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vari aspetti del ruolo della tv nella società odierna
Tipologia: Appunti
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“IL RUOLO DELLA TELEVISIONE NELLA SOCIETA’ ODIERNA” ….di Lucia1.tr
Alla luce degli ultimi fatti di cronaca, vorrei fare una riflessione sul ruolo della televisione di stato.
E’ da tempo infatti, che eventi negativi vengono spettacolarizzati per ottenere il massimo dell’audience. Sicuramente il diritto d’informazione va rispettato, ma fino a che punto si deve violare l’intimità delle famiglie mostrando il loro dolore e le loro debolezze?
La trasmissione “Chi l’ha visto”, nata come servizio pubblico, ha assunto un altro significato, si punta sull’ascolto, quella di Sarah è stata una puntata choc! Difficile gestire una brutta storia come quella, ma era necessario fare uno scoop mostrando il dolore di quella madre calpestando la sua vita privata? E’ facile addossare la colpa alla conduttrice, brava giornalista sicuramente, ma forse il direttore di rete avrebbe dovuto spegnere i riflettori prima della notizia della tragedia avvenuta. Chiedo inoltre se una parte di responsabilità non l’abbiano anche i telespettatori, che avendo il telecomando in mano, avrebbero potuto fare silenzio su quell’orrendo spettacolo spegnendo il televisore.
E’ diventato così tutto un grande fratello e la realtà stessa delle cose è entrata a far parte del grande fratello, e gli spettatori incollati al piccolo schermo a vedere le cose come se le guardasse dal buco della serratura con la curiosità morbosa del voyeur. Certo la televisione è andata degradando come del resto anche altri settori della società che rispondono alla sola legge degli interessi economici e quando l’uomo si mette al servizio del Dio denaro i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ci vorrebbe la forza di fare un bell’esame di coscienza e fare tutti un passo indietro alla ricerca del bello e della qualità e non sorbire passivamente tutto quello che ci propongono.
La morte in tv fa audience, moltiplica i telespettatori. Il massimo di ascolto si raggiunge con le “morti atroci”. Incidenti spettacolari, cadute rovinose in pozzi profondi, agonie lente e teletrasmesse da una o più telecamere. E, soprattutto delitti, spesso a sfondo sessuale, meglio ancora se compiuti in famiglia. Se la vittima è la nipote e l’assassino è lo zio ancora meglio, la morte deve essere mostrata. Per mostrare il dolore, la televisione usa il metodo più efficace, quello di inquadrare in primo piano, il volto angosciato di un congiunto della persona uccisa. L’ideale è avere in studio una madre. Mi auguro che quanto prima, questa tv spazzatura , riprenda il suo ruolo di informare in modo corretto e morale e che l’utente abbia la forza di cambiare canale alla vista di questi spettacoli.
La televisione oggi: regno dell’estetica, dell’ignoranza, dell’apparire!!! Si va sempre di più verso una TV spazzatura, abbandonando quelli che erano programmi standard di una televisione di qualità. Il presentatore Fabio Fazio, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa, ha parlato della televisione attuale spiegando al grande pubblico che ormai i programmi televisivi sono troppo commerciali. Secondo Fazio, il ruolo della “tivù formativa” è stato messo da parte e si è lasciato spazio soltanto a dei veri e propri centri commerciali televisivi. Per dirla in breve, i programmi TV sono cambiati al punto da far perdere la fiducia agli spettatori: La televisione era il luogo dell’eccellenza. “L’ha detto la TV”. C’era fiducia assoluta in un
mezzo cui si riconosceva autorevolezza. Un mezzo che doveva raccogliere il meglio di ogni genere per portarlo al maggior numero di persone possibile. Ecco, io sono cresciuto con quella TV lì. Con tutti i suoi limiti, era formativa, formava un gusto, nel bene e nel male.
La tv rappresenta oggi, la più potente forma di manipolazione mentale della storia? Essa ha finito per assumere un ruolo dominante all’interno della vita delle persone, diventando una routine quotidiana? Ci impedisce di pensare e riflettere in maniera autonoma ed indipendente sul mondo, sulla vita ed anche su noi stessi?
Non è facile rispondere alle domande che circolano e condizionano l’opinione generale, ma fermiamoci un attimo a riflettere su come sarebbe la nostra vita senza tv?
Tutti si lamentano dello stato di degrado nel quale sguazza, ormai da tantissimo tempo. Pochissime le critiche positive e tante le negative, a volte ben meritate, per tutto il ciarpame che dilaga su ogni canale, ma dobbiamo smettere di credere che lo slogan più adatto alla Tv sia: ” SPEGNETE LA TELEVISIONE E ACCENDETE IL CERVELLO”, perchè tutto dipende dal singolo individuo.
E’ un discorso complesso, certo, perché non tutti godono di una completa autonomia ed il rischio, sempre più frequente, è che la tv sia l’unica fonte di comprensione della realtà… la tv invece è solo una delle forme di comprensione della realtà, alcune volte fedele, altre volte meno, ma non l’oracolo da cui tutte le menti dipendono, lasciandosi dolcemente e docilmente plagiare.
Chi guarda programmi di basso livello, di certo non impiega il suo tempo leggendo saggi e di certo non sostituisce la televisione con appuntamenti ed eventi culturali, non scrive poesie e non si preoccupa della propria formazione culturale. Non scordiamoci che forse grazie anche allo zapping televisivo e alla casualità quel pubblico, potrebbe incappare in qualche programma ben costruito e istruttivo e soffermarsi anche per breve tempo incuriosito a guardarlo.
