono eccessivamente utili all’economia bellica ; quel che poteva offrire la somma tra importazioni e produzione interna rimase lontano dal fabbisogni tattico e strategico , il margine di manovra doveva adeguarsi a tale somma La situazione militare venne ulteriormente aggravata dall’impreparazione delle strutture di comando logistico e produttivo , dovuta a incapacità burocratico - organizzative , a guerre parallele tra gruppi d’interesse e la trascuratezza politica in questo campo La programmazione delle produzioni belliche e la stipula di commesse erano compiti del tutto estranei alla pianificazione autarchica Il ministero delle Guerra condusse una politica di programmazione particolarmente confusa e ritardataria dal punto di vista tecnologico , il ministero dell’aeronautica soffriva di una localizzazione produttiva frammentata , al contrario dell’eccessiva centralizzazione di cui soffriva invece il ministero della Marina

4. Il vincolo energetico

La politica autarchica aveva accentrato l’attenzione sulla realtà fisica di beni e tecnologie e aveva talvolta operato delle scelte che comportavano la rinuncia a vantaggi comparati immediati ; questo portò all’insanabile contraddizione tra l’autarchia intesa come politica industriale e quella intesa come preparazione bellica

  • Dalla guerra al miracolo economico (1943-63) Nel settore industriale le prime stime sulle distruzioni causate dal conflitto mondiale arrivarono al 35% , rivalutate con chiara tendenza al ribasso intorno al 10% successivamente e non riguardanti tutte le branche produttive ( chimica , acciaio , cantieristica , aeronautica ) Una delle conseguenze del conflitto fu l’interruzione parziale degli scambi intersettoriali e un crollo della produzione che sfociò in una crisi di rifornimenti di beni di consuemo e di investimento , e in un’inflazione gravissima ; il grosso dei fondi , del capitale fisso e del potenziale produttivo aveva tuttavia superato la guerra indenne e attendeva solo di essere riattivato , ammodernato e ingrandito

1. La ricostruzione

Nei primi governi del dopoguerra ebbero grande peso le forze spesso sommariamente etichettate come liberiste : teorici assai diversi come Luigi Einaudi , Costantino Bresciani-Turroni , Giovanni Demaria erano uniti dall’aspra critica che avevano rivolto all’interventismo economico del fascismo Anche la Confindustria , ricostruita su basi libere , convergeva su posizioni liberiste espresse dal presidente Costa : vi fu una sorta di equazione tra interventismo economico e dittatura politica , contrapposta a quella libero mercato-democrazia Di una certa egemonia liberista si può parlare fino alla stabilizzazione monetaria del 1947 : la stretta creditizia finalmente liberò il mercato dall’eccesso di liquidità , riportando la variazione dei prezzi sotto controllo e lavorando per gradi ad una liberalizzazione valutaria La stretta creditizia in parte riparava ai danni aggiuntisi a quelli pregressi a causa di affrettate sperimentazioni liberiste (secondo Graziani) L’affermazione plebiscitaria della DC nelle elezioni dell’aprile del 48 stabilizzò il quadro del confronto politico permettendo alle diverse anime del blocco governativo di esprimersi più liberamente : le decisioni reali propendevano verso l’area dirigista rappresentata , nella DC , da Campilli , Vanoni , Mattei .che si esprimevano attraverso la difesa dell’Agip e la conferma della sopravvivenza dell’Iri , oltre che la creazione del Fondo industrie meccaniche e della Finmeccanica I dirigisti trassero linfa dai progetti d’impiego dei finanziamenti della Banca mondiale contratti da Menichella , dalle ricadute locali dell’ERP e dalla creazione dell’organizzazione europera per la cooperazione economica (Oece) che doveva coordinare gli aiuti del Piano Marshall : obiettivi del piano in campo economico erano tesi a superare la debolezza che il dollar gap stava procurando alle monete europee per l’unilateralità dei loro rifornimenti dall’area delle monete forti La vittoria sull’inflazione rimosse uno degli ostacoli più pericolosi che si frapponevano alla ricostruzione

2. Il miracolo economico

Il miracolo economico si colloca nel periodo 51-63 : il Pil crebbe in media del 5,8% e l’Italia assunse i caratteri di uno stato pienamente industrializzato Nessun reparto del sistema economico stagnava ; l’elemento più dinamico era costituito dal commercio estero , anche perché questo tipo di attività economiche ripartiva da basi relativamente basse Le esportazioni quadruplicarono ma vennero superate dalle importazioni ; la competizione internazionale stimolava nuovi investimenti per la crescita della produttività Furono le partite invisibili a fornire margine di manovra di cui necessitava la politica della crescita senza inflazione , ritenuta indispensabile per il drenaggio di buona parte delle risorse verso gli investimenti Con la sconfitta dell’inflazione , l’avanzamento della bilancia dei pagamenti , la riduzione del debito ed i bassi salari nel decennio finale del processo di industrializzazione si riuscì a stabilizzare yuan cornice di condizioni favorevoli al rapido aumento del risparmio e alla sua altrettanto rapida trasformazione in investimenti Le attività statali influirono sugli investimenti attraverso agevolazioni e intervento diretto (in campo industriale ) attraverso le società finanziarie ed industriali di sua proprietà ; il grosso degli investimenti era diretto verso la grande industria , in particolare ai settori strategici ( metallurgia , meccanica , mezzi di trasporto , chimica , industria energetica) Ad accrescere l’occupazione furono , tuttavia , la media e la piccola industria , che fecero leva sull’offerta abbondante di manodopera a buon mercato La crescita si reggeva su un equilibrio di sottoccupazione : disoccupazione , precariato , migrazioni interne indebolirono i sindacati e la sinistra politica La stabilità sociale veniva favorita dal trattenimento di manodopera esuberante nel serbatoio dell’agricoltura , dell’edilizia e del terziario , grazie alla riforma agraria e d altri programmi governativi Il ritardo dei salari sull’aumento globale della produttività che ne conseguì contribuì a sua volta a ritardare lo sviluppo dei consumi e delle importazioni Solo sul finire del periodo considerato la domanda riprese slancio , rafforzando i sindacati e permettendo la “spallata salariale del 62-63” La crescente apertura dell’economia italiana fu un elemento imprescindibile della trasformazione economica accelerata , specialmente nell’ultima fase : i comparti tecnologicamente più avanzati parteciparono ora più dinamicamente alle spedizioni oltre frontiera dei reparti tradizionali Fu solo in base alle capacità tecniche e organizzative accumulate nei 20 anni precedenti che i settori meccanico , chimico energetico e metallurgico poterono trarre pieno giovamento dall’apertura economica e dalla creazione del mercato comunitario Dal dinamismo delle esportazioni non bisogna tuttavia desumere che quella italiana fosse una crescita guidata dalle esportazioni : la domanda interna , infatti , prevalse largamente , anche se non fu l’unico fattore propulsivo dominante Il fattore propulsivo dominante fu l’interagire dinamico di una serie di fattori che si condizionavano a vicenda : la banca centrale contribuiva a conservare quella cornice di stabilità che si considerava indispensabile Raggiunto in traguardo dell’industrializzazione nel 62-63 si poteva dunque ritenere esaurita la “missione storica” dell’approccio neomercantilista

