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L'Educatore Sociale: Ruolo, Formazione e Competenze, Prove d'esame di Psicologia Generale

Apprendere a educare manuale tirocinio

Tipologia: Prove d'esame

2016/2017

In vendita dal 16/06/2017

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lara_94 🇮🇹

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APPRENDERE A EDUCARE
EDUCAZIONE è ESPERIENZA è la rappresentazione di tante cose insieme.
Etimologia di "educare" elementi di cambiamento per guidare e indicare la via.
Fino a poco tempo fa, "educazione" era sinonimo di insegnamento e istruzione dove si faceva
educazione? Nelle famiglie, nelle scuole, in Chiesa o nelle associazioni
Dove si seguivano, invece, i disagi e le patologie? Negli istituti come orfanotrofi e centri psichiatrici. Gli
istituti erano concepiti per tutelare la comunità esterna e l'ordine sociale, per curare gli ospiti stessi.
Anni Sessanta-Settanta muta la figura dell'EDUCATORE
Gli obiettivi si modificano e vanno dalla cura del disagio ad azioni svolte per arrivare al benessere sia sociale
che individuale
• Interventi PROMOZIONALI: mirano a rafforzare conoscenze, capacità, abilità degli individui e/o
migliorare le condizioni ambientali in cui essi operano;
• Interventi PREVENTIVI: si rivolgono ai soggetti a rischio di emarginazione e devianza, ovvero coloro che
vengono considerati "portatori di disagio";
• Interventi RIABILITATIVI: si propongono di riportare i soggetti in una condizione individuale e sociale di
normalità
Classificazione degli interventi preventivi:
• interventi di prevenzione universale sono indirizzati all'intera popolazione indipendentemente dalla
presenza di fattori di rischio;
• interventi di prevenzione selettiva sono destinati ad uno o più sottogruppi della popolazione
caratterizzati da una maggiore vulnerabilità verso specifiche problematiche;
• interventi di prevenzione indicata sono rivolti a soggetti specifici che presentano segni o sintomi per lo
sviluppo di patologie
Con chi opera l'educatore?
L'educatore opera con minori problematici, malati psichici, detenuti e tossicodipendenti, adulti, disabili,
famiglie, anziani, immigrati.
Dove opera l''educatore?
L'educatore opera nelle istituzioni e nei servizi socio-formativi (asili, scuole, università, luoghi di formazione
per adulti), nei servizi di area sanitaria (ASL, ospedali), nei servizi assistenziali e culturali (biblioteche) e nei
servizi dedicati al benessere (palestre, centri benessere).
L'educatore è sempre più chiamato a operare progettando e realizzando interventi di prevenzione e
promozione che portino le persone e i gruppi a scoprire e chiarire innanzitutto a se stessi le proprie
caratteristiche e soprattutto le proprie potenzialità fisiche, mentali e spirituali.
Con la legge Basaglia si cominciano a ridefinire le norme, gli spazi, le pratiche e le professionalità secondo
un differente modo di pensare al centro del quale veniva posta la dimensione individuale e sociale dei
soggetti bisognosi di cura.
Nasce la figura dell'ANIMATORE.
Gli animatori erano prevalentemente giovani, spesso studenti universitari, con una formazione di stampo
umanistico e interessi in ambito artistico-espressivo, che abbracciavano una nuova epistemologia di pensiero
ampliando il valore degli interventi educativi e valorizzando l'attenzione all'altro in una logica di relazione,
accompagnamento e cambiamento.
Quello dell'educatore è percepito come un lavoro da giovani poiché egli vede nella propria professione una
vocazione, un impegno di tipo civile e spesso coerente con ideali di natura politica e/o religiosa; l'educatore
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Scarica L'Educatore Sociale: Ruolo, Formazione e Competenze e più Prove d'esame in PDF di Psicologia Generale solo su Docsity!