Rispetto al passato la TV ha abbandonato il suo ruolo pedagogico per ritagliarsi uno spazio marginale, ma anche il pubblico è cambiato, è molto più vario, di quello che prendono come esempio le critiche. La Tv racconta quello che il pubblico, giovane e vecchio, vuole vedere, ma soprattutto risponde alle nuove esigenze di un pubblico che vuole diventare protagonista e non solo spettatore, rispecchiandosi sempre più nel ruolo della nuova interattività.
Oggi che siamo in una condizione di scelta, sembra che l’abuso sia più di prima. Ma in effetti di abusi e censure nella tv italiana ce ne son sempre stati. Per fortuna ora, di fronte all’abuso c’è l’intelligenza del popolo italiano che da sempre viene sottovalutata.
Ma che impatto può avere una tv sul comune sentire delle persone?
La Tv propone una rappresentazione, un’interpretazione del reale che si discosta dalla realtà in quanto sempre e comunque soggettiva. Il cittadino italiano sa esattamente di che morte deve morire. Se vede il Tg4 sa benissimo cosa dirà Fede , allo stesso modo se vede Ballarò non si aspetta che inizino il processo di santificazione di Mussolini.
Attualmente prevale invece l’ approccio cosi detto “ecologico” :si afferma che se è vero che la mamma nervosa rende il figlio nevoso è anche altrettanto vero che un figlio nervoso rende una madre nervosa (non causa- effetto: ma reciprocità di azione): se un bambino non dorme mai di notte ovviamente la mamma sarà nervosa
Cosi se è vero che un buon maestro rende bravi gli alunni è altrettanto vero che dei buoni alunni spingono un maestro ad essere bravo
Per quanto riguarda i mass media si constata che in una società aperta e in concorrenza i media si adeguano alla gente molto più di quanto la gente si adegui ai media. Se le trasmissione a basso contenuto culturale come reality e telenovelas predominano su programmi educational è perche le gente li predilige e con il telecomando stabilisce ( il mitico share ) cosa debba essere trasmesso e cosa no. Non è tanto vero che la gente guardi le telenovelas perchè le trasmette la TV ma piuttosto il contrario
C’'è un processo di interazione: i mass media dipendono da quello che dice la gente che a sua volta dipende da quello che dicono i mass media
Anche l'dea che la TV possa manipolare facilmente la gente è un mito: noi accettiamo i messaggi che già condividiamo, rigettiamo o non recepiamo nemmeno quelli che non condividiamo: questo è un fatto chiarito da tutte le ricerche scientifiche
In realtà tutte le notizie sono riportate : molta gente pero si interessa molto più alle vicende dell' "Isola dei famosi" che al dramma di Gaza e quindi il primo fatto fa più notizia che il secondo: è un inconveniente della stampa libera.
Analogamente sarebbe un errore, ad esempio, pensare che i modelli consumistici siano imposti dalla TV: in realtà è la gente che li recepisce molto di più degli inviti, pure essi presenti in TV, a privilegiare i valori etici.
La TV è lo specchio della società molto di più di quanto la società sia lo specchio della TV.
OBBIETTIVITA'
Un problema di cui molto si discute è la libertà , obbiettività , dell’informazione, specie politica. Si dice anche che non vi dovrebbero essere condizionamenti politici per rendere possibile una informazione non faziosa, definita a volte professionale. Si immagina cioè che se i giornalisti non dovessero più rendere conto dei propri scritti ai gestori dei giornali e quindi ai loro referenti politici allora diverrebbero obbiettivi e veritieri.
Ma si tratta di una evidente fraintendimento: ciascuno filtra sempre la realtà secondo le proprie categorie mentali e i propri punti di vista.
Non esiste la verità unica da rivelare ma solo tante teorie e diverse su di essa.
L'idea che esiste una verità unica da rivelare e comunicare è propria delle teocrazie e delle loro versioni moderne, i regimi a partito unico , non delle democrazie, che invece affermano la libertà di opinioni.
La Costituzione infatti non dice che si può comunicare solo la verità ma che invece " Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero" che e' cosa molto diversa: presuppone infatti il pluralismo delle opinioni politiche, culturali, religioso e il loro confronto, non che esiste una verità.
Il pluralismo. il confronto, il dialogo democratico sono i mezzi per fare emergere non la verità assoluta che non possiamo mai conoscere ma le opinioni fondate
Quando vi è il confronto di opinioni, il dialogo. anche se indiretto. non si possono sostenere opinioni confuse contraddittorie, contrarie ai fatti; i concorrenti subito lo farebbero notare.