3. La reintegrazione dei mercati esteri

Nell’ottobre del 46 l’Italia ottenne l’adesione alla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca Mondiale) , organizzazione parallela al FMI L’Unione europea dei pagamenti , creata nel 50 in ambito Oece, aveva predisposto un sistema multilaterale di clearing per stimolare scambi intra-europei e superare la penuria di valuta pregiata in seguito all’eccesiva specializzazione nelle importazioni provenienti dalle aree di valuta pregiata L’Italia diminuì le tariffe daziarie in anticipo rispetto al Gatt ma tenendo un livello di protezione abbastanza elevato : gli scambi poterono così aumentare in tutta l’area Oece Malgrado il successo della Ceca , nata nel 51 per distribuire le risorse di ferro , acciaio e carbone (attrito tra Francia e Germania) , la prospettiva di un approfondimento dell’integrazione non riscosse la simpatia unanime delle confederazione agricole ed industriali italiane Nell’imminenza della stipula dei Trattati di Roma del 25 marzo 57 però le ostilità diminuirono poiché i crescenti successi commerciali che gli esportatori riscuotevano incentivavano un approfondimento dei rapporti di interscambio : la liberalizzazione e l’abbassamento delle tariffe furono condivise sia dalla componente liberista sia da quella dirigista delle forze di governo De Gasperi credeva che l’economia potesse fungere da volano strutturale a un processo di integrazione culturale e politici che permettesse la creazione di condizioni di pace duratura all’interno dell’area occidentale Il cambiamento della struttura merceologica del commercio italiano all’esteri rispecchia 3 importanti fattori :

I. La moderazione dei prezzi delle materie prime , soprattutto del petrolio

II. Intensificazione generale dello scambio di merci dall’alto valore aggiunto tra i paesi industriali

III. Preparazione tecnica e commerciale italiana adeguata all’appuntamento con tali novità

La quota delle americhe tra i mercati di sbocco si assottigliò a vantaggio delle destinazioni europee (spostamento comune a tutti i membri del mercato comune) Secondo Francesca Fauri la struttura geografica del commercio estero italiano stava solo ritornando alla matrice che le era stata propria prima della grande crisi del 29 : non si trattò tuttavia solo di un ritorno alle origini , dato che mutarono sia la struttura merceologica degli scambi , sia il peso dell’area CEE Il flusso di merci trovava sempre meno ostacoli anche al di fuori del mercato comune : l’apparato industriale italiano aveva ormai raggiunto una qualità tale da poter competere discretamente nelle aree geografiche più evolute e nei contesti di mercato più redditizi

4. L’intervento per lo sviluppo delle regioni meridionali

L’occasione per rilanciare l’intervento straordinario a favore del Sud si presentò quando Menichella (Banca d’Italia ) riuscì a contrarre prestiti per circa 300 mln di dollari presso la Banca mondiale per conto del governo italiano La questione meridionale divenne una vera e propria carta vincente per massimizzare i benefici degli aiuti internazionali a vantaggio dell’Italia intera : la gestione dei mezzi venne affidata alla Cassa per il Mezzogiorno , istituita con la legge 646 del 1950 Il 70% del programma di spesa dodicennale di 1280 mld era destinato a opere di bonifica , miglioramento , sistemazione montana e riforma agraria ; tutto il resto serviva per la creazione di infrastrutture Con il rafforzamento dell’intervento diretto nell’industria (14 aree e 29 nuclei di sviluppo) vennero ripristinati gli strumenti legislativi già collaudati per la legge Nitti per Napoli e dalle “zone industriali” : l’intervento sull’industria doveva , secondo i meridionalisti , concentrarsi su industrie “guida” di cui si sperava , errando , la massimizzazione dell’effetto connessione sul territorio Dovevano passare ancora diversi anni prima che questi investimenti contribuissero ad attenuare qualche punto di discrepanza in percentuale di reddito tra Nord e Sud : il miracolo economico , al contrario , provocò un ulteriore sbilanciamento a favore del Nordovest , il Sud riusciva a mantenere il passo dei cambiamenti Il processo di industrializzazione fu ancora una volta il discrimine tra Nord e Sud ; al Sud l’industria non poteva ancora compensare le perdite dell’agricoltura(nonostante la nascita di grandi conglomerati come Bari-Brindisi-Taranto , Palermo, Cagliari-Sulcis e Sassari) , che pesava ancora troppo L’industrializzazione poteva fare leva su questi divari regionali per svilupparsi , traendo vantaggio non solo dalla pressione demografica del costo del lavoro e dalle rimesse degli emigrati , ma anche dalla presenza di un mercato abbastanza vasto ancora da sviluppare

5. Una società in trasformazione

L’insediamento umano tendeva ad accentrarsi attorno ad alcuni vasti conglomerati urbani venendo attratto dai grandi centri e dalle localizzazioni costiere: gli uomini migrarono dalla provincia verso il capoluogo , dall’interno verso la costa , dall’alta quota a quella bassa , da nord a sud e da est a ovest Il fermento dell’urbanizzazione accelerata , oltre a favorire l’industria , creò molte occasioni di lavoro nel terziario ( raddoppio occupati ): le attività del terziario fungevano da settori rifugio per fattori produttivi , in primis per la manodopera Nelle città industriali del Nord si ebbe una microconflittualità permanente a sfondo razzista che si nutriva dell’iniziale disponibilità degli immigrati ad accettare qualsiasi condizione contrattuale ; molte zone , nelle aree di partenza , si spopolarono La nuova condizione di vita ed i mezzi di comunicazione crearono inediti momenti di partecipazione collettiva e nazionale , allargano anche la civiltà del consumo di massa : lo sviluppo dei consumi deponeva a favore di un miglioramento generale e diffuso delle capacità di spesa , anche se fino al 60 gran parte della spesa privata venne sempre assorbita dai generi alimentari Una parte della conflittualità venne solo attenuata e rinviata dalla crescita e dalla diffusione del benessere : sarebbe ritornata in scena nella seconda metà degli anni 60

