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Saggio: L'età difficile di E. Mondello, Appunti di Letteratura Italiana

Riassunto dei capitoli 1-2-3-4

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 03/04/2020

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L’età difficile
1.Un tempo oscuro e pieno di tormenti. Girolamo, Luca e Agostino di Alberto Moravia
Il sesso come rivelazione
Agostino di Moravia è uno dei testi che racconta con maggior drammaticità quanto doloroso
possa essere varcare malamente la soglia de “l’età difficile”.
La scoperta della sessualità della madre.
Agostino è risucchiato da un vortice di emozioni e di eventi che non riesce a governare. Ma è
consapevole di aver varcato un confine che non consente ritorni indietro.
Agostino, definito «favola» da Moravia, viene composto ad Anacapri in un solo mese,
nell’agosto del ’42. Agostino è un adolescente, ma l’educazione ricevuta lo porta a vivere
un’età ancora infantile: trascorre la vacanza da bambino abbiente tra la casa e lo stabilimento
balneare, condividendo la giornata con la madre. Tutto cambia con l’entrata in scena di un
corteggiatore della madre; e con l’incontro di un gruppo di ragazzini del popolo.
Il protagonista conosce il sesso e la differenza di classe. Cerca riscatto e la dimostrazione di
una conquistata maturità andando in un bordello, ma viene cacciato. Anche la madre,
nonostante le sue richieste continuerà a trattarlo come un ragazzino.
Adolescenza lunga età di difficoltà e miserie.
Agostino personaggio che incarna con maggior nettezza l’immagine dell’adolescente in
difficoltà. Accanto a lui vanno collocati anche Girolamo e Luca, protagonisti rispettivamente
del racconto Inverno di malato (1930) e del romanzo La disubbidienza (1948). Opere
impossibili da ignorare perché fanno parte della raffigurazione moraviana del passaggio dalla
fanciullezza alla maturità.
Le tre opere sono inscindibili concettualmente e disegnano un territorio di riflessione
dedicato alla formazione che si sarebbe potuta tradurre in un’esperienza editoriale unica;
secondo un progetto ipotizzato da Moravia stesso nel ’48, progetto che vede luce all’estero,
dove i due testi principali sono pubblicati in un unico volume «Two Adolescens: The stories of
Agostino & Luca».
In realtà Moravia frequenta il tempo dell’adolescenza anche in alcune opere tarde, che non
hanno rapporto diretto con i titoli degli anni 30 e 40 Il viaggio a Roma (1988). Il tema del
passaggio alla maturità attraverso un apprendistato sessuale torna anche nel racconto Il
vassoio davanti alla porta (1988).
Differenze strutturali tra i testi pag. 22-23.
Agostino è pubblicato nel 1944 , due anni dopo la sua stesura e in piena occupazione nazista.
Gli venne attribuito dal «Corriere lombardo» il premio letterario dopo la fine della guerra che
lo scrittore, troppo povero per pagare il viaggio a Milano, non ritira.
L’opera diviene un “caso letterario”, ricco di bibliografica critica.
Agostino rappresenta un momento di evoluzione della scrittura di Moravia. Fin dal momento
della pubblicazione viene colto un legame palese tra Agostino e il racconto Inverno di malato
(storia di una sgradevole iniziazione sessuale di un diciassettenne, Girolamo rinchiuso in un
sanatorio montano).
Le opere che Moravia ha dedicato al sofferto passaggio dall’adolescenza alla maturità, creando
vari «personaggi-figli» si completano con La disubbidienza (1948), la cui trama modifica solo
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L’età difficile