In una democrazia non sarebbe possibile sostenere che gli ebrei sono una razza inferiore perche subito qualcuno noterebbe che Einstein, Freud e Marx erano ebrei e qualcuno più puntiglioso farebbe una statistica dei premi Nobel
Per una obbiettività dell’informazione non occorre che i giornalisti non debbano essere di destra o di sinistra ma al contrario occorre invece che ci siano sia quelli di destra che di sinistra
INFORMAZIONE ALTERNATIVA
Molti sostengono che la informazione ufficiale della TV come della grande stampa sarebbe tutta falsata e che la “vera” informazione si troverebbe nei blog, nei newsgroup, nei website. cioè nella cosi detta “informazione alternativa”
Ma nei paesi democratici vi è il pluralismo informativo: se una fonte autorevole (TV nazionali, grande stampa) dice una "sciocchezza" cioè qualcosa che e' evidentemente falsa o illogica o irragionevole sarà subito ripreso dal giornali concorrenti : questo poi avviene a livello non solo nazionale ma internazionale perche le notizie rimbalzano da un paese all'altro
L'infelice battuta di Berlusconi su Obama abbronzato ha fatto il giro del mondo: come nasconderla? Come nascondere i suoi problemi giudiziari? Nemmeno si è potuto nascondere che in Iraq non c'erano armi di distruzione di massa e cosi via
Ovviamente i pareri e il risalto alle notizie può essere diverso: ma non sarebbe possibile, in effetti nasconderle o darne di false: si possono esprimere pareri diversi ma questo fa parte del dialogo democratico, non è falsificazione della verità
Nella informazione alternativa non vi è invece il controllo critico che si esercita sulle fonti più importanti e autorevoli: ciascuno può scrivere tutto quello che gli passa per la mente e inviarlo a un blog, a una newsgroup, o pubblicarlo su un proprio sito dal costo di pochi euro nella fondata aspettativa che nessuno andrà a controllarlo
Esistono poi dei siti appositi nei quali le bufole più comuni vengono smascheraste
Ma come si farebbe poi a sapere che la informazione ufficiale è falsa e un'altra opposta invece sarebbe "onesta "? Forse la informazione ufficiale ( cioè data da tutti i mezzi autorevoli ) è sempre falsa? Allora basterebbe rovesciarla per conoscere la verità: sarebbe molto bello e semplice
Qualcuno poi favoleggia di un potere occulto in grado di controllare tutte le informazione del pianeta
Sarebbe una ipotesi suggestiva; un potere universale che gestisce tutte le notizie che controlla destra e sinistra, Americani ed Europei, Russi e Cinesi
Ma allora naturalmente potrebbe controllare ancora più facilmente anche la "informazione alternativa": forse i personaggi come Giulietto Chiesa sono suoi agenti con lo scopo di
È indiscutibile ormai l’importanza che la televisione riveste nella nostra società: dai primi tempi della sua comparsa nella fase sperimentale sono trascorsi più di quarant’anni e la sua diffusione è andata crescendo continuamente. Mente all’inizio, come tutte le novità, poteva essere considerata una cosa superflua, uno sfoggio di ricchezza, oggi non esiste famiglia che non possa permettersi l’acquisto di un televisore. Le ore di trasmissione giornaliere sono diventate negli ultimi anni molto più numerose, soprattutto considerando le molteplici emittenti private che sono sorte in tutto il territorio nazionale. Si potrebbe pensare quindi che la grande varietà dei programmi e delle rubriche televisive consenta ed attui una pluralità di informazione e un continuo arricchimento di idee e di pareri anche contrastanti: ed in effetti ciò può essere anche vero, ma solo per una parte forse anche molto piccola, del pubblico televisivo. In realtà, infatti, le trasmissioni televisive vengono quasi assorbite, invece che guardate e valutate per quel che valgono e per quello che vogliono rappresentare. Questo perché il pubblico televisivo è certamente il meno preparato a giudicare e a criticare quanto gli viene quotidianamente presentato. Si deve considerare per prima cosa che il pubblico più fedele della televisione è rappresentato dai bambini e dai giovanissimi, che trascorrono anche interi pomeriggi davanti al piccolo schermo, seguendo senza distinzione cartoni animati, film non sempre adatti alla loro età , spettacoli di ogni genere. I danni che questa prolungata dipendenza dalla televisione provoca nei più giovani sono evidentissimi: la banalità di tanti spettacoli non possono certamente contribuire ad una maturazione equilibrata delle giovani menti, mentre le ore trascorse nell’immobilità e in ambiente chiuso (spesso i bambini preferiscono guardare la televisione che giocare in cortile) non giovano affatto ad una crescita sana e vigorosa. Non si può d’altra parte sottovalutare il ruolo fondamentale che la televisione svolge quanto all’informazione e alla documentazione. I telegiornali, i servizi giornalistici, le rubriche specializzate ci portano il mondo in casa, aprono anche ai più giovani nuovi orizzonti, nuovi interessi. Purtroppo però anche questo ruolo della televisione, che sembrerebbe positivo e validissimo, presenta un aspetto subdolo e pericoloso: il rischi di abituarci a tutto quanto ci viene mostrato; le immagini più crudeli di guerre e di violenza ci lasciano ormai quasi insensibili, quasi incapaci di distinguere tra realtà e immaginazione. Mentre la contemporaneità e la tempestività di alcune notizie ci fanno vedere fatti e avvenimenti dal mondo nel momento stesso in cui si verificano, il nostro modo di vivere questa realtà non è da persone partecipi e corresponsabili, ma piuttosto da spettatori estranei e asettici. Molti sostenitori della televisione ritengono che uno dei suoi pregi in Italia sia stato quello di aver contribuito notevolmente alla diffusione della lingua nazionale, soppiantando spesso il dialetto che in molte zone sopravviveva come strumento di comunicazione linguistica; ma anche questo merito deve essere ridimensionato considerando quanta parte di una cultura spontanea e popolare sii va inesorabilmente perdendo con la scomparsa del dialetto. I numerosi tentativi di recupero del dialetto attuali negli ultimi anni dimostrano fortunatamente una rinnovata sensibilità della cultura ufficiale verso questa espressione genuina della tradizione popolare. Si potrebbe concludere questa breve analisi del ruolo della televisione nella nostra società, sottolineando la necessità che il pubblico venga educato a saper interpretare il linguaggio
televisivo, a diventare sempre più uno spettatore attivo e critico e a rifiutarsi di subire passivamente quanto gli viene quotidianamente proposto dalla televisione. Naturalmente anche questa forma di educazione dovrebbe rientrare nei compiti della scuola, che insieme agli strumenti per interpretare il linguaggio parlato e scritto, il linguaggio dell’arte e della musica, deve trovare il modo di dare anche gli strumenti di interpretazione dell’immagine, che è ormai il linguaggio della nostra società.