  • La campagna e le politiche agrarie e demografiche Il dato più importante dell’intero percorso considerato è che l’Italia ha compiuto il passaggio da un’economia prevalentemente agricola ad una prevalentemente industriale

Il ruolo del coltivatore venne rafforzato dal Codice civile del 42 , distinguendo sempre più chiaramente le funzioni della proprietà da quelle della conduzione Sotto l’impulso della ripresa delle lotte contadine , la legge 146 del 44 disponeva la durata illimitata dei patti agrari legando i canoni allo sviluppo delle rese La compartecipazione riprese a calare dopo il secondo conflitto mondiale , con una continua ascesa della coltivazione diretta L’inclinazione dell’agricoltura agli investimenti in macchinari industriali diminuì , crescendo invece negli impieghi diretti al miglioramento e alle bonifiche Tuttavia , dai 21 al 51 lo stock di capitale quasi triplicò , rendendo falsa la tesi sostenuta secondo cui in epoca fascista si sarebbe tornati a metodi di produzione al alta intensità di lavoro Quasi continuo fu il ridimensionamento del lavoro salariato , ridotto dalla meccanizzazione e dall’agro industrializzazione degli anni 50 Una certa discontinuità riguardava invece la questione del latifondo : gli interessi dei grandi agrari erano ferocemente contrapposti ai tentativi di penetrazione nel Mezzogiorno del capitale finanziario settentrionale e quindi poco propensi a mettere in pratica anche le bonifiche volute dallo stato La decisione di avviare il progetto di riforma agraria del 50 maturò sullo sfondo di una drammatica crisi sociale , poiché dopo l’arrivo degli alleati la fame di terra aveva indotto all’occupazione dei fondi abbandonati nelle aree meridionali Grazie all’attività del ministro comunista dell’Agricoltura Gullo i movimenti agrari meridionali assunsero connotati politici di sinistra Il progetto si articolò in 3 iniziative legislative :

I. Legge Sila , 1950

II. Legge Stralcio , 1950 , riferita ai comprensori campani , pugliesi , lucani , molisani e sardi , nonché alla Maremma e al

Delta del Po

III. Legge varata dall’assemblea della regione autonoma Sicilia

In questi comprensori vennero espropriati più di 700000 ha : gli effetti della riforma furono sufficientemente decisivi , nonostante lo scarso numero di assegnatari , ad attenuare il deflusso demografico dalle aree di investimento e per aumentare la superficie coltivata per la conduzione diretta Questa “riforma agraria silenziosa” fu all’opera in tutto il periodo qui considerato fino ai primi anni 60 , quando venne soppiantata da una politica comunitaria tesa a selezionare le aziende più redditizie

2. Protezionismo e bilancia agro-alimentare

La bilancia commerciale agro-alimentare fu negativa sin dal periodo della Grande guerra accumulando un deficit notevole fino alla prima metà degli anni 20 La battaglia del grano venne lanciata da Mussolini nel 25 con lo scopo di aumentare la produzione interna e alleggerire il deficit commerciale , data la riduzione delle partite invisibili provenienti da rimesse e turismo Una bilancia dei pagamenti in pareggio era una condizione fondamentale per la stabilità valutaria e la lotta all’inflazione Fino al 1940 , all’insegna dell’autarchia , furono sostenuti gli incrementi produttivi di cereali , barbabietola , lino , canapa e lana mentre si ridussero le produzioni di olio , vino e prodotto ortofrutticoli : la produzione lorda vendibile agricola aumentò del 6,5% Data la contemporanea crescita della popolazione tali sforzi non bastarono tuttavia per impedire la riduzione del consumo pro- capite di cereali , verdure , frutta , zucchero , caffè , vino e birra La promessa secondo cui il progresso tecnico avrebbe da solo assicurato alla popolazione crescente un livello costante di approvvigionamento di pasta e pane , non venne mantenuta Il protezionismo italiano servì non solo a migliorare l’autosufficienza alimentare , ma anche a trasformare l’Italia da importatore netto in esportatore netto di beni alimentari ; già dal 32 il deficit venne superato Alla base di tale successo stava , accanto ad una riduzione socialmente iniqua del consumo , la crescita della produzione di cerali e formaggi ottenuta con l’aumento delle rese unitarie e a scapito di altre colture (perdita compensata dall’intensificazione solo in parte ) La protezione del grano nazionale non venne abolita né durante la guerra , né nelle difficoltà della ricostruzione e neanche dopo la liberalizzazione del commercio estero in area Oece : superate le difficoltà del dopoguerra venne dunque ripresa e anzi rafforzata la politica di sostituzione delle importazioni iniziata con la battaglia del grano Le importazioni del grano dovevano essere ridotte per non aumentare l’esposizione verso l’area del dollaro , e quindi per riequilibrare la bilancia dei pagamenti tutelando moneta , risparmio e potenzialità di investimento : l’autossuficienza alimentare serviva dunque a sostenere l’accumulazione industriale , nonché le importazioni L’agricoltura tuttavia avrebbe potuto essa stesa ottenere risultati più favorevoli privilegiando , invece del grano , le coltivazioni cosiddette pregiate , da esportazione : non appare però verosimile che l’Italia avrebbe potuto fare affidamento su una domanda molto più sostenuta per i suoi prodotti alimentari pregiati nel contesto protezionista di quegli anni

3. Gli interventi nell’assetto produttivo

Una prima rottura con le tradizioni degli interventi inorganici dello stato liberale italiano , volte a prosciugare le paludi malariche e migliorare acquedotti e viabilità , fu tentata da Nitti , che aveva cercato di coinvolgere lo stato e il capitale settentrionale in interventi di ampio respiro sul territorio meridionale e insulare Entro tale filone di pensiero si sarebbe inserita l’opera di Arrigo Serpieri , nominato sottosegretario da Mussolini nel Luglio del 23 Fu creato , nel 23 , L’istituto di economia e statistica agraria , poi denominato Istituto nazionale di economia agraria (Inea) nel 28 ; gli Ispettorati provinciali dell’agricoltura continuarono ad intraprendere iniziative di studio sulle condizioni della vita rurale e delle realtà tecniche e patrimoniali Varie erano state le iniziative politiche e tecniche già avviate , ma poi arenatesi nell’inconcludente lavoro parlamentare dell’ultima Italia liberale ( Omodeo , bonifica integrale paludi pontine) : la bonifica integrale dell’epoca fascista si riallacciava nelle sue linee fondamentali a quanto già era emerso tra gli esperti delle maggiori forze politiche non conservatrici del periodo precedente