APPRENDERE A EDUCARE

EDUCAZIONE è ESPERIENZA → è la rappresentazione di tante cose insieme. Etimologia di "educare" → elementi di cambiamento per guidare e indicare la via. Fino a poco tempo fa, "educazione" era sinonimo di insegnamento e istruzione → dove si faceva educazione? Nelle famiglie, nelle scuole, in Chiesa o nelle associazioni Dove si seguivano, invece, i disagi e le patologie? Negli istituti come orfanotrofi e centri psichiatrici. Gli istituti erano concepiti per tutelare la comunità esterna e l'ordine sociale, per curare gli ospiti stessi. Anni Sessanta-Settanta → muta la figura dell'EDUCATORE Gli obiettivi si modificano e vanno dalla cura del disagio ad azioni svolte per arrivare al benessere sia sociale che individuale

  • Interventi PROMOZIONALI: mirano a rafforzare conoscenze, capacità, abilità degli individui e/o migliorare le condizioni ambientali in cui essi operano;
  • Interventi PREVENTIVI: si rivolgono ai soggetti a rischio di emarginazione e devianza, ovvero coloro che vengono considerati "portatori di disagio";
  • Interventi RIABILITATIVI: si propongono di riportare i soggetti in una condizione individuale e sociale di normalità

Classificazione degli interventi preventivi:

  • interventi di prevenzione universale → sono indirizzati all'intera popolazione indipendentemente dalla presenza di fattori di rischio;
  • interventi di prevenzione selettiva → sono destinati ad uno o più sottogruppi della popolazione caratterizzati da una maggiore vulnerabilità verso specifiche problematiche;
  • interventi di prevenzione indicata → sono rivolti a soggetti specifici che presentano segni o sintomi per lo sviluppo di patologie

Con chi opera l'educatore? L'educatore opera con minori problematici, malati psichici, detenuti e tossicodipendenti, adulti, disabili, famiglie, anziani, immigrati. Dove opera l''educatore? L'educatore opera nelle istituzioni e nei servizi socio-formativi (asili, scuole, università, luoghi di formazione per adulti), nei servizi di area sanitaria (ASL, ospedali), nei servizi assistenziali e culturali (biblioteche) e nei servizi dedicati al benessere (palestre, centri benessere).

L'educatore è sempre più chiamato a operare progettando e realizzando interventi di prevenzione e promozione che portino le persone e i gruppi a scoprire e chiarire innanzitutto a se stessi le proprie caratteristiche e soprattutto le proprie potenzialità fisiche, mentali e spirituali.

Con la legge Basaglia si cominciano a ridefinire le norme, gli spazi, le pratiche e le professionalità secondo un differente modo di pensare al centro del quale veniva posta la dimensione individuale e sociale dei soggetti bisognosi di cura.

Nasce la figura dell'ANIMATORE. Gli animatori erano prevalentemente giovani, spesso studenti universitari, con una formazione di stampo umanistico e interessi in ambito artistico-espressivo, che abbracciavano una nuova epistemologia di pensiero ampliando il valore degli interventi educativi e valorizzando l'attenzione all'altro in una logica di relazione, accompagnamento e cambiamento.

Quello dell'educatore è percepito come un lavoro da giovani poiché egli vede nella propria professione una vocazione, un impegno di tipo civile e spesso coerente con ideali di natura politica e/o religiosa; l'educatore

viene percepita come una figura spesso fuori dagli schemi, creativa, capace di maneggiare molti linguaggi, tra cui anche quelli dell'arte, per costruire relazioni che necessariamente escono dai binari tradizionali del puro e semplice linguaggio.

Il D.M. del febbraio 1984 identifica l'educatore professionale tra le figure nuove atipiche e di dubbia ascrizione. L'educatore professionale è colui che cura il recupero e il reinserimento di soggetti portatori di menomazioni psicofisiche. D.Lgs del dicembre 1992 definisce l'educatore professionale come un operatore sanitario e sociale che, in possesso del diploma universitario abilitante, attua progetti educativi e riabilitativi, nell'ambito di un progetto terapeutico elaborato da un'équipe multidisciplinare, volti a uno sviluppo equilibrato della personalità con obiettivi educativo-relazionali in un contesto di partecipazione alla vita quotidiana e cura il positivo inserimento o reinserimento psicosociale dei soggetti in difficoltà.

A partire dal 1996, la formazione dell'educatore professionale diventa competenza dello Stato e per operare tale professione bisogna essere in possesso di un diploma universitario e solo successivamente tale diploma viene adibito a due corsi di laurea differenti: Scienze dell'educazione e della formazione e in Professioni sanitarie della riabilitazione. Gli ambiti in cui l'educatore sociale è chiamato ad esprimere la propria professionalità sono quelli dei servizi sociali e sociosanitari, della scuola e dell'extrascuola, della cooperazione sociale, delle comunità di recupero, mentre l'educatore professionale sanitario opera prevalentemente in ambito sanitario.