Immagini della TV. Breve analisi della comunicazione televisiva
La crescente sofisticazione dei processi comunicativi e, d'altra parte, la loro estesa capillarizzazione -- fenomeni, questi, entrambi attribuibili agli sviluppi tecnologici -- hanno creato una situazione che, considerata in modo ottimistico, potrebbe apparire quasi ideale. Ma si tratta di un'apparenza ingannevole. La comunicazione è, lo sappiamo, la cifra simbolica della modernità. L'innovazione tecnologica negli ultimi anni ne ha accresciuto in forma esponenziale le potenzialità, al di là di ogni aspettativa. In tutto questo, naturalmente, nulla di negativo. Comunicare, lo dice la parola, vuol dire «mettere in comune», «condividere con altri» qualcosa; «partecipare insieme ad altri» al godimento di un bene. Nella fattispecie, il bene che qui ci interessa è l'informazione o, più generalmente, il sapere. Ma il punto critico che intendiamo evidenziare sta proprio qui. L'etimologia ci ha aiutato a chiarire che nella comunicazione sono in gioco due elementi: la comunicazione stessa, intesa come processo e l'oggetto della comunicazione, cioè il contenuto. Il problema principale con cui nella situazione attuale ci troviamo a fare i conti consiste nello sviluppo unilaterale della comunicazione come processo, a fronte di una stagnazione dell'oggetto. Lo sviluppo tecnologico incrementa cospicuamente il potenziale sistemico della comunicazione, ma tutto questo avviene senza alcun riguardo per i contenuti. Il rischio che deriva da questa singolare distorsione evolutiva è quello di trovarsi in una situazione in cui si comunica tanto senza scambiarsi nulla (o quasi). Questa descrizione generale si attaglia molto bene alla comunicazione televisiva. La TV, negli ultimi decenni, ha conosciuto uno sviluppo tecnologico sorprendente, ed è tuttora al centro di un processo di radicale rinnovamento (l'introduzione generalizzata del segnale digitale). A queste importanti trasformazioni sul piano tecnico non sembra però corrispondere un'altrettanto significativa evoluzione dei contenuti. La TV, per dirla con Habermas, è «culturalmente regressiva». Essa privilegia, tendenzialmente, la comunicazione vuota. Ma -- qualcuno dirà -- la TV non ha forse i suoi contenuti? Certo. Ma si tratta per lo più -- rispondiamo -- di contenuti senza contenuto. Questo determina, come si vedrà, conseguenze alquanto preoccupanti sul piano sociale e politico. Scopo di questo lavoro è quello di analizzare questi effetti negativi, partendo dalle cause che li producono. Il punto di vista che abbiamo adottato ci porterà inevitabilmente a disegnare un quadro che potrà forse apparire troppo fosco. È opportuno sottolineare allora che il nostro non è un discorso di retroguardia, né tantomeno apocalittico. Non disconosciamo il valore educativo ed emancipativo del mezzo televisivo. Ci interessa piuttosto analizzare i problemi che esso determina nella società contemporanea. Capire i problemi è, infatti, preparare la via alla loro soluzione.
La prova di quanto andiamo dicendo ce la fornisce un'inchiesta effettuata da Maria Teresa Siniscalco,3ricercatrice in Pedagogia sperimentale e collaboratrice dell'Unesco a Parigi. L'inchiesta riguarda soprattutto il mondo giovanile, in particolare i ragazzi di età compresa tra 13 e 17 anni. Per circa quattro anni sono stati intervistati giovani e adolescenti delle scuole romane su questioni riguardanti l'attualità, per valutare l'impatto dell'informazione televisiva. Le conclusioni che sono scaturite non sono molto incoraggianti: sulle notizie diffuse dai telegiornali il 45% dei tredicenni intervistati dimostra di non aver compreso il cuore della notizia; lo stesso dicasi per il 50% dei diciassettenni. I ragazzi dimostrano di aver colto solo aspetti marginali e per di più in modo confuso. Ad esempio interrogati su un servizio sulle Olimpiadi dei disabili alcuni rispondono di aver capito che lo sport fa bene ai disabili; altri hanno pensato che la notizia fosse il gol fatto da un disabile durante una partita di calcio; c'è chi ha afferrato soltanto la presenza alle Olimpiadi di Jovanotti e Morandi. Solo pochi hanno colto il senso e l'attualità dell'evento, l'importante conquista sociale che la manifestazione rappresentava. Questo dimostra, sostiene la studiosa, che i ragazzi non hanno gli strumenti per poter cogliere le informazioni essenziali, non utilizzano il legame con l'attualità come criterio interpretativo; sono privi cioè di quelle informazioni contestuali necessarie per comprendere la notizia. Se poi aggiungiamo la crescente spettacolarizzazione dei telegiornali che, al pari di tutti gli altri programmi televisivi, inseguono l'Auditel, allora il quadro diventa ancora più negativo. Le notizie vengono sovente enfatizzate, si cerca l'effetto emotivo, si cerca a tutti i costi di far alzare gli indici d'ascolto. Il tutto, naturalmente, va a detrimento della corretta informazione. Questa situazione negli anni passati aveva prodotto una disaffezione del pubblico nei confronti dei telegiornali.