La “Legge Serpieri” (753 , 18 maggio 24) incluse tra le opere di pubblico interesse per la prima volta i miglioramenti fondiari che in precedenza erano stati lasciati alla discrezione dei proprietari dei terreni bonificati La prosecuzione delle opere fu in un primo momento lenta ; di fronte alle crescenti difficoltà di finanziamento , la “legge Mussolini” del 24 dicembre 28 volle assicurare alla bonifica integrale una prospettiva di finanziamento stabile e di lunga durata , prevedendo una spesa complessiva di più di 7 mld entro il 44 Gli stanziamenti previsti da Mussolini furono del tutto insufficienti a portare avanti i lavori su scala così vasta : molti consorzi di bonifica avevano infatti annunciato l’avvio delle opere , che tuttavia era spesso solo formale Tra mancanza di contributi da un lato e malversazione di quelli stanziati dall’altro in molte realtà , specialmente meridionali e isolane , le realizzazioni si fecero attendere Se al Nord i consorzi potevano contare sull’appoggio del capitalismo agrario in molte altre aree il contributo della proprietà rimase largamente assente Serpieri prese l’iniziativa di una riforma mirante a un uso più coerente dello strumento dell’esproprio , nonché alla rapida colonizzazione delle terre espropriate e alla creazione di enti statali o parastatali di bonifica : la legge venne emanata nel dicembre del 34 ma Serpieri perse l’incarico nel rimpasto di governo del 35 e le bonifiche entrarono in una fase di rallentamento fino al 38 (circostanza ricondotta alle pressioni della grande proprietà fondiaria e al conflitto bellico in Africa Orientale) I nuovi stanziamenti , dopo il 38 , dovevano essere concentrati sui progetti in avanzato stato di realizzazione L’estensione dei comprensori siciliani si spiega con un’iniziativa lanciata alla fine del 39 dal sottosegretario alle bonifiche Tassinari , con 4 motivi :

I. Il grave ritardo accumulato in Sicilia dovuto allo scarso interesse dei grandi proprietari terrieri nell’attuare il programma

II. La cattiva resa cerealicola dell’isola

III. Il tentativo di ricondurre una parte della popolazione a un insediamento diffuso nell’interno

IV. Al riemergere della “fame di terra” si rispose con la pomposa formula dell’assalto al latifondo

In Sicilia , come in tutto il Sud , la bonifica integrale sarebbe tornata sulla scia della riforma agraria e degli stanziamenti e delle attività della Cassa del Mezzogiorno (legge 646 del 1950) : il recupero dell’originaria impostazione nittiana , volta a combinare l’elettrificazione e l’irrigazione con la bonifica , cambiò il Mezzogiorno agricolo più di quanto non avesse potuto la sola distribuzione di terre Grazie a questi interventi venne infittita la rete viaria creando nuovi collegamenti tra l’interno e le zone costiere , e messo in atto un ambizioso programma di sistemazioni montane e di protezione di terreni franosi Grandi cambiamenti avvennero nel campo dei finanziamenti all’agricoltura , con il ruolo essenziale svolto dalle casse rurali , dalle casse di risparmio , dalle banche popolari e cooperative e dalle associazioni di agricoltori e dai consorzi agrari La meccanizzazione e la motorizzazione compirono un vero salto di qualità negli anni 50 , quando la sovrabbondanza del lavoro agricolo venne gradualmente superata L’impiego dei concimi nel periodo considerato raddoppiò ; l’applicazione intensiva delle innovazioni risparmiatrici della terra , in particolare concimi chimici e il miglioramento genetico delle colture (manipolazione e ibridazione sementi) ha preceduto quella delle innovazioni risparmiatrici del lavoro Questo fu coerente con il quadro economico generale ; il progresso tecnico non fu assente ma si adattò ai dati fondamentali dell’economia e dell’ambiente italiani , e soprattutto con l’obiettivo di impedire travasi troppo cospicui e rapidi di manodopera dal serbatoio agricolo e rurale verso le città industriali

4. L’organizzazione commerciale e neocorporativa

Oltre a quella tecnica , il mutamento strutturale impose una modernizzazione organizzativa In epoca fascista , la mobilitazione politica del mondo agricolo veniva portata avanti all’insegna del ruralismo corporativo , con il riemergere tuttavia di tutte le divisioni irrisolte del mondo agricolo Il più potente mezzo di integrazione furono le grandi organizzazioni sindacali e corporative , che suggellarono l’entrata in politica delle masse rurali Durante il biennio rosso del 19-20 i fascisti colsero l’occasione offerta dal trasferimento di proprietà in atto, ponendolo in contrasto con la prospettiva di una collettivizzazione delle terre in regime socialista , per fare breccia tra i ceti rurali Le aree sociali a cui il corporativismo agraria del fascismo intendeva fare riferimento furono gli imprenditori capitalistici , i proprietari e affittuari contadini e coltivatori diretti , i coloni e mezzadri e i tecnici delle bonifiche e della conduzione aziendale ; in disparte rimanevano latifondisti e braccianti Conclusa la fase squadrista , con la legge 563 del 26 , il governo fascista pose le basi per una più ampia riorganizzazione corporativa Dalla confederazione nazionale fascista degli agricoltori ( imprenditoria) e dalla confederazione generale dell’agricoltura (latifondisti ) nacque la Confederazione fascista degli agricoltori (CFA) che poteva contare nel 34 di 600mila iscritti La Cfa si trasformò da battagliera organizzazione padronale i capillare corporazione di conduttori di aziende agrarie , dirigenti di consorzi e cooperative , offrendo servizi di consulenza giuridica , tecnica ed economica La confederazione nazionale dei sindacati fascisti dell’agricoltura , con 1,7 mln di iscritti , divenne una delle più potenti organizzazioni di massa dell’epoca fascista Ciascuna delle organizzazioni ingaggiò una dura competizione per inquadrare le tante figure rurali di incerta appartenenza alle due categorie della proprietà e del lavoro L’intervento statale nell’assetto tecnico , produttivo , distributivo e nella regolamentazione del mercato , fu l’altra colonna portante dell’edificio corporativo Dal 34 anche in agricoltura vennero introdotte strutture corporative , suddivise per area produttiva , ma la vera mediazione corporativa avvenne direttamente tra le organizzazioni di categoria e le burocrazie Nel dopoguerra l’egemonia democristiana sull’associazionismo neocorporativo nelle campagne si innestò su queste strutture Paolo Bonomi , nel 44 , fondò la Confederazione nazionale dei coltivatori diretti (Coldiretti) , che conquistò nel 49 la Federconsorzi ; poté così ridimensionare il peso delle concorrenti organizzazioni di sinistra , arrivando a rappresentare nel 67

