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Saggio Giulio Cesare di Shakespeare
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Giulio Cesare, saggio 9 “Giulio Cesare” è un’opera di Shakespeare, è ben strutturata e semplice. La posizione dell’autore nei confronti di Bruto, Cassio e Cesare è difficile da interpretare e, questo, viene considerato un punto di forza del dramma. Cesare è una figura storica importante e, perciò, Shakespeare è costretto a dare questo titolo, cioè il nome del personaggio più illustre, seppur secondario nell’opera che si sarebbe potuta intitolare “La tragedia di Marco Bruto”. Cesare, infatti, appare soltanto in tre scene, pronuncia poche parole e viene ucciso nell’atto III, scena I, proprio nel punto centrale dell’opera. Nonostante ciò, come conferma anche Bruto quando osserva il suicida Cassio, Giulio Cesare si fa sempre sentire, pervadendo l’intero testo. La fonte di Shakespeare, Plutarco nella traduzione di North, non presenta un Cesare in declino; il drammaturgo, invece, richiedeva un Cesare in crisi, un mix di splendore e debolezza. Nonostante si tratti di una narrazione convincente, è difficile comprendere questo personaggio e diversi sono i dubbi: perché i congiurati lo uccidono così facilmente? Visto che il potere di Cesare è assoluto, dov’è la sorveglianza? Dove solo le guardie? La situazione è ambigua. Shakespeare, inoltre, non utilizza come modello per il suo Giulio Cesare lo scritto di Plutarco, ma si basa sull’affetto che Marc Antonio, il popolo romano e soprattutto Bruto nutrono per lui, sentimento fortemente ricambiato nei confronti di quest’ultimo. La grandezza di Cesare, però, non viene mai messa in dubbio, a prescindere dal suo declino. Questa, difatti, è la figura più grandiosa e tra le più importanti da un punto di vista storico che Shakespeare rappresenterà. Cesare è sciocco, fatuo, ma anche molto piacevole, benevolo, anche se pericoloso. Shakespeare mostra la sua acutezza psicologica, che lo rese politico e abile soldato e, in un discorso, si nota come Cesare parli di lui in terza persona. In più, è un personaggio egocentrico, consapevole di essere Cesare e nutre, infine, una forte stima nei confronti di Cassio, un puritano. Per quanto riguarda Bruto, egli è impassibile, non è invidioso della gloria di Cesare, ma teme per il potere illimitato, anche se esercitato dal razionale Giulio Cesare. Questa paura emerge in un soliloquio. Infatti, Bruto cade nell’autoinganno ammettendo, in secondo luogo, che non vi sono critiche plausibili da rivolgere a Cesare. Contrariamente a quanto si intuisse dalla sua carriera, Cesare diverrà un irragionevole tiranno solo perché Bruto vorrà così. Quest’ultimo sembra voler essere il capo della cospirazione per uccidere Cesare: ma perché? Si parla, appunto di Giulio Cesare come riscrittura di Totem e Tabù di Freud, secondo cui il padre totem dev’essere ucciso, il suo cadavere spartito e divorato dall’orda dei figli. Si dice che Bruto sia il figlio naturale di Cesare, in effetti crea molti critici hanno notato le somiglianze che Shakespeare tra i due. Quindi, Bruto, come poi Macbeth, manifestano ambiguità edipiche verso i loro dominatori paterni. Bruto è un personaggio che si identifica con Roma, e questo suo forte patriottismo si rileva un difetto, proprio come per Giulio Cesare. È inquietante come all’improvviso Bruto si trasformi in un’anticipazione di Macbeth: ciò avviene in un soliloquio che si adatta perfettamente al primo atto di Macbeth. Bruto anticipa l’immaginazione prolettica di Macbeth e l’idea del <<dominio dell’uomo>> viene ripresa dal re pazzo nell’atto I (scena iii, verso 140). Macbeth non possiede la razionalità di Bruto, e Bruto non possiede la sua fantasia, ma è come se i personaggi si fondessero l’uno con l’altro. La differenza sta nella visione del <<dominio dell’uomo>> di Bruto più triste e solitario rispetto a quello di Macbeth. Macbeth è lo strumento di forze soprannaturali che trascendono Ecate e le streghe, mentre Bruto non è influenzato da forze soprannaturali, ma lo è dalla propria ambivalenza, da cui
è riuscito a fuggire. Mascherando i propri sentimenti, Bruto decide di credere in una finzione, per cui, Cesare diviene un ‘‘Tarquinio’’. Questa versione di Cesare, non la ritroviamo poi nel discorso finale di Cesare. Un discorso in cui, Cesare idealizza se stesso, si sente come la Stella del Nord del suo mondo, e il suo domino dipende in parte dalla sua coerenza. In questo discorso, la gerarchia naturale diviene politica: Cesare non ha superiori naturali, la descrive come una dittatura tra le sue mani. Lo scettico, potrebbe pensare che il politico si nasconda dietro la maschera del naturale, ma in realtà la disinvoltura naturale è la grande dote di Cesare, invidiatagli da Cassio. Cesare, è artefice della propria tragedia, sia in vita che in morte. Possiamo pensare alla sua morte come sacrificio volontario a favore dell’ideale imperiale. Il freddo disimpegno della posizione assunta in Giulio Cesare , consente a Shakespeare di chiamare a raccolta le sue forze interiori, come Cesare che chiamava a raccolta le proprie conquiste. Le vere vittime di questa tragedia sono Bruto e Cassio (come in Antonio e Cleopatra, i vincitori non sono Marc’ Antonio e Ottaviano). I vincitori sono Cesare e Shakespeare, infatti i migliori versi della tragedia mettono in buona luce Cesare, con le sue considerazioni sulla morte. Questo discorso è diverso dall’ <<essere pronti è tutto >> di Amleto. Quest’ultimo infatti spiega la prontezza dello spirito, nonostante la debolezza della carne. Cesare, invece, punta tutto sull’eternità. Quest’ampollosità, fa sì che Cesare non ci appaia così amabile, da permettere a Bruto di ingannarci del tutto. Il Bruto di Shakespeare è difficile da categorizzare. Non possiamo definirlo un eroe-sbagliato. Bruto può cercare di affermare la ragione contro il cuore, ma sul piano pragmatico pugnala Cesare, caro amico se non padre segreto, spiegando alla folla i motivi per lui lo avrebbe ucciso. Bruto è un vero e proprio enigma, che quasi ci affascina. Chi e che cosa è Bruto? Bruto incarna l’ <