Gli obiettivi formativi qualificanti della classe delle lauree in Scienze dell'educazione e della formazione prevedono prevalentemente conoscenze in ambito pedagogico, sociologico, filosofico, psicologico, metodologico e didattico in relazione alle problematiche educative. L'educatore sociale è chiamato ad acquisire anche competenze trasversali, in primis abilità comunicative e relazionali particolarmente solide. All'educazione sociale si chiede di saper strutturare progetti educativi nell'ambito dei servizi alla persona e alla comunità, di saper gestire attività di insegnamento/apprendimento e interventi educativi nei servizi.

Elementi della professione dell'educatore che la connotano con forza sono la componente motivazionale e quella vocazionale intesa come un continuo richiamo al senso del proprio agire. L'educazione è un mestiere che rimanda ai saperi e alle competenze di cui si ha piena padronanza, ma anche ai compiti del servizio che egli è chiamato a svolgere con responsabilità. È un mestiere relazionale e comunicativo. Il mestiere dell'educatore si basa sulle conoscenze ma si costruisce nel quotidiano con la pratica e l'esperienza, con il confronto con gli educatori, con le riunioni di équipe, con la riflessione sull'accaduto.

Il tirocinio curricolare previsto nel corso di studi è per i futuri educatori sociali un'opportunità per entrare in contatto con le realtà territoriali più diverse. Gli sbocchi professionali previsti per tale figura sono molto diversificati. L'educatore e l'animatore socio-educativo svolgono attività in strutture pubbliche e private che erogano servizi sociali e sociosanitari per famiglie, minori, anziani, detenuti in carcere, stranieri, nomadi. Inoltre essi possono operare negli asili nido e nelle comunità infantili, nei servizi di sostegno alla genitorialità, nelle strutture prescolastiche, scolastiche ed extrascolastiche e nei servizi educativi per l'infanzia e la preadolescenza, i servizi culturali, di mediazione interculturale, ricreativi, sportivi, servizi di educazione ambientale presso parchi, musei.

"Competenza" connubio di conoscenza (sapere) e capacità (sapere fare), dove le conoscenze di manifestano mediante capacità e le capacità riflettono le conoscenze. Distinzione delle conoscenze:

questi studenti hanno lavorato durante gli studi: circa l’80% di loro ha avuto esperienze lavorative che per il 40% circa della popolazione in esame sono risultate coerenti con il percorso di studio intrapreso. Quasi il 70% degli intervistati ha frequentato le lezioni e quasi la metà ha seguito più dei 2/3 degli insegnamenti previsti nel piano di studi. L’interesse a trascorrere un periodo di studi all’estero è molto basso e addirittura in calo dal 2009 a oggi ed il livello di competenza linguistica percepito dalle persone intervistate non è particolarmente elevato.

Il grado di soddisfazione del corso di laurea scelto è molto alto. Valutati molto positivamente sono anche i rapporti con gli altri studenti e con i docenti,. Vengono espressi pareri complessivamente favorevoli anche per gli spazi (aule, biblioteche) e le attrezzature (postazioni informatiche). Tra coloro che intendono proseguire, l’idea dominante è quella di iscriversi a un corso di laurea specialistica magistrale. Il campione sembra soprattutto interessato a lavorare nell’ambito delle risorse umane, selezione e formazione, ma con una certa propensione anche per l’area ricerca e sviluppo e per quella dell’organizzazione e pianificazione. I laureati del nostro campione aspirano a un lavoro che li porti ad acquisire professionalità ma che, al contempo, sia stabile e sicuro. Inoltre, il lavoro desiderato dovrebbe dare possibilità di guadagno, oltre che di carriera, e consentire una certa autonomia.

La condizione occupazionale dei laureati di primo livello in Scienze dell’educazione e della formazione dimostrano un calo dei partecipanti all’indagine, dal 2009 al 2012, seguito da un aumento del campione invece nelle annate 2012-13. Nonostante ciò, l’incidenza delle donne è altissima in tutti e quattro gli annui.