Se l’emigrazione contribuì ad alleggerire il mercato del lavoro rurale , va precisato però che tra i “camerati del lavoro” c’erano anche lavoratori industriali : con l’inizio della guerra la loro assenza causò strozzature nelle fabbriche italiane Una larga riapertura della valvola dell’emigrazione fu nel disegno della classe dirigente italiana fin dal primissimo dopoguerra : la libera circolazione dei lavoratori nell’area del Mercato comune e lo snellimento delle procedure burocratiche occorrenti al trasferimento delle rimesse furono tra i capisaldi della partecipazione italiana alle trattative per l’integrazione europea degli anni 50 Le migrazioni interne del periodo fascista , secondo Anna Treves molto più cospicue di quello che si pensa , dato che la legislazione contro l’urbanesimo fu trascurata e non ebbe effetti di rilievo sul flusso delle migrazioni , prefiguravano sviluppi che sarebbero esplosi con forza negli anni del miracolo economico : la novità degli anni 50 risiedeva dunque solo nella dimensione del fenomeno Il flusso principale era diretto dal Sud e dall’Est verso il Nordovest , tuttavia la mobilità interna fu variegata e si può riassumere come spostamento generale dall’interno verso le coste e le pianure , e dalle aree rurali verso i centri urbani e metropolitani Da un lato l’emigrazione alleggerì la pressione sul mercato del lavoro , dall’altro lo privò di una importante componente qualitativa Le rimesse degli emigrati allargarono la domanda nelle aree di provenienza senza tuttavia indurre all’adeguamento dell’apparato produttivo :l’emigrato preferiva , data la precarietà della propria condizione , mantenere e allargare il proprio appezzamento di terra , quale bene rifugio e di auto sostentamento Sulle speculazioni edilizie delle fasce costiere meridionale si riversò una parte dei capitali provenienti dalla rendita agricola , sostituendo così al vecchio “blocco agrario” un “blocco edilizio” come asse centrale del potere economico locale Nelle metropoli del triangolo industriale gli immigrati terroni venivano prima ingaggiati in mansioni precarie a basso costo , spesso in nero , soprattutto nell’edilizia ; il passaggio dai campi al posto fisso in fabbrica dunque non fu affatto diretto Il dosaggio dei flussi di manodopera non venne regolato da un preciso masterplan , ma ciò non significò che i protagonisti di questo trapasso non agissero secondo un decalogo abbastanza ben definito di opinioni ed obiettivi

  • Le continuità di fondo della politica economica Il disegno complessivo di sostenere , con i mezzi della politica monetaria e commerciale , nonché con l’intervento diretto , la formazione di nuovo risparmio nazionale e la sua trasformazione in capitale industriale , incentivando nel contempo uno sviluppo tecnologico selettivo della base produttiva del settore secondario, dominò la politica economica fino alle soglie degli anni 60 ( eccezione periodo 45-47)

1. Il neomercantilismo

La piena industrializzazione , fin dagli ultimi decenni dell’800 , appariva sempre di più come un presupposto irrinunciabile al raggiungimento di una posizione di riguardo tra le maggiori potenze europee: tale tesi ricevette una formulazione compiuta e politicamente efficace attraverso i lavori di Nitti , di cui si riconosce l’impronta anche nelle iniziative degli anni 50 Le iniziative di ispirazione nittiana erano il sostegno dato allo sviluppo industriale da una politica commerciale selettivamente protezionista e gli interventi diretti alla formazione di nuovo capitale industriale nei settori tecnologicamente più avanzati La banca d’Italia fu un ingranaggio essenziale , affiancata da l’elite tecnocratica , per curare i flussi di investimento e ritagliare la politica monetaria e commerciale sulle esigenze dello sviluppo Da un esame d’insieme del periodo di osservazione emerge una continuità di comportamenti riconoscibili nei loro tratti mercantilistici e nel loro orientamento verso un unico grande obiettivo I suoi protagonisti puntavano decisamente sul lato dell’offerta e adottarono una politica di risparmio , accumulazione e sviluppo tecnologico ideata per un regime di risorse naturali scarse Nella politica economica del dopoguerra prevalse una marcata propensione dirigistica che ,pur non ignorando la sfida posta dal mercato , teneva fisso l’occhio sul livello di accumulazione del sistema Il rafforzamento decisivo di tali settori derivò dalla creazione dell’Imi e dell’Iri negli anni 30 Già nella crisi del 1907 la Banca d’Italia diretta da Bonaldo Stringher si era intromessa nello strategico nesso tra raccolta di risparmio e investimento industriale : sarebbe iniziata in quel frangente l’istituzione a catena di organi parastatali dediti al finanziamento speciale dell’industria e delle opere pubbliche Durante la Grande guerra e il primo dopoguerra molti esponenti della grande industria esibirono quella che agli occhi della nascente tecnocrazia era una mancanza di riguardo per le priorità economiche nazionali ; ciò fece maturare la convinzione di portare sulle proprie spalle una particolare responsabilità per il giusto incanalamento delle scarse risorse del paese verso il rafforzamento delle strutture produttive Complementare agli interventi interni fu l’orientamento protezionista ; già nell’ottobre del 1920 il governo liberale aveva promosso un rapporto alla Società delle nazioni su alcuni aspetti del problema delle materie prime , motivata da una forte preoccupazione per le momentanee impennate del prezzo delle materie prime verificatesi sui mercati internazionali nell’immediato dopoguerra Urgeva una regolamentazione sovranazionale che garantisse il funzionamento pacifico e libero degli scambi , altrimenti il mercato internazionale sarebbe stato comandato da cartelli e monopoli , capaci di distorcere i prezzi a danno delle nazioni che esprimevano una domanda inelastica di beni essenziali come le materie prime ed energetiche Dopo la scelta obbligata autarchica , fu solo con il Gatt , il FMI e altre istituzioni internazionali che l’Italia ottenne , attraverso la sconfitta , nel secondo dopoguerra quanto aveva chiesto nel primo