Uno studio condotto da Gianfranco Marrone, semiologo dell'Università di Palermo, metteva in luce la crisi che colpiva i Tg. Ecco alcuni dati. Il Tg1 nel mese di gennaio ' perdeva 1 200 000 spettatori, il Tg2 300 000, il Tg3 460 000, le edizioni regionali 816 000, il Tg4 345 000, Studio Aperto 210 000. Solo il Tg5 guadagnava il 7%. Ciò, secondo Marrone, era dovuto ad una «crisi di credibilità»: i Tg avevano infranto il patto di fiducia con gli spettatori. Certo l'andamento della curva Auditel dei telegiornali conosce spesso dei picchi improvvisi dovuti per lo più al verificarsi di eventi eccezionali. Dopo i fatti dell' settembre news e telegiornali hanno avuto un rialzo di ascolti del 300%, come afferma Walter Pancini, direttore generale dell'Auditel.5 Tuttavia, una volta che si supererà la fase di tensione emotiva determinata dalla gravità dell'evento -- continua Pancini -- la curva dei Tg si abbasserà, mentre tenderà ad aumentare quella dell'intrattenimento. Come a dire che, in situazioni normali, il pubblico preferisce lo spettacolo all'informazione. E, probabilmente, è per questo motivo che l'informazione si spettacolarizza, che tende ad assumere semiologicamente i caratteri dell'intrattenimento. L'informazione cioè, per catturare il pubblico, diventa spettacolo. Osservando la struttura dei Tg si può notare che sono ormai diventati «un film a lieto fine», pieni di notizie rosa e di inutili curiosità spacciate per fatti di costume, non fanno più vera informazione: sono dei produttori in serie di messaggi senza codice.
3. Globalizzazione dell'immagine e perdita del logos
Abbiamo visto come la velocità del flusso di informazioni molto spesso produca messaggi ininterpretabili. Ma ciò che complica ulteriormente le cose è un altro fattore ben più radicale e decisivo: il primato dell'immagine. Possiamo affermare senza timore di smentita che l'avvento dello schermo televisivo ha inaugurato un nuovo orizzonte culturale, una nuova Weltanschaung in cui l'immagine domina incontrastata. L'evoluzione della televisione ha visto crescere sempre più il peso dell'immagine a scapito della comunicazione scritta. L'immagine, che avrebbe dovuto fornire un sussidio al messaggio,
ai contenuti, è divenuta l'oggetto primario della comunicazione, è divenuta essa stessa messaggio. Il contenuto esplicativo invece, si è praticamente ridotto ad un dettaglio ininfluente. La cosa singolare è che le immagini si richiamano a vicenda in un circolo semantico autoreferenziale: la TV fornisce immagini alla stampa; la stampa a sua volta (si pensi ai giornali rosa) fornisce immagini-scandalo alla TV (il politico in relax, l'attore famoso colto in un momento di intimità ecc.). Assistiamo ad un fenomeno che si può definire la globalizzazione dell'immagine. L'immagine è tutto ed è ovunque. Lo scrittore Kundera ha parlato di «imagologia»: l'immagine ha sostituito l'ideologia diventando essa stessa ideologia. Il nostro spazio mentale è dominato da un vasto e variegato repertorio di immagini, tra cui spiccano sicuramente i fantasiosi logo dei prodotti commerciali. I grandi artisti della pop art videro bene questa situazione quando, imprimendo una svolta rivoluzionaria al linguaggio figurativo, iniziarono a rappresentare gli oggetti della società di massa. Certo poteva allora apparire scandaloso il fatto che l'arte abbandonasse il suo terreno abituale per aprire le porte agli oggetti della società dei consumi. Ad ogni modo quello che la pop art voleva dirci era che il mondo a causa dello sviluppo dei media (la TV in testa) era radicalmente cambiato: la rivoluzione mediatica aveva prodotto una rivoluzione culturale senza precedenti, l'immaginario collettivo e gli orizzonti culturali erano profondamente mutati. Anche l'arte dunque non poteva più ignorare questa grande trasformazione, non poteva far finta di non vedere. A questo punto si impone alla nostra riflessione un interrogativo cruciale: in una società dominata in modo significativo dalla cultura dell'immagine c'è ancora posto per la ragione? Ci sentiamo di rispondere positivamente a questo interrogativo, poiché -- come si vedrà meglio in seguito -- riteniamo che il logos e l'immagine siano integrabili. Anche se, lo riconosciamo, si tratta di un compito molto arduo. Il politologo Giovanni Sartori, in un suo fortunato saggio sulla televisione,6 prende in esame proprio questa particolare questione. La televisione, sostiene Sartori, è un mezzo di comunicazione ma è anche e soprattutto uno strumento antropogenetico. E proprio in quanto tale ha prodotto un nuovo tipo di uomo: l' homo videns. L' homo videns , a differenza dell' homo sapiens non ha più la capacità di astrazione, la capacità simbolica e quindi ha perso anche la possibilità di un pensiero razionale, del pensiero cioè delle idee chiare e distinte. Scrive Sartori:
La televisione -- lo dice il nome -- è «vedere da lontano» ( tele ), e cioè portare al cospetto di un pubblico di spettatori cose da vedere da dovunque, da qualsiasi luogo e distanza. E nella televisione il vedere prevale sul parlare, nel senso che la voce in campo, o di un parlante, è secondaria, sta in funzione dell'immagine. Ne consegue che il telespettatore è più un animale vedente che non un animale simbolico. [...] E questo è un radicale rovesciamento di direzione, poiché mentre la capacità simbolica distanzia l'homo sapiens dall'animale, il vedere lo riavvicina alle sue capacità ancestrali, al genere di cui l'homo sapiens è specie.