1.Un tempo oscuro e pieno di tormenti. Girolamo, Luca e Agostino di Alberto Moravia Il sesso come rivelazione Agostino di Moravia è uno dei testi che racconta con maggior drammaticità quanto doloroso possa essere varcare malamente la soglia de “l’età difficile”. La scoperta della sessualità della madre. Agostino è risucchiato da un vortice di emozioni e di eventi che non riesce a governare. Ma è consapevole di aver varcato un confine che non consente ritorni indietro. Agostino , definito «favola» da Moravia, viene composto ad Anacapri in un solo mese, nell’agosto del ’42. Agostino è un adolescente, ma l’educazione ricevuta lo porta a vivere un’età ancora infantile: trascorre la vacanza da bambino abbiente tra la casa e lo stabilimento balneare, condividendo la giornata con la madre. Tutto cambia con l’entrata in scena di un corteggiatore della madre; e con l’incontro di un gruppo di ragazzini del popolo. Il protagonista conosce il sesso e la differenza di classe. Cerca riscatto e la dimostrazione di una conquistata maturità andando in un bordello, ma viene cacciato. Anche la madre, nonostante le sue richieste continuerà a trattarlo come un ragazzino. Adolescenza  lunga età di difficoltà e miserie. Agostino personaggio che incarna con maggior nettezza l’immagine dell’adolescente in difficoltà. Accanto a lui vanno collocati anche Girolamo e Luca, protagonisti rispettivamente del racconto Inverno di malato (1930) e del romanzo La disubbidienza (1948). Opere impossibili da ignorare perché fanno parte della raffigurazione moraviana del passaggio dalla fanciullezza alla maturità. Le tre opere sono inscindibili concettualmente e disegnano un territorio di riflessione dedicato alla formazione che si sarebbe potuta tradurre in un’esperienza editoriale unica; secondo un progetto ipotizzato da Moravia stesso nel ’48, progetto che vede luce all’estero, dove i due testi principali sono pubblicati in un unico volume «Two Adolescens: The stories of Agostino & Luca». In realtà Moravia frequenta il tempo dell’adolescenza anche in alcune opere tarde, che non hanno rapporto diretto con i titoli degli anni 30 e 40  Il viaggio a Roma (1988). Il tema del passaggio alla maturità attraverso un apprendistato sessuale torna anche nel racconto Il vassoio davanti alla porta (1988).  Differenze strutturali tra i testi pag. 22-23. Agostino è pubblicato nel 1944, due anni dopo la sua stesura e in piena occupazione nazista. Gli venne attribuito dal «Corriere lombardo» il premio letterario dopo la fine della guerra che lo scrittore, troppo povero per pagare il viaggio a Milano, non ritira. L’opera diviene un “caso letterario”, ricco di bibliografica critica. Agostino rappresenta un momento di evoluzione della scrittura di Moravia. Fin dal momento della pubblicazione viene colto un legame palese tra Agostino e il racconto Inverno di malato (storia di una sgradevole iniziazione sessuale di un diciassettenne, Girolamo rinchiuso in un sanatorio montano). Le opere che Moravia ha dedicato al sofferto passaggio dall’adolescenza alla maturità, creando vari «personaggi-figli» si completano con La disubbidienza (1948), la cui trama modifica solo

parzialmente lo schema dei due testi precedenti, impegnati sulla subalternità totale verso il mondo dei protagonisti, ai quali la narrazione non riserva alcuna conclusione positiva. Girolamo e Agostino saranno sconfitti o si riveleranno degli «inetti». La disubbidienza narra il “male di vivere” che trova una soluzione grazie a un’iniziazione sessuale (trama pag. 26). La lettura maggiormente diffusa, basandosi sulle date di pubblicazione, tende a vedere in Luca lo sviluppo evolutivo di Agostino, trasformazione in violenta ribellione durante la seconda adolescenza, del malessere e del trauma vissuto nella prima. E lo stesso Moravia ha definito La disubbidienza «la continuazione di Agostino». Massimo Onofri retrodata l’inizio della composizione de La disubbidienza al 1941, quando Moravia è a Capri. Se questo dato fosse certo, pur nelle varianti crono tipiche:

  • Agostino : mese di agosto in Versilia
  • Inverno di malato : stagione fredda, in montagna (Girolamo)
  • La disubbidienza : a Roma, fine delle vacanze estive e inizio delle lezioni (Luca) E nelle differenze di età dei personaggi Agostino ha 13 anni, Luca 15 e Girolamo 17, appare congrua una lettura evolutiva che vedrebbe Agostino come ultima opera delle tre. L’attenzione di Moravia alle teorie psicanalitiche è manifesta, l’idea è quella di costruire un percorso a ritroso dell’interno gruppo di opere sull’adolescenza. Tale percorso inizierebbe con la storia più antica e più autobiografica, quella di Girolamo, per proseguire la riflessione rispecchiandosi in protagonisti via via più giovani: ripercorrerebbe a ritroso le tappe della crescita, risalendo all’esperienza di sofferenza e ribellione di Luca, per approdare all’origine, cioè alla mancata iniziazione erotica di un adolescente, Agostino, che esce dalla fase di “latenza sessuale” ed entra malamente nell’“età di difficoltà e miserie”. Probabilmente la data di genesi de La disubbidienza è invece posteriore a quella di Agostino , come sembra indicare una lettera del 1947 al suo editore V. Bompiani. L’approccio dello scrittore al tema dell’adolescenza e la contiguità nella composizione dei due fa sì che la discrepanza abbia comunque un valore limitato. Moravia, il quale lavora a La disubbidienza fino al 1947,lo ritiene il «mio capolavoro». I tre testi confermano l’impossibilità di prescindere dall’influenza della psicoanalisi intesa come il motore cui sono riconducibili le scelte fondamentali compiute sia dai singoli soggetti sia dai gruppi sociali. Psicanalisi, autobiografismo e iniziazione Nell’ambito di una lettura della rappresentazione moraviana dell’adolescenza, è interessante citare le posizioni coeve che interpretano in chiave psicoanalitica i tre testi (in particolare Agostino e La disubbidienza ). Collocare i testi moraviani all’ombra di Freud è una costante di quasi tutti gli interventi di un certo rilievo. Domenico Fernandez “Il romanzo italiano e la crisi della coscienza moderna”. Edoardo Sanguineti “Alberto Moravia”. Non può spiegarsi un rapporto con una lettura psicanalitica, peraltro anche ignorando alcune indicazioni dell’autore. Girolamo, Luca e Agostino, ognuno in modo diverso, si scontrano con il sesso e la differenza di classe e questo impatto, nell’esistenzialismo realistico di Moravia, ha il segno di un incontro con la modernità. Agostino è un’opera di finzione (una favola), ma il suo carattere fantastico non le impedisce di avere una relazione con la realtà storica. I testi moraviani inviano tutti al lettore un potente