2. Le politiche commerciali e la centralità della bilancia dei pagamenti

Il passo verso il protezionismo generalizzato fu compiuto nel 1934 , nonostante le scelte e le iniziative protezionistiche varie prese nella seconda metà degli anni 20 , come reazione ritardata alla disintegrazione dei mercati internazionali

La trasgressione ai principi del libero scambio doveva durare solo fino a quando l’economia nazionale non avesse raggiunto un livello di produttività competitivo e ottenuto un equo accesso ai mercati di quelle materie prime che appesantivano i costi di produzione delle industrie moderne Quella degli scambi con la Germania fu una costellazione non dissimile da quell’altra che si sarebbe ricreata su più vasta scala durante il miracolo economico ; in entrambi i casi le rimesse dovevano compensare il deficit commerciale , preservando allo sviluppo industriale un apporto più adeguato di capitali mobili e fissi Le alleanze della seconda guerra mondiale restrinsero materialmente le possibilità di ottenere un apporto cospicuo di risorse esterne : estremizzando , si può dire che l’Italia scelse di perdere il conflitto piuttosto che ricadere nella trappola del debito estero , accettando di sostenere lo sforzo bellico con i propri mezzi assai modesti Molti investimenti industriali vennero sostenuti dai piani autarchici , che non riguardarono la produzione degli armamenti bensì lo sviluppo dell’industria di base ; le scelte tecniche si orientarono verso gli obiettivi di lungo periodo piuttosto che alla soddisfazione delle esigenze belliche Dopo il collasso del regime e la divisione dell’Italia in 2 aree di influenza , furono soprattutto le dirigenze dei due tronconi dell’ ‘Iri a intensificare la riflessione sulle prospettive economiche

  • “L’appunto per un piano di ricostruzione economica dell’Italia” venne presentato nell’agosto del 44 da dirigenti dell’Iri Sud: il testo contiene previsioni sorprendentemente realistiche su quello che sarebbe successo in economia dopo il 1947 Si ribadiva nel documento la necessità di proseguire sul sentiero del dirigismo tecnocratico , con lo scopo di incanalare le risorse verso i settori strategicamente più importanti , con la possibile integrazione del risparmio interno con apporti stranieri o la compressione ulteriore dei consumi Lo scenario internazionale profetizzato era la formazione di due blocchi , Usa e Urss , e l’inserimento dell’Italia nel blocco occidentale , con tuttavia la possibilità di approfittare dello scontro tra due blocchi per avvantaggiare gli interessi italiani L’Italia avrebbe dovuto puntare sul rafforzamento delle partite invisibili e visibili (esportazioni , migrazioni , turismo) che potevano causare un immediato miglioramento della bilancia dei pagamenti L’abbattimento dell’inflazione e la stabilizzazione monetaria erano ritenuti di fondamentale importanza per la formazione del risparmio , coinvolgendo anche lavoratori e sindacati per la creazione di forme di “risparmio obbligatorio” La grande impresa doveva essere salvata poiché sarebbe stata l’unica in grado di trainare le altre medie e piccole imprese , a patto che l’intervento dello stato permettesse la creazione delle condizioni infrastrutturali e tecnologiche adatte allo scopo La liberalizzazione del commercio estero sembrava per l’autore un esito ineluttabile e di grande opportunità , a patto che ci fosse la possibilità del libero accesso all’approvvigionamento delle materie prime L’abolizione delle tariffe doganali , tuttavia , non doveva essere effettuata all’improvviso , per non provocare danni all’economia del paese , ma attraverso un ribasso graduale , in modo da consentire alle industrie di adeguare i loro costi al livello della concorrenza internazionale La liberalizzazione operata nel 50-52 fu sufficientemente cauta e graduale per porsi ancora nella prospettiva di un giusto posizionamento dell’economia nazionale sul mercato mondiale Studi recenti hanno confermato il ruolo di primo piano che ebbero i tecnocrati nella definizione della posizione italiana durante le trattative che condussero alla formazione della Ceca e della CEE : la liberalizzazione del mercato comunitario del lavoro , le facilitazioni concesse al versamento delle rimesse dei lavoratori emigrati , i fondi per lo sviluppo regionale e per la formazione professionale possono essere ricondotti alle iniziative prese durante quelle trattative dalle delegazioni italiane Tuttavia il livello italiano di protezione tariffaria rimase rimarchevole , dato che i trattati lasciavano molte scappatoie attraverso cui tutti procrastinarono l’abolizione completa delle misure protettive nei confronti degli altri paesi membri Sia la politica commerciale , sia le modalità della partecipazione italiana ai processi di integrazione europea furono pienamente in linea con i principi formulati dai circoli tecnocratici nell’Appunto del 44 : l’Italia sosteneva quanto possibile l’apertura del suo mercato e la crescita del commercio estero ma nello stesso tempo manteneva tanto protezionismo quanto necessario onde rafforzare le industrie strategiche per portare a termine l’industrializzazione e che ancora non erano in grado di resistere all’impeto della concorrenza

3. La “linea Menichella”

La preparazione alle sfide esterne rappresentava solo un lato del problema ; l’altro era quello dell’adeguamento delle istituzioni e dei comportamenti alla necessità di riallocare le risorse disponibili a favore delle industrie “giuste” Il problema era , durante il periodo fascista , come incanalare il risparmio nazionale ottenuto dal livello basso dei consumi e dalla soppressione delle libere contrattazioni sul salario verso gli investimenti desiderati Una prima risposta venne dalla legge bancaria del 1936 (n 375) ispirata da Donato Menichella : essa doveva trarre le conseguenze del fallimento delle banche miste durante la crisi economica Alle banche pubbliche e alle banche dichiarate “di interesse nazionale” (Banco di Roma , Credito italiano , Banca commerciale ) venne interdetto di acquisire partecipazioni nelle società industriali o concedere ad esse credito a lungo termine ,; questo fu riservato all’Imi Nel contempo la Banca d’Italia venne definitivamente trasformata in istituto pubblico , non ottenendo ancora gli ampi poteri di controllo sul sistema del credito che Menichella avrebbe desiderato accentrare nell’istituto unico di emissione Nel 44 , quando l’Ispettorato per la difesa del risparmio , cui spettava la supervisione dell’attività di tutti gli istituti bancari , venne soppresso , il suo potere venne devoluto alla banca centrale , che assumeva così quel carattere strategico per la formazione del capitale industriale che era stata ritenuta fondamentale già da Bonaldo Stringher Passate le incertezze del 44-46 , la banca d’Italia sarebbe riuscita a riconquistare a pieno titolo il ruolo già assunto durante l’autarchia