La televisione ha dunque creato l' homo videns , in cui il vedere domina sul capire, l'uomo che non sa più usare la capacità di astrazione e di rappresentazione mediante il linguaggio. Questi due aspetti (astrazione e rappresentazione) costituiscono la base per lo sviluppo di una caratteristica centrale del linguaggio: la funzione argomentativa. È questa funzione (che l'avvento del post-pensiero sta spazzando via) che ha permesso all'uomo di sviluppare la razionalità. Il linguaggio umano si distingue da quello animale per la sua funzione argomentativa. Gli animali infatti possono usare il linguaggio in funzione segnaletica (per segnalare un pericolo), in funzione espressiva (per esprimere un istinto) ma non posseggono la funzione argomentativa: non possono fare affermazioni criticabili, non possono costruire teorie. Questa funzione è decisiva ed è alla base dello sviluppo della civiltà. Noi possiamo imparare dai nostri errori ma anche dagli errori degli altri perché siamo in grado mediante il linguaggio di mettere a confronto la nostre esperienze con quelle altrui.
avrebbe dovuto vigilare perché ogni operatore rispettasse le regole stabilite. Questa proposta fu da alcuni bollata come illiberale. Si ritenne paradossale il fatto che un filosofo liberale proponesse regole liberticide. In realtà la proposta di Popper, in linea di principio, si situa a pieno titolo nell'alveo del liberalismo che, com'è noto, è una teoria empirica della limitazione del potere. Di qualunque potere. Non solo politico. La televisione è indubbiamente uno strumento di potere per il quale, tuttavia, a differenza del potere politico, non esistono contrappesi, controbilanciamenti che ne limitino l'influenza. Ecco perché bisogna cercare di crearli.
C'è però un aspetto dell'idea popperiana che presenta qualche difficoltà. Il liberalismo, è vero, ci insegna che tutti i poteri devono essere limitati. Ma ci insegna anche che non bisogna introdurre poteri nuovi se essi non sono assolutamente necessari. Una specie di rasoio di Ockham applicato alla politica. E qui la proposta di Popper rivela i suoi limiti: essa infatti prevede che per limitare un potere (la TV) se ne introduca uno nuovo (l'Istituto per la televisione), con tutti i rischi che esso comporta. Si pone infatti il seguente problema: chi gestirà questo nuovo potere? La società o la politica? E con quali criteri? Nel caso di una gestione politica, ad esempio, come evitare il rischio che i governanti controllino attraverso l'Istituto per la televisione l'opinione pubblica, che è, come sappiamo, un fattore (non istituzionalizzato) decisivo per la democrazia? Non sembra configurarsi, in tal modo, una nuova ma altrettanto minacciosa versione dello Stato educatore? È più ragionevole, dal punto di vista liberale, valutare se ci sono altri modi di limitare un potere prima di introdurne uno nuovo. In particolare, sarebbe più opportuno tentare di limitare il potere della TV dall'interno, utilizzando i suoi stessi apparati. Bisogna cioè trovare all'interno della televisione stessa i mezzi e le strategie per limitarla. Una proposta che sembra andare in questa direzione viene avanzata da Renato Parascandolo, il quale la argomenta con un ragionamento che vale la pena di seguire per intero:
Il problema che si pone è allora il seguente: chi educa gli educatori (autori dei programmi, responsabili dei palinsesti, giornalisti)? Credo che la risposta giusta sia: la televisione stessa. Infatti gli apparati televisivi-e in generale tutti gli apparati-in base al loro funzionamento (organizzazione del lavoro, gerarchie, procedure, etc.) e alla funzione che sono chiamati a svolgere (accumulare profitti, offrire un servizio di utilità, fare propaganda etc.) creano modelli professionali, mentalità, valori, cultura. Gli apparati cioè oltre a produrre merci o servizi producono anche ideologia. Una ideologia che è presente non solo nei prodotti-soprattutto se immateriali, come i programmi televisivi- ma anche nei modi di lavorare, nelle forme della burocrazia, nella divisione del lavoro. Chi vi presta la sua opera l'assimila, ne è impregnato come un pescatore lo è di salsedine. La televisione come apparato dunque, educa, simultaneamente, sia i telespettatori che i suoi dirigenti e tutti coloro che vi lavorano. Questa formazione, che potremmo definire eufemisticamente, una deformazione professionale, crea aspettative, pregiudizi e valori i quali ovviamente non possono che essere in sintonia con il funzionamento dell'apparato e con gli scopi che esso persegue. Questo ragionamento apre una questione molto concreta. Se vogliamo approdare a un modello di televisione più colta e intelligente, non basta aprire le porte a nuove idee e nuovi argomenti. Prima di tutto bisogna modificare la struttura degli apparati, il loro funzionamento, il loro modello produttivo, i profili professionali, la burocrazia, perché solo questo può cambiare la mentalità di chi vi lavora e di chi li dirige. Parafrasando Mc Luhan potremmo quindi dire non tanto che il medium è il messaggio, quanto che l'organizzazione del medium è il messaggio. In altre parole non avremo una nuova e più coltivata classe dirigente negli apparati televisivi per opera e virtù dello Spirito Santo, oppure agendo solo sulla programmazione (dalla TV generalista a quella tematica), ma solo ridisegnando l'architettura ideativo-produttiva degli apparati della comunicazione.