particolare, inserendolo nella questione del Bildungsroman che secondo Franco Moretti, collasserebbe all’inizio del ’900, proprio perché le sue caratteristiche fondamentali, l’essere una rappresentazione dell’autocoscienza, lo porterebbero a ritirarsi sconcertato di fronte alla realtà inconscia. Alcuni testi moraviani propongono il tema centrale del Bildung: sono opere incentrate sullo scontro tra il personaggio e l’esterno, fra le sue caratteristiche, e la realtà che gli si propone nuova e cambiata. (Giovanna Rosa p.41) Luca, Agostino (e anche Girolamo) rappresentano in modo esemplare il personaggio novecentesco che, collocato nei cronotopi diversi da quelli del classico romanzo di formazione, sperimenta nell’adolescenza (cioè con molto anticipo da un punto di vista meramente cronologico), quanto il personaggio del giovane deve affrontare nel modello cronologico 7/8centesco. Nel XX sec. è con l’uscita dall’infanzia che inizia la fase in cui il protagonista romanzesco si incontra con il mondo e fa i conti, dolorosamente, con un consapevole processo di crescita e nuove richieste sociali, esibendo la dimostrazione di adeguamento (o di ribellione) alle norme dell’adultità. Nel commento di Luigi Russo ad Agostino , che il critico propone di far leggere ai giovani, testimoniando un suo valore educativo, potremmo vedere riconosciuta un’altra delle caratteristiche del romanzo di formazione, cioè l’estensione della formazione anche al lettore, che il narratore comprende nel processo. Anche chi legge viene “educato” attraverso il racconto. I personaggi dei testi moraviani incentrati sull’adolescenza devono affrontare il rito di passaggio dallo status di bambino a quello di giovane e il superamento di prove Riti di iniziazione :la visita alla casa di tolleranza e il sesso con donne di differente estrazione sociale. Topos è l’amplesso con una cameriera, governante o contadinella, sono i classici riti di iniziazione presenti nel romanzo 9centesco. Persino lo stupro può diventare un tragico rito di iniziazione, come ne La ciociara , in cui una violenza subita trasforma la timida e religiosa Rosetta in una creatura affamata di sesso. La violenza, non solo sessuale, è un modello di comportamento narrativo rappresentato come tipico durante la fase del “passaggio di vita” e intrinseco ad una cultura maschile basata su un rapporto competitivo, volti a stabilire la propria posizione quale che sia: subalterna o dominante. Esemplare è la descrizione di Moravia delle umiliazioni e delle derisioni che il commesso Brambilla impone a Girolamo, fino a ridurlo ad uno stato di sottomissione psicologica che assume le caratteristiche di un doppio legame. Qualcosa di simile fa Agostino, ma con un’accentuazione dell’elemento della passività e della dipendenza che lo porta persino a confessare un’esperienza omosessuale in realtà rifiutata, quando si rende conto della correlazione esistente nella banda di ragazzi fra invidioso disprezzo per la sua ricchezza e la sua supposta corruzione. Invece di reagire e di assumere un posizionamento più forte, l’adolescente fa la scelta opposta, adottando un atteggiamento subalterno, quasi mimetico. Nel suo doloroso percorso Agostino attraversa (ma non supera) le tre fasi dei riti dell’iniziazione, denominate: separazione , transito e reintegrazione. Con i termini di Victor Turner: l’adolescente entra nella fase dell’iniziazione, del pre-limen (limen: confine, ma anche soglia), ma rimane sospeso, senza riuscire a raggiungere la terza fase, post-liminare, in cui soggettivamente e socialmente avrebbe acquisito uno statuto più adulto, da un lato con l’integrazione nel gruppo e dall’altro con il superamento dei fantasmi edipici e una raggiunta sessualità matura. Lo stesso potremmo dire per Girolamo, anche lui

rimane bloccato sulla soglia. Diverso sembra essere il destino di Luca la cui condizione di liminalità perdurante nel tempo porta il ragazzo all’autodistruzione, ma l’Eros lo salva e ha la meglio su Thanatos che, nel rito di passaggio sembra offrigli la soluzione alle sue difficoltà. La condizione liminare, quale caratteristica dell’adolescenza descritta da Moravia ha tutte le peculiarità di quel cronotopo che Bachtin descrive come «pregno di alta intensità valutativa emozionale», cioè la soglia il cui «completamento essenziale è il cronotopo della crisi e della svolta di una vita». Tema della soglia inteso come l’essere “tra” è evidente in tutte e tre le opere. Il limen : frontiera interiore la cui funzione non è protegge, perché sperimentarsi nell’ignoto fa parte delle condizioni del suo superamento, e infatti, Girolamo tenta di varcare il muro con la seduzione, Agostino con il confronto con il gruppo, Luca facendo a meno di ciò che possiede. Tutti dimenticando, lasciando o abiurando la propria condizione borghese. La liminalità anche nel corpo: che è espressione dell’incontro tra individuo e società che si è rivelata a Luca in tutta la sua inautenticità. Per Luca la soglia è stata varcata, la crisi è stata superata e dalla condizione liminale Luca è passato a quella post-liminale del reingresso nel mondo.