finanziari e monetaria , caratteristica evidente ancor di più nella Cassa per il Mezzogiorno e nel Piano decennale di sviluppo del reddito e dell’occupazione (Schema Vanoni) del 54 Lo Schema si concentrava su 3 obiettivi : la piena occupazione , lo sviluppo del Mezzogiorno grazie ad una riallocazione degli investimenti industriali e il pareggio della bilancia dei pagamenti Lo Schema combinava gli obiettivi tradizionali del dirigismo italiano con elementi presi in prestito dalle teorie post-keynesiane della crescita , approccio già delineato nelle discussioni preliminari per la cassa del Mezzogiorno per stimare le conseguenze macroeconomiche di una spesa pubblica addizionale La pianificazione degli anni 50 rimase dunque nel solco dei piani concepiti come meri fattori di orientamento ; pur concepita con una stima delle implicazioni macroeconomiche , essa rimane legata al solito indirizzo di una crescita industriale costellata da una certa dose di protezionismo e spronata , con i mezzi dell’intervento , dal lato dell’offerta , in un ambito di politiche di spesa pubblica e monetaria “ortodosse”

  • Le basi tecnologiche ed organizzative del miracolo industriale Quello successivo alla ricostruzione fu un periodo di rapida crescita industriale : le produzioni di fabbrica fecero da volano allo sviluppo del sistema economico nel suo complesso , trasformando l’Italia in un paese industriale e urbanizzato Gli interventi della politica neomercantilistica diedero l’avvio , sin dagli anni 30 e 40 , a sviluppi tecnologici che potevano far apparire molto meno miracolosa la crescita degli anni 50 e 60 Attraverso alcuni sentieri di innovazione tecnologica aperti negli anni 30 e durante la guerra furono create le premesse tecnologiche e organizzative in base alle quali le industrie chimiche , petrolifere , elettriche , metallurgiche ed automobilistiche poterono dare , nelle mutate condizioni degli anni 50 , un impulso decisivo al compimento del processo di industrializzazione

1. Il potenziale produttivo

Durante l’autarchia , la guerra e la ricostruzione il mutamento strutturale continuava senza arresto ; in termini di occupazione soltanto le miniere registrarono una riduzione , poiché risentirono fortemente della fine dell’autarchia Come i tessili , anche l’industria alimentare entrò in calo sin dal 41 per ragioni congiunturali ma anche per l’espulsione della manodopera sottoccupata ; discorso analogo vale per l’industria del legno e la decimazione delle riserve che dovevano supplire alle strozzature di materie prime ed energetiche La crescita della chimica , della metallurgia e della meccanica erano stimolate dal fabbisogno di guerra Alla fine della guerra la base industriale era abbastanza ampia da permetter l’attivazione di un nuovo ciclo di sviluppo ; elementi di omogeneità nello sviluppo industriale si intravedono per tutto il periodo 36- Rispetto all’anteguerra , i successivi anni del miracolo economico non si distinsero , però , per una dinamica occupazionale particolarmente elevata

2. Dinamica e dimensione delle imprese

Entro il 51 27mila imprese di quelle in vita nel 43 sparirono ; le cause erano diverse , e spaziarono dal processo di concentrazione (chimica , edilizia) alla diminuzione generale delle attività (alimentari , legno) Per il 36-43 si registra una crescita netta di 26 mila imprese ; per contro , gli anni del boom della produzione industriale 51- registarono una riduzione netta di 13 mila unità Nell’insieme dell’industria una nuova ondata di imprenditorialità diffusa non avrebbe investito l’economia italiana prima degli anni 60 Tra il 36-41 la dimensione media delle imprese industriali aumentò da 23 a 27 addetti , per raggiungere i 55 addetti nel 61 I settori più dinamici quanto a investimenti e crescita (chimica , oli minerali , metallurgia e meccanica ) ottennero notevoli aumenti di produttività senza creare molti posti di lavoro ; per contro le industrie a più bassa densità di capitale furono quelle che assorbirono la parte più cospicua dell’occupazione aggiuntiva L’espansione produttiva dell’industria piccola e media faceva ancora una volta leva sull’offerta sovrabbondante di lavoro a basso costo

3. Le industrie metal meccaniche

Tra i materiali che hanno conferito un nuovo volto al consumo di massa del secondo dopoguerra ci furono i metalli leggeri , i cui impieghi spaziarono dall’edilizia alle automobili , dai casalinghi ai contenitori di alimenti e bevande La loro produzione di massa fu resa economicamente possibile solo attraverso una serie di miglioramenti tecnologici introdotti dall’industria degli armamenti Sin dagli anni 20 lo stato italiano sostenne la produzione di alluminio (Industria nazionale dell’alluminio , Ina , e Società alluminio veneto anonima , Sava) ; tale attività poteva reggersi sulle strutture produttive create sin dagli anni 20 a Porto Marghera , Mori e Bolzano L’incremento dell’industria meccanica del 39-43 , da imputarsi alla crescita dell’industria bellica , portò questi insediamenti ad accusare maggiori problemi di riconversione L’esperienza tecnica accumulata e diffusasi grazie al decentramento antiaerei funse da stimolo aggiuntivo all’imprenditorialità e all’innovazione , con tuttavia una distribuzione ineguale del miglioramento tecnologico tra le varie branche Le macchine utensili , date le gravi difficoltà del settore tessile durante la guerra , subirono un pesante arresto dal 41 , per poi riprendere dopo la guerra Importanti innovazioni di prodotto vennero operate nel settore dei motocicli , come nel caso della Vespa , tentativo di Piaggio di trovare alternative alle produzioni aeree divenuto obsolete Fino al 1950 la mole modesta della domanda interna e la chiusura degli sbocchi potenziali all’estero resero insormontabili gli ostacoli che si frapponevano a un più deciso avanzamento tecnologico Nonostante in precedenza si fosse già diffusa l’organizzazione scientifica del lavoro (modello fordista) , come nella Olivetti , la ristrettezza del mercato dopo la grande crisi continuava a rendere impossibile un disegno tecnologico fordista