La formazione superiore attrae sempre meno i laureati in Scienze dell’educazione, e la percentuale di coloro che non si sono mai iscritti a un corso di laurea specialistica o magistrale aumenta di sette punti percentuali nel periodo dal 2010 al 2013. Tra i motivi della mancata iscrizione a un corso postlaurea notiamo che quelli dovuti al lavoro sono in diminuzione dal 2010 al 2012, con una ripresa nel 2013, mentre quelli di tipo economico passano dal 7% al 15% nei quattro anni di indagine. Quasi il 10% del campione denuncia la mancanza di un corso nell’area disciplinare d’interesse. Coloro che hanno scelto di proseguire gli studi dopo la laurea indicano come principale motivazione la maggiore possibilità di trovare lavoro, a cui segue il desiderio di migliorare la propria formazione. È in aumento il numero degli iscritti a un corso di laurea specialistica/magistrale in quanto, seppure in cerca di lavoro, non l’hanno ancora trovato.

Oltre il 40% nei quattro anni indagati, lavorano e nono sono iscritti alla specialistica. Nel corso dei quattro anni presi in esame, la percentuale degli educatori sociali che lavorano è diminuita di sei punti e contemporaneamente è aumentato il numero di coloro che non lavorano ma cercano un impiego, mentre resta abbastanza stabile la percentuale di chi non lavora e non cerca. Anche per gli educatori aumenta significativamente il tasso di disoccupazione e diminuisce quello di occupazione.

Dalla laurea al reperimento del primo lavorano trascorrono quattro mesi e mezzo, un dato che rimane praticamente costante in tutti gli anni presi in esame. Anche la stabilità del lavoro è un dato abbastanza costante: quasi il 40% degli intervistati ha un contratto a tempo indeterminato nei primi tre anni d’indagine. I settori in cui gli educatori sociali hanno trovato occupazione sono prevalentemente quello privato e non profit, mentre l’impiego pubblico è sempre più difficile da ottenere.

Negli stipendi mensili degli educatori sociali spicca innanzitutto la fortissima discriminazione di genere che non solo è presente, e in modo molto marcato, in tutti gli anni indagati, ma è addirittura in aumento passando da una differenza di oltre 330 euro, nel 2010, a una di oltre 390 euro, nel 2013. Gli stipendi degli uomini sono in leggero aumento dal 2010 al 2013, quelli delle donne sono in diminuzione. Circa il 40% dei partecipanti, negli anni d’indagine, ha notato un miglioramento nel proprio lavoro a seguito del conseguimento della laurea. Gli intervistati ritengono di aver migliorato le proprie competenze professionali e la propria posizione lavorativa.

I dati relativi agli anni 2009-12 mostrano una popolazione in aumento, composta per circa due terzi da donne. Molti intervistati hanno esperienze di lavoro, anche se non in linea con il percorso di studio. Il voto medio di laurea ottenuto da questi professionisti è molto buono, 107 su 110 per tutti e quattro gli anni indagati, così come elevato è il grado di soddisfazione espresso nei confronti del corso di laurea scelto. Poco oltre la metà dei partecipanti risiede nella stessa provincia in cui studia; così come gli educatori sociali, la maggioranza del campione proviene da famiglie di diplomati o con titoli di studio inferiori. Quasi la metà del campione indagato negli anni di riferimento proviene dal liceo scientifico e, in misura minore, da un istituto tecnico, con voti di diploma in media non molto anni (circa 80 su 100).

I fattori che hanno portato i soggetti intervistati a scegliere di questo percorso di studio universitario sono soprattutto di tipo culturale e professionale. L’età media alla laurea si è ridotta significativamente dal 2009 al 2012: dai 28 anni del 2009 si è passati ai 25 del 2012. Ciò è dovuto soprattutto alla diminuzione del ritardo relativo all’ingresso nell’università. Resta infatti costante la durata media degli studi universitari, che è di quasi quattro anni. Molti intervistati hanno avuto esperienze lavorative durante gli studi. Una percentuale minima di questi laureati ha trascorso un periodo all’estero durante gli studi. Per quanto riguarda le competenze informatiche di base i dati sono piuttosto positivi, così come per le competenze linguistiche: la lingua più conosciuta è l’inglese e la percezione di competenza è in significativo aumento dal 2009 al 2012. La percentuale di coloro che hanno svolto un tirocinio curriculare previsto e riconosciuto dal corso di laurea è in forte aumento dal 2009 (77%) al 2012 (88%).