Queste riflessioni ci portano molto vicino al cuore della struttura televisiva, ci conducono all'interno dell'apparato, mostrandoci il funzionamento di quella complessa macchina che
è la TV. Tuttavia numerosi problemi strategici restano ancora irrisolti. Se cambiare la TV significa cambiare il suo «modello produttivo», la «struttura degli apparati», ridisegnare «l'architettura ideativo-produttiva», si pone il seguente problema: come è possibile fare tutto ciò fintantoché la televisione resta una struttura dominata dagli interessi economici? Come cambiare il suo «modello produttivo» se l'unico criterio discriminante la qualità dei prodotti televisivi è l'Auditel (cfr. supra , n. 11)?
Sono domande, queste, che attendono al più presto una risposta adeguata. Ne va della nostra civiltà.
5. Effetti sulla democrazia
Cerchiamo di capire ora come tutto questo rappresenti un rischio per la democrazia. La televisione, come si sa, costituisce ormai lo spazio principale della lotta politica. Le campagne elettorali dei partiti si svolgono principalmente in TV. Certo, i politici continuano ancora a parlare nelle piazze, a partecipare a manifestazioni, ma la partita si gioca quasi completamente sulla scena televisiva. Questo è il primo effetto che la televisione produce sulla politica: la delocalizzazione.14 La politica diviene, per così dire, senza luogo. Potremmo dire, giocando un po' con le parole (ma non troppo), che la politica non ha più luogo. Non c'è più politica. Almeno non c'è più politica intesa come partecipazione dei cittadini alla dimensione collettiva dello Stato. Si registra cioè un distacco del cittadino dalla dimensione pubblica, una ritirata nel privato. Questa situazione non è certo determinata unicamente dagli effetti della televisione. In realtà si tratta dell'affermazione dell'individualismo liberale dopo il crollo definitivo dei sistemi ideologici totalizzanti. Queste ideologie producevano una politicizzazione della società, invadendo anche la dimensione privata dei cittadini. Naturalmente questa era una degenerazione del concetto di partecipazione, poiché era lo Stato (o il partito) a dettare coattivamente le regole del gioco, conculcando la libertà degli individui. Sotto questo aspetto, le moderne democrazie liberali rappresentano un indubbio progresso. Esse si costruiscono sul principio dell'inviolabilità della sfera individuale. Lo Stato si ritira dalla sfera privata per assumere il ruolo di garante, di custode del patto che gli individui hanno sottoscritto e che trova la sua espressione formale nella Costituzione. Tutto questo rappresenta senza dubbio una conquista assolutamente irrinunciabile. Sennonché, dobbiamo anche dire che se, da un lato, l'evoluzione della democrazia verso forme contrattualistiche ha reso possibile la tematizzazione dei diritti umani,15 dall'altro però ha lasciato ai margini qualcosa di molto importante. Questa evoluzione ha eroso innanzitutto il concetto di partecipazione, con tutte le implicazioni etiche che esso comporta. Il grande storico Moses Finley, nel suo classico studio sulla democrazia,16 muove una critica alla democrazia liberale (la democrazia dei moderni) proprio su questo punto. Se le democrazie liberali producono l'apatia dei cittadini, non sarà il caso di ripensarle in modo tale da promuovere, nel rispetto della libertà degli individui, una partecipazione alla vita pubblica? Finley intuisce che se si perde la dimensione collettiva dell'appartenenza alla comunità anche gli stessi diritti umani sono a rischio. Il concetto di partecipazione infatti ci permette di tematizzare i doveri che gli individui hanno gli uni verso gli altri; tematizzazione che invece risulta difficile all'interno del paradigma contrattualistico, incentrato unicamente sul principio del neminem laedere. Esemplari a riguardo sono le parole di Gabriella Cotta:
Il disegno razionalistico finalizzato all'accordo delle volontà e tematizzante le istanze irrinunciabili di ciascun uomo, echeggia però lo squilibrio ermeneutico dell'ontologia unidimensionale ereditata da Lutero, che le elaborazioni sui diritti umani riflettono nella carenza tematica della loro riflessione intorno ai doveri che li dovrebbero legare ad ogni altro individuo.
Senza il riconoscimento dei doveri la comunità rischia la disgregazione. Il principio di non ingerenza ( neminem laedere ) è una condizione necessaria per la convivenza civile, ma
nuove tecniche della fotografia diventava riproducibile, perdeva quella sacralità che la cultura aristocratica le aveva sempre attribuito, e si rendeva disponibile alle masse. In tal modo si produceva, secondo Benjamin, una emancipazione del popolo. Oggi ci sono autori che riprendono la tesi di Benjamin, iscrivendola però all'interno di un quadro teorico diverso. Pensiamo ad esempio a Gianni Vattimo21 il quale sostiene che, contrariamente a quanto pensano gli apocalittici di turno, i nuovi media hanno un ruolo importante e, fondamentalmente, positivo. Il filosofo torinese interpreta la comunicazione mediatica alla luce di categorie heideggeriane, evidenziando come i nuovi media, polverizzando la nozione di «realtà oggettiva», svolgano una funzione antimetafisica. La nozione metafisica di «realtà» si dissolve nel vortice caotico della comunicazione. E questo, secondo Vattimo, non può che avere effetti benefici per la società e per la democrazia stessa. Ciò che ha messo in pericolo storicamente la società e la politica è stato il nesso tra metafisica e violenza. Conoscere la realtà metafisica significa anche (pretendere di) conoscere il senso e la direzione della storia. Da qui all'elaborazione di progetti ideologici totalizzanti il passo è breve. Il discorso di Vattimo è molto suggestivo, e, per molti versi, condivisibile. Tuttavia ci sembra che i problemi che abbiamo evidenziato restino in piedi. È vero, i media hanno avuto e possono continuare ad avere un ruolo emancipativo. Ciò è accaduto soprattutto nella prima fase della loro diffusione. Oggi però, come abbiamo tentato di mostrare in questa nostra analisi, essi pongono seri problemi per la società e per la politica. Il compito attuale sembra piuttosto quello di cercare di evitare le degenerazioni che abbiamo descritto, introducendo dei correttivi. In particolare si dovrebbe lavorare per affiancare all'immagine la parola scritta. Siamo convinti infatti che se si riuscisse a stabilire un equilibrio tra queste due diverse modalità di espressione si innescherebbe un circolo virtuoso, in quanto la parola scritta permetterebbe di decifrare l'immagine, liberandone tutto il potenziale espressivo (giacché anche l'immagine, bisogna dirlo, ha un ruolo cognitivo) e l'immagine, a sua volta, arricchirebbe il testo scritto. Si avrebbe una situazione comunicativa ideale, frutto dell'interazione tra logos e immagine. V'è chi sostiene ad esempio che Internet potrà assolvere questo compito.22 La rete, pur essendo un mezzo visivo come la TV, ha una natura diversa, perché al suo interno riveste un ruolo centrale il testo scritto che, grazie alla sua particolare configurazione (il sistema dei links), rende agevole l'approfondimento dei contenuti. Una diffusione sempre più massiccia di Internet potrebbe funzionare come antidoto all'impoverimento del capire che la televisione ha determinato. Ma la battaglia decisiva, a nostro avviso, si svolgerà in ambito scolastico. È lì che bisogna gettare le basi perché accanto alla cultura dell'immagine si (ri)affermi la cultura scritta, la cultura del leggere e del capire. La scuola può infatti fornire quegli strumenti critici utili per decodificare e interpretare i messaggi provenienti dal mondo dell'informazione, per distinguere le opportunità emancipative dalle forme di dominio. Può dare insomma quel necessario outillage mentale indispensabile per orientarsi nelle complesse dinamiche della modernità.
In un articolo pubblicato sul Corriere Della Sera il 9 dicembre del 1973, il celebre giornalista e scrittore Pier Paolo Pasolini denunciò quello che definì come il nuovo totalitarismo dato dall’avvento della società dei consumi, da lui definito molto peggiore rispetto al precedente totalitarismo fascista, in quanto dietro la garanzia di un’apparente libertà assoluta si annidava una volontà totalizzante e subdola di omologazione che non aveva precedenti nella storia.
Scrisse Pasolini : “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana”.
Secondo il poeta questa totalizzante omologazione imposta dal Potere fu possibile solo grazie al massiccio ricorso ai mezzi di comunicazione in massa, in particolare della televisione. Su di essa disse : “Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.
E ancora : “Il fascismo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”. Questa feroce critica di Pasolini al sistema consumista e al totalitarismo massmediatico se al tempo poteva apparire un pò forzata, oggi è più che mai attuale, visto l’attuale dominio assoluto della società dell’immagine con la conseguente mercificazione totalizzante di tutti o quasi gli aspetti della vita. La televisione infatti, dal fine pedagogico che gli veniva attribuito agli esordi, è finita con il diventare una vera e propria “arma di distrazione di massa”, con la priorità assoluta data solamente al semplice intrattenimento e con l’utilizzo di un’informazione volutamente manipolata e plasmata, al fine di condizionare sempre di più le scelte dei fruitori, oggi più che mai semplici” consumatori”.
Essenzialmente la televisione è diventata uno dei tanti mezzi usati dal sistema consumista per perpetuarsi e consolidare la propria influenza, oggi praticamente totale. Le riflessioni di Pasolini sono oggi più che mai attuali e possono servire come spunto di riflessione per la creazione di una società che vada oltre l’obsoleto modello consumista, e sul campo della comunicazione, per un’informazione che rifiuti la mercificazione attuale e sia per quanto possibile libera, indipendente e consapevole. “