2. Nato da una stirpe di eroi. Arturo di Elsa Morante Una favola ovvero la realtà L’isola di Arturo, pubblicato nel 1957 e vincitore del Premi Strega di quell’anno, il libro rivela al grande pubblico la scrittrice la cui prima opera, Menzogna e sortilegio (1948), aveva suscitato reazioni contrastanti. Fu molto apprezzata da G. Lukacs. Morante è una scrittrice schiva, appartata. In pochi mesi il romanzo conquista un pubblico eterogeneo che ne apprezza la novità tematica e la saggezza della scrittura nel trattare disagi e scoperte, sogni e proiezioni, amori e delusioni adolescenziali ai quali è dedicato il libro inusuale nella letteratura italiana. L’idea del romanzo le viene in mente da un episodio narratole da un’amica, di un ragazzino decenne divenuto geloso per la nascita del fratello: inizia così ad analizzare il sentimento. Il romanzo abbraccia due anni cruciali della vita dell’adolescente, descritti minuziosamente ma sfumati, in una sorta di ossimoro narrativo, entro la nebbiosa atemporalità della favola. Trama : Arturo Gerace ha 14 anni all’inizio della storia, è un adolescente selvatico, orfano della giovane madre isolana, morta di parto, di cui conserva un’immagine ingiallita, con un padre per metà tedesco, biondo e bello, assente da Procida per lunghi periodi e in realtà incurante del figlio. Ma agli occhi ingenui del fanciullo Wilhelm Gerace, appare circondato da un’aura sacrale che ne fa una divinità teutonica da compiacere e adorare, sicché sarà ancora più dolorosa la rivelazione della falsità e della vera natura del suo idolo. Arturo vive nella Casa dei Guaglioni, un ex convento fatiscente e con un passato oscuro in cui non sono ben accette le donne, lasciato al padre da un misogino e misterioso benefattore, Romeo l’Amalfitano. È una sorta di prigione quell’edificio e non solo perché simbolo di un’istituzione, la famiglia, per definizione costrittiva, ma perché il giovane Gerace non ha rifugio alternativo se non le spiagge e le rocce dell’isola su cui svetta un altro luogo, la fortezza di Terra Murata, che è un vero carcere. Possiede poco o nulla Arturo, se non tanti libri classici che legge avidamente e una barca, in una suggestione piratesca sa lui battezzata Torpedinera delle Antille.

Arturo: prigioniero dell’infanzia isolana. Ciò che rimane loro è la costruzione mnemonica, che trasformano in narrazione. Il tema del doppio e delle coppie antagoniste, simmetriche o a specchio , è sviluppato soprattutto in senso funzionale nell’architettura romanzesca: due sono le “stelle” Arturo e Tonino; due le madri, quella vera e Immacolatella; due le donne, Assuntina e Nunziatella. Anche Wilhelm è un personaggio doppio, con una vita eterosessuale a Procida, e una omosessuale in Campania, così come i due adolescenti Arturo e Nunziata nascondono una duplicità, dissimulando pulsioni sessuate sotto la maschera convenzionale della relazione parentale. Anche il luoghi sono caratterizzati da un rapporto simbolicamente antagonista che definiscono la geografia del romanzo: isola e mondo, Procida e continente, interni abitativi e spiaggia, spazi chiusi e aperti; e la Casa dei Guaglioni e il carcere. La Morante fa sì che dualismo e conflitto agiscono anche all’interno dei singoli personaggi, perché strutturalmente definiti doppi o perché si verifica una mutazione. Doppio lo è, o lo diventa, il ruolo/l’identità di molti personaggi, come avviene per il soldato Silvestro, che si trasforma nel balio di Arturo; e per il padre, mezzo tedesco e mezzo isolano, la cui alterità dimostra essere una misera messa in scena: mistificatore che inganna moglie e figlio. La stessa Nunziata, ragazza di mutevole aspetto, bella e brutta, ora prodiga di cure materne verso il figliastro, ora seduttiva, simboleggia la contraddizione e la duplicità. Tema del doppio: sono presenti molte situazioni e invenzioni narrative che declinano l’interpretazione che ne fa Morante nel romanzo, la cui straordinarietà risiede nella realizzazione, attraverso una narrazione che attinge al repertorio del mito e della fiaba, dal racconto di una metamorfosi, cioè dall’uscita dell’adolescenza del giovane Gerace attraverso una serie di prove. Le memorie del fanciullo non sono però solo un romanzo sull’iniziazione di Arturo (limitato al valore del qui e ora) ma sono un testo che ha l’ambizione di descrivere le difficoltà e il disagio della condizione adolescenziale e la sua drammaticità. Pur essendo costruito secondo la forma antirealistica (fiabesca) L’isola di Arturo si propone quale romanzo “ realistico ”. La Morante vuole che siano ben chiare al lettore le coordinate interpretative entro cui collocare le sua rappresentazione dell’adolescenza. Ancora più realistica sarà la quarta dell’edizione del 1975 con la vera spiegazione de L’isola di Arturo quale Bildungsroman. Negli anni subito seguenti alla pubblicazione del romanzo, erano diverse le opinioni sulla scrittrice stessa, due sono i blocchi di lettori: 1) gli indifferenti; 2)i sedotti. Oggi le opinioni sono mutate, arricchite da importanti contributi e materiali inediti pubblicati negli anni Duemila. L’opera poetica che segue Morante è quella che attraverso la realtà degli oggetti rende la loro diversità poetica ed è solo l’interezza dell’immagine rappresentata a distinguere racconto e romanzo: il primo infatti rappresenta un momento della realtà, il secondo rappresenta una realtà. «Io se in lui mi ricordo ben mi pare …» «Odissea alla rovescia» e «piccola, criptica Achilleide resuscitata» secondo due efficaci definizioni dell’amico e tante volte prefatore Cesare Garboli: il romanzo è un testo complesso che dopo oltre mezzo secolo, si offre ancora all’interpretazione, rinnovata ora dai materiali sconosciuti ora consultabili.