Molto positivamente sono giudicati anche i rapporti con gli altri studenti e con i docenti. Sugli spazi vengono espressi pareri complessivamente favorevoli, mentre le opinioni relative alle attrezzature sono piuttosto critiche. L’intenzione di proseguire gli studi dopo la laurea è complessivamente in aumento, con un picco nel passaggio dal 2009 al 2010, al contrario di quanto registrato presso gli educatori sociali, la cui percentuale in merito è in netto calo. Gli educatori sanitari sono orientati verso molteplici direzioni: oltre alla laurea specialistica e magistrale, vedono di buon occhio sia master universitari o altri tipi di master e corsi di perfezionamento (tendenza in aumento) sia altre attività di qualificazione professionale in genere (tendena in diminuzione). Gli educatori sanitari sembrano soprattutto interessati a lavorare nell’ambito delle risorse umane, selezione e formazione e nel settore ricerca e sviluppo, con una certa propensione anche per l’area dell’organizzazione e pianificazione. I laureati del nostro campione cercano un lavoro che li porti ad acquisire professionalità ma che, al contempo, sia coerente con gli studi nonché stabile e sicuro. Il lavoro a cui essi aspirano dovrebbe dare possibilità di guadagno, oltre che di carriera, e consentire una certa autonomia, così come riferito anche dagli educatori sociali.

Nonostante le buone intenzioni espresse al momento della conclusione della laurea triennale in merito alla prosecuzione degli studi, dove oltre il 60% dei partecipanti all’indagine si diceva intenzionato a iscriversi ad

Situazioni occupazionali a confronto: domande sulla formazione specialistica/magistrale sintetizzate da cui emerge che gli educatori sociali hanno una propensione molto più forte a proseguire gli studi in ambito universitario rispetto ai professionisti sanitari, che sono invece orientati ad altri percorsi. La percentuale degli educatori sanitari che lavora è significativamente più alta rispetto a quella degli operatori sociali e anche il tasso di occupazione risulta più alto per i sanitari, ma viene confermata la diminuzione di questo dato nei quattro anni di indagine e di conseguenza si assiste a un aumento del tasso di disoccupazione sia in campo sociale che sanitario. In merito ai settori in cui gli educatori sono impegnati professionalmente, l’impiego pubblico ha subito un calo negli anni d’indagine per entrambe le figure, anche se sono gli educatori sociali a detenere la percentuale più alta di lavoratori occupati in questo settore. I guadagni mensili netti delle due figure professionali sono molto simili. Tutti gli stipendi hanno subito un calo nei quattro anni presi in considerazione, a eccezione di quelli degli educatori sociali uomini, in leggero aumento. Le competenze acquisite con la laurea triennale è significativamente più alta per gli educatori sanitari, che svolgono una professione anche più tutelata dalla legge.

SECONDA PARTE

L’analisi del tirocinio formativo e di orientamento, inteso come una macrotipologia all’interno della quale s’inscrive il tirocinio curriculare. Dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso fino a giorni nostri, da cui si nota che il tirocinio entra a pieno titolo nelle indicazioni proposte dalla documentazione ufficiale solo dieci anni dopo il Processo di Bologna. Il tema più recente che l’Unione Europea ha proposto alla riflessione internazionale è la qualità dei tirocini e la loro coerenza con i percorsi di studi svolti, al fine di salvaguardare questa istituzione e la sua importanza come momento professionalizzante attraverso cui accedere alla conoscenza diretta del mondo del lavoro. In un lasso di tempo relativamente breve, si è passati infatti da una società industriale, in cui la produzione era l’indicatore principale con cui misurare lo sviluppo, a una società dell’informazione in cui l’evoluzione veniva individuata nella quantità d’informazioni che il progredire dell’innovazione tecnologica rendeva disponibili a un certo numero sempre maggiore di persone, per giungere, infine, all’attuale società della conoscenza, in cui le potenzialità innovative risiedono nelle capacità.