Nonostante la stretta relazione tra Fiat e industrie di stato nella produzione di materiale bellico neanche in questo ramo di attività potevano compiersi passi decisivi nella produzione di massa , data la scarsa quantità e standardizzazione dei modelli nelle produzioni belliche italiane La fine della guerra e la riapertura dei mercati offrirono nuove opportunità ; la Fiat rinnovò le alleanze politiche e commerciali con i fornitori a proprietà statale , riuscendo finalmente a mettere in pratica i suoi propositi A partire dalle automobili , produzioni standardizzate su larga scala si diffusero anche tra i fornitori dell’industria automobilistica (Pirelli , Michelin) e dell’equipaggiamento elettrico (Borletti) La motorizzazione di massa era legata all’incremento dei redditi e del benessere dei consumatori italiani , oltre che a richiedere una più estesa rete stradale e un’adeguata distribuzione di carburante La riconfermata alleanza tra Fiat e l’industria siderurgica pubblica divenne , insieme con il contributo di Agip , Pirelli e di Italcementi , l’asse portante della cooperazione strategica attorno all’automobile , la quale contribuì ad aprire all’industria italiana dei beni d’investimento il sospirato varco verso i mercati di sbocco esteri La prospettiva della produzione automobilistica di massa offrì l’occasione per innovare a fondo le tecnologie della produzione dell’acciaio , le cui grandi linee erano già state prefigurate con il Piano autarchico per l’acciaio del 1936 Scopo del Piano era creare capacità produttive che comprendessero tutte le operazioni della fusione del minerale in altiforni , fino alla produzione di ghisa e alla laminazione L’Iri creò la Società italiana acciaierie Cornigliano (Siac) , iniziando la costruzione dello stabilimento a Cornigliano , smantellato durante la guerra Dopo la guerra la direzione della Finsider fu affidata a Sinigaglia , il quale colse le opportunità del Piano Marshall per la modernizzazione degli impianti di Piombino e Bagnoli , riuscendo a vincere nel 48 le resistenze dei privati e a far valere il suo punto di vista in sede politica : la Fiat avrebbe infatti assorbito la maggior parte dei laminati Le società produttrici di acciaio extracomunitarie venivano scoraggiate a vendere sul mercato italiano dalle alte tariffe doganali ; questa è un’ulteriore dimostrazione che le intenzioni dei tecnocrati e dei grandi industriali degli anni 50 assomigliano a quelle degli anni 30 , anche se i presupposti per una realizzazione erano migliorati

4. Le industrie chimiche

Le produzioni a flusso continuo , nonostante l’allargamento di scala dei mercati , non vennero rivoluzionate per quello che riguarda l’organizzazione del lavoro : questo è il caso dei metalli leggeri e delle industrie chimiche e petrolifere Le più basilari innovazioni nel chimico vennero introdotte già negli anni 30 e 40, permettendo al settore di diventare un fattore particolarmente dinamico della crescita industriale Fino al 1930 una serie di ostacoli (basso livello domanda interna , peso preponderante dell’agricoltura, mancata protezione doganale e costo elevato imput di carbone e petrolio importati) avevano frenato lo sviluppo delle produzioni chimiche organiche , perpetrando la tradizionale specializzazione nella chimica inorganica Nonostante l’autarchia i progressi nel campo della chimica furono per lo più conseguiti grazie a cooperazioni internazionali e trasferimenti di tecnologia e know how dall’estero : al centro dell’innovazione in campo chimico stava la polimerizzazione delle olefine , specialmente le fibre sintetiche e le materie plastiche poi ricavate da petrolio e metano Negli anni 50 e 60 furono questi prodotti a trainare le produzioni e le esportazioni chimiche italiane Ancora nel 1950 la Montecatini aveva esperienza solo limitata nel campo della polimerizzazione degli idrocarburi : il suo più importante passo fu l’acquisizione , alla fine degli anni 40 , degli stabilimenti della Società anonima italiana gomma sintetica (Saigs) , creata da Iri e Pirelli e ritenuta importante sotto il profilo dell’autarchia Lo stabilimento venne localizzato a Ferrara , soggetta a trattamento fiscale di favore ; nonostante ciò , durante la guerra la sua produzione rimase lontana dalla copertura del fabbisogno Nel dopoguerra , gli interessi dell’industria pubblica e di quella privata nel campo del petrolio vennero rinegoziati in lunghe e complicate trattative tra industriali , tecnocrati e uomini politici Con lo studio della polimerizzazione del propilene decisa nel 43 per ritagliarsi un mercato di sbocco in tempo di pace , la Montecatini poté conseguire un notevole successo commerciale , grazie all’adattamento dei nuovi procedimenti alla scala industriale

5. Il comparto energetico

Una questione cardine dello sviluppo industriale italiano fu il superamento degli svantaggi comparati che il paese doveva affrontare a causa degli alti costi energetici I piani autarchici prevedevano ingenti investimenti pubblici e privati per tale settore , soprattutto per quello che riguarda l’energia idroelettrica (costruzione di dighe e bacini artificiali) : una parte dei progetti poté essere portata a compimento solo negli anni 50 e 60 Ricerca e sviluppo dell’industria elettrotecnica e elettrochimica vennero stimolate dall’espansione del settore elettrico , con un ruolo pionieristico svolto dall’Italia nella produzione geotermica Tuttavia ancora negli anni 30 2/3 del fabbisogno energetico italiano dovevano essere coperti dalle importazioni , soprattutto di carbon fossile Gli oli minerali italiani avevano troppe impurità e un contenuto troppo limitato di frazioni leggere per fornire una quantità di benzina che fosse all’altezza delle esigenze di una motorizzazione automobilistica e aviatoria in incessante aumento Agip e Montecatini , nel 36 , fondarono una comune affiliata , l’Azienda nazionale idrogenazione combustibili (Anic) e firmarono un contratto con il cartello formato da Standard concernente le licenze di produzione , la cooperazione nella costruzione e l’avvio degli stabilimenti di Livorno e di Bari Nel 41 la produzione di Anic subì una forte flessione poiché gli alleati avevano bloccato le vie del petrolio ; lo stabilimento di Livorno venne smantellato dai tedeschi e riattivato solo nel 48 Negli anni del dopoguerra , in un contesto internazionale completamente mutato , si dovevano ridefinire gli assetti interni ed esterni dell’industria petrolifera italiana