Arturo ha la sua iniziazione sessuale con una ragazza, diventa un uomo, è desiderato da Assuntina e anche da Nunz, ma di un amore percepito come incestuoso, della distruzione di tutte le sue certezze e della “caduta” del dio padre. Per arrivare alla maturità deve passare attraverso i diversi misteri. Dietro lo sconquasso e la ricerca di un’uscita dal limen di Arturo, che consiste anche nel superare l’insopportabilità della propria condizione familiare, ci sono le emozioni personali della Morante, la quale mimetizza nelle opere sé stessa e la propria storia. È la sua una presenza che, in tempi recenti, si è compreso essere più complessa del rapporto fra ispirazione, vita e scrittura creativa comune alla maggioranza degli scrittori: assume forme di partecipazione oculata nei testi in modo criptico nascosta nelle citazioni e nei rimandi. Morante ama l’inserimento di indizi celati nelle opere e di enunciati teorici in chiaro nei saggi e nelle interviste, esibendo negli interventi ciò che per altra natura nasconde. I suoi libri, dichiara Enzo Siciliano, sono autobiografici perché tale è il carattere della forma romanzo. Elsa è Elisa e Arturo: ma se per la protagonista di Menzogna e sortilegio la proiezione identificativa non è inattesa, quella con Arturo è più inaspettata e mediata. Tutto il paratesto de L’isola di Arturo è una costruzione enigmatica, tesa a fornire elementi di significazione al romanzo e insieme ad occultarli; si apre con un verso della lirica Il fanciullo appassionato del Canzoniere di Saba «Io, se in lui mi ricordo, ben mi pare …», preceduto da una lunga dedica a Remo N. Il primo offre la chiave interpretativa della seconda, che nasconde il vero destinatario: il verso di Saba serve a l’identificazione con il personaggio, mentre Remo N. (Natales) è anagramma di Elsa Morante. Elsa non sembra avere consapevolezza delle motivazioni che l’avevano portata a scrivere L’isola di Arturo , ma non è difficile immaginare il possibile legame tra la dedica a sé stessa e il desiderio di essere un ragazzo, come scrive a Debenedetti in una lettera. Dopo la pubblicazione del libro Elsa Morante racconta più volte dell’antico desiderio di essere un fanciullo, non un uomo, nato quando da bambina voleva i giochi e i ruoli dei maschi. Alla radice di questo c’è la differenza fra il mondo pratico delle fantasie delle bambine, fatto di matrimonio, bellezza, maternità, limitato entro i confini del reale, e quello dei maschi proiettati verso i regni della fantasia. Desiderava essere un maschio quando si trova a giocare nel riformatorio dove lavora il padre Augusto Morante come istitutore. I ragazzi rinchiusi lì dentro non la spaventano, anzi le sembrano degli «angeli» che insegnano i loro giochi a una bambina. Inizia ad ammirare l’universo maschile a lei precluso e fa di un ragazzo il protagonista preferito della sua fantasia narrativa. Quella di Morante è “una scrittura come riparazione”, un modo per ridefinire una perdita che attiene al sé. Nell’origine delle opere c’è il lavoro del lutto, nato per il bisogno di controllare un disagio e una sofferenza che, attraverso la mediazione del fantastico, trasforma l’elaborazione di un dolore personale in linguaggio e testo scritto. Morante non ha dubbi nel teorizzare una scrittura che nasca, liberandosi, dal lato oscuro del sé: lo scrittore deve immergersi nella realtà, sopportando fatica e dolore, al fine di affrancarsi da ciò che chiama i «suoi mostri irreali». Il lungo lavoro per il romanzo del ragazzo-stella è stato parte di questa traversata di Morante, ma il percorso della scrittrice non si conclude con l’esaltazione della vita intatta e insieme di quanto sia dolorosa la rivelazione della realtà La nostalgia di quell’età è un tema che accompagna negli anni la metamorfosi della sua scrittura e trova la sua forma espressiva ne Il mondo salvato dai ragazzini.