Il tirocinio è un percorso che non risulta sempre facile governare. Risulta fondamentale offrire agli studenti la possibilità di approfondire la metodologia che sta alla base del tirocinio: acquisire buone capacità di osservazione, restituire e rielaborare esperienze e abitudine alla riflessione quotidiana sul proprio operato. Questi sono tutti requisiti fondamentali per il mestiere di educatore professionale. Il tirocinio, in quanto attività teorico-pratica professionalizzante, è un'esperienza di apprendimento svolta all'interno di un ambiente protetto. Non si tratta di lavoro ma di un'esperienza professionalizzante accompagnata, ossia di un primo approccio a un mestiere a fini di orientamento e valutazione delle proprie attitudini e motivazioni. È un momento formativo sul campo che dà l'opportunità agli studenti di riflettere criticamente su quella che diventerà la loro professione. Ha un valore orientativo in quanto consente di entrare in modo tutelato nel mondo del lavoro, conoscere l'organizzazione ospitante, farsi un'idea delle tipologie di contesto possibili e avere più consapevolezza in merito alle proprie scelte. Il tirocinio ha valore conoscitivo-formativo poiché permette di approfondire e ampliare in modo mirato le proprie conoscenze e iniziare così il lungo e non facile percorso di traduzione dei saperi in competenze spendibili.

Il tirocinio è un contesto concreto dove si ha l’opportunità di incontrare professionisti capaci di stimolare un’autoriflessione sul significato dell’essere educatori in formazione. Il tirocinio è in effetti un tempo limitato che si decide di vivere in un luogo scelto liberatamente sulla base di caratteristiche soggettive e delle proposte provenienti dal corso di studi. Il tirocinio diviene dunque un mezzo per iniziare a dare un’impronta professionale al percorso di studi intrapreso, sperimentando modalità per ricombinare in maniera personale le informazioni e le indicazioni raccolte fino a quel momento. Un tempo, dunque, quello del tirocinante, che ha come caratteristica centrale il fatto di essere orientato verso il cambiamento in quanto momento di sintesi tra vecchie e nuove conoscenze, tutte da trasformare in azione educativa. È infatti dall’esperienza di tanti piccoli accadimenti, in cui si incuneano passaggi significativi a livello educativo, che si attivano modificazioni importanti delle proprie competenze e del proprio agire personale. In quest’ottica il tirocinio, anziché essere la conclusione del percorso di studio, ne diviene quasi un punto di avvio, da cui si avanza nella creazione di una professionalità propria, attraverso le sollecitazioni che scaturiscono dal confronto continuo con situazioni concrete. È infatti avvicinandosi a una realtà non conosciuta, ponendosi in un atteggiamento di ascolto profondo, vivendo in prima persona la responsabilità di una relazione, che prende forma la consapevolezza del lavoro educativo. Con l’esperienza del tirocinio gli studenti iniziano a raccontare una storia che definisce in modo sempre più chiaro il proprio modo di rappresentarsi la relazione educativa. Il tirocinio è quindi visto come un viaggio conoscitivo in territori nuovi, lontano dall’abitudine a una formazione di tipo unidirezionale e frontale e prossimo invece a un sapere esperienziale da gestire in prima persona, che accompagni e integri gli studi con riflessioni che solo la realtà può muovere. L’equilibrio verso il quale si dovrà tendere è tra l’astrattezza di una visione puramente idealistica dell’educazione, poco efficace rispetto a problematiche concrete, e la mera funzionalità di una risposta circoscritta all’azione del momento.

Il corso di studi in Scienze dell’educazione di Ferrara è sempre stato, negli anni, una fonte di riflessione sui processi di cambiamento, soprattutto in ambito sociologico, psicologico e pedagogico, coerentemente con gli orientamenti indicati dal codice etico dell’università. È stata possibile una significativa evoluzione del tirocinio in ambito educativo, dove l’obiettivo di fare una sintesi tra conoscenze teoriche e realtà fattuale è stato raggiunto attraverso lo sviluppo di contesti relazionali mirati ad attivare azioni educative condivise. Dal 2006 ha infatti trovato spazio l’idea di una nuova offerta di attività propedeutiche e di tirocinio, basata innanzitutto sull’esigenza di tener conto delle necessità formative dei tirocinanti mantenendole aggiornate alle continue evoluzioni dei contesti professionali → importanza di rafforzare le relazioni fra università ed enti ospitanti. Un percorso che è giunto in tempi brevi ad assumere un’identità propria, resa ufficiale nel 2007 con l’apertura dell’anno accademico e la presentazione agli studenti della proposta formativa e dei tanti attori con cui avrebbero avuto occasione di collaborare per la realizzazione del loro personale progetto di tirocinio. I legami tra università e enti ospitanti si sono fatti sempre più stretti e improntati all’accompagnamento dei ragazzi e delle ragazze in formazione. Lavorare con i tirocinanti si è rivelato non solo e non tanto un compito aggiuntivo per gli operatori, ma un’opportunità per analizzare da una diversa prospettiva la situazione lavorativa e l’adeguatezza degli interventi, oltre che per valorizzare il proprio patrimonio di saperi professionali e tecnici consolidati. Si tratta di un approccio operativo strutturato sul metodo di rete che si basa sulla consapevolezza della necessità di aprirsi a modelli di partecipazione imperniati sull’impegno condiviso in un’impresa comune. Oggi si può a buon diritto parlare di una rete formativa che aggancia contesti educativi diversi ma che condividono una serie di finalità, linguaggi e valori, oltre che una certa esperienza nella promozione di azioni compartecipate.

Durata tirocinio formativo Il tirocinio formativo deve avere una durata massima di 12 mesi. La durata minima non può essere inferiore ai 6 mesi, al fine di consentire al tirocinante l’osservazione dell’evoluzione dei casi e dei mutamenti che intervengono nel corso del tempo, e dall’altro che l’orario settimanale, pur concordato con l’ente ospitante, non debba essere concentrato in un unico periodo ma dilazionato in un arco temporale pari allo svolgimento di un anno scolastico (9 mesi) oppure di un anno solare (12 mesi), mentre per i tirocini all’estero e per i tirocini nelle attività intensive estive la durata dovrà essere di almeno 6 mesi.

Convenzione firmata del tirocinio La convenzione è un atto che formalizza e regola il rapporto tra università ed enti ospitanti, secondo gli obblighi previsti dal D.M. 142/1998. La convenzione è un documento, gestito dal Job Centre, strettamente amministrativo che ha valore sotto il profilo giuridico e procedurale. Gli otto articoli che compongono definiscono:

  • L’oggetto della convenzione, che consiste nella disponibilità da parte dell’ente ospitante ad accogliere i tirocinanti;
  • Le finalità e i contenuti del tirocinio;
  • I doveri del tirocinante, che oltre a svolgere le attività previste dal progetto formativo deve rispettare i regolamenti aziendali, le norme di igiene e sicurezza, nonché mantenere la massima riservatezza in merito a tutte le informazioni aziendali sensibili;
  • Le assicurazioni;
  • Gli obblighi informativi: l’università si impegna a inviare una copia della convenzione e dei progetti formativi agli enti ispettivi competenti;
  • La durata della convenzione, che è annuale e rinnovabile tacitamente;
  • Il foro competente, che qualora non si riescano a risolvere amichevolmente eventuali controversie è quello di Ferrara;
  • La registrazione del contratto e la definizione delle spese derivanti.

Progetto formativo Il progetto formativo costituisce il nucleo del tirocinio, in quanto riassume i contenuti e gli obiettivi formativi del percorso. Nella sua forma burocratica deve essere compilato online sul sito di Job Centre, stampato, firmato dal tirocinante, dal tutor accademico e dal tutor aziendale e, infine, depositato al Job Centre. La progettazione dei percorsi del tirocinio è stata sviluppata secondo un approccio contestuale e socio- costruzionista, il cui assunto di base è la stretta interdipendenza tra lo sviluppo umano lungo tutto il corso dell’esistenza e il contesto in cui esso si verifica.

Attori del tirocinio

  • Il personale accademico: tutor accademico, manager didattico e tutor didattico L’attività del tutor accademico consiste nel progettare, gestire e coordinare i percorsi del tirocinio, coltivando e sviluppando le relazioni e i rapporti con gli enti ospitanti in un’ottica di collaborazione e co-costruzione di percorsi condivisi che, da un lato, soddisfino le necessità formative dei tirocinanti mantenendole aggiornate alle continue evoluzioni dei contesti professionali e, dall’altro, consentano all’ente ospitante di coltivare delle modalità di confronto con l’ambiente universitario da cui poter trarre indicazioni e stimoli utili per approfondire e aggiornare le progettazioni dei loro interventi, in funzione dei continui sviluppi delle scienze sociali. Il manager didattico è il collaborare che fornisce supporto nella fase organizzativa dei tirocini, provvede al costante aggiornamento sul sito web dei contenuti relativi al corso di studio e coordina il flusso delle comunicazioni rivolte agli studenti mediante e-mail.