La stessa distanza Ginzburg la professa, come la sua amica Morante, nei confronti del femminismo che afferma di non amare come atteggiamento dello spirito o per ciò che definisce il suo presupporre una superiorità femminile, ma ripete di apprezzare i movimenti delle donne. Nel tempo, in realtà comincia ad accettare l’dea di una differenza di genere, seppur confusamente. Nel 1963, dopo la pubblicazione del romanzo, sul Corriere della Sera Montale scrive a proposito del romanzo: «Il linguaggio di Lessico famigliare sta addirittura al di sotto del livello medio del nostro standard di conversazione». L’oscillazione fra simpatia e antipatia che traspare da tutta la recensione, culmina in una ambigua valutazione sullo stile, che è diventata una citazione obbligata quando si parla dell’opera, assieme ad alcuni termini: «delicatezza» e «insignificanza del tocco», «chiacchiericcio». Le polemiche letterarie non incidono sulla valutazione del pubblico. L’intreccio di memorie personali e memorie storiche, il racconto della vita modesta della famiglia Levi inserita nel contesto culturale e politico della Torino tra le due guerre, le vicende della narratrice seguite attraverso il drammatico passaggio della guerra e della Liberazione, disegnano un affresco della Storia d’Italia lungo quarant’anni, che affascina il lettore, allora come oggi. Quei 4 decenni coincidono con gli anni dell’infanzia, della crescita e della maturità della narratrice che sembra anche la protagonista centrale del racconto. Ma non lo è. Così come il romanzo, ben lontano dall’essere “semplice”, è un sistema narrativo complesso in cui s’intrecciano precisione, tono medio, riproduzione dell’oralità all’interno di una costruzione tutt’altro che ingenuamente spontaneistica. Il sostrato autobiografico non fa del libro un’autobiografia. Anzi a ben guardare alcuni dei momenti fondamentali della vita di Natalia Levi mancano. L’immagine dell’adolescenza della narratrice è particolarmente sfocata e inconsistente: il lettore ne trova nel romanzo una rappresentazione assai scarna, mentre tracce di ciò che è stata per la scrittrice quell’età difficile sono più esplicite in altre opere. Questa messa tra parentesi, risulta essere il prodotto di un intreccio di elementi sia strutturali, interni all’opera, sia generali, legati al percorso complessivo di Natalia, al faticoso approdo alla scrittura e al riconoscimento pubblico del suo valore. Gli anni che vanno dall’infanzia al matrimonio sono taciuti e la bambina nata nel 1916, durante la Grande Guerra, con una svolta narrativa improvvisa diventa la moglie di Leone Ginzburg in un anno difficile, quel 1938 in cui vengono promulgate le leggi razziali: sappiamo che si frequentano, che Leone, in carcere, riceve le sue lettere e si domanda se ne sia innamorato, che la stima come autrice e l’ha aiutata nei suoi esordi. Ma tutto ciò non appare nel romanzo, in cui sono presenti alcuni riferimenti doverosi riguardo agli eventi di quel periodo, sempre narrati con il tono ironico e quasi infantile tipico di Lessico Famigliare , che sarà rimproverato all’autrice da alcuni critici. La scelta di una totale assenza di focalizzazione del personaggio della narratrice non è limitata agli anni dell’adolescenza: in tutto il libro l’immagine che di sé che fornisce la narratrice al lettore è solo all’apparenza definita, in realtà è episodica. Natalia Levi quale soggetto è sempre in secondo piano. La motivazione di questa scelta autoriale, è quella dichiarata dalla stessa autrice nell’ Avvertenza premessa al romanzo, dove dichiara «benché tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come fosse un romanzo: e cioè senza chiedergli nulla di più, né di meno, di

quello che un romanzo può dare […] vi sono molte cose che pure ricordavo, e che ho tralasciato di scrivere; e fra queste, molte che mi riguardavano direttamente. Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa infatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia». Natalia compose Lessico famigliare in poche settimane tra l’ottobre e il novembre del 1962; nell’autunno dello stesso anno esce la raccolta di interventi e saggi Le piccole virtù , redatti dalla fine degli anni 40 in poi. È tornata a Roma e le manca Londra, città dove ha vissuto seguendo il secondo marito, l’anglista Gabriele Baldini. Compone di getto il testo e afferma nella Nota «non so se sia il migliore dei miei libri: ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà». «Scriverlo per me era del tutto come parlare». Lessico famigliare non è un’autobiografia sebbene i lettori in maggioranza lo vivano come tale: l’ispirazione e il centro narrativo del romanzo sono portati fuori dal Sé. Il focus è sui personaggi che compongono il gruppo familiare. Al centro dell’attenzione della scrittrice ci sono la lingua, le parole e i caratteri così particolari dei familiari. Lessico famigliare è la concretizzazione di un antico progetto: «Devo aggiungere che nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito». La genesi di un romanzo, con questo duplice carattere moralistico e creativo, quale storia della famiglia Levi e insieme realizzazione di un’antica idea dell’autrice, può spiegare il posizionamento anomalo del narratore, che oscilla fra interno ed esterno, ma non l’assenza del racconto di un periodo centrale nella vita e nella formazione, cioè negli anni dell’adolescenza. In altre opere Ginzburg racconta la sua “età difficile”, ma le tante informazioni offerte nel libro ruotano attorno ad un unico argomento: la scrittura. È come se lo scrivere sia l’unico desiderio e l’unico progetto che impegna Natalia assai poco coinvolta, invece, da altri interessi, certo non lo studio, praticato nell’infanzia in solitudine, costretta all’educazione privata. Quando le elementari fatte in casa finiscono, inizia un periodo ancora più buio. La madre la iscrive al Liceo-Ginnasio Vittorio Alfieri, che frequenta con poco entusiasmo, scarso profitto e dove sostiene l’esame di maturità classica. Frequenta la facoltà di Lettere ma non consegue la laurea. Il cammino verso la maturità si svolge all’insegna della pulsione verso la scrittura e l’“iniziazione”, l’uscita dall’adolescenza corrisponderà alla tanto agognata pubblicazione di un testo. Volendo individuare le tappe di un percorso creativo della giovane Natalia possiamo distinguere un momento iniziale precoce e infantile di produzione poetica, un secondo periodo in cui comincia a scrivere racconti, alcuni dei quali saranno finalmente pubblicati a partire dal 1934 col nome di Natalia Levi, e una terza fase in cui, al confino, compone il romanzo La strada che va in città , scritto nel ’41 ed edito nel ’42 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte. Ristamperà il libro nel ’45 col nome di Natalia Ginzburg, e con cui firmerà tutte le opere successive. La triade dei nomi differenti: Natalia Levi – Alessandra Tornimparte – Natalia Ginzburg è stata analizzata da alcuni critici in relazione all’evoluzione dei temi narrativi, che rispecchierebbero

Descrivendo quegli anni Ginzburg fa continuamente ricorso alla sua immagine tipica: avere o non avere parole. Racconta di una crisi di creatività. Finalmente supera quella fase e scrive la sua «prima cosa seria», un racconto breve Un’assenza , che inaugura un periodo della durata di circa sei anni in cui continua a comporre brevi racconti, sperimentando così quanto il suo mestiere sia davvero artigianato, laboratorio, costruzione. È la sua modalità di crescita, di superamento dell’adolescenza e di graduale entrata nella maturità, che simbolicamente è certificata dalla prima pubblicazione di un testo su una rivista. Non si cimenta più nelle poesie, ma nelle novelle, usualmente date in lettura ad alcuni fra i tanti intellettuali e scrittori amici di casa Levi. Quando la ragazza ha 17 anni, ad esempio, le fa leggere a Mario Soldati che le apprezza e le manda un telegramma di incitamento. I suoi racconti diventano anche un argomento di conversazione per sdrammatizzare situazioni difficili, come sembra di capire dall’episodio raccontato in Lessico famigliare in cui il quadernetto su cui Natalia usa scriverle è sottoposto a Pitigrilli, in visita per ben altri motivi, cioè perché erano stati arrestati sul confine svizzero il fratello Mario e a Torino il Prof. Levi, Sion Segre, Leone Ginzburg e altri antifascisti. A prima vista secondario, l’episodio raccontato nel romanzo è più significativo di quanto sembri, perché esemplifica una delle modalità narrative tipiche del Lessico : lo sguardo all’apparenza acritico, quasi infantile, della narratrice, che sembra incapace di gerarchizzare gli eventi, ponendo sullo stesso piano un fatto minimo e uno gravissimo. Natalia Levi ha ben chiaro che non desidera entrare nei suoi testi come soggetto, teme l’autobiografismo, il sentimentalismo e quanto possa apparire femminile. Tempo degli esordi ufficiali: ha diciotto anni e un racconto, I bambini (firmato Natalia Levi), esce sulla rivista «Solaria» nell’inverno del ’34, poi seguito qualche mese dopo da Graziella. Fra il ’35 e il ’37, pubblica altri racconti: Settembre e ritorno su «Il lavoro», Un’assenza in «Letteratura». Leone Ginzburg l’ha presentata al direttore di «Solaria», Alberto Carocci, al quale ha mandato una novella di Natalia. Carocci, pur dandone un giudizio buono, ha esitato perché vuole avere la certezza che si tratti di uno scrittore sul quale si può puntare. Ginzburg insiste, gli invia un’altra novella. La novella viene pubblicata e l’annuncio delle bozze viene dato da Carocci a Ginzburg. Natalia ne viene informata, ma non sa che Ginzburg manda al direttore anche Giulietta. Ginzburg viene arrestato poco dopo, il 13 marzo 1934, e l’esordiente scrittrice rimanda la stessa novella a «Solaria», che la pubblica a fine anno.

4. Scrittura e memoria. Lalla Romano e le tracce della verità Madre e figlio Lalla Romano scrive Le parole fra noi leggère (1969), libro in cui la scrittrice, l’io narrante, racconta la crescita del figlio attraverso tre decenni. Un ragazzo difficile, problematico, che le ha esplicitamente chiesto di non essere nominato. Il narratore omodiegetico sin dall’ incipit dichiara la presenza di un “io” autobiografico. Dall’edizione del 1989 nella collana “Gli struzzi” di Einaudi, il testo è accompagnato da una Prefazione , in cui la scrittrice manifesta il proprio senso di colpa, spiegandosi, giustificandosi e assumendosi la responsabilità della scelta. Una decisione grave la sua, che trasforma l’insuperata problematicità del rapporto madre-figlio, in un tradimento imperdonabile: Piero ha aiutato l’autrice nel reperimento dei materiali, strutture primarie della costruzione testuale, ma ha espresso la volontà di non apparire.

La scrittrice cerca di fornire una spiegazione “altra”, una giustificazione superiore al lettore e soprattutto a se stessa, come mostrano le ultime righe dell’ Avvertenza. Pag. Il libro di Lalla Romano si presenta come un unicum nel discorso sull’immagine dell’adolescenza, osservata in alcuni fra i più famosi romanzi contemporanei: quell’età, come vedremo particolarmente dolorosa e sofferta anche in Le parole fra noi leggère , è caratterizzata da un’identificazione madre-figlio, assoluta, unidirezionale, pervasiva; da un rapporto proiettivo e simbolico della scrittrice, costante e a tratti insopportabile; da una rappresentazione di una criticità all’apparenza patologica del personaggio del figlio, di cui non viene fornita mai la reale diagnosi. Nel libro si parla di asocialità, anoressia e depressione, ma la caratterialità e i comportamenti descritti sembrano indicare un quadro più complicato, che interroga ancor di più chi legge sulla legittimità di ignorare il rifiuto di Piero a essere nominalizzato. Il libro fa scalpore. Tutte le recensioni dell’epoca colgono nella trasformazione in materiale narrativo della storia del ragazzo, la violenza di quel tabù che vuole quel materno sinonimo di attenuazione dei difetti di un figlio e non la loro esibizione. I recensori parlano di inquietante vita con il figlio, dramma dell’incomunicabilità, problematico rapporto. Alcuni sottolineano il punto di vista, materno, parlando di una madre obiettiva e un figlio difficile. Fra critiche e polemiche, Le parole fra noi leggère diventa un successo editoriale. Divenuto un “classico” è un titolo che suscita anche valutazioni negative, dure. Il romanzo si costituisce quasi a costruire non certo un Bildungsroman, ma un’indagine per accumulo di materiali, di cui vengono presentati i brani salienti usati a supporto dell’interpretazione che la madre dà delle azioni e degli stati d’animo di Piero. Non esistono punti di vista diversi dal suo se non, episodicamente, quello espresso dal marito, Innocenzo Monti. Il ricordo è per l’autrice molto più che un semplice materiale mnestico, da trasformare in sostanza narrativa: è memoria come metodo, cioè un modo per arrivare alle cose e rappresentare una realtà altrimenti negata. Si tratta proustianamente di un procedimento che per trasformarsi in conoscenza necessita dell’interpretazione, attivando un circolo ermeneutico realtà-memoria-interpretazione-verità-realtà. Il libro si propone come il risultato di un processo conoscitivo operante attraverso lo strumento della scrittura nei confronti di quel “altro da sé”, altrimenti difficile da raggiungere. L’interpretazione di Romano è condotta ponendo al centro un’analisi testuale, intesa quale viaggio entro il corpo della narrazione che in Le parole fra noi leggere è il prodotto dell’intreccio fra il “romanzo familiare” dettato dalla memoria, con il materiale testuale ritrovato. La scrittrice costituisce così una nuova forma di lettura complessa, in cui c’è un’interazione fra i testi, un’intertestualità e uno scambio di codici. Lalla Romano appare impegnata a condividere con il lettore le due operazioni sequenziali in cui risiede l’interpretazione, la scomposizione e la ricomposizione, il procedimento è questo: scomporre minutamente un materiale (un ricordo o un documento scritto) dopo averlo trasformato in una narrazione condivisa con il lettore, per poi ricostruirlo dandone un’interpretazione e una lettura. Le parole fra noi leggere non è un memoir ne un’autobiografia, è piuttosto una meta- autobiografia, che un teme di usare fra le sue fonti anche le tracce sporche della scrittura, i biglietti, le lettere familiari esibendoli accanto ai temi o alle note di un adolescente.