Il tutor didattico è il collaboratore che ogni anno, una volta individuato il numero dei tirocini da attivare e le loro caratteristiche, si occupa di gestirne al meglio la realizzazione operativa, assistendo studenti e docenti in aula durante i seminari propedeutici, provvedendo alla raccolta dei materiali didattici che saranno poi pubblicati sul sito web e alla valutazione dell’efficacia di tali seminari nell’ottica del miglioramento continuo, tenendo i registri delle presenze e mantenendo i contatti con gli enti e con gli studenti durante tutto il percorso in funzione delle necessità che di volta in volta si manifestano.

  • Tutor aziendale Il tutor aziendale è chiamato a inquadrare e comprendere le necessità formative del tirocinante nell’ambito del suo percorso di studio ed esperienziale. Tale figura ha il compito di prendere in carico il tirocinante nel momento del suo ingresso in struttura, seguendolo nelle fasi osservative e operative del tirocinio, sia direttamente oppure delegando un altro operatore esperto. Il tutor aziendale deve essere disponibile a seguire lo studente non solo nelle attività svolte in struttura ma anche nei momenti di confronto con i referenti universitari, eventualmente anche dopo la conclusione del periodo di tirocinio. Il tutor rappresenta dunque l’anello di congiunzione fra il tirocinante e l’ente accogliente, accompagnando lo studente lungo l’intero periodo di tirocinio. Da parte del tutor, seguire il tirocinante è certamente un lavoro non semplice in quanto si tratta di cercare di comprendere di quale accompagnamento abbia bisogno per favorire la “costruzione” di un pensiero orientato alla relazione: da qui l’attenzione a una puntuale valutazione del rapporto tirocinante/contesto, poiché è dalla quotidianità che partono le stimolazioni per il procedere della riflessione. Da qui anche la necessità di un tutor che sostenga e accompagni in modo adeguato il tirocinante, così che l’eventuale errore diventi occasione di crescita, mentre ciò che è poco conosciuto diventi motivo di approfondimento. È importante che il futuro educatore impari sì ad agire con l’ottimismo di chi vuole raggiungere il risultato migliore ma, al contempo, tenendo conto delle complessità come dimensione nella quale concorrono una molteplicità di variabili: pedagogiche, psicologiche, sociologiche e culturali, fattori che impongono la necessità di un pensare non radicato sul qui e ora, ma su un’analisi del presente condotta da più punti di vista al fine di costruire azioni condivise, altrettanto complesse e orientate verso il futuro. All’interno di questo percorso, il tirocinante compie un’ascesa verso livelli sempre più complessi di apprendimento, a partire da un prima fase osservativa che si svolge sul campo dove egli ha modo sia di leggere il contesto nel suo comporsi di relazioni, soggetti e azioni, sia di iniziare a pensare se stesso come parte del contesto in rapporto con i diversi soggetti che in essi agiscono, primo fra tutti il tutor, che in questa fase iniziale ha lo specifico ruolo di mediatore del significato degli agiti osservabili. Si passa poi al secondo anello del processo in cui l’area di coinvolgimento si amplia andando a comprendere anche luoghi di progettazione ai quali il tirocinante deve poter accedere a garanzia della completezza e del significato del percorso. Infine, si giunge a un ultimo livello in cui, attraverso il confronto con il supervisore, si avvia un’azione di monitoraggio sull’esperienza nel suo comporsi di agiti e di momenti di progettazione. Si tratta dunque di uno schema metodologico di lavoro che prevede tre sfere di apprendimento tra loro complementari.
  • L’equipe degli educatori La progettazione di un intervento educativo è uno degli aspetti più delicati, perché è qui che di mette in moto una visione metaeducativa, cioè relativa ai cambiamenti attesi, veicolati da una pluralità di approcci e pratiche, prendendo in esame l’esempio dell’integrazione della disabilità a scuola. Da tempo si è giunti alla consapevolezza del fatto che la qualità dei risultati scolastici, ma anche dell’integrazione, migliora adottando una metodologia di lavoro condivisa, all’interno della quale tutti i soggetti coinvolti, genitori compresi, entrano in relazione operando in sinergia per scardinare i confini entro i quali la disabilità tende a